[Medici e speziali in Santa Severina tra il Cinquecento ed il Seicento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 35-41/2009)
Nel Medioevo il candidato su richiesta del re era
esaminato diligentemente dal suo fisico (“medicinalis scientie
professorem”). Riconosciuto “sufficiens et ydoneus” “peritus in
scientia medicinae et ad curandum et praticandum in illa” o “peritus
in arte cirurgie et ad curandum et praticandum in ea”, dopo aver
prestato il giuramento di fedeltà, il re concedeva al “licentiatus
in phisica” o “in cirurgia” la facoltà di esercitare nel regno.
(Reg. Ang. XXXI, pp. 22-23). Quasi sempre praticarono queste “arti”
gli Ebrei.
Una professione controversa
Durante il periodo aragonese si assiste all’ascesa sociale dei “dottori”,
i quali ottennero di poter intervenire nei consigli cittadini ed
assumere cariche pubbliche.
Nei primi decenni del Viceregno la formazione e l’espansione di un
complesso apparato statale burocratico e militare centralizzato
determinarono la creazione di molteplici uffici interdipendenti, sia
centrali che periferici, ai quali si poteva accedere con il possesso
del titolo dottorale. A questi erano da aggiungere quelli della
amministrazione feudale, ecclesiastica e cittadina. Famiglie nobili
e del popolo si contendevano aspramente gli “offici”. Precari
accordi, spesso stipulati in quanto le parti non avevano più risorse
per continuare, facevano cessare temporaneamente le liti, che dopo
poco riprendevano vigore e si trascinavano insolute, come si rileva
dai capitoli stipulati il 27 novembre 1575 tra il conte Vespasiano
Carrafa e l’università per porre fine ad una contesa che verteva nel
Sacro Regio Consilio, riguardante alcune difese ( Instrumenta inter
Ill.mum Comitem S.tae Sev.nae ex una et universitatem eiusdem
Civitatis ex altera super defensis et clausuris). Allora la città di
Santa Severina “quasi distrutta et dispopulata” era tassata per 414
fuochi (1578). Tra i capitoli vi era: “ Item che sua Sig.ria Ill.ma
permetta che dicta univ(ersi)ta possa fare la electione delli
officiali per lo governo de essa univ(ersi)ta dello infratto modo:
che li nobili possano eligere li electi delli nobili et quelli del
populo eligere liloro del popolo et che fatto per essi la electione
delli sindici conforme quelli che haverando più voce et allegandose
per alcuna parte che quelli tali che haverando più voce non
potessero esercitare off(ici)o alcuno legis impedimento non possa de
fatto privarlo et confirmare altri nominati ma ammetterli a
giustitia et interim permetta che l’electione vechia exerciti et
declarandosi inhabili habiano potesta quelli che l’haverando dato la
voce darla ad altri a chi loro piacera talche si confirmano quelli
che haverando piu voce. Item permetta sua Sig.ria Ill.ma delli
dudici electi che haverando da restare per lo governo della
Univ(ersi)ta deli ventiquattro nominati sei de quelli ne eliga sua
Sig(ori)a Ill.ma cioe tre delli nobili et tre del Popolo et sei
altri lo sin(di)co cioe tre delli nobili et tre del popolo. Item
supp(lica).no sua Sig.ria Ill.ma se degni creare per m(ast)ro
giurato uno delli nobili de ditta Citta overo confirmare uno delli
nominandi pur che sia idoneo et atto come sarra servitio a sua
Sig.ria Ill.ma. Item supp(lica)no sua Sig.ria Ill.ma si degni
concedere come e solito confirmare uno de doi delli nobili che
haverando le piu voce per lo off(ici)o dello catapano et a quello
permettere che habbia la aggiustatura de pesi et mesure sincome e
stato l’antiquo solito de detta Citta. Item delli quattro iudici
annuali eligendi che haveranno più voce sua Sig.ria Ill.ma ne habbia
da confirmare li dui quali a sua Sig.ria piacerà”. La domanda di
titoli fece crescere le scuole e lo Studio di Napoli, dove fu
facile, specie con la corruzione, acquisire il titolo dottorale.
Numerosi figli della nuova borghesia mercantile e creditizia
riempirono la città di Napoli e divennero dottori fisici, dottori
nel diritto, notai ecc..
Anche nel Crotonese lo sviluppo e l’espansione del commercio
granario, che si dirigeva e alimentava i mercati di Napoli e Roma,
favorivano l’ascesa di un ceto che, pur non appartenendo alla
vecchia aristocrazia feudale, era cresciuto al suo servizio ed ora
la sopravanzava economicamente e finanziariamente. I figli di questo
nuovo ceto locale completarono l’ascesa sociale iniziata dai loro
antenati; essi in Napoli ed in Roma ottennero i titoli accademici di
notai e dottori ed imparentandosi con le famiglie nobiliari ne
andarono a far parte, acquisendone i privilegi. All’inizio del
Cinquecento i “gentihomini et litteraitae personae” di Santa
Severina esercitavano uffici ed incarichi pubblici ed erano ormai
parte della nobiltà cittadina, tanto che tra i capitoli chiesti e
concessi dal conte Andrea Carrafa alla università e uomini della
città di Santa Severina nel marzo 1525, tra i primi troviamo: “5 -
Item dicta Un.ta, et homini de quella supplicano V.S.I. se digna
avere in commendat.e generali tutta la Un.ta et speciali tutti li
buoni Cittadini, et maxime Gentilomini, et litteraite persone, che
ad quella piaccia provederli de’ officj intra la Citta de S.ta
Sev.na, et suoi casali et in altre t.re del Stato de ipsa V.S.I. et
anche se digne prestare favore ad quelli de farli avere officj etiam
extra lo stato de quella” ( Sib. 285)
Nel Cinquecento la chirurgia in Santa Severina era ancora praticata
dai barbieri ma la medicina era considerata una “honoratissima
professione” e arte che genera ed aumenta lo splendore della
famiglia. Gli appartenenti alla vecchia aristocrazia continuavano
però a considerarla “una professione sordida e poco o nulla honesta,
e per tanto professione ignobile e nemica della vera Nobiltà… perché
arte servile, meccanica, non liberale….perché tutta rivolta a cose
stomachevoli, sordide e tali che le rifiuta qualunque degl’humani
sensi..”.
