[Fare storia come]
La storia che sembrava chiusa in un ambito
ristretto e ben recintato fatto di nomi, date, gesta ecc. per
l’apporto di altre discipline e l’introduzione di metodologie si è
arricchita di nuove tematiche.
Oggi non è più possibile fare storia nella maniera di pochi decenni
fa.
I rapporti interdisciplinari che ormai legano questa disciplina alla
sociologia, alla economia ed alle scienze umane in genere, e le
contaminazioni sempre più frequenti con scienze il cui ambito di
ricerca sembrava lontano ed estraneo, ci porta molto spesso a
parlare di ricerca storica o semplicemente di ricerca intendendo un
processo creativo che analizza o meglio evidenzia il mutamento di un
particolare aspetto della vita sociale. E proprio acquisendo questa
nuova dimensione e tenendo presente l’apporto decisivo che danno le
nuove tecnologie della riproduzione, della teletrasmissione e
dell’elaborazione dell’informazione che è possibile affrontare
esaurientemente tematiche specialistiche anche lontano dai grandi
centri informativi (archivi, biblioteche, musei , università ecc.).
Oggi si può partecipare a pieno titolo ai processi di produzione
culturale utilizzando come campo di ricerca e di studio il luogo
dove ci si trova. Quello che fino a poco tempo fa era ritenuto un
limite, non solo è divenuto un fatto del tutto marginale ma anzi può
apportare l’originalità e l’arricchimento propri della diversità. E
evidente che in questa nuova prospettiva la storia locale,
osteggiata dagli alfieri di una concezione statalistica e accademica
della cultura, ha guadagnato in dignità. Tuttavia per addentrarci,
senza cadere nel frammentario e nel localistico, bisogna essere
coscienti dei grandi avvenimenti planetari di cui siamo partecipi.
Vivere il presente come storia e trovare in esso gli stimoli e le
motivazioni per il nostro agire ci rendono consapevoli che il nostro
vissuto quotidiano si inserisce in movimenti e trasformazioni
sociali che travalicano il nostro ambito ristretto ed hanno radici
lontane e che le relazioni sociali di cui siamo attori sono in gran
parte il prodotto di scelte e di condizionamenti avvenuti nel
passato. Ciò è il presupposto per una qualsiasi ricerca. Capire e
vivere il presente nella sua complessità ci porta infatti ad
indagare il passato con lo spirito che anima lo psicoanalista che
cerca di investigare una realtà psichica in gran parte sconosciuta a
lui ed al paziente. Tutto questo presuppone però il passaggio da una
concezione consumistica della cultura ad una creativa. Curiosità e
dubbi sono i presupposti alla formulazione, alla verifica e a nuove
proposte di ipotesi che segnano il lungo ciclico percorso
intellettuale che amplia la nostra conoscenza su ciò che ci circonda
modificando i nostri sentimenti ed atteggiamenti e la nostra visione
della realtà. Il lavoro di ricerca è un lavoro lungo, monotono,
molto costoso in tempo e in denaro e segnato più dagli insuccessi
(utili perché comunque recano conoscenza) e da pochissimi successi.
E evidente che per fare ricerca bisogna aver chiaro l’oggetto da
ricercare, che deve essere ben definito e limitato nel tempo e nello
spazio, e stabilire ed individuare la natura delle informazioni di
cui abbiamo bisogno, dove reperirle, come organizzarle e come
elaborarle.
Tutto ciò diviene molto difficile se non adotteremo alcune
precauzioni e se non ci costruiremo ed useremo alcuni strumenti che
ci aiuteranno facilitando il nostro percorso.
Prima di intraprendere un qualsiasi lavoro di storia locale sarà
bene documentarci sulla storia in generale della regione, della sua
economia, sulla sua organizzazione ecclesiastica e civile, sulle
trasformazioni sociali ed economiche, sull’evoluzione urbana e
territoriale ecc.
Leggendo, discutendo e osservando può sorgere in noi la curiosità di
approfondire alcune tematiche, se non abbiamo ancora ben chiari i
termini della ricerca, oppure possiamo trovare degli spunti per
precisare e definire meglio le questioni che ci interessano.
