[Il commercio e la produzione della liquirizia a Crotone nel Settecento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 44-45/1999)
I primi documenti sull’esportazione dal Crotonese
di liquirizia risalgono alla seconda metà del Seicento. L’undici
luglio 1679 il genovese Battista di Scormè, patrone di una tartana,
dichiarava di aver noleggiato la sua barca al napoletano Vincenzo
Volpicella per andare a caricare 200 cantara di pasta di liquirizia,
150 a Cassano ed il resto a Crotone. La merce doveva essere condotta
a Livorno. Ma a causa della siccità, che rese i terreni aridi e
duri, egli riuscì a caricare solamente 141 cantara a Cassano.
Arrivato infatti al porto di Crotone non trovò la merce che doveva
fornirgli Francesco d’Amico di Cosenza, in quanto quest’ultimo
dichiarò di non averne1.
Commercio e primi tentativi di produzione
Attivi nella commercializzazione ma anche con tentativi di
produzione è l’aristocrazia cittadina. Nel luglio 1692 Mutio Bernale
ed il figlio Ottavio prendono in prestito da Alessandro Mazzeo, del
casale di Mangone, quattro “caccavi di rame per uso di far pasta di
regolitia”2.
Alla fine del Seicento i nobili di Crotone sono già ben inseriti nel
commercio della liquirizia. Essi fanno da cerniera tra i produttori
dei casali silani ed i mercanti di Napoli. Tale posizione era resa
possibile dai privilegi che godevano che li facilitava nel
commercio. Essi facevano da intermediari finanziari e avevano il
controllo del porto e dei magazzini.
Agli inizi del settembre 1696 Stefano Perretta di Albi, casale di
Taverna, incaricava il reverendo Giuseppe Locanto di vendere in
Napoli della “pasta di regulizia”. Il Locanto il mese dopo riusciva
a collocarne 200 cantara presso il mercante Vincenzo Volpicella, al
prezzo di ducati dieci il cantaro; ricevendo ducati 300 alla stipula
ed il resto alla consegna in Napoli. Secondo gli accordi la “pasta
di regulitia” doveva essere “in panetti seu a modo di boglie di
cecolata nella forma, seu modello in carta” che lo stesso acquirente
fornirà, “di peso ogni boglia ongie sei in circa,… di buona qualità,
ben cotta e non brugiata, di radica lavata, purgata di terra e
d’ogni altra lordura”. La liquirizia, messa in duecento casse o
barili, a seconda dei desideri del compratore, dovrà essere ben
sistemata con fronde di alloro e “le boglie” dovranno essere “ben
lavorate, liscie, distaccate e sciolte l’una dall’altra”. La merce,
netta di tara, per le fronde d’alloro era stabilito la quantità di
rotola due per cento di sopra tara, doveva essere consegnata entro
gennaio 1697 nel porto di Crotone da Annibale Berlingieri. Essa sarà
imbarcata e posta alla vela a spese del venditore, restando solo le
spese per le regie tratte a carico del compratore3.
La posizione intermedia permetteva ai nobili crotonesi di manipolare
la merce e di trarre profitto dalle frodi.
All’inizio di luglio 1712 fuori le mura della città, dietro al
convento dell’Osservanza, mentre gli ufficiali della regia dogana
stanno pesando e consegnando la liquirizia, che deve essere
imbarcata, intervengono i patroni Nicola Anastasio di Conca e Pietro
Bonacore di Praiano. Essi sono giunti a Crotone per imbarcare 500
cantara di liquirizia per conto di Domenico Cosimo di Napoli.
