[Il duca di Caccuri ed il regio governatore]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 40-43/2004)
Marzio Cavalcanti, 3° duca di Caccuri, sposò
Serafina Cavalcanti e morì il 5 agosto 1752. Il suo primogenito
Antonio rinunciò alla successione e vestì l’abito gerosolimitano.
Subentrò quindi il fratello Rosalbo, che ebbe l’intestazione il 27
settembre 1781. Egli era già morto il 21 febbraio di quell’anno.
Tra liti e debiti
Le continue liti tra i vescovi di Cerenzia ed i feudatari di
Caccuri avevano radici lontane. La mensa vescovile di Cerenzia fin
dai tempi antichi esigeva lo “ius arandi” sulle difese dette Fontana
e Basilicò, situate in territorio di Caccuri. Nel 1664 il vescovo
Geronimo Barzellino aveva ceduto questo diritto ai feudatari di
Caccuri dietro il pagamento annuo di moggi 110 di frumento. Questa
prestazione fu rispettata dai Cavalcanti fino al 1695, poi il barone
Antonio Cavalcanti, duca di Caccuri, non rispettò più l’accordo ed
il vescovo Sebastiano de Francis fu costretto a chiedere giustizia e
recarsi a Napoli e dopo molti decreti fu raggiunto un accordo col
quale il duca si impegnava a versare annui ducati 63. Questi
conflitti di interessi si prolungavano nel tempo e non potevano non
interessare anche gli arcipreti del luogo, i quali, presi tra
l’incudine ed il martello, spesso erano costretti ad essere
acconsenzienti verso il duca, come dimostra il duro intervento di
censura del vescovo di Cerenzia Carlo Ronchi nei confronti
dell’arciprete di Caccuri Francesco Franco. Poiché alcuni parroci
delle sue due diocesi amministravano il sacramento della SS.
Eucarestia anche a pubblici e scandalosi peccatori, il vescovo nel
1761 emise un rigorosissimo editto in cui minacciava la pena di
sospensione a coloro che non rispettavano le sue disposizioni. Tra i
molti concubinari vi era anche il cavaliere gerosolimitano Antonio
Cavalcante, fratello dell’attuale duca della terra di Caccuri, il
quale da molto tempo permaneva nello “scandaloso, adultero,
incestuoso e sacrilego” concubinato con la sposata Serafina Piluso
della stessa terra, prima concubina dello stesso duca, suo fratello.
Poiché il signorotto si mostrò sordo ai richiami del vescovo,
quest’ultimo gli inviò numerosi paterni rimproveri, legati e
lettere, con i quali lo invitava a lasciare la concubina.
Dimostratosi inutile ogni tentativo di riportare sulla retta via il
peccatore, il vescovo intimò all’arciprete Francesco Franco di
rispettare rigorosamente l’editto e di non permettere ai due
concubini di osare ad accostarsi alla mensa dell’agnello pasquale.
L’arciprete non ubbidì al suo superiore con grave scandalo pubblico.
Allora il vescovo dette ordini rigorosissimi a tutti i sacerdoti di
Caccuri: nessuno poteva ricevere il pane eucaristico senza il suo
preventivo permesso. Chi avrebbe disubbidito, sarebbe incorso in
gravissime pene. Dopo di ciò il cavaliere gerosolimitano si pentì e,
dati sicuri segni di pentimento e di penitenza, gli fu permesso dopo
sei mesi di accostarsi alla mensa angelica. L’arciprete, invero,
giudicato dalla curia vescovile, fu costretto agli esercizi
spirituali per la durata di un mese nella solitaria chiesa della
congregazione del SS.mo Salvatore presso Mesoraca.
Un’altra lunga ed aspra lite oppose il duca Rosalbo Cavalcante al
Capitolo della chiesa metropolitana di Santa Severina. Il capitolo
di Santa Severina ed alcune cappelle e chiese di Rocca di Neto
esigevano dal duca un annuo censo di ducati 165 e grana 21 per un
capitale di ducati 2753 e grana 50. Tale capitale era stato concesso
fin dal 1720, alla ragione del 6%, al duca di Caccuri Marzio
Cavalcante, alla moglie Serafina Cavalcante e alla madre Laudonia de
Gaeta. Morto Marzio, il figlio Rosalbo per molti anni non volle più
pagare il censo. Per tale ragione su istanza dei creditori furono
sequestrati alcuni beni, che il duca possedeva in territorio di
Caccuri. Non ottenendo ancora il pagamento, fu decretata la vendita.
Per procedere all’esecuzione nell’autunno 1763 fu inviato dalla Gran
Corte della Vicaria lo scrivano ordinario Filippo Vara. Mentre il
Vara a Caccuri stava per mettere all’asta i beni sequestrati, per
non creare ed alimentare ulteriormente gli odi tra le parti, alcuni
amici comuni dei contendenti si interposero e fu raggiunto un
accordo. Con tale atto il duca si impegnava a pagare annualmente una
determinata somma annua sopra l’affitto della sua difesa di
Tenimento (Atto del notaio Vincentio Pancari, Santa Severina, 9
novembre 1763).
