[Coloni e padroni sulle terre di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 23-27/2001)
Giornatari, garzoni, bovari, vaccari, coloni,
massari e padroni del bestiame e delle terre riportavano nelle
campagne la struttura sociale della piramide feudale, con le sue
forme di coercizione e di sfruttamento, sempre più spinte e
violente, man mano che dal vertice si scendeva alla base. A fianco e
contigua si espandeva quella mercantile, che traeva linfa dal
commercio granario, il quale, divenuto importante e vitale col
crescere delle città, inseriva il mercato locale in quello
finanziario e speculativo del Regno. Il rapporto economico, che
legava i coloni ai padroni delle terre, vale a dire gli
aristocratici ed il clero, si reggeva su precari e fragili
equilibri, messi di continuo alla prova dalle ricorrenti carestie.
Nei secoli, come frutto dello scontro sociale, si era consolidato un
insieme di usi e consuetudini, norme non scritte ma osservate
comunemente, che regolava sia il ciclo produttivo che i rapporti
economici. Esso nel mentre offriva utili indicazioni per un uso
corretto e produttivo del suolo, salvaguardandone la fertilità nel
tempo, dall’altra assicurava il minimo vitale al colono, in modo che
non abbandonasse i terreni all’incolto, e gratificava i padroni
delle terre col beneficio dell’eccedenza. Poiché ogni concessione al
colono aveva un ritorno nel tempo al padrone della terra, non
venivano minimamente intaccate le diseguaglianze sociali. La scarsa
produttività del suolo infatti comportava che occorrevano molti
terraggi per assicurare al signore delle terre, laico o religioso,
una vita “decorosa” con consumi adeguati alla sua posizione sociale.
Di converso il signore delle terre, grazie alle eccedenze
immagazzinate, poteva concedere dilazione al colono insolvente,
previe nuove obbligazioni con maggiorazione del credito e
concessione di adeguati pegni. Solo chi possedeva vasti possedimenti
fondiari, un capace magazzino e molti buoi da dare in fitto ai
coloni, poteva infatti disporre di una quantità di grano sufficiente
per far fronte alle carestie, assicurare la continuità delle
colture, rimanere nel mercato e mantenere il lustro e lo splendore
della casa. Perché il tutto funzionasse, bisognava che tanti coloni,
cioè un numero sufficiente per coltivare le terre, con le loro
famiglie avessero di che vivere indebitati, ma non troppo, e pochi
padroni con tante terre potessero usufruire ogni anno di un regolare
e “naturale” trasferimento di buona parte del raccolto “eccedente”
nei loro magazzini. In questa ottica vanno considerati i principali
usi come quello della rotazione triennale del pascolo con la semina,
del primo anno di semina franco a maggese, della rinuncia al
raccolto in favore del padrone con lo scioglimento del contratto da
parte del colono, qualora, a causa della siccità, ravvisasse di non
poter continuare, del diritto del colono all'”escomputo” se nei due
anni di semina non raccoglieva una determinata quantità, della
possibilità del colono in caso di annate calamitose di frazionare
nelle raccolte successive il pagamento del debito, previo
l’obbligazione dei suoi beni in favore del creditore ecc. Tutto ciò
aveva la funzione di stabilizzare e regolare una vita economica e
sociale particolarmente precaria, segnata da stridenti e terribili
disparità e dominata da una monocoltura granaria con i suoi
immutabili tempi. L’intento principale era di alleviare e diluire
nel tempo sia il depauperamento che l’azione dell’uomo recava alla
natura, sia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; cercando di rendere
l’impatto dei “tanti castighi e flagelli” che “il S.r Iddio
giustamente sdegnato per li nostri peccati e misfatti c’ha mandato”,
meno dirompente. Legando i terreni a pascolo a quelli a semina ed
avvicendandoli, si dava tempo al terreno depauperato di ritornare
fertile; unendo le annate sterili a quelle ubertose, si compensava
il raccolto scarso con quello copioso; non infierendo sul colono
fallito, lo si tratteneva sul coltivato e così, mentre si salvava il
suolo dalla selva, lo si lasciava sulla corda, offrendogli la
speranza di rifarsi per tacitare il padrone e fuggire il carcere e
la fame ecc. Se questi ammortizzatori e regolatori sociali potevano
salvaguardare il ciclo economico e mantenere nel tempo lo squilibrio
tra le due principali figure della struttura produttiva di Crotone,
proteggendola dalle “turbolenze” di breve periodo, divenivano
inefficaci, anzi catastrofici, nel caso di calamità di lunga durata,
come quelle che afflissero il territorio durante il Seicento. Il
prolungarsi della siccità accompagnata dalle pestilenze mise in
crisi le campagne. La mortalità, il fallimento e la fuga dai campi
dei coloni resero gran parte dei terreni selvatici ed improduttivi,
innescando una crisi che colpì anche l’aristocrazia. Così la città
subì una lunga fase di recessione economica e di regressione
sociale.
La natura del terreno
Il presupposto per ottenere un buon raccolto dipendeva dalla
natura del terreno, dal riposo, dalla concimazione e dall’aratura.
I territori “aratorii”, detti anche gabelle, venivano di solito
divisi in tre grandi categorie a seconda della loro natura: le terre
fertili, le terre sterili o situate in luoghi collinari e le terre
infertili, sterili e sciollose. Essi erano apprezzati “a raggione di
salme” e precisamente “le terre fertili si compongono di tre et
quattro tumula seu moggia di terre et a questi si da il prezzo di
docati cinquanta et fino a docati sessanta la salma et nelle terre
sterili et situati in luoghi montuosi, ciascheduna salma si
considera per tumula seu moggia quattro o cinque di terre , et a
questi si suole dare il prezzo di docati quaranta sino a cinquanta
la salma, più o meno, secondo la loro situatione et qualità .Et
nelle terre infertili, sterili et sciollosi, si considera a tumula
sei la salma et a questi le si da il prezzo di docati venti o
venticinque la salma". Concorreva a determinare il valore dei
terreni anche la loro rendita annua, che era ottenuta prendendo in
considerazione per quanti anni essi erano stati affittati a erbaggio
e per quanti a semina; si sommavano poi le singole rendite annue e
si divideva il totale per il numero degli anni considerati1. A mo’
d’esempio riportiamo alcune stime di terreni fatte da massari di
Crotone. Su richiesta delle sorelle Francesca e Maria Barricellis
alcuni massari apprezzarono le due gabelle Scerra e Pisciotta. Essi
testificarono che erano di salme 53 e mezza; cioè salme 51 e mezza,
di tumola quattro la salma, e salme due, di tumula sei la salma,
quest’ultime infatti erano “terre di infima qualità”. Per quanto
riguarda il loro prezzo; le salme 51 e mezza furono stimate a 50
ducati la salma e le altre a ducati 30 la salma, per un totale di
ducati 26352. Spesso le stime erano di parte come nel caso della
valutazione del danno che il taglio di pietre per la costruzione del
regio porto di Crotone aveva causato a partire dal 1753 fino al
maggio 1771 alla gabella “Li Piani di Nao” di Nicola Zurlo. Alcuni
massari, incaricati dallo Zurlo, stimarono che le terre danneggiate
avevano l’estensione di 12 tomolate “che per esser terre scadenti e
non di perfetta qualità, l’an valutato ed apprezzato come la
valutano, ed apprezzano alla raggione di tomolate quattro la salma,
che in tutto sono tre salme, che alla ragione di docati sessanta la
salma come comunemente si apprezzano le terre sono di capitale
docati cento ottanta. E considerata la rendita, che dette terre an
potuto dare dal millesettecento cinquanta tre a questa parte tra
fertile ed infertile in semina ed in erbaggio, come si suole
praticare in questa città, an giudicato, come giudicano, che detta
rendita, che detto Sig.r Zurlo non à percepito, e che poteva
percepire, se non vi fosse stato detto real travaglio, poteva
ascendere a circa docati dodeci l’anno”3. Cioè la gabella “Li Piani
di Nao” rendeva in media al suo padrone, secondo questa stima, un
ducato all’anno per tomolata.
