[Avventure di mare: Corsari, Pirati e Turchi sui “Capi” di Crotone e di Isola.]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 27-28/1998)
La strada di levante
Cotrone, 10 agosto 1583. Il catanzarese Gio. Alfonso Susanna,
barone dell’Amato, noleggia la barca “patronizzata” da Cesare Rocca
della Mantia con l’ordine di andare ad imbarcare 500 tomoli di fave
nella marina di Bragano. Avuto il carico, la barca riprende il
viaggio di ritorno e fa sosta al porto di Crotone da dove poi salpa,
la mattina del 9 agosto 1583, facendo rotta verso il Capo di Manna.
Nel primo pomeriggio dello stesso giorno mentre sosta vicino al capo
le venne contro un brigantino di Turchi. Come i marinai videro che i
corsari si erano avvicinati a meno di un tiro di archibugio,
diressero la prua sugli scogli del capo ed il patrone con il suo
equipaggio, senza poter salvare nulla se non la vita, “discalci con
le armi in mano” guadagnano terra. I Turchi si presero la barca e,
”amarinatola”, se la portarono via . Al vespro essi furono visti far
vela prima alla barca e poi al brigantino e, navigando la via del
Capo delle Colonne, “da illa tiraro dala strata de levante”. Se ne
andarono con freschi venti di scirocco alla volta della Valona ed
oggi che è il dieci di agosto di essi non si ha alcuna notizia, “ne
se ne vedi nulla de ditti vascelli”. (Atti Notarili Arch. Stat. CZ.
C. 15, 1583, 95).
Il veliero scomparso
Cotrone, 23 maggio 1591. La barca di Masullo Saraca di Reggio
imbarca vino a Cirò per portarlo a Reggio. Fa sosta al molo di
Crotone e da qui riparte il 21 maggio 1591 assieme alla barca del
patrone Fabio Cacciottola di Procida, il quale similmente aveva
imbarcato nelle marine di Crucoli e di Cirò, vino, olio e formaggi
per conto di Cornelia Spinello, contessa di Martorano, e di Virginia
Caracciolo, marchesa di Cirò, per portarli a Napoli. Alle due barche
si uniscono anche altre : una patronizzata da uno di Procida che
aveva caricato olio a Gallipoli, le barche di Gioanne de Franco e di
Andrea Basile di Cotrone, che avevano caricato grano a Crotone, e
quella del raguseo Marino di Gioanne. Il convoglio il giorno dopo
sosta a Le Castella e qui la maggior parte rimane perché c’è avviso
di pericolo. Nonostante che il mare è insicuro, la mattina seguente
le barche di Masullo Saraco e di Fabio Cacciottola da sole
riprendono il viaggio.
Arrivate nel golfo di Squillace avvistano due vascelli che parvero
di corsari e poiché si era guastato anche il tempo con “venti di
ponente e libici”, i due patroni pensarono bene di tentare di
ritornare alle Castella ma per l’arrivo di una gran tempesta non ci
riuscirono e perciò tirarono fino a Capo di Manna dove con le vele
squarciate riuscirono a dar fondo in quelle cale. Giunse il tramonto
e comparvero all’improvviso due vascelli i quali abbordarono ed
assalirono una delle barche che fu completamente depredata di ogni
cosa mentre l’equipaggio per non essere fanno schiavo riuscì ad
abbandonarla ed a salvarsi nella vicina torre. Dell’altra barca,
quella di Procida, e del suo equipaggio non si seppe più nulla.
Alcuni pensano che sia stata predata nella notte, altri che sia
affondata ed i marinai annegati, altri che l’equipaggio si sia
salvato con la feluca ed altri ancora, con un pizzico malignità ma
con una certa ragione, sospettano che fossero complici degli
assalitori in quanto le vele dei corsari erano latine e quindi è
pensabile che non “fossero di turchi”. Un fatto è certo: nei giorni
seguenti dalle mura della città si vide davanti al Capo delle
Colonne una barca “senza vele che parea dissarmata et dove la menava
il vento et la currente del mare andava” e si giudicava che fosse
una delle due barche predate e poi lasciate dalle galeotte corsare
alle quali poi si erano unite altre quattro galeotte e, preso il
largo, non furono più riviste. (ANC. 49, 1591, 72- 76).
