[Forme di lotta contadina nel Seicento: il caso di Altilia]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 40-41/2002)
Durante il Medioevo l'esigenza di avere a
disposizione un gran numero di vassalli era particolarmente
avvertita dai proprietari di terre (vescovi, feudatari, abbati), i
quali ravvisavano nello spopolamento, causato da eventi bellici e da
epidemie, il restringersi del seminato e quindi la diminuzione delle
rendite. Numerosi sono i casi in cui essi ottennero dai regnanti
esenzioni fiscali, per una durata di più o meno lunga, specie dopo
fatti cruenti e pestilenze. Gli stessi feudatari fecero delle
concessioni, per ripopolare il loro feudo in spopolamento, a coloro
che vi si sarebbero accasati. Ricordiamo tra tutte quelle del
feudatario Carlo Ruffo, conte di Montalto e signore di Verzino e
Casabona, il quale nel 1389 concesse alcune esenzioni agli abitanti
del casale di Lutrò, che sarebbero andati a ripopolare la sua terra
di Verzino. Anche il vescovo di Umbriatico nel 1306 aveva ottenuto
dal re Carlo II d'Angiò l'esenzione dalle tasse per il legname delle
galee e da altri oneri per tutti coloro che sarebbero andati a
ripopolare i suoi casali di Santa Marina, S. Nicola de Alto e
Marathia, che erano stati distrutti durante la guerra del Vespro.
Vassalli e contadini hanno tentato spesso di liberarsi dal giogo
feudale e di ripristinare, o di ottenere, la condizione demaniale
più benevola e meno opprimente delle esigenze e dei diritti della
popolazione. L'infeudazione di molte terre era spesso legata ad
esigenze di reperimento di denaro della corte regia e quindi ogni
tentativo veniva soppresso in modo violento dal feudatario, che
aveva comprato la terra, con l'aiuto delle truppe regie. Durante il
Viceregno molte città persero lo stato demaniale e la protesta della
popolazione alimentò nelle campagne la ripresa del brigantaggio.
Aumentarono anche i tentativi di opposizione al feudatario ed al
fisco regio. Per sottrarsi, o contrastare, le nuove imposizioni in
alcuni casi i vassalli si rifiutarono di seminare le gabelle del
feudatario, prendendo in fitto e coltivando terre al di fuori del
feudo in cui abitavano. A volte addirittura abbandonarono le loro
case e si diedero alla macchia o andarono ad abitare in altri luoghi
più ospitali. Non sono rari i casi di protesta da parte delle
università, che venivano tassate per un numero di fuochi che non
corrispondeva a quello effettivo, in quanto molte famiglie che erano
state censite se ne erano andate, facendo perdere le loro tracce.
Questi fenomeni già presenti durante il Medioevo assumeranno una
particolare rilevanza con l'aumento del commercio granario e
l'ampliamento delle terre a semina. Il conflitto di interessi tra
vassalli e feudatario divenne più aspro, soprattutto quando a causa
di epidemie e pestilenze lo spopolamento muterà il rapporto tra
coloro che seminavano, cioè i vassalli, e le terre da seminare in
mano ai feudatari, ai vescovi e agli abbati1. Condizione sociale che
dalla seconda metà del Cinquecento e per tutto il Seicento divenne
sempre più precaria. Ciò avvenne in quanto la popolazione, che
durante la prima metà del Cinquecento era aumentata, a causa delle
pestilenze cominciò a diminuire fino a dimezzarsi.
Contemporaneamente le molte terre che, sottratte al bosco ed
all'incolto, erano state aperte alla semina ed erano entrate nel
mercato cerealicolo, non più aperte dall'aratro per mancanza di
braccia e di animali, minacciavano di regredire al pascolo e alla
selva, con grave danno per i proprietari e gli speculatori.