La preparazione del terreno
Molti terreni venivano affittati per tre anni in erba ad uso di
pascolo con pagamento in denaro ed i tre anni seguenti ad uso di
semina con pagamento in grano. L’affitto a erbaggio era di solito
concesso agli aristocratici della città per il pascolo del loro
bestiame (buoi, vacche ecc.) ed ai capimandra dei casali silani
(Aprigliano, Pietrafitta, Mangone ecc.). Quest’ultimi con i loro
pecorai calavano in autunno con le loro mandrie, composte
soprattutto da pecore, per poi lasciare in giugno il piano per la
Sila4. Era una prerogativa aristocratica il possesso di un copioso
armento, specie se corredato da numerosi buoi. I nobili di Crotone
possedevano infatti quasi tutto il bestiame cittadino, mentre i
coloni potevano disporre solamente di qualche “bove aratorio”5.
Quello vaccino, di solito “ferrato alla coscia destra col merco et
alla faccia sinistra bullato con lettera” del proprietario, era
suddiviso in morre ed affidato ai capivaccaro ed ai guardiani di
vacche alle dipendenze del padrone, le pecore invece erano associate
ai capimandra6. Per assicurare il pascolo alle loro grandi mandrie
gli aristocratici avevano bisogno di vasti pascoli e perciò, oltre
ad utilizzare i propri, quando erano adatti a tale uso, dovevano
prendere in fitto altre terre ad uso erbaggio da altri aristocratici
e dal clero. A volte poiché si trattava di vaste estensioni, essi ne
subaffittavano in parte. Su queste terre pascolavano le greggi, le
numerose morre di animali vaccini (vacche annichiariche, vacche
stirpe, giovenchi, giovenche, bovi, tori) ed i giumenti ed i porci
“per uso della mandra”7. La presenza del bestiame era essenziale per
la concimazione dei terreni alla marina. Trattandosi tuttavia di
terreni soggetti all’aridità e pascolati da mandrie con gran numero
di ovini, l’effetto della concimazione risultava comunque scarso. Il
prezzo di affitto per un anno, con pagamento in denaro, dei
territori a erba per uso di pascolo variava a seconda della natura
del terreno, del fatto che fossero coltivati o incolti, delle
richieste e delle annate. Per quelli più feraci e fertili il prezzo
di fitto poteva arrivare sino alla ragione di carlini venti la
salma, per gli altri un po’ meno8. Per privilegio di re Alfonso
d’Aragona i cittadini di Crotone avevano avuto il permesso di “fare
loro massarie per tucti li tenimenti de Cutrone et de li casali et
pascere loro bestiame in li dicti tenimenti et taglyare legnya a lo
bosco de la ysola et pascere herbagio et gliandagio franchi senza
alcuno pagamento”9, inoltre una antica consuetudine della città
salvaguardava ulteriormente il pascolo degli animali dei cittadini e
nello stesso tempo facilitava la concimazione dei terreni. Essa
prevedeva che “le gabelle et territori dal mese di maggio per tutto
il mese di agosto de qualsivoglia anno et finche non piove tre volte
in abundantia sono comuni et si pascolano indifferentemente da
qualsivoglia sorte de animali: qual pascolare li padroni di dette
terre non possono prohibire"10 . Pertanto nessuna terra compresa nel
territorio di Crotone era preclusa alla semina ed il pascolo in
certe annate poteva estendersi anche a parte del territorio di
Isola. I Crotonesi potevano così dilatare e liberare il pascolo in
modo da assicurare l’erbaggio anche nelle annate e nei mesi secchi,
quando cioè l’erba scarseggiava. La possibilità di ampliare il
coltivato non trovava ostacoli e si proteggeva dalla distruzione il
bestiame dei cittadini, in modo che non venisse meno il legame
vitale, che univa gli animali e l’uomo. Senza l’aiuto di buoi,
vacche, somari ecc. non era infatti possibile, né pensabile, fare
massaria, trasportare, alimentarsi, ecc.
Di solito il nobile, o il capomandra, più raramente un colono, da
soli o associati, prendeva in fitto la gabella “ad uso di erba di
pascolo d’ogni sorta di animali vaccini, e con specialità esclusi li
porci, a riserba di quelli servissero per uso di mandra o di
vaccarizzo” per la durata di uno o due anni11 ad iniziare dal 15
agosto, o dal primo settembre, e con la possibilità di associare e
subaffittare. A volte il padrone del terreno concedeva al fittavolo
di fare un poco di seminato per suo uso e per nutrire gli animali,
entro però limiti precisi, altrimenti mutava il tipo di contratto ed
il prezzo del fitto della gabella aumentava, perché era come se
l’avesse affittata ad ogni uso (“li sia lecito, ma non oltrepassi li
tumolate cinque di orzo, e seminandone di più un tumolo, sia tenuto,
ed obligato pagarla si come si paga detta gabella ad ogn’uso”)12.
Altre volte colui che aveva in fitto le terre ad uso di pascolo ne
approfittava per seminare gli stazzi senza il permesso e con danno
notevole al padrone del terreno, il quale, dovendolo poi affittare
nel triennio successivo a semina, si vedeva venire “a discapitare e
diminuire il piggione del solito affitto”13. Sovente la semina degli
stazzi fu occasione di disputa tra i capimandra ed i padroni delle
terre, come nel caso che vide opporsi il mandriano Cesare Bianco dei
Casali di Cosenza ed il proprietario di terre Giuseppe Gallucci.
Dopo vari tentativi si concordò l’affitto del “Fellà” per ducati 335
pagabili in S. Giovanni dell’Agli 1735 con patto che il mandriano
potesse “sementare tutti li stazzi”. Quando tutto sembrava
appianato, il Gallucci ritornò sulla sua decisione in quanto non
voleva assolutamente che si seminassero gli stazzi. Il contratto fu
perciò strappato ed il mandriano dovette cercare altre terre per le
sue pecore ed il Gallucci fece pascolare le sue terre dai suoi
animali14. E’ evidente che i padroni delle terre cercassero di
salvaguardarle per la semina.
Negli anni a semina infatti il terreno rendeva al padrone usualmente
un terzo di più di quando veniva affittato ad erbaggio. Questo,
tuttavia, non era valido nelle annate secche e per i terreni
boschivi e selvosi. Nel primo caso quando a causa di un lungo
periodo di siccità in autunno i territori non avevano l’erba secca
per il pascolo degli animali vaccini e pecorini, i nobili, i coloni
ed i capimandra erano costretti per salvaguardare il loro bestiame a
prendere in fitto maggiore estensione di terra, così operando essi
facevano lievitare il prezzo di tutti i territori, specie di quelli
ad uso di erbaggio, con grande vantaggio per i padroni delle terre.
E’ questo il caso di quanto successe nel 1739 quando ci fu una
maggiore richiesta sia degli affitti dei territori ad ogni uso che a
erbaggio. Le cause furono che erano aumentate le massarie e gli
animali ed erano calate molte mandrie di pecore forestiere. Poiché
la primavera e l’estate erano state segnate dalla siccità e quindi
in autunno i territori erano privi di erba secca, “ che nell’autunno
più che la fresca mantener soleva il pascolo a tutti gli animali e
specialmente vaccini”, i proprietari degli animali per cautelarsi
chiesero maggiore terra ad erbaggio. Riducendosi quelle per la
semina, facero aumentare tutti gli affitti delle terre15. Nel
secondo caso i coloni dovevano farsi carico del lavoro e delle spese
per aprire i territori, liberandoli dalla selva, per poterli mettere
a massaria. E’ il caso della gabella di Salica “molto insalvagita”,
che il vescovo di Isola Annibale Caracciolo nel 1573 “per farla
aprire a domolate” l’aveva data in fitto per tre anni ai due massari
Antonino lo Rizzo e Benedetto de Napoli per ducati duecento e dieci
l’anno. Secondo il vescovo terminato l’affitto nell’entrante 1576
“in erbaggio se venderà più”16. Non sempre veniva rispettata la
rotazione triennale ed il pagamento alla fine dell’annata. Alcuni
terreni, specie quelli migliori, non seguivano la rotazione
triennale, in altri per causa di forza maggiore veniva spezzata. E’
quanto successe alla gabella “La Pizzuttella”, una terra fertile
situata presso la foce del Neto, appartenente a Gio. Geronimo Vezza.