Assalto notturno
Cotrone, 29 maggio 1594. L’università di Stalettì per procurare
il vitto ai suoi cittadini, fa imbarcare nel maggio 1594 a Rocca
Imperiale del grano sopra tre barche patronizzate rispettivamente da
Gioannello Scopa di Gallipoli e da Antonio di Carlo e Gasparo de
Carro, entrambi di Trebisacce. Partiti col tempo prospero dalla
marina di Rocca Imperiale alla volta della “coscia de Squillace,
scarricaturo di Stalatti”, le tre barche navigarono con il vento di
tramontana fino a Capo di Manna ma poi si voltò un forte vento di
ponente che impedì il superamento dei capi di Isola per riparare
alle Castella, né esse poterono far ritorno a Crotone. Diedero
quindi fondo nelle cale vicino alla torre di Manna.
La sera del 19 maggio all’improvviso sbucarono tre vascelli a remi
turcheschi che subito l’assalirono e a “colpe de scopettate et
gridati” se ne impadronirono e le portarono via. I marinai a stento
si salvarono a terra ma non riuscirono a salvare niente. (ANC. 49,
1594, 187-188).
Sulle secche a Capo di Neto
Cotrone, 17 giugno 1594. I mercanti napoletani Fabio Casarano e
Francesco Antonio Serrigno noleggiano la barca patronizzata da
Nicola Greco di Trapani con l’ordine di recarsi a Gallipoli per
imbarcare un carico di olio. La barca parte da Napoli ai primi di
maggio 1594 e fa rotta dapprima su Capri : mancano infatti alcuni
marinai e prima di intraprendere il viaggio il patrone vuole
completare l’equipaggio che oltre a comprendere il patrone, il
sopracarrico è composto dai marinai Bartolomeo di Trapani, Antonio
Roggeri di Genova, Florio de Pace di Donna Capri ecc. Levate le
ancore dopo alcuni giorni la barca arriva a Gallipoli. Qui imbarca
47 botti di olio per conto dei mercanti e 2 barilotti di olio, 26
pezze di formaggio ed una “lancella” di ricotta per il patrone ed il
sopracarrico. Giovedì 16 giugno 1594 con il bel tempo la barca
lascia Gallipoli ma percorsi circa venti o trenta miglia “si
voltarono li venti alli scirocchi” e perciò si ritornò all’isola di
Gallipoli. La mattina seguente la barca riparte e va “a pigliare la
colla verso Santa Cesarea”.
Avvicinatasi al porto di Santa Cesarea arrivò il vento favorevole di
greco e tramontana e così “voltarono et fecero lo caro verso
Napoli”. La navigazione proseguì per tutto il giorno di venerdì, la
barca avanzava costeggiando per paura dei corsari finche tra le ore
cinque o sei della notte non giunse al capo della Lice. Il marinaio
di guardia scorse al largo nella penombra un vascello a remi e diede
l’allarme. Il vascello subito si diresse sulla barca spiegando le
vele e battendo i remi, 16 o 18 banchi. Per sfuggire alla cattura,
tutti i marinai cercarono “di dare forza di vele” ma il vascello di
remo si avvicinava sempre più finché giunse ad un tiro di
artiglieria. Il patrone prese allora la decisione che per salvarsi
dalla schiavitù e nello stesso tempo cercare di mettere al sicuro la
merce non restava altro che dirigere la prora verso terra. Così
vicino a Capo di Neto, a circa due miglia dalla torre marittima di
Strongoli, dalla quale nessun aiuto venne se non al far del giorno
quando sparò un colpo ai nemici già lontani, la barca si incagliò e
l’equipaggio saltò sulla feluca e prese terra e si nascose per la
paura nei vicini boschi. Il vascello nemico sia perché vi era una
mareggiata, sia per paura di arenarsi nelle secche non accostò ma
prese il largo. Al far del giorno l’equipaggio ritornò presso la
barca e la trovò arenata e parte piena di acqua ma completa nel
carico. Giunse un gentiluomo di Crotone, un tale di nome Giulio
Leone, che disse di essere il “luogotenente dell’admirante”. Il
patrone gli chiese di aiutarlo a salvare la merce e così tutte le
botti e le altre cose furono trasportate a Crotone e poste in un
magazzino fuori le mura della città. Di tutta la mercanzia si perse
solamente un poco di olio “per lo tormento che hanno havuto nel
vascello et per lo carricare et discarricare dele barche et carra
per condurre in detto magazeno”. (ANC. 49, 1594, 118- 121).
