[I diaconi selvaggi]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 22-23/2003)
Per buona parte del Medioevo il clero, o parte di
esso, dell’arcidiocesi di Santa Severina e della diocesi di Crotone
fu dedito all’esercizio delle armi e non praticò il celibato. Gli
arcivescovi ed i vescovi amministrarono le città, possedettero feudi
e vassalli, si dedicarono alla costruzione delle mura e delle
fortificazioni, ebbero autorità politica ed al loro servizio un
apparato amministrativo e militare. Ricordiamo tra tutti il vescovo
di Umbriatico barone di Santa Marina, San Nicola dell’Alto e
Maradea, l’arcivescovo di Santa Severina feudatario di Santo Stefano
e di Casale Nuovo, il vescovo di Isola feudatario di San Pietro di
Tripani e di Massanova ecc. Ancora all’inizio dell’Ottocento, dopo
la nuova distribuzione delle chiese, che portò alla soppressione
delle chiese cattedrali di Umbriatico, Strongoli e Cerenzia e la
loro unione alla diocesi di Cariati, il vescovo di Cariati poteva
insignirsi del titolo di barone di San Nicola dell’Alto, Maratea,
Motta e Santa Marina e dei titoli di abate di San Pietro e di Santo
Mauro, propri delle diocesi soppresse.
In quanto feudatari i vescovi ebbero al loro servizio una milizia,
dovettero concorrere alla difesa del regno ed alle spese per la
fortificazione dei castrum. Si sa che per antica consuetudine erano
tenuti a concorrere alle spese per la riparazione del castrum di
Crotone i vescovi di Crotone, di Isola e di Strongoli1 e che gli
stessi vescovi in tempo di guerra si attivarono per fronteggiarne le
spese2. In particolari circostanze, come nel caso del pericolo
dell’invasione turca, le stesse rendite dei vescovi furono
utilizzate per riparare e fortificare le difese della città. Di
questo ne abbiamo prova da un breve di Sisto IV. Il papa il 26
settembre 1482 ordinava al vescovo di Viterbo di utilizzare i beni
del defunto arcivescovo di Santa Severina Antonio Cantelmi, stimati
del valore di 200 ducati, per le riparazioni necessarie alle
fortificazioni e per munire la città di Santa Severina3. L’impegno a
fortificare fu proseguito durante il Cinquecento. Sappiamo che il
vescovo di Strongoli Timoteo Giustiniani ( 1568 -1571) fece
costruire a sue spese quattro robustissime torri per rendere la
città sicura e protetta dalle incursioni turche4.
Tra le funzioni che l’alto clero esercitò vi furono quindi, oltre a
quelle strettamente connesse alla pratica religiosa, anche quelle
civili, tra le quali quelle di amministrare la giustizia e di
impegnarsi personalmente e con una propria milizia nella difesa
della città e del regno. Tralasciando l’episodio dello sconosciuto
vescovo di Crotone, che dopo aver difeso strenuamente ma invano la
città dai Saraceni, aveva trovato ultimo rifugio in cattedrale, dove
“cum Clero suo, et populo gladio occubuit”5, l’impegno militare
vescovile risulta chiaro da alcuni episodi avvenuti durante la
Guerra del Vespro. Da essi si rileva la parte attiva dell’alto clero
nelle vicende belliche. Durante l’invasione della Calabria da parte
dell’esercito di Pietro d’Aragona i fratelli Rogerius e Lucifer de
Stephanitia, uno arcivescovo di Santa Severina e l’altro vescovo di
Umbriatico, ed il vescovo Rogerius di Strongoli si opposero con le
armi agli Aragonesi. Per tale motivo i loro beni furono
particolarmente saccheggiati dai Catalani, tanto che il tre luglio
ed il 23 dicembre 1289 il papa Nicolò IV, tramite il Legato nel
Regno di Sicilia, il vescovo di Palestrina e cardinale Berardo,
venne loro incontro, compensandoli con altri benefici