Affermano che, salpati da Napoli e giunti a Crotone, presentarono ad
Annibale Berlingieri la lettera d’avviso, che ordinava l’imbarco
della merce, che si trovava in Santa Severina. Dopo aver caricato le
prime 250 cantara di liquirizia, si videro consegnare da Fabrizio
Lucifero la rimanente, tutta con le casse fracassate e rotte ed in
parte mancanti. Molte casse erano in parte vuote e la liquirizia,
“per essere stata lavorata et incassata da più di tre anni era
vecchia, patita e di mala qualità”. Non essendo la merce pattuita,
protestano contro Annibale Berlingieri e Fabrizio Lucifero"4
Per tutto il Settecento nel porto di Crotone si susseguono gli
imbarchi di pasta di liquirizia, prodotta dai produttori silani ed
acquistata dai mercanti napoletani. Alla fine di aprile 1724 è
segnalata la presenza nel porto della barca del patrone genovese
Gasparo Rezza che, su incarico del mercante napoletano Giuseppe di
Lieto, imbarca 52 cantara di pasta di liquirizia, fornita da
Silvestro Ponte di Casole, casale di Cosenza5. Sempre alla fine di
ottobre di quell’anno Gregorio Niceforo di Stilo vende al mercante
napoletano Filippo Mattia Nozzoli 300 cantara di pasta di
liquirizia. Il Niceforo, già fornitore del Nozzoli, consegnerà la
merce nelle marine di Gerace o di Crotone: le prime 100 cantara
entro febbraio, il resto entro maggio. La liquirizia verrà posta
alla vela a spese del venditore, mentre il nolo andrà a carico del
compratore. Quest’ultimo si impegna a pagare la pasta di liquirizia
al prezzo di ducati 11 e grana 12 e mezzo il cantaro se il luogo di
imbarco sarà Crotone, ducati 11 se sarà Gerace. All’atto della
stipula il Nozzoli anticipa una cambiale di ducati 400 che pagherà
Tommaso Domenico Sculco di Crotone. Il rimanente sarà saldato dal
Nozzoli a ducati 150 al mese, a partire dal primo dicembre 1724 fino
alla fine di aprile 1725, ed il resto alla presentazione delle
polizze di carico6.
Raccoglitori, produttori e mercanti
Lo scavo della radice di liquirizia era fatto da squadre di
“cavatori” provenienti dai casali silani durante l’autunno e
l’inverno. Particolarmente adatti si dimostrarono i terreni
cespugliosi e argillosi del Crotonese, che fornivano un prodotto di
buona qualità per l’alto contenuto di glicirrizina. Sulle condizioni
di vita dei coglitori di radica di liquirizia getta luce un
documento dell’epoca.
Domenico Vecchio ed il socio Giovanni Antonio Mauro, entrambi di
Grimaldi, nel mese di ottobre dell’anno 1724 stipulano un contratto
con il signor Ignazio Monaco di Cosenza presso il notaio Francesco
Antonio Stello di quella città. Essi si impegnano a condurre una
squadra composta da sessanta uomini alle marine di Cotrone, a
Casalnuovo ed a Poligrone a cavare radica di liquirizia ed a essere
pagati in base ai cantari raccolti. L’accordo tuttavia non fu
rispettato in quanto non fu possibile trovare la quantità
contrattata, perché i terreni erano troppo arsi e duri per la
mancanza di piogge. I due soci giunsero sui luoghi stabiliti
portandosi dietro settanta sei lavoratori, che furono divisi in
squadre e mandati da Domenico Costaro, fattore di Ignatio Monaco di
Cosenza, e da Pietro Lionetti, fattore del signor Silvestro Ponti di
Casole, in luoghi diversi. Domenico Vecchio con 38 lavoratori fu
avviato a cavar liquirizia in territorio di Crotone. A questi
lavoratori dopo otto giorni se ne aggiunsero altri undici, così
divenne una squadra composta da 49 lavoratori. Un’altra squadra
operava in territorio di Cerenzia ma, non trovando nulla, ben presto
dovette spostarsi in quello di Santa Severina. Allora essa era
formata da quindici lavoratori che si misero a scavare nelle terre
dette il Regoliretto. Questi lavoratori erano vettovagliati da Diego
N. di Pedace, casale di Cosenza, il quale “per avere lucro sopra le
fatiche dell’huomini si faceva fare pane di zoglio in detta città di
Santa Severina”. Per sfuggire a tale trattamento quattro uomini ben
presto se ne fuggirono. Non trovando niente nelle terre del
Regolizetto essi furono costretti a spostarsi in territorio di
Crotone. In località detta la Rotondella si fece una giornata con
trenta sei uomini, ma essa per il poco frutto non fu posta alla
taglia dal soprastante, poi otto uomini furono mandati a Crepacore.
Qui il soprastante Diego N. li faceva lavorare sino a notte e voleva
che dormissero in campagna, come infatti vi dormirono all’aperto per
due notti senza fuoco e senza poter mangiare ad ora debita.