La gabella di solito veniva affittata secondo l’annata a pascolo
all’incirca per ducati 40 all’anno ed in semina all’incirca per 10
salme di grano. Alla fine dell’agosto 1622 il Vezza trovandosi in
gravi difficoltà economiche decise di affittarla allo spagnolo
Alonso Corrales per 5 anni ad ogni uso, con la possibilità di
locarla e subaffittarla ad iniziare dal primo settembre di
quell’anno; il tutto per ducati 122, cioè ducati 25 all’anno per i
primi quattro anni e ducati 22 l’ultimo anno. Il Corrales usufruì di
questa condizione di favore, che gli permetteva di sfruttare per
cinque anni a semina la gabella, perché pagò anticipatamente tutta
la somma. Inoltre ciò fu possibile per lo stato di estrema necessità
del proprietario e per la grave crisi economica e lo spopolamento
che incombevano sulla città; tale situazione aumentava il “risico e
periculo” perchè “potria succedere di non affittarse d.a gabella
come sole succedere ordinariamente in questa città di non affittarse
li territorii”17.
I tre anni di semina
Passati i tre anni di pascolo, il triennio successivo a semina
aveva per protagonisti i coloni, o massari, di Crotone. Era
consuetudine che nel primo anno il terreno fosse messo a maggese e
colui che l’aveva preso in fitto per tre anni a semina non pagasse
niente. L’estaglio, infatti, per tutti i tre anni dei terreni dati
in fitto ad uso di semina si pagava metà alla raccolta del secondo
anno di affitto, che era il primo anno di semina, e metà alla
raccolta del terzo, ed ultimo, anno di affitto, che era il secondo
anno di semina18. Il terratico annuale in grano e majorche, che i
coloni dovevano al padrone del terreno per ogni anno di semina,
poteva variare da un tumulo, un tomolo e mezzo e due tomoli per ogni
moggio, o tomolata, di terra avuta in fitto a seconda della sua
qualità e fertilità. Tali forme di pagamento erano comunemente
chiamate “di copertura, copertura e meza et due coperture"19. Alla
semina, o a maggio poco prima della raccolta20, il padrone del
terreno inviava una persona di fiducia, di solito un massaro, con la
“mezarola” nella gabella data in fitto, il quale assieme ad un uomo
di fiducia del fittavolo apprezzava il seminato, stabilendo i tomoli
di grano, che dovevano essere pagati21. L’affitto iniziava quasi
sempre il 15 agosto, raramente il primo di settembre22. Se questo
era l’uso e, nel caso di alcuni fondi ecclesiastici, la norma, alla
quale gli economi dovevano attenersi, non mancavano le eccezioni, le
speculazioni e le frodi. Spesso questa prassi era seguita solo in
parte o era aggirata.
Il primo anno a maggese
Nel primo anno a maggese si faceva nel terreno, tenuto a riposo,
una serie di lavorazioni in modo da renderlo soffice, liberarlo
dalle erbe infestanti ed arricchirlo di sostanze organiche, per
prepararlo alla successiva coltivazione cerealicola. Per poter
compiere questi lavori i coloni di solito in marzo o aprile del
primo anno di fitto prendevano a credito dai possidenti i buoi,
obbligandosi a pagarli alla raccolta dell’anno seguente. (All’inizio
del Settecento un paricchio di buoi preso a credito dal colono
costava dai 45 ai 50 ducati, mentre il costo di un bue era di circa
15 ducati23). Era questo il momento dei bovari; il loro lavoro era
essenziale per “ammaesare la gabella, cioè scigare, dubrare,
interzare”. Il salario annuale di un bovaro, all’inizio del
Settecento, variava da 17 a 20 ducati; egli inoltre aveva diritto a
ducati 3 di lana, alla “coscitura di vestito”( grana 60) e a
macinato e mesata (ducati 4). Il costo al giorno di un parricchio di
buoi era di carlini 3, il doppio del salario di un giornaliere.
Alcuni terreni non seguivano la rotazione triennale; altri, specie
quelli ecclesiastici, che il primo anno dovevano essere a maggese,
erano invece messi fraudolentemente a semina. Come potesse avvenire
questo, ce lo descrivono alcuni documenti. Sul finire del
Cinquecento gli affittuari delle gabelle di Maccodite e l’Esca delle
sorelle Berlingieri nelle annate 1590 e 1591 fecero maggese,
utilizzando parte del terreno per il pascolo dei loro animali, e
versarono una piccola somma in denaro, e nelle due annate 1592 e
1593 le seminarono e pagarono in grano. L’anno seguente 1594 le due
gabelle furono affittate ad erbaggio. Dall’analisi del documento se
da una parte è evidente il notevole divario della rendita annuale
delle gabelle a seconda dell’uso, con l’anno di semina che rende
almeno quattro volte quello a erbaggio e 25 quello a maggese,
dall’altra mostra terreni particolarmente inselvatichiti e boschivi
tanto che coloro che li affittano a semina chiedono di averli prima
per due anni a maggese, altrimenti si rifiutano di prenderli, in
modo da prepararli adeguatamente a ricevere, a volte per la prima
volta, il seme, che però darà messi abbondanti24. Un documento della
metà del Settecento getta luce sulla speculazione che avveniva sui
fondi ecclesiastici. Il mercante di grano Girolamo Cariati, in
società con altri, aveva preso in fitto nel 1756 per tre anni ad uso
di semina dall’economo della mensa vescovile tre vasti fondi della
chiesa in territorio di Crotone, impegnandosi a non subaffittarli.
L’operazione era stata condotta come al solito con la complicità
dell’economo e gli speculatori avevano potuto avere in fitto i
terreni a prezzi molto vantaggiosi, aggirando la prassi che questo
genere di affitto doveva seguire. L’affare però non andò nel verso
dovuto, in quanto nel primo anno di fitto fu vanificato, perché il
nuovo vescovo Mariano Amato cambiava l’economo della mensa
vescovile. Scoperta la collusione, Gerolamo Cariati sul finire del
giugno 1757 era costretto a recedere. Dall’atto di rinuncia si
apprende che il Cariati ed i suoi soci avevano subaffittato i
terreni ad alcuni coloni, con i quali avevano stipulato degli
obblighi; obblighi che vengono ora passati a favore del nuovo
economo, perché possa esigere alla raccolta i terratici. Risulta
anche che, sebbene negli obblighi di subaffitto non è dichiarato,
col “tacito” consenso, i coloni, nonostante fosse il primo anno,
avevano messo a semina alcune terre, specialmente quelle concimate e
le migliori. Il Cariati aggiungeva, a tutela dell’economo, che, se
anche aveva dato il suo tacito consenso, i coloni avevano messo a
semina i terreni a loro rischio, in quanto non potevano in caso di
cattiva annata, né chiedere uno sconto, né far rinuncia. Era
comunque evidente che il Cariati e soci avevano subaffittato i
terreni ai coloni con la possibilità di seminare anche il primo anno
e di percepire perciò da questi il terratico. Il nuovo economo pose
fine ad ogni controversia, accettando di non molestare i
subaffittatori “né del subaffitto delle terre, né per li sementati
da essi fatti”25.
Altre volte il terreno non veniva messo a maggese, in quanto coloro
che lo avevano preso in fitto “per l’orridezza dei tempi” ritenevano
più vantaggioso non proseguire con la semina. E’ il caso del colono
Gio Battista Caivano il quale prese in fitto dagli aristocratici
catanzaresi Passarelli una vasta continenza di terre detta Li Bucchi
in territorio di Crotone ad uso massaria per tre anni continui, il
primo franco a maggese, ad iniziare dal 15 agosto 1717 con pagamento
di tomoli 750 di grano nella raccolta 1719 ed altrettanti nella
raccolta 1720. Presagendo cattivi raccolti, il Caivano non curò di
maggesare, né mostrò intenzione di proseguire con la semina
nell’ottobre seguente. Egli infatti cedette le vacche ed aveva
intenzione di portare a vendere i buoi alla fiera di San Marco. Il
padrone delle terre informato sulle intenzioni del fittavolo, per
paura che i suoi fondi inselvatichissero e si rompesse la rotazione
“per non essere stata rotta d’arato nell’annata che li toccava”,
nell’aprile 1718 si rivolse alla Regia Udienza Provinciale,
chiedendo giustizia. Per non incorrere nel sequestro dei suoi beni,
il Caivano fu costretto a cercare un accordo con il Passarelli. Il
contratto fu sciolto ed il Caivano in compenso si obbligò a
risarcire 260 ducati per non aver maggesato ed altri ducati 29 per
le spese della causa. Non avendo denaro liquido, vendette 10 paia di
buoi a ducati 30 in paio26.
Altre volte ancora era il padrone del terreno che faceva un favore
al fittavolo, concedendogli di poter seminare una determinata
quantità nel primo anno di fitto e fare i maggesi dove voleva, senza
pagare alcun terraggio27.