ecclesiastici6. Sappiamo che Rogerius de Stephanitia, consigliere e
familiare di Carlo II d’Angiò, da Bonifacio VIII nel 1296 fu
trasferito alla chiesa di Cosenza7 e che non desistette dal condurre
la guerra contro i nemici della chiesa romana, finché nel 1298 non
trovò la morte sul campo di battaglia8. Anche il fratello Lucifer,
che successe al fratello sul seggio di Santa Severina, continuò
nell’impegno militare contro i Siculo- Aragonesi. Del suo rinnovato
impegno bellico abbiamo notizia con la ripresa delle ostilità e dopo
che nell’estate del 1296 Federico II d’Aragona aveva passato con un
esercito lo stretto e ricacciato le truppe di Carlo II d’Angiò dalla
Calabria. Durante la tregua stipulata tra il conte Ruffo di
Catanzaro e Ruggero di Lauria, mentre le città si arrendevano,
Federico, che stava acquartierato davanti alla città di Crotone,
spostò l’esercito contro la città di Santa Severina dove, confidando
sulla natura del luogo, l’arcivescovo Lucifer Stephanitia si era
asserragliato nella rocca e non voleva né arrendersi né accettare la
tregua. Il re, vista l’impossibilità di prendere con la forza la
città, ritenuta inespugnabile, la costrinse alla sete, impedendo
agli abitanti di approvvigionarsi alla fonte. Allora l’arcivescovo,
vista l’impossibilità di sostenere l’assedio, chiese le stesse
condizioni di due mesi di tregua poste dal conte Ruffo. Passato il
tempo la città si consegnò a Blasco d’Aragona, vicario del re9.
E’ documentata per tutto il Medioevo sia la presenza di
ecclesiastici armati, che di una milizia vescovile, utilizzata
quest’ultima sia per scopi di difesa da pericoli esterni, che per
imporre le decime e salvaguardare le prerogative della chiesa dagli
attacchi dei laici e dei feudatari. Pochi fatti rendono evidente,
quanto fosse temibile il potere armato ecclesiastico. Nel 1300
Francesco de Riso cercò di prendere possesso del suo feudo di
Cerenzia, ma ne fu impedito dal vescovo della città, appartenente
alla famiglia dei Faraco, “qui cum clericis et malandrinis eiecit
ipsum a dicta terra”10.
Una protesta contro il vescovo di Isola è registrata dal notaio
Francesco Cesare della città di Squillace il 13 gennaio 1489 in
Castellorum Maris. In presenza del baiulo Nicola Antonio Marino e
del giudice Nicola Crescente, alcuni pastori dei casali cosentini,
che avevano affittato l’erbaggio del tenimento “la valle dell’ulmo”
dal procuratore dell’abbate di Corazzo, dichiararono che nonostante
che il contratto li obbligasse solo verso quest’ultimo, ad un certo
momento era intervenuto il vescovo di Isola Angelo Castaldo. Poiché
il luogo era nella giurisdizione vescovile di Isola, il prelato
cominciò a molestarli col pretesto che vantava dei diritti.
Costretti ad andare a Catanzaro i pecorai dovettero versare al
Castaldo dei denari, ma questi non si ritenne ancora soddisfatto e
dopo un po’ inviò una lettera al suo vicario, Nicolao de Nicoletta,
ordinandogli di informarsi se i pagliai dei pecorai erano ancora
sopra i terreni della chiesa e trovandoli “commanderiti tutti questi
nostri previti che vengano per nostro ayuto ad abrusciar dette
pagliara” e qualora non bastassero rivolgetevi al “m.co nostro
compare Castro Cane” per avere una compagnia dei suoi uomini d’arme.
Partito il vicario del vescovo con “altri previti dela terra deli
Castella armati con lantii spari et tarachetti”, esso è
momentaneamente fermato dal capitano delle Castella, Joanbattista
Calamita, il quale costringe i pastori a pagare facendo loro
presente che altrimenti “andavano ad ardirli li homini de armi et
altri homini delisola”11.