I sintomi delle malattie erano vaghi come si ricava dalla
descrizione che ne fa il parroco Francesco Calaianni nel libro dei
morti della chiesa parrocchiale di Santa Maria la Magna. Il 10
novembre 1592 muore il clerico Carlo Jaquinta “malato a letto di
pontura… perche la notte li fu bisogno pigliare la medicina non si
possette comunicare perche era pericolo rebottare il S.mo
Sacramento, io li feci adorar la croce ne anco domenica mattino
perche li era soccessa grandissima tosse e correva il medesimo
pericolo..”; il 18 aprile 1593 muore Antonio Baccaro “di un dolore
di orecchia che molti giorni l’haveva travagliato, haveva perso la
parola di subbito”; Il 6 settembre 1593 è la volta di Giulia Palermo
che “molti di era stata malata di febre”; il giorno 19 agosto 1598
morì Lelio Monte Leone “di febre pestifera” ed il 23 agosto seguente
lo seguì Gesuina Rosso “di infirmita di cherantia”; il 4 settembre
1600 morì Gloria Jaquinta “non possette pigliar la S.ma communione
per haverlisi chiusa la canna di subbito si tene l’adoro e li fu
data l’estrema untione, e raccomandata l’anima..”. Le cause di morte
che ricorrono di frequente in questi anni sono “morte di puntura” ed
“subbito si e passato de questa vita de squinanzia”. La “morte
subitanea”, arriva all’improvviso e getta il panico, decima i
“figlioli piccoli”, nessuna medicina può arrestarla e spesso
risultano vani i tentativi del parroco di comunicare il malato e di
prepararlo a rendere l’anima “con bonissima disposizione innanti
dello omnipotente Idio”. Così è descritta il male della “scarenzia”
o della “canna” dal canonico Basoino che ne fu affetto: “Alli 4. di
Novembre l’anno del Signore 1622 essendomi gravemente infermato, e
talmente aggravato d’una infermità, che non poteva esser sanato, se
non dal Celeste Medico Iddio benedetto; poiché mi si serrarono
affatto le fauci, gonfiò la gola, e per tre dì continui fui senza
parola, e già disperato da’ Medici, stando per rendere lo spirito
all’Onnipotente…” (Juzzolini, pp. 37-38).
I rimedi, di dubbia efficacia per guarire il malato, erano
costituiti da infusi d’erbe, decotti, sciroppi, impiastri, salassi,
lavande, bagni, risciacqui, clisteri, purghe e somministrazione di
miscugli di varia natura.
Per la maggior parte dei casi la guarigione era affidata
all’intervento divino come nel caso riportato dal canonico Basoino
di una guarigione dovuta alla Vergine del Capo: “Ed essendosi l’anno
1558 ammalato nella Città di Santa Severina dal mese d’Ottobre di
detto anno Bartolo di Stirati della medesima Città di una mortale
infermità e continuo accidente e febre; ultimamente le venne una
furia agli occhi di sorte che li si fecero rossi come un fuoco, e
peggiorando ogni dì, a poco a poco venne al tutto a perdere la
vista, che le si chiusero gli occhi di modo che stava come non ne
avesse avuto mai, che stiede cieco senza vedere il Mondo infino li
quattordici Agosto del seguente anno 1559, avendosi da prima fatto
molti rimedj, quali furono tutti vani..” ( Juzzolini, p. 23).
Paragonando il medico al giurista si disse che era come parlare del
ladro e del manigoldo, essendo la professione del medico la più
lucrosa. Dopo le grandi pestilenze che dalla fine del Cinquecento
per tutto il Seicento avevano decimato la popolazione, i medici
erano ritenuti da molti dei ciarlatani e “tutte quelle famiglie
quali hanno picco di nobiltà se ne tengono lontane, forse perché
corrotti i secoli, e co’ secoli travolta la saviezza del giuditio,
questa professione habbia voltato faccia”(Fiore, III, 267, 282)
Durante il Viceregno vigilava sull’operato dei fisici e degli
speziali il Regio Protomedicato, il quale aveva la giurisdizione
sugli affari sanitari.
La medicina a Santa Severina nel Cinquecento
Se le numerose liti che si trascinavano per anni nei tribunali
cittadini, provinciali e di Napoli favorirono i dottori in legge,
l’epidemia di sifilide che dilagò nel Viceregno all’inizio del
Cinquecento, la peste del 1528, che spopolò città e villaggi, e le
epidemie del 1581 e dell’ultimo decennio del Cinquecento
contribuirono all’ascesa economica di fisici e speziali. La loro
assenza è indice della decadenza di un luogo, come osserva il
vescovo di Cerenzia e Cariati Propertio Resta nella sua relazione
del novembre 1589. Riferendosi alla città di Cerenzia “ “Non c’e
M(aestr)o di scola non medico non spetiaria ne comodita alc(un)a et
si patisce molto di acqua” e lo stesso vale per Cariati “Non c’e m.o
di scola, non medico, non spetiaria ne cosa alc(un)a di commodo et
del continuo sacchegiata da Turchi” e tanto in Cariati che in
Cerenzia “non c’e dottore ne notario alc(un)o”. Lo stesso affermerà
alcuni anni dopo il vescovo di Isola Antonio Celli: “Urbs Insula… in
pessima aeris temperie sita, ubi nec medicus, nec chirurgus, nec
aliquod medicinae remedium invenitur. Habitatores pallido incedunt
vultu, et pauci senectutem attingunt..” ( Rel. 1644)
Per il loro “servitio” essi non disdegnarono il grano ed il denaro,
mentre erano renitenti a pagare le tasse. Già all’inizio del
Cinquecento troviamo che Alfonsius de Rasis possedeva “apotheca una
sue specierie” nella terra di “Castellorum”. (Reintegra 1520 in
Processo, f. 523)
Da un documento della metà del Cinquecento (Galasso, 271) sappiamo
che nella terra di Cutro, casale della città di Santa Severina,
operavano il magnifico “artis medicinae doctor” Scipione Carziero,
medico fisico della terra di Cutro, ed il nobile Aurelio Galaczo
della terra di Santo Pietro (dell’Isola), quest’ultimo era “speciale
et medico de mal francese”. I due protestavano perché l’università
di Santo Pietro tassava il grano ed il denaro che essi ricevevano da
