[La “massaria delle Capre”)]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 28-31/2005)
Il Medioevo
Fin dall’antichità la maggior parte del territorio della città
di Crotone e delle città e terre del “Marchesato” era affittata per
tre anni a semina e per tre anni a pascolo. Il riposo triennale e la
concimazione, che le terre ricevevano dal bestiame, permettevano nel
triennio di semina successivo raccolti più abbondanti. Anche se
l’affitto in semina rendeva circa un terzo di più, di quanto gli
stessi territori si potevano affittarsi ad “erbaggio”1, il pascolo
degli animali forniva ai proprietari dei fondi denaro e formaggio.
Grano e formaggio furono quindi in quest’area geografica i
principali prodotti complementari: l’abbondanza del primo era anche
quella del secondo. Il territorio, come affermerà il feudatario Gio.
Maria Campitelli (1561 – 1574), era “bono, fertile, et
fertilis(sim)o, atto ad ogni sorte de massaria de grani, horgi,
lini, fave, bambace, et ogni altra sorte de ligumi atto commodo, et
conmodis(sim)o per industrie di bacche, pecore, crape, giomente,
porci et altre sorte d’animali..” In tale ambiente la pastorizia,
soprattutto l’allevamento ovino, e la produzione dei latticini
costituirono durante il Medioevo attività economiche molto
importanti. Gli antichi privilegi, concessi alle abazie greche e
latine dai sovrani normanni e svevi, ci indicano quanto vasti erano
i terreni a pascolo, che potevano usufruire le loro copiose greggi.
Ricordiamo tra tutti quello rilasciato l'undici aprile 1195
dall'imperatore Enrico VI al monastero cistercense di Santa Maria di
Corazzo, sotto l'abate Antonio, che riconfermava i possessi e
concedeva di usare come pascolo invernale per 2000 pecore
dell'abbazia il territorio di Buchafarium (Buggiafaro) apud Insulam
(Cutroni), ed il pascolo estivo di Sila Gemella2. Gli introiti
provenienti dai fruttati delle mandrie formavano gran parte delle
platee abaziali e vescovili e dei rendiconti feudali. In tale
contesto una particolare importanza aveva l’esercizio del diritto di
decima sul pascolo da parte dei vescovi. Gli arcivescovi di Santa
Severina lo facevano risalire alla famosa bolla di papa Lucio III
del 1183, mentre per i vescovi di Isola, la decima di “omnium
animalium ab extera venientium ad ibidem pascua sumendum”, era stata
concessa al vescovo isolitano Luca dal re Ruggero nel 1145. I
vescovi eserciteranno tale diritto tramite i loro procuratori per
tutto il Medioevo e l’evo moderno, tranne brevi periodi dovuti a
gravi eventi, come nel caso delle distruzioni operate nel 1444/ 1445
dall’esercito di re Alfonso d’Aragona al tempo della ribellione del
marchese di Crotone Antonio Centelles. Domata la rivolta il re
confermò al vescovo di Crotone Cruchetto il diritto di decima
“animalium omnium ipsius dyocesis a Jure divino leviticoque inductam
solvant Ecclesie predicte prout Archiepiscopis Episcopis et eorum
Ecclesiis in provincia Calabrie constitutis solitum est solvi”3 e
per venire incontro alla popolazione, che pativa a causa delle
"guerras et turbolentiis", sospese l’esazione delle decime del
formaggio e degli agnelli, che l'arcivescovo di Santa Severina
godeva sui pascoli di tutta la diocesi (Policastro, Mesoraca, Rocca
Bernarda, Cotronei ecc). Il diritto tuttavia sarà ben presto
ripristinato con privilegio concesso il 9 febbraio 1446
all'arcivescovo Antonio Sanguagalo dallo stesso re4.
L’importanza di questa rendita vescovile, causa di tante liti e
discordie5, è ben evidenziata da quanto afferma l’arcivescovo di
Santa Severina Alfonso Pisani (1587 – 1623): “d’ogni cento docati
d’herbaggio venduto a pecore, almeno di decima sen’ha trenta docati
l’anno, perchè à cento docati d’herbaggio ci pascolano cinquecento
pecore, che per ogni pecora si paga dui carlini per pasculo, et di
cinquecento pecore almeno ne vengono figliate trecento, ducento
promentine e cento posterare, et confuse l’une et l’altre faranno
almeno cinque pezze di cacio per una, che sono mille et cinquecento
pezze, che di decima sen’ha cento cinquanta, che sono quindici
docati ad un carlino la pezza, et d’ogni pezza di cacio n’escono tre
ricotte, che vengono quattrocentocinquanta, ad un grano l’una sono
quattro docati e mezzo. Di trecento agnelli ne toccano trenta di
decima, et ne ne sono vinti promintini, che sono vinti docati a
dieci carlini l’uno, come si vendono da molti anni in quà, e delli
posterari ne toccano dieci a cinque carlini l’uno , che sono cinque
altri docati, che in tutto sommano docati 442. 0 . 10” 6. Se da
cinquecento pecore l’arcivescovo ricavava tale rendita, ci vuol poco
ad immaginare quanto gliene veniva dalle molte migliaia di pecore,
che ogni anno scendevano dalla Sila e svernavano nel vasto
territorio della sua diocesi, situato tra le medie vallate del Neto
e del Tacina. Il prelato ricavava decine di migliaia di pezze di
formaggio e di ricotte, oltre ad agnelli e denaro!
I calcoli fatti dall’arcivescovo Pisani spesso però si scontravano
con la realtà di un ambiente spopolato e selvatico, soggetto a
ricorrente siccità, a mancanza di erba e di difficile controllo;
come evidenzia una relazione in data 26 ottobre 1569 di Marcello
Sirleto, nipote e vicario generale del cardinale Guglielmo Sirleto.
