[Il culto dell’Icone Greca ad Isola nel Settecento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 18-21/2001)
Scorrendo il “Nuovo Libro de’ conti della Ven.e
Cappella di S. ta Maria della Greca n.ra Protettrice di questa città
d’Isola” possiamo farci un’idea del culto dell’Icone Greca nella
seconda metà del Settecento.
Il “Libro” riporta, a volte in modo succinto, i conti annuali dei
procuratori, distinti in Introito ed Esito, della cappella
dell’Icone Greca dal 4 luglio 1750 al primo giugno 1784. I
procuratori, eletti dal vescovo di Isola, o dal suo vicario
generale, amministravano unitamente la cappella per un anno, di
solito dal primo di marzo per tutto il febbraio dell’anno
successivo, alla fine essi dovevano presentare il rendiconto che era
esaminato da due razionali scelti dal vescovo. Lo stesso vescovo,
preso atto della dichiarazione dei razionali, poteva riconfermare
nella carica il procuratore per l’anno successivo.
I procuratori
In tale periodo si susseguirono nella amministrazione i
reverendi Francesco di Bona, Orazio Talarico, Filippo Poerio,
Niccolò Giannini, Domenico Bisciglia, Giuseppe Corabi e Francesco
Castelliti, tutti appartenenti al clero isolitano. Per lo
svolgimento dell’incarico ogni procuratore aveva diritto ad una
provvigione annua di ducati due, che a volte rilasciava in favore
della cappella, anche perché poteva rifarsi abbondantemente
sull’utile che veniva dalla questua del grano, del mosto e delle
mandrie e dagli oggetti votivi, che venivano rendicontati solo in
parte, come evidenziano i frequenti richiami vescovili.
Si può dividere lo spazio temporale preso in esame in due parti
nettamente distinte. La prima è compresa tra il 1750 ed il 1771,
cioè tra l’amministrazione di Francesco di Bona e quella di Domenico
Bisceglie. Durante tale periodo le entrate, e quindi anche le spese,
risultano stabili e stagnanti intorno ai 90 ducati annui. Nella
seconda, che dal 1772 si prolunga al 1784, e comprende le
amministrazioni dei canonici Giuseppe Corabi e Francesco Castelliti,
si nota che le entrate, e le spese, subiscono un vorticoso aumento,
balzando dapprima sopra i duecento ducati e poi incrementando fino a
quasi raggiungere i trecento.
Segno evidente da una parte di una più attenta cura e vigilanza da
parte del vescovo sull’operato dei procuratori, dall’altra
dell’incrementarsi, ma anche secolarizzarsi, del “culto”, che
divenne elemento di identità per i cittadini di Isola.
Le entrate della cappella provenivano dall’affitto di alcune case,
dalle offerte raccolte nel giorno della festa, il 5 agosto di ogni
anno, dalle offerte raccolte ogni sabato in città, dall’elemosina
dell’università, dalla questua del grano, delle mandrie e del mosto,
dalla vendita di oggetti votivi e dalle offerte di singoli devoti. A
queste si aggiungevano a volte le elemosine dei patroni e dei
marinai delle navi, che approdavano o naufragavano a Capo Rizzuto,
quelle dei lavoratori addetti ai lavori per il restauro della chiesa
della marina, che a volte offrivano giornate di lavoro, materiali
ecc.
Le uscite andavano per le riparazioni alle case date in fitto, per
le spese della festa ( polvere, torce, zolfo, salnitro, carte,
tavole, incenso, mangiare e pagamento dei musici, “mastaccioli” e
regali ai chierici e ai sacerdoti ecc.), per cera, per olio per
alimentare le lampade, per il pagamento delle numerose messe, che si
celebravano nella chiesa della marina, per i lavori di restauro alla
chiesa della marina, per i censi dovuti alla mensa vescovile e alla
camera principale ecc.
Il sacerdote Orazio Talarico
Il 3 luglio 1751 il vescovo di Isola Giuseppe Lancellotti
nominava procuratore il sacerdote Orazio Talarico. Il Talarico
subentrava a Francesco di Bona ed amministrerà la cappella fino alla
fine di marzo del 1762.