coloro che curavano. ( Sempre in questi anni a Crotone c’erano lo
speziale Pompeo Galatio (1570) ed il notaio Johannes Galatio (1602)
Allora esercitavano il loro “servitio” in Santa Severina i due
medici Camillo Longo e Gio. Vincenzo Scorò e lo speziale Theodisio
de Oliverio. Tutti appartenenti alla nobiltà cittadina. Essi sono
ricordati più per le vicende economiche e politiche della città, che
li videro protagonisti, che per la loro professione. Soprattutto
Camillo Longo, arrivato in Santa Severina tra la fine del 1569 e
l’inizio del 1570, ed il fratello Antonino furono particolarmente
fedeli alla famiglia dei conti Carrafa, di cui furono devoti
servitori. Essi erano uniti da vincoli familiari con i Le Pira e con
i potenti Bonaiuto, altra famiglia della cerchia comitale, ed
esercitarono le cariche pubbliche di sindaco dei nobili, di mastro
giurato e di eletti. Più defilato dalle vicende politiche e sociali
della città è Gio. Vincenzo Scorò, appartenente alla confraternita
del SS. mo Sacramento della quale il padre Sylvio U.J.D ne era stato
procuratore già nel 1558. Lo Scoro ci appare legato alla chiesa
locale ed in rapporto di interessi e vincoli familiari con
l’aristocrazia di Crotone e dei paesi vicini. Piccolo proprietario
di terre e di vigne in Santa Severina (in località S. Giorgio e alle
Serre) ed in Policastro ha fatto fortuna con la sua professione ed
investe il denaro ed il grano, che riceve per i suoi servizi, nel
prestito ad interesse. Lo speziale Theodisio Oliverio appartiene ad
una potente ed unita casata presente in Crotone, in Cutro e San
Mauro, proprietario della bottega e di un consistente patrimonio,
sia terriero che immobiliare, è particolarmente attivo nel campo
finanziario e speculativo, mantenendo solidi legami sia con la
chiesa locale che con la famiglia comitale dei Carrafa.
Dall’esame dei documenti risalta il fatto che la medicina al pari
della giurisprudenza era una delle arti che generava e favoriva, più
che l’onore, l’aumento dei beni. La maggior parte dei medici sono
infatti protagonisti della vita economica della città. Essi
utilizzano il titolo acquisito, o comprato, per raggiungere cariche
pubbliche ed accumulare potere e ricchezza. Per la loro posizione e
reputazione sociale a volte li troviamo come arbitri razionali,
concordemente scelti dalle parti, per risolvere liti economiche.
Altre volte intervengono come testimoni in atti notarili socialmente
rilevanti.
Il dottore in medicina Camillo Longo
Il magnifico Camillo Longo, “artium et medicinae doctor”, era
originario della città di Taverna, sposato con Isabella Bonaiuto,
all’età di circa cinquantatre anni si trasferì nella città di Santa
Severina. Il suo arrivo in città è legato alla presenza del conte
Vespasiano Carrafa, di cui egli fu “servitore fidelissimo et
affetionatissimo”.
Nel marzo 1570 Camillo Longo, Ar(tium) et M(edicinae) D(octor) è già
presente in città, anzi afferma di essere della città di Santa
Severina. In tale maniera egli ci appare in un atto del notaio
Marcello Santoro del 15 marzo 1570, nel quale afferma di avere un
debito con la mag.ca Dianora de Modio della città di Cosenza ( I,
43). Nonostante questo debito, egli il 29 giugno di quell’anno
acquista da Petro Antonio deli Pira e dalla moglie Polissena un
“viridario” per ducati 50 ( I, 62v - 63). Per insolvenza
dell’università nei pagamenti fiscali su istanza di Giovanni de
Martino, fideiussore dell’università per il debito di 3300 ducati
nei confronti di Antonio Bonavides, su ordine del Regio Consiglio fu
inviato in città il commissario Claudio Bonetti, il quale subito
cominciò ad incarcerare ed a sequestrare i beni dei cittadini che
non pagavano i tributi imposti. Tra questi ci fu anche il “fisico”
Camillo Longo, il quale il 20 settembre 1571 protesta contro il
commissario del Regio Consilio Claudio Bonetti incaricato dalla
Regia Camera della Sommaria ad esigere le collette dai cittadini in
quanto l’università di Santa Severina era in debito con il fisco. Il
fisico si rifiutava di versare i ducati 25 al commissario e
quest’ultimo “l’have pigliato la mula et giumenta”. In tale
occasione il Longo asserì che “esso Camillo è foculare novo de dicta
Città et lo debito che si ricerca in dicte collecte, è debito
vecchio”, cioè risalente a prima del suo arrivo a Santa Severina.
(III, 9) Frattanto Antonino Longo, fratello di Camillo, ed Marcello
Prothospataro della terra di Caccuri si accordano e trattano il
matrimonio da contrarsi tra Isabella Longo, figlia di Camillo, ed
Gio. Paulo Prothospataro, fratello di Marcello. La dote promessa e
concordata, come è uso tra i nobili di Santa Severina, è di 800
ducati, 220 dei quali da consegnarsi al momento in cui si contrarrà
il matrimonio “per verba de presenti”. Poiché i capitoli
matrimoniali recano solo le firme delle due parti ed essendo
doveroso ristipularli nuovamente presso un notaio, il 20 gennaio
1572 dal notaio Marcello Santoro si presentano il m.co Camillo Longo
Ar. et M. D., padre della futura sposa, e Marcello Prothospataro,
fratello del futuro sposo. Nell’occasione il Longo anticipa ducati
100 dei ducati 220 promessi, poi ridotti a 150, da consegnarsi prima
del matrimonio (III, 60). Il 16 febbraio 1572 il m.co Camillo Longo
“doctore in medicina” interviene per nome e parte della figlia
Isabella nei capitoli matrimoniali. La dote concordata di ottocento
ducati in carlini d’argento, è così ripartita: ducati quattrocento
in denaro contante, ducati trecento in “beni mobili lino lana oro
argento piltro rame et altre robbe mobili” e ducati cento in
bestiame “da extimarsi con lo terzo piu per comuni amici eligendi
per ambe parti secondo la costumanza deli nobili dela Città di S.