Coloni e/o Massari
Coloni, e/o massari, vivono costantemente indebitati ed a
seconda dei tempi il loro ruolo è spesso confuso e intercambiabile.
Alla metà del Seicento quasi tutti possiedono uno zappone a due
mani, una zappa, una falce ed un’accetta28 ; a volte i più fortunati
possono contare anche su qualche piccolo vignale, su due o tre paia
di buoi aratorii ed una somara, su alcuni tomoli di grano, orzo e
ceci, due o tre vomeri di ferro, aratri di legno, pajora, qualche
pala e tridente di legno che usano per l’aia, uno o due carra,
qualche capo di bestiame29. Entrambi devono obbligarsi con i
proprietari di terre, con gli speculatori ed i mercanti. Per fare il
“sementato” impegnano tutto il loro avere per i buoi, gli affitti
delle gabelle, la semente e per poter sostenere le “spese del
mietere e dell’aria”. Essi non dispongono di mezzi sufficienti per
resistere alle annate calamitose, causate dalla siccità e dai
bruchi. Per sfuggire alla persecuzione dei creditori spesso devono
“ponersi in un rifugio”, o cedono i pochi averi; a volte, perché
insolventi, finiscono in carcere. Alcuni documenti del Seicento e
dei primi anni del Settecento ci mostrano la condizione nelle
campagne ed i soprusi e le privazioni ai quali erano soggetti i
“rustici”.
Gio Francesco ed Antonino Tiriolo di Crotone nell’annata 1628/1629
per seminare ottengono a credito dal milite spagnolo Gio. Bernardo
Casanova 150 tomoli di grano, obbligandosi ad ogni semplice
richiesta di riconsegnarli o pagarli “il prezzo che valeranno al dì
della requesta”. Essendo stati richiesti a voce e per iscritto, i
Tiriolo non riescono a soddisfare il creditore a causa della cattiva
annata. Per intervento di comuni amici il mercante concede una
dilazione e rinnova l’obbligazione. I Tiriolo si obbligano a
consegnare ad ogni richiesta i tomoli 150 di grano o a pagarli al
prezzo che avranno nel giorno della richiesta, dando in pegno, per
una maggior cautela del mercante, il grano, i legumi e tutto ciò che
hanno seminato e la loro casa. Così il creditore, qualora essi non
rispettassero gli accordi, potrà “pigliare detti seminati o vero
detta casa a sua elettione e sopra quelli sodisfare et pagarse
integramente li detti tt.li 150 di grano”30.
I fratelli Giulio e Sibio Caligiurio si obbligano alla semina ed in
primavera col milite spagnolo Gio. Bernardo Casanova a consegnargli
alla raccolta 110 tomoli di grano. Prima però della mietitura
muoiono, lasciando solo le loro massarie; una nei Piani di Bucco con
due paia di buoi e l’altra nelle terre di Ponticelli con un paio di
buoi. Gli eredi, la madre vedova e la sorella, si trovano in gravi
difficoltà. Non avendo né grano né denaro, non possono mietere il
grano anche perché “bisognava la persona di homo et non di donne”.
Intervenne allora il creditore Casanova, il quale offrì il suo
aiuto. Egli comprò grano, vino, olio e caso e raccolse la massaria
con l’aiuto di buoi e di uomini. Per sdebitarsi, gli eredi
Caligiurio, non avendo altro, cedono al Casanova la massaria, in
modo da poter soddisfare il suo credito e le spese fatte; dandogli
la possibilità di subaffittarla, pagando però il terraggio, e di
vendere il grano, i buoi ed altro in modo da poter soddisfare il suo
credito e le spese sostenute per la raccolta31. Per morte del
massaro Tommaso Capocchiano che aveva in fitto alcune gabelle ad uso
semina appartenenti ad Honofrio Gerace, quest’ultimo per rifarsi si
prese le proprietà del massaro: le vacche le mandò a Napoli per
venderle, il grano lo raccolse e se lo portò nei suoi magazzini ed i
buoi dopo averli utilizzati per la raccolta, parte li vendette in
contanti e parte a credenza32. I coniugi Ruggiero sono in debito con
il reverendo Leonardo Pranzo. Nell’autunno 1721 hanno avuto in
prestito tomoli 97 di grano per la semina e devono restituirlo alla
raccolta del 1722. A causa dell’annata “calamitosa” non riescono a
mantenere l’obbligo. Per interventi di amici e dopo suppliche il
Pranzo concesse una dilazione. I Ruggiero pagheranno i 97 tomoli di
grano al prezzo “secondo si pagheranno li grani si donano
comunemente a credito in questa città di Cotrone nell’entrante anno
1723”. Essi estingueranno il prezzo del debito in tre rate; un terzo
lo pagheranno nella raccolta 1723, un terzo in quella del 1724 ed il
rimanente in quella del 1725. Finchè non si arriverà al saldo tutti
i beni dei Ruggero, specialmente la vigna e la casa, sono
vincolati33.
Le rivele di una decina di coloni di Papanice evidenziano la
precarietà in cui erano costretti a vivere ed il loro stato di
continuo indebitamento. All’inizio del Seicento il grano
rappresentava più dell’80% delle coltivazioni, seguito dall’orzo
13%, dalle fave e favette 6% e dal germano 1%. Nel 1632 ogni
massaria aveva dato mediamente 552 tomoli di grano, 87 di orzo, 42
di fave e 3 di germano. Quasi un quinto del grano era andato ai
padroni delle terre per il terraggio. Unito a quello per il massaro
ed i garzoni, ai coloni era rimasto tre quarti del grano raccolto,
nel nostro caso 414 tomoli, fino al nuovo raccolto34.
I Giornatari
I coloni per fare la massaria utilizzavano “zappuliaturi”,
“roncaturi”, “vanghieri”, ecc. i quali compievano i lavori
stagionali. Questo bracciantato locale, che costituiva la gran parte
della popolazione, era chiamato “giornatari”, o “giornalieri”, in
quanto lavorava nei campi per alcuni giorni e veniva pagato a
giornata. Il salario di questi lavoratori precari rimarrà stabile
nel tempo. Alla metà del Cinquecento era di quindici grana il
giorno, o la giornata, e così anche alla metà del Settecento. Essi
erano utilizzati a roncare la gabella ed il maggese, adoccare,
zappoliare, scorrere, nettare il lino, sfellorazzare i lavori e
ammaesare e sciuppare le fave, ecc. Tutti lavori di pochi giorni.
Non possedevano niente, si cibavano di erbe e frutta e si vestivano
“malamente”, perciò specie d’inverno e durante le carestie erano
particolarmente esposti alle infermità ed ad una morte precoce.
Quale fosse la loro vita la si può immaginare da alcune
testimonianze. Due giornatari di Papanice, Francesco Gaetano e
Giovanni Panevino, aiutavano nel mese di febbraio 1689 il colono
Stefano Cavarretta a roncare la gabella “Primiceriato” confinante
con “Marturano”. “Una di quelli seri volendosi rigguttare nel
coverto, andorno tutti e tre nel pagliaro di Marturano et proprio
nelli serri et in detto pagliaro ritrovarno a Michele Ursino alias
carcanello vaccaro di D. Carlo Cesare Scarnera et di Antonio Quercia
che con dette loro vacche sbernavano a Marturano et quello pagliaro
se l’havevano fatto detto Ursino e compagni et rigettatosi si
sederono nel foco..”35.
Francesco Gonnella di Limbadi ai primi di novembre 1715, mentre
stava seminando la cesina di Carbonara, è preso per i cappelli, “
che per esser corti detti capelli, non poteva tenerli in mano”, dal
vicario generale Paolo Pietro Albani. L’Albani dopo avergli ordinato
di andarsene, in quanto quelle terre erano sue, lo minacciò
dicendogli :”spogliati, o ti scanno e ti faccio mangiare dalle
mosche”. Il Gonnella fu costretto ad ubbidire, “restando in tela, e
detto d’Albano si pigliò calzi, gippone, casacca, manto, cappello,
zappone e due sacchi uno con grano e l’altro vacuo”36.