Con l’aiuto di cataloghi e inventari di biblioteche ed archivi
specializzati cercheremo di raccogliere tutti quei lavori editi che
trattano ciò che vogliamo conoscere.
In questa prima fase analizzeremo meglio il contesto in cui
l’avvenimento è inserito cercando di coglierne la sua diversità ed
il suo mutare.
Daremo anche inizio alla costruzione di un centro di documentazione.
Esso verrà costituito da una parte, che per comodità potremo
chiamare bibliotecaria, in cui troveranno collocazione i lavori
editi scrupolosamente schedati per autori e soggetti e da un’altra
parte che verrà costruita ed arricchita dal procedere del nostro
lavoro. In questo secondo settore verranno inserite ed organizzate
tutte le informazioni che estrapoleremo dai vari documenti, scritti,
immagini ecc., che noi reperiremo. Le informazioni scomposte e
ricomposte dapprima su cartelle di spoglio secondo modelli che
meglio corrispondono ai nostri interessi, costituiranno un archivio
di dati, di immagini, di suoni ecc. continuamente in crescita e
suscettibile di fornire elaborati utilizzando anche l’aiuto
informatico.
E questa la fase più delicata perché a seconda dei criteri seguiti
per classificare ed inserire le informazioni (toponomastico, per
soggetti, onomastico ecc.) dipenderà gran parte del nostro lavoro
futuro.
Dipenderà infatti dalla costruzione di questa rete o griglia se noi
riusciremo a riconoscere a cogliere quelle informazioni che ci
necessitano.
Sempre in questa prima fase ispezioneremo il campo della nostra
ricerca, visitando i luoghi, rilevando epigrafi, graffiti, immagini,
fotografie, piante storiche, planimetrie, stampe, cartoline,
intervistando coloro che hanno avuto o hanno a che fare con il
nostro oggetto di studio, ecc.
Tutte queste ulteriori informazioni debitamente analizzate,
scomposte, schedate ed inserite aumenteranno le nostre conoscenze.
Anche se bisogna attenersi e adottare particolari criteri e
metodologie per poter giungere a risultati, sia pure di validità
parziale e relativa, ogni percorso conoscitivo nel suo genere è un
“unicum”. Si può affermare che esso è costituito da numerose piccole
tappe dove trovano collocazione un insieme di indagini ristrette e
particolari che cercano di dare risposta ai numerosi quesiti che si
affacciano man mano che noi procediamo nella ricerca. Per meglio
evidenziare la problematica e parte delle difficoltà che si possono
incontrare facendo una ricerca di storia locale porterò l’esempio di
uno studio sul monastero di Santa Chiara di Crotone che mi ha
impegnato per parecchio tempo.
La ricerca su questa istituzione religiosa che si trovava
all’interno delle mura, nell’attuale centro storico, prese il via da
un fatto occasionale e banale, la caduta di alcune pietre da una
parete in demolizione in una cavità murata e sconosciuta.
Interessato da un religioso che cercava notizie sull’edificio di cui
la parete era parte, dopo una breve ricerca sulle scarse fonti edite
ed una visita al luogo, potei stabilire che lo stabile con la vicina
chiesa facevano parte in passato di un solo complesso, noto come il
monastero di Santa Chiara. Esso era stato sede di una comunità di
monache di clausura del secondo ordine francescano. Le clarisse, un
ordine al quale potevano accedere solo le appartenenti alla
aristocrazia, vi avevano abitato ininterrottamente per circa 500
anni e precisamente dalla fine del periodo aragonese (1481) al
secondo decennio del Novecento.
Se questi primi dati avevano gettato un po’ di luce sull’edificio e
sulla vicina chiesa, non avevano chiarito la natura della cavità che
si presentava ben costruita e che i religiosi che abitavano in una
parte del vecchio monastero ipotizzavano essere un antico tempietto
basiliano.
La volontà di dare un senso al ritrovamento ma anche l’occasione di
poter conoscere da vicino e meglio una comunità chiusa di
autogoverno femminile, sia pure aristocratica, mi spinsero a
procedere oltre.
