La cattedrale di Santa Severina dedicata a Santa Anastasia Romana tra Alto e Basso Medioevo

Santa Severina (KR), facciata della cattedrale dove campeggia l’iscrizione: IN HONOREM S. ANASTASIAE V. ET M. INCLYTAE CAROLUS BERLINGERIUS ARCHIEP. S. SEVERINAE A.D. MDCCV.

La chiesa di Santa Severina emerge al tempo di Leone VI il Filosofo (886-911), quando risulta documentata l’esistenza del nuovo vescovato di “Santa Severina di Calabria” (Ἁγίᾳ Σευηρινῇ τῆς Kαλαβρίας), che compare come nuova metropolia, assieme ai suoi quattro nuovi vescovati suffraganei: Umbriatico (ὁ Eὐρυάτων), Cerenzìa (ὁ ’Aϰερεντίας), Belcastro (ὁ Kαλλιπόλεως) e Isola ([ὁ] τῶν ’Aησύλων).[i]

Risalgono a questo periodo anche le prime notizie che sottolineano la particolare importanza strategica della sua posizione, quando, a seguito della conquista musulmana della Sicilia, avviata nel 827,[ii] la Calabria, già interessata dalle scorrerie dei Saraceni, fu esposta più direttamente alla loro minaccia che, attorno alla metà del secolo, si concretizzò con l’occupazione di “S. Severina” e di altre località rivierasche dello Ionio e del Tirreno.[iii]

Fondamentale per il controllo dei collegamenti tra la parte meridionale e quella settentrionale della regione, il luogo fu riportato successivamente in potere dei Bizantini, per opera dello “stratego di Calabria” Niceforo Foca il Vecchio (885-886),[iv] nell’ambito di una vasta campagna di riconquista che, assieme a Santa Severina (Ἁγίας Σευηρίνης), consentì loro di riconquistare anche Amantea e Tropea,[v] permettendogli così di arginare l’espansione dei Saraceni e d’imporre il dominio di Bisanzio alle terre dei Longobardi. Riconquista attuata attraverso le armi, secondo il monaco benedettino Erchemperto,[vi] ricorrendo invece ad un accordo, secondo le fonti musulmane, le quali riferiscono che il loro presidio rese la “città di (Santa) Severina” a “Niceforo” e fece ritorno in Sicilia.[vii]

Il ruolo strategico della città che, evidentemente, dovette essere ripopolata in questa fase, risulta consolidato agli inizi del secolo successivo, nel De thematibus (databile agli anni Trenta del sec. X), dove, a proposito del decimo thema di Sicilia, si riferisce che Santa Severina (ἁγίας Σεβηρίνης), assieme a Reggio, S. Cyriaca, Crotone ed altre in Calabria (Kαλαβρία), era sottoposta allo stratego di Calabria (στρατηγòς Kαλαβρίας).[viii]

Santa Severina (KR), portale principale della cattedrale.

 

La cattedrale

Alcune antiche testimonianze epigrafiche, oggi conservate nel Museo Diocesano di Arte Sacra della città, documentano che, agli inizi del primo millennio, come si riscontra in tutto il resto d’Europa, fu eretta la cattedrale di Santa Severina.

Le prime notizie circa l’esistenza di queste iscrizioni, emergono già nella documentazione vaticana del secolo XVI,[ix] mentre, successivamente, all’inizio del suo presulato, il crotonese Carlo Berlingieri (1679-1719) accenna genericamente ad alcune “inscriptiones” che testimoniavano l’antichità della sua sede vescovile.[x] L’esistenza d’iscrizioni di vescovi greci illeggibili per la loro vetustà, “tum in Cathedrali, tum in aliis ejusdem civitatis Ecclesiis”, è riferita dall’Ughelli nel volume IX della sua “Italia Sacra” edito nel 1721.[xi]

Risalgono invece alla prima metà dell’Ottocento, i primi tentativi locali di studiare questi antichi testi, quando monsignor Deodato Ganini, arcidiacono e vicario generale di Santa Severina, avvalendosi dell’amicizia del conte Vito Capialbi (1790-1853) di Monteleone, letterato, storico e archeologo, appartenente a diverse accademie, ricorse alla sua riconosciuta competenza, per avere dei pareri a riguardo.

La corrispondenza che i due intrattennero in questa occasione, è contenuta nel tomo I (1840) e nel tomo III (1849) degli “Opuscoli Varii” pubblicati dallo stesso Capialbi prima della sua morte che, dopo la sua scomparsa, fu ristampata sulla rivista “Siberene”, fondata nel gennaio 1913 dall’arcivescovo di Santa Severina Carmelo Pujia e diretta da suo fratello Antonio.[xii]

In una lettera del 22 novembre 1829, scritta da Monteleone in risposta a quella di monsignor Ganini “de’ 26 prossimo passato mese”, il Capialbi riferiva circa una “monca iscrizione greca” sottopostagli dal suo interlocutore, affermando che, appena avesse avuto un po’ di tempo, l’avrebbe esaminata “con tutta diligenza, tenendo presenti le circostanze della pietra, ed il luogo, ove la rinveniste.”

Entrando comunque in argomento, il conte affermava che, similmente a quanto riportava un’altra iscrizione esistente sul “capitello del battisterio” fattagli pervenire, “Il Giovanni, di cui si fa menzione nelle due iscrizioni rimessemi, potrebbe essere il primo notato dall’Ughelli, ma potrebbe stare che fusse anche quegli, che viveva nel 1129.” A riguardo di ciò, giudicava che le “forme delle lettere forse potrebbero sole darci qualche lume: per tutt’altro è dubbio, se fosse stato l’uno o l’altro”, considerato, oltre tutto, che “l’autorità dell’Ughelli nulla vale”, perché egli aveva solo riportato quanto gli era stato “riferito, e malamente riferito” da Santa Severina.[xiii]

Successivamente, invece, questa valutazione del Capialbi fu “assolutamente” scartata dall’Orsi, che giudicava impossibile identificare l’arcivescovo Giovanni menzionato nell’iscrizione, con quello presente alla “coronazione di re Ruggero in Palermo”, il giorno di Natale del 1130, “essendo il Battistero opera senza dubbio prenormanna”.[xiv] Noi sappiamo, invece, che la costruzione del “Battistero” è certamente da riferire al periodo successivo alla conquista normanna, e che la testimonianza relativa all’arcivescovo Giovanni riportata sull’unico “capitello di marmo della chiesa”,[xv] che ne ricorda la costruzione da parte sua, risulta estranea a tale contesto.[xvi]

Santa Severina (KR), chiesa di San Giovanni Battista. Particolare della iscrizione che menziona l’arcivescovo Giovanni (foto P. Barone).

 

Le iscrizioni perdute

Risale al 27 dicembre 1829, la lettera con la quale il conte Vito Capialbi fornì finalmente a monsignor Ganini, l’interpretazione richiesta “circa l’ultima monca greca iscrizione favoritami”.

In questa occasione, avvalendosi anche dell’aiuto del figlio primogenito, il “dotto Storico” faceva notare all’amico, che l’iscrizione in questione risultava “una ripetizione di un’altra da voi favoritami, e che io avevo letto alla meglio.” Entrambe queste, poste “nel medesimo edificio della vostra Arcicattedrale”, erano infatti “di quattro linee, le quali cominciano colle stesse voci, colle medesime lettere, e co’ medesimi scompartimenti: l’ortografia, e la forma delle lettere sono somigliantissime” mentre, “Con piccolo supplimento alla terza linea”, la restituzione del testo risultava il seguente per “ambedue”:

+ KΥPIE ΘEOΣ HMωN

Toυ Δoυλoυ σoυ

AMAPToλoυ APXIEΠHΣKOΠOV

IωANNOυ +

+ Domine Deus noster (supple recordare)

Servi tui

Peccatoris Archiepiscopi

Joannis +”.[xvii]

L’iscrizione esistente sui “Due travertini inediti della Chiesa Metropolitana di S. Severina”, è riportata dal Capialbi, con la medesima interpretazione, anche nel tomo I dei suoi “Opuscoli Varii”:

+ KĒ ΘEOC HMωN

Toυ Δoυλoυ coυ

AMAPτoλoυ APXI …..

IωANNoυ +

“Domine Deus noster (supple: MNH CΘHTI – recordare o memento) servi tui peccatoris Archiepiscopi Joannis, oppure Boηθη: adiuva servum tuum peccatorem Archiepiscopum Joannem.”[xviii]

Volendo cercare di identificare questo arcivescovo Giovanni, al fine di definire il periodo di tempo in cui furono realizzate le iscrizioni che lo riguardano, rileviamo che, nel periodo compreso tra la fine del sec. XI e quella del sec. XIV, quando può avere senso il titolo arcivescovile scritto in greco che lo identifica, le notizie in nostro possesso possono essere ricondotte: al Giovanni che “fu tra i presenti alla coronazione di Ruggero II, il giorno di Natale del 1130”, al Giovanni che fu scomunicato ai tempi di Marcovaldo,[xix] oppure al Giovanni detto “de policastro”, che si colloca durante la prima metà del Trecento.[xx]

In merito invece, alla presenza di altre antiche testimonianze provenienti dalla cattedrale, da un altro opuscolo dello stesso Capialbi, pubblicato già nel 1836, apprendiamo che quest’ultimo nutriva la speranza di poter rintracciare nella “antica Cattedrale” di Santa Severina, qualche altra testimonianza medievale, accennando al fatto che, a quel tempo, monsignor Ganini gli aveva “rimesso altre tre iscrizioni greche, sebbene monche, dell’epoca, di cui parliamo”.[xxi] Sappiamo inoltre che, durante la primavera del 1911, ormai ultimati i “grandiosi lavori del sottosuolo della cattedrale”, Paolo Orsi aveva potuto esaminare uno dei “mattonacci” della vecchia fabbrica, recante “il seguente bollo rettangolare, a letterine nitide e belle, mancante però del principio:

…………. TOYOP

KAINOYIOYEΛE[xxii]

Santa Severina (KR). Bassorilievo medievale conservato nel locale Museo Diocesano di Arte Sacra (1), simile a quello murato nella parete della cappella di San Leone della cattedrale (2). Foto di Pino Barone.

 

Le testimonianze rimaste

Rispetto ai primi tentativi ottocenteschi, condotti dal Capialbi con l’intento d’interpretare le iscrizioni sottopostegli dal Ganini che, in alcuni casi, si dimostreranno di epoca successiva a quella Bizantina, più risonanza ebbero quelli successivi messi in atto al tempo dell’arcivescovo Carmelo Pujia (1905-1927) che, dopo i danni causati dal terremoto del settembre 1905, intraprese il restauro della cattedrale spendendovi “ingenti somme”,[xxiii] e si adoperò per far giungere a Santa Severina, ad investigarne i monumenti, l’importante archeologo Paolo Orsi (Rovereto, 1859-1935) che, al tempo, dirigeva “l’appena costituita Regia Soprintendenza agli scavi e musei di Reggio Calabria”,[xxiv] ed era impegnato a condurre scoperte archeologiche in numerosi luoghi della regione.

L’Orsi, assieme ai suoi collaboratori, soggiornò “alcuni giorni” a Santa Severina “in due riprese”, nei mesi di maggio e giugno del 1911,[xxv] e pubblicò i risultati ottenuti dalle indagini condotte, una prima volta nel 1912, sul Bollettino d’arte del Ministero della P. I.[xxvi] e successivamente, nel volume Le Chiese Basiliane della Calabria (1929) che, a differenza di qualche precedente incerto, costituivano il primo tentativo condotto da un archeologo, di appurare la realtà esistente direttamente sul campo.[xxvii]

Animato dalla volontà di scoprire quanto si celava in un contesto che gli si presentava praticamente inesplorato, l’Orsi visitò i luoghi ed i resti della città più interessanti per l’antichità che dimostravano ai suoi occhi, e visionò le “due epigrafi bizantine” che, a suo dire, “con savio provvedimento”, l’arcivescovo Pujia aveva “fatto distaccare dal muro settentrionale della cattedrale vecchia”, dove “stavano «ab immemorabili»” e tanto “deperivano da essere prossime alla ruina totale”,[xxviii] facendole portare con altre “antiche memorie”, nella “sala dell’Episcopio” come risulta riferito dalla testimonianza di suo fratello Antonio nel giugno 1916.[xxix]

Paolo Orsi (da www.museocivico.rovereto.tn.it)

 

La “cattedrale vecchia”

L’esistenza di una fantomatica cattedrale “Greca” o “vecchia” di cui non siamo riusciti a trovare traccia, tanto meno nel locale Archivio Arcivescovile, comincia ad essere attestata in una tarda e anonima “GNOSEΩGRAFIA” manoscritta, conservata in questo archivio,[xxx] che attribuisce a “Rogerio di Stefanuzia” che fu arcivescovo di Santa Severina durante l’ultimo quarto del sec. XIII, la costruzione di una “nuova Cattedral Basilica”, dedicata “sotto la special invocazione di S. Anastasia Vergine e Martire”.[xxxi]

Sempre in questo manoscritto, volendosi produrre prova della consacrazione da parte del vescovo Ambrogio, di una precedente “Chiesa Cattedrale Greca”, “dedicata alla Beatissima Vergine, all’Apostolo S. Andrea ed alla Martire S. Severina”, si richiama l’esistenza di una “lapide sottratta all’ingiurie de tempi” che, pur priva di datazione, sembrava costituire una chiara prova in tal senso, in ragione dei suoi “greci caratteri”.