Severina”. All’atto interviene anche l’abbate del monastero di Santa
Maria la Nova di Caccuri Octavio Protospataro, fratello carnale di
Gio. Paulo, il quale promette ai futuri sposi ducati 50 annui ad
iniziare dal gennaio 1573. Tra i testimoni c’è anche l’Ill. D.
Prospero Carrafa ( Santoro III, f. 67). Sempre nello stesso giorno
Camillo Longo consegna a Gio. Paulo Protospataro i ducati 50 a
compimento dei ducati 150 promessi; cento infatti erano già stati
consegnati al fratello dello sposo il 20 gennaio ( III, 69). Sempre
il 28 maggio 1572 il fratello Antonino Longo “de Taberna”, abitante
in Santa Severina acquista per ducati 200 da Mario e Tiberio
Barracca quattro mulini per macinare “esistenti in una casa” con
prato, giardino ed acquedotto alla riva del Neto in località
Ardavuri.
In lite con la famiglia Le Pira, alla quale è legato da vincoli
parentali, il 3 dicembre 1573 per porre fine alle controversie,
vertenti tanto nella città di Santa Severina quanto nella Regia
Udienza provinciale per il possesso di case, giardini, denaro ed
altri beni, si accorda per la nomina di due arbitri. Sono eletti
comunemente i nobili Antonino Longo e Gio. Pietro Bonaiuto. Il primo
fratello di Camillo Longo , l’altro fratello del suocero, mercante
di grano e procuratore del genovese Petro Hieronimo Rocchetta( IV,
38 – 39).
Morta la figlia Isabella, è in lite con Gio. Paulo Prothospataro per
la restituzione della dote. Il primo luglio 1574 è stipulato un
compromesso tra le due parti con l’elezione ad unico arbitro della
lite l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Antonio Santoro ( IV,
104- 105). Nel maggio 1575 in Hypsigrò come padre ed amministratore
dei figli e marito di Elisabetta Bonaiuto figlia ed erede di Carlo,
stipula un accordo con Prudentia di Vienna, vedova di Gio. Antonino
Bonaiuto, e con i suoi figli per l’eredità di alcuni terreni situati
a Hypsigrò, che appartenevano al suocero Carlo Bonaiuto ( V, 111).
L’ultimo giorno di febbraio del 1577 il “m.co Camillo Longo A. et M.
D. de S.ta S.na” è testimone in un atto notarile stipulato e
riguardante una promissione e obbligazione fatte da Pietro Carrafa (
VI, 191).
A causa della lite scoppiata tra l’arcivescovo ed il feudatario nel
maggio 1578 per i diritti delle fiere di Santa Anastasia e di S.
Giovanni dell’Agli, il 24 ottobre 1578 all’età di circa sessantadue
anni fu convocato nel tribunale della curia arcivescovile,
presieduto dal vicario generale dell’arcivescovo Jo. Francesco Modio
con l’assistenza del Magistro Petrus Corina da Coriliano, professore
di sacra teologia dell’ordine dei conventuali e del frate Jo.
Baptista Ferrarius dell’ordine dei predicatori, economo e magistro
del seminario. Qui fu inquisito dal diacono Gaspare Caivano, il
quale lo sottopose a stringente interrogatorio per conoscere il
rapporto esistente tra lui ed il mastrodatti della corte Gio.
Domenico Marrella, scomunicato ed imprigionato nelle carceri
arcivescovile per la questione delle fiere e come sospetto di eresia
in quanto, durante la fiera di San Giovanni Minagò fu sentito dire
:” quando io so morto buttinomi dalle timpe, che puoco mi si dà”. In
tale occasione egli cercò di sminuire i sospetti sul Marrella, che
si trovava da circa trentaquattro giorni rinchiuso nel carcere
arcivescovile della “pellegrina”, dove aveva subito anche la tortura.
Dalla deposizione si viene anche a sapere che per ordine
dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro egli come medico andò a
visitare il carcerato per costatare “se era infermo, e lo truovai
sano”. Inoltre affermò che non conosceva “nisciuno heretico, ne ho
inteso nominare nesciuno per heretico” e non era a conoscenza di ciò
che era successo al tempo che si svolgeva la fiera fuori città di
San Giovanni dell’Agli, in quanto “io non ho inteso cosa nisciuna,
che concernesse alla religione“ e ancora “quando fu lo mercato io
era in letto con le podagre, e con me di tal cosa ne parlò nisciuno”.
( 12A, f.25v-26r).
Poco dopo essere stato eletto sindaco dei nobili, il 5 ottobre 1584
interviene per nome e conto dell’università di Santa Severina in
favore del conte Vespasiano Carrafa, il quale indebitato con lo zio
Francesco Carrafa aveva subito il sequestro delle entrate del feudo.
Egli come sindaco a nome dell’università stipula una “promissione”
con Grandonio Martino di Petrafitta. Con tale atto il Martino su
richiesta del sindaco e dell’università si impegna a dare e
consegnare ducati 500 a Francesco Carrafa o al figlio di costui
Pyrro o ad un loro procuratore, una volta liberata la giurisdizione
della città di Santa Severina, che su istanza dello stesso Francesco
Carrafa è stata sequestrata dal Sacro Regio Consiglio. Il sequestro
fu eseguito in quanto il conte della città, fideiussore della stessa,
si era indebitato con lo zio Francesco per 4000 ducati per i
pagamenti dovuti dall’università ad Antonio Bonevides. ( X, 28v-
29).
Il 9 febbraio 1589 assieme al figlio Celio si presenta nella curia
comitale della città e chiede al governatore che sia reso pubblico
il testamento di Gio. Pietro Bonaiuto, rogato dal notaio Marcello
Santoro il 17 gennaio 1581. Gio. Pietro Bonaiuto, zio materno di
Celio, ha lasciato eredi Fabio Bonaiuto ed i figli maschi di Camillo
Longo. Quale sia stato il rappporto tra il dottore di medicina ed il
potere a Santa Severina, soprattutto con la famiglia del conte,
basta riportare quanto afferma nel testamento Gio. Pietro Bonaiuto :
“.. essendo io tanto servitore fidelissimo et affetionatissimo del
S.r Vespasiano Carrafa conte di Santa Severina et Ill.mo S.r
Francesco Carrafa et S.r Prospero, percio con questo mio ultimo
testamento li supplico per amor di dio siano et habino in
recomandatione li heredi miei et cose mie..” ( XI, ff. 63 – 70).