Soprattutto mi interessava studiare le relazioni che potevano
intercorrere tra le istituzioni laiche e religiose e un gruppo di
persone che decide o è costretto ad escludersi dalla vita sociale ed
a passare tutta la vita seguendo ritmi, tempi e comportamenti fissi
ed immutabili. Mi incuriosiva anche analizzare un piccolo gruppo
locale che praticava regole e valori a volte fortemente contrastanti
e conflittuali con quelli perseguiti dai ceti dominanti, dai quali i
suoi componenti provenivano, e per quanto chiusi ed isolati erano
comunque legati da relazioni affettive ed interagenti
economicamente. (Vedi il concetto di povertà e le grandi proprietà
del monastero o il concetto di clausura ed i forti condizionamenti
che le suore riuscivano ad esercitare sulla società locale con la
loro attività finanziaria).
Risultò subito chiaro che per poter dare una qualche risposta ai
problemi posti occorreva ricostruire la storia della comunità,
studiarne l’origine, la sua costituzione, le forme di governo, le
relazioni interne, i rapporti con l’esterno, la base economica ecc.
Queste condizioni implicavano la ricostruzione della vita economica
e sociale del territorio e della città in cui il monastero operava.
Bisognava aver chiare le vicende storiche della società crotonese e
le trasformazioni economiche subite dalla città e dal suo territorio
per poter cogliere il variare delle relazioni tra le sue parti, cioè
i rapporti tra le classi sociali, il mutare delle sue istituzioni
civili e religiose, ecc.
Bisognava quindi procedere nella ricerca di nuova documentazione ed
allargare lo studio ad un contesto più ampio, attuando nello stesso
tempo una minuziosa schedatura di tutto quello che si era trovato e
rilevato (testi, epigrafi, pitture ecc.).
Quella che sembrava una comunità chiusa nella contemplazione
religiosa e lontana dalla vita cittadina si rivelava un po’ alla
volta in tutta la sua importanza economica e sociale, almeno per
l’economia locale. Questo fatto era evidenziato dal comportamento
delle famiglie nobili di Crotone. Quelle che ne avevano la
possibilità, vi mandavano, a volte costringendole, le figlie e
coalizzandosi tra loro cercavano di impossessarsi delle cariche
elettive interne del monastero per poter così gestire in proprio
favore le grandi proprietà fondiarie ed i capitali di cui esso
disponeva.
Questi tentativi di impadronirsi e mantenere le cariche del
monastero creava profondi contrasti nella comunità claustrale che
erano evidenziati dalle elezioni e dalle concessioni dell’assenso
per l’entrata di nuove novizie nella comunità che avrebbero potuto
mutare i rapporti di forza esistenti.
Documentandomi su pubblicazioni che riguardavano altri monasteri
femminili potei individuare alcuni percorsi di ricerca.
Poiché il monastero dopo il Concilio di Trento era soggetto alla
visita pastorale del vescovo del luogo, era chiaro che nell’archivio
vescovile di Crotone potevano esserci dei documenti. Rovistando tra
le varie carte si trovarono delle descrizioni del monastero, della
sua comunità e dei suoi beni. Vennero alla luce anche numerose
platee (cioè dei rendiconti economici annuali delle entrate e delle
uscite del monastero). Dal loro studio fu possibile incominciare a
ricostruire parte della vita economica, studiare il passaggio da una
economia basata sull’amministrazione dei fondi rustici ad una
prevalentemente finanziaria, basata sul collocamento dei capitali,
analizzare i legami esistenti tra proprietà ecclesiastica e ceti
possidenti locali. Altri documenti permisero di conoscere come era
organizzata la comunità, le sue cariche elettive (badessa, vicaria,
rotaria, arcana, maestra di novizie, discrete ecc.), il ruolo e lo
status delle varie figure del monastero (professe, converse,
novizie, educande, serve, cappellani, procuratori ecc.), le feste
religiose, il culto, l’alimentazione, il vestiario, i conflitti
interni ed esterni, i lavori di restauro, di ampliamento e di
abbellimento della chiesa e del monastero, il loro legame con
l’andamento delle annate e con le calamità naturali ecc.