Una congiura del duca di Caccuri
Non era passato molto tempo che, indebitati e perseguiti nei
tribunali regi dai numerosi creditori, i Cavalcanti ebbero il feudo
di Caccuri posto sotto sequestro.
Per amministrare le rendite del feudo di Caccuri, fu nominato regio
governatore ed amministratore del feudo Onofrio Arinella.
Il duca di Caccuri Rosalbo Cavalcanti, vedendosi privato della
giurisdizione e delle rendite, pensò bene dapprima di circuire e di
rendere suo complice il governatore. Risultato vano il tentativo
allora tentò di intimorirlo e di minacciarlo. Per far ciò si servì
della complicità e della delazione di alcuni abitanti, suoi seguaci
e servitori, i quali con false accuse tentarono di gettare il
discredito sulla condotta del funzionario presso il re ed i
superiori.
L’attacco partì il 30 luglio 1766 quando una supplica a firma del
sacerdote secolare di Caccuri Francesco Saverio Guarascio, ma fatta
scrivere e firmare da un complice, fu inviata al regio consigliere e
commissario del patrimonio del feudo di Caccuri, Deodato Targianni,
che risiedeva in Cosenza.
In essa erano denunciati, anche se in maniera sommaria, i molti
abusi commessi dal governatore, sia a danno del patrimonio regio che
verso i vassalli. Principalmente si accusava il governatore di aver
usato e distratto il denaro proveniente dalle rendite del feudo,
utilizzandolo per scopi personali e dandolo in prestito a tassi
usurai. Inoltre il governatore aveva commesso dei soprusi a danno di
alcuni abitanti, bastonandoli e facendoli bastonare, ed aveva
praticato il contrabbando di tabacco e di seta.
L’esposto del sacerdote Guarascio
“Guarascio da Caccuri. Informi sul ricorso Guarascio contro il
Governatore per sosprusi ed ingiustizie”.
“Ecc.mo Sig.re P.ne Coll.mo
S’avvisa l’E.V., come questo Gov(ernato)re oltre l’essere usuraio, e
publico negoziante d’ogni genere lecito, ed illecito, pure l’è
tiranno, e di costume barbaro, che talm(en)te trapazza i vassalli
del n.ro P.pe (Dio guardi) che non solo l’ingiuria con asprissime
contumelie, ma è arrivato con proprie mani batterli che incutendoli
timore, fa della giustizia a sua disposiz(io)ne con gravarli
tirannicam(en)te per approfittarsene, ed investirsi delle di loro
tenue sostanze, che pare fusse mandato dagl’antichi Romani a
tiranneggiare i fedeli . Si sup.ca l’E.V. acciò dia riparo a tanti
inconvenienti, oltre che anche s’approfitta pinguam(en)te sopra le
rendite de resp(etti)vi corpi, ed il denaro, che dovesse far
pervenire in potere dell’E.V. li dà usuriaram(en)te a proprii
naturali col dieci per cento, altro l’ha applicato in contrabandi di
Tabbacco, e di seta, che il suo servitore gia sta preso nelle
carceri di questo Trib(una)le per d(ett)i controbandi, che faceva a
suo conto, altro l’ha dato anche a più persone in grano a prezzi
rotti segno manifesto che s’approfitta delle rendite con frode,a
corrispondenza del suo dovere, e se altre mancanze occurrerebbero
d(ett)o Governatore non li lascerebbe, in somma è uomo non solo di
pessimo costume, ma infido con chi deve approfittandosi del tempo;
Vorrei più manifestarli, ma per non rendermi tedioso ne sto sotto
silenzio, e tutto ciò che avviso all’E.V. è neppure la quinta parte
di sue procedure pessime, ed io essendone stato incaricato
dall’interessati alla visita, perciò ne avviso l’E.V. che col savio
suo giudizio si possa regolare, e facendosine resto facendoli mille
riverenze. D. V. E. Caccuri li 30 luglio 1766. Um.o oblig.mo servo
fed.o fran.co Saverio Guarasci”.
Il re ordina l’inchiesta
Poiché una supplica con le stesse accuse era stata mandata per
conoscenza anche al re, il 15 settembre un real dispaccio era
inviato dalla Segreteria di Stato, Giustizia e Grazia di Napoli al
Tribunale di Cosenza con l’ordine di verificare i fatti
denunciati.Di conseguenza era delegato dalla Regia Udienza
Provinciale di Cosenza a fare l’inchiesta l’uditore e regio
consigliere Giuseppe Macrone, dottore dell’una e dell’altra legge.