Di ritorno da Isola, dove era stato per quattro giorni per "veder
minutamente tutte le cose de l'Abadia del Carrà le quali sono là",
si rivolgeva al cardinale e lo metteva a conoscenza dello stato dei
beni della grancia di San Giovanni dell’Isola. Trattando
dell’herbagio il relatore afferma che “si suole affitare secondo li
tempi et li anni et sicondo ci sonno bestiame nelli lochi
convicini”. Al presente, poiché non ha mai piovuto e “la terra sta
più secca che uno astraco”, non sono accordate che cento capi di
bestiame a due carlini l’uno, ma se pioverà c’era la speranza “che
ne calarano assai da li casali di Cosenza perche son dati li bandi”.
Per quanto riguarda l’annata futura il relatore faceva presente che
si poteva sia affittare tutte le entrate dell’Isola sia “farci stare
uno assiduo là da settembro fino a febraro et da giugno per tutto
luglio”. Qualora il cardinale avesse optato per questa seconda
ipotesi bisognava che l’incaricato “stia a cavallo per queste
quattro mese d’inverno per poter voltare ogni di e di notte a vedere
si intrano altre bestie che l’accordate dentro l’herbagio perche il
territorio gira più di otto a diece miglia che non potrebbe uno a
piede”7. Prestazioni in animali e con animali sono presenti nei vari
privilegi.
Nei capitoli, concessi verso la fine del Cinquecento dal
commendatario dell’abbazia di Santa Maria di Altilia ai vassalli
“che sono venuti e veneranno ad habitare nel territorio e casale di
d(ett)a Abbadia”, si legge: “In primis detti vassalli offereno a
d(ett)o S.r Abbate commendatario di d(ett)a Abbadia anno quolibet
per ciascheduno d'essi una giornata a fatigare con loro persone ad
elettione di d(ett)o Sig.re o di suo leg(iti)mo Procu(rato)re circa
il tempo, e quelli che haveranno bovi promettono una giornata d'un
paricchio di bovi per uno anno quolibet a seminare o ad altro
servitio che loro saranno richiesti.....Item la decima di tutte le
bestiami cioè pecore, capre e porci di loro allevi per ciascheduno
anno.... Item per ciascheduna vacca anno quolibet ogni vitella o
vitello che nasceranno uno carlino...”8. Tra i molti ricordiamo che
il sindaco di Papanice doveva ogni anno nel giorno di Natale in
segno di ubbidienza offrire un porco al vescovo di Crotone9.
Oltre alle prestazioni dovute ai vescovi e agli abati, vi erano poi
quelle ai feudatari. Da un inventario del 1521 veniamo a conoscenza
che ancora al tempo del conte di Santa Severina Andrea Carrafa il
castellano baronale di Santa Severina godeva di prerogative
antichissime, già riscontrabili all’inizio del Dodicesimo secolo,
quando lo stratego di Santa Severina, per l’importanza militare
della città, esercitava la sua giurisdizione anche su Crotone.
All’antico “castellano regio”, per la custodia e sorveglianza che
faceva fare delle campagne dalle genti d’arme, “pro honoratico solvi
debito dicto castro vetusta et antiqua observantia”, i fidatori
delle mandre, che d’inverno prendevano in fitto il pascolo a Santa
Severina ed a Crotone, dovevano corrispondere per ciascun corso fino
a 12 ducati, a 60 pezze di cacio, a 60 ricotte e sempre comunque un
montone ed un capretto. All’inizio del Cinquecento, pur non
esercitando più la vigilanza armata delle campagne, il castellano
baronale di Santa Severina non aveva però perso il diritto di
riscuotere. Al tempo del Carrafa per la fida sugli animali dei
forestieri dai fidatori delle mandre era dovuta ai bajuli baronali
la prestazione di una intera giornata di cacio e di ricotte da ogni
mandra, a di loro elezione, ed al barone da ogni corso 8 tari, 8
pezze di cacio, 8 ricotte, un montone ed un capretto10.
Anche il baiulo di Castellorum Maris all’inizio del Cinquecento
aveva il diritto di esigere per ogni bestia caprina grossa fidata
due grana e mezzo, l’integro frutto giornaliero prodotto da ogni
mandria ed i fidatori, che avevano in fitto i terreni confinanti con
il territorio di Castellorum Maris, dovevano lo “jus finaitae”, che
consisteva per la gabella “la valle” in sette tari ed un montone,
oltre al “serratitio” di un capretto, dodici pezze di formaggio,
dodici ricotte e sei carlini e per la “finaita delo carigletto”, sei
tari, dodici ricotte, dodici pezze di formaggio e dodici raschi, da
consegnarsi entro la prima settimana dopo Pasqua11.
Oltre al baiulo anche i suoi aiutanti avevano dei diritti sulle
mandre, che pascolavano non solo quel territorio ma anche i
confinanti. Così i cinque aiutanti del baiulo di Melissa, forniti
come aiuto dalla università, “participavano et soliano participare
di molti luchri et commodi dele mandre che se fanno dentro il
territorio di Melsa di crapetti, agnelli, caso, ricotte et
alconaltre cose, et participano anco d’alconi commodi et luchri dele
finaite per le mandre che sono dentro lo territorio del zirò,
stronguli, et casobono..”12.
Molte altre prestazioni le ritroviamo nelle consuetudini dei vari
paesi del Marchesato.
Nei capitoli concessi dal re Alfonso d’Aragona alla università e
uomini della città di Crotone nel dicembre 1444 vi era la riduzione
alla metà di quanto di solito si doveva pagare per “scannagio” e che
perciò “tanto citadini quanto foresteri si paghe per ciaschuno bove
grana tre, per porco grana uno, per montone castrato et bestie
pecorine grana uno” e veniva convalidato che “propter alagio per boy
se paghe grana doy et mezo, per porco et pecora grana uno, non
pernoctandoce et pernoctandoce paghe lo duplo13”.