Oltre all’esercizio delle armi, anche se formalmente proibito, il
basso clero potette ammogliarsi. Per quanto riguarda questa
prerogativa, essa è legata alla lunga persistenza del rito greco sia
nella diocesi di Crotone che a Santa Severina e nelle sue diocesi
suffragane. Del permanere in età sveva di tale costume e della sua
estensione ne è prova ciò che accade durante la lunga vertenza, che
vide di fronte i cistercensi ed i florensi per il controllo
dell’abbazia greca di Santa Maria di Altilia.
Sul finire del Dodicesimo secolo l’abbazia greca si era unita ai
florensi, sotto l’abate Gioacchino da Fiore, ma impoverita e
distrutta poco dopo i monaci revocarono la precedente decisione e si
diedero ai cistercensi di Santa Maria di Corazzo, dai quali avevano
ricevuto ampia assistenza ed aiuto. Tale decisione ebbe l’assenso
dell’arcivescovo di Santa Severina, in diocesi del quale si trovava
l’abbazia, e nel gennaio 1206 del re Federico. Contro le pretese dei
cistercensi i florensi chiesero l’aiuto del conte di Santa Severina
Pietro il Guiscardo, signore del feudo dove era situata l’abbazia.
Il conte sentenziò in loro favore, ma il decreto, essendo la sede
arcivescovile vacante, trovò l’opposizione del capitolo, composto
dai canonici di rito greco, che però dovettero recedere perché Petro
Guiscardo li minacciò di togliere a loro le mogli, con cui erano
legittimamente congiunti12.
Testimonianze del passato
Di queste funzioni e prerogative medievali vescovili e del clero
rimasero a lungo segni tangibili.
E’ documentato che tra i vari privilegi, che il vescovo di Crotone
godeva ancora nel Quattrocento, vi fu quello che il primo giorno di
settembre di ogni anno potesse insediarsi come tribunale ed
amministrare assieme con i suoi chierici la giustizia sia ai
religiosi che ai laici13.
In seguito tale privilegio è così descritto alla fine del Seicento
tra i diritti del Capitolo: “ Il Rev.mo Capitulo di Cotrone ha il
jus d’amministrar Giustizia Civile, criminale e mista a tutti i
Cittadini, ed abitanti laici di questa città ogni anno il p(ri)mo
giorno di settembre da lunga, pacifica ed immemorabile possessione,
dalla quale non vi è memoria in contrario….L’amministrat(io)ne della
Giustizia spetta al R.mo Vicario di Mons.r Vescovo, ed a tempo di
sede vacante al vicario Cap(itola)re, in qual giorno il
Gov(ernato)re della città cede la verga del comando a chi amministra
detta Giustizia”14.
Per quanto riguarda la milizia vescovile, le funzioni che esercitava
ed i privilegi che godeva chi ne faceva parte, all’inizio del
Seicento l’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisani affermava:
“Sono in Calabria alcuni uomini quali vivendo con le proprie mogli
senza ricever ordine ecclesiastico si sommettono alla obbedienza di
Prelati, et al servitio delle chiese, et questi sono servitori, o
serventi della chiesa, et volgarmente li chiamano Jaconi selvaggi.
L’officio loro è polir le chiese, sonar le campane, alzar li mantici
dell’organi, andar per corrieri per servitio della chiesa, et della
Corte per tutta la Diocese, intimar l’ordini, citare, carcerare,
custodire le carceri, esseguir le pene, et esser ministri della
giustizia ecclesiastica, et haver cura dell’osservanza delle feste,
non solo per le Terre, ma per le campagne, et far altri simili bassi
servitii, et questi dopo morta la prima pigliano più mogli per
antico solito, et da tempo che non vi è memoria di huomo incontrario
sono del foro ecclesiastico, et godeno la libertà, immunità, et
privilegii clericali come persone ecclesiastiche et il p(rese)nte
Arcivescovo, et sua chiesa ne ha otto nella p.ta Arcivescovale”15.
