[Un furto di bestiame. I Morano ed il tentativo del conte Andrea Caraffa di impadronirsi del feudo di Cotronei.]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su Cotroneinforma nr. 74/2002)
Un furto di bestiame
Il 14 dicembre 1727 in Crotone si presenta dal notaio Pelio Tirioli
il custode d’armenti Carlo Rosso, figlio di Giacomo ed abitante a
Pietrafitta. Il Rosso vuole rilasciare una dichiarazione con la
quale tenta di allontanare da sé il sospetto di essere implicato in
un furto di bestiame, avvenuto a danno del possidente crotonese
Tommaso Sculco.
Il custode d’armenti, pur facendo presente di essere venuto
casualmente a conoscenza del fatto delittuoso, testimonia la sua
estraneità, anzi a sostegno della sua buona fede afferma che più
volte allontanò dalla sua compagnia il reo. Egli fornisce le prove
della sua innocenza con una versione minuziosa sullo svolgimento
dell’evento. Dal suo racconto possiamo intravedere i legami
economici, che nella prima metà del Settecento esistevano tra gli
abitanti di Cotronei, dei casali silani e della marina. Allora la
popolazione di Cotronei era dedita in prevalenza al lavoro dei
campi. Primeggiava la coltura granaria, anche se non mancavano altre
coltivazioni come l’olivicoltura, il lino, la vigna ecc.). I
braccianti ed i massari rappresentavano circa i due terzi della
popolazione attiva; una quota consistente ma di molto inferiore a
quella degli abitati del piano, dove queste due figure superavano
anche i tre quarti della popolazione. La particolare posizione
dell’abitato di Cotronei, situato alle falde della Sila e luogo di
sosta e transito delle mandrie nelle loro stagionali transumanze,
trovava riscontro nella formazione di un consistente ceto locale
composto da capimandra e custodi d’armenti. Questo ceto nei primi
decenni del Settecento era aumentato con il crescere delle mandrie.
Alla metà del Settecento, oltre a costituire un quinto della
popolazione attiva, poteva contare su legami sociali ed economici
sia con gli abitanti dei paesi del piano, che con i mandriani dei
casali cosentini. La popolazione rimanente era composta da due
ristretti gruppi: quello dei privilegiati, metà piccoli proprietari
e metà ecclesiastici, e quello degli artigiani, composto da uno
scarparo, dei fabricatori, un barbiero, un forgiaro e dei vaticali
Il racconto
Carlo Rosso narra che, dovendosi recare per sbrigare alcuni
affari a Pietrafitta, alla fine del mese di novembre partì a cavallo
da Papanice assieme ai suoi due compaesani Nicola Pico e Ventura
Russo. Arrivata la comitiva alla gabella detta Crucelle, Nicola
Pico, dopo aver dato in consegna il suo cavallo a Ventura Russo,
invitò i suoi compagni di viaggio a proseguire e ad attenderlo in
località le Vigne di Niffi; egli doveva recarsi nelle terre dette
Pantano, dove aveva un appuntamento con un tale di nome Giovanni
Romano. Così mentre il Pico si incamminava verso Pantano, il Rosso
ed il Russo cavalcavano alla volta delle vigne di Niffi e, giuntivi,
come da accordo sostarono in attesa del compagno. Il Pico non si
fece aspettare molto e si unì nuovamente ai compagni, portando con
sé una giumenta ed una stacca. Chiesto il nome del proprietario dei
due animali, il Pico rispose che glieli aveva consegnati il Romano
per portarli “ad uno di casa Bisulca delli Cotronei”. I tre
ripresero il viaggio. Arrivati a Cotronei il Pico tuttavia non
consegnò ad alcuno i due animali ma, ripreso il viaggio per la Sila,
se li portò con sé. Ad un suo compagno, che gli chiedeva
spiegazioni, così rispose: “ Tu vuoi sapere assai, questa giumenta e
stacca sono di uno che mi ha fatto un dispetto et io per questo me
l’ho pigliato”. I tre erano ormai giunti sopra Cotronei e reso
evidente il furto, per non divenire complici, il Pico fu invitato ad
allontanarsi ed ognuno andò per la sua strada. Mentre sostavano nel
luogo detto Caporosa dentro la Sila, Carlo Rosso e Ventura Russo
videro che stava per arrivare in quel luogo anche Nicola Pico, il
quale era solo con i due animali rubati. Come egli si avvicinò, essi
lo cacciarono, dicendogli che se ne andasse per un’altra strada, che
con lui non volevano averci niente a che fare. Così ognuno andò per
strade diverse. Arrivati a Pietrafitta, essi in seguito seppero che
anche il Pico nella stessa nottata vi era giunto, portandosi la
giumenta e la stacca.