Camillo Longo, confrate della confraternita del SS.mo Sacramento,
morì all’età di circa ottanta anni dopo lunga malattia il 4 dicembre
1595, come annota nel libro dei morti di Santa Maria la Grande il
parroco Don Francesco Coloianni: “Adi 4 di Xbre 1595 passo dala
presente vita lo mag.co Camillo Longo e fu sepellito nella chiesa
Arcivescovale, e proprio nella cappella di S. Lorenzo con haverlo
molti giorni inanti perche l’infirmita ando a lungo, confessatolo e
comunicatolo et assai volte invitatolo ad havere patienza si
esponesse a rendere lanima nelle mani de Dio con core contrito, e
non ponesse piu pensiero nelle cose terrene caduche e transitorie ma
totalmente aspirasse nel cielo molte altre parole utili all’anima
sua secondo che Iddio m’ispirava finalmente fateli le protestationi
et datoli lestrema untione raccomandandoli l’anima mentre agonizzava
legendoli salmi, et orationi notate nello sacerdotale rese l’anima a
Dio”.
Il dottore in medicina Gio. Vincenzo Scorò
Sono presenti fin dall’inizio del Cinquecento con Antonio
(1521), Gio. Matteo e Donno Anselmo Scorò abitante in parrocchia di
San Giovanni Battista (1564).
Il primo giugno 1564 dentro la chiesa arcivescovile “et proprie in
cappella nova constructa pro Santissimo Sacram(en)to per confrates
et benefactores: fuerunt descripti in p(rese)nti libro infra.ti novi
confratres in confraternitate Sanctissimi Corporis xpi”. Tra i nuovi
confratelli troviamo “Joannes Vincentius Scorò Artium et Medicinae
doctor” ( D.1 fasc. 3, f. 9).
Il 21 febbraio 1570 il mag.co Jo.ne Vinc.o Scorò ar. et m. d.
concede un prestito di ducati 100 ai fratelli Luca, Andrea. Michele,
Giorgio e Pietro Livani con la condizione che siano restituiti entro
il 15 maggio prossimo venturo del presente anno ( I, 33).
L’undici marzo 1571 il reverendo Anselmo Scorò fa testamento ed
essendo prete e non avendo eredi maschi legittimi nomina erede il
suo “fratello consobrino” il m.co Jo. Vinc.o Scorò “sopra tutti i
suoi beni mobili et stabili et semoventi jocali denari suppellettili
di casa …”. Quattro giorni dopo il “fisico” Gio. Vincenzo Scorò fa
l’inventario dei beni ereditati tra i quali vi sono una casa
palaziata in parrocchia di San Giovanni Battista, due chiuse in
località Torrotio, un vignale a Yannoccari, tre materassi pieni di
lana, una “cilona pinta grande” ecc.. Prima di prendere possesso
dell’eredità egli verifica se essa è più dannosa che lucrosa. A tale
scopo il 19 aprile presenta una petizione in curia al governatore
della città per convocare dei testimoni. Il 21 aprile seguente Gio.
Vinc.o Scorò “ar. et m.e d.” assieme al notaio Marcello Santoro ed a
testimoni si reca nel “palazo con doi intrate” in parrocchia di San
Giovanni Battista e fa nuovamente l’inventario ( II, 65 – 67, 74 -
76).
Il 5 agosto 1574 il facoltoso Alessandro de Martino fa testamento e
nomina tutori e curatori dei suoi figli e dei suoi beni Gio.
Vincenzo Scorò, Gio. Bartolo Sacco e la sorella Tarsia de Martino (
IV, 136 sgg.)
In data 24 gennaio 1575, come erede del reverendo Anselmo Scorò,
raggiunge un accordo per la consegna di parte delle doti e dei beni
alle due figlie naturali del defunto prelato, le sorelle Lucretia,
sposata con Luca Cerra, e Salomea ( V, ff. 81v – 82r).
Il 26 febbraio 1577 muore Silvio Scorò, dottore dei due diritti,
lasciando eredi il fratello Gio. Vincenzo Scorò ed il padre Gio.
Battista Scorò.
Segue la richiesta della restituzione delle doti della vedova e
nobile crotonese Innocentia Lucifero fatta a Jo. Batt.a Scorò e a
Jo. Vinc.o Scorò ar. et m. doctor, padre e figlio, eredi “ ab
intestatu cum ben.o legis et inventarii” del m.co Silvio Scorò U.J.D..
La dote consegnata anni prima dalla Lucifera ascendeva a ducati 900.
L’accordo per la restituzione della dote, stipulato in data 2 maggio
1577, prevede la consegna di “doi cento trenta doi pezi di libri
legali fra grandi et piccoli, et canonisti” per il valore di ducati
228, ducati 111 in beni mobili, le case grandi situate a Crotone per
il valore di ducati 400 più altri ducati 60 per le migliorie
apportatevi ed a complemento dei ducati 900 altri ducati 100 da
consegnarsi metà in foro molera prossimo venturo e metà in foro
molera dell’anno seguente. Tuttavia la Lucifera l’undici maggio
seguente ottiene dagli Scorò a completamento della restituzione
delle doti altri ducati 100. Sempre nello stesso giorno gli Scorò
cedono per ducati 100 al nobile crotonese Jo. Francesco Lucifero una
loro possessione di viti ed olivi in località “Ogliastretto” ( VI,
226, 230 - 231).
Il 15 giugno 1577 Jo. Vinc.o Scorò vende al nobile Scipione Santoro
una casa terranea situata in parrocchia di Santa Maria Magna per
ducati 15 di carlin i d’argento ( VI, 253v).