In quelle di Crucoli vi era “Che i padroni di pecore e capre non
potevano far ricotte o giungate senza l’ordine de’ sindaci, e
secondo le loro prescrizioni sotto pena della perdita delle ricotte
e giungate, ed in caso di frode grana 5 per volta alla Marchesal
Corte .... Che i presenti o donativi, dovuti alla Marchesal Corte
nel Natale e nella Pasqua consistevano in un capretto per ogni
partita d’animali nel Natale, e le ricotte ed un agnello primitivo
per ogni mandra situata nel territorio e più una dastra o sia
caprotta, un tumulo di castagne ed un castrato in ogni Natale. Ed
all’erario mezzo tumulo di castagne per partita a Natale, ed un
agnello dei primitivi a Pasqua. Era proibito a tutti i possessori di
bestiame di usare di caccavi proprii, ma di servirsi di quelle della
Marchesal Corte con pagare il fruttato di un giorno per ogni mese
durante il mungere; e più pascendosi ne’ corsi un altro giornale di
latticini delle pecore, e capre”14.
Nelle costituzioni della città di Santa Severina, approvate dal
conte Andrea Carrafa nel marzo del 1525, troviamo numerosi richiami
ai diritti dei cittadini sul pascolo. Tra l’altro: “ Item
supp(lica)no V. I. S se digne concedere, et far gratia ad la prefata
Un(iversi)tà, che partute che saranno le pecore de li prati, et
cursi, et le vacche de li tenimenti, et lejumente, et pullitri de le
defese, et foreste non si abbiano ad vendere , ne fidararce altro
bestiame de forastieri per quello residuo che anno, ma quelle
lasciarse libere per commodo de ipsa Un(iversi)tà, et etiam per
majore commodità de le pecore, jumente et pullitri che li anderanno
ad pascere lo anno seguente per causa che ce troveranno più erba
vecchia, che non ce trovariano quando se vendessero ad altri
bestiami lo estate”. Ed ancora “ Item supp.no se digne confermare et
q.nus opus est de novo concedere ad d(ett)a Un(iversi)tà et homini
de quella la consuetudine, et solito, che antiquamente ave observato
omne anno in li 8 d’aprile liberare, et sbarrare li prati de li agni
et etiam de possere pascere con loro bestiami dove passa la pecora
de li fidatori in quocumque tempore anni et in quocumque loco”15.
Se da una parte la presenza di più diritti sullo stesso territorio
era occasione di lunghe e dispendiose liti tra vescovi, abati,
feudatari e cittadini, dall’altra chi aveva immediatamente il danno
erano di solito i pecorai, che subivano il sequestro degli animali,
le pene e le violenze.
Condizioni di vita
L’abitazione tipica dei pastori era costituita dal “pagliaro”,
per la cui costruzione si usava solo il legname di alberi non
fruttiferi delle selve e dei boschi16. Le massarizie del pagliaro
erano composte dai cani, dal cagnolo, dal caccavo grande, dal
caccavo piccolo, dal caldarotto, dai campani grandi e piccoli, da
legname, dal colaturo, dalle secchie, dal coppicello, dai barili per
acqua, dalle fiscelle di cascio, dai costigni, dai calamari, dalle
pale di ferro e dal pagliaro serrato a chiave. Si trattava quindi di
costruzioni temporanee che duravano per il tempo della permanenza
alla marina.
Da una protesta presentata all’inizio del 1489 da alcuni pastori dei
casali cosentini, che avevano affittato l’erbaggio del tenimento “la
valle dell’ulmo” in territorio di Le Castella dal procuratore
dell’abate di Corazzo sappiamo che i pagliai dei pecorai erano sopra
i terreni della chiesa di Isola, tanto che il vescovo di quella
città aveva comandato al suo vicario di comandare a “tutti questi
nostri previti che vengano per nostro ayuto ad abrusciar dette
pagliara”17 . Il vescovo Marco Rama alla fine del Seicento domandò
al suo economo se per il territorio di Buciafaro, appartenente alla
mensa vescovile, si doveva pagare la “finaita” a qualche feudo
confinante e poichè era un terreno corso se vi si potevano erigere
“tuguria, vulgo pagliari” senza chiedere alcun permesso. La risposta
fu che non si pagava “finaita” e potevano erigervi “tuguria”
solamente quelli che lo affittavano18. Una testimonianza relativa ai
confini di una gabella in territorio di Crotone getta luce sulla
condizione di queste abitazioni di campagna. Stefano Cavarretta di
Crotone ed i due giornatari di Papanice Francesco Gaetano e Giovanni
Panevino dichiaravano che nel febbraio 1689 mentre Stefano
Cavarretta stava facendo massaria nella gabella detta Primiceriato
assieme ai due giornatari Francesco Gaetano e Giovanni Panevino, che
lo aiutavano a roncare, “una di quelle seri volendosi rigguttare nel
coverto, andorno tutti tre nel pagliaro di Marturano et proprio
nelli serri et in detto pagliaro ritrovorno a Michele Ursino alias
Carcavello, vaccaro di D. Carlo Cesare Scarnera et di Antonio
Quercia che con dette loro vacche sbernavano a Marturano et quello
pagliaro se l’haveano fatto a detto Ursino et compagni et
rigguttatosi si sedirono nel foco et discorrendono di una cosa ad
unaltra esso Stefano con detto Ursino particolarmente quale gabella
si haveva pigliato per il governo di dette vacche disse detto Ursino
che haveva Marturano assolutamente ma l’anni passati li successe una
cosa stravagante et fu che detto D. Carlo Scarnera etAntonio Quercia
Patroni di detto Michele Ursino havevano in affitto Brasimatello del
capitan Sig. Valerio Antonio Montalcino et retrovandosi il medesimo
di Ursino, guardando dette vacche dentro il medemo territorio di
Brasimatello che confina detta gabella di Martorano ch’era di detti
di Scarnera e Quercia, et l’havevano affittato a pecore et li
medesimi affittatori pretesero che il piano sotto la serra come pare
attualmente il termine delle pietre e pirayno confinante a Crepacore
andava con Marturano et non con Brasimatello ma detto Michele Ursini
vaccaro delli detti Scarnera et Quercia attestava che detto terreno
e di Brasimati et non altrimente conforme anche disse che
l’attestava Salvatore di Scanso di Papanici persona d’età e vaccaro
prattico in detti territorii et che stavano ambedue ostinatissimi
ch’era effettivamente così che un giorno esso di Ursino si querelò
con detti di Scarnera et Quercia suoi Patroni dicendoli che li
pecorari affittatori di Marturano tenieno pretensione che dove
pascolavano li suoi vacchi fusse territorio di Marturano et non
Brasimatello et essi di Scarnera e Quercia l’ordinarono che non
havesse parlato..”19.