Il casale di Altilia
Si deve a Tiberio Barracco, abbate commendatario dell'abbazia di
Santa Maria di Altilia (1577? - 1604), la fondazione ed il
popolamento del casale entro i confini del territorio e presso
l’abbazia. La nascita del nuovo villaggio avvenne nei primi anni di
commenda con Greci, Albanesi e schiavoni. Il nuovo abitato
all'inizio dovette avere una vita piuttosto precaria, come un po'
tutti i casali sorti in quegli anni con gente proveniente da
levante, con fenomeni di popolamento e di "disabitatione" repentini
e frequenti, specie quando erano in arrivo i contatori regi, che
dovevano censire e tassare i fuochi2. Era infatti frequente, spesso
con il tacito consenso del feudatario, che all'avvicinarsi dei
funzionari regi gli abitanti, per sfuggire alle tasse, disfacessero
"i pagliara", per poi rifarli, una volta venuto meno il pericolo. E'
di quegli anni la stesura dei capitoli, che avrebbero regolato i
rapporti sociali ed economici tra il commendatario dell'abbazia, in
qualità di signore e possessore del luogo, ed i vassalli che erano
andati, o che sarebbero andati, a coltivare il territorio ed ad
abitare nel casale dell'abbazia. I capitoli, firmati dalle due parti
contraenti, comprendevano le concessioni fatte dall'abbate
commendatario e le prestazioni dovute dai vassalli. Tra le
concessioni vi era il pascolo in metà del bosco vicino all’abbazia,
la possibilità di seminare in alcuni terreni, l'assegnazione del
suolo per poter costruire le case ecc.. In cambio i nuovi coloni si
obbligarono a fornire gratis una giornata di lavoro con le loro
bestie, a versare ogni anno due carlini ed una gallina per
casalinatico, a pagare la decima sul bestiame e sul raccolto, a dare
un carlino per ogni nuovo vitello, a prestare una giornata all’anno
per la manutenzione del mulino, dove essi erano obbligati a macinare
il loro grano , pagando “la giusta ragione”, ecc. Inoltre essi
promisero di edificare ed avere cura della cappella ed a mantenere
il cappellano a loro spese3.
Si sa che all'inizio del Seicento il casale si era consolidato ed
aveva una sua università detta di Santa Maria di Altilia4.
La condizione degli abitanti
Durante il Seicento la condizione dei vassalli non mutò. Essi
dovevano pagare la decima sulle pecore, le capre ed i porci, che
allevavano. Per ogni vitello, che nasceva, dovevano sborsare un
carlino. Inoltre erano costretti a rifornire di paglia e di legna
l’abate commendatario o il suo rappresentante. Quelli che
possedevano buoi dovevano lavorare con le loro bestie per una
giornata all’anno gratuitamente, mentre l’altra giornata annuale di
lavoro e la gallina , dovute per casalinaggio, erano state commutate
in carlini sei all’anno, che ciascuna delle 311 “bocche” dei 59 capi
famiglia, di cui era composto il casale, doveva versare nel mese di
agosto al commendatario in segno di ubbidienza e di riconoscimento.
Oltre a queste prestazioni vi erano poi le tasse dovute al re,
soprattutto il focatico. Per sfuggire agli aggravi dei fiscali regi
poco dopo la metà del Seicento tutti gli abitanti di Altilia avevano
abbandonato le loro case e se ne erano andati via, lasciando il
casale deserto. Dopo tre o quattro anni vi ritornarono, ma molti di
loro non potettero rientrare più in possesso delle loro case e dei
loro orti, perché nel frattempo i frati del monastero ed altri se ne
erano impossessati5. La crisi economica e lo spopolamento, che si
svilupparono in quegli anni, poco dopo la metà del Seicento, oltre a
far diminuire le rendite del commendatario, in quanto i beni
abbaziali dovettero essere affittati a prezzo inferiore, intaccarono
anche i rapporti tra coloro che vivevano nel luogo e traevano dal
lavoro dei campi i mezzi di sussistenza, cioè gli abitanti del
casale ed i monaci del monastero, e coloro che vivevano e
prosperavano sulla rendita e sul commercio granario, cioè l'abbate
commendatario e gli affittuari dell'abbazia.