Le rendite erano costituite da quattro case date in locazione, che
nel 1753 aumenteranno per il lascito di un magazzino, dalle offerte,
tra le quali una dell’università di Isola, dalla questua e da poche
offerte votive (oggetti d’oro e bestiame). I proventi maggiori
provenivano dalla vendita del grano raccolto per l’aie dai cercatori
che concorreva per più della metà della rendita. Durante
l’amministrazione del Talarico la festa aumentò di importanza, ma
divenne anche costosa. Poiché sottraeva molto denaro a scapito del
culto, nel marzo 1754 il vescovo intimava al procuratore di spendere
nel giorno della festa solo l’importo di libre 10 di cera e di
rotola 10 di polvere per lo sparo. Nonostante queste limitazioni la
festa non diminuì di importanza; nel 1756 per non farla decadere,
l’università di Isola aumentò il suo contributo per la festa
dell’Icone Greca, protettrice della città, da ducati 4 a 10, ai
quali si aggiunse il denaro sborsato “di tasca propria” dal
procuratore, il quale, nonostante il richiamo vescovile, continuò ad
impiegare anche gran parte del denaro della cappella. Per tale
motivo il 25 agosto 1758 il Talarico veniva nuovamente richiamato
per le eccessive spese e gli era imposto di non spendere più di
ducati 10,cioè l’offerta concessa dall’università a tale scopo,
altrimenti il di più non sarebbe stato riconosciuto ed avrebbe
dovuto risponderne personalmente; “sendo tale la mente di Monsignor
Ill.mo, volendo soltanto l’avanzo della cappella, e l’onore di essa,
non già la pompa mondana e momentanea”. A tale ordine il Talarico si
atterrà nei quattro anni successivi, fino alla fine della sua
procura. Sempre in quello stesso anno, 1758, cominciarono grandi
lavori alla chiesa della marina e si costruì l’altare in marmo della
Madonna Greca. Si comprarono i marmi, che furono trasportati con
barca da Crotone, dove erano giunti da Napoli, sulla spiaggia di
Capo Rizzuto e da qui furono trasportati alla chiesa con carri
trascinati da cavalli. Un “marmoraro” napoletano lavorerà a lungo a
costruire il nuovo altare, coadiuvato dal mastro Luca Cortese;
quest’ultimo si dedicherà anche al restauro della chiesa della
marina. Sempre alla chiesa della marina per alcuni giorni
lavoreranno anche i mastri Giuseppe Ventura, Giovanni Imperiale,
Leonardo Monteleone e Arcangelo con sette manipoli. Essi riparano il
tetto della chiesa e delle celle, mettendo ceramidi, tavole, tijlli
ecc.
Per l’altare della Madonna Greca contribuirono per quattro anni, dal
1759 al 1762, sia l’università di Isola, e per essa i sindaci
(Antonio Bilotta, Leone Telesi, Sempiterno, Agazio Catrambone), sia
la camera principale, e per essa gli agenti (Leone, Poerio, Telese).
L’una concorse con ducati 80 annui, l’altra con ducati 8. A questi
si unirono le offerte dei i cittadini, per il valore di ducati 15,
del vescovo, che versò ducati 8, e dei procuratori delle altre
chiese, che diedero ducati 30.
Poiché la somma da dare al mastro marmoraro era ingente e non sempre
i sindaci versarono puntualmente il denaro, i pagamenti continuarono
anche negli anni seguenti.
Il decano Filippo Poerio
Nonostante tutte queste spese l’aspetto della chiesa della
marina non era dei migliori. Il vescovo Giuseppe Lancellotti, quasi
sempre assente da Isola e residente a Napoli, all’inizio del 1762
visitò sia la cappella in cattedrale che la chiesa della marina.
Esse erano soggette completamente alla sua cura ed a lui spettava di
scegliere a suo piacimento il procuratore, il quale doveva
annualmente rendergli conto della amministrazione. Visitò dapprima
la cappella di S. Maria La Greca situata in cattedrale. Essa era
edificata a cupola e decretò di provvedere l’altare di sufficienti
suppellettili e di un nuovo drappo. Trovò inoltre che in essa era
eretto un beneficio di iuspatronato della famiglia de Onofrio sotto
l’invocazione di Santa Maria ad Nives, di cui era rettore il
reverendo Antonio Spedalieri, che aveva l’obbligo di soddisfare due
messe alla settimana. Visitò quindi la chiesa della marina
intitolata a Santa Maria ad Nives, volgarmente detta La Greca, che
risultava trascurata. Il vescovo ordinò di coprire con una tela
cerata la pietra sacra dell’altare e di fermarla con delle viti e di
provvedere per un nuovo cuscino più decente. Comandò poi di riparare
la volta della cappella dell’altare maggiore, di far scrostare le
pareti ed imbiancare tutta la chiesa, rifacendo parte del soffitto,
sostituendo parte delle tavole. Egli interdisse gli altari di S.