Pecore e capre
Ai capimandra, detti anche caporali di mandra, ed ai pastori dei
casali silani era affidata la custodia e la guida delle pecore, che
stagionalmente si spostavano dai pascoli della marina a quelli della
Sila, ai paesani le capre, che di solito rimanevano tutto l’anno
sullo stesso territorio, anche se mutavano di luogo a seconda
dell’estate e dell’inverno. Quasi sempre però si univano alle pecore
anche alcune capre. Quest’ultime erano particolarmente dannose alle
piantagioni ed ai pascoli ed il ricavo che ne percepiva il padrone,
tolte le spese di custodia e di pascolo, era stimato meno della metà
di quello delle pecore20. Chi aveva preso in custodia le mandrie in
Sila doveva far fronte al “servimento”, cioè ai pagamenti e ai
soccorsi ai pecorai sino alla calata "poichè alla marina è obbligato
il padrone a soccorrere i pecorai". Il “servimento” consisteva
nell'affittare e pagare le difese e la fida in Sila, nell'assumere i
pecorai necessari per la custodia, nell'anticipare grano, scarpe e
tutto il bisognevole ai pecorai, nel fornire le mule, i buoi ed i
cavalli per il trasporto dei vestimenti e del necessario21.
Verso la metà dell’Ottocento si assiste ad una diminuzione delle
pecore ed ad un lieve aumento delle capre, che secondo alcuni
contemporanei era da attribuirsi alla difficoltà di reperire pascoli
adeguati in Sila22, al centro di inchieste ed usurpazioni. Pecore e
capre comunque appartenevano agli stessi proprietari, che di solito
erano i feudatari ed i nobili, i quali affidavano le loro mandre ai
capimandra dei casali silani, i quali affittavano i pascoli e, per
far fronte alle spese, al loro bestiame associavano anche quello di
altri proprietari . Riportiamo il caso di Rocco Calvello il quale
affittò per la durata di sei anni alcuni terreni presso la marina di
Melissa dal principe di Strongoli. Nel luglio 1806 i briganti
depredarono gli armenti del Calvello, che stavano pascolando in
Sila. Essi consistevano in 300 vacche, 5000 pecore e 82 buoi “certi
giumenti inclusi i polletri oltre un n.° prodigioso di troje e porci
nonchè tutti gli animali di soma”. Nell’inverno 1806 scesero quindi
dalla Sila nei pascoli di Melissa solamente 300 pecore ed un bue, ai
quali si aggiunsero altre 200 pecore che erano state rubate ma che
furono recuperate da Marzio Curcio, capomandra del Calvelli. Essendo
diminuito di molto il suo bestiame a causa dei briganti, il Calvelli
associò nel pascolo alla marina altre 700 pecore, cioè 200 di
spettanza di Giuseppe Laratta di San Giovanni in Fiore e 500 di
Michele Donato di Pedace, che pagarono per ragione di associazione e
fida carlini 4 per ogni pecora lattara e carlini 3 per ogni pecora
stirpa23. Solo i nobili di Crotone ed i feudatari dei paesi del
piano potevano avere i mezzi finanziari per poter gestire l’attività
economica legata alla transumanza degli armenti. Così
nell’inventario dell’eredità dell’aristocratico crotonese Pietro
Suriano leggiamo: “..Pecore grosse, che salì nella Sila nel passato
mese di giugno Francesco Le Pira del casale d’Aprigliano per darne
conto n.° mille trenta sei, delle quali ne vendè detto Francesco in
detto mese di Giugno ,n.° novanta, e ne mandò in detto tempo a detto
q.m D. Pietro docati cinquant’uno, conforme detto q.m Pietro in
tempo della sua morte dichiarò in presenza d’esso D. Anibale, del
detto D. Antonio Suriano, e paroco D. Francesco Cirrelli. Anniglie
ferrate a maggio passato n.° duecento sedici, che similmente salì
detto Le Pira, per darne contorno a dette pecore, et anniglie stanno
in potere di detto Le Pira caccavo, campane, e cani di detta
mandra24. Grandi proprietari di bestiame furono soprattutto i nobili
crotonesi. Ad esempio l’aristocratico crotonese, Berardino Suriano,
feudatario della Garrubba, possedeva bovi aratori numero 120 (dei
quali 38 per la coltura del feudo la Garrubba), mazzoni n. 40,
vacche di corpo n. 114, giovenche femmine n. 77, tori 4, pecore
grosse n. 2000, pecore anniglie n. 600, somari per uso di condotta
n. 20, 2 cavalli per uso di carozza, 2 cavalli per uso di sella, 2
giumente per uso di massaria, porche femmine n. 10 e porci di
mercanzia n. 30025.
I proprietari
Per avere un’idea della disparita esistente nella proprietà
degli animali, riportiamo alcuni dati estratti dai catasti onciari
di Crotone del 1743 e del 1793.
Le 12660 pecore denunciate nel catasto del 1743 appartengono tutte a
nove nobili. Bernardino Suriano ne dichiara 2600, Francesco Cesare
Berlingieri 2000, Francesco Sculco 1700, Francesco Lucifero 1600,
Pietro Zurlo 1200, Giuseppe Antonio Oliverio 1200, Francesco
Gallucci 1000, Gregorio Montalcini 760, Mirtillo Barricellis 600. I
nove nobili crotonesi da soli possiedono il 60% dei bovini, compresi
tutti i 17 tori, mentre il rimanente 40% è ripartito su un centinaio
di piccoli proprietari, sacerdoti e massari. Nel catasto sono
censiti 105 proprietari di buoi aratori per un totale di 1236 capi.