Questi servitori delle chiese, addetti ai servizi più umili e per
tale motivo chiamati anche “Diaconi di servaggio”, volgarmente detti
selvatici, furono al centro di numerosi contrasti tra la chiesa e lo
stato, soprattutto per quanto riguardava i compiti che svolgevano,
il loro numero e l’immunità sia fiscale che di foro. Mentre per
decreto della Sacra Congregazione godevano l’esenzione dal foro
della giustizia secolare, per il Collaterale Consilio Napoletano
essi dovevano essere soggetti ai tribunali regi16. Già alla fine del
Cinquecento il vescovo di Isola Annibale Caracciolo si lamentava
“che il Barone de l’Isola per mezzo di soi officiali non cessa di
molestare li soi servitori et garzoni carcerandoli et citandoli”17.
In seguito il vescovo isolitano Martino Alfieri faceva presente che
spesso tra i baroni e la curia vescovile sorgevano aspre contese
circa la qualità ed il numero dei chierici serventi, volgarmente
detti selvatici. Il vescovo infatti oltre a destinarli al servizio
delle chiese, come per consuetudine immemorabile approvata con
speciali lettere dalla Sacra Congregazione, era solito sceglierli e
impiegarli in altri compiti tra i quali precipuo era quello della
difesa personale18 ma anche per coltivare, vigilare e proteggere i
fondi, le proprietà ed i privilegi della chiesa19. Sempre ad Isola
l’immunità era estesa anche alle famiglie dei servitori del vescovo;
presso la cattedrale ed il palazzo vescovile vi era il luogo detto
l’”Atrio”. Da tempo immemorabile coloro che abitavano in tale luogo
godevano dell’immunità di Rifugio e quindi erano esenti dal foro
secolare20. Durante la lunga lite tra l’arcivescovo di Santa
Severina Francesco Falabella ed il feudatario dello Stato di Cutro
Francesco Filomarino, principe di Rocca d'Aspide, più volte le
milizie dei due contendenti si scontrarono.
Tra l’altro il 6 maggio 1664, durante la visita che l'arcivescovo
fece a Cutro, il prelato con il clero e la sua milizia vennero a
rissa sulla piazza con i soldati del barricello. Lo stesso
arcivescovo "pose mano ad un soldato di detto barricello per li
capelli", poi si ritirò assieme ai suoi chierici nella chiesa di San
Giovanni Battista, da dove partirono due archibugiate, che uccisero
un soldato del principe21.
I “chierici selvaggi”
Con il diminuire del potere vescovile sulla città si restrinse
anche il numero dei vassalli al servizio della chiesa e si indicò
genericamente con il termine “chierici selvaggi” un insieme di
persone che svolgevano funzioni differenti, cioè i messi, i corrieri
giudiziari, i servitori, i guardiani delle chiese, gli armati del
vescovo ecc. Essendo esenti dai pesi fiscali il loro numero fu
oggetto di numerose proteste da parte delle università. Il vescovo
di Belcastro Antonio Ricciulli (1626 -1629) fu costretto a diminuire
il numero dei diaconi selvaggi, in quanto il loro numero, che era
cresciuto a dismisura durante la sede vescovile vacante, eccedeva le
necessità della chiesa. Essendo i diaconi selvaggi esenti dalle
tasse, queste ricadevano sui cittadini ed impoverivano la città22.