Nicola e delle Anime del Purgatorio sino a quando non fossero
ritornati decenti e vietò in essi la celebrazione di messe, se non
fossero stati debitamente ornati. Visitò anche le sacre
suppellettili di cui era corredata e diede ordine di far fare un
velo rosso, di fornirla un nuovo messale dei santi con messe più
recenti e di rifare un manipolo di seta di color rosso.
Pochi giorni dopo la visita, il 27 marzo 1762, nominava per nuovo
procuratore della chiesa il decano Filippo Poerio che ricoprì la
carica fino al 6 febbraio 1763. Durante questo breve periodo
l’altare della chiesa della marina fu accomodato. Due carri
portarono i cantoni alla marina per sistemare i gradini. Dall’altra
il mastro Domenico Cortese imbiancò tutta la chiesa, per la quale il
procuratore comprò un velo del calice d’ogni colore. Da ultimo il
decano per tacitare le continue lagnanze del marmoraro inviò al
vescovo, che si trovava a Napoli, quasi 50 ducati come acconto per
il pagamento che quest’ultimo doveva ancora avere per aver fatto
l’altare della Vergine Greca.
Il sacerdote Niccolò Giannini
Il 10 febbraio 1763 iniziava l’amministrazione di Niccolò
Giannini. Egli fornì la chiesa di un nuovo libro per la messa, come
era stato ordinato dal vescovo, e rese più sicura la chiesa, facendo
rifare la porta. Questo accorgimento non fu tuttavia sufficiente a
proteggerla dai ladri, i quali vi penetrarono, commettendo dei
danni. Si dovette perciò spendere altro denaro per un mastro
muratore ed un mastro d’ascia, i quali ripararono la porta, che era
stata scassata, e rifecero la copertura alla cella, che i ladri
avevano scoperchiato, rompendo numerosi ceramidi. Sempre durante la
sua amministrazione sono segnalati il lascito di una casa, l’invio
di denaro al vescovo, che si trovava a Napoli, per pagare i marmi
della cappella ed una processione alla marina. Quest’ultima sul far
del giorno partiva dalla cattedrale per la chiesa della marina a
Capo Rizzuto e ritornava nelle ore vespertine.
Il canonico Domenico Bisciglia
Il 27 febbraio 1766, sede vacante per la morte avvenuta il 18
gennaio del vescovo Giuseppe Lancellotti, era nominato dal vicario
generale un nuovo procuratore, il canonico Domenico Bisciglia. Il 17
luglio 1766 veniva consacrato vescovo di Isola il patrizio di
Rossano Michelangelo Monticelli. L’arrivo del nuovo presule ben
presto dette i suoi frutti. Le rendite della chiesa, che il
Bisceglia aveva conteggiato nel 1766 per poco più di 60 ducati,
passarono l’anno dopo a quasi 160. Su sollecitazione del vescovo si
raccolsero i crediti, fu acconciato il ponticello e si fece
pitturare l’immagine di S. Nicolò. Il procuratore fu ben presto
richiamato a limitare le spese per la festa, che nel frattempo si
erano dilatate, comprendendo anche regalie e mondanità. Egli fu
invitato ad astenersi “nel giorno della festa portare spese per
neve, carne ed altro, che fa’ mal sono a chi lo sente”.
Lo stesso vescovo nel riconfermarlo per un altro anno, il 7 aprile
1767 gli ordinava di non vendere il grano dato in elemosina senza
licenza della sua curia, di non far regali agli ecclesiastici, che
partecipavano alla festa, in quanto era un loro obbligo, di
tralasciare “il sono del tamburro”, perché dispendioso, di consumare
solo 12 militra di olio per le lampade ed infine di non effettuare
spese straordinarie per importi maggiori di carlini 10 senza il suo
permesso.
Di rimando il 5 luglio 1769 il procuratore allestì una festa solenne
in onore e gloria della Vergine Greca. Per l’occasione fece comprare
a Crotone dal canonico Murgante 30 libre di cera ed altre 9 le
chiese in prestito al primicerio Lioi. Acquistò un artificio,
numerose folgori ed i giochi di foco e con 32 rotola di polvere,
comprata parte in Mesoraca e parte dai reali sciabecchi, fece
confezionare i maschi, i mortaretti e la “rotella di fogo” alla
Vergine Greca. Fu allestita la piramide di carta per propiziare
l’abbondanza e la fertilità, utilizzando tavole, chiodi, carte con
cornucopie, sagola, tijlli ecc. Sostenne personalmente le spese per
le cibarie (neve, carne, vino ecc.), che offrì gratuitamente ai
musici, agli ecclesiastici ed ad altri, e quelle per l’incenso e lo
storace. Pagò il trasporto alla marina di panni, scale, cibarie,
tavole, maschi ecc. Due tamburri ed il pifaro, allietarono la festa.