Ritroviamo D. Jo. Vinc.o Scorò “ar. medicine dottor” in alcuni atti
notarili successivi. Il 13 settembre 1578 Tarsia de Martino madre di
Gio. Bartolo Sacco accetta e ratifica, obbligando i suoi beni, il
prestito di ducati 150 per quindici anni dati a censo da Gio. Vinc.o
Scorò al figlio Gio. Bartolo Sacco con atto notarile rogato per mano
del notaio Jo. Th. Bombino de Cotrone ( VIII, 9r- 10v). Il 2 gennaio
1582 lo Scorò erede di Anselmo Scorò completa le doti dovute ai
coniugi Luca Cerra e Lucretia de Scorò, figlia del fu Anselmo, e di
Salomea Scorò, altra figlia di Anselmo, vedova di Francesco
Dormiglioso ( IX, ff. 70 – 71). Il 22 febbraio sono stipulati i
capitoli matrimoniali tra la figlia Julia Scoro e Gio Ferrante Nigro,
capitoli ratificati successivamente il 14 agosto 1582. La dote
promessa e concordata, come è uso tra i nobili di Santa Severina, è
di 800 ducati, così ripartiti: ducati 200 in moneta corrente, ducati
300 in una continenza di terre “arborate di cerquie” situate in
territorio di Policastro in località “la Furesta”, ducati 60 in la
metà della possessione “arborata di celsi et olive” in località
“Cimichicchio” in territorio di Policastro, ducati 200 in mobili e
paramenti secondo l’uso e consuetudine della città di Santa Severina
“appretiandi et stimandicon lo terzo di più” ed infine ducati 40 “in
tanti vestiti di seta et ornamenti per essa futura sposa di
consignarceli al tempo dell’effettuatione di detto matrimonio”.
Sempre in quel giorno la moglie Artibana Poheria fa testamento
lasciando eredi i due figli Jo. Battista e Jo. Paulo ( IX, 141 –
142, 149).
Lo speziale Tesidio Liveri
L’abitazione di Thesidio Liveri ( Oliverio), situata nella
piazza pubblica davanti alla chiesa parrocchiale di Santo Nicola dei
Greci, era composta da numerose camere superiori e inferiori, dal
catoio, dalla stalla, dalla casa del forno, dal cellaro; aveva
inoltre un cortile, una cisterna ed un magazzino. Apparteneva sempre
al Liveri la spezieria che era “dentro seu a canto di detta casa”.
La spezieria era appartenuta in precedenza a Marco Antonio de Dato (L’herede
di Marco Antonio de Dato per lo loco fu de lo speciale) e poi era
divenuta proprietà del Liveri che aveva sposato Antonella de Dato.
Dal libro delle entrate di Santa Anastasia (3A) nel “Conto de censi
exacti nel predicto anno 1546” troviamo per la prima volta Ms
Disidio de Oliveri il quale deve versare tre tari e 10 grana. Lo
ritroviamo nell’annata successiva che abita nella parrocchia di
Santo Nicola deli Greci, L’analisi dei censi che deve pagare, ci
induce a considerare che l’accumulazione dei beni, favorita dalla
sua attività, è già avanti. Egli deve pagare “per la casa fo de
fran.co trombatore”, “per la vigna fo de edoardo miniscalco”, “per
lo olivito fo de mastro condopoli” e “per una vigna ad pagano”.
Il 15 dicembre 1569 il magnifico Theosidio Oliverio di Santa
Severina concede in enfiteusi al reverendo Baptista Salvato un
oliveto con vigne , terre alberate in località la Fontana per il
pagamento annuo di ducati 4 e tari uno da pagarsi il 15 agosto con
alcuni patti e condizioni ( I, 10).
Il 26 dicembre 1569 vende all’Ill. D. Prospero Carrafa di Napoli per
ducati 100 alcune case palaziate situate in parrocchia di Santa
Maria la Magna in località Monte Fumeri confinanti con la casa di
Petro Li Pira e quella di Jo. Bartolo Oliverio.(I,14).
Assieme ad altri nobili della città il 28 agosto 1570 prende in
prestito denaro da Franceschello Leto obbligandosi a consegnargli
frumento ( I, 90).
Essendo giunto in città Claudio Bonetti, commissario del Sacro Regio
Consiglio per esigere le collette dovute dall’università su istanza
di Gio de Martino, fideiussore della stessa, per il debito dovuto ad
Antonio Bonavides, essendo renitente al pagamento, Tesidio de
Oliverio con molti altri cittadini facoltosi è incarcerato nel
castello. E’ del 22 settembre 1570 un atto rogato dal notaio
Marcello Santoro con il quale Gio. Bartolo Oliverio protesta e
chiede di “cavare de prigionia ad dicto m.co thesidio altramente se
protesta che dicto sindico et universita de Santa Severina tanto di
quello ponna guadagnare in dicta sua poteca di speciaria quanto di
ogni altro danno spese et interesse et di giornate sue che ha patuto
pate et paterà per l’occasione preditta..”. Il rilascio immediato è
anche richiesto per il fatto che in città ci sono molti malati che
hanno bisogno delle medicine ma non possono averle perché la
spezieria è chiusa in quanto Tesidio Oliverio è in prigione. ( II,
11)
Costretto a pagare ed uscito di prigione, già il 25 ottobre 1570 il
Liveri protestava contro Gio. Antonio Tilesio, in quanto voleva
saldato un debito di ducati 75. Con tali denari il Liveri voleva
comprare “tutte le medicine et specierie” per la sua “potica”, dalla
vendita delle quali avrebbe ricavato ducati 100 ( II, f. 23).
In questi anni egli è al centro di alcune liti. Una lite ha per
oggetto alcune case situate in località Monte Fumero e confinanti
cone le case che erano appartenute ai De Dato. L’Oliverio le aveva
avute anni prima in cambio di un terreno da Johannes Nicolaus
Cyminus di Taverna, abitante in Caccuri. Sulle case però era aperta
una lite con i precedenti proprietari. ( II, 98v-99).
Una lunga lite, per questioni riguardanti l’eredità e soprattutto il
possesso della gabella di Santa Domenica, lo vede opposto ai coniugi
Jo. Bartolo Liveri e Lucretia de Dato e ad Jo. Antonio Liveri e
Laura de Dato. Poiché la lite si prolunga il 9 marzo 1574 le sorelle
Lucretia e Laura de Dato stipulano tra di loro un patto per far
fronte alle spese della lite, impegnandosi a dividersi equamente le
spese passate e future. (IV, 67r – 68v). La lite si prolungherà nel
tempo anche perché l’università di Santa Severina rivendicherà la
natura burgensatica e non feudale del territorio, esigendo dai
possessori le tasse (ASN, R. C. S. Segreteria, 1600-1601).