Il riscatto non pagato
Cotrone, 2 novembre 1612. Il conte di Melissa, Annibale
Campitello, noleggia il galionetto “Santa Maria di Portosalvo,
patronizzato dal francese Antonio Ricors, e lo fa venire nello
“scaro e marina” di Melissa dove deve imbarcare 2500 tomoli di grano
per condurli a Napoli, Capri e Castellamare. Il francese arriva il
29 ottobre 1612 nella marina di Melissa e, imbarcato il grano, se ne
veleggia per Crotone dove deve imbarcare dell’orzo. Al vespro del
primo novembre riprende il viaggio ma si imbatte in un fortunale e
cerca di rientrare a Crotone. Per la contrarierà dei venti non
riesce ad attraccare e se ne andò “volteggiando”. La mattina dopo è
scoperta da una tartana dei nemici che all’improvviso le uscì contro
da Capo Colonne ed è inseguita e catturata con tutto l’equipaggio
davanti a Capo Petraro nel mare di Strongoli. I corsari portarono il
galionetto a Capo Colonne e mandarono a Crotone un giovane marinaio
francese con la richiesta del riscatto che tuttavia non poté essere
trattato perché mancò l’assenso dell’autorità. Dopo alcuni giorni
durante i quali la tartana nemica catturò altri vascelli, essa con
il galionetto ed altri vascelli prese il largo e non fu più vista.
(ANC. 49, 1612, 53).
Agguato a Capo delle Colonne
Cotrone, 16 giugno 1613. Il patrone genovese Minico Bruno con la
sua barca “Santa Maria della Grazia” e con un equipaggio di otto
marinai, salpa da Napoli alla volta della marina e porto di
Corigliano dove deve caricare 900 tomoli di grano che deve fornirgli
Horatio Grisafi. Arrivato a destinazione verso la fine del maggio
1613 e “tirato” la barca nel luogo detto “lo Cupo”, imbarca il grano
ed una botte di vino, metà per uso proprio e dei marinai e metà per
il governatore di Belvedere. Venerdì 14 giugno con tempo buono e
atto a navigare la barca salpa e fa vela con vento prospero per
Reggio, Vetere, Castella Mare e Napoli. Domenica verso le cinque
essa è al Capo delle Colonne e mentre sta “montando” il capo le
venne contro una galeotta di Turchi la quale, spinta anche dalla
forza dei remi, cominciòa guadagnare terreno nel tentativo di
catturare la barca e di far schiavo l’equipaggio. Il patrone
stimando di non potersi salvare, perché la barca era troppo lenta a
causa del carico, saltò assieme ai marinai nella barchetta e tentò
di raggiungere terra. Arrivato in prossimità della costa, trovò però
ad aspettarlo due Turchi, armati “con archi e frecci”, che da terra
cominciarono a tirare “petrate e frecciati” per impedire lo sbarco.