Nel frattempo avvisato da Napoli che l’inchiesta aveva preso
l’avvio, il denunciante, il sacerdote Francesco Saverio Guarascio,
il 14 settembre 1766, in Caccuri con atto del notaio Marcello
Jaquinta di San Giovanni in Fiore, pensò bene di disconoscere come
sua la supplica inviata contro il governatore.
Dichiarazione del Guarascio
“In publico testimonio di verità personalmente costituito il
R.do Sacerdote secolare Sig. D. Fran.co Saverio Guarascio d’anni
trenta sei di questa prefata terra, il quale spontaneamente, non per
forza, o dolo alcuno (cum juramento quod praestitit tacto pectore
more sacerdotum et animo repetendi toties quoties coram) asserisce,
dichiara, ed attesta in questa publica forma, come il ricorso, o sia
supplica fatta in nome d’esso R.do costituto al Sig. Reg.o
Consigiero D. Deodato Targianni commissario del feudo di d.a terra,
nel quale s’è articulato il D.r Sig.r D. Onofrio Arinella Reg.
Gov.re ed Am.re qui in Caccuri con averli addossato d’aver donato a
censo danajo pervenutoli dalle rendite di d.o feudo, d’aver fatto e
commesso usura, d’aver tiraneggiato li naturali di d.a terra di
averli battuti, e d’aver fatto contrabanni, non aver detta supplica
fatta esso costituto R.do D. Guarascio ma latre Persone che s’ave
voluto servire del suo nome, ne tampoco aver riccorso in appresso la
maestà del sovrano, che iddio sempre feliciti, ne alla Regia Udienza
Provinciale, ne appo altro Tribunale contro detto Sig.r Arinelli,
per non averli dato motivo di lagnarsi, anzi esso R.do costituto per
onore della verità, ed affinchè si potesse invenire la detta persona
che in lui nome al d.o Sig.r Consigliere ave fatto d.a supplica, per
non restar impunita n’ave avanzato memoriale alla maestà di d.o
Sovrano per accaparsine informo per far a tenore delle Sante Leggi
punito, e castigato, e così il tutto come sopra ave attestato, ed
asserito”.
L’inchiesta
Il regio consigliere Giuseppe Macrone si insediò a S. Giovanni
in Fiore ed il 16 settembre emise un ordine di convocazione per
alcuni abitanti di Caccuri, con l’intento di accertare i fatti.
“Ferdinandus Dei Gra. Rex
D. Gius.e Macrone miles /D.r dell’una, e l’altra legge, Reg. Cons.re
ed ud.re della Reg.a Ud.a, ed alle cose infra.tte Delegato.
Per la retta amministraz.ne della Giust.a tenemo preciso bisogno
delle qui notate persone della T.ra di caccuri ed p.nte loro dicemo,
ed ord.mo, acciò subito dopo la notificaz.ne del p.nte, si
conferischino alla nostra p.nza in q.sta T.ra di S. Gio. Infiore,
che per esse della verità informati, saranno subito licenziate.
Tanto eseguono per quanto bramano la real grazia, e sotto pena
d’oncie d’oro 25 per ciascuna controv.te il p.nte. S. Gio. Infiore
li 16 7bre 1766.
Giu.e Macroni
Da citarsi cioè (Tutti della terra di Caccuri)
Mag.co Saverio Palmieri
Mag.co Dionisio de Luca
Mag.co Pasquale Riccio
Mag.co Stefano de Luca
Mag.co Costantino Principato
Mag.co Michele Formoza
Mag.co Giacomo de Miglio
Mag.co Gius.e Lucente”
Nello stesso giorno si presentò l’estensore delle denunce, il
sacerdote di Caccuri Francesco Saverio Guarascio, il quale rigettò
la paternità dell’esposto.
“Adì sedici settembre mille settecento sessantasei in questa Terra
di S. Gio. Infiore, ed in presenza del Regio Cons(ilie)re ed
Ud(ito)re della Regia Prov(incia)le ud(ienz)a sig. D. Gius.e Macrone
delegato.
R.do Sacerdote D. Fran.co Saverio Guarasci della T(er)ra di Caccuri,
al p(rese)nte in questa di S. Gio. Infiore, di età sua di anni
trentasei inc(irc)a come disse.
Domandato esso P(ri)npale Dep(onen)te se avesse in suo nome formato
qualche ricorso e quello rimesso al Reg(io) Cons(ilie)re Sig.r D.n
Diodato Targianni Comm(issa)rio del Patrim(oni)o del Feudo di
Caccuri, quando, dove in che modo, cosa in esso contenevasi, contro
di chi, e per qual causa. Depone, che avendo preinteso, che da
taluni suoi malevoli, e paesani per farlo comparire capizzante,
eranzi fatta sup(li)ca sotto di lui nome, e cognome presso il Reg.