Il primo anno di Semina
Fatti “li maggesi di tutta bontà, ed ottima qualità e di quattro
arati”37, solcato e rivoltato il suolo quattro volte a tempo debito,
cioè una volta all’inizio della primavera prima della semina
dell’orzo e le altre tre in autunno, il maggese è preparato per
ricevere la semente. Prima della semina le “domitine” sono state
dapprima bruciate, poi roncate e quindi spassate. Quando il terreno
è pronto in autunno il seme viene trasportato dal magazzino di
Crotone alla massaria. Fatta la semina, in primavera bisogna
“dubrare” poi “zappuliare” e quindi scorrere, in modo da levare le
erbacce, soprattutto la veccia e loglio ma anche l’orzo, che
infestano il grano, specie nel caso che i lavori di preparazione del
terreno non siano stati ben condotti o a causa di una semente non
bene nettata. Arrivato il tempo del raccolto bisogna “arrampare” e
“annettare l’aera” e sostenere le spese della falce. Per compiere
tutti questi lavori, ed inoltre pagare il terratico al padrone, che
a seconda della natura del terreno poteva variare da una a due volte
il grano seminato, il colono era costretto contrarre altri obblighi
per procurarsi il necessario per fare la massaria e poter vivere con
la sua famiglia fino alla raccolta. Innanzitutto egli doveva aver
cura e nutrire i buoi e gli altri animali, che lo avrebbero
accompagnato, fornendogli l’aiuto principale, per tutta la sua
opera38. Senza di essi non era possibile alcun trasporto né arare,
maggesare, seminare e raccogliere con i carri (carrare) la
masseria39. L’insufficiente concimazione ed una aratura fatta
utilizzando piccoli e deboli denutriti buoi, che trascinavano aratri
rudimentali di legno, sia pure col vomere di ferro, che non
tagliavano in profondità il terreno e nemmeno lo voltavano40, erano
spesso le cause di raccolti mediocri. Quando a questi fattori di
debolezza si aggiungevano siccità, bruchi o cavallette, la carestia
si abbatteva pesantemente sulla fragile economia del colono.
Secondo una antichissima consuetudine di Crotone qualora nel primo
anno di semina non torna conto all’affittuario raccogliere il frutto
della sua masseria, può cedere e far atto di rinuncia del seminato
con tutti i miglioramenti e le colture che vi sono in favore del
padrone del territorio. Con tale atto le messi nel modo in cui si
trovano passano in potere del padrone ed il contratto di affitto si
estingue. Il fittavolo che rinuncia il terreno, non è più tenuto a
continuare, né a pagare cosa alcuna41. Il massaro Giuseppe Falbo
prende in fitto un terreno per tre anni ad iniziare dal 15 agosto
1759. Il primo anno fa i maggesi e al secondo lo semina in grano,
eseguendo tutte le colture necessarie. Avvicinandosi il tempo del
raccolto e visto che per la mancanza di piogge e per la sterilità
“invece di portare detti sementati a maturare li frutti delle biade,
si vedono giornalmente andar mancando”, egli alla fine di maggio
rinuncia a proseguire, lasciando tutto al padrone42.
Spesso questo uso è contrastato dai proprietari. A volte essi,
affermando che non è “de jure, né permesso dalla legge”, tentano di
rivalersi sul conduttore. E’ questo il caso del procuratore del
monastero di Santa Chiara, il tesoriere Felice Messina, che nel 1759
affitta per tre anni ad uso semina una gabella al colono Antonio
Barbiero, il quale si obbliga a consegnare 69 tomoli di grano nella
raccolta del 1761 ed altrettanti in quella del 1762. Dopo aver fatto
il maggese nel 1760, il Barbiero mette a semina ma a causa della
sterilità prima della raccolta del 1761 rinuncia la gabella. Il
procuratore non accetta ma, avvicinatosi il momento della nuova
semina, vedendo che il Barbiero non ha alcuna intenzione di
seminare, cerca di allettarlo con uno sconto. Egli invita il colono
“ a sementare la gabella , acciò non restasse vacua, e nel raccolto
del seguente anno si vedesse il frutto, che la medesima darà”,
altrimenti sarà costretto ad affittarla a quel prezzo che potrà,
rivalendosi poi sul Barbiero. Quest’ultimo però forte dell’uso
rispose “che il Sig. tesoriero, o si affitta detta gabella, o non si
affitta faccia a suo modo, perché esso intende esser sciolto
dall’affitto”43. Altre volte i padroni dei terreni, per porre fine
ad una lunga lite dall’esito incerto, tentano di accordarsi con i
fittavoli, come nel caso che vide di fronte le sorelle Presterà ed
alcuni massari, ai quali esse avevano affittato le due gabelle
“Alfieri” e “La Cattiva” per quattro anni continui ad iniziare dal
15 agosto 1759 con pagamento in denaro. I massari si obbligarono a
versare alle Presterà ducati 1500, e precisamente ducati 200 a
Mulerà, 8 settembre 1760 ed il rimanente suddiviso in tre rate
uguali con scadenza Mulerà 1761, 1762 e 1763. Fatto il primo anno di
maggese, nell’autunno 1760 i massari seminarono le due gabelle ma,
vedendo che per mancanza di piogge il raccolto si presentava scarso,
il 2 giugno 1761, richiamandosi alla consuetudine di poterle
lasciare nel primo anno di semina, le rinunciarono. Le sorelle
Presterà dapprima rifiutarono, anche perché “qualora fosse vera
questa consuetudine non può estendersi nell’affitto fatto a detti
massari, perché fu fatto per quattro anni colla promessa
dell’estaglio in danaro”, poi cercarono di ricattare i massari, in
quanto essi, contravvenendo al contratto nel primo anno di fitto,
avevano seminato parte delle gabelle, raccogliendo una “ubertosa
raccolta nelle biade ivi seminate”. Infine trovarono un accordo. La
rata, che i massari dovevano pagare a Mulerà 1761, fu frazionata e
spostata; metà sarebbe stata pagata assieme a quella che maturava a
Mulerà 1762 e l’altra metà a Mulerà 1764. Se poi la raccolta del
1762 fosse stata nuovamente sterile essi avrebbero goduto del
beneficio dell’”escomputo”. A tal fine i massari avrebbero
presentato tutte le spese sopportate sia nel primo anno di maggese
sia nei due anni seguenti di semina in modo da rendere evidente sia
il danno che l’utile. Quattro persone, scelte col consenso delle due
parti, avrebbero esaminato i conti e stabilito se ai massari
spettava una riduzione. Infine le sorelle Presterà promisero sia di
anticipare ai massari nell’autunno 1761 tomoli 200 di grano di
semente per poter seminare, sia di aiutarli nelle spese di massaria.
In cambio i massari avrebbero dato il “contentamento” alle Presterà
di essere preferite come “creditrici posteriori” sopra il di più che
si sarebbe raccolto44.
La mietitura
Arrivato il tempo della mietitura il colono, già indebitato,
deve procurarsi il denaro ed il grano per fare il pane per poter
raccogliere la sua massaria. E’ questo il momento più difficile e
dove la speculazione è in agguato, in quanto il prezzo del grano è
al suo massimo ed egli, già indebitato, deve trovare un creditore,
che sia disposto ad anticipargli ancora denaro e grano, per pagare e
nutrire i giornalieri, i mietitori ed i ligatori45. Verso la metà di
giugno iniziava la mietitura. La forte richiesta di manodopera, per
un periodo ristretto di tempo, una decina di giorni nella seconda
metà di giugno, richiamava “diverse persone paesane e forastiere”,
provenienti dai casali silani di Maggisano, Garropoli46, ecc.
All’inizio del Seicento un mietitore riceveva al giorno 20 grana ed
aveva diritto ad un pasto composto da un quartucchio di vino e da
altre vivande, di solito pane, cipolle, carne, lardo, caso e olio47.
Per avere una idea di come incidevano i vari lavori riportiamo
l’esempio di un conto di massaria fatta in territorio di Crotone
nell’annata 1714 /1715. Lo scorrere incise per il 32%, il mietere ed
il ligare il 25%, lo zappuliare il 19%, il sementare il 13%, il
bruggiare, roncare e spassare le domitine l’8% e l’arrampare ed
annettare l’aera il 3%48.
Venuto il tempo della “scogna”, le gregne erano caricate su carri e
portate nell’aia dove le trizze dei buoi le trituravano49. Quindi i
“bordunari et conduttori di grani” trasportavano il cereale dall’aia
al magazzino in città. Era questo un periodo particolarmente
delicato per i padroni in quanto dovevano vigilare per salvaguardare
il raccolto dal furto, che di solito veniva perpetrato col favore
della notte sull’aia o durante il trasporto del grano dall’aia al
magazzino50. Il grano ottenuto a Crotone e nel Marchesato era grano
di mediocre qualità e spesso impuro e mischiato, con la presenza di
orzo, terra ed altro51.