Dalla galeotta che inseguiva altri Turchi sparavano con gli
archibugi. Una palla pigliò alla testa un marinaio che restò morto
sul colpo, altri tre marinai furono feriti : uno da una archibugiata
al braccio sinistro, un altro da una archibugiata alla mano destra e
da una pietra alla testa ed il terzo da una frecciata al braccio e
da una pietra alla testa. Anche se “feriti e maltrattati” i
superstiti riuscirono a prendere terra ed a fuggire, mentre i Turchi
si impossessavano della barca e della barchetta. Alcuni marinai,
quelli feriti, presero la via dell’Isola, gli altri ripararono a
Crotone dove dalle mura videro che la galeotta aveva fatto vela e si
portava la barca “arrimorchiata”, alla quale pure avevano fatto
vela, e se la portava con essa alla “volta del mare”. (ANC. 108,
1612- 1614, 111- 117)
Un buon viaggio
Cotrone, 15 Agosto 1665. Il genovese Stefano Ammirato di San
Remo, patrone della tartana "La Madonna del Buon Viaggio", con un
equipaggio di sette marinai, imbarca grano a Crotone per San Remo.
Il 15 agosto 1665 col buon tempo lascia il porto e come è sopra il
capo delle Colonne una galeotta di Turchi gli viene contro. Cerca
allora scampo ritornando ma, impedito, dirige la prua verso terra,
circa un miglio e mezzo dalla città. Mentre l’equipaggio lascia la
barca e si pone in salvo, dal castello e dalla città si tirano
alcune cannonate alla galeotta corsara. Questa rimorchiò la tartana
con il suo carico e poiché i marinai erano fuggiti a terra con il
loro schifo “li detti turchi” similmente glielo “levarno”,
lasciandoli scalzi e nudi. (ANC. 253, 1665, 27v- 28).
La fine della tartana Muzza
Cotrone, 16 Maggio 1670. La tartana "muzza" del patrone maltese
Antonio Icarti, "Sant'Anna e L'anime del Purgatorio" , con
nocchiere, timoniere ed alcuni marinai, salpa da Malta in un giorno
di marzo dell’anno 1670 con il suo carico di “cojra in pelo, lino,
riso, manne di lino e altre minutaglie come sonno berdate, calsetti
fostani, salvietti et altre coselle minute”. Attracca dapprima ad
Augusta, dove vende un po’ di riso, del telame ed altre piccole
merci, poi va alla volta di Messina dove piazza riso, tela, un po’
di lino e dei calzetti. Ripreso il mare, il giorno di Pasqua una
“borrasca di venti” la spinge fino a Siracusa da dove il giorno dopo
un’altra “borrasca con venti di mezzi giorni e libici” la porta a
Crotone. Fermatisi alcuni giorni per smaltire un po’ di merce, tra
cui cojra in pelo per 160 ducati, al tramonto del 16 maggio col bel
tempo riprende il viaggio per Taranto e Gallipoli. Giunta a notte
fonda sopra il capo dell’Alice, i marinai udirono delle “botte” di
remi e affacciatisi alla “murata” scorsero due bastimenti che non
riuscirono ad identificare “se furno galeotte o lancie”. Come videro
che si erano fatti così vicini che quasi “saliano gente sopra”
abbandonarono la tartana con lo schifo e per la fretta “non hebbero
tempo manco salvarsi i loro vestiti”. Dei due bastimenti, uno restò
con la tartana e l’altro li inseguì. “Ma per esser stato scuro
scapparno et dallà un poco hanno inteso che sopra detta loro tartana
disparavano colpi d’archibuggiate et questa mattina sono venuti in
questo porto de Cotrone”. (ANC. 253, 1670, 46v-47r)
Il fortunale
Cotrone, 6 Settembre 1670. Il genovese Lorenzo Rapallo, capitano
del pitacchio “Il Divino Aiuto” con il suo equipaggio va a
Manfredonia ad imbarcare grano per portarlo a Malta. Ricevuto il
carico, il 28 agosto 1670, salpa con tempo bellissimo. Dopo tre
giorni di navigazione mentre veleggia sopra Roccella “l’uscì innanzi
venti di mezi giorni et libici gagliardi et fortunevoli con acqua di
cielo et di mare che il mare passava d’una parte a l’altra di d. o
Pitacchio”. Fatto consiglio con i marinai, fu deciso che per
salvarsi l’unico modo era “far forza di vele”. Così fu fatto e la
barca corse ma per la gran forza dei venti e per la tempesta si
strapparono le vele e si “trapazzarono” gli alberi. Si “sconciò”
anche una falla nella sentina, bagnando parte del carico. La
violenza dei venti e la furia delle acque furono così forti che la
barca fu costretta a “mozzare” verso il Capo delle Colonne. Giunti
sopra il capo, dalla parte di fuori videro una caravella di Turchi
che aveva predato due navi veneziane, una con tutto l’equipaggio.