Nonostante avessero subito questi ed altri maltrattamenti, già a
novembre, dopo poco più di un mese di lavoro, furono malamente
mandati via alle loro case. I licenziati andarono allora a trovare
Domenico Vecchio che li aveva ingaggiati e protestarono, non solo
per i danni causati alla loro salute ma anche per le giornate che
avrebbero dovuto rimanere senza lavoro e salario, in quanto
mancavano ancora diversi mesi alla scadenza dell’accordo di lavoro,
che era l’otto aprile millesettecento venticinque. Essi fecero
presente di essere prontissimi a lavorare ed ad andare a cavare
radica di liquirizia in qualunque luogo volesse colui che li aveva
ingaggiati ed il soprastante Diego N.. Frattanto altri lavoratori,
facenti parte di una squadra mandata in territorio di Casabona, non
riuscirono anche loro a trovare radica bastante per fare le loro
giornate, “et essendone trastullati se li pagavano o non li pagavano
la giornata”, stanchi di essere maltrattati e dell’incertezza se ne
partirono altre otto persone. Tutta questa precarietà sul pagamento
delle giornate di lavoro e questi continui maltrattamenti con
licenziamenti e fuga di lavoratori ben presto arrivarono alle
orecchie di coloro che stavano lavorando nelle campagne di Cotrone.
Di questi lavoratori anche perché Serafino Militia, soprastante di
detto Signor Monaco, continuamente li “frastornava” con dir loro una
volta che non li avrebbe pagati e altre volte che li avrebbe pagati
a grana cinque l’uno, oppure “che li faceva fare maise”, se ne
fuggirono tre squadre di Pittarella, Pedivigliano e Garropoli. Tutte
queste fughe ben presto cominciarono a ledere anche gli interessi di
Domenico Vecchio e Gio. Antonio Mauro, i quali si erano impegnati
con Ignazio Monaco a consegnare una determinata quantità di radica.
Perciò essi si trovavano ora nella necessità di reclutare altri
uomini per poter consegnare quanto contrattato. Alla protesta dei
lavoratori così si unì quella di Domenico Vecchio e Gio. Antonio
Mauro ed insieme protestarono, non una, ma cento e mille volte
contro i sovrastanti Diego N., e Serafino Militia che col loro
comportamento avevano creato una situazione non sopportabile. Li
citarono per i danni, le spese e gli interessi che in futuro
avrebbero patito e anche “delle loro giornate vacate et cavande et
delli danari dati alli detti huomini fuggiti e per altri danari di
spesa di più all’huomini buscati”7.
Particolarmente attivo in questa prima metà del Settecento è il
produttore Gregorio Niceforo. Egli vende pasta di liquirizia al
mercante napoletano Andrea di Sarno. Nel maggio 1727 arriva al porto
di Crotone la nave “Il Dispaccio” del capitano inglese Giovanni
Peake per imbarcare 323 cantara e rotola 40 di pasta di liquirizia.
Il sopracarico della nave Guglielmo Piarella, che cura gli interessi
del Sarno, consegna, appena arrivato al porto, la lettera d’avviso a
Stefano Lipari di Crotone, rappresentante del Niceforo, che deve
consegnargli il carico. Alla consegna della merce il sopracarico fa
aprire alcune casse e trova che la pasta di liquirizia non è come
previsto dal contratto, cioè “asciutta, frangibile e lustra”. Egli
protesta contro il Niceforo ed in sua assenza contro il Lipari, suo
rappresentante. Sulle 185 casse, che compongono il carico, ben 25
non corrispondono per qualità. Inoltre la pasta di liquirizia non è
stata consegnata alla vela ma al lido del mare, perciò il Piarella
ha dovuto sostenere delle spese per le barche che hanno trasportato
la merce dal lido alla nave. A queste proteste il Lipari, a nome del
Niceforo, rispose che è possibile nel corso della produzione, poiché
la pasta di liquirizia era stata fatta all’inizio dell’inverno, che
“non puole venire tutta d’una sorte”, ma questo non è a pregiudizio
della qualità, “ciò corre per la necessità del tempo d’inverno, sì
per l’acqua torbida nei tempi piovosi, come per le radiche fresche,
che in tal tempo s’incontrano”8.