La ribellione ad un nuovo sopruso Per far fronte alla diminuzione
delle rendite i possidenti cercarono di far pagare il costo della
crisi alla popolazione, tentando di introdurre nuovi pesi fiscali
nelle campagne e di aggiungere altri obblighi. Il tentativo tuttavia
trovò l'opposizione dei coloni e dei massari, i quali contrapposero
le uniche armi a loro disposizione. Essi infatti negarono le braccia
per seminare le terre di coloro che avevano introdotto gli abusi,
optando per altre gabelle o andando a vivere in terre dove il giogo
era più sopportabile. Da un processo, tenutosi nel 1678 e
riguardante il diritto di "spica" della abbazia di Santa Maria di
Altilia6, si viene a conoscenza che nel 1675 l'abate commendatario
dell'abbazia di Altilia, il cardinale Fabrizio Spada, aveva dato in
fitto l'abbazia di Calabro Maria con i suoi territori e prerogative
a Thomaso Massaccaro. A causa del comportamento del nuovo
affittuario molti abitanti abbandonarono il casale e, sia nel 1676
che nella successiva annata, non presero in fitto a semina la
gabella di Neto, che così in parte inselvatichì. La causa fu che il
Massaccaro introdusse alcuni abusi. Egli pretese di esigere il
diritto di "spica", che mai aveva gravato sulla gabella. Sempre il
Massacaro fu accusato, evidentemente dagli abitanti di Altilia,
sorretti anche dalla complicità dei monaci del monastero, di aver
permesso che si tagliassero nel territorio dell’abbazia alcune
querce ed altri alberi fruttiferi, non solo arrecando danno al
patrimonio abbaziale, ma anche non tenendo in debito conto che tale
danno era soggetto alla scomunica e che quindi ogni composizione era
di pertinenza dell'abbate commendatario. L'affittuario incurante
della grave infrazione aveva intascato dieci carlini per ogni albero
tagliato ed aveva favorito e permesso agli abitanti del vicino
casale di Belvedere di tagliare querce nel territorio dell'abbazia.
Allarmato dalle notizie che sempre più di frequente gli giungevano
dal casale, il cardinale fece pressione perché si avviasse
un'inchiesta e all'inizio del mese di luglio del 1678 l'abate Nicola
Tagliafero, in qualità di delegato apostolico, si recò ad Altilia
per investigare e chiarire i motivi, che avevano determinato una
situazione pericolosa per i beni e le entrate dell'abate
commendatario. Egli si insediò nel monastero e citò perché venissero
a testimoniare una decina di coloni e massari, tutti abitanti del
casale, anche se alcuni lo avevano già abbandonato. I testimoni
furono costretti a comparire al suo cospetto e, previo giuramento di
dire la verità sotto pena di scomunica, essi dovettero sottoporsi ad
una serie prefissata di quesiti, che il delegato apostolico rivolse
ad ognuno dei convocati. Le domande riguardavano il luogo dove il
colono aveva seminato l'anno precedente e quello attuale; il motivo
a causa del quale non aveva seminato nella gabella di Neto, come
avevano fatto altri massari, la rendita che apportava
all'affittuario l'imposizione della "spica" e se il nuovo ius poteva
determinare nel tempo un beneficio o un pregiudizio agli interessi
dell'abbate commendatario. In particolare l'inquisitore voleva
approfondire l'origine e lo svolgimento dei fatti, che avevano
portato alla mancata semina di parte della gabella di Neto, e come
si sarebbero comportati in futuro gli abitanti del casale, nel caso
che la situazione rimanesse immutata. In particolare modo egli si
interessò di sapere se la nuova imposizione, che il Massaccaro aveva
introdotta, a giudizio dei vassalli più anziani ed esperti, avrebbe
arrecato un beneficio futuro all'abate commendatario o si sarebbe
rilevata alla lunga di danno. Questo fatto era di vitale importanza
per esprimere il giudizio, in quanto la situazione delle campagne
era quanto mai precaria a causa dello spopolamento, causato dalla
grave epidemia del 1671/1672 e dalle seguenti cattive annate. La
forte mortalità aveva creato uno scompenso, rafforzando e dando
maggior forza contrattuale ai pochi coloni ed ai massari nei
confronti dei latifondisti. Questi ultimi giorno per giorno vedevano
compromesse le gabelle, che a causa della mancanza di braccia
rimanevano spesso sfitte e non arate ed oltre a rendere di meno,
correvano il grave rischio di inselvatichire.