Però dieci nobili, cioè il 9,5% dei proprietari, possiedono 537
buoi, che rappresenta il 43%, mentre 71 massari, cioè il 68%, ne
possiedono 499, che è il 40%. Comparando i dati forniti dal catasto
onciario di Crotone del 1743 con quelli forniti cinquanta anni dopo
da quello confezionato nel 1793, risalta la drastica contrazione del
numero degli animali, posseduti dai Crotonesi e di conseguenza
evidenzia la profonda crisi agricola ed economica, che colpì il
“Marchesato” nella seconda metà del Settecento. I bovini denunciati
risultano la metà di cinquanta anni prima e le pecore si sono
ridotte ad un sesto. Anche i proprietari degli animali sono divenuti
un terzo ( da 111 a 39).
I dati che si ricavano dal catasto di Crotone del 1793 evidenziano
l’aumento del distacco che separa i nobili dai massari; mentre i
primi pur colpiti dalla crisi riescono, tranne poche eccezioni, a
mantenere la loro posizione economica, i secondi si sono di molto
ridotti numericamente ed impoveriti rispetto a cinquanta anni prima.
I numeri pur sottostimati e spesso mancanti per reticenza dei
proprietari evidenziano l’enorme disparità tra i nobili ed il resto
della popolazione. Il marchese Giuseppe Maria Lucifero e Tommaso
Sculco da soli possedevano oltre il 40% degli armenti, cioè 290
vacche di frutto, 140 buoi aratori, 35 troie di frutto, 140
giovenchi di prima doma e 1200 pecore. Un altro 55% era suddiviso
tra Antonio Gallucci, Baldassarre Zurlo, Carlo Albani, Cesare
Oliverio, Dionigio Ventura, Bernardino Suriano, Francesco de
Vennera, Giuseppe Zurlo, Leonardo Messina, Raffaele Zurlo, Salvatore
Orsini, Saverio Micilotto e Vitaliano de Lucro ed il rimanente 5%,
composto per lo più da bovi aratori, era diviso tra 24 massari. Per
quanto riguarda le pecore il marchese Giuseppe Maria Lucifero si
dichiara possessore di 1200 pecore, Salvatore Orsini di 1000 e
Cesare Oliverio di 20026. Non era diversa la situazione nei paesi
vicini, anzi la disparità era più evidente. Dal catasto di Isola del
1800 risulta che la proprietà del bestiame (bovini, ovini, suini)
era per metà in mano agli ecclesiastici locali ed il resto ripartito
tra i massari (buoi aratori) ed i nobili.
Nove di questi ultimi, che rappresentavano il 2% della popolazione,
possedevano la metà del bestiame, mentre il feudatario, il marchese
Ignazio Friozzi, da solo ne aveva un quinto. Questi infatti
dichiarava di avere 600 capre armentine, 150 vacche e numerose
pecore27.
Bovini ed ovini censiti nei catasti onciari di Crotone del 1743 e
del 1793
Animali Anno1743 Anno1793
Buoi aratori 1236 522
Mazzoni 140
Giovenchi/e 881 471
Vacche 1701 848
Vitellazzi/e 320
Tori 17
Jencarelle 71
Pecore 12660 2400
Totale 17026 4241
Gli apprezzi di alcuni abitati del Crotonese dimostrano che tra la
fine del Seicento e la metà del Settecento gli abitanti dei paesi
del piano possedevano numerose capre, mentre non avevano pecore;
mentre quelli dei paesi situati presso l’altopiano silano avevano
sia capre che pecore, ma quest’ultime erano circa la metà. A quanto
affermato facevano eccezione i nobili ed i feudatari, che
possedevano numerose pecore, che per la transumanza affidavano ai
capimandra del casali silani.
Così gli abitanti di Santa Severina, come risulta da un apprezzo del
1687, risultano possedere “tra bovi e vacche numero quattrocento,
capre ottocento, porci numero mille, cavalli di basto e giumenti di
sella numero dieci, muli numero tre, e somarini numero venti e nel
casale di San Mauro gli abitanti possedevano “100 para di bovi
aratori, 350 vacche armentine, 500 capre, 450 porci, e porci di casa
150, animali di soma 5, somari n. 60”28. Nei paesi più all’interno
situati vicino all’altopiano oltre alle capre compaiono anche le
pecore, che però di solito sono circa la metà. Nell’apprezzo
compilato dal tavolario Giuseppe Pollio nel 1760 si legge che gli
abitanti di Verzino possedevano “ 140 bovi, e vacche d’aratro in 200
vacche in circa d’armentine, in cavalli atti alla sella n. 17,
giumente armentine circa 30, muli d’imbasto n. 5, bestie somarine
circa 50, pecore circa 200, capre circa 400, animali negri circa
120”, mentre quelli di Savelli avevano “ circa para 60 di bovi atti
all’aratro, da 200 vacche, 2 cavalli, 6 giumente, un mulo, 100
somari, capre da circa 1200, pecore circa 600 e circa 100 animali
negri”.
“La Massaria delle capre”
Riportiamo integralmente un importante documento dell’inizio
dell’Ottocento, riguardante la “massaria delle capre”, che
apparteneva ai Pignatelli, feudatari di Strongoli e Melissa. Il
documento evidenzia l’andamento mensile della produzione dei
latticini, gli attrezzi usati ed i rapporti economici tra le varie
figure lavorative29. I feudatari di Melissa già al tempo dei
Campitelli esercitavano “l’industria del bestiame” ed esportavano
forti quantità di formaggio pecorino verso l’area napoletana. Il
feudatario Gio. Maria Campitelli (1561 – 1574) in una lite con
l’università, che lo accusava di usurpare e limitare il diritto di
pascolo dei cittadini, pur sottostimando a suo favore il bestiame
che in realtà possedeva, evidenzia il suo allevamento di capre,
affermando che “l’industria del bestiame che far sole in ditto
territorio et loco ditto m(agnifi)co barone consiste in una certa
quatità no grande di bacche da sessanta in circa.. et sole fare
industrie di pecore da circa quattrocento, di capre da seicento in
circa, in porci da circa duicento in tricento”30.
Conto del Fruttato della massaria delle capre dalli 9 sett.e 1799 a
tutto li otto Settembre 1800.