Morta la moglie Antonella di Dato, dalla unione con la quale erano
nate le due figlie Julia e Portia, si risposò con Diana, detta anche
Ana o Anna, Callea di Policastro.
Il 14 dicembre 1574 Tesidio Liveri afferma davanti al notaio che al
tempo in cui contrasse matrimonio con Diana o Anna Callea di
Policastro ebbe in parte delle doti promesse ducati 110. Volendo ora
cautelare la moglie ha deciso di obbligare “eius aromatoriam seu
speciariam.. cum omnibus garactolis, mortariis et stiglis in ea” (
V, 34).
Il 14 marzo 1575 Thesidio Liveri concede a censo perpetuo a Petro
Indara un mulino con acquedotto e terre contigue dell’estensione di
circa 13 tomolate, situato in località La Cersa presso il vallone di
La Ghane. L’Indara si obbliga a consegnare ogni anno 25 tomoli di
frumento “ ad mesuram magnam et franchi de molitura” con alcuni
patti e condizioni ( V, 94v – 95).
Il primo dicembre 1576 il Liveri chiamò il notaio Marcello Santoro e
fece testamento. Poco dopo morì e come da sue disposizioni fu
seppellito nella cappella del SS.mo Sacramento di cui era confrate “
senza pompa funerale eccecto che mi sepelliscano ad una hora di
notte con doi intorcie tantum et lo cappellano solo senza preite et
che poi a di si dica in dicta cappella la missa cantata con due
preite”. Il 3 dicembre su richiesta delle figlie ed eredi Julia e
Portia il testamento fu aperto. Seguì l’inventario dei beni
ereditati dalle due figlie, delle quali furono curatori Jo. Bartolo
e Domitiano Liveri.
Durante il corso della sua vita Theodisio, o Disiodo, aveva
accumulato numerosi beni. Egli aveva allargato la proprietà
immobiliare in parrocchia Santo Nicola dei Greci acquisendo una casa
confinante con la sua abitazione che era stata di Jo. Francesco
Trombatore; aveva esteso i possedimenti in località La Fontana con
una vigna che era stata di Addoardo Miniscalco, con due oliveti
appartenuti a Ferrante Condopoli ed ad Antonio Pancalli. Era
divenuto proprietario di alcuni vignali che erano stati di Jacopo
Casoppero e di una vigna di Joannello Novellisi ecc.
Lasciò quindi beni consistenti, sia feudali che burgensatici, che
comprendevano, oltre alla casa grande di abitazione , un magazzino,
una spezieria, un casalino in località la torretta, delle terre in
località Le Costeri dele Donne, una continenza di vigne a La Ghane,
una continenza di ulivi e vigne in località la Fontana, un vignale a
la Roccella, un mulino a Cafiri con “la pigliata dell’acqua e terre
contigue”, tre paia di buoi, numerosi tomoli di grano nel magazzino
davanti la chiesa di Santo Apostolo ed altro seminato nelle sue
gabelle. Nella spezieria furono trovati i seguenti oggetti: “In p.s
uno mortaro grande de metallo con lo suo pistone di ferro. Item doi
mortara piccoli di metallo con li loro pistoni. Una sciruppera di
piltro. Uno culaturo di piltro. Uno gotto di piltro. Uno fraschetto
di rame. Una tiella grande di rame sottile per la dispenza. Item
nella parte destra di detta cam.ra de specieria vi sono: Cento et
tre vormie parte piene di syruppi et snpliy et altre cose composte
et parte vacante declarandi le sup.te syrupi et sinpliy per li
deput.i. Item nella parte senistra vi sono vinti doi garraboni di
crita pinti con le vernie pieni di diversi ogli et parte vacanti.
Item venti doi altre vernie bianche et verde pieni et vacanti con
diversi unguenti. Item quaranta octo lancelle grandi et piccole
verde et gialle parte piene et parte vacanti con acque restillate et
ogli.
Item sopra la portella dela specieria vi sono: Vinti octo albari
bianchi et pinti pieni di conserve di diverse sorte et uno quatro
dela madonna S.ma et una lampa. Undici carrafe di peltro parte
vacanti et parte piene de suchi. Una statila mezana. Due miscole de
ferro et unaltra miscola de ferro.
Uno paro de belanse grandotte et unaltro paro di bilansille. Uno
paro di sayele et uno marchio di una libra. Item uno cascione grande
dentro lo quale sono le infr.e robbe: In p.s uno marzapano pieno di
diverse polvere cordiali, uno marzapano con uno poco di pipe.Unaltro
marzapano con collerelle,unaltro marzapano con zuccaro cundito et
violato et rasato. Uno marzapanetto con spica. Unaltro marzapano con
ascamanca.Unaltro marzapano vacante. Unaltro con agarico. Unaltro
con garofali cannella et altre coselle. Item sei libre di cascio in
canna. Unaltro marzapano con pinnoli et unaltro con manna. Uno
garattolo di argento vivo. Uno marzapano con censo et unaltro con le
sayole. Item nello istesso cascione sono l’infr.e robbe: In p.s uno
pezo grande di zuccaro grosso.
Uno marzapano pieno di bianchetto et uno pazo di gritta .Uno
marzapano di sena. Una crita con verderame. Quattro cannoli de
impiastro di decolore. Una carta con pipe et zafarana. Item in detta
specieria sono tre casciotti et sette marzapani parte vacanti et
pieni di radiche simenti et sinpliy. Una saletta di ligno. Uno crivo
di seta. Uno albaretto di piombo piccolo con musco dentro. Una segia
di ligno”. Tra le condizioni presenti nel testamento vi era : “Item
le dicte heredi non possano admover et cacciare alla p.ta Anna mia
moglie da la camara di dentro finchè non sarà satisfatta deli p.ti
docati cento ut s. datimi che cosi voglio et ordino quale camera e
sotto la spezieria”, si “deve dare a Laurentio Liveri di Cutro
docati sessanta quali son stati paghati per la procura delo m.co
Petro Fran.co Rotella, et si hanno di pagare sopra l’entrate di S.ta
Dom.ca” e, volendosi farsi monache le sue sorelle, esse devono avere
li alimenti.