Questa cattedrale greca, sebbene rimaneva “oscura” l’epoca precisa della sua realizzazione, s’individuava con la chiesa parrocchiale “sotto l’invocazione di S. Maria Magiore”,[xxxii] mentre, della “lapide” un tempo esistente “dentro l’antica Chiesa Cattedrale Greca” ed “oggi conservata nella Biblioteca del Capitolo”, si fornivano una trascrizione ed una traduzione in latino:

+ K ΘEOΣ HMΩN TH ΠPEΣBIA

THΣ AΓIAΣ ΘEOTOKOΥ TOΥ AΓIOΥ

AΠOΣTOΛOΥ ANΔPEOΥ K THΣ

AΓIAΣ MAPTΥPOΣ ΣEΥHPINI EM

NIΣΘI TOΥ ΔOΥΛOΥ ΣOΥ AMBRO

ΣIOΥ TOΥ AΓIΩTATOΥ HMΩN EΠIΣK

“Salvator et Deus noster. Dedicatio hujus principalis Templi ad honorem Sanctorum Dei Genitricis Sancti Apostoli Andreae et Sanctae Martyris Severinae efficit ut meminerimus servi tui Ambrosii Sanctissimi nostri Episcopi.”[xxxiii]

Questa iscrizione contenuta nel manoscritto storico della “Regia Metropolitana Chiesa di Santa Severina”, che era già stata pubblicata “assai malamente da diversi”,[xxxiv] fu successivamente pubblicata anche dall’Orsi che, pur nutrendo seri dubbi sulle ragioni dei fatti che gli erano stati riferiti,[xxxv] accolse lo stesso la “tradizione costante ed antichissima”, testimoniata dalla “lapide” greca, secondo cui la primitiva cattedrale di Santa Severina era sorta sul luogo in cui esisteva la chiesa di Santa Maria Magna, dove “ora sorge la chiesetta dell’Addolorata”, in prossimità dei ruderi “denominati il Vescovato Vecchio”.[xxxvi]

+ K(ύϱι)ε ὀ ϑ(εό)ς ἠμῶν. Tῇ πϱεσβίᾳ τῆς

ἁγίας Θεoτόϰoυ τoῦ ἁγίoυ

ἀπoστόλoυ Ἀνδϱέoυ ϰ(αί) τῆς ἁ-

γίας μάϱτυϱoς Σευιϱίνης

μνίσϑιτι τoῦ δoύλoυ σoυ Ἀ-

μβϱoσίoυ τoύ ἀγιωτάτoυ ἠμῶν ἐπισϰ(όπoυ).

Ai suoi tempi, però, questa epigrafe già sottoposta all’attenzione del Capialbi,[xxxvii] non si trovava più nella biblioteca del Capitolo, come si affermava nel manoscritto, ma l’archeologo di Rovereto la trovò “posta in salvo e murata nell’episcopio”, considerato che, precedentemente, “era stata collocata da ignoranti operai come gradino nel seminario.” A tale riguardo, poi, l’Orsi affermava di non sapere dove “fosse collocata in origine”, anche se giudicava che “con ogni probabilità era nella cattedrale vecchia”.[xxxviii]

Più verosimilmente, invece, considerando i luoghi dove fu ricollocata, ed il consistente consumo della sua superfice, dovuto, evidentemente, al prolungato calpestio, possiamo immaginare soltanto una sua provenienza dal pavimento della stessa cattedrale, da cui fu probabilmente rimossa in occasione dei “grandiosi lavori del sottosuolo” fatti eseguire dall’arcivescovo Carmelo Pujia che, dopo il terremoto del settembre 1905, portarono alla realizzazione di una nuova pavimentazione.[xxxix]

Fino a quei tempi, infatti, pur interpretando in maniera inesatta le testimonianze bizantine conservate al suo interno, non si poneva in questione che la cattedrale dedicata anticamente a S.to Andrea e alla martire Severina, fosse lo stesso edificio successivamente intitolato a Sant’Anastasia, come appare chiaramente evidenziato da una epigrafe risalente al tempo dell’arcivescovo Carlo Berlingieri (1679-1719):

“D. O. M.

TEMPLUM HOC OLIM DIVO ANDREAE ET S. SEVERINAE MARTYRI

POSTEA DIVAE ANASTASIAE POST EJUS BRACHII INVENTIONEM

CAROLUS EPISCOPUS SIBERINANTENSIS

POSTQUAM ORNARE COMPLEVIT, DICAVIT, ASSIGNAVITQUE

DIEM XIII NOVEMBRIS PRO EJUS ANNIVERSARIA FESTIVITATE”.[xl]

Ritornando, invece, all’antica epigrafe bizantina, secondo la testimonianza di Francesco Le Pera, ancora recentemente, prima della sua definitiva sistemazione all’interno del locale Museo Diocesano di Arte Sacra, sappiamo che questa si trovava “sulla parete destra della prima rampa dello scalone dell’arcivescovado attiguo alla cattedrale.”[xli]

Il Guillou (1999) ce ne fornisce la seguente trascrizione con la traduzione:

+ K(ύϱι)ε ὀ Θ[(εό)ς] ἠμῶν, τῇ πϱεσβία τῆ[ς]

ἁγίας Θεoτòϰ(oυ), τ(oῦ) ἁγίoυ

ἀπoστόλ(oυ) Ἀνδϱέ(oυ), (καὶ) τῆς ἁ-

γίας μάϱτυϱoς Σευιϱίνι

ς μνίσϑιτι τ[oῦ δ(oύ)λ(oυ) σoυ A-

μβρoσί(oυ) τ(oῦ) ἁγιωτά[τ(oυ) ἡ]μ(ῶ)ν ἐπισκ(όπoυ).

“Signore Iddio, per l’intercessione dell’Immacolata Theotokos, del santo apostolo Andrea, e della santa martire Severina, ricordati del tuo servo Ambrogio, nostro santissimo vescovo.”[xlii]

L’epigrafe bizantina che ricorda il vescovo Ambrogio (Museo Diocesano di Arte Sacra di Santa Severina).

 

L’anno di costruzione

Ulteriori elementi, utili a comprendere e contestualizzare meglio, le informazioni che possiamo attingere da questa prima testimonianza, ci sono fornite da altre due epigrafi che, assieme alla precedente, dimostrano di costituire un insieme coerente, risultando chiaramente appartenenti “allo stesso ciclo”.[xliii]

La prima di queste, infatti, riferisce la costruzione della chiesa da parte del vescovo Ambrogio nell’anno 1036 (a. m. 6544), indizione IV, secondo la “difficile” lettura dell’Orsi,[xliv] il quale, dopo “lunghi tentativi, fatti anche con la luce elettrica tangenziale”, considerato che “le offese recate dalle secolari intemperie sono così profonde che la lettura, se non al tutto disperata, ne è estremamente difficile”, ed avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Gerola, al tempo “Soprintendente a Ravenna”, che lo aiutò sulla base della fotografia ricevuta,[xlv] così ne fissò il testo:

+ Ἐν ὀνόματι τoῦ Π(ατ)ϱ(ός) ϰαὶ

τoῦ Ὑιoῦ ϰ(αὶ) τoῦ ἁγίoυ Πν(εύματo)ς ἐϰτίσϑη ταύτη

[ἐϰϰλησία] τoῦ Θ[εo]ῦ ϰαϑoλίϰ(ή) ϰ(αὶ) ἀπoστoλίϰ(ή)

ἐπί Ἀμβϱoσίoυ τoῦ ἁγιω (τάτoυ) ἡμῶν

ἐπισϰ(όπoυ) ἰνδ(ιϰτιῶνoς) δ՚ ἔτoυς Ἱφμδʹ[xlvi]

In tempi più recenti (1999), questa “iscrizione, oggi poco leggibile”, esistente “su un blocco di pietra tenera (cm 79 x 34), mal conservato, incastrato nel muro”, ovvero “murata sulla parete sinistra della cappella del Crocifisso nell’odierna cattedrale”,[xlvii] è stata edita dal Guillou, che ha pubblicato un “testo stabilito sulla base della lettura di P. Orsi, verificata sulla pietra”, ed ha fornito questa traduzione:

+ Ἐν ὀνόματι τoῦ Π(ατ)ϱ(ὸ)ς καὶ

[τoῦ] Υ(ἱo)ῦ κ(αὶ) τoῦ ἁγίoυ Πν(εύματo)ς ἐκτίσθη ταύτη

[ἐκκλησ]ία τoῦ Θ(εo)ῦ καθoλίκ(ή) κ(αὶ) ἀπoστoλίκ(ὴ)

ἐπί Ἀμβρoσίoυ τoῦ ἁγιωτ[άτoυ ἡμῶν] ἐπισκ(όπoυ)

ἰνδ(ικτιῶνoς) δ՚ἒτoυς ςφμδʹ

“In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è stata costruita questa chiesa di Dio universale e apostolica, sotto l’episcopato del nostro santissimo vescovo Ambrogio, durante la IV indizione, anno 6544.”[xlviii]

Si accordano con questa data di costruzione della chiesa cattedrale, due importanti riferimenti contenuti in questa antico testo, a cominciare dal termine “cattolica” (καθoλίκή) che l’identifica, ritenuto correlato alla cattedrale bizantina.[xlix] Termine che ricorre anche in un altro raro documento di questo periodo, dove si menziona Euthymios, domestico (δoμέστιϰoῦ) della cattedrale (ϰαθoλιϰῆς) di Santa Severina (῾Aγίας Σευηρίνης).[l]

Anche il fatto che, in entrambe le testimonianze che lo menzionano, Ambrogio risulti in qualità di “vescovo” (ἐπισκόπoυ), costituisce una seconda conferma in tal senso. L’uso del titolo arcivescovile, infatti, comincia ad entrare in uso soltanto dopo la conquista normanna e l’obbedienza alla chiesa di Roma mentre, in precedenza, riscontriamo l’uso dei titoli di “vescovo” e di “metropolitano”, che appartengono ad una organizzazione ecclesiastica precedente.[li]

L’epigrafe bizantina che ricorda la data di costruzione della cattedrale (Museo Diocesano di Arte Sacra di Santa Severina).

 

Vescovi e metropoliti

L’esistenza di una gerarchia vescovile in Calabria, comincia ad evidenziarsi verso gl’inizi del sec. IX. Sappiamo, infatti che, al tempo del concilio di Nicea del 787, i vescovi calabresi presenti risultavano ancora “indipendenti gli uni dagli altri”, ed erano tutti immediatamente soggetti alla Santa Sede.[lii] Successivamente, invece, fu eretta la metropolia di Reggio, “che esisteva nei primi del secolo IX”,[liii] alla quale furono sottomesse “tutte le diocesi della Calabria”, tra cui non figura comunque Santa Severina[liv] che, in qualità di metropolia, compare per la prima volta, solo al tempo di Leone VI il Filosofo (886-911).[lv]

In relazione a ciò il metropolita reggino non compare mai con il titolo di arcivescovo nel “Brébion” della metropolia bizantina di Reggio, che si data verso la metà del sec. XI,[lvi] né ritroviamo alcun arcivescovo tra le notizie scritte in greco da Nilo Doxapatris al tempo di Ruggero II re di Sicilia (1101-1154),[lvii] in cui la metropoli (μητρόπoλις) di Santa Severina (Ἁγία Σεβερίνη), risulta con cinque vescovati (ἐπισϰoπάς) suffraganei.[lviii] Ancora nel Provinciale Vetus di Albino, verso la fine del sec. XII, si menzionano solo “episcopos” dipendenti da una “Metropolis”.[lix]

Dopo la conquista normanna, comunque, a seguito del passaggio all’obbedienza papale, l’uso del titolo arcivescovile cominciò ad entrare in uso negli atti riguardanti i vescovi greci della Calabria. Come risulta ad esempio, in quelli pubblicati dal Trinchera.[lx] Il presule di Santa Severina, comunque, continua a comparire con l’antico titolo di metropolita, negli antichi privilegi dell’abbazia di Calabro-Maria (1099-1149),[lxi] dove Policronio risulta sempre in qualità di “Episcopus” di Cerenzìa, mentre Costantino compare sempre in qualità di “Metropolitano”, ovvero di “Praesule” della metropoli di Santa Severina.[lxii]

Ancora alla metà del sec. XII, Andrea risulta in qualità di metropolita (“μητροπολίτης”) di Santa Severina (῾Aγίας Σευειρήνης),[lxiii] mentre bisognerà attendere gli ultimi anni del regno normanno, per trovare il primo documento che fa menziona di un arcivescovo di Santa Severina. Si tratta della famosa “bolla di Lucio III” (1183), che proviene dalla Curia romana ed è un falso.[lxiv]

A conferma di questa antica tradizione, da cui dovevano discendere diritti antichi e molto importanti, anche durante la prima metà del sec. XIII, troviamo coesistere l’uso dell’antico titolo di metropolita, con quello più recente di arcivescovo, come dimostra un atto datato giugno 1202 riguardante Bartolomeo, che compare con il titolo di “arcivescovo metropolita” (ἀρχιεπίσκoπoς μητροπολίτης) di Santa Severina (῾Aγίας Σηβερίνης), nelle vicende del monastero di S.to Stefano de Vergari che, pur essendo posto in territorio di Mesoraca, risultava pertinente alla metropolia (μητροπόλεως).[lxv] Stessa circostanza che rileviamo nel caso di Dionisio, il quale risulta “metropolitanus eorum, videlicet archiepiscopus S. Severinae” (1211),[lxvi] e ricorre successiavamente, durante il periodo 1219-1233, indifferentemente, con l’uno o l’altro titolo.[lxvii]

 

Un “campo di ruine”

L’epigrafe che c’informa circa l’anno di costruzione della cattedrale, ci fornisce anche un secondo elemento molto importante, riguardante la storia del luogo dove fu eretto l’edificio principale di Santa Severina che ne qualificava l’assetto cittadino, considerato che, dopo il suo distacco, sul “fronte interno” di questo blocco di calcare, prima celato, fu scoperto “un grande titolo romano” attestante il suo riuso.[lxviii]

L·MARIVS·L·F·L·LVRIVS·L·F·DVIR[i]

MVRVM · FORNICEM · AREA[m]

[fe]CERVNT.[lxix]

Questa epigrafe latina, secondo l’Orsi risalente “ai primissimi tempi dell’impero od alla fine della repubblica”, riferendo della “costruzione di un edificio pubblico della città”[lxx] da parte dei duoviri, ci testimonia l’esistenza di una municipalità documentata dalla presenza di questa magistratura locale.