Sbrigati i suoi affari, dopo alcuni giorni Carlo Rosso lasciò
Pietrafitta per recarsi nuovamente a Papanice. Prima però di
arrivarvi fu fermato nella Valle di Marguleo da Mico Barbiero, il
quale gli chiese se il Pico gli avesse mandato per suo tramite la
giumenta e la stacca, animali che il reo aveva portato con sé quando
se ne era andato via. Gli animali appartenevano a Matteo di Taverna,
guardiano di Tommaso Sculco. La stessa domanda gli fu rivolta da
molte altre persone di Papanice ed a queste egli aveva dovuto
rispondere in maniera evasiva. Poiché molti sospettavano, che egli
fosse implicato nel furto, il Rosso pensò bene di recarsi a Crotone
dove in presenza di testimoni dichiarò la sua estraneità al fatto.
(ANC. 662, 1727, 143v- 145r).
I Morano ed il tentativo del conte Andrea Caraffa di impadronirsi
del feudo di Cotronei.
Il Mannarino nella sua "Cronica" afferma che Cotronei era un casale
della città di Policastro e che fu la stessa città ad investirne
"sol per due generazioni di padre e figlio la famiglia Morana",
riservandosi "oltre l'omaggio ed annuo tributo d'un falcone, con
altre ragioni di vera sovranità anche le prime cause e le seconde
così civili come criminali e miste in grado d'appellazione in
seconda instanza". Lo stesso cronista riporta le "Famiglie nobili di
Policastro descritte da Giacomo Vicedomini nell'anno 1538" dove si
afferma che la famiglia Morano dei baroni di Cotronei era oriunda di
Policastro, come provava il fatto che il primo barone Scipione
Morano in una iscrizione marmorea, situata nel palazzo di Cotronei,
è chiamato "Petilianus" (Mannarino F. A., Cronica della celebre ed
antica Petilia detta oggi Policastro, ff. 35v, 98r). Per il Della
Marra il primo barone di Cotronei fu Nicolò Morano, al quale seguì
il figlio Gregorio ed a questi il figlio Teseo, il quale
risulterebbe già defunto nel dicembre 1444. Seguì poi Ioannetto o
Giannotto Morano che nacque in Catanzaro dal nobile Teseo, dal quale
ereditò nel 1456 (?) il feudo di Cotronei. Secondo un racconto
leggendario Giannotto costrinse Antonio Centelles, che gli aveva
ucciso il padre, a sposare la sorella Constanza, che diverrà
principessa di Santa Severina. Antonio Centelles, divenuto nel 1464
principe di S. Severina, rimasto vedovo per morte avvenuta nel 1462
(?) di Errichetta Ruffo, effettivamente sposò la Morano, che divenne
principessa di S. Severina; titolo che mantenne fino alla cattura
del marchese avvenuta all'inizio nel 1466. Tuttavia il padre Teseo,
secondo le testimonianze sopra citate, era già morto da diversi
anni.
Così viene raccontato il fatto: "E ben vero che dice il Duca della
Guardia nel discorso della famiglia Morano, che il Marchese Antonio
hebbe per seconda moglie Constanza Morano, figliuola di Teseo
Morano, Barone delli Cotronei e di Melissa, perche morta al Marchese
Antonio Errichetta Ruffa prese Constanza Morano intitolandola
Principessa di Santa Severina, e che costei più fortunata in
acquistare la grandezza, che in conservarla, ne fu degradata dal re
Ferdinando a cui fu ribelle e che hebbe per benignità di quel re la
terra di Simari per la sua vita dicendo di più lo stesso Duca della
Guardia, che arrivò questa Signora a nozze così grandi, perche
essendo stato autore Teseo suo padre, che Errichetta Ruffa Marchesa
di Cotrone ricusando il matrimonio dell'Avolos si maritasse a D.