Cons.re Sig.r D.n Diodato Targianni Comm.rio del Patrim.o del Feudo
di Caccuri sua Padria, verso la fine del prossimo passato mese di
agosto, contro quel Gov(ernato)re D.n Onofrio Arinelli, capizandolo,
ed intaccandolo di vari delitti, de quali esso Gov.re n’è innocente,
molto si formalizzò dell’ardire presagi di quei, che eransi serviti
del suo nome, e per far conoscere a d.o Sig.r Cons.re l’impostura,
c.r., che si era fatta a d.o Gov.re, e l’innocenza sua, di un subito
con sua supp.ca ne ricorse al med.mo, supplicandola, che avendo
saputo tutto ciò, si fusse degnato confrontare il carattere di
questa, coll’altra prima fatta da d.i suoi malevoli, ed insiemente,
che avesse dato providenza pel castigo di chi si appurava reo, che
si aveva servito del suo nome. Non contento di ciò esso Dep.te,
essendo capitato in d.a sua Padria verso li cinque del cor.te mese
il mag.co N(ota)r Marcello Jaquinta di questa terra di S. Gio.
Infiore, fece in presenza dello stesso con atto publico, col quale
dichiarava, che mai aveva ricorso a d.o Sig.r Cons.re contro il
mentovato Gov.re, perche non solam.te esso Gov.re non aveva
comm(es)so reato alcuno, e specialm.te di quanto se l’imputava, ma
di vantagio lo sapeva e sa essere un uomo molto timorato di Dio,
umile, che badava all’interessi del Patrimonio, e non aveva dato
molestia, o maltrattata persona veruna di quella Padria; e
magiorm.te far chiarire la verità, copia di d.o atto unitam.te con
suo ricorso l’umiliò nella passata settimana alla maestà del P.ne,
supplicandola disponere l’informaz.ne contro di chi si aveva servito
del suo nome, ed indi il castigo a tenore delle Leggi del Regno, che
per anco non sa di essersi data providenza a tai sue suppliche, e
capitando assistere per far comparire la sua innocenza e del pred.o
Gov.re ancora.
Io D. Fran. Saverio Guarasci ho deposto come sopra”
I testimoni
Il 17 settembre Salvatore Tripuoci servitore della curia di S.
Giovanni in Fiore si recò a Caccuri per notificare ai testi l’ordine
di comparizione.
Alcuni testimoni repentinamente si ammalarono ed il D.r fisico
Stefano de Luca , medico ordinario del luogo, certificò subito che i
mag.ci Pascale Riccio e Giuseppe Lucente erano a letto a causa delle
febbre terzana.
Altri addussero di non potersi recare a S. Giovanni in Fiore in
quanto dovevano assistere i figli ed per altri gravi motivi.
Tuttavia il numero e la qualità, di coloro che deposero al cospetto
del Macrone, erano più che sufficienti per stabilire la verità.
Deposero tra gli altri infatti:
Antonio de Luca, tesoriere della chiesa collegiata di Caccuri;
Domenico Pantusa, canonico della chiesa collegiata di Caccuri;
Stefano de Luca e Dionisio de Luca, proprietari terrieri;
Vincenzo Maria Gargani, priore del convento domenicano;
e Giacinto Greco, lettore del convento.
La deposizione del priore del convento domenicano
“A di diecisette Settembre mille settecento sessantasei in
questa Terra di S. Gio. Infiore, ed in presenza del Reg. Cons.re ed
ud.re della Prov.le ud.a Sig.r D.r Gius.e Macrone e Delegato
R.do P.re Vincenzo m.a Gargani della città di Napoli Priore nel
ven.le convento de Domenicani della T.ra di Caccuri, di età sua di
anni cinquantatre in c.a come disse test.o
P.re Giacinto Greco della città di Amantea lettore nel v.bile
convento de domenicani della terra di Caccuri, di età sua di anni
sessant’otto inc.a come disse. Test.o
Domandati essi testi separatam.te l’un dopo l’altro sopra il tenore
del r.etto ricorso fatto in nome del R.do Sacerdote D.n Fran. co
Saverio Guarasci della Terra di Caccuri, al Reg. Cons.re Sig.re D.