La ricostruzione del fatto
Il primo anno l'affittuario Tommaso Massaccaro affittò i
territori della commenda di Bosco e di Caria a semina e rispettò gli
usi, non facendosi pagare dai massari di Altilia la spica. L'anno
dopo egli decise di dare a semina il territorio di Neto. Perciò egli
procedette a dividerlo in tante quote numerate ed ad assegnarle
franche e libere da ogni imposizione, come era sempre avvenuto, agli
abitanti del casale, che ne avevano fatto richiesta. Dopo che molti
degli assegnatari delle quote, impiegando giorni di lavoro e di
fatica, avevano già compiuto la nettatura, la roncatura e l'aratura
con i buoi, ed alcuni avevano anche seminato, il Massaccaro li
convocò ed impose che gli si donasse la spica della raccolta futura,
oppure i coloni dovevano lasciare i terreni con tutte le loro
fatiche, in quanto i coloni del vicino casale di Belvedere, pur di
avere terreni da seminare, erano pronti a prenderli in fitto con il
nuovo aggravio. Mentre coloro che avevano già seminato dovettero
accettare questa nuova imposizione, per non andare incontro ad una
grave perdita, gli altri decisero di non sottomettersi a questo
giogo e nuova imposizione. Perciò, anche per non permettere che il
territorio di Neto fosse anche in futuro gravato da questo abuso,
lasciarono le quote che avevano in fitto ed andarono a coltivare
altri terreni, che non facevano parte della commenda abbaziale di
Altilia. Il Massaccaro tuttavia non ritornò sul suo proposito; egli
ricavò dal diritto di spica ben ducati 40 e l'anno dopo proseguì nel
suo intento. Tuttavia a causa dell'introduzione della nuova
imposizione sulla gabella di Neto, nessun abitante del casale la
prese in fitto; tutti i massari del casale, sorretti anche dal
consenso e dal consiglio dei monaci del monastero, se ne andarono a
coltivare terreni vicini ma posti fuori dal territorio dell'abbazia,
quali Armiro, Ardacuri, Atimari, Li Comuni ecc. che appartenevano ad
altri proprietari (abbazia di S. Giovanni in Fiore, monaci di
Altilia ecc.). Con il passare del tempo e non mutando la situazione,
sempre più numerosi furono coloro che lasciarono il casale,
separandosi da moglie, figli, fratelli ed altri parenti. Essi
andarono ad abitare in altri luoghi vicini, dove le condizioni
lavorative erano migliori. Poiché il diritto di spica non era
compreso tra i corpi d'entrata affittati al Massaccaro, né in
passato gli altri che avevano avuto in fitto la commenda l'avevano
mai preteso, in quanto non era uso esigere la "spica", i vassalli
rimasti nel casale ed i monaci cominciarono a protestare, facendo
presente all'abbate commendatario, che continuando a gravare i
territori con questa nuova imposta, presto i terreni dell'abbazia
sarebbero rimasti sfitti e si sarebbero inselvatichiti, creando un
grave danno alla commenda. In tale modo si premunivano, affinché in
futuro un sopruso non divenisse un diritto.
Note
1. Il feudatario di Strongoli Gio. Maria Campitelli poco dopo la
metà del Cinquecento in una causa con l'università di Melissa
denunciava che in passato, evidentemente per sfuggire a nuovi
gravami imposti dal feudatario, i Melissesi "per pura malignità et
per dannificare al detto ec.te Barone hanno cessato di coltivare lo
territorio de melsa et sono andati a fare le loro industrie di
massarie seu campi fora ditto territorio di melsa in lo territorio
di stronguli, del zirò, calfizzi et casobono, et lo ditto territorio
del melsa e restato in culto per loro colpa et defetto", Fondo
Pignatelli Ferrara Fs. 51 bis, prat. N. 100, f..4; vedi anche
Cosentino A., Melissa Medievale e Moderna, Rossano 2001, p. 49.