Fece infine il regalo ai seminaristi. Con le numerose offerte il
procuratore comperò un campanello per la cappella della cattedrale
ed inviò a Napoli altri 40 ducati per pagare il marmoraro, che da
dieci anni aspettava il saldo.
Il primo maggio 1770, nel confermare per un altro anno il
procuratore, il vescovo Monticelli prendeva atto del grande successo
e concorso popolare della festa e, ritornando sulle sue decisioni,
abbonava al procuratore le spese eccedenti “ a riflesso che il
Popolo desidera vederla celebrata con splendidezza”. Lo esortava
però a concorrere alle spese “per sua devozione” e gli ordinava che
nelle feste successive si accordasse col suo provicario generale e
prendesse da questi il permesso per la vendita del grano e dei voti
dati per elemosina alla Vergine. La preoccupazione riguardava
soprattutto la speculazione, che i procuratori facevano sul grano,
che proveniva dalla questua dell’aie e dalle offerte dei massari. I
procuratori di solito davano a credito il cereale ai coloni alla
voce di maggio, quando cioè esso raggiungeva il prezzo più elevato.
A loro volta i debitori erano costretti a pagare l’importo al
raccolto, quando cioè vendevano il loro grano al prezzo più basso.
Ciò comportava che, per saldare, spesso dovevano vendere, o
consegnare, grano in quantità di molto più elevata rispetto a quella
avuta.
Negli anni seguenti la festa della Madonna Greca continuò ad essere
celebrata con particolare solennità e splendore con accompagnamento
di fuochi e di musica, assorbendo gran parte del denaro, che
proveniva dalle offerte, anche se una piccola parte di esso fu
utilizzato per fare alcuni lavori urgenti al tetto ed alla
porticella della chiesa della marina.
Il canonico Giuseppe Corabi
Il 3 maggio 1772 il vescovo Monticelli eleggeva per nuovo
procuratore il canonico Giuseppe Corabi, ordinandogli di riscuotere
il denaro del grano, che risultava dato a credito, e di curare la
pulizia dell’altare della Vergine. Durante l’amministrazione del
Corabi le spese per la festa lievitarono sempre più e così anche le
offerte. Con l’aumento delle spese si fecero più frequenti i
richiami alla moderazione. Il 23 marzo 1773 i due razionali,
incaricati dal vescovo a vagliare i conti, il tesoriere Francesco
Gulli ed il primicerio Tommaso Lioi invitarono il procuratore ad
essere più cauto nello spendere per la festa ventura “ e non sia
tanto prodigo a spendere, e buttare il denaro al vento a danno di
detta cappella”. Anche il vescovo intervenne il 4 maggio successivo
e nel confermare per un altro anno il Corabi gli ordinava di
“resecare le spese inutili, e supperflue”. Parole che caddero nel
vuoto, in quanto l’anno seguente si svolse la processione alla
marina con gran consumo di cera e di torce e la festa fu tra le più
spettacolari. Il culto era fortemente sentito dalla popolazione ed
aumentavano le offerte votive. Lo stesso vescovo regalò alla
cappella un doppiero di legno dorato, fatto venire appositamente da
Napoli. Cominciarono anche i grandi lavori alla chiesa della marina.
Giacinto Apa, il figlio del Vecchio, Domenico Caterina, Antonio
Catanzaro e Domenico Gulli lavorarono complessivamente 23 giorni per
spianare dietro la chiesa ed a costruire. L’anno dopo i lavori alla
marina proseguivano con la costruzione di una camerella, di una
camera e del pozzo. Prestarono la loro opera i mastri Onofrio e
Domenico Venturo e Domenico Cortese, aiutati da 18 manipoli, mentre
altri devoti lavorarono gratis giorno e notte nella calcara.
L’altare viene ornato con due cuscini di raso e con otto lampade
d’argento; quest’ultime fatte fare dal vescovo e pagate dal
procuratore, al quale il vescovo imprestò parte del denaro. Sul
finire della sua procura il Corabi, con sei pise di lino avuti dalla
questua, fa filare e tessere 18 canne e mezza di tela, che poi fa
stampare per ornamento della festa e fa dare la vernice dietro il
quadro della Madonna.