Diodato Targianni Comm.rio del Patrimonio del Feudo di Caccuri
contestam.te depongono di conoscere benis.mo il Gov.re della Terra
di Caccuri D.n Onofrio Arinelli, in occasione di essere Priore,e
Lettore rispettivam.te del v.bile Conv.to de Domenicani di essa
T.ra, il quale per quanto sanno, non solam.te è uomo molto timorato
di Dio, ma giammai hanno inteso, avere lo stesso Gov.re fatto usura
a nessuno, o alcuna negoziaz.ne illecita, ma sanno essere di buon
costume, e che ama, e stima tutta la gente di essa T.ra, non avendo
finora dato disgusto a chi chisia, anzi ave amministrato, e tuttavia
amministra la giustizia equalmente senza parzialità, o interesse, o
che taluno si fusse lamentato di sua condotta, ed appena ave esatto
qualche somma delle rendite di quel feudo di Caccuri, che subito
l’ha rimessa nel S. C. che ad essi Testi non costa in veruna
maniera, che il sud.o Gov.re avesse commesso alcun controbanno di
seta, di tabbacco, o di altro genere; e finalmente sanno ex causa
licentiae, di non aver esso Gov.re fatto mai compra di grano, ma
solamente loro costa di averne comprato da cittadini di essa T.ra da
circa venti tomola per uso, e commodo proprio e della sua famiglia
alla voce cor.te di q.lla med.ma Terra.
L’uditore Giuseppe Macrone potè così trarre la conclusione che le
accuse contro il governatore di Caccuri Onofrio Arinelli erano
infondate e false.
Nuovo tentativo
Il duca di Caccuri tuttavia non si dette per vinto e non tardò
molto ad allestire un secondo esposto. Passarono alcuni mesi e un
nuovo esposto a nome questa volta di Domenico Tornicchia, il quale
se ne assumeva in pieno la paternità, ribadiva le stesse accuse
contro il governatore, anzi le accresceva e le specificava,
insinuando tra l’altro che il governatore aveva favorito
l’introduzione in Caccuri delle eresie di Lutero e Calvino.
“S.R.M. Sig.re
Domenico Tornicchia della Terra di Caccuri in Prov.a di Cal.a Citra
fedeliss.mo vassallo della M.V. prostrato al Real Trono umilmen.te
l’espone che sin dal mese di Decembre del caduto anno viene la
povera Padria di essa T.ra di Caccuri, e suoi poveri cittadini
fedeliss.mi vassalli di V. R. M. scorticati, maltrattati, si per le
notorie ingiustizie, che per l’estorzioni fa contro le Leggi
(rispetto a deritti di banca), che per le positive ingiurie verbali,
con pregiudizio della stima, e battiture inferiscono a detti poveri
naturali dal D.r D. Onofrio Arinelli Governadore di sospenza
giurdizione mandato dalla M. V. in d.a Terra per Segreteria di
Giustizia, a tal segno che non si fidano più vivere ed abitare in
d.o luogo sotto il Governo di un tiranno, e barbaro, incapace di
sostenere governi, ed amministrare giustizia, per esser troppo
ignorante, e superbo di modo che fa risultare innocente chi è reo, e
chi è innocente reo, e mille altre enormità, che chiaram.te si
faranno costare, tacendasi in carta per modestia, e tra l’altri si
benignerà la M. S. dar grato orecchio alli seguenti capi, accio
possa liberarsi questa povera Padia della barbaria di un tiranno
(affinche si degnasse darci le dovute providenze per non succedere
qualche tumulto, e disturbo in d.a Padria, e precipitarsino
dall’intutto li cittadini di essa).
Primo il d.to D. Onofrio Arinelli Gov.re per aver preso due
contrabandieri di tabacco invece di rimettere li medes.mi una col
contrabando nella Reg.a Udienza Prov.le li spogliò di d.o genere ed
insieme di tutto lo danaro tenevano, e poi li fece fuggire dalle
carceri, ed avendone avuta notizia l’Amm.re ne fece accapare
inform.ne dal subalterno (della Reg.a Ud.a), il quale appurò non
solo il pred.o fatto, ma per anche la vendita teneva di d.o tabacco
rappresagliato in pregiudizio dell’Arrendim.to, il di cui Amm.re
dopo averlo transatto in qual occasione avuto maneggio con un
m.rodatti della Regia Ud. per nome Anello Vaccaro li fece leggere il
processo informativo accapato, e l’esame de testimoni, quandoche d.i
processi ma si è pratticato farsino osservare dalli rei, ma soltanto
in caso di (potersi difendere) difese si dona la copia al di lui
avocato, e mellappena venuto da Cosenza ave comminciato a
barsagliare con manifeste vendette di tutti li testimonii che si
esaminarono per detto contrabanno ingiuriandoli positivam.te con
aventarsegli sopra da medesimi per batterli e quarentiti non si sono
fatti offendere, e l’have minacciati farli scopo del suo sdegno (, e
vendetta).
Secondo per aver inteso da taluni, che Antonio Guzzo l’avea
ingiuriato, e detto male in presenza d’alcune persone, quando ciò
non era vero, si lo chiamò in sua camera serrò la porta, e doppo
averlo ingiuriato lo cominciò a battere.