Esso veniva valutato in “tumula" e sei tumula formavano una soma o
salma52.
Il secondo anno di semina
A volte si trovano atti di rinuncia del raccolto riguardanti il
secondo anno di semina. Questo era possibile quando nel primo anno
il terreno era stato affittato a persona diversa. E’ il caso del
colono Mattia Cerrelli di Crotone, il quale nell’autunno 1695 seminò
il vignale del Cantore, che aveva preso in fitto da Honofrio Gerace.
Venuto il tempo della raccolta, poiché vide che vi era poco frutto,
lo rinunciò ed il Gerace accolse la rinuncia ed incaricò il suo
massaro Gio. Paulo Liotta di fare la raccolta. Ciò avvenne perché il
vignale era stato seminato l’anno precedente da Tommaso Capicchiani
ma, per la sua morte, l’anno dopo era subentrato il Cerrelli. Pur
essendo il terreno al secondo anno di semina, per il Cerrelli era al
primo53. Era “costume inveterato ed accettato comunemente” a Crotone
che nei due anni di semina il grano pagato per terraggio dal colono
al padrone del terreno non doveva superare il limite dei due quinti.
Se per causa di cattivi raccolti nei due anni di semina del triennio
di fitto la parte dovuta al padrone veniva a superare i due quinti
del grano raccolto, il padrone doveva fare uno sconto al colono. A
prova di tale uso riportiamo l’istanza presentata il 20 luglio 1805
dal colono Francesco di Vennera nella Regia Corte di Crotone. Da
essa si apprende che il nobile Gioacchino Albani aveva preso in
fitto il territorio della Mortilla da Giuseppe Maria Messina e nel
1802 ne aveva subaffittato una parte, il vignale detto di Galasso,
al di Vennera per tre anni ad uso semina, il primo anno franco ad
“ammagesare”. Essendo il vignale della capacità di 15 tomolate e
come terreno fertile stimato a due coperture, il di Vennera si
impegnò a pagare di terraggio all’Albani, nei due anni a semina, 30
tomoli di grano all’anno. A causa della sterilità nel primo anno di
semina il colono raccolse solamente 45 tomoli di grano, cioè tre
volte quello seminato, ma puntualmente versò i 30 tomoli di grano
all’Albani, sperando di rifarsi nell’annata seguente. Il raccolto
della seconda annata, pur essendo migliore, tuttavia diede solamente
59 tomoli e mezzo di grano, vale a dire nemmeno quattro volte il
seminato. Poiché a Crotone vigeva l’uso, per quel tipo di affitto di
terreno, che se nei due anni di semina nel triennio di affitto
cumulativamente il colono non “prende il punto delli dieci” (egli
invero non aveva raggiunto nemmeno il sette), il padrone della
gabella seminata doveva fare lo sconto al colono, il di Vennera
chiese all’Albani di accordarlo. L’Albani rifiutò ed il Vennera si
rivolse allora alla Regia Corte per avere giustizia 54.
Il più delle volte infatti lo sconto non veniva praticato ed il
colono falliva. Tra i tanti ricordiamo quanto accadde al massaro
Carlo Rinaldi. Egli non aveva rinunciato al magro raccolto del 1761
ed aveva voluto continuare a seminare. L’anno dopo il raccolto fu
peggiore. Indebitato e minacciato dai creditori di carcerazione fu
costretto a vendere un suo magazzino55. Stesso destino colpì il
massaro Luca Fallacca il quale nella raccolta del 1761 a causa della
sterilità restò debitore di Paolino Manfredi. Per non finire in
carcere domandò una “dilazione e respiro d’altro anno”, offrendo in
pegno la casa. Continuata l’industria della massaria con l’intento
di ottenere un buon raccolto l’anno dopo e così pagare i debiti, nel
1762 non riuscì né a pagare il vecchio debito né quello fatto per
poter seminare nell’anno seguente. Minacciato di finire in carcere
fu costretto a vendere la casa al Manfredi56.
Il terzo anno di semina
Non sono rari i contratti ad uso semina di durata quadriennale.
Anche se essi riguardano terreni particolarmente fertili, il padrone
a volte si cautelava. Dopo il primo anno a maggese ed i due anni a
semina, poiché le terre “verranno ad essere stanche e di evento
assai incerto”, i coloni che le vorranno seminare nel quarto anno di
fitto, che era il terzo della semina, lo avrebbero fatto a loro
rischio, rinunciando in caso di cattiva annata a far valere alcun
sconto o diminuzione dell’estaglio57.
In alcuni contratti riguardanti la concessione di terreni per tre
anni ad uso semina è espresso anche il caso che gli affittuari
possano continuare nell’affitto nel quarto anno e seminare. Il
pagamento per questo terzo anno di semina è uguale a quello dei due
anni precedenti ed gli affittuari devono informare il padrone del
terreno sei mesi prima di iniziare il terzo anno di fitto58.
Conto di una massaria
Per avere un’idea delle spese e dei lavori che un colono doveva
affrontare, riportiamo il conto della massaria di Giuseppe
Micilotto. Esso, anche se di parte perché frutto delle testimonianze
del suo massaro e fattore di campagna e di due bovari al suo
servizio, documenta la situazione nelle campagne di Crotone alla
metà del Settecento. Il conto si riferisce al raccolto del 1761,
annata particolarmente infausta a causa della siccità che colpì il
seminato. Il Micelotto che aveva preso in fitto dal monastero di S.
Chiara di Cutro e dal cantore di Cutro Domenico di Bona la gabella
“Li Miccisi”, l’aveva seminata con tomoli 250 di grano, tomoli 8 di
linusa, tomoli uno ed un quarto di fave e tomoli tre di orzo. A
causa delle calamità egli non riuscì nemmeno a pagare le spese.
Raccolse infatti solamente tomoli 493 di grano, tomoli 6 di orzo,
tomoli 1 e mezzo di fave, tomoli 3 di linusa e pise n. 29 di lino.
Fece anche un campo di “melune”, ma non ricavò niente. Le spese che
dovette sostenere furono: “Per costruire il pagliaro per servizio di
detta massaria, per pure giornate d’uomini, oltre la legname, docati
nove. Per roncare la sudetta gabella, giornate d’uomini numero
trecento trenta. Per ammaesare la sudetta gabella, cioè scigare,
dubrare, interzare, e tumula novanta inquartate, paricchiate di bovi
numero Novecento sessanta. Per fare una gambetta, giornate di
vanghiero numero Diece. Per roncare li majise, giornate d’uomo
numero Cinquecento ottanta otto. Per sementare li sudetti majise,
parecchiate di Bovi numero Trecento ed otto. Per adoccare giornate
d’uomo numero duecento sessanta. Per trasporto delli sudetti Tumula
duecento cinquanta di grano, tumula otto linusa, tumula uno e un
quarto favi, e tumula tre orzo, da Cotrone alla gabella, docati
diece. Per zappoliare i lavori, giornate d’uomini numero Cinquecento
trenta due. Per nettare il lino giornate di uomo numero Ventisei.
Per sfellorazzare i lavori, ed ammaesare le fave giornate d’uomo
numero Sessanta nove. Per scorrere li medesimi giornate d’uomo
numero Trecento novanta. Per sciuppare il lino speso carlini
ventinove. Per rampare, e nettare l’aria speso docati quattro e
grana diece. Per sciuppare le fave giornate d’uomo numero Quattro.
Per sei mesate di guardiano per custodire detti lavori pagati a
Nicola Russo di Pietrafitta, docati dieceotto. Per tante giornate
pagate a mietitori e ligatori per mietere e ligare detta massaria
docati cento diece sette e grana trenta. Per le spese cibarie
occorse in mietere detta massaria, essersi consumata la seguente
robba: grano tumula trentadue, vino barili quarantauno, aceto barili
due, formaggio pezze cinquanta quattro, oglio militra tre, foglia
carlini trentatre, sale rotola diece, e pecore num. Quindeci e per
macinare sudetto grano, sale, frasche, e fattura del pane docati
diece. Per carrare la gregna giornate di carro numero Quaranta
quattro. Per trasportare la robba da mangiare alli mietitori, ed
acqua alli medesimi giornate di carro numero Diecesette. Per
triturare la gregna trizze di bovi numero ottanta. Al mietere, ed
all’aria, giornate d’uomini oltre li mietitori, e li ligatori numero
Trecento trenta otto, che pagati a diversi prezzi in tutto ascesero
a docati settanta quattro e grana ottanta sette. Per trasporto di
tumula quattrocento novanta tre grano ricavato nella prossima
passata raccolta dalla sudetta massaria, dall’aria al magazino,
docati quattordeci e grana settantanove. Per trasportare il lino
alla Vurga, ed indi riportarlo giornata di carro numero Quindeci.