Relativamente alla localizzazione di questo centro urbano dell’epoca romana, a cui risultava evidentemente legata la provenienza del blocco calcareo di “pietra tenera”, riutilizzato al tempo della costruzione della cattedrale, l’Orsi considerava che questo dovesse necessariamente provenire “dalla città stessa”, in quanto non sarebbe risultato logico il riutilizzo di un materiale di così poco valore trasportato da lontano quando, invece, questo era diffusamente disponibile in loco.

Una considerazione che si legava alla convinzione maturata dall’archeologo, circa l’esistenza di “un campo di ruine che io ritengo vicinissimo se non dentro la città stessa”,[lxxi] come dimostravano chiaramente le colonne di granito e di porfido, assieme agli altri marmi di riutilizzo esistenti in tutta quest’area che, alla fine dell’Ottocento, come riferisce anche Edouard Jordan,[lxxii] si rinvenivano davanti alla cattedrale, sulla soglia del portone dell’episcopio e, soprattutto, dento la chiesa di San Giovanni Battista.[lxxiii]

L’epigrafe romana di Santa Severina conservata nel locale Museo Diocesano di Arte Sacra

A riguardo dell’identificazione di questo centro urbano d’età romana, preesistente a quello altomedievale di Santa Severina, l’Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti (sec. III-IV d.C.), lungo il tragitto tra Capua e Reggio (“ab Equo tutico per Roscianum Regio”), tra Paterno e Tacina, menziona l’esistenza della statio di Neto (“Meto”)[lxxiv] che, analogamente a Paterno, scomparve durante il periodo altomedievale.[lxxv]

Agli inizi del Seicento, il Marafioti menzionava l’esistenza di un antico “castello dal nome del fiume chiamato Neto”, dove si trovavano le antiche saline (“Rocche di sale in Neto”), affermando, in maniera del tutto anacronistica, che nel suo “territorio”, erano posti i casali di San Mauro, San Giovanni Monaco e Scandale[lxxvi] che, al tempo, appartenevano invece, a quello della città di Santa Severina.

In evidenza l’abitato di “Neeto” nelle vicinanze del fiume omonimo e della città di “S. Severina”, raffigurato in un affresco cinquecentesco della Galleria delle carte geografiche ai Musei Vaticani.

 

Lo spataro candidato Staurace

Anche l’ultima epigrafe bizantina appartenente al gruppo conservato presso il locale Museo Diocesano di Arte Sacra, ci fornisce elementi utili a definire il contesto in cui fu costruita la cattedrale di Santa Severina. Si tratta di un “masso rettangolare di metri 0,65 x 0,52 x 0,23 profondamente scritto nella fronte con undici righi, otto dei quali incorniciati da un cordone,” che evidenzia i “medesimi caratteri” di scrittura dell’iscrizione precedente,[lxxvii] di cui l’archeologo di Rovereto ci fornisce questa trascrizione:

+ K(ύϱιε) ὁ Θ(εός). Tῆς ἁγίας ἀχϱά-

ντoυ Θεoτόϰoυ. τoῦ

ἁγίoυ ἐνδ(όξoυ) ἀπoστόλoυ

Ἀνδϱέoυ. τῆς ἁγίας μάϱ-

τυϱoς τoῦ X(ϱιστo)ῦ Σευιϱη-

νη(ς). Θ(εός) μνίσδιτι τoῦ ϑoύ-

λoυ σoυ Σταυϱαϰίoυ βα-

σιληϰoῦ σπαϑάϱoυ ϰαν-

(διδά)τoυ ϰ……

ἐντάδε τῇ ἁγίᾳ

τoῦ Θ(εo)ῦ ἐϰϰλησίᾳ.[lxxviii]

La più recente edizione dal Guillou (1999), ci fornisce anche questa traduzione:

+ K(ύϱι)ε ὁ Θ(εo)ς ἠμῶν, τῇ πϱεσβία τῆς ἁγίας ἀχρά-

ντoυ Θεoτόκoυ τoῦ

ἁγίoυ ἐνδ(όξoυ) ἀπoστόλoυ

Ἀνδϱέoυ (καὶ) τῆς ἁγίας μάρ-

τυρoς τoῦ X(ϱιστo)ῦ Σευιρή-

νης μνίσδιτι τoῦ δoύ-

λoυ σoυ Σταυραϰίoυ βα-

σιληκoῦ σπαθάρoκανδ(ι)δ(ά)-

τoυ κ(αὶ) συνδρ[o]μειτ(oῦ)

ἐν τάύτη τῇ ἁγία

τoῦ Θ(εo)ῦ ἐϰϰλησία +

“Iddio, nostro Signore, per l’intercessione della immacolata Theotokos del santo e celebrato apostolo Andrea, e di Severina, santa martire di Cristo, ricordati del tuo servo Stauracio, spataro candidato imperiale, che ha contribuito al finanziamento di questa santa chiesa di Dio.”

Rispetto alle testimonianze precedenti, che ricordano il vescovo Ambrogio, in questo caso, la stessa invocazione alla Madre di Dio (Θεoτόκoυ), all’apostolo Andrea e alla martire Severina, ricorre in favore di Stauracio, spataro e candidato imperiale, ricordato per aver contribuito alla costruzione dell’opera.

Il contributo da parte di questo ufficiale imperiale, ci permette di poter ricondurre i fatti ad un periodo certamente precedente alla conquista dei luoghi da parte dei Normanni (metà del sec. XI), come del resto testimonia la formula dell’invocazione rituale alla Vergine Madre di Dio, protettrice dell’Umanità, all’apostolo Andrea, protettore di Costantinopoli, ed alla patrona cui era affidata la protezione della città: la santa martire Severina.

Santa Severina. L’epigrafe bizantina che ricorda Stauracio, spataro e candidato imperiale conservata nel locale Museo Diocesano di Arte Sacra.

 

All’epoca del feudo

Dopo la conquista da parte dei Normanni e l’introduzione del feudalesimo, tagliati ormai definitivamente i secolari legami con l’impero costantinopolitano, le strutture dell’antica chiesa greca calabrese si adeguarono al sistema introdotto dai nuovi padroni, riproducendo una piaramide feudale, parallela ma autonoma, rispetto all’omologa organizzazione civile del nuovo regno che si stava formando.

Anche se non possediamo documenti relativi all’organizzazione del vescovato di Santa Severina durante questo periodo, ce ne rende qualche testimonianza un “Brébion” dell’altra metropolia bizantina esistente a quel tempo in “Calabria”, quella di Reggio che, “vers 1050”, risultava ancora organizzata sulla base del possesso di diritti e di tenimenti posti anche oltre quello che sarà il confine del suo territorio diocesano.[lxxix]

La formazione di questi territori e l’affermazione del potere vescovile su di essi, sarà un processo ancora lungo e contrastato, non deve quindi creare troppa meraviglia che, di questa antica fase caratterizzata dal tramonto del vecchio e dal sorgere del nuovo, ci siano rimaste pochissime tracce per lo più inquinate da evidenti falsificazioni, che possiamo considerare come i maldestri tentativi di conciliare la realtà precedente con il nuovo assetto ancora in divenire, come documentano – un caso per tutte – le tormentate vicende relative alla formazione della diocesi di Catanzaro.

Per quanto ci riguarda più da vicino, ne rappresenta esempio la questione dei quattro vescovi suffraganei della metropolia di Santa Severina durante il periodo altomedievale che, successivamente, per un certo tempo risultano invece cinque, a cui si vollero aggiungere anche alcuni vescovati chimerici, come quello “Sitomensis”, ricordato ancora al tempo dell’arcivescovo Carlo Berlingieri (1679-1719)[lxxx] e del suo successore Nicolò Pisanelli (1719-1731),[lxxxi] o come l’altro “Lissitanum”,[lxxxii] maldestramente riportato nella bolla di Lucio III (“Lesimanensem”) dove, come nel provinciale Vetus di Albino,[lxxxiii] non risulta tra i suffraganei dell’arcivescovo di Santa Severina il vescovo di Isola ma quello di Crotone,[lxxxiv] mentre, tra i testi che sottoscrissero un atto giudicato non anteriore al giugno 1207, compare il “p(resbite)r Nicolaus Lisitanie Eclesie canonico” (!).[lxxxv]

 

La chiesa di “S. Anastasiae”

Costituiscono uno spartiacque con la realtà altomedievale della chiesa bizantina di Santa Severina, le prime notizie che c’informano circa la titolarità della cattedrale da parte di Santa Anastasia Romana,[lxxxvi] che ci segnalano così l’apparire della nuova realtà feudale, fondata attraverso la consacrazione delle reliquie della santa da parte dei nuovi signori che, essendo riusciti ad impadronirsi delle terre precedentemente appartenute ai Bizantini, riuscirono ad importarvi la nuova suddivisione per territori imponendo il vassallaggio.

Una organizzazione che, quantunque portatrice della modernità, per lungo tempo a venire, dovrà tenere conto e scendere a patti con i diritti consolidati localmente da quanti vi avevano praticato un uso plurisecolare.

I documenti relativi agli inizi del dominio svevo, infatti, evidenziano che ancora dopo l’istituzione del giustizierato di Terra Giordana, il territorio Crotonese e quelli vicini, pur ricadendo nell’ambito di tale ripartizione, continuarono ad essere identificati in “Calabria” fino agli inizi del periodo angioino,[lxxxvii] come risaliva già alla fine del sec. IX – inizi del sec. X. Ciò in relazione alla loro antica identità etnica e religiosa che, pur avviata a disgregarsi ed a omologarsi a quella latina, persisterà ben oltre il periodo della dominazione sveva.

Agli inizi del Duecento, infatti, la lingua ed il rito greco nel Crotonese, anche se minacciati dalle nuove istituzioni politico-religiose, mantenevano ancora la loro forza, rappresentando i tratti caratteristici di una particolare identità e di una specifica appartenenza, dalla quale discendevano usi propri e specifici diritti della popolazione. In particolare quelli che riguardavano il governo locale.

Come leggiamo nella decretale di Innocenzo III del 6 febbraio 1198, nella quale è riferito che i canonici componenti il capitolo della cattedrale di Santa Severina, parlavano ed officiavano in greco: “Cum igitur in ecclesia vestra, quae sub obedientia sedis apostolice perseverans, Graecorum hactenus et ritum servavit et linguam”, mantenendo i loro antichi diritti, tra cui quello che consentiva loro di eleggere il proprio arcivescovo. Identità e prerogative però, che cominciavano ad essere contrastate.

Proprio in questa occasione, infatti, il capitolo si era rivolto al papa chiedendone l’intervento, al fine di rimuovere un arcivescovo imposto “per laicalem potentiam” dallo scomunicato senescalco imperiale Marcovaldo che, agendo senza l’autorità e l’elezione da parte dei canonici, aveva insediato sulla cattedra di Santa Severina, un pastore latino definito “barbarus” e “intrusus”.

Accogliendo le richieste del “Capitulo Sanctae Anastasiae, il papa concedeva ai canonici la libertà di eleggere l’arcivescovo, secondo gli statuti e l’antica consuetudine della chiesa di Santa Severina[lxxxviii] e qualche giorno dopo (9 febbraio 1198), dava mandato agli arcivescovi di Capua, Reggio e Palermo, di rimuovere l’“intrusus barbarus ab ecclesia S. Anastasiae”, in maniera tale che il capitolo potesse celebrare liberamente l’elezione,[lxxxix] scrivendo anche alla regina Costanza d’Altavilla, “ex parte capituli S. Anastasiae”, affinché non frapponesse ostacoli all’elezione del nuovo pastore.[xc]

A quel tempo, i canonici di Santa Severina che, al pari degli altri ecclesiastici della città, non osservavano il vincolo del celibato,[xci] non facevano vita in comune, ma continuavano a seguire il costume orientale ed a vivere separati ognuno con la propria famiglia. In relazione alla loro importanza, essi possedevano la prerogativa riservata solo a vescovi ed abati, di portare la mitra,[xcii] ed in quanto membri del governo della diocesi, intervenivano nelle decisioni più importanti assunte dall’arcivescovo, perchè questi poteva agire e prendere le decisioni, solo “cum consensu et voluntate capituli”, come testimoniano alcuni atti riguardanti l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo.[xciii]

La presenza del rito greco a Santa Severina è ancora testimoniato nella prima metà del Trecento sia nella città che nei suoi casali e nella limitrofa San Leone,[xciv] mentre, ancora in età moderna, rifacendosi ai loro diritti che discendevano dagli antichi usi, gli arcivescovi di Santa Severina conservavano il diritto si spoglio nei confronti dei propri suffraganei.[xcv]

Tra i loro antichi diritti, spesso aspramente contrastati che, per lo più, noi conosciamo perché richiamati in età moderna, o attraverso qualche antico privilegio, troviamo quello che gli consentiva d’incamerare la quarta parte dei beni mobili di quanti morivano “ab intestato” in tutta la diocesi, ed anche dai diocesani che morivano fuori di essa. L’arcivescovo di Santa Severina, inoltre, indossava il pallio ed esigeva la decima di ogni animale appartenente a diocesani o a forestieri, pascolante nell’ambito della sua diocesi,[xcvi] anche se sappiamo che l’esercizio di questo diritto fu al centro di aspre liti giudiziarie in età moderna. Oltre quello concesso a Meleto (1183), infatti, il privilegio più antico che attesta il diritto dell’arcivescovo di Santa Severina di esigere le decime (sono menzionate quelle sulla bagliva della città e sulla salina di Neto), risale al 10 Giugno 1308, dove sono richiamati due altri privilegi precedenti concessi a tale riguardo dal re Carlo I d’Angiò, il primo dato in Brindisi il 2 marzo 1275, III indizione, e l’altro dato in Roma il 24 maggio 1278, VI indizione.[xcvii]

Santa Anastasia raffigurata in una miniatura medievale (da Wikipedia).