2. Nel conto del regio tesoriere di Calabria Ultra dell'anno 1579/
1580 si accenna alla "disabitatione di S. Maria de Altilia",
Tesorieri e Percettori, fs. 506, ff. I - II, f. 41v., ASN.
3. Capitoli concessi per l'Ill.mo e Rev.mo S.r Tiberio Barracco
perpetuo commendatario dell'Abbadia di S.ta Maria d'Altilia alli
vassalli che sono venuti e veneranno ad habitare nel territorio e
casale di d.a Abbadia. In primis detti vassalli offereno a d. S.r
Abbate commendatario di d.a Abbadia anno quolibet per ciascheduno
d'essi una giornata a fatigare con loro persone ad elettione di d.
Sig.re o di suo leg.mo Procu.re circa il tempo, e quelli che
haveranno bovi promettono una giornata d'un paricchio di bovi per
uno anno quolibet a seminare o ad altro servitio che loro saranno
richiesti. Placet dummodo unusquique serviat eo modo quo poterit
unus tantum die vel cum hominis, vel cum aliis animalibus quo
habuerit. Item promettono per ciascheduno casalino de loro
habitationi carlini due et una gallina anno quolibet .Placet. Item
la decima di tutte le bestiami cioè pecore, capre e porci di loro
allevi per ciascheduno anno. Placet. Item per ciascheduna vacca anno
quolibet ogni vitella o vitello che nasceranno uno carlino. Placet.
Item promettono anno quolibet portare et chiudere al bisogno tanto
di paglia come di legna per la casa di d.o S.re Abbate o vero
procuratore in d.a abba.a. Placet.. Item promettono tutti li deritti
e raggioni di vassallaggi. Placet. Item supplicano si degni farli
immunità a capitolo che volendo fabricare case, o piantare vigni in
d.o territorio che quelle possano vendere, alienare et permutare a
loro arbitrio a chi loro piacerà. Placet habita prius licentia. Item
promettono edificare loro cappella e tenere il loro cappellano a
loro spese. Placet. Item promettono per ciascheduno miglaro de vigne
che faranno a d.o territorio cioè in la cersa grana quindici per
tomolata et a bascio un tari per tumulata. Placet dummodo in
designatione vinear. faciendar. interveniat Procurator noster. Item
promettono che edificando d. Abbate molino in suo potere
pervenendoli a d. territorio convicino essi pr.tti habitanti siano
tenuti andare a macinare in d.o molina e pagare la giusta raggione
et a tempo che si guasta l'acquaro siano tenuti donarci una giornata
per ciascheduno, e cossi un'altra giornata al portare delle mole
quando accaderà gratis. Placet. Item supplicano che loro se conceda
da detto S.r Abbate che possano con loro bestiame andare a pascolare
alla metà del bosco che oggi possede d.o Sig. re d'ogni tempo
gratis. Placet dummodo non escludantur animalia nostra et domus
nostra. Item supplicano che d.o S.r Abbate loro voglia donare una
parte di terreni che siano bastanti per il paricchio in d.o casale
qual possano seminare et cultivare et delli frutti perveniendi
offereno di pagare di qualsivoglia sorte di vettovaglie che li
pervenerà di detti terreni che loro saranno concessi la decima
debita. Placet. Item se contentano et promettono essi habitanti di
non estraere le vettovaglie da d.o territorio se prima non
richiedono a d.o Sig.re o suo procuratore e pagare la raggione della
decima. Placet. Item supplicano che si degni concedere per
qualsivoglia causa che appartenerà a d. S.r Abbate o sua corte, non
voglia far procedere a officio, ma a richiesta de parte. Placet
quantum in nobis extat. Item supplicano si degni concederli che
possano in d.a parte di bosco fare il bisogno de stigli de massaria,
che ci possano far frasche per loro bovi ultra le quercie et
ogliastri e trovandone alcuno tagliar quercie o altri alberi
fruttiferi in d.o bosco non si possa alterare la pena d'uno ducato
pro quolibet vice. Placet. Item che per l'affittare che si farà in
d.a Corte non siano tenuti pagare più di diece grana per atto.