Imbarchi di pasta di liquirizia oltre che da Crotone avvengono anche
da altre località costiere del Crotonese. Il capitano olandese
Cornelio Strop noleggia la sua nave. Egli deve recarsi da Leone
Vercillo di Policoro per poi andare a Fasana nella marina di
Strongoli a caricare una partita di pasta di liquirizia da portare a
Livorno.
Ricevuta in Policoro dal Vercillo la lettera d’avviso diretta a
Pascale Tinelli, il quattro luglio 1761 l’olandese è in vista della
marina di Fasana. Subito egli manda alcuni marinai con una barca a
presentare la lettera d’avviso al Tinelli per chiedere il carico.
I marinai non riuscirono nell’intento perché furono fatti oggetto di
“pari di schioppi” da parte dei cavallari. L’olandese si diresse
allora al porto di Crotone , da dove mandò un corriere a Fasana9.
Nascita dell’industria della liquirizia nel Crotonese
La redditività del commercio della liquirizia, anche in rapporto
alla crisi che sta investendo il mercato cerealicolo, spinge alcuni
nobili crotonesi ad investire in questo settore.
Traendo forza e potere dall’ingente capitale di cui dispongono,
proveniente dalla speculazione granaria, utilizzano la rete
commerciale, da tempo funzionante per il commercio del grano, che li
collega con i mercanti di Napoli. Essi associano i produttori silani
e si inseriscono da protagonisti anche nel mercato della liquirizia.
Gregorio Niceforo di Stilo, da tempo dimorante a Crotone, e Bernardo
Orsino di Scandale si uniscono per fare pasta di liquirizia. Il
Niceforo, esperto in questa attività, mette “la sua opra seu perizia
ed industria per detta fabrica”; l’Orsino fornisce il capitale. La
copia dell’accordo è depositata nel Regio Tribunale del Consolato
del Commercio. Dopo un po’ sorgono delle liti e la società si
scioglie. Poiché non si trovò un accomodamento sui conti, nel 1743
essi ricorrono al Regio Consolato; la lite tuttavia tre anni dopo
proseguiva tra spese e odi.
Così nel luglio 1746 i due ex soci convengono di dare a due loro
rappresentanti la facoltà di trovare una via d’uscita10. Sarà
tuttavia con i Suriano, specie con Filippo ed il nipote Raffaele,
barone della Garrubba, che la produzione di pasta di liquirizia nel
Crotonese passerà da artigianale ad industriale. Già prima della
metà del Settecento il decano della cattedrale di Crotone Filippo
Suriano, grande mercante di grano, è anche proprietario di un
concio. Egli ne ha affidato la gestione al suo fattore Leonardo
Villaroja, il quale assieme al fratello Francesco, oltre a
soprintendere agli affari di campagna del nobile, si interessa anche
all’attività del “concio della regolizia”11. L’attività verrà
proseguita dal nipote Raffaele. Il nove marzo 1780 in Crotone presso
il notaio Nicola Partale, il patrizio crotonese conclude una
convenzione con Pietro Francesco Mancini, Vincenzo Funari, Luca
Giovanni Gagliardi e Giuseppe de Simone, tutti e quattro di Malito,
in territorio di Cosenza. L’accordo prevede l’erezione e fabbrica in
società di due conci di pasta di liquirizia da attivare dal prossimo
mese di novembre (1780), uno nel luogo detto Sant’Antonio di
Mesoraca e l’altro nel territorio di Simbo, o nelle vicinanze,
appartenente al Suriano. La società avrà la durata di almeno tre
anni e l’utile, o il danno, sarà ripartito in cinque parti: quattro
saranno divise in parti uguali tra il Suriano , il Mancini ed il
Funari; la quinta spetterà al Gagliardi e al De Simone.