Il canonico Francesco Castelliti
Il 21 maggio 1776, essendo morto il Corabi, il vescovo
Monticelli nominava il nuovo procuratore, il canonico Francesco
Castelliti. Il nuovo amministratore proseguì nella costruzione della
sacrestia alla marina e fu subito richiamato dal vescovo a vendere
il vino raccolto dalla questua ed a non spendere più di ducati 40
per la festa. Parole inutili perché l’anno successivo, il 26 aprile
1778, il presule ritornava ordinandogli di diminuire il denaro
impiegato per la festa e di impiegare la somma di cui risultava
debitore in utile della cappella, cioè di portare a terminare la
costruzione della sacrestia nella marina e di comprare oggetti di
culto in argento: “Non impiegandola che subbito ne facci deposito
nella cassa di tre chiavi, che il prodotto della questua del musto e
del grano non si venda senza la nostra intelligenza e del nostro
provicario generale e che moderi in avvenire la spesa de fuochi
artificiali sino a ducati 10 meno dell’anno passato”. Negli anni
seguenti proseguì la costruzione della sacrestia. Nel 1778 i mastri
e 16 manipoli lavorano per 10 giornate per portare a termine
l’edificio e si comperano 100 tavole d’abete per fare il soffitto,
la porta interna, uno stipo ed altri lavori alla chiesa. Altri
oggetti vengono comprati alla fiera di Sant’Anna per usarli per far
porte, finestre e gli sportellini delle finestre. L’anno dopo, 1779,
la festa si svolge a maggio. Procedono i lavori: si intonaca e si
costruisce il soffitto della camera sottostante. Nel 1781 si fa
dipingere un ritratto della Madonna Greca e si cambia la vecchia
lampada d’argento con una nuova e più grande. Nonostante i continui
richiami del vescovo a moderare le spese per i fuochi artificiali,
da poco più di 10 ducati della metà del secolo essi sono saliti ad
oltre 100 ducati. Per avere un’idea della festa durante la procura
del Castelliti basta considerare che per la festa nel 1782 furono
spesi solo per l’acquisto dei fuochi artificiali più di 100 ducati e
precisamente si comprò 120 rotola di polvere, che unita alla polvere
utilizzata per la caccia, che serviva per fare le ruote ed altri
giochi, si spesero ducati 48 ed inoltre per l’artificio e altri
giochi di fuoco altri ducati 53. A questo denaro c’era da aggiungere
i vari regali agli ecclesiastici, ai seminaristi, per le cibarie
ecc. ed il regalo di dolci ed acquavite a coloro che costruirono le
botteghe per i mercanti. Ormai la festa dell’Icone greca è divenuta
importante e le offerte dei devoti sono diventate numerose sia in
preziosi che in bestiame, tanto che il vescovo ordina di fare una
nota a parte degli animali votati. L’anno seguente, dopo il grande
terremoto, nel maggio 1783 è segnalata la discesa della Madonna alla
marina ed alcune spese per riparare il tetto della chiesa della
marina, che era quasi scoperchiato. La festa che si svolgeva il 5
agosto era stata ormai definitivamente spostata a maggio, anche nel
1784 la festa viene celebrata a maggio, mese in cui termina
l’amministrazione del Castelliti. Per riparare gli ingenti danni
causati dal terremoto, la cappella dell’Icone Greca come anche gli
altri luoghi pii di Isola, in quell’anno venne soppressa e
l’amministrazione dei suoi beni passò alla Cassa Sacra. All’atto
della soppressione la cappella possedeva un magazzino in località
Crete Rosse, otto case terranee, situate a Crete Rosse e Chianche ed
esigeva un piccolo censo enfiteutico su una casetta. Il tutto dava
un’entrata di circa 20 ducati. Doveva però pagare due piccoli censi,
uno alla mensa vescovile e l’altro alla Camera principale.