Per scacciare, e purgare detto lino docati undeci e grana sessanta.
Per il sodo pagato al sudetto Massaro in tutto docati sessantauno e
grana cinquanta. Quali sudette giornate di uomini come sopra
descritte, attesta detto massaro Antonio Giaquinta, averle con le
sue mani pagate volta per volta a raggione di grana quindeci la
giornata”59.
Note
1. ANC. 911, 1739, 29.
2. ANC. 667, 1747, 19 –23.
3. ANC. 1589, 1771, 30 –31.
4. I capimandra pagavano ai pecorai il servimento in Sila che
prevedeva che chi aveva in custodia le mandrie doveva far fronte ai
pagamenti e soccorsi ai pecorai sino alla calata "poichè alla marina
è obbligato il padrone a soccorrere i pecorai". Il servimento
consisteva nell'affittare e pagare le difese e la fida in Sila,
nell'assumere i pecorai necessari per la custodia, nell'anticipare
grano, scarpe e tutto il bisognevole ai pecorai, nel fornire le
mule, i buoi ed i cavalli per il trasporto dei vestimenti e del
necessario, ANC. 912, 1748, 87.
5. G.M. Lucifero e T. Sculco da soli possedevano oltre il 40% degli
armenti. Un altro 55% era suddiviso tra A. Gallucci, B. Zurlo, C.
Albani, C. Oliverio, D. Ventura, B. Suriano, F. de Vennera, G.
Zurlo, L. Messina, R. Zurlo, S. Orsini, G. Micilotto e V. de Lucro
ed il rimanente 5% ,composto per lo più da “bovi aratorii”,era
suddiviso tra 24 massari, Catasto Cotrone, 1793,AVC.
6. Nel 1742 Paolo Tancredi era capomandra del marchese Lucifero e
dei Parise, Cesare Bianco era capomandra di Mirtillo Barricellis e
di Gregorio Montalcini. Entrambi erano della Badia di Pietrafitta,
ANC. 981,1742, 10v-11.
7. Nel 1598 Io. Battista Oliverio possedeva 34 vacche “fectas”, 6
stirpe, 8 giovenche e 29 tra vitelli e vitelle, ANC. 58, 1598, 584;
Nel 1620 il nobile Josepho Maria Syllano aveva 40 vacche “fetas”, 24
vacche “stirpas”, 24 tra vitelli e vitelle di due e tre anni e 2
tori, ANC. 117, 1620, 39v-40; Facevano parte dell’eredità di Pietro
Suriano 32 vacche figliate, 31 vitelli nati nel 1708, 32 vacche
stirpe, 10 jencarelle, 16 vitellacci, 4 scrofe, 15 porcastri, 29
bovi, una stacca, 11 jencaroni, 8 jenchi grossi, 1036 pecore e 216
anniglie, ANC. 497, 1708, 51-52; Berardino Suriano nel 1743 aveva
120 buoi, 40 mazzoni, 114 vacche, 77 giovenche, 4 tori, 2600 pecore,
20 somari, 4 cavalli, 2 giumente, 10 scrofe e 300 porci, Catasto
Onciario Cotrone, 1743, ff. 24-27, ecc.
8. ANC. 667,1746,166-167; Nel 1723 Paolo Tancredi di Pietrafitta
chiede ad Alessandro Barricellis di avere in fitto un terreno “ad
ogni sorte d’animali fuorchè porci solo per uso di mandra o
vaccarizzo” offrendo carlini 18 la salma per “le domitine” e carlini
15 la salma per “li ierzi”, ANC. 661, 1723, 146 –147.
9. Zangari D., Capitoli e grazie cit., p.12.
10. Dip. Som. F. 315, n.10, f. 33 ASN.
11. L’aristocratico crotonese Gio. Pietro Presterà affitta
l’erbaggio del feudo di Longano o Valle di Pirrotta di Cristofaro
Pallone per due anni per ducati 85 l’anno per farlo pascolare dai
suoi buoi, vacche ed altro, ANC. 333, 1672, 45; Il 13 marzo 1689
viene messa all’asta l’affitto della gabella S. Giorgio della mensa
vescovile. Compare Gregorio Pugliese, prestanome di Fabrizio
Manfredi, ed offrì ducati 15 per l’erbaggio per potersela pascolare
con ogni sorte di animali per tutto agosto e con la potestà di
associare e subaffittare, ANC. 335, 1687, nn.; Il massaro Francesco
Crocco di Crotone affitta per un anno continuo ad iniziare dal 15
agosto 1772 dall’arcidiaconato la gabella Irticello per ducati 32
“ad uso di pascolo d’ogni sorte di animali, forché porci, ma
solamente per quelli servissero per uso di mandra, o vaccarizzo” e
con la potestà di associare e subaffittare, ANC. 1665, 1772, 2,
12. ANC. 1665, 1772, 9r-10v.
13. Alcuni massari di Crotone dichiarano che Raffaele Suriano, che
aveva preso in fitto a uso di pascolo alcune terre dall’economo
della mensa vescovile di Crotone, tanto nel 1760 quanto nel 1761
aveva fatto seminare i due stazzi delle mandre, “seu setti”. Nel
1760 nel territorio Il Prastio seminò il setto della mandra di circa
tumolate dieci di terre con majorca ed orzo, e nel territorio S.
Biase seminò il setto della mandra di circa tumolate quattro e mezzo
con orzo e grano germano; nel 1761 nel setto della mandra del
Prastio seminò fave ed orzo ed in quello di S. Biase orzo e grano
germano, ANC. 1268, 1761, 107-110.
14. ANC. 665, 1736, 57.
15. "L'affitti de territorii o gabelle del comprensorio di questa
città e Paesi convicini che si pigliano ad ogn'uso si sentono come
si pigliassero in semina perché tanto è affittarsi ad ogn'uso che
affittarli in semina, potendo l'affittatore farli pascere d'animali
e seminarli a suo piacere, quanto dell' affitti in erbaggi non puole
l'affittatore valersine in altro che farli pascere d'animali. Per
l'affitti ad ogn'uso o in semina si pagano li sudetti territorii
molto di più e circa il terzo di più di quanto l'istessi territorii
s'affittano o possono affittarsi in erbaggio per pascolo di animali
(ANC. 911, 1739, 29).
16. Estratto dalla Visita fatta da Mons.r Ill.mo Caracciolo
nell’anno 1575 consistente in carte quarant’otto, Arch. Vesc. Crot.
17. ANC. 117, 1622, 83-85.
18. ANC. 860, 1759, 246.
19. ANC. 667,1746,166-167.
20. Il fattore di Gerolimo Cariati nel 1761 assieme ai massari va ad
apprezzare i seminati fatti a Nastasi ed a Buggiafero, che ha in
fitto il suo padrone. A causa della sterilità erano tutti secchi;
“da tumolate cinquanta di sementato, ne stimarono, e le passarono
per tumolate tre , o quattro, e tumolate venti le stimarono tumola
uno circa, e per gl’altri seminati li stimarono dove un quarto, dove
un mondello poco più, o poco meno, ed alcune parti non le stimarono
per causa di non esservi frutto"” ANC. 1268, 1762, 35.
21. I tre coloni G. P. Ricca, G. A. Olivo e A. Ganguzza prendono in
fitto la gabella “L’acqua del Frasso” dal parroco G. Millucci. Il
parroco “in tempo che li sementati erano maturi” inviò un massaro,
che assieme ad uno scelto dai fittavoli, apprezzò il sementato. Il
terzo di G. A. Ricca fu apprezzato per tt.a 24, che alla ragione di
una copertura e mezzo doveva pagare tt.a 36 di grano; il terzo di G.
A. Olivo fu di tt.a 25 che alla ragione di copertura e mezza doveva
pagare tt. 37 e mezzo ed infine il terzo di A. Ganguzza fu
apprezzato per tt.a 27 che alla ragione di copertura e mezza doveva
pagare tt.a 40 e mezzo di grano, ANC. 337, 1696, 11-13.