1800
Cascio
Febraro. Dalli 16 si è cominciato a mungere per la sola sera a tutto
li 28 sono giorni 13 e si sono fatte forme 13.
Marzo . Dal primo a tutto li 29 giacche giorni due non si munge per
i cattivi tempi, e che a forme due al giorno per la mattina e sera,
si sono fatte forme 58.
Aprile. Dal primo a tutto li 13 mattina e sera forme 3 – forme 39
Il giorno 14 forme 4 – forme 4
Dalli 15 alli 24 forme 5 – forme 50
Dalli 25 alli 30 forme 6 – forme 36
____
200
Maggio. Dal primo alli 17 mattina e sera a forme 6 – forme 102
Dalli 18 alli 31 a forme 98
Giugno. Dalla prima alli 30 mattina e sera forme 6 al giorno – forme
180
Luglio. Dalla prima alli 6 mattina e sera a forme 5 – forme 30
Dalli 7 alli 26 a forme 4 – forme 80
Dalli 27 alli 31 forme 3 – forme 15
Agosto. Dalla prima alli 7 mattina e sera a forme 3 – forme 21.
Dalli 8 alli 20 giorno in cui si lasciò di mungere a forme 2 – forme
26
In uno cascio forme 752
Di quali forme 752 si deducono i seguenti giornali
Per i caccavo, cioè
Febraro forme 1
Marzo forme 2
Aprile forme 6
Maggio forme 7
Giugno forme 6
Luglio forme 5
Agosto forme 3
______
forme 30
Restano forme 722
De sudette forme 722 se ne deducono forme 49, che furono rubate da
ladri nella mandra forme 49 . Restano forme 673
Più si deducono da dette forme 673 per quinta spettato a caprari
forme 134. Restano forme 539
Delle forme 134 spettate a caprari per quinta ne hanno ricevuto i
medesimi forme 47 in genere e forme 87 sono restate per conto
dell’ammistratore, atteso che ha pagato a medesimi in danaro a grana
15 la forma, giusta la costumanza, onde si aggiungono forme 87.
Sommano in uno forme 656
Ricotte
Febbraio n°. 26. Dalli quali 26 ricotte dedotto il giornale del
Caccavo n°. 2. Restano n°. 24. Si deduce la quinta de caprari, che
sono n°. 5 . Numero 19.
Marzo n°.116. Dalli quale si deduce il giornale del Caccavo n°. 4.
Restano n°. 112. Dedotta la quinta de Caprari n°. 22. Restano 90. A
quali agiunto il sudetto giornale 4. Restano per l’amministratore
n°. 94.
Aprile n°. 208. Si deduce il giornale del Caccavo 9. Restano n°.199.
Dedotta la quinta de caprari n°. 40. Restano 159. A quali agiunto il
sudetto giornale n°. 9. Restano per l’amministratore n°. 168.
Maggio n°. 294. Si deduce il giornale del Caccavo n°. 10. Restano
284. Dedotta la quinta a caprari n°. 57. Restano 227. Agiunto il
sudetto giornale n°. 10 .Restano per l’amministratore n°. 237.
Giugno n°. 270. Dedotto il giornale del Caccavo n°. 9. Restano n°.
261. Si deduce la quinta a caprari n°. 52. Restano n°. 209. Si
agiunge il sudetto giornale n°. 9. Restano per l’amministratore n°.
218.
Luglio n°. 182. Dedotto il giornale del Caccavo n°. 7. Restano n°.
175. Dedotta la quinta a caprari n°. 35. Restano n°. 140. Si
aggiunge il sudetto giornale n°. 7. Restano per l’amministratore n°.
147.
Agosto n°. 68. Si deduce il giornale del Caccavo n°. 5. Restano n°.
63. Dedotto la quinta a caprari n°. 12. Restano n°. 51. Si aggiunge
il sudetto giornale n°. 5 . Restano per l’amministratore n°. 56.
In uno ricotte n°. 941.
Dalle sopradette n°. 941 ricotte se ne deducono n°. 44 che furono
rubate nell’istesso tempo che fu rubato il cascio n°. 44. Restano
n°. 897. Dalle quali si deducono le ricotte solite a darsi a caprari
nel giorno di Pasqua di Resurrezione n°. 6. Restano per
l’amministrazione n°. 891.
Giungate. Dalli 21 agosto che si terminò di mungere n°. 50. Si
deducono per quinta de caprari n°. 10. Restano per l’amministratore
n°. 40.
Allievi in questo anno n°. 180. Ne spettano di quinta a caprari 36.
Restano 144.
A quali allievi n°. 144 si aggiungono i medesimi n°. 36 che sono
spettati per quinta, mentre si sono a medesimi pagati alla ragione
di grana 25 l’uno, giusta la costumanza, e si sono lasciati per
aumento della massaria stessa n°. 36. Restano per l’amministratore
n°. 180.
Conto in danaro del fruttato della masseria di capre di cui si ha
fatto introito la cassa, come nel conto in danaro.
Ricotte n°. 891 vendute a grana 4 l’una D. 35. 64
Cascio forme n°. 656 venduto, cioè forme 611 a grana 24 la forma, e
forme 43 a grana 21 che sommano D. 156 . 09
Giungate n°. 40 a grana 4 l’una D. 2
Cuoi d’animali morti, e venduti a massaro Paolo Lamanna come
appresso.
Animali grossi n°. 18 a grana 6 D. 1 . 08
Più de medesimi a grana 8 n°.8 64
Animali piccoli n°. 8 a grana 3 24
Cervelli n°. 5 a grana 1 . 6 07.6
____________
D. 2 . 03 . 6
Capre di scarto n°. 25 vendute come dal conto in danaro D. 30. 25
Castrati n°. 30 venduti come dal conto in danaro 48.30
Prezzo di n°. 10 capretti, venduti come dal conto in danaro 1. 73. 6
____________
D. 276. 04. 6
Oltre del suddetto fruttato in danaro ha dato in quest’anno la
massaria sudetta n°. 144 allievi, alli quali aggiunti gli altri n°.
36 spettanti di quinta a caprari, e a medesimi pagati in danaro a
grana 25 l’uno, sono in tutto allievi rimasti in detta massaria n°.