Terzo una sera mandò il suo Servidore, e soldato per comprare ova,
ed entrato in casa di un poveretto chiamato Nicola Perito, il quale
perche stava ammalato, e ne teneva due per restorare le di lui
forze, doppo averli presi a forza lo fece carcerare barbaramente
dentro il carcere criminale, ed ad ora che la gente era ritirata
scese il d.o Gov.re assieme con il d.o Serv.re, ed il serviente fece
aprire il carcere, ed ordinò al serviente che l’avesse fatto una
bastonata, ed il cennato servidore lo teneva ben legato, sino a
tanto che si rese vendicato.
Quarto per vendicarsi di Fran.co Maria Lionetti, che sospettava
averlo denunciato presso l’Arren.to del Tabacco si chiamò ad una
persona di questa Terra, e l’offerse docati trenta affinche l’avesse
ucciso il d.o Lionetti, e quella persona lo confidò ad un’altra se
voleva aver società in far d.o omicidio; e questo rispose in conto
alcuno ord. voler perdere l’anima, e la libertà per capriccio, e
vendetta di d.o Gov.re, quale persona sarà per esponere la verità
nell’accapo dell’informaz.ne.
Quinto ave esatto il danaro del Feudo di Caccuri dedotto in S. R.
C., ed invece di rimetterlo nel medemo si è fatto lecito darlo ad
imprestito con prendersi il diece per cento, e di quello ancora ne
ave comprato grano prima della raccolta a prezzo rotto in grave
danno, ed interesse de poveri vassalli di V. R. M. avendoli
scorticati, per questo capo, e del suo barbaro costume da molti mal
contenti dal medemo si ne avanzò supplica al Sig. Consigliere
Targianni commissario della causa di d.o feudo, e dal medemo si ne
diede la carica al sig.re Preside Prov.le, il quale incaricò
all’uditor D. Giuseppe Macrone che dimorava in S. Gio. Infiore
vicino in Caccuri sei miglia, e perche l’istesso D. Onofrio Gov.re
ebbe in notizia che il Sig.r Uditore aveva questa incombenza exra
giudiziale, unì alcune persone a suo favore con averli fatta prima
la lezione e le fece esaminare in presenza di d.o Sig.r R. Uditore;
onde essendo d.o Sig.re diggiuno di tal fatto oprato da d.o Gov.re
fece la relazione a suo favore, con che si supplica darsi di nuovo
la carica giudizialmente e con giuramento acciò si costassero le sue
frodi.
Sesto il cennato Gov.re sin dacche ave esercitata la carica pred.a
ave fatto infra annum con destinare un m.ro Giurato, e poi per
vendetta con tutta la patente spedita senza commettere delitto a
tenore delle leggi, l’ave fatto desistere, in seguito ne ave
destinato un altro, e fattolo esercitare quattro mesi, e poi per
mero capriccio, e per vendicarsi sotto pretesto che esaminato si
avea per l’informaz.ne del tabacco contro il med.mo, senza
commettere anche delitto, lo ave fatto desistere, ed ora in d.a
terra di Caccuri sine legge vivitur, ed in tempo di notte si camina
a briglia sciolta, senza timore di Dio , e della giustizia. (si
commettono dell’insolenze, e lui ave dato la libertà di oprare la
gente a modo suo, senza timore di giustizia, facendoli perdere il
rimorso della coscienza)
Settimo in d.o tempo ave fatto tre m.ro datti per servizio di essa
Corte, con aver fatto servire uno presso l’altro per poco tempo, e
giorni, e poi subito ave fatto desistere uno, e fatto l’altro, ed
essendosi posta all’incanto la m.rodattia, ed offerta con magior
oblazione da persone probbe, prattiche, e letterate, ed egli si è
fatto lecito in pregiudizio del Patrimonio, e del S. R. C. posponere
la magior oblaz.ne, e l’ave data per docati nove, e grana diece
contanti ad un ragazzo di anni quindeci inesperto a tal mestiere.
Ottavo tiene per soldato della sua Corte un tale chiamato Vincenzo
Falbo di Gregorio, il quale reso baldanzoso con l’aura del d.o
Gov.re, batte, fa lividune , e con efusione di sangue a d.a povera
gente e nella notte si unisce con altri insolenti (birbi) e vanno
inquietando la Padria, la quale vuole stare al riposo, con andar
sonando, e cantando dalla sera sino alla mattina, dicendo canzone
sporche, e rampagnose, ed essendosine fatto risentim.to presso il
med.mo Gov.re, questo ne meno una correzzione verbale, ne castigo
esemplare ci ave pratticato, e si è fatto animoso, che non si
spaventa di chi che sia, e tutto a riflesso che fatto spione della
Padria riferisce quanto mai intende dire di male.(contro detto
gov.re)
Finalmente per non rendere infadata , e molestata la M. V. il
supplicante suspende di farle presente l’inurbana condotta, pessimo
aggire e barbaro governo di tal ignorante suggetto reso odiabile, ed
esoso non solo alla Padria, ma per anche a paesi convicini,
volendosi approfittare, e vivere con li sudori altrui, senza merito
di giustizia, riservandosi far dilucidare, e mettere alla chiara
luce del sole li di lui inconsiderabili eccessi, molto diformi, e
sconvenevoli a chi esercita officio di Giudice, il quale invece di
proibire la carnalità, (e l’adulterii) ave impedito l’uffiziali di
notte non disturbassero coloro che tengono prattiche dissoneste
dicendo publicam.te che tutti li sfogassero non essendo peccato
magior dell’altri, qual progetto ave apportato orrore a tutti
introducendosi l’eresia di Lutero, e Calvino e ciò assieme con altri
si faranno costare nell’accapo dell’informaz.ne che si degnerà V. M.