 

Una festa mobile

Secondo la tradizione locale raccolta dall’arcivescovo Carlo Berlingieri alla fine del Seicento, la chiesa di Santa Severina risultava insignita del titolo (“honore”) “Metropolitico” già prima dell’anno 1099,[xcviii] periodo in cui, secondo la tradizione locale, sarebbero giunte nella città le reliquie di Santa Anastasia ad opera del “glorioso Duca Roberto Guiscardo” che, verso la fine del secolo XI, avrebbe ottenuto “dai cittadini di Zara in Dalmazia la preziosa reliquia del braccio destro di S. Anastasia Vergine e Martire: dove con special pompa e singolar divozione veneravasi l’intero corpo della Santa Martire.”[xcix]

Sempre secondo questa fonte, dopo la conquista della città da parte di Roberto il Guiscardo e di suo fratello Ruggero, riferibile agli anni 1073/74,[c] su disposizione del papa Gregorio VII, le reliquie della santa sarebbero state consegnate all’arcivescovo di Santa Severina Stefano il 29 ottobre 1083,[ci] giorno dedicato a Santa Anastasia “la Romana”, detta anche “Maggiore” e “Osiomartire”, ossia monaca martire.

Tale ricorrenza risulta anche quella anticamente osservata a Santa Severina dove, accanto alla festa della santa che cadeva nel tale giorno, “nella terza domenica de maggio”, invece, si celebrava quella della Consacrazione della cattedrale a lei dedicata.[cii]

Come ricorda la concessione di Ferdinando il Cattolico (1507), questa festa mobile in cui ricorreva la Dedicazione della chiesa metropolitana di Santa Severina, cadeva in “die Dominica infra octavam Ascensionis”,[ciii] giorno in cui si teneva il “sinodo” di Santa Anastasia, quando tutti coloro che possedevano benefici nell’ambito territoriale dell’arcidiocesi, erano tenuti a comparire personalmente in cattedrale, davanti alla cattedra arcivescovile, manifestando la loro obbedienza pagando il “catthedraticum”.

Questa festività della santa titolare della cattedrale, ovvero della chiesa madre (“matris Eclesie”) di Santa Severina, il cui carattere mobile implica sicuramente un riferimento a tempi molto remoti, risulta richiamata già in un atto del giugno 1219 conservato in una copia del secolo XIV, attraverso cui l’arcivescovo Dionisio, concesse all’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo, la chiesa di San Giovanni de Monticello posta in territorio di Policastro, fatto salvo il diritto dovuto alla “matris Eclesie, silicet scefato uno annuat(im) persolvendo in festivitat(e) sancte Anastascie.”[civ]

Santa Anastasia Romana. L’ultima foto riproduce la santa alla base di un ostensorio (1821) conservato al Museo Diocesano di Arte Sacra di Santa Severina.

 

La patrona della città

Riconosciuta in qualità di nume “Tutelare e Padrona della Città”, che troviamo succedere all’altra santa martire Severina,[cv] la santa martire Anastasia, “Titularis, et Tutelaris” della cattedrale di Santa Severina,[cvi] nonché di due dignità del capitolo (Cantorato e Arcipresbiterato), riassume in sé, adeguandoli al suo tempo, i significati appartenuti alle divinità femminili che l’avevano preceduta, tutte espressioni primordiali della potenza rigeneratrice della natura, che rendono conto delle diverse fasi attraverso cui si realizzò la strutturazione del territorio in epoca storica.[cvii]

Ne abbiamo testimonianza fin dall’evo antico quando, secondo il mito, i Crotoniati, reduci dalla guerra di Troia, al termine del loro viaggio, sarebbero giunti erranti nella “regione” posseduta da “una Amazone”, rappresentata dalle “inaccessibili alture della Sila” dove, dopo molti sforzi, sarebbero infine riusciti a distruggere “la città dell’Amazone”, uccidendo “la regina che porta il nome del suo paese”.[cviii]

In relazione all’importanza di questo racconto che fissa nel mito un atto fondativo,[cix] questa divinità femminile, in qualità di personaggio eponimo, è ricordata da Stefano Bizantino agli inizi dell’età altomedievale (sec. V-VI d.C.) il quale, citando Arriano, riferisce che “Abrettenia”, territorio di Misia, era così chiamato dalla “ninfa Brettia” (Ἀβρεττηνή, χώρα Mυσίας, ἀπὸ Bρεττίας νύμφης),[cx] mentre Iordanes, ripercorrendo i fatti accaduti in Italia al tempo di Alarico, evidenzierà che i “Brittios”, ovvero la regione dei “Bryttiorum”, aveva tratto questo nome da quello della regina “Bryttia”[cxi] come, del resto, riferirà successivamente, anche Paolo Diacono (sec. VIII d.C.), facendone risalire l’origine a quello della “reginae quondam suae nomine appellata”.[cxii]

Con l’erezione della metropolia, tali significati saranno ereditati da Santa Severina (fine del sec. IX – inizi del sec. X), la cui figura trova un corrispettivo in quella di Santa Dominica/Santa Cyriaca, patrona di Tropea, in quanto entrambe testimonianze di una religiosità che può essere riferita ancora al Cristianesimo latino, mentre, in questa fase, analogamente a ciò che succede a Santa Severina, Santa Cyriaca/Gerace contraddistingue il passaggio dalla Locri romana al nuovo vescovato greco.[cxiii]

Con la testa coronata, Santa Severina compare sul sigillo dell’università ancora in età moderna. In questa rappresentazione, di difficile interpretazione, che rimonta all’antichità, i tratti caratteristici della “SANTA” non possono trovare riscontro con altre rappresentazioni moderne, perché la canonizzazione delle loro figure è stata sicuramente successiva. Le analogie vanno quindi ricercate nelle realtà cittadine più prossime a Santa Severina, ed in relazione ai miti fondativi che rendono conto della formazione del territorio e della sua particolare identità.

In questa direzione possiamo osservare che, i toponimi delle quattro diocesi suffraganee della nuova metropolia, dimostrano di essere tutti correlati alle caratteristiche dei luoghi in cui sorsero questi insediamenti, mentre i santi titolari delle loro chiese, prescelti come protettori delle comunità, ad esclusione di Isola, dove ciò che sappiamo in merito alla cattedrale dedicata all’Assunta, emerge solo in una fase in cui il suo territorio si mostra già compenetrato con quello di Crotone, dimostrano tutti uno spiccato carattere militare.

Si tratta delle figure tradizionali della cultura guerriera cara al modo greco-bizantino, come San Michele Arcangelo a Belcastro, San Teodoro a Cerenzìa e San Donato a Umbriatico, che esprimono la volontà delle nuove comunità di confidare nella loro protezione/difesa. Una circostanza evidentemente legata al particolare momento storico in cui queste comunità sorsero, caratterizzato dalla lotta per la riconquista del territorio, condotta dai Bizantini nei confronti dei Saraceni e dei Longobardi sul finire del sec. IX.

Da sinistra verso destra: San Teodoro, San Donato e San Michele Arcangelo.

Anche la figura di Santa Severina, quindi, deve esprimere tali significati che, in considerazione della qualità agiografica del toponimo che identifica la città, non possiamo non riconoscere in quelli di una divinità appartenente alla tradizione locale.

La figura di Santa Severina sul sigillo della sua città, dove compare coronata e nuda in quanto erede dell’antica sovrana dello spazio selvaggio (le vesti nel disegno pubblicato dall’Ughelli e nell’attuale gonfalone del Comune devono essere considerate una pudica aggiunta), mentre estrae dal suo petto due spade, rappresenta quindi un richiamo all’antico mito della “regina” guerriera, il personaggio eponimo che manifesta la sua vittoria sulla morte, in ragione delle sue qualità rigeneratrici di divinità madre.

Il sigillo dell’università di Santa Severina pubblicato dall’Ughelli nel volume IX (1721) della sua “Italia Sacra” (1), riprodotto negli atti del catasto onciario cittadino del 1785 (2), su alcuni documenti del 1810 (3) e sull’attuale gonfalone comunale (4).

Questi significati mantenuti in età medievale, perché, in questo periodo, il territorio a cui sono correlati, mantenne inalterata la sua antica economia e la sua identità selvaggia legata alla “Montagna”, saranno evidenziati anche da Santa Anastasia il cui nome significa “resurrezione”.

Anche nel suo caso, infatti, le raffigurazioni della santa conservate a Santa Severina, oltre a evidenziare i suoi attributi tipici, la mostrano tenere nelle mani la città che, in ragione del suo ruolo di patrona, risulta posta sotto la protezione del suo braccio, come ricorda l’iscrizione posta sul portale principale della cattedrale: “BRACHIO SANCTO SUO DEFENDET. SAP.S”.

Ne costituisce esempio il sigillo ovale del Capitolo, dove Santa Anastasia, vestita con la tonaca monacale, appare in piedi martire sul rogo, mentre tiene nella mano destra un ramo di palma, emblema della vittoria del martirio sulla morte, e sorregge con la mano sinistra il vangelo, su cui poggia un simulacro della città di Santa Severina.

Tale simulacro che appare del tutto anonimo in alcune rappresentazioni abbastanza tarde, in questo caso, invece, evidenzia una chiara caratterizzazione, che trova confronti con i “tria castella” menzionati dal Malaterra al tempo della conquista della città da parte del duca Roberto e del conte Ruggero,[cxiv] in riferimento all’antico mito che racconta la nascita del territorio dei Brettii tramandato dalle fonti classiche.[cxv] Essa, infatti, risulta la patrona principale dell’arcidiocesi,[cxvi] ricevendo la devozione “de populi convicini”,[cxvii] e la sua protezione si estende “per totam Provinciam Metropoliticam”.[cxviii]

Sigillo del Capitolo di Santa Severina.

Rispetto a questa rappresentazione, dove non risulta coronata, ma compare con l’aureola che ne esprime genericamente la santità, tutte le raffigurazioni più tarde della santa conservate a Santa Severina, la ritraggono invece con la corona che, non risultando mai tra i suoi attributi, possiamo riferire soltanto ad un fatto locale, forse relativo al periodo in cui sul vescovato fu esteso il regio patronato.[cxix]

Raffigurazioni più recenti di Santa Anastasia conservate a Santa Severina: dipinto su tavola (1790), statua di argento fatta realizzare dopo il terremoto del 1783 dall’arcivescovo Antonino Ganini (1763-1795), particolare di un ostensorio (1821), statua recente in cartapesta. Museo Diocesano di Arte Sacra di Santa Severina (KR).

 

La cappella di Santa Anastasia (sec. XVI-XVIII)

Sembrano confermare questa tesi alcune rappresentazioni più antiche di Santa Anastasia ancora conservate a Santa Severina, costituite da un quadro attribuito al pittore Fabrizio Santafede (Napoli nel 1560 circa. – morto dopo il 1628), che doveva trovarsi nell’antica cappella della santa posta in cattedrale, e da un bassorilievo proveniente, probabilmente, dalla stessa cappella, poi spostato, assieme ad altri, nella “Cappella del Crocifisso”, forse al tempo dei lavori fatti realizzare dal Pujia nei primi anni del Novecento,[cxx] quindi sistemato all’interno del “battistero” nel 1955[cxxi] ed, infine, recentemente smontato e depositato nei locali di una ex scuola.[cxxii]

Cattedrale di Santa Severina (KR). Bassorilievo raffigurante Sant’Anastasia (Orsi P., 1929) e quadro che ritrae la santa attribuito a Fabrizio Santafede.

Di questa antica cappella dove si raccoglievano numerosi “vota Cerea”, offerti quotidianamente dai fedeli alla santa vergine Anastasia, consistenti in “votis” ed in alcuni “toreis”, abbiamo notizia già alla metà del Cinquecento, quando sappiamo che al suo interno, protetto da una vecchia cancellata lignea, c’era l’altare ad essa consacrato.

Alla metà del Cinquecento, un’altra importante ed antica rappresentazione della santa, oggi ormai perduta, esisteva sopra l’altare maggiore, dove si trovava la “Cona magna” con le immagini dipinte della Gloriosa Vergine Maria e della Gloriosa Vergine Anastasia, insieme ad altre tre vergini ed ai quattro dottori della Chiesa, con in mezzo l’immagine del Salvatore in croce pendente. L’icona che “in calce” raffigurava anche i dodici apostoli, risultava provvista di una tela azzurra, era dorata, antica, molto bella e ben conservata.[cxxiii]

Nella sacrestia “magna” era conservato, invece, il braccio di Santa Anastasia “con la carne, nerve, pelle, et piccoli peli”,[cxxiv] che rappresentava la principale reliquia esistente nella cattedrale.[cxxv] Alla metà del Cinquecento, questa si trovava riposta in una grande cassa di noce con serratura e chiave che custodiva il tesoriere, all’interno della quale si trovava una “cassula” coperta di seta verde, dentro la quale era custodito il braccio della Gloriosissima Vergine e Martire Santa Anastasia diligentemente tenuto, ben conservato e ricoperto di argento che, attraverso una “fissuram argentatam” lasciava vedere le ossa e la carne che costituivano la reliquia.[cxxvi]

La reliquia del braccio di Santa Anastasia con l’arme dell’arcivescovo Niccolò Carminio Falcone (1743-1759), conservata nel Museo Diocesano di Arte Sacra di Santa Severina.