Antonio Centelles venuto costui dopo la morte della Marchesa in
campagna con occasione della caccia a differenze con Teseo, come che
i grandi beneficii si sogliono con grande ingratitudine sodisfare a
cavallo, come erano, mise il Marchese mano ad una pistola, e con
quella Teseo uccise, la qual offesa volendo vendicare Giannotto
Morano suo figliuolo, con una grande compagnia d'Albanesi a cavallo
perseguitò talmente al Marchese, che per togliersi da tale
inimicitia gli parve anche per sicurezza della pace di ricercargli,
e senza dote Constanza la sorella per moglie". (m.s X, A, 8, f.
210v- 211r, Bibl. Naz. Nap.)
Nel 1460 Ioannetto Morano fu ribelle a re Ferdinando e militò da
capitano di gente d'arme fra le soldatesche del principe di Rossano.
Ritornato in fede del re divenne regio consigliere. Nella guerra dei
Baroni seguì con sei cavalli il principe Federico (1486). Ebbe
litigi con fra Luise Carafa, fratello di Andrea Carrafa, per
possesso di Cotronei (1498), e con altri pel dubbio se alcuni suoi
feudi gli fossero stati conferiti dalla Regia Corte, dal conte di
Catanzaro, o dal Principe di Santa Severina.(Capialbi H.,
Instructionum cit., p. 266) Seguì il nipote Lucantonio Morano, il
quale ebbe conferma del feudo di Cotronei con privilegi del re
Cattolico (1507) e dell'imperatore Carlo V (1518). Lucantonio Morano
sposò Nicola Lucifera e morì nel 1522. Il feudo passerà al figlio
Giovanfrancesco Morano.
Durante il periodo in cui Cotronei fu feudo di Lucantonio Morano, il
conte Andrea Caraffa cercò di impadronirsene, tentando di integrare
il feudo di Cotronei come parte di quello di Policastro.
Nell'inventario fatto fare dal conte di Santa Severina nel 1520, in
virtù di privilegio reale, per atto redatto dal notaio Paolo
Spolentino, così è descritto il feudo di Cotronei che doveva essere
integrato alla curia della terra di Policastro: "In primis feudum
Crotoneorum situm et positum in territorio praedicto cum vassallis
Graecis, et omnibus vassallorum redditibus, gabellis, censibus
aliisq. Iuribus ad dictum feudum spectantibus et pertinentibus ". I
confini erano così descritti: " incipiendo a septentrioni à loco
ditto Ponte Veteri et vadit ad flumen Neheti et cursus tenendo ponit
ad flumen Ampolini à p.te Gireae et ferit ad collem Sariae ab
occidente et viam publicam et descendit et ferit ad serram de
sprolvario et .. feudi de Rivioti in p.e meridie et vadit ad
vallonem turbidum et ferit ad collem Grotti et concludit ad dictum
locum de Ponte Veteri".
Il tentativo di Andrea Caraffa non ebbe successo. Il conte morì nel
1526 e gli successe il nipote Galeotto Caraffa, il quale diverrà
addirittura debitore dei baroni di Cotronei. Infatti il 15 dicembre
1536 Galeotto Caraffa affermava che era debitore di Nicola Lucifera,
vedova del barone di Cotronei in ducati 500, per i quali negli anni
precedenti le aveva venduto annui ducati 50 sopra la mastrodattia
della terra di Cutro. La vendita tuttavia non era risultata valida,
in quanto non aveva avuto il regio assenso. Perciò il conte aveva
dovuto vendere a Nicola Lucifera per il debito di detti ducati 500,
una rendita di annui ducati 50 sopra la bagliva di Santa Severina
con il patto di retrovendendo quandocumque. (Ref. Quint. Vol. 207,
ff. 78 -122, ASN. ). Nicola Lucifera vedova di Lucantonio Morano era
ancora in vita nell'ottobre 1578 ed abitava a Crotone (ANC. 15,
1578, 357).