180.
Inventario della masseria delle capre secondo l’inventario e
consegna del passato anno 1799, che si fece a 9 settembre al
caporale Vincenzo Pucci, gli animali furono a conto lungo come
siegue.
Animali grossi n°. 367
Dalla nascita del passato anno 1799 n°. 95
______
in uno sono n°. 462
Discarico
Venduti a Pesce Lucia come retro Becchi n°. 30
Allo stesso capre n°. 25
Animali morti de quali se ne sono vendute le pelli a riserba di uno
che servì per farne l’utro per riporvi le morghe dell’olii n°. 40
_______
95
Animali esistenti e consegnati al caporale Vincenzo Pucci e caprari
come appresso cioè n°. 355.
Capre grosse di corpo 315
Becchi di due in tre anni 31
Castrati di un anno in due 9
____
355
Mancano per pareggiare alla consegna dell’anno passato n°. 12 quali
si bonificano a caprari per afanto n°. 12
Resta dunque ferma la sopradetta consegna fatta al Caporale Vincenzo
Pucci di n°. 355.
Allievi maschi di quest’anno n°. 54
Maschi pagati alli foresi per quinta n°. 36
Femine n°. 80
______
170
In uno tutti gli animali a conto lungo n°. 525
Massarizie di Pagliaro di detta Massaria
Cani 2
Cagnolo 1
Caccavo grande 1
Caccavo piccolo 1
Caldarotto nuovo 1
Campani grandi e piccoli 41
Rotola di legname 1
Colaturo 1
Secchie 4
Coppicello 1
Barili per acqua 2
Fiscelle di cascio 4
Costigni 5
Calamari 4
Pale di ferro 2
Pagliaro serrato a chiave.
(Estratto da “Cassa del regio feudo di Melissa per l’esito del primo
settembre scorso anno 1799 a tutto lo spirante mese di agosto 1800”.
Fondo Pignatelli . Fascio 51bis, Pratica 30, ff. 30- 33, Arch. di
Stato di Napoli.)
Produzione di latticini nell’anno 1800 dalla “massaria delle capre”
dei Pignatelli
Mese Cascio Ricotte
Febbraio 13 26
Marzo 58 116
Aprile 129 208
Maggio 200 294
Giugno 180 270
Luglio 125 182
Agosto 47 68
Totale 752 1164
Espansione e crisi della produzione del formaggio nell’Ottocento. Il
caso Barracco
Le massicce vendite di pezze di formaggio pecorino, dirette verso
Castellamare e Napoli, continuarono anche nella prima metà
dell’Ottocento. Tra i maggiori fornitori troviamo i Crotonesi
Tommaso Sculco31 e Francesco Zurlo32. Essi operano anche per conto
di Nicola Barberio Toscano di San Giovanni in Fiore e del duca di
Santa Severina, il principe Antonio Grutter. Oltre che dal porto di
Crotone, principale luogo d’imbarco della merce, importanti
spedizioni di latticini sono segnalate soprattutto dal caricatoio di
Cirò ( Baracca del caricatojo) ed in misura minore dai caricatoi di
Crucoli ( Torretta), Melissa (Torre) e Strongoli ( Torre
Purgatorio)33. Sempre in questi primi decenni dell’Ottocento assume
una posizione monopolistica il barone Barracco, che in pochi anni
diviene il maggiore proprietario di capitali e di terre ed il più
importante produttore e commerciante non solo del Crotonese ma del
regno. Durante l’amministrazione di Alfonso Barracco e poi del
figlio Luigi la produzione e l’esportazione dei latticini verso
l’area napoletana subì un notevole incremento. E’ da notare tuttavia
che mentre la produzione e lo smercio del caciocavallo, pur tra fasi
di crescita e di calo rimase significativa fino alla grande crisi di
fine del secolo, la produzione e la commercializzazione del cacio
pecorino, dopo la fase espansiva dei primi decenni dell’Ottocento,
diminuì in maniera continuativa e rapida fino quasi ad esaurirsi
alla fine del secolo. La crisi del mercato dei latticini del
Crotonese fu condizionata dal venir meno delle condizioni socio-
economiche e politiche, che avevano favorito la nascita e lo
sviluppo di una economia latifondistica, fondata soprattutto sulla
proprietà di vasti territori, che dalla marina si estendevano alla
Sila, sul controllo sociale e politico del mercato locale e di
quello di destinazione, dell’apparato repressivo della forza lavoro
e del monopolio dei capitali e dei mezzi di produzione . A
controllare tutto il settore era un numero ristretto di “baroni
crotonesi”, tra i quali spiccavano Alfonso Barracco , Luigi
Berlingieri, Armando Lucifero e Filippo Eugenio Albani. Su tutti per
le innovazioni ed i tentativi di migliorare la produzione è da
segnalare l’impresa Barracco, che tuttavia sul finir del secolo si
scontrò con la difficoltà di produrre e collocare vecchi e nuovi
prodotti alimentari al di fuori dell’area napoletana e non riuscì a
far fronte all’immissione del grano americano, alla crisi agraria
europea e alle politiche protezionistiche governative. Nonostante i
numerosi tentativi di migliorare le razze e la produttività, il
numero degli animali che il Barracco disponeva ancora alla fine
dell’Ottocento, rispetto a quello che aveva settanta anni prima,
evidenzia la crisi del settore: alla fine dell’Ottocento le pecore
si erano ridotte ad un quarto di quante erano settanta anni prima,
le capre ad un quinto e le vacche erano due terzi, mentre la
produzione di formaggio pecorino si era scesa ad un decimo34.
Produzione per l’esportazione del latifondo Barracco(Fonte
Petrusewicz M., Latifondo cit.)
Anno Pecore Capre Vacche
1827 16667 1526 1537
1832 15438 1467 1637
1837 20785 1588 1736
1842 15325 1593 1889
1847 13188 1578 1728
1852 15257 2305 1550
1857 12829 2488 1307
1862 10318 2618 1112
1867 10391 2886 1047
1872 6827 303 772
1877 7549 346 1071
1882 7297 287 1143
1887 6783 336 1182
1892 4894 348 1092
1897 4566 359 1038
1902 3221
Note
1. Atti Notarili Arch. Stato CZ. Cart. 911, anno 1739, ff.
29-30.