Per paura dei Turchi il pitacchio si rifugiò a Crotone dove giunto
al porto fu fatto l’elenco dei danni. Rimasti tre giorni sperando
invano tempi favorevoli per proseguire il viaggio, i marinai “hoggi
medesimo per non haver possuto partire son stati forzati pigliar
prattica et entrare nella città”. (ANC. 253, 1670, 103v - 104).
La Presa
Cotrone, 10 marzo 1684. Il patrone francese Antonio di Massa con
la sua barca grande o “ganga” "San Giuseppe", "con una vela di
cottone latina maestra con due bollacconi vecchi", imbarca mercanzia
a Venezia ed ad Ancona (grano, libri, vetriolo, argento vivo, manna,
colore, cristalli, specchi, vetri ecc. ). Assieme ad un altro
“vascello grossissimo” di un suo familiare fa vela verso Marsiglia.
Giunto davanti a Crotone è avvistato da alcuni patroni di tartane
che sono ormeggiate al porto. Vincenzo Carvinello, patrone di una
tartana trapanese, scoperta la vela a circa sei miglia al largo, si
accorge che è nemica e sprona gli altri patroni ad uscire con i loro
legni “a far la presa” ma questi sono riluttanti per la presenza nei
vicinanze di un’altra barca di dimensioni notevoli.
Il Carvinello non demorde e ,unitosi ad un patrone catalano, si reca
dal castellano ed ottiene il permesso di dare la caccia alla barca
nemica. Avuti dal patrone catalano dieci marinai, li imbarca sulla
sua tartana e va ad abbordare la ganga. “Giunti che furno
l’assaltarno con una scarica di moschetteria e dopo presi l’armi
bianchi salirno sopra detta vela che presero et portarno al porto
della città de Cotrone”. Consegnata la preda, compresi i marinai e
la mercanzia, al castellano, il Carvinello richiede la parte che di
diritto gli spetta. Il castellano temporeggia in attesa di ordini ed
il tempo passa. Dopo alcuni giorni il Carvinello deve partirsene per
Napoli da dove insiste per avere ciò che gli spetta. (ANC. 335,
1684, 30-33 ;52-59)
Le messe per la Vergine
Cotrone, 23 ottobre 1689. Gio. Antonio Cafiero del Piano di
Sorrento, patrone della tartana “Santa Maria del Lauro e San
Giuseppe”, noleggia la sua barca al mercante napoletano Paolo
Antonio Uberti. Partito da Napoli, il 22 luglio 1689 approda a Capo
di Caro e consegna la lettera d’avviso alla persona che deve
fornirgli il grano. Il tempo di consegna, stabilito in 15 giorni,
non è rispettato e solamente mercoledì 17 agosto il patrone riesce a
salpare per Finale. Dopo essere stata spinta da un leggero vento di
greco la tartana rischia il naufragio per l’arrivo improvviso di
venti “grechi et levanti con tempesta di mare”. Superato il
fortunale a circa venti miglia da Ancona arrivano i venti di
“tramontana e grechi” e così domenica 21 di agosto la tartana è a
venticinque miglia dal capo di Santa Maria dentro il golfo di
Taranto. All’improvviso apparvero cinque vascelli turcheschi. La
capitana corsara con le vele gonfie dirige su di lei la prua e