Secondo il vescovo di Isola Francesco Marini impropriamente si
confondevano sotto tale termine almeno tre distinte categorie di
persone, che erano al servizio del vescovo: cioè i cursori, i
chierici selvaggi e la famiglia armata23. Il Marini ampliò il numero
dei chierici selvaggi, nominando a farne parte uomini benestanti, e
reintrodusse anche la categoria distinta de “li patentati della
famiglia armata”, suscitando le proteste dei cittadini e
l’intervento della Sacra Congregazione24. Il termine “chierico
selvaggio” in genere indicò successivamente colui che era addetto
alla custodia di una chiesa. Così si esprime il vescovo di Belcastro
Carlo Sgombrino (1652 -1672) : “Ci sono in detta città oltre alla
cattedrale e la chiesa di S. Giovanni Gerosolimitano dodici altre
chiese, ad ognuna delle quali è assegnato per custodia un chierico
selvatico, tali chierici selvatici per antichi usi ed immemorabile
consuetudine furono e sono immuni ed esenti da ogni giurisdizione
laicale, reale e personale”25. Il numero dei chierici selvaggi si
restrinse col tempo ad uno per ogni chiesa, eccetto la cattedrale
che ne ebbe quattro.
Anche se il loro numero e le loro funzioni con il passare del tempo
si ridussero, sia nella diocesi di Santa Severina che in quelle
contermini, i diaconi o chierici selvaggi nonostante che fossero
laici godevano ancora in età moderna l’immunità e potevano prender
moglie. Da documenti risulta che a Santa Severina essi mantenevano
anche il diritto di avere più mogli, come testimonia l’arcivescovo
Carlo Berlingieri sul finire del Seicento. Il presule infatti notava
che: “ In Palatio… residet Generalis Vicarius cum Curiae Ministris
iustitiam regens, ad mandatorum exequtionem novem urbanos habens
servientes, praeter rurales, quos Jaconos servagios vocant,
ecclesiastica immunitate, quamvis layci, et quandoq. Bigami sint, ab
immemorabili gaudentes”26.
Essendo la bigamia non riferibile né alla presenza del rito greco né
ai costumi locali, sembra affacciarsi l’ipotesi della presenza in
età medievale di una milizia arcivescovile composta da armati pagani
di credenza musulmana. In tale maniera probabilmente l’arcivescovo
ebbe al suo servizio una milizia fidata, salvaguardando il divieto
che interdiva ai chierici, presbiteri e diaconi l’uso delle armi,
pena la scomunica. Per quanto riguarda il divieto per il clero di
portare le armi e di praticare la caccia, esso fu sempre più formale
che sostanziale, come dimostrano i numerosi processi che videro
implicati l’alto e basso clero, sia regolare che secolare, in
omicidi e ferimenti. Che quasi tutto il clero possedesse ed usasse
armi risulta chiaramente da questa lettera inviata dal nunzio di
Napoli al papa. In data 17 aprile 1708 il nunzio faceva presente che
: “Scrivono da Catanzaro esser capitato colà uno, che si faceva
chiamare Paolo Ger(oni)mo Gentile nobile genovese cercando
passaporti per andar in Messina e come che dal suo discorso si
ricavorno diverse varietà, si mandò un scrivano alla marina a
riconoscere il brigantino, che lo conduceva, che si suppose esser
guidato da marinai genovesi, ma essendosi scoperti poi per
siciliani, si fecero tutti carcerare. Al sudetto sig.r Gentile non
si trovorno lettere d’alcun sospetto, et avendo offerto sicurtà in
Cotrone per condursi in Napoli, si fè condurre in quella città da un
gentiluomo di qua chiamato sig.r Costantino de Cumis per consegnarlo
à quel Governatore sotto pena di ducati Xm. Il vescovo di Cotrone
fautore del medesimo, incontratolo due miglia fuori della Città con
quantità d’ecclesiastici armati, se lo portò nel suo Palazzo senza
volerlo consegnare. La cosa non cammina senza sospetto; si son
ordinate le guardie a’ tutta la città per non lasciarlo uscire…”27.
Note
1. Dopo la conquista del regno Carlo I d’Angiò scrive al
Giustiziere di Val di Grati perché faccia riparare il castrum di
Crotone. Tra i feudatari interessati a sostenere le spese vi è il
vescovo di Isola che deve riparare la torre detta “Barbacana”, il
vescovo di Crotone a cui è affidata la torre che è “ante hostium” ed
il vescovo di Strongoli che deve interessarsi alla “cisterna” del
castrum, Reg. Ang., Vol. VI (1270 -1271) pp. 109 -110.