Il Mancini amministrerà il concio di Sant’Antonio ed il Funari
quello di Simbo. Il Gagliardi ed il De Simone saranno alle
dipendenze dei due amministratori e si interesseranno soprattutto
alla costruzione dei conci, alla compra della radice, alla pesatura
ecc. Gli amministratori Mancini e Funari dovranno mese per mese
rendere conto della loro amministrazione al Suriano, il solo che
potrà prendere le decisioni riguardanti “l’utile ed il vantaggio
della società”. Così mentre il Mancini, il Funari, il Gagliardi ed
il De Simone dovranno badare a tutto ciò che riguarda il reperimento
e la produzione della liquirizia, affinché essa riesca di “tutta
bontà e qualità”; il Suriano contratterà e venderà in Napoli e fuori
regno tutto il prodotto dei conci. Sempre il Suriano anticiperà il
denaro occorrente per mettere in funzione i due conci e “per compra
delle radici, caparra di uomini” ecc., finché non si potrà contare
sul denaro proveniente dalla vendita della liquirizia12. Non era
ancora iniziata l’attività dei due conci, uno a Sant’Antonio di
Mesoraca e l’altro alla Palazzina di Corazzello13, che il Suriano,
il 21 agosto 1780, tramite un suo corrispondente in Napoli stipulava
un contratto di vendita con Bernaba Abenante, impegnandosi a
consegnare mille cantara di pasta di liquirizia, che i conci
avrebbero prodotto nel 1781. Poiché la società doveva durare almeno
tre anni, rimanendo scoperta la produzione del 1782 e 1783, il
Suriano il 29 gennaio 1781 ne vende ad Emanuele Abenante di Rossano
altre cantara 2600 al prezzo di ducati 14 il cantaro. Una metà sarà
consegnata a Le Castelle o nel porto di Crotone da novembre 1781 a
giugno 1782 e l’altra da novembre 1782 a giugno 1783. La pasta dovrà
essere “lustra, francibile, ben cotta, non bruggiata, senza fondi di
caldara, o sacchi, di buon odore e sapore, non terrosa, non arenosa,
netta di ogni lordura, e fatta a sittori, e piccoli pani a modo di
ciccolata di oncie sei circa l’uno”14. Gli impegni di vendita non
cessano. Un mese dopo , il 5 marzo 1781, Arturo Quinto, procuratore
in Napoli di Rafaele Suriano, vendeva a Guglielmo Andiè. Agente e
console generale del re di Svezia presso il re delle Due Sicilie,
altre 500 cantara di fermo e da 200 a 300 di rispetto di pasta di
liquirizia. Gran parte di questi impegni non verranno poi mantenuti,
in quanto la produzione risulterà inferiore alle attese. Infatti il
patrone Valentino di Ruggiero, noleggiato dall’Andiè, per recarsi
col suo pinco al porto di Crotone per imbarcare la merce, che deve
portare a Nizza, giunto all’inizio di giugno, presenta la lettera
d’avviso al corrispondente e procuratore dell’Andiè, Saverio Papa di
Catanzaro, per avere la merce. Ma la pasta di liquirizia tarda ad
arrivare, solamente all’inizio di luglio, il venditore Raffaele
Suriano ne riesce a fornire cantara 452 e rotola 40, mentre per
quella di rispetto non se ne parla nemmeno, perché la fornitura era
già stata annullata in aprile15.
Note
1. ANC. 334, 1679, 94-95.
2. I caccavi pesavano 1467 libre e dovevano essere riconsegnati
subito alla richiesta, ANC. 337, 1694, 9.
3. ANC. 337, 1696, 168 - 174.
4. ANC. 611, 1712, 91 - 92
5. Pietro Lupinaccio, procuratore del Ponte, protesta perché il
Rezza non vuol firmare le polizze di carico che attestano la
qualità, nonostante avesse avuto la possibilità di accertare la
merce, scassando a suo piacere tre casse, ANC. 614, 1724, 31.
6. ANC. 614, 1724, 100 – 103
7. ANC. 662, 1724, 230 - 233
8. ANC. 662, 1727, 26-29.
9. ANC. 915, 1761, 62-63
10. ANC. 912, 1746, 83
11. ANC. 1124, 1748, 31
12. ANC. 1774, 1781, 18-20.
13. Il Suriano aveva concesso di costruire un concio sulk suo
territorio di Simbo con l’impegno per la società di pagargli ogni
anno ducati 115, in compenso il Suriano forniva il terreno per
costruyire il concio, la casetta che vi era e tutto quella legna che
sarà necessaria per il concio, eccetto le querce, ANC. 1774, 1781,
19.
14. ANC. 1774, 1781, 36-40.
15. ANC. 1666, 1781, 66-68