commetterla a suggetto incorruttibile, ed in seguito poi benignarsi
dare quella providenza che stimerà necessaria, ed il tutto ut deus.
Io Domenico Tornicchia supplico come sopra
Io Giuseppe Foglia son test.eo e conosco il sud.o supplicante
Io Gio. Oliverio sono testimonio e conosco il supplicante”
L’indagine di Giovanni Fajella
Veniva incaricato ad investigare Giovanni Fajella, il quale non
solo si recò a Caccuri e certificò nuovamente la falsità delle
accuse contro il governatore ma anche mise in risalto che il tutto
faceva parte di una congiura perpetrata dal duca di Caccuri, il
quale privato delle giurisdizioni e delle rendite del feudo, tentava
invano di intimorire il governatore in modo da renderlo suo complice
o di discreditarlo per ottenere l’allontanamento.
“Ill.mo Sig.re
Con ricorso di Domenico Tornicchia di questa Terra di Caccuri si
rappresentarono a Sua M.a Iddio Guardi, varii carichi di controbanno
di Tabacco, ingiurie verbali, maltrattamenti, ed altro contro il
Gov.re di Sospenza della med.a D.r D. Onofrio Arinelli, e se le
umiliò pure, che di tali carichi essendosene avansata supplica al
Sig. r Consigliere Targianni Commissario della Causa della
deduzzione in S. C. di questo feudo, e rimessasi a v.s Ill.ma per la
verificazione, se n’era data la carica a cotesto sig.re ud.re D.
Giuseppe M.a Macrone, ciocchè venuto a notizia del Gov.re, questi
avendo unite alcune persone a sua divozione, l’avea fatte esaminare
dal d.o Sig.re ud.re, il quale come diggiuno di tale oprato dal
Gov.re, avea fatta la relazione a suo favore.
E con real Dispaccio de 15 )mbre scaduto anno 1766 spedito per
Seg.ria di Stato, giustizia, e grazia avendo la M.a Sua ordinato,
che si verifichi con diligenza l’esposto, e che trovandosi mancanze,
e delitti nel d.o Gov.re se le fussero riferite, da V. S. Ill.ma, e
cotesto Reg.o Tribunale se ne ordinarono,ed a me commisero le
diligenze; quindi per esecuzione de miei doveri essendomi di persona
qui trasferito, ove prima di ogn’altro avendo chiamato il
ricorrente, il med.mo come dipendente da altri di sua aderenza, che
dovevano pagarmi le diete, così come mi disse, me ne ave
temporeggiato la rattifica or con un pretesto, ed or con altro, e
cio nonostante tutto che l’informo sud.o si fosse preso dal d.o
Sig.r ud.re, con avere inteso sacerdoti secolari,, e regolari,, e
ben’anche il sindaco e naturali altri, cosi come mi è stato
riferito, nel tempo stesso, che sotto altro pretesto avevo
principiato ad informarmi del costume e condotta del rid.o Gov.re,
tenuta nel Governo, ed amministrazione delle rendite di questo
feudo, essendomi capitato veneratissimo ordine di V. S. Ill.ma de 28
febraio prossimo caduto, col quale complicandomi copuia del pred.o
altro ricorso già disimpegnato, mi ordina, che li capi essendo li
stessi, avessi subito restituita la commissione senza metter mano a
tal affare, onde io avendo considerato li capi del primo ricorso a
nome del sacerdote D. Francesco Saverio Guarasci, e gli altri dati
dal pred.o Domenico Tornichhia, eveduto che son li li stessi
differendo soltanto, che dal Guarasci furono rappresentati con
termini generali, e dal Tornicchia si è fatto menzione di qualche
fatto particolare, su del quale il d.o Sig.r Ad.re pratticò
similm.te le diligenze, come pure mi si dice, ho stimato di non
mettere mano all’affare, e di passare nelle sue riveritissime mani
la cennata commissione, che consiste nel d.o Real Dispaccio, e
ricorso per farne quell’uso stimerà convenire.