Placet. Item che l'officiale seu capitano locotenenti et m.o d'atti
siano tenuti dare plegeria di stare a sindacato. Placet. Item la
supplicano che si degni non ricevere in d.ta habitatione persone
ingati o altri et loro promettono se alcuno ce ne accadera rivelarlo
all'officiali di sua sig.ria. Placet. Item che loro bovi o altri
bestiami essendo trovati querelati alle poss.ni et lavori in lo d.
territorio non possano essere astretti ad altro solo che al danno
alla parte et un tarì alla corte di pena per ciascheduna persona pro
quolibet vice .Placet. Item la supplicano si degni favorirli che non
siano aggravati per l'officiali delle terre convicine et esser
conosciuti dall'officiali di S.E.Placet quod pro viribus
procurabimus. Item la supplicano si degni favorirli che li monaci di
d.o monasterio loro voglia vaditare l'olive di d.a abatia in
perpetuo per esse propinque dell'habitatione che loro offereno
pagare il medesimo censo che alli monaci l'ha scomputato il S.r
abbate passato.procurabimus. Item la supplicano che venendoli detta
habitatione in complimento li voglia reformare li predetti capitoli
in meglio forma. Iam reformavimus. Io Tiberio Barracco Abbate di
S.ta M.a di Altilia mi contento et accetto ut. s.a. Antonio
Intornicchia, Matteo Papaianne, Morchia Bansti, Antonio Naso, Pietro
Menza, Antonio Schureri, Federico Severi, Andrea Basta Dima
Instegneri, Marco Antonio Russo, Jo Maria Lafredi, Luca Butero,
Stefano de Richetta, Minico Spupparo, Pietro Cordapoli, Ger.mo
Pisano, M.o Aurelio Andisano. Copia di Platea antica con i pesi de'
vassalli, Misc. Monastero di S. Maria di Altilia, fasc.529, 659, B.
8, ASCZ.
4. Fuochi della Provincia di Calabria Ultra, 1602, Fs. 558, f. 42,
ASN.
5. Durante il periodo in cui le entrate dell'abbazia di Altilia fu
affittata a Giuseppe Mancini (1661- 1664)fu compilata una Platea. In
essa così è descritto l'avvenimento: "perché gl'anni passati
scasorno tutti i vassalli affatto d'Altilia per non poter comportar
più gl'aggravii di fiscali Regii e stettero assenti per lo spatio di
tre o quattro anni, in questo termine si presuppone che li P(adr)i
del monastero s'impatronissero di molte case, e giardini ch'è di
presente godono senza poterne mostrare titolo veruno e li P(adro)ni
prin(cipal)i d'esse hanno reclamato assai per la recuperatione ad
ef(fett)o di tornare ad habitare come hanno fatto gl'altri e però
d'avvertire che essendoci in Altilia uso e consuetudine a favore
dell'Ab(bat)e Com(mendata)rio che quando un vassallo non habiti in
detto casale dove non vi habbia vignia ma casa sola la medesima
ritorni all'istesso Ab(bat)e Com(mendatari)o e così tutte le case
ch'hora godono in questa forma li P(adr)i doverebbero restituirle
all'Ab(bat)e Com(mendatari)o mentre ne le restituiscono a P(adro)ni
per il quale effetto anco e danno del medesimo Ab(bat)e
Com(mendatari)o che riceverebbe da questi il casalinaggio
annualemnte..", Copia di platea antica con i pesi de vassalli di d.
scritta a foliate numero 29, In Miscellanea. Monastero di S. Maria
di Altilia (1579 -1782), 529, 659, B. 8, ASCZ.
6. Processo per la spica della Badia fatto nel 1678, In Miscellanea.
Cit.