Vita economica
Dall’introito e dall’esito che formano i conti si può seguire le
vicende economiche della cappella dell’Icone Greca nella seconda
metà del Settecento. Durante il periodo considerato (1750 –1783) la
cappella raddoppiò i suoi beni stabili e le loro entrate; i primi da
4 a 9, le seconde da circa 12 ducati a più di 22 . Alle quattro case
che dava in fitto nel 1750 si aggiunse nel 1753 un magazzino. Tra il
1765 ed il 1766, durante l’ultimo anno di procura di Niccolò
Giannini, fu donata una casetta per lascito di un benefattore e
furono iniziati dei lavori alle case. Una fu divisa a metà e di due
se ne fecero quattro. Completò l’intervento edilizio il procuratore
Domenico Bisciglia, lasciando al suo successore Giuseppe Corabi otto
case ed un magazzino, metà di quest’ultimo dal 1777 verrà utilizzato
dallo stesso procuratore per riporvi legnami, ceramidi, travi ed
altro per utilità della cappella. Le case ed il magazzino
costituivano le uniche proprietà della cappella e per circa un
ventennio (1751- 1771) concorsero per un quinto alle sue entrate,
anche se gran parte della loro rendita veniva spesa per i continui
restauri e riparazioni. Nell'ultimo decennio (1772-1783) le rendite
dei beni stabili della cappella rappresentavano ormai meno di un
decimo delle entrate.
Le questue
Tra le entrate spiccano le questue delle aie, delle mandrie e
del mosto.
Un posto particolare merita la questua delle aie, dalla quale
provenivano il grano e le fave. Essa era fatta da cercatori a
cavallo, che offrivano tabacco ai massari ed ai coloni. Il grano di
solito era venduto a Crotone o dato a credito a cittadini di Isola
al prezzo corrente o a quello della voce di maggio. Esso rappresentò
circa un terzo delle entrate della cappella e durante gli ultimi
anni più della metà. La questione del grano fu oggetto di numerosi
richiami dei vescovi, in quanto la gestione del cereale si prestava
alla speculazione. Le fave di solito erano in modesta quantità e
venivano vendute in luogo. Solamente nel 1776 ne furono trasportate
e smerciate a Squillace 10 tomola . La questua delle mandrie e dei
vaccarizzi, secondo i procuratori, dava forme di cascio, casicavalli
e raschi per il valore di pochi ducati. Essa compare solo in sei
conti annuali, segno evidente che di solito i latticini erano
consumati dagli stessi procuratori e dai cercatori. Lo stesso vale
per la questua del mosto, che compare solo nei conti di Francesco
Castelliti. Da essi ricava che il procuratore imbottigliava il mosto
e che, divenuto vino, vendeva, ricavando in media ogni anno circa 13
ducati, che rappresentavano il 5% delle entrate. Un’altra questua,
anche se raramente è riportata, fu quella del lino, che era offerto
dai mangani. Il tessuto fu utilizzato dai procuratori per fare tele
colorate, per abbellire la chiesa durante la festa.
Le elemosine
Le elemosine provenivano dalla festa, dai sabati,
dall’università, dall’agente principale, dai marinai e da altri.
Le elemosine in denaro che si raccoglievano nel giorno della festa,
il 5 agosto di ogni anno, raddoppiarono col trascorrere degli anni
da circa ducati 2 a 4. Esse però concorrevano in modo minimo a
formare le rendite della cappella, rappresentando poco più del 2 per
cento. Ogni sabato si raccoglievano le elemosine per la città. Nelle
annate particolarmente aride, specie tra il 1758 ed 1765, l’offerte
furono nulle o di pochi ducati. Nelle altre annate comprese tra il
1751 ed 1771 esse diedero circa 6 ducati all’anno, mentre
nell’ultimo decennio (1772 –1783) il gettito salì sopra i 20 ducati
annui; segno di maggior culto verso la Patrona e di procuratori più
onesti. Comunque esse concorsero a formare la rendita per 7 per
cento nei primi anni e per il 9 per cento negli ultimi. L’università
di Isola, tramite i suoi sindaci, diede un annuale caritativo per la
festa dapprima di ducati 4 e dal 1756 in poi di ducati 10, che se
all’inizio rappresentarono circa il 5% delle entrate, alla fine si
erano ridotte al 3%. Anche gli agenti della camera principale di
Isola a volte concorsero. L’agente Giuseppe Maria Villani più volte
fece offerte in denaro, in grano ed in olio. Donò per voto una
corona d’argento, un prezioso anello, cera ed in alcune annate non
riscosse il censo di carlini 3, che la cappella gli doveva. Spesso
si trovano annotate le elemosine date dai marinai e dai patroni dei
bastimenti. Sono piccole somme date dagli equipaggi di barche che a
causa delle tempeste trovavano rifugio nelle baie presso la chiesa o
avevano fatto naufragio sugli scogli di Capo Rizzuto. Così nel conto
del 1769 il procuratore Bisciglia annota di aver ricevuto ducati 4 e
carlini 4 dai marinai; somma che ha utilizzato per confezionare “uno
camiscio nuovo, cingolo e corporale ed ha terminato il pizzillo. Il
Corabi mette in conto le elemosine date dai marinai maltesi e dai
patroni, uno di Sorrento e l’altro di Procida, che hanno fatto
naufragio. Altre offerte in denaro furono versate dai mastri che nel
1757 lavoravano alla torre di Capo Rizzuto, dal vescovo Monticelli,
che nel 1774 diede 15 ducati in elemosina, da cittadini ed
ecclesiastici.