La teca d’argento contenente la reliquia della santa, fu fatta dorare dall’arcivescovo Giulio Antonio Santoro (1566-1573), quando ancora risultava conservata in un “reliquiario” riposto in una delle due sacrestie,[cxxvii] come risulta anche al tempo di Alfonso Pisani (1587-1623).[cxxviii]

Il suo successore Fausto Caffarelli (1624-1651), invece, rese perfette le fabbriche della sua cappella,[cxxix] vi ripose la reliquia e la dotò di una lampada mantenuta sempre accesa a sue spese.[cxxx]

Al tempo di Francesco Falabella (1660-1670), la cappella di Sant’Anastasia, posta sul lato sinistro dell’altare maggiore, era una delle quattro cappelle della cattedrale,[cxxxi] in cui si conservava la sua effige e la sua insigne reliquia costituita dal suo braccio,[cxxxii] come risulta anche al tempo di Carlo Berlingieri (1679-1719),[cxxxiii] quando fu ornata con croci d’argento, candelabri, vasi, ecc.[cxxxiv]

Durante l’arcivescovato di Nicolò Pisanelli (1719-1731), agli inizi di giugno del 1726, la cappella di S. Anastasia[cxxxv] fu danneggiata da un temporale, quando il quadro della titolare sarebbe stato visto miracolosamente trasformarsi,[cxxxvi] mentre ancora al tempo di Niccolò Carminio Falcone (1743-1759), a sinistra dell’altare maggiore, esisteva la cappella di Santa Anastasia che era la seconda “in Cornu Epistolae”, e in un “Armario lapideo” posto sopra il suo altare, si conservava il braccio della santa nella sua teca, assieme ad altre reliquie.[cxxxvii]

 

Note

[i] “MH. Tῇ Ἁγίᾳ Σευηρινῇ τῆς Kαλαβρίας. ὁ Eὐρυάτων, ὁ ’Aϰερεντίας, ὁ Kαλλιπόλεως, [ὁ] τῶν ’Aησύλων.”. Gelzer H., Georgii Cypri Descriptio Orbis Romani, Lipsia 1890, p. 82.

[ii] Amari M., Storia dei Musulmani di Sicilia, I, Firenze 1854, pp. 253-275.

[iii] “I musulmani di Sicilia e di Africa si mostrano a un tempo nel Ionio e nel Tirreno. Occupano S. Severina e Amantea; presidiano Taranto; afforzansi al capo Licosa e si fan padroni di Ponza.”. Moscato G.B., Cronaca dei Musulmani in Calabria, 1902 rist. 1963, p. 15.

[iv] “Stefano fallisce un colpo sopra Amantea, tenuta dai musulmani; e Basilio manda in sua vece Niceforo Foca, creato stratego di Calabria; il quale ultima il riacquisto, prendendo Amantea e Santa Severina.” Moscato G.B., Cronaca dei Musulmani in Calabria, 1902, rist. 1963 p. 21.

[v] Theophanes Continuatus, V, 71, in Migne J. P., Patrologia greca, CIX, coll. 327-330.

[vi] “Calabriam, qua residebat Graecorum exercitus super Saracenos in Sancta Severina commorantes, properarunt; ubi et omnes Graiorum gladiis extincti sunt. Dehinc Amanteum castrum captum est; deinde et dictae Beatae Severinae oppidum apprehensum est.” Erchemperti, Historia Langobardorum Beneventanorum, in Waitz G., Monumenta Germaniae historica, Scriptores/3, Hannoverae 1878, p. 256.

[vii] “Anno 272” (18 giugno 885-7 giugno 886). “Spirata quest’anno la tregua che Sawâdah, emir di Sicilia, avea stipulato coi Rûm, ei mandò le gualdane nei paesi che i Rûm teneano ancora nell’isola; le quali predarono e ritornarono. Questo medesimo anno venne di Costantinopoli, con grande esercito, un patrizio per nome Niceforo; il quale posto il campo sotto Santa Severina assediolla e strinse i Musulmani che la tenenano; tanto ch’essi resero la città a patti, e se ne andarono in Sicilia. Quindi Niceforo mandò un esercito alla città di Amantea, la quale fu assediata e costretto il presidio a renderla a patto e (tornarsene) a Palermo in Sicilia.”. Amari M., Biblioteca Arabo-Sicula volume primo 1880, pp. 399-400.

“L’anno 272 Sawâdah, principe di Sicilia, mandò le gualdane nei paesi dei Rûm; le quali ritornarono con preda. Lo stesso anno seguirono parecchi scontri tra i Musulmani ed un patrizio per nome Niceforo. Venuto di Costantinopoli con un grande esercito, questi entrò nella città di (Santa) Severina; dalla quale il presidio musulmano uscì per accordo e [ritornò] in Sicilia.”. Amari M., Biblioteca Arabo-Sicula volume secondo 1881, pp. 17-18.

[viii] Costantino Porfirogenito, De thematibus, 10. Ed. Immanuel Bekker, Bonnae 1840, pp. 58-60.

[ix] Guillou A., Le iscrizioni bizantine di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, giugno 1999, pp. 37-45.

[x] “Sedes in ea Episcopalis antiquissima, ut Epistolae Innocentii III., vetustaeque inscriptiones indicant;”. ASV, Rel. Lim. Santa Severina 1685, f. 326.

[xi] “Plures aliae Graecae inscriptiones tum in Cathedrali, tum in aliis ejusdem civitatis Ecclesiis sunt, et Episcoporum Graecorum inscriptiones quae vetustate pene deletae vix videri, non tamen legi possunt.” Ughelli F., Italia Sacra, IX, Venezia 1721, c. 475.

[xii] Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, Prefazione p. VII.

[xiii] Capialbi V., Opuscoli Varii del dottor Vito Capialbi, Tomo III. Epistole, Riviste, Illustrazioni e Descrizioni, Napoli 1849, p. 81. Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, Una lettera del Conte Vito Capialbi, pp. 231-232.

[xiv] “Codesto arcivescovo Giovanni ci è noto esclusivamente per questo titolo; che egli s’abbia ad identificare con un suo omonimo, intervenuto nel 1129 alla coronazione di re Ruggero in Palermo (Taccone Gallucci, Regesti, pag. 425) non credo assolutamente, essendo il Battistero opera senza dubbio prenormanna. Si pensò da taluno che a lui debbasi la creazione del monumento, la cui data sta nascosta nell’indizione XIII, dalla quale però non è possibile ricavare l’anno esatto.” Orsi P., Siberene – S. Severina, in Le Chiese Basiliane della Calabria, Firenze 1929 p. 208. “Che esso sia prenormanno e dovuto ai Bizantini, pare l’opinione più attendibile.” Orsi P., Siberene – S. Severina, in Le Chiese Basiliane della Calabria, Firenze 1929 p. 212.

[xv] Guillou A., Le iscrizioni bizantine di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, giugno 1999, pp. 37-39.

[xvi] Rende P. La chiesa medievale di Santa Severina intitolata a San Giovanni Battista, www.archiviostoricocrotone.it

[xvii] Capialbi V., Opuscoli Varii del dottor Vito Capialbi, Tomo III. Epistole, Riviste, Illustrazioni e Descrizioni, Napoli 1849, pp. 82-83. Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, A proposito d’iscrizioni greche, p. 240.

[xviii] Capialbi V., Opuscoli Varii del Dottor Vito Capialbi, Tomo I, Napoli 1840. Esposizione di un anello d’argento, e di un bollo di rame. – Al chiarissimo Cav. Roberto Betti Intendente della Prima Calabria Ulteriore, pp. 9-10.

[xix] 10 agosto 1199. Universis archiepiscopis, episcopis, comitibus, baronibus, civitatibus et universo populo in regno Siciliae consistentibus, nuntiat conversionem Marcovaldi, olim infestissimi hostis Constantiae imperatricis et Friderici regis Siciliae. «Item excomunicamus J. quondam electum Sanctae Severinae, qui eidem Marcovaldo adhaerens, administrationem Salernitanae ecclesiae de ipsius manu recepit».” Russo F., Regesto I, 486.

[xx] Escludendo il Giovanni che compare come teste lontano da Santa Severina durante il breve periodo 1263-1264 nei documenti vaticani (13 marzo 1263: “Iohannes, Archiepiscopus S. Severinae” (Russo F., Regesto I, 964). 10 luglio 1263: “Iohannes, Archiepiscopus S. Severinae” (Ibidem, 965). 3 aprile 1264: “Iohannis, Archiepiscopi S. Severinae” (Ibidem, 973). 9 aprile 1264: “Iohanne, archiepiscopo S. Severine” (Ibidem, 974). 17 giugno 1264: “Iohannes, archiepiscopus S. Severinae” (Ibidem, 979)), la notizia più antica che menziona un arcivescovo di Santa Severina con questo nome, risale al febbraio del 1118 nei documenti vaticani (20 febbraio 1118. “Consecrationi Gelasii II papae, Caietae celebratae, intersunt Archiepiscopi Sennes Capuanus, Landulfus Beneventanus … J(ohannes) Sanctae Severinae … et quamplures alii de Apulia et Calabria, cum Guillelmo Troiano et diversarum regionum episcopis. Russo F., Regesto I, 269.), mentre una carta latina locale, sospetta di falso, traduzione di un documento greco deperdito, menziona il “sanctissimus metropolitanus dominus Gregorius” nel novembre di quello stesso anno (Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 27-30). In precedenza, l’arcivescovo greco di Santa Severina, che si ritiene possa essere Costantino (“Constantino” compare nel 1099 (Ughelli F., Italia Sacra tomo IX, Venezia 1721, cc. 476-477), e risulta presente “al concilio di Guastalla (1105) e a quello Romano (1112)”. Le Pera F., Alcune note sulla cronotassi degli Arcivescovi di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi giugno 2001, p. 12., che cita Russo F., L’Episcopato calabrese nei Concili, in Almanacco Calabrese, anno XII, n. 12, 1962, p. 78.), risulta menzionato al tempo di Pasquale II (1099-1118), tra coloro che sottoscrissero l’annullamento del privilegio per le investiture, concesso l’anno prima dal papa all’imperatore Enrico V (23 marzo 1112. “Edicto Synodali de «pravilegio» subscribunt, inter alios, Archiepiscopi Sennes Capuan, Landulfus Beneventan, Amalfitan, H. Regitan, Hidrontin, Brundusinus, Compsam (als Consentin), Girontin, et graeci archiepiscopi Rossanen et Sanctae Severinae.” Russo F., Regesto I, 258 e nota n. 86). Secondo il Pirro, che lo scrive nella sua “Sicilia Sacra” (1733), “Joannes Sancta Severina Archiepiscous”, fu tra i presenti alla coronazione di Ruggero II, il giorno di Natale del 1130 (Pirro R., Sicilia Sacra, 1733 tomo I, p. XIV-XV. “Si rilevano con certezza le due coronationi di Rogerio dalla Cronologia degl’Arcivescovi di S. Severina perché ivi si legge: Ioannes Archiepiscopus coronationi Rogeri Siciliae Regis adstitit anno MCXXIX.” AASS, 84A, f. 31v). Tale circostanza è riportata già dal Fiore che, nella sua cronotassi, ripresa dal Taccone-Gallucci (In questo elenco, Giovanni risulta “intervenuto alla incoronazione del Re Ruggiero in Palermo” (1129), preceduto da Costantino, “che fondò il Monastero di Basiliani detto Calabro-Mariano nella sua Provincia Ecclesistica” (1099), da Rosano “nel Concilio Romano del Papa Pasquale II” (1112) e da Silverio, “che assisté alla consecrazione del Papa Gelasio II in Roma (1119), mentre fu seguito da Romano che risulta “in un diploma dell’Archimandritato del Patirio di Rossano” (1132). Taccone-Gallucci D., Regesti dei Romani Pontefici per le Chiese della Calabria, Roma 1902, pag. 425), pone Romano dopo Giovanni (“Costantino è il primo degli arcivescovi di questa metropoli: quello il quale l’anno 1099 presta l’assenso a Policronio, vescovo geruntino, ch’edifichi il monasterio di S. Maria di Altilia. A questi succede Rosano, il quale l’anno 1112 interviene al Concilio di Laterano sotto papa Pascale II; ed a lui Silverio, il quale l’anno 1119 si ritrovò presente alla consagrazione di papa Gelasio I; indi poi abbiamo Giovanni, già presente alla coronazione del re Rogiero fatta in Palermo l’anno 1129. Succede senz’altro Romano, il quale l’anno 1132 soscrive ad una donazione di Mobilia, figliuola del duca Roberto Guiscardo, a beneficio della chiesa e monaci del Patiro.” Fiore G., Della Calabria Illustrata, tomo II, p. 534). Questo successore di Giovanni compare in un privilegio latino tradotto dal greco (Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 481-482), datato “anno Mundi 6636. qui erat Christi 1132” (sic), ed è ricordato a posteriori nel 1183 (AASS, Pergamena 001).