comincia a darle la caccia. Per sfuggire all’inseguimento i marinai
gettano a mare parte del carico ma i corsari non cessano di tirare
cannonate, anzi una di queste spezza la gabbia che si “sgarrò et si
perdì”. Vedendosi già persi allora “si voltarno con li santi”. Il
patrone fece voto di cento messe alla Vergine del Capo delle Colonne
ed altre messe si impegnò a far celebrare al suo paese. Frattanto la
tartana era giunta a circa quaranta miglia da Crotone ed i marinai
pensarono di alzare la maestra così forse avrebbero “scapulato di
mano di quelli cani”, i quali non cessavano di bersagliarli con
cannonate, moschettate ed archibugiate ma i proiettili pur arrivando
alla poppa non facevano danno. Alzata l’antenna della maestra con la
vela sciolta, avvenne il gran miracolo. La tartana veloce scivolava
con gran facilità. I Turchi li inseguirono fino quasi a tiro dei
cannoni del castello ma “come volle Dio si voltarno li tempi alle
maestrale” e così “tirarno dentro questo porto tutti quasi illesi et
digiuni per non haver possuto haver tempo di pigliar un boccone”.
(ANC. 336, 1689, 32-34)
Londro sospetto
Cotrone, 27 giugno 1710. Alcuni mercanti di Malta noleggiano il
londro “San Giuseppe” del patrone maltese Michele Mercieca. Il 23
marzo 1710 lascia l’isola carico di “zuccaro, cattoni, calzette et
altro “ e va ad Augusta ad imbarcare sale. Il patrone si è impegnato
a vendere il tutto e con il ricavato acquistare per i mercanti
“antenne di bastimenti, tavole, remi, chiodi, acciari et altro”.
Completato il carico, si dirige su Brindisi dove colloca parte della
merce ; poi fa vela su Ancona dove piazza la rimanente. Con il
denaro va a Fiume ed acquista il materiale per i mercanti. Alzate le
vele, sosta brevemente a Brindisi, a causa di una tempesta, ed il 16
giugno è sopra capo Ricciuto dove incontra le tartane corsare di
Leone di Cesare e Bartolomeo Cafiero, i quali gli fanno segno di
andare all’ubbidienza. Salito con alcuni marinai sulla tartana del
Cafiero, “con le sciable alle mani e pezzi di funi”, i malcapitati
sono percossi. Il corsaro, non soddisfatto, sale sul londro e, presi
altri marinai, se li porta nella sua barca e continuandoli “a
battere ad uso di bestie”, li costringe a dire che il carico è
diretto alla nemica Messina. Impossessatosi così del londro, il
corsaro se lo porta dapprima sotto la torre di Scifo, dove lo preda
di circa “dodici fasci di acciaro, tre petriere e due cannoni”, poi
lo consegna al porto di Crotone al governatore ed al giudice, i
quali con i loro mastrodatti e famigli lo sequestrano con tutta la
merce rimasta e, tolti il timone e le vele, vi mettono sopra quattro
guardie. Il governatore ed il giudice interrogarono i marinai e
formarono il processo, i cui atti furono trasmessi alla Regia Camera
di Napoli, la quale dopo tre mesi riconobbe che “malamente detto
londro era stato predato dai corsari” ed ordinò il dissequestro.