Con questa occasione non tralascio di farle, con riserba,
riverentemente presente, che il d.o Gov.re D.r D. Onofrio Arinelli
sia un uomo dabbene, ritirato, e di moriggerati costumi così come lo
trovo, e ciò non ostante, come odioso a pochi di questi Naturali,
che sono dell’aderenza dell’Ill.re Duca di questa terra, il quale
vedendosi privo della giurisdizione e delle rendite del Feudo,
vorrebbe che il d.o Gov.re da lui dipendesse, ciocchè non avendo
potuto ottenere, viene per tal causa allo spesso processato, col
fine di farlo discreditare, come, credo, averà similmente trovato il
prefato Sig.r ud.re, ele fo umilissima riv.a
Caccuri li 6 marzo 1767
Di V. S. Ill.ma
Umilissimo servo
Giovanni Fajella”
Il duca non si dà per vinto
Nonostante i ripetuti insuccessi il duca non si dà per vinto,
anzi con una nuova denuncia fatta a nome del soldato delle Regie
Guardie Italiane cercò di insinuare il dubbio che il Fajella era
stato corrotto dal governatore ed incolpò quest’ultimo di molteplici
altri delitti.
L’esposto del soldato Gio. Pietro Valentini
Il Mag.co Gio. Pietro Valentini della Città di Cerenzia Soldato
delle R. Guardie Italiane Supplicando l’espone, che ritrovandosi
nella T.ra di Caccuri da tre mesi in circa, con R. permesso della M.
del Suprano che (D.G.) e particolare incarico di andare in traccia
de soldati disertori del Reg. to Sud.to; ed in vece di esserli
prestato aggiuto e favore dal attual Gov.re di detta Terra di
Caccuri nel disimpegno predetto poco stima facendo dei R. i ordini e
fatto lecito bersagliarlo, e tutta via lo bersaglia, facendolo
opprimere dalli di lui esecutori e di giorno e di notte correndo nel
impegno d’arrestare il sup.te e spogiarlo della R. Montura per vero
capriccio, senza aver commesso insolenza alcuna ed a riguardo che
con tutta onesta il sup.te qualche volta va a spassarsi in casa de
suoi amici e congionti del di lui cognato naturale di detta terra di
Caccuri anzi l’ave fatto risultare reo in capile di falsità presso
il Subbalterno Mag.co Gio. Fajella sotto il pretesto di una supplica
umiliata al R. Trono in nome di i Reg.ri di d.a Terra contro Fran.co
Leonetti q.le perche fatta fare dal d.o Gov.re per li manifesti
livori notriti e notrisce contro d.o Leonetti ben no li a codesto
Tribunale il cennato Fajella per fare cosa grata al d.o Govern.re si
per li donativi ricevuti come per l’ancesta e continuo
banchettamento, mangiando e solazzando assieme, ave fatto risultare
innocente il reo, ed il sup.te reo in capite; quando che il medesimo
presentò d.a sup.ca in Secreteria mediante incarico datoli dal F.llo
di d.o Gov.re e ricevuta per .. del fratello del medesimo in Napoli
dove da me si assisteva non sapendo la falsita di d.a sup.a fatta
fare da d.o Gover.e; e di ordine di d.o Fajella li di lui sbirri con
impugnaz.e di armi voleano arrestare il Sup.te a causa che non volea
comparire innanzi a d.o sub.no per non esser di lui Giud. competente
siccome V. S. Ill.ma come Gover.e dell’armi gli è ben notoPe la
gravandosi il sop.te delli agravi, ingiustizie ed insolenze ricevute
dal sudeto subalterno a contemplazione del predetto Governatore
nonche della rappresaglia e rubberia vuole fare al sup.te di D.
venticinque indebitamente fattosi assentire volere storquere per
mezo di alcuni particolari di d.a terra minacciandolo in caso
contrario farle relazione contraria e di reo presso d.o
Tribunalesenza esso reo di minima colta, la supplica degnarsi
ordinare al d.o Fajella che non metta mano in menova causa del
sup.te per compiacere d.o Gov.re per particolare ordine ed incarico
della R. Giunta di Guerra principale del sup.te altresi il Gov.re di
d.a terra non impedisse il sup.te al dissimpegno de Reali ordini in
caso contrario ricorre in Napoli e ni esponera le giuste querele e
risentimenti. Piedi della M. S. (D. G.) che il tutto lo ricevera a
grazia speciale delle mani pietose di V. S. Ill.ma ut Deus.
Io Gio. Pietro Valentini supplico come sopra.
Io Dom.co Marcuso son testimonio e conosco il supplicante
Io Dom.co Perito sono testimonio e conosco il suplicante
(Arch. Stat. di Cosenza. Regia Udienza Provinciale 1766, Mazzo 29,
fasc. 263. Guarascio da Caccuri informi sul ricorso Guarascio contro
il Governatore per soprusi ed ingiustizie).