Risultano datate invece nella prima metà del Trecento, le vicende dell’arcivescovo “Iohannes de policastro”, che troviamo relativamente alla reintegrazione del pagamento delle due decime dovute alla Santa Sede per gli anni 1310-1311, “In provincia S. Severine et eiusdem Diocesis”: “Presbiter Iohannes de Pollicastro eo iure tar. VII gr. XV” (Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, 1939, p. 203. Russo F., Regesto I, 2356. Scalise G.B. (a cura di), Siberene, Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, 1999, p. 280). Più tardi, egli fu arcivescovo di Santa Severina, come riporta l’Eubel, il quale annota che fu provvisto il 31 maggio 1320 e che, in precedenza, era stato canonico della stessa chiesa (Eubel C., Hierarchia Catholica Medii Aevi, 1913, vol. I, p. 448). Di lui fanno menzione l’Ughelli (“Joannes electus promisit sacro Collegio solitum charitativum subsidium die 2 Julii anno 1320 cujus meminit et Reg. Vatic. Joanni XXII. epist. 927. anni 4. caetera ignorantur.”. Ughelli, cit. t. VIII, p. 484) ed il Fiore, che a “Paolo, di cui si ha memoria nel Registro di Napoli l’anno 1309”, fa seguire, “ma senza certezza di tempo”, “Giovanni, la cui memoria apparisce l’anno 1320” (Fiore G., cit. II, p. 535). Il 22 giugno 1321, Giovanni de Policastro ricevette il pallio vescovile: “Iohanni (de Policastro), archiepiscopo S. Severinae, assignatur pallium, per archiepiscopatum Rossanen. Tradendum” (Russo F., Regesto I, 2552) ma, come riferisce il Sisca, successivamente, il presule “fu sospeso donec Pontifex melius informetur perché aveva assunto in sede vacante, due anni prima, le funzioni di Arcivescovo di S. Severina” (Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 217-218, che cita: Archivio Vaticano 8F. 73 EP. 431). Giovanni compare ancora in qualità di arcivescovo di Santa Severina in occasione del pagamento delle decime dovute alla Santa Sede per l’anno 1326 (“(f. 89) Item in provincia ac civitate et dyocesi S. Severine. Dominus Iohannes archiepiscopus dicte civitatis unc. duas et tar. quindecim.” Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, Apulia-Lucania-Calabria, 1939, p. 205), e in un atto dell’abazia di Sant’Angelo de Frigillo del 4 marzo 1330 (“Iohannes (de Policastro) archiepiscopus Sancte Severine”. Pratesi A., cit., p. 452, n. 240, che cita: “cf. Gams, Series episcoporum, p. 922; Eubel, Hierarchia catholica, I, p. 448 donde risulta che fu sospeso da Giovanni XXII il 5 febbraio 1322; Taccone-Gallucci, Regesti dei romani pontefici, p. 425”).

[xxi] “Nell’antica Cattedrale poi di Santa Severina forse diligentemente perquirendo si potrebbe rinvenire qualche altra memoria del medio-evo; giacchè quel mio egregio amico Signor Arcidiacono Deodato Ganini, che riunisce a’ grandi meriti ecclesiastici cortesi maniere, vastità, e profondità di dottrine, mi ha rimesso altre tre iscrizioni greche, sebbene monche, dell’epoca, di cui parliamo. Capialbi V., Opuscoli Varii del Dottor Vito Capialbi, Tomo I, Napoli 1840. Sopra alcuni monumenti del medio-evo esistenti in Calabria. Lettera del Cavaliere Vito Capialbi al Signor Carlo Bonucci, Architetto Direttore degli Scavi di Antichità in Napoli, estratto Dal Faro, Anno IV, Tomo 11, Fasc. N. 11 e 12, Novembre e Dicembre 1836, p. 5.

[xxii] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 203.

[xxiii] “Aggiungasi che anche lo Stato nulla vi ha fatto sin qui; e solo l’arcivescovo mons. Carmelo Pujia ha speso recentemente ingenti somme per i restauri della sua cattedrale, senza concorso tecnico o finanziario degli uffici dei monumenti; …”. Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 200.

[xxiv] www.treccani.it/enciclopedia/paolo-orsi_(Dizionario-Biografico)/

[xxv] “Ho passato in due riprese nella primavera del 1911 alcuni giorni a S. Severina …”. Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 201. “Quanto espongo è il frutto di due rapide visite fatte a S. Severina nel maggio e giugno del 1911, coadiuvato dai miei bravi collaboratori prof. Sebastiano Agati e Rosario Carta, il quale ultimo vi fece una nuova visita nel novembre per completare i suoi disegni, ed eseguire qualche tasto.” Orsi P., Siberene cit., 1929, pp. 205-206.

[xxvi] Orsi P., Le chiese Basiliane della Calabria, Santa Severina in Bollettino d’arte del Ministero della P. I., VI (1912), pp. 189-239.

[xxvii] “Nessun archeologo, che a me consti, è stato lassù, e nemmeno il Lenormant; e così non fu visitata nè dallo Schultz, nè dal Salazaro, nè dal Bertaux, che pubblicarono opere grandiose sull’arte ed i monumenti del Mezzogiorno.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 200. In nota afferma poi l’Orsi: “Forse la visitò, ma in ogni caso troppo rapidamente, il DIEHL, che ai suoi monumenti medioevali dedicò brevi ma sensate pagine (L’Art byzantin dans l’Italie méridionale, pag. 199-203). Un rapido sguardo ai monumenti sanseverinati è stato dato anche dal Croce in Napoli Nobilissima 1894, pag. 71-72, riassumendo le opinioni, giuste od errate, dei vari studiosi stranieri.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 234, nota n. 18.

[xxviii] “Avendo Mons. Carmelo Pujia, con savio provvedimento, fatto distaccare dal muro settentrionale della cattedrale vecchia due epigrafi bizantine che vi stavano «ab immemorabili», e che tanto deperivano da essere prossime alla ruina totale, si accorse che nel fronte interno di una di esse era scolpito un grande titolo romano.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 204.

[xxix] “Per evitare anche che si possa rompere, l’Arciv. C. Puija pensa portare la campana nella sala dell’Episcopio: ove ha già posto le pietre con le iscrizioni greche e quanto altro ha trovato di antiche memorie.” Puija A., Un Vecchio Equivoco, in Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, p. 265 nota n. 8.

[xxx] “GNOSEΩGRAFIA, Storica Critica Cronologica della Regia Metropolitana Chiesa di Santa Severina”, AASS 084A.

[xxxi] “E finalm.te avendo perquisito il Volume, dove stà registrata la Cronologia degli Ar(civesco)vi di d.a Città di S. S(everi)na hò ritrovato al num.o 17 la seguente particola = Rogerius de Stephanutia Caroli I., et II. Neapolis Regis Consiliarius, ac familiaris, successit Bernardo, Anno 1274, et a Bonifacio VIII. ad Consentinam Ecclesiam fuit translatus Anno 1295.” AASS, 093A, f. 43v. “Rogerio di Stefanuzia o sia Stevenswort fiamengo, Consigliere del Re Carlo I e Carlo II d’Angiò.” AASS 084A, f. 44v. “Si distinse fra gli altri nella divozione verso detta gloriosa Protettrice Rogerio di Stefanuzia o sia Stevenswort nella Ghalhia oggi Francese eletto Arcivescovo sin dall’anno 1274. Fece egli costruire una nuova Cattedral Basilica a tre navate più estesa e magnifica della prima nel miglior sito della Città volgarmente detto il Campo; in dove trasferì pella publica venerazione l’ansidetta preziosa Reliquia. E lasciando alla Città il nome di S. Severina in memoria della Martire sudetta da più secoli adottato con solenne consagrazione dedicò la nuova Cattedrale sotto la special invocazione di S. Anastasia Vergine e Martire. Allora fu riconosciuta non solo qual Padrona e Tutelare della Città, come l’era stata da ben dugent’anni, ma dell’Arcidiocesi ancora e Provincia Metropolitica.” AASS 084A, f. 49.

[xxxii] “Ma se ignota resta l’epoca precisa della spiritual regenerazione de Seberenati, oscura è ancora quella del material edificio della loro Chiesa. Una lapide sottratta all’ingiurie de tempi serve tutta via di argomento parlante per far conoscere la solenne consagrazione della Chiesa Cattedrale Greca eseguita per mano del Vescovo di nome Ambrosio. Non fu ivi segnata l’Era di tal consagrazione, ma con greci caratteri ben dimostra che fu allor dedicata alla Beatissima Vergine, all’Apostolo S. Andrea ed alla Martire S. Severina (2): ed è questa Chiesa appunto che oggi si ravvisa col titolo Parocchiale sotto l’invocazione di S. Maria Magiore.” AASS, 84A, ff. 48-48v.

[xxxiii] AASS, 084A, ff. 52v-53.

[xxxiv] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 221. “In libera traduzione italiana del Giustiniani, Dizion. Geog. Del Regno di Napoli (1802) S. v. S. Severina; Taccone-Gallucci, Epigrafi cristiane del Bruzio, Calabria (Reggio C., 1905), pag. 50; non è fedele il testo di mons. A. Pujia, Cronotassi, pag. 18.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 235, nota n. 38.

[xxxv] “Vuole la leggenda, che vescovado e cattedrale sieno stati poi abbandonati alla fine del sec. XIII, causa le micidiali esalazioni che salivano dalla sottostante vallata, e trasportati da Ruggero di Stefanuzia sul colmo del colle, dove trovansi attualmente.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 215.

[xxxvi] “Una tradizione costante ed antichissima dice, che la cattedrale di S. Severina fosse posta nel sito dove ora sorge la chiesetta dell’Addolorata, sulla punta Nord-Est del colle. E là presso in immediata contiguità si osservano ruderi abbastanza vasti, dalla patina nera di molti secoli, denominati il Vescovato Vecchio.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 215.

[xxxvii] “A primo occhio le sigle intermedie mi parvero mi parvero significare Andreas, e già me ne andava fantasticando il Santo titolare di codesta Metropoli, menzionato nell’altra iscrizione del Vescovo Ambrogio favoritami;”. Opuscoli Varii del dottor Vito Capialbi, Tomo III. Epistole, Riviste, Illustrazioni e Descrizioni, Napoli 1849, pp. 70-71.

[xxxviii] “E poiché sono a pubblicare iscrizioni bizantine di S. Severina, ne aggiungo qui una che menziona lo stesso vescovo Ambrogio. È una lapide rettangolare in calcare duro, sul cui fronte di cm. 77 x 34 è inciso il titolo, che vedesi nella unita immagine fotografica (fig. 151). Le lettere sono molto affievolite ed in parte quasi cancellate, per il continuo stropicciamento dei piedi; infatti la pietra era stata collocata da ignoranti operai come gradino nel seminario, ma ora fu posta in salvo e murata nell’episcopio. Dove essa fosse collocata in origine non consta, ma con ogni probabilità era nella cattedrale vecchia;”. Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 221.

[xxxix] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 203.

[xl] Capialbi V., La continuazione all’Italia Sacra dell’Ughelli per i Vescovadi di Calabria, in Archivio Storico della Calabria II, 1914, p. 183.

[xli] Le Pera F., Da Siberene, città degli Enotri, a Santa Severina dei Bizantini, in Quaderni Siberenensi giugno 1999, p. 52.

[xlii] Guillou A., Le iscrizioni bizantine di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, giugno 1999, pp. 43-44.

[xliii] “Queste tre iscrizioni, e qualche altra, di cui è scomparso l’originale lasciando soltanto il ricordo attraverso pessimi apografi o libere traduzioni italiane, di cui non è lecito fidarsi, appartengono allo stesso ciclo.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 221.

[xliv] “L’arcivescovo Ambrogio fondatore della chiesa è altrimenti sconosciuto, e se la lezione della data è sicura, esso cade nella prima metà del mille, e deve essere quasi contemporaneo dello spatario Staurace. S’intende che la data è segnata ἀπo ϰτίσεως ϰόσμoυ cioè dal 5509 a. Cr. ed il nostro corrisponderebbe al 6544 ed appunto al 1036 coincide esattamente la quarta indizione.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 219.

[xlv] “Sono gratissimo all’amico dott. G. Gerola, Soprintendente a Ravenna, per l’aiuto prestatomi nella lettura di questa difficile epigrafe sulla fotografia. Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 235, nota n. 34.

[xlvi] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 219.

[xlvii] Le Pera F., Da Siberene, città degli Enotri, a Santa Severina dei Bizantini, in Quaderni Siberenensi giugno 1999, p. 52.

[xlviii] Guillou A., Le iscrizioni bizantine di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, giugno 1999, pp. 42-43. Tale interpretazione della data risulta anche quella del Gasperini, come afferma Francesco Le Pera, Alcune note sulla cronotassi degli Arcivescovi di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, febbraio 2000, p. 34, nota n. 37, che cita: Gasperini L., Vecchie e nuove epigrafi del Bruzio Ionico, Decima Miscellanea greca e romana, Roma 1986, pp. 165 e sgg.

[xlix] Guillou A., Le iscrizioni bizantine di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, giugno 1999, pp. 42-43.

[l] Guillou A., Le Brébion de la Métropole Byzantine de Règion (vers 1050), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1974, pp. 76 e 196.

[li] Rende P., La chiesa medievale di Santa Severina intitolata a San Giovanni Battista, www.archiviostoricocrotone.it

[lii] Russo F., La Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi C.A.M., Napoli 1957, pp. 43-44.

[liii] Russo F., cit., 1957, p. 44. Basilii Notitia, in Gelzer H., Georgii Cypri Descriptio Orbis Romani, Lipsia 1890, p. 27.

[liv] “… la metropolia di Reggio, alla quale furono sottomesse tutte le diocesi della Calabria, e cioè Gerace (Locri o S. Ciriaca), Squillace, Crotone, Cosenza, Vibona, Tropea, Nicotera, Tauriano, Tempsa e Turio. Le ultime due esistevano solo nominalmente.” Russo F., cit., 1957, p. 44.