Tutta questa documentazione si fermava alle soglie del Settecento e
non chiariva molti aspetti dell’origine e della formazione della
proprietà e le vicende legate alle forme dell’accumulazione e della
attività finanziaria che aveva avuto per protagonista il monastero e
la sua comunità durante i secoli precedenti.
Bisognava cercare ancora in altri archivi.
Nuove informazioni vennero dalle relazioni ad limina, cioè dai
resoconti che i vescovi dopo il Concilio di Trento dovevano
presentare alla Santa Sede ogni tre anni sullo stato della diocesi.
Queste relazioni, che sono conservate presso l’Archivio Segreto
Vaticano, iniziano dalla fine del Cinquecento e nonostante che esse
si presentavano spesso brevi, sintetiche e ripetitive, apportarono
nuovi elementi preziosi soprattutto perché incominciai a penetrare
ed a farmi un’idea della vita del monastero durante il Seicento.
Altri dati vennero dai catasti onciari settecenteschi di Crotone
dove trovai annotate le proprietà del monastero. I catasti,
compilati durante il periodo borbonico, si trovano presso l’archivio
di Stato di Napoli ; essi ci offrono una sintesi, anche se parziale
ed a volte imperfetta, della proprietà e della società del tempo.
Il maggior apporto di materiale doveva però venire dall’Archivio di
Stato di Catanzaro. Potei così approfondire le vicende delle
proprietà del monastero alla fine del Settecento utilizzando la
documentazione risalente al tempo della Cassa Sacra. Allora dopo il
disastroso terremoto del 1783 che aveva devastato gran parte della
Calabria meridionale, il monastero fu sospeso per alcuni anni e le
sue proprietà furono amministrate da questo ente, il quale aveva il
compito di fornire i mezzi finanziari per procedere alla
ricostruzione, utilizzando i beni ed i capitali dei conventi, delle
chiese e degli enti ecclesiastici soppressi o sospesi.
Moltissimi documenti uscirono dallo studio degli atti dei notai di
Crotone.
L’archivio di Stato di Catanzaro conserva moltissimi protocolli
notarili di Crotone e dei paesi vicini. Essi iniziano dalla seconda
metà del Cinquecento ed anche se in maniera discontinua coprivano
buona parte del periodo storico che a me interessava.
Potei così studiare la formazione delle doti, i prestiti, gli
acquisti, le vendite, le liti giudiziarie, l’ambiente economico e
sociale in cui il monastero si trovò ad operare, le casate che vi
dominavano ecc.
Dalle poche ed imprecise informazioni iniziali ormai ero giunto a
possedere centinaia e centinaia di documenti, che analizzati e
schedati avevano costituito un buon archivio utile non solo per
conoscere i vari aspetti e le diverse vicende del monastero ma anche
per far luce su molti aspetti ed istituzioni della città e del suo
territorio, archivio che ben presto sarebbe stato di aiuto anche per
altre imprese.
La ricerca tuttavia non era finita. Un ritrovamento casuale, sempre
presso l’archivio di stato di Catanzaro, delle carte antiche del
monastero, portate lì e dimenticate evidentemente al tempo della
Cassa Sacra, permetteva di approfondire la conoscenza anche del
Cinquecento, delle vicende dell’edificio e di molti altri aspetti
della vita comunitaria.
Si chiudeva così la ricerca sul monastero e sulla comunità di Santa
Chiara. La cavità non era un tempietto ma una delle tante cisterne
presenti nel centro storico, utilizzate in passato per raccogliere
l’acqua piovana, ma questo fatto non aveva più alcuna importanza.
Durante il lungo percorso conoscitivo i dubbi e gli interrogativi
iniziali si erano in parte dissolti ed in parte modificati, altri ne
avevano preso il posto assieme a molte curiosità e stimoli che
avrebbero alimentato altre ricerche.
Andrea Pesavento