2. Nel 1284 il vescovo di Crotone è in Calabria per sollecitare le
decime per fronteggiare le spese per la guerra di Sicilia, Reg. Ang.
Vol. XXVII (1283 -1285), p. 249.
3. Arm. XXXIX, 15, ff.38v-39r, ASV.
4. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 522-523.
5. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 384.
6. Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti
vaticani, in ASPN, 1961, pp.207 sgg.
7. Russo F., Regesto, 1357; Elenco degli arcivescovi di S. Severina,
Arch. Arc. S. Severina.
8. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino Ed. 1982,
p.523.
9. Nicolai Specialis, Historica Sicula, Lib. III, cap. X, In
muratori t. X, pp. 975 -976.
10. Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p. 14.
11. Processo grosso cit., ff,.531-533, AVC.
12. Taccone Gallucci D., Regesti dei romani pontefici per le chiese
della Calabria, Roma 1902, p. 108; Rodotà P.P., Dell’origine
progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1758, pp.
432-433.
13. Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al
vescovo e all’Università e uomini della città di Cotrone durante il
sec. XV, Napoli 1923, p. 5.
14. Sempre tra i diritti del Capitolo vi è: “Di più nel p(redi)tto
giorno assegna i prezzi, e dona la meta a tutte le cose venali. Di
più esigge da’ macellari il capo di ciascun bove, vacca, vitella, o
altro animale, che si macellasse, e se tal primo giorno di settembre
non si macella per esser giorno proibito, l’esigge quel giorno non
proibito, che segue mediatam(ent)e, o immediatam(ent)e. Di più da
ogni cosa venale ne esigge il jus edilis, che s’intende l’istessa
portione di robba che si doverebbe pagare alla Catapania, e ciò da
oglio, vino, frutti, foglie, e simili vittuarii. L’autorità poi
d’assignar detti prezzi ed esigere le prenom(ina)te portioni spetta
al can(onic)o eddommadario di quella settimana, che corre la p(ri)ma
di sett(emb)re”, Acta Sanctae Visitationis ab Ill.mo ac R.mo D.no
Episcopo D. Marco Rama Ordinis Eremit.rum S.ti Augustini A.D. 1699
Confectae, f.80, AVC.
15. Rel. Lim. S. Severina., 1603.
16. Rel. Lim. S. Severina., 1645.
17. ANC. 43, 1585, 68.
18. “... Undiq. enim audiuntur furta, assassinia, incendia, scelera
hominum perditorum furentium, et ruinas minitantium, qui in obscuro
me vivere cogunt ergastulo, noctuq. diuq. a viris armatis custodito,
ut meae vitae consulam..”, Rel Li. Bellicastren., 1765.
19. Rel. Lim. Insulan., 1635.
20. Rel. Lim. Insulan., 1677.
21. ANC. 231, 1665, 25v.30.
22. Rel. Lim. Bellicastren., 1627.
23. Secondo il vescovo di Isola erano al suo servizio tre cursori,
quattro di famiglia armata e sette chierici selvaggi, Marino F.,
Lettere familiari, Studio Zeta, Rossano 1989, p.377.
24. Il 7 giugno 1711 in Crotone alcuni cittadini di Isola dichiarano
che i chierici selvaggi che servivano le chiese prima della venuta
del vescovo Marini erano persone povere e prive di beni. Il nuovo
vescovo invece aveva fatto chierici selvaggi uomini benestanti e
aveva introdotto “li patentati della famiglia armata oltre li
selvaggi servienti delle chiese”, ANC. 611, 1711, 59v.
25. Rel. Lim. Bellicastren. 1665.
26. Rel. Lim. S. Severina., 1685.
27. Nunz. Nap. 139, f. 295.