[lv] Gelzer H., Georgii Cypri Descriptio Orbis Romani, Lipsia 1890, p. 82.

[lvi] Guillou A., Le Brébion de la Métropole Byzantine de Règion (vers 1050), Biblioteca Apostolica Vaticana, 1974.

[lvii] Parthey G., Hieroclis Synecdemus et Notitiae Graecae Episcopatuum, 1866, p. 265 e sgg.

[lviii] Ibidem, pp. 293-294 e 303.

[lix] “Metropolis Regium hos habet suffraganeos episcopos: (…)”; “Metropolis Cosentia hos habet suffraganeos episcopos: (…)”; “Metropolis Rossanun nullum suffraganeum episcopum habet”; “Metropolis Sancte Severine hos habet suffraganeos episcopos: Hembriacensem, Stroniensem, Genecocastrensem, Cotroniensem, Gerentinum.” Fabre M. P., Le Liber Censuum de l’Eglise Romaine, V, p. 104, Parigi 1889.

[lx] 1091: Romano arcivescovo di Rossano (Trinchera F., Syllabus Graecarum membranarum, 1865, p. 69); 1099: Antzerio arcivescovo della santa chiesa metropolitana di Reggio (Ibidem, p. 70); 1130: Cosma arcivescovo della città di Rossano (Ibidem, p. 141); 1167: Ioannes arcivescovo della città di Rossano (Ibidem, p. 225); 1170: Rogerio arcivescovo della metropoli di Reggio (Ibidem, p. 230); 1177: Basilio arcivescovo di Taranto (Ibidem, p. 248).

[lxi] Non possediamo più questi privilegi nella loro forma originaria scritta in greco, ma nella traduzione latina che, su richiesta dell’abate Nicola, fu fatta dai due giudici Nicola à Iudice e Michele de S. Mauro, come risulta nell’atto scritto il 2 dicembre 1253, in Crotone, per mano del pubblico notaio Giovanni di Pietra Paula. Ughelli F., Italia Sacra tomo IX, Venezia 1721, cc. 475-478.

[lxii] 31 maggio 1099 (a.m. 6607). “Polychronio Deo dilectissimo Episcopo Geruntinensi fundatori Sanctissimae Dei Genitricis Calabro Mariae”,dilectissimus Episcopus Geruntinensis Dominus Polychronius”, “beatissimo Metropolitano nostro Constantino Praesule Metropoli S. Severinae”, “d. Episcopo”, “dilectissimo Metropolitano nostro Constantino”, “quod non habeant licentiam, seu potestatem amodo aliquis de Metropolitanis, qui in ipsa Metropoli sint, ac possit de Sancta Severina inferre aliquando contrarium”, “tam ipsi Metropoli S. Severinae statutum et confirmatur à beatissimo Metropolitano nostro Constantino”, “Episcopo Geruntinensi Domino Polychronio”. Ughelli F., Italia Sacra tomo IX, Venezia 1721, cc. 476-477.

1 giugno 1115 (a. m. 6623). “Domino Patri nostro Episcopo Geruntinensi D. Polychronio”, “Episcopo Geruntinensi Domino Polychronio”, “Domino dilectissimi Metropolitae S. Severinae Domino Constantino”, “Metropolitani Dom. Constantini in magna Ecclesia Metropolitana”, “Episcopo Domino Polychronio”. Ibidem, cc. 477-478.

18 ottobre 1149 (a. m. 6653). “Domino Polychronio Episcopo Geruntinensi”, “Domino Constantino Metropolitano S. Severinae”, “Metropolitano Domino Constantino”. Ibidem, c. 478.

[lxiii] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, p. 95-97.

[lxiv] “Meleto S(anc)tae Severinae Archiep(iscop)o”; “Archiep(iscopu)s Andreas”; “Archiep(iscopu)s romano”. AASS, Pergamena 001.

[lxv] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 101-106.

[lxvi] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, p. 048.

[lxvii] Giugno 1219: “Dionisius divina miseratione archiepiscopus Sancte Severine” (Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 282-284). 1223-1224: Dionisio santissimo arcivescovo di Santa Severina (Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, p. 83). 1226: Dionisio santissimo metropolita di Santa Severina (Trinchera F., Syllabus Graecarum membranarum, 1865, p. 376). 1228: Dionisio santissimo metropolita di Santa Severina (Ibidem, p. 385). 1229: Dionisio santissimo metropolita di Santa Severina (Ibidem, p. 390). 27.02.1233: “Bulla Gregorii papae VIIII confirmationis donationis factae per b. m. Dyonisium metropolitam S. Severinae” (De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, p. XXVIII).

[lxviii] “… si accorse che nel fronte interno di una di esse era scolpito un grande titolo romano.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 204.

[lxix] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 204.

[lxx] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 205.

[lxxi] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 205.

[lxxii] “La cathédrale a bien conservé dans l’ensemble le plan d’une basilique; et quelques tronçons de colonnes, dressés devant le porche, exactement pareils pour le diamètre et pour la nature de la pierre aux colonnes du baptistère, proviennent peut-ètre de l’ancien édifice.” Jordan E., Monuments byzantins de Calabre, Santa Severina, in Mélanges d’archeologie et d’histoire, tome 9, 1889, p. 324. https://www.persee.fr/doc/mefr_0223-4874_1889_num_9_1_6593.

[lxxiii] “Parecchio altro materiale costruttivo antico fu impiegato nella erezione del Battistero bizantino; delle otto colonne, sette sono di granito ed una di pezzami intonacati;”. “Davanti alla cattedrale sono erette cinque esili colonne in granito ed un paio in porfido; ed è in marmo pario (sic) un grosso masso deformato, che davanti la chiesa serviva per bancone. Fungono poi da soglia dell’attuale portone dell’episcopio due pezzi di architrave in marmo greco, i quali presentando una doppia fronte facevano parte di un portichetto corinzio.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 205.

[lxxiv] Parthey G. e Pinder M., Itinerarium Antonini Augusti et Hierosolymitanum, 1848, pp. 52-53.

[lxxv] Rende P., Gli abitati scomparsi di Paterno e Neto, www.archiviostoricocrotone.it

[lxxvi] “(…) tra Cutro, e’l fiume Neto occorre un castello dal nome del fiume chiamato Neto : dove si veggono le rocche, dalle quali hoggidì si cava’l sale bianchissimo (…)”; a margine: “Rocche di sale in Neto”. “(…) e nel suo territorio sono questi Casali, S. Mauro, S. Giovanni, e Scaualio. (…)”; a margine: “Casali di Neto”. Marafioti G., Croniche et Antichità di Calabria, Padova 1601, libro III, p. 211v.

[lxxvii] “Su una delle faccie del masso che reca l’iscrizione romana sopra illustrata è scolpito il titolo bizantino di cui dò l’immagine fotografica alla fig. 149. Si direbbe tracciato se non proprio dalla stessa mano, certo coi medesimi caratteri di quello dello spatario Staurace, che segue.” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 219.

[lxxviii] Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 219.

[lxxix] Guillou A., Le Brébion del la Métropole Byzantine de Règion, Biblioteca Apostolica Vaticana 1974.

[lxxx] “Metropolitico postmodum honore insignita ante annum millesimum nonagesimum nonum, eidem insuffraganeos attributis undecim Episcopalibus Ecclesiis, quarum duabus penitus ab antiquo deletis, nempe Xithomensi, et Florentinenesi; Militensi vero, et S. Marci Apostolico indulto à Metropolitani iure ad immediatam S. Sedis subiectionem transuectis; Illa autem Sancti Leonis à B. Pio V. huic Ecclesiae subiective unita: supersunt nunc sex tantum V(idelicet): Umbriaticen., Insulan., Bellocastren., Strongolen., et qui praest simul duabus aeque principaliter unitis Ecclesiis Geruntinen., et Cariaten., …”. ASV, Rel. Lim. Santa Severina 1685, f. 326-326v.

[lxxxi] “Et si enim decem in libro Provinciali huius metropolis suffraganei re / censeantur, eorum tamen quatuor, sive quinque hoc n(ost)ro desunt aevo / si quadem Duo, Melitensis nempe, et S.ti Marci, Romonarum Pontificuum Diplomata metropolitana Jurisd.e exempti, et S. Sedi immediate / subiecti, hic Consentiam, ille vero Rhegium ad Provincialem Conven / tum accedit; Sitomensis vero, et Florentinen.s episcopatuum nulla, nisi in ipso Pro(vincia)li libro supersunt vestigia; S. Leonis tandem episco / palis Eccl(esi)a a S. Pio V huicmet suae Metropolitanae subiectivi unita.” ASV, Rel. Lim. Santa Severina 1725.

[lxxxii] Russo F., Regesto I, 30 e nota n. 18.

[lxxxiii] “Metropolis Sancte Severine hos habet suffraganeos episcopos: Hembriacensem, Stroniensem, Genecocastrensem, Cotroniensem, Gerentinum.” Fabre M. P., Le Liber Censuum de l’Eglise Romaine, V, p. 104, Parigi 1889.

[lxxxiv] AASS, pergamena 001.

[lxxxv] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, p. 212.

[lxxxvi] Pesavento A., La cattedrale di Santa Severina dedicata a Santa Anastasia Romana dal Quattrocento al Settecento, www.archiviostoricocrotone.it

[lxxxvii] 1 giugno 1273 “Ecclesia Sancte Severine in Calabria”. Russo F., Regesto I, 1060.

[lxxxviii] 6 febbraio 1198. “Capitulo Sanctae Anastasiae. Ex illo singularis excellentie privilegio quod unigenitus Dei Filius Jesus Christus Apostolorum Principi concessit, sanctorum patrum postmodum instituta manarunt, ut maiores cause ad sedem apostolicam perferrentur; quatenus quod super eis deberet statui, circumspecta ipsius responsio declaret. Cum igitur in ecclesia vestra, quae sub obedientia sedis apostolice perseverans, Graecorum hactenus et ritum servavit et linguam, per laicalem potentiam preter nostram auctoritatem et electionem vestram non tam latinus quam barbarus sit intrusus; nos de fratrum nostrorum consilio intrusionem ipsam irritam decernentes, ne diutius pastoris solatio vestra careret ecclesia, vobis humiliter postulantibus secundum statuta canonum et antiquam eiusdem ecclesie consuetuddinem liberam concedimus licentiam eligendi; per apostolica scripta vobis mandantes quatenus talem vobis in pastorem electione canonica preferatis, qui non minus prodesse desiderat et noverit quam preesse.” Russo F., Regesto I, 446.

[lxxxix] 9 febbraio 1198. “(Mathaeo) Capuano, (Guilelmo) Rheginen. et (Bartholomaeo) Panormitano archiepiscopis mandat, laborent ut intrusus barbarus ab ecclesia S. Anastasiae removeatur et ab ipsius capitulo electio possit in ea libere celebrari.” Russo F. Regesto I, 447.

[xc] 9 febbraio 1198. “Constantiae, imperatici Romanorum, mandat quatenus nullius impedimeni obstaculum interponat in electione Pastoris ex parte capituli S. Anastasiae.” Russo F., Regesto I, 448.

[xci] De Leo P., Documenti cit., pp. 47-49.

[xcii] “molte … vecchie mitre piccole di tela, che da quelle si prende testimonianza che in tempo antico li canonici di quella chiesa siano stati mitrati”. ASV, Rel. Lim. S. Severina, 1603.

[xciii] Pratesi A., Carte Latine cit., pp. 170, 283.

[xciv] “(f. 142v) In provincia S. Severine et eiusdem Diocesis. Receptio pecunie reintegrationis dictarum duarum decimarum. (…) Dominus Iohannes prothopapa pro reintegratione dictarum decimarum tar. I gr. XV. Dominus Iohannes prothosaltus pro reintegratione dictarum decimarum gr. VII.” Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, Apulia-Lucania-Calabria, 1939, p. 203. “(f. 143v) Presbiter Petrus prothopapa S. Iohannis de Monacho eo iure tar. II. (…) Presbiter Nicolaus prothopapa S. Mauri eo iure tar. II ½. Presbiter Constantinus prothopapa Sguro eo iure gr. VI.” Ibidem, p. 204. “(f. 89) Item in provincia ac civitate et dyocesi S. Severine. (…) Dominus Alamagnus prothopapa tar. unum gr. decem.” (…) Dominus Iohannes prothopapa tar. unum. (…) Presbiter Nicolaus prothopapa S. Mauri tar. tres et gr. quinque.” Ibidem, pp. 205-206. “(f. 120) In civitate et dyocesi S. Leonis eiusdem provincie. (…) Dompnus Theoderus prothopaa S. Leonis tar. tres.” Ibidem, p. 208.

[xcv] Per un approfondimento su questo diritto, Carnì M., Il Diritto Metropolitico di Spoglio sui Vescovi Suffraganei, Torino 2015.

[xcvi] Di un antichissimo diritto dei nostri Metropolitani, in Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, pp. 86-87.

[xcvii] AASS, pergamena 003.

[xcviii] “Metropolitico postmodum honore insignita ante annum millesimum nonagesimum nonum, …”. ASV, Rel. Lim. Santa Severina 1685, f. 326. Alla fine del sec. XI (maggio 1092) risalgono anche i primi privilegi concessi dal duca Ruggero alla cattedrale di Isola: “In quoquidem privilegio continebatur fabricae reparationis ecclesiae Santae Dei Genitricis et semper Virginis Mariae de Insula de tenimento Cotroni, quae longo tempore diruta lacerata et deserta”. AVC, Privilegio dello Sacro Episcopato della città dell’Isula, in Processo grosso di fogli cinq.cento settanta due della lite, che Mons. Ill.mo Caracciolo ha col S.r Duca di Nocera per il Vescovato, ff. 417 sgg.