22. L’11 ottobre 1763 i massari di Crotone Michele Manfreda,
Dionisio Asturi, Lorenzo Stricagnolo, Dionisio Russo, Salvatore
Rinaldi, Giuseppe Russo, Antonio Garasto e Vittorio Veraldi
testificano che “la raccolta in questa città per l’affitti delle
gabelle affittate in semina, tanto in grano, che in denaro, è stata,
ed è sino alla metà del mese d’agosto di cadaun anno e doppo detta
mettà d’Agosto si può liquidare l’obliganza di detto affitto e non
prima della medesima mettà d’Agosto”, ANC. 915, 1763, 83; ANC. 911,
1739, 29 –30.
23. Per valutare il bestiame a volte si prendeva come termine di
paragone un paio di vacche annichiariche. Tre vacche stirpe, o tre
jenche grosse di due in tre anni, valevano un paio di vacche
annichiariche, mentre per ottenere lo stesso valore ci volevano
quattro jencarelle d’uno in due anni. Un paio di vacche
annichiariche all’inizio del Settecento fu venduto a 36 ducati ed un
toro per ducati 15, ANC.338, 1700, 60 –63.
24. Le gabelle Maccodite e l’Esca resero nel 1590 e nel 1591 a
maggese complessivamente ducati 40 e mezzo; nel 1592 e 1593 a semina
complessivamente ducati 974 e 2 tari, nel 1594 ad erbaggio ducati
113, ANC. 49, 1594, 222-223.
25. ANC. 1267, 1757, 105 –106.
26. ANC. 612, 1718, 80-82.
27. I coloni D. Spagnolo e A. Leto prendono in fitto da Gregorio
Montalcini una gabella. Il Montalcini concede al solo Spagnolo di
poter seminare 8 tomoli nel primo anno di fitto, dove vorrà franco
di terraggio, Reg. Ud. C. S. 429-10, Fasc. V , ff. 5-6.
28. ANC. 229, 1651, 27v, 44.
29. Il 28 agosto 1638 viene divisa in tre parti uguali l’eredità del
colono Gio. Thomaso Facente. La prima parte comprende un molino
macinante con una mula; la seconda un paro di bovi, una somara col
suo basto, un carro, un vomere, una accetta, un paio di “paiora”,
un’ascia a due mani, una verrina grande e due altre piccole, una
cassa grande di noce ed una caldara grande di rame; la terza era
composta dalle vigne con tutti i frutti degli alberi, ANC. 119,
1638, 22.
30. ANC. 118, 1629, 84 –86.
31. ANC. 119, 1638, 20 –21.
32. ANC. 659, 1715, 95.
33. ANC. 661, 1722, 141-144.
34. ANC. 118, 1632, 115 –116.
35. ANC. 336, 1690, 44.
36. ANC.659, 1715, 107.
37. ANC. 1342, 1761, 17 –19r.
38. Nell’autunno 1693 i coloni Antonino Zupo ed i fratelli Francesco
e Domenico Papasodaro si obbligano a consegnare al cantore Diego
Berlingieri alla Maddalena prossima ventura 1694 tt.a 82 di grano
per l’affitto per un anno continuo di 14 giovani buoi, che
promettono di restituire così come li hanno avuti finita la
raccolta, ANC. 337, 1693, 150.
39. ANC. 1267, 1753, 87v.
40. Onofrio Zaccarella si incammina da Crotone verso la masseria del
suo padrone Domenico Suriano, ma per strada fu colpito “ con un
colpo di legno d’arato tiratoli dalla parte d’addietro da Gaspare
Maria di Satriano”. Il colpo lo stordì e cadde a terra. Rinvenuto,
aveva la testa tutta infranta e sanguinante, ANC. 666, 1743, 28.
41. “Noi del Governo, e Magistrato di questa antica, nobile,
Illustrissima e sempre Fedelissima Città di Cotrone attestiamo, e
facciamo piena, certa, ed indubitata fede, qualmente in questa città
vi è una inveteratissima consuetudine, di cui non vi è memoria in
contrario, che si è in costante Legge municipale, che qualora si
donano li territorii in affitto ad uso di semenza per lo decorso di
tre, o più anni, e col primo anno franco ad uso di maggesarsi, e per
altri due, o più anni, ad uso di sementarsino, e pagarne l’estaglio,
che si convengono, qual’ora il primo anno della semina, che si è il
secondo dell’affitto, dopo che si fussero nell’antecedente
maggisati, non torna conto all’affittuario di detti territorii di
raccogliersi le biade, e frutti del sementato fattovi, puole
liberamente rinunciare al padrone di detto territorio sementato, con
tutti li miglioramenti, e colture fattevi sino al giorno della
rinuncia, e colla medesima resta dell’intutto il contratto
dell’affitto nullo, e come non fatto, e senza obligo all’affittuario
di più proseguire all’affitto di detti territorii, né di pagare
cos’alcuna per l’estaglio di esso a beneficio del sudetto Padrone,
né da questo puole detto affittatore pretendere cos’alcuna per detti
miglioramenti e colture fattevi, Dato in Cotrone li 26 giugno 1761,
Reg. Udienza C. S. 429 –10 Fasc. V ff. 6v-7.
42. ANC. 1342,1761,18.
43. ANC. 1268, 1761, 128- 129.
44. ANC. 915, 1761, 46 –48.
45. 10 giugno 1722. In Crotone, Onofrio Pugliese ha già un debito
ducati 70 col barone di Apriglianello, Fabrizio Lucifero. Dovendo
iniziare la mietitura ha bisogno di altri ducati 50 e di tt.a 10 di
grano. Egli dà in pegno al barone 16 buoi, che sottostimati di circa
un terzo valgono 160 ducati, e ciò per i 120 ducati, le tt.a 10 di
grano e l’uso dei buoi per raccogliere la massaria. I buoi potranno
ritornare al Pugliese se egli consegnerà alla raccolta tt.a 250 di
grano secondo la voce che stabiliranno i pubblici negozianti di
Crotone, sempre che si raggiunga la somma dei ducati 160, qualora
non si raggiungesse il barone potrà trattenersi il resto del debito
in buoi al prezzo di ducati 20 il paio, ANC. 661, 1722, 128r –129.
46. Il 24 giugno 1752 Giuseppe Falbo di Garropoli mentre mieteva
nella masseria di Antonio Gasto di Crotone è ferito a colpi di falce
da un suo compaesano, ANC. 1124, 1752, 40.
47. Conto de la masaria, giugno1600, Carte antiche di S. Chiara,
Cotrone, C. 26, 1784/96, AS.CZ.
48. ANC. 659, 1716, 39 sgg.
49. All’inizio di marzo 1700 le sorelle Valente di Crotone vendono i
loro animali vaccini al sacerdote Antonio Torrioti di Cutro con la
condizione di potersi servire di quattro giovenchi o giovenche
“nella prossima ventura scogna per triturarne gregne” e poi li
avrebbero restituiti, ANC. 338, 1700, 60-63.
50. ANC. 338, 1700, 14-15.
51. Alcuni palliatori e misuratori di grani di Crotone sul finire
del Seicento affermarono “che li maijorche che si fanno nel
territorio di Cotrone e Marchesato che chiamansi maijorche paesani
sono tutte mische con grani forti et sempre son state dell’istessa
forma per sementarsi dell’istessa maniera al contrario delle
maijorche di montagne che si chiamano maijrche di Santo Nicola che
s’intendono di miglior conditione nelli quali non vi è misca grande
di grani conforme alle maijorche paesane”, ANC. 337, 1693, 50-52.
52. ANC. 665, 1737, 27.
53. ANC. 338, 1699, 14 –15.
54. Contratto tra G. Albani ed il colono F. de Vennera, Cotrone 20.
7. 1805, AVC.
55. ANC. 1128, 1762, 214 –215.
56. ANC. 1128, 1762, 226-227.
57. ANC. 915, 1761, 46-48.
58. I coloni D. Spagnolo e A. Leto prendono in fitto per tre anni ad
uso semina ad iniziare dal 15 agosto 1759 la gabella “La Garruba di
Nao” da Gregorio Montalcini. Il primo anno è franco a maggese e per
gli altri due a semina il pagamento è di tomoli 200 di grano
all’anno. Qualora intendano proseguire per un altro anno e seminare
devono avvisare il padrone sei mesi prima dell’inizio del terzo anno
e obbligarsi a pagare altri tomoli 200 al raccolto del terzo anno di
semina, Reg. Udienza C. S. 429- 10, Fasc. V ,ff. 5-6.
59. ANC. 1342, 1761, 33-36.