Le offerte votive
Le offerte votive erano costituite principalmente da grano,
bestiame, cera, olio e preziosi, ma non mancarono altri beni, come
una scopetta, un abitino, una caldara, una tovaglia di faccia, sei
palmi di cordellone, una tovaglia di orletta per l’altare ecc.. Esse
risultano quasi assenti nel primo ventennio, per poi aumentare
sempre più nell’ultimo decennio. Al grano della questua dell’aia si
aggiungeva quello dato per voto dai massari durante l’anno. Esso
costituiva la principale entrata della cappella.
Per quanto riguarda il bestiame donato per voto, il devoto quasi
sempre si obbligava a dare, anche in più rate, il prezzo
dell’animale stimato dagli esperti (“Da Giuseppe Gradia in conto
delli docati dieci e novi prezzo del bove votato , così stimato
dalli esperti”ecc.); altre volte consegnava l’animale, che il
procuratore faceva stimare e vendere ai massari del luogo o nella
fiera di S. Ianni. Nel ventennio compreso tra il 1751 e il 1771 i
“Conti” riportano solo la donazione di un “gencarone” e di un
giovenco. Durante la procura di Giuseppe Corabi (1772-1775) il
denaro proveniente dalla vendita del bestiame diventò una delle
principali voci. In soli quattro anni furono dati in voto un
porcelluzzo, una troia, un verre, due giovencarelle, un bue, una
vacca ed un giovenco, che rappresentarono l’otto per cento delle
entrate. Nella procura successiva di Francesco Castelliti (1776
–1783) i proventi del bestiame superarono quelli del grano,
divenendo una delle principali entrate. Furono donati sei giovenchi,
cinque giovencaroni, una scrofa, due porcelli, un bue, un cavallo,
un somaro, una troia, una capra, un vitellaccio,, un muletto ed un
crastone, che rappresentarono il 15 per cento dell’introito. Tra i
preziosi, quasi sempre dati in voto dalle spose, spiccano gli anelli
d’oro, che ne rappresentano più della metà, seguono ornamenti
femminili, quali ciarcelli, virgette, pendenti, bocoletti, tondi,
lazzetti ecc. Gli oggetti votivi erano apprezzatti da un orefice e
venduti. Poiché si trattava di ornamenti, che avevano un significato
particolare per le donanti, spesso erano acquistati dalle stesse.
Fino alla procura di Francesco Castelliti i preziosi votati sono
rari, qualche “anelluccio”, la cui vendita non incideva minimamente
sulle entrate. Durante la procura del Castelliti, e soprattutto
negli ultimi anni, quando la festa fu portata a maggio, il loro
apporto cominciò a divenire consistente. Dai conti del 1782 risulta
che furono offerti ben 22 oggetti preziosi tra anelli, ciarcelli,
bocoletti, pendenti, lazzetti ecc, offerti non solo da abitanti di
Isola ma anche da forestieri. Con lo spostamento della festa a
maggio essa si era incrementata, dilatandosi anche fuori dall’ambito
strettamente cittadino. La festa fu accostata a quella della Madonna
del Capo, come dimostrano le offerte alla Vergine Greca di Madonnine
del Capo. Altre offerte votive importanti erano quelle dell’olio e
della cera.
La festa
La festa della Madonna Greca, che si svolgeva il 5 agosto,
giorno dedicato a Santa Maria ad Nives, fu spostata nel 1779 a
maggio. Essendo l’Icone Greca patrona e protettrice della città,
crebbe in tanta importanza da assurgere a festa principale di Isola.