[xcix] “Sul declinar poi del secolo XI. riuscì al glorioso Duca Roberto Guiscardo annientar il dominio de Greci Costantinopolitani nelle Contrade di Puglia e Calabria. Ne contento di ciò volle stendere le sue conquiste a danno di quel Greco Imperatore al di la delle spiagie Illiriche, sommettendo al suo comando diverse Provincie Oltremarine. Allora fu che ottenne dai cittadini di Zara in Dalmazia la preziosa reliquia del braccio destro di S. Anastasia Vergine e Martire: dove con special pompa e singolar divozione veneravasi l’intero corpo della Santa Martire.” AASS 084A, f. 48v.

[c] Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Comitis, in Muratori L. A., Rerum Italicarum Scriptores, Zanichelli N. Bologna s.d., tomo V, parte I, pp. 59-60.

[ci] “Sotto il di 29 Ottobre dell’anno 1083 in tempo del Ponteficato di Gregorio VII e di Cosma Costantinopolitano Patriarca ne dispose la solenne consegna in mano di Stefano che di quel tempo regea la Cattedra Vescovile.” AASS 084A, f. 48v.

[cii] 01.09.1301. Santa Severina. “Luciferus Dei gratia Sanctae Severinae archiepiscopus”, con il consenso del capitolo, concede per 5 anni all’abbate e al convento del monastero di Fiore, la libera e piena potestà di prendere l’acqua del fiume Neto per i propri mulini, pagando l’annuo censo di 2 oncie d’oro “in festo beatae Anastasiae, in mense octobris, vel circa festum eiusdem”. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 161-162. “La detta Città di S. Severina è in calabria nella provintia ultra, et vi è la chiesa Cathedrale Arcivesco(vi)le, e Metropolitana sotto lo titolo de S.ta Anastasia Romana Vergine, e Martire, et è consecrata, della quale Consecrat.e se ne fa la festa nella terza domenica de maggio, et di S.ta Anastasia si celebra alli XXVIIII de ottobre.” (ASV, Visita Apostolica alla diocesi di Santa Severina, 1586). “… qui mense Maio in festo dedicationis Ecc.ae Cathedralis, eidem S.tae Virgini, et Martyri dicatae …” (ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1633).

[ciii] ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1725, 1735.

[civ] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 282-284.

[cv] “… dichiarandola Tutelare e Padrona della Città la Chiesa Cattedrale che da tempo immemorabile era stata dedicata come si è detto sotto gl’auspici della Beatissima Vergine di S. Andrea Apostolo e della Martire S. Severina, sotto l’invocazione della nuova Tutelare ad imitazione della Cattedrale di Zara, restò di unita al Collegio Capitolare specialmente designata”. AASS 084A, f. 49.

[cvi] “Titularis, et Tutelaris Eccl(esi)ae, ac Patrona Principalis, est Sancta Anastasia Virgo, et Martyr, …”. ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1765.

[cvii] Rende P., La formazione del territorio Crotonese: dalla “chora” dei Brettii ribelli fino alle “terre” del “Marchesato” (sec. I-XIV), www.archiviostoricocrotone.it

[cviii] “Ed altri intanto giungeranno sulle inaccessibili alture della Sila e sul promontorio di Lino che alto si protende nel mare – regione posseduta da una Amazone – e accoglieranno il giogo di una donna di condizione servile. Lei condurranno le onde, errabonda, in straniera contrada, lei, serva di quella indomita vergine che va tutta coperta di bronzo, e cui, nell’atto di esalare l’estremo spirito, sarà strappato un occhio, che costerà la vita ad un Etolo pernicioso, brutto come una scimmia; il quale dall’asta ancora calda di sangue sarà passato da una parte all’altra. Un giorno, in vero, distruggeranno la città dell’Amazone i Crotoniati, uccidendo la regina che porta il nome del suo paese; ma molti pria cadranno sotto i colpi di lei mordendo coi denti la terra, né senza affanno abbatteranno le torri quei nepoti di Laureta.” Licofrone, Alexandra vv. 993-1007.

[cix] Rende P., La formazione del territorio Crotonese: dalla “chora” dei Brettii ribelli fino alle “terre” del “Marchesato” (sec. I-XIV), www.archiviostoricocrotone.it

[cx] Stefano Bizantino, Ethnica, s.v. Ἀβρεττηνή.

[cxi] Iordanes, De origine actibusque Getarum, XXX, 156.

[cxii] Paulo Diacono, Historia Langobardorum II, 17; MGH Hannoverae 1878, p. 98.

[cxiii] “Gerace (Haghia Kiriaké – Hierak), come abbreviazione di Santa Cyriaca o Sancta Dominica”. De Rose L., Le Dominazioni in Calabria analisi storico-linguistica, 2012, p. 46.

[cxiv] Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Comitis, in Muratori L. A., Rerum Italicarum Scriptores, Zanichelli N. Bologna s.d., tomo V, parte I, pp. 59-60.

[cxv] Rende P., La formazione del territorio Crotonese: dalla “chora” dei Brettii ribelli fino alle “terre” del “Marchesato” (sec. I-XIV), www.archiviostoricocrotone.it

[cxvi] “Eius Metrop(olita)na Ecclesia S: Anastasiae Virg. et Mart. Romanae, Civitatis, et Archidioecesis universae praecipuae principalis Patronae dicata”. ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1744.

[cxvii] “Vi sono due sacristie fatte nuovamente dal p(rese)nte Arcivescovo in una de quali si conservano le più pretiose cose della chiesa; dove stà un reliquiario munito di inferrate, et catenaccio, sopra un altare con alcune reliquie, la maggior delle quali è un braccio di Santa Anastasia padrona della chiesa come s’è detto, reliquia notabile, non solo per la devotione de populi convicini, ma anco perché si vede conservarsi in quella teca d’argento il braccio di quella santa con la carne, nervi, pelle et piccoli peli.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1603.

[cxviii] “Titularis, et Tutelaris Eccl(esi)ae, ac Patrona Principalis, est Sancta Anastasia Virgo, et Martyr, cuius festum omni possibili pompa, et solemnitate die 29. m.s Octobris quotannis celebratur, et servatur de praecepto per totam Provinciam Metropoliticam, in qua sub ritu duplicis minoris Officium recitatur, in Civitate vero, et Dioecesi sub ritu duplici primae Classis cum Octava ex decr. S.R.C.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1765. “Allora fu riconosciuta non solo qual Padrona e Tutelare della Città, come l’era stata da ben dugent’anni, ma dell’Arcidiocesi ancora e Provincia Metropolitica.” AASS 084A, f. 49.

[cxix] Il decreto con il quale la chiesa metropolitana di Santa Severina fu reintegrata “ad regium patronatum” risale al 5 novembre 1798. Il R. Patronato della nostra Metropolitana, in Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati, p. 219.

[cxx] “È nella prima di destra, del Crocefisso, la pietra tombale di un guerriero del Cinquecento, sul quale molto fantasticarono gli eruditi locali; dicesi provenga dalla diruta chiesa di S. Domenico fuori città. Più importanti mi sembrano gli avanzi marmorei smembrati di un monumento della rinascenza con grandi figure di due angeli, due apostoli ed una donna simbolica (figg. 169-171).” Orsi P., Siberene cit., 1929, p. 230. “Questi basorilievi erano prima tutti collocati nella Cappella del Crocifisso, dove giacevano, murate fino al 1998 – a mo’ di riempimento della parte bassa dell’abside –, anche le tre famose lapidi scritte con caratteri greci, che ho rimosso e disposto nelle vetrine progettate da me per la sezione a Piano Terra del Museo Diocesano.” Lopetrone P., Il Battistero Bizantino di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, anno XV 2013, p. 111.

[cxxi] La sistemazione dei quattro bassorilievi nel battistero, risale al progetto dell’arcivescovo Dadone e del colonnello Francesco Galli (1955). Lopetrone P., Il Battistero Bizantino di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, anno XV 2013, p. 111.

[cxxii] “Nel 2006-2007 ho restaurato gli interni (…). Ho smurato poi i cinque bassorilievi …”. “Tutti i manufatti smontati, assolutamente estranei al Tempio, sono stati trasportati accatastati ordinatamente in apposite casse di legno nello spogliatoio dell’ex scuola materna un tempo gestita dalle Suore, a quel tempo già dismessa.” Lo Petrone P., Il Battistero Bizantino di Santa Severina, in Quaderni Siberenensi, anno XV 2013, p. 112.

[cxxiii] Liber Visitationis maioris ecc.e et aliarum ecc.arum civi.tis s.tae severinae (1559). AASS, 16B.

[cxxiv] ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1603.

[cxxv] Considerato che nella metropolitana non c’era altra reliquia che il braccio di S. Anastasia Romana, nel 1613 il papa Paolo V concedeva all’arcivescovo di Santa Severina di poter estrarre sacre reliquie da Roma per portarle nella sua diocesi. ASV, Secr. Brev. 490, ff. 23- 24.

[cxxvi] Liber Visitationis maioris ecc.e et aliarum ecc.arum civi.tis s.tae severinae (1559). AASS, 16B.

[cxxvii] “Reliquie ve ne sono molte, e la maggiore è il braccio di S. Anastasia padrona della chiesa, come si è detto, posto in theca di argento inorato dal detto S.r Cardinale, e tutte si conservano dentro uno reliquiario in una sacrestia, o Tesoro fabricato per ordine, et a spese del sudetto S.r Cardinale per conservavisi le cose più pretiose di quella chiesa.” ASV, Rel. Lim. S. Severina, 1589.

[cxxviii] “Vi sono due sacristie fatte nuovamente dal p(rese)nte Arcivescovo in una de quali si conservano le più pretiose cose della chiesa; dove stà un reliquiario munito di inferrate, et catenaccio, sopra un altare con alcune reliquie, la maggior delle quali è un braccio di Santa Anastasia padrona della chiesa come s’è detto, reliquia notabile, non solo per la devotione de populi convicini, ma anco perché si vede conservarsi in quella teca d’argento il braccio di quella santa con la carne, nervi, pelle et piccoli peli.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1603.

[cxxix] “Quaternis interim sacellis ingentibus, eleganti opere perfettis attolitur; … Anastasiae Virgini, et Martyri …”. ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1625.

[cxxx] “Plurimis, et praeclaris Sanctorum Reliquiis locupletatur, sed bracchium S. Virginis, et Martyris Anastasiae Patronae argento inclusum, carne adhuc incorrupta, multis iam saeculis possidet; Et ex quo illuc accessi, ac celebriori loco reposui, facemque ad SS.orum reliquias perpetuo ardere, annuo censu attributo, iussi, praecipua veneratione colitur.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1625. “… in Cathedrali retentum decentius cernitur Brachium Santae titulari S. Anastasiae Virginis, et Martyris in Cappella, quam Aulam is instruxi, Cum iugiter ardenti lampada ad in olivarum à me praedio attributo.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1645.

[cxxxi] “Sacella quatuor eiusdem magnificentiae complectitur, marmore quoque vario exornata. Reliquias obtinet aliquas, et prae aliis brachium S. Anast.ae, carne adhuc sana et incorrupta.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1656.

[cxxxii] “Titulus eiusdem Ecc.ae est sub invocat.ne S.ae Anastasiae Senioris Virg. et Mart. cuius festum celebratur sub die 29 octobris, et eius effiges in latere sinistro Altaris maioris in propria Cappella collocata conspicitur, eiusque insignis Reliquia in brachio argenteo in ea conservatur.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1666.

[cxxxiii] “Vi sono in detta Chiesa cinque Cappelle, parte coperte a lamia e due a modo di cupola, due di esse sono ornate di marmo fino e due altre sono ornate con colonne di verde d’ordine dorico, e sono quella della Madonna degli Angeli e quella di S. Anastasia, sopra del quale ornamento vi stà conservato il braccio di S. Anastasia. Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene, Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati (a cura di Scalise G. B.), p. 104.

[cxxxiv] “Aram Princepem, vario mox marmore obductam, Divaeque Anastasiae Virg., et Mart. sacellum argenteis Crucibus, Candelabris, vasibusque, et tabellis exornavi;”. ASV, Rel. Lim. S. Severina, 1709.

[cxxxv] “Eadem Metropolis Cathedralis Eccl(esi)a Deo in honorem Romanae Virg.s, et Martiris Anastasiae dicata (Cuius brachium Carne adhuc incorrupta vestitum, argentea theca reconditum, inter caeteras quamplurimas SS.rum Reliquias, in discreto Sacrario honorifice asservatas maxima totius Populi veneratione sub tit: Patronae colitur in propria Cappella) …”. ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1725.

[cxxxvi] “Appena terminata d.a burrasca, ci fu riferito che concorso il popolo in d.a Chiesa, aveano osservato et una stavano osservando il volto del quadro di S. Anastasia Titulare nella prop.a sua Cappella, tutto mutato di volto, e ch’era umettato di sudori.” Una testimonianza non sospetta, in Siberene, Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina – Crotone – Cariati (a cura di Scalise G. B.), pp. 72 -73.

[cxxxvii] “in Cornu Epistolae” “Secundum (altare) in eodem Cornu est S(an)ctae Anastasiae Principali Patronae sacrum, ex lapide pariter formatum, et in Armario lapideo super ipsum sito asservatur brachium integrum cum pelle visibili ipsius Sanctae, in theca argentea collocatum, nec non Lignum S(an)ctae Crucis, aliaeque reliquiae permultae.” ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1765.

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