Ottenuta giustizia, il patrone chiede il risarcimento delle spese
sostenute sia “per haver mandato molti corrieri in Napoli, Reggio e
Malta”, sia per aver dovuto mantenere e curare i marinai, sia infine
per i danni causati al londro e alla merce. Il londro infatti è
malridotto perché una tempesta lo ha sospinto sulle secche del porto
e le sue vele, chiuse in un magazzino, sono state “stranciate dalli
sorci”. Mancano inoltre “un quartarolo pieno di vino, mezzo barile
di pesce salato, un cantaro e mezzo di pane e quattro pezze di
formaggio” che si sono presi i corsari e buona parte della merce
“per esserci stati molti marioli”. Alla protesta del patrone e dei
suoi marinai il governatore ed il giudice “si posero a far fracassi
a causa che volevano grosse somme di danari per le loro giornate e ,
sbattagliato per due giorni, non volevano infine darci più la
libertà”. (ANC. 611, 1710, 68-71, 97 - 100)
Una strana amica
Cotrone, 12 maggio 1719. Il genovese Andrea Frogone, patrone
della tartana “San Domenico”, noleggia la sua barca al mercante
napoletano Giuseppe di Lieto. Egli stipula un contratto a Venezia
col procuratore del mercante in cui si impegna ad imbarcare grano
nella città di Campo Marino per Reggio e Tropea. Completato il
carico delle merci per conto di alcuni mercanti genovesi, egli
lascia Venezia e con vento favorevole raggiunge Campo Marino.
Imbarcato il grano, il 26 aprile 1719 salpa nuovamente ed il giorno
11 maggio, avendo incontrato vento di scirocco e non essendoci
notizia di imbarcazioni nemiche, getta l’ancora sotto la torre
vecchia del capo dell’Alice. La mattina dopo la tartana genovese
all’improvviso fu assalita da una tartana dulcinotta, la quale
essendo grossa e con lo scafo alla napoletana, fu dapprima scambiata
dai marinai per amica, anche perché sventolava la bandiera del regno
di Napoli. Ma ben presto dimostratasi nemica, anche perché dalla
barca sparavano contro di loro, per non cadere in mano ai Turchi, i
marinai lasciarono precipitosamente la barca con uno “schiffo” “et
per miraculo del S. re Iddio alle tante moschettate e cannonate li
furono tirati non pericolò nessuno di loro”. Toccata terra, corsero
a rifugiarsi nella torre mentre i Turchi si portarono via la tartana
e lo schiffo. Venuti a Crotone e non avendo la patente di salute
furono messi in quarantena per ventitrè giorni ed ora “mendicando si
vanno scampando la vita”. (ANC. 612, 1719, 40v-42r)
Il falso avviso
Cotrone, 3 Giugno 1720. Il patrone Angelo Bianco di Lavagna,
riviera di Genova, con la tartana “Giesù, Maria e Giuseppe”, va al
porto di Venezia ad imbarcare le merci di alcuni mercadanti di
quella città per portarle a Civitavecchia e Napoli. Mercoledì 22
maggio 1720 salpa da quel porto con vento favorevole, due giorni
dopo è a Rovigno da dove prosegue con vento prospero fino a
domenica. Avendo poi incontrato una burrasca, ripara a Monopoli dove
rimane fino alla fine del mese. Passato il brutto tempo, riparte e,
giunto al Capo di Santa Maria, mentre lo costeggia chiede ai
torrieri se vi era qualche notizia di barche nemiche. Avuta risposta
negativa e che “il passo era libero e netto di corsari”, continua il
suo viaggio assieme alla tartana del patrone Andrea da Davero di
Portofino. Il tre giugno al far del giorno le due tartane sono sopra
capo dell’Alice. Fattasi avanti una tartana corsara turca, questa
predò dapprima la barca del patrone Andrea da Davero, facendo
schiava tutta la gente, poi cominciò a dare la caccia alla tartana
del patrone Angelo Bianco, il quale cercò di dirigere la barca verso
terra o sopra qualche secca, ma invano.