2. Vat. Lat. 7572, Bibl. Apost. Vat.
3. Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al vescovo
e all’Università e uomini della città di Cotrone durante il sec. XV,
Napoli 1923, p.5.
4. “Aliud privilegium, quod extat eiusdem directum Universitatibus,
et hominibus, et Magistris juratis S. Severinae, terrarum
Policastri, Mesuracae, Roccae Bernardae, et Cutronearum, aliorumq.
locorum totius Diocesis Metrop.nae quod Archiepiscopo eiusdem
Metrop.nae Ecclesiae permittant exactionem X.mae casei, et agnorum,
seu fetuum ovium pro tempore pascua sumentium in tota diocesi, non
obstanti q.d propter guerras, et turbulentias temporum defecerit ab
exactione”, Siberene p. 238.
5. Tra le tante liti ricordiamo quella tra il vescovo di Umbriatico
Agostino de Angelis ed il Principe di Strongoli. Il vescovo
affermava di godere “pacificamente lo jus decime dell’agnelli et
latticini et altri animali d’ogni pelo di forastieri tantum, che
entrano a pascolare lo curso della ponta sito nel territorio della
terra di Melissa”., ANC. 333, 1677, 31.
6. Caridi G., Decime eccelsiastiche e diritti signorili sui pascoli
nel territorio di Mesoraca nei secoli XVI e XVII, in Arch. Stor.
Cal. Luc. , 1984, p. 48.
7. Vat. Lat. 6190, ff. 211r - 213v, Arch. Segr. Vat..
8. Copia di Platea antica con i pesi de' vassalli, Misc. Monastero
di S. Maria di Altilia, fasc.529, 659, B. 8, ASCZ.
9. Il 26 gennaio 1682 il vescovo di Crotone Geronimo Carafa protesta
per la mancata consegna “... Havendoci fatto instantia il R.do
economo di questa mia mensa vescovile che il sindico della terra di
Papanici mia diocesi ogni anno nel di della Nativita d. N.ro Sig.
per tempo immemorabile ha riconosciuto questa mia mensa di un porco
in segno d’ubbidienza e perche il pred.o sindico seu suo esattore ha
mancato di complire del segno d’ubbidienza nella prossima passata
Natività..”, Arch. Vesc. Crot.
10. Diritti feudali a Santaseverina, in Siberene pp.562, 569.
11. Diritti feudali di Castellorum Maris, Arch. Vesc. Crotone, f.
6v.
12. Lite tra l’università di Melissa ed il feudatario Gio. Maria
Campitello (1561 – 1574) , Arch. Stat. Napoli, Fondo Pignatelli
Ferrara Fasc. 51 bis, pr. 100, f. 4 .
13. Zangari D., Capitoli cit., p. 12.
14. Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione di Cirò,
Napoli 1849, Vol. II, pp. 260 -261.
15. Costituzione della città e stato di Santaseverina, in Siberene,
p.323.
16. Nelle costituzioni della città di Santa Severina si legge: “
Item supplicano V.I.S. se digne confermare, et q.nus opus est de
novo concedere ad ipsa Un(iversi)tà, et homini de quella la
consuetudine et solito, che aveno li Cittadini et abitanti in dicta
Città de possere in quavis parte temporis, et anni tagliar in li
territori de dicta città ligname oer fare tigilli per case, furche
et tracandali per pagliari, aratri et altre massaritie per
l’agricoltura, trabi et altri ordegni necessari: Placeteid. D.no
Comiti q.g possit incid. d.a ligna pro costruendis domibus et
conficiendis aratris, pro aliis vero usibus incidant solu ligna de
arboribus non fructiferis in Sylvis et in nemoribus publicis,
Costituzioni cit., Siberene p. 305.
17. Processo grosso ff. 551 -552, Arch. Vesc. Crotone
18. Acta cit., f. 75.
19. ANC. 336, 1690, 45 – 46.
20. Secondo una fede degli amministratori di Rocca di Neto del 1742
da “ogni cento pecore da frutto, il padrone ne ricava dedottene le
spese di pascolo e custodia, annualmente 50 carlini; ogni cento
capre da frutto, il padrone dedottane le spese ne ricava 20 carlini
annui”, Spizzirri M., Rocca di Neto nel catasto del 1742, Rossano
1995, p . 37
21. ANC. 912, 1748, 87.
22. Pugliese G. B., Descrizione ed istorica narrazione di Cirò,
Napoli 1849, I,93.
23. Regia Udienza Provinciale (1807 -1809), Mazzo 22, fasc. 117,
Arch. Stat. Cosenza.
24. ANC. 497, 1708, 51.
25. Catasto onciario Cotrone 1743, 24 -27.
26. Catasto onciario Cotrone ,1793,AVC.
27. Catasto Isola, 1800, AVC.
28. Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene p. 142.
29. Il documento mi è stato gentilmente messo a disposizione dal
prof. Antonio Cosentino e proviene dal Fondo Pignatelli . Fascio
51bis, Pratica 30, ff. 30- 33, Arch. di Stato di Napoli.
30. ASN., Fondo Pignatelli Ferrara Fasc. 51 bis, pr. 100, f. 3v.
31. Il duca di Santa Severina si impegna a fornire annualmente
durante il triennio 1801/1803 pezzo 8000 di formaggio pecorino a
Tommaso Sculco.Le pezze dovranno essere trasportate a Crotone nei
magazzini dello Sculco a spese dei conduttori dei quattro corsi
feudali del duca, Notaio A. Smerz , Cotrone 7 maggio 1803, f. 46,
Arch. Stat. CZ.
32. Not. G. Falbo, 9 ottobre 1801, ff. 116 – 172, Arch. Stat. CZ.
33. Pugliese G. F., Descrizione cit., II, pp. 48 -58.
34. Petrusewicz M., Latifondo, Venezia 1989, pp.128 -129.