Da piccola festa religiosa paesana, allestita in modo artigianale,
essa con il passare del tempo divenne evento principale della vita
religiosa e civile e fu preparata con cura, assorbendo quasi tutte
le entrate, che provenivano alla cappella. Oltre all’aspetto
religioso, costituito dalla processione alla chiesa della marina,
dove venivano, nell’occasione e durante l’anno, celebrate numerose
messe votive, al panegirico ed alla fiaccolata, la festa col tempo
assorbì l’aspetto mondano, che cresciuto e dilatato dalla
secolarizzazione, la contaminò trasformandola. Le manifestazioni,
che niente avevano a che fare con la religiosità, furono dapprima
combattute e contenute poi tollerate dal vescovo Michelangelo
Monticelli, il quale posto di fronte alla pressione popolare aveva
dovuto cedere. Simbolo e centro originario, dove il sacro si
mescolava col pagano, era l’allestimento e l’incendio della
“piramide di carta”, alla cui costruzione era addetto un mastro con
l’aiuto del sacrestano e di altri. La piramide, “armata” utilizzando
tavole, chiodi, tacce, sagole, spago, zolfo, salnitro ecc., veniva
ricoperta da numerose carte, dove era raffigurata la cornucopia.
Essa racchiudeva in sè gli antichi simboli pagani del fuoco e della
fortuna, quest’ultima foriera della prosperità e della fertilità,
che la natura spontaneamente dispensa all’uomo. Alla piramide si
unirono col tempo gli scoppi con la polvere da sparo.
La quantità di polvere acquistata per la festa aumentò sempre più:
dai rotola 23 annui al tempo di Orazio Talarico ai 26 di Niccolò
Giannini ai 28 di Domenico Bisciglia ai 39 di Giuseppe Corabi agli
81 di Francesco Castelliti. La quantità di polvere usata nelle
ultime feste superò ampiamente i 100 rotola. Quadruplicandosi la
polvere quadruplicò anche la spesa dai 10 ducati annui agli oltre 40
degli ultimi anni. Oltre alla polvere da sparo dal tempo della
procura di Niccolò Giannini la festa fu resa più splendente da una
“rotella di foco la sera della vigilia della festa” e dalle
“folgori”. Poi, durante la procura di Domenico Bisciglia, si
arricchì di un piccolo artificio, di folgori e di venti maschi
comprati in Messina. Si aggiunse poi l’artificio ed altri giochi di
fuoco e rotella e quindi l’artificio, giochi di fuoco, palli ed
altro al tempo di Giuseppe Castelliti. La spesa solo per questo
aspetto lievitò da ducati due annui a circa ducati 50. Così le spese
per il solo aspetto spettacolare dal 10% sull’esito annuo passarono
in pochi anni al 30%. A queste spese erano da aggiungere quelle per
i musici che, dai due o tre “tamburri” della metà del Settecento,
divennero dapprima “tamburro, o tamburino, e “Bifaro” e poi
tamburino, corno da caccia, o trombone, bifaro ed altro. Facevano
lievitare le spese anche il costo della cera per la processione,
delle torce, del panegirico, della celebrazione di messe, le spese
per le cibarie per i musici, gli ecclesiastici ed altri, il regalo
ai seminaristi, l’allestimento della piramide, l’addobbo della
chiesa con la tela filata e stampata, ecc. Altro segno della
continua secolarizzazione della festa è segnalato dalle spese per la
celebrazione delle messe nella chiesa della marina.
Se le spese per la festa aumentarono, sia in quantità che in
percentuale, non così quelle per la celebrazione delle messe ogni
domenica e nelle feste nella chiesa alla marina. Esse erano
celebrate per i benefattori dal procuratore, o da altri sacerdoti.
Il numero ed il loro costo rimasero pressoché costanti per tutto il
tempo considerato, ma il loro peso sull’uscite diminuì dal 27 per
cento della metà del Settecento al 7 per cento sul finire. Ingente
era anche la spesa per la cera e l’olio. Essa rappresentava circa un
quinto dell’esito. La cera era acquistata a Crotone e consumata per
le litanie, la novena la notte di Natale ed a maggio, per le messe
nella chiesa della Marina e per le processioni, soprattutto quando
la Madonna scendeva alla marina. A volta parte di essa era offerta
dai devoti: nel 1765, dopo la terribile carestia del 1764, i massari
per devozione donarono alla Madonna Greca tutta la cera. Il costo ed
il consumo di cera aumentarono col passare del tempo, dai circa 8
ducati annui alla metà del Settecento ai 36 al tempo del Castelliti.
Indice dell’incrementarsi della festa e di una sempre più massiccia
partecipazione dei fedeli alla processione. La sua incidenza rimase
tuttavia quasi invariata, intorno al 14%, sull’esito. L’olio veniva
consumato per alimentare la lampada e per la novena di Natale. La
spesa per il suo acquisto col passare del tempo raddoppiò dai circa
5 ducati annui ai 10; diminuì però la sua incidenza sulle spese dal
7% al 4%.