Dopo quattro ore di inutili tentativi essa dovette essere
abbandonata. Per non essere fatto schiavo, l’equipaggio, postosi
sopra il battello riuscì a riparare sotto la torre del Cirò, da dove
i marinai videro che i corsari se ne andavano portandosi via la loro
tartana. Rimasti senza niente, “essi terra terra con il loro schiffo
se ne sono venuti in questa città de Cotrone dove miserabilmente si
ritrovano”. (ANC. 613, 1720, 85-86)
Una vera avventura
Cotrone, 10 aprile 1740. Antonio Paulillo di Conca patrone del
pinco “San Francesco Saverio e l’Anime del Purgatorio”, stipula un
contratto col mercante napoletano Nicola Pedimonte, per andare a
Trani a imbarcare una partita di grano. Caricata la merce, il due
aprile 1740 col maestrale lascia Trani per Livorno e Genova, luoghi
di consegna. Per tutta la giornata veleggia in convoglio con altri
bastimenti, sospinto da venti favorevoli. Verso sera, essendo mutato
il tempo, decide di gettare l’ancora a Santo Stefano presso
Monopoli. All’alba col ritorno del maestrale, riprende il viaggio e
dopo tre giorni è a capo Spartivento. All’imbrunire sta per doppiare
il capo con venti di ponente e di libeccio, quando ad un tratto i
marinai si accorgono che dal largo arrivano due bastimenti con vele
latine, che ben presto riconoscono per corsari barbareschi. Per
sfuggire alla schiavitù, alzate le vele del trinchetto, essi
dirigono il pinco verso terra sotto Bracaleone. ”Vedendosi ostinati
detti nemici”, per non lasciarsi predare, i marinai mandano la barca
sulle secche e, scesi con le armi in pugno, cominciano a difenderla.
I corsari si avvicinarono quanto più poterono e cominciarono a
tirare cannonate. Al frastuono accorse un buon numero di paesani, i
quali, unitisi ai marinai, difesero con tanto vigore il pinco che i
barbareschi, che avevano allestito due lance per impossessarsene,
furono costretti a recedere, anzi, visto inutile ogni tentativo,
ripresero il largo. Venuto meno il pericolo, i marinai cercarono di
disincagliare la barca. Per fare ciò furono costretti a buttare a
mare “il focone, una botte di vino, una botte di acqua, legni, un
pennone di barca e alcuni quartaroli pieni di vino”. Poiché ogni
sforzo risultò vano, aprirono il boccaporto e lo alleggerirono di
circa 250 tomoli di grano. Così riuscirono nell’impresa e,
accomodato alla meno peggio lo scafo, che faceva acqua, stavano per
salpare. Ma “qui non finirono le loro disgrazie”. Mentre nella notte
fervono i preparativi per la partenza, due barche “pescareccie” si
accostano. Più e più paesani, di quelli che poco prima erano accorsi
in loro difesa, “senza aver mira al loro caso miserabile”, depredano
il pinco di “circa tomola cento di grano, cantara sette di biscotto,
la propria bandiera di detto bastimento, cappotti e panni di diversi
marinai, una statela, alcune accette, cortellacci, una mazza di
ferro, due gaviglie di ferro “ e tutto ciò che era in coperta e che
apparteneva ai marinai, i quali, “avendosi risentito” li
cominciarono pure a battere e percuotere con le loro scopette. Non
soddisfatti si presero anche undici scopette e tutti gli oggetti del
patrone, compreso un “giaberghino” che conteneva la patente di
sanità e le lettere di spedizione della merce. Poiché al largo si
vedevano ancora le vele dei corsari, i marinai decisero di sostare
ancora un po’ ma poi “mossasi una borasca di forti venti di libecci,
non potendo ivi mantenere, fecero vela alla volta di questo porto di
Cotrone”, dove non avendo documenti sono posti dai deputati della
pubblica salute in isolamento. (ANC. 854, 1740, 32-34).
Turchi a Capo Bianco
Cotrone, 12 luglio 1740. I Turcheschi sbarcano di notte da due
galeotte a Capo Bianco, fanno schiave due persone ed avanzano fino
quasi le mura di Isola, ma devono fuggire perchè i cavallari hanno
dato l'allarme. Ripreso il mare il giorno dopo catturano sopra capo
Ricciuto una marsiliana ragusea e sopra Le Castelle il pinco "La
Madonna del Rosario e S. Michele Arcangelo" del napoletano G. Massa,
i cui marinai si mettono in salvo col barcone. (ANC. 840, 1740, 6)