Il 25 maggio 1577 Domitiano de Oliverio e Jo Bartolo de Oliverio in
qualità di curatori di Julia de Oliverio, figlia del fu Theodisio e
di Antonella de Dato, trattano il matrimonio per verba de futuro tra
Julia e Lutius Zurlus. La dote promessa è “ la meta integra dele
heredita paterna del detto qm Tesidio de Oliverio padre e della qm
dama Antonella de Dato matre et la meta di tutte loro robbe
hereditarie mobili stabili actioni ragioni crediti et nomi di
debitori animali argenti oro denari gioye grani …” Sono presenti e
testimoni le personalità più importanti della città tra i quali il
conte di Santa Severina Andrea Carrafa, il signore della città
Vespasiano Carrafa, il magnifico Camillo Longo ar. et m. d. , il
magnifico Jo. Vinc.o Scorò ar et m. d.i, il nobile Petro Antonio de
Sindico, il nobile Johannes Galluccio, il nobile Jo. Francesco
Marsica, il nobile Jo. Vincenzo Infosino, il Reverendo decano Fabio
Infosino, il tesoriere Caruso, l’arciprete Mercurio Gructeria, il
magnifico Grandisio Cimino U.J.D. ed altri. (VI, 247 sgg). L’undici
settembre 1578, ormai sposate le due figlie ed eredi di Theosidio de
Oliverio, Julia de Oliverio con Lucio Zurlo e Portia de Oliverio con
Joanne Loysio Infosino, il curatore Jo Bartolo de Oliverio cessò
l’incarico (VIII, 8) . Il 29 dicembre 1582 Jo. Bartolo Oliveri anche
a nome del fratello Jo Antonio Oliveri, marito di Laura de Dato, si
accorda con le sorelle Julia e Portia, figlie ed eredi di Antonella
de Dato. Essendo Jo. Bartolo in debito con le due sorelle in ducati
100 per l’integra soddisfazione dei beni materni ed essendo le due
sorelle in debito di ducati 100 con Anna Callea, seconda moglie del
padre Tesiodo, per la restituzione delle doti, convengono che Jo.
Bartolo Oliverio consegni ad Anna Callea i ducati 100 ( IX, 68 –
69).
Le malattie dell’arcivescovo Alfonso Pisano e del vescovo Filippo
Gesualdo
Alfonso Pisano, originario della terra di Morrone in diocesi di
Caserta, figlio di Berardino e di Prospera Santoro, sorella del
cardinale di Santa Severina, nel 1586 all’età di circa 34 anni
divenne arcivescovo di Santa Severina, arcidiocesi che resse fino
alla morte avvenuta nel 1623.
Non volendo recarsi a Roma, l’arcivescovo motivò la sua assenza con
un certificato compilato da Fabritio Garzia e Gio. Alfonso Roggiero,
entrambi con la qualifica di “Artium et Medicinae Doctor”. Il
certificato attesta lo stato di salute del prelato che gli impedisce
il viaggio a Roma in occasione della presentazione della visita ad
limina. Stesso discorso vale per il vescovo di Cerenzia e Cariati
Filippo Gesualdo. La presenza nel caso del Pisano dei due medici non
Santaseverinesi Fabritio Garzia e Gio. Alfonso Roggiero ed in quello
del Gesualdo del medico Flaminio Paramato di Rossano dimostrano la
presenza nella regione di medici di fama, particolarmente richiesti
dai nobili e dagli eccelsiastici. I due documenti evidenziano le
malattie che colpivano la classe agiata causate da una alimentazione
ricca di carne suina e selvatica e le epidemie del periodo invernale.
Allora il titolo “Artium et Medicinae Doctor” non era stato ancora
sostituito con quello di “Doctor physicus”.
“Monsig.r Ill.mo Arcivescovo di S.ta S.na se ritrova molto oppresso
d’alcune intemperie nelle parti del suo corpo, et particolarmente
nel cerebro, quale essendo di temperamento più del naturale freddo
et humido continuamente destilla humori freddi et humidi nelle parti
inferiori et nella gola et parti simili, nelle quali per il detto
continuo flusso et intemperie cudotta di giorno in giorno in si gran
copia di flato. Perilche per evitare che non s’incorra in alcun male
pericoloso come dolor cholico et altri simili per noi sub scritti
medici non si manca al spesso applicarvisi novi et convenevoli
rimedi con consigliarci il bon reggimento di vita et che non si
faccia moto eccessivo ne anco viaggio lungo per non incorrere in
augmento di dette intemperantie et per consequentia in pericolo di
sua vita, quod Deus avertat. Il che essendo vero in segno di maggior
certezza se n’è fatta la p.nte scritta et firmata di n.ra p.pria
mano. In S.ta S.na il di 30 di 9bre 1606.
Fabritio Garzia Ar. et m. D.r.
Gio. Alfonso Roggiero Ar. et m. D.r.”
“Fateor ego Flaminius Paramatus Philosophiae ac Ar. et Med. Doctor
Civ.tis Rossani, et degens in Civ.te Cariathi Rev.um Ep.um
Cariatensem fr.em Philippum Gesualdum continue affligi, et vexari à
capitis distillatione, ac nimia jecoris inflammatione, nec non
chyragrios et podagrios pati dolores ac mensibus proxime praeteritis
maximam gutturis inflammationem cum magno eius vitae periculo passum
fuisse nec ad perfectam sanitatem adhuc reduce posse, cum simper de
novo fluxio superveniat, et oportunis adhibitis remedies propter
patientium partium imbecillitatem ex longo tempore introductam non
posse usq. Adhuc ad sanitatem pervenire, et ob id assiduis
medicinalibus indigere remedies idcirco ad praesens ex his
affectibus et passionibus longe equitare absq. evidente eius vitae
discrimine non posse et in fidem hanc mea prop.a manu subscripsi.
Datum in Civ.te Cariathi Die secundo mensis junii 1616. Ego
Flaminius Paramatus ar. et med. Doctor me subscripsi manu pp.a.
Il Dottor Fisico Francesco Antonio de Sindico
Francesco Antonio de Sindico apparteneva ad una nobile famiglia
di Santa Severina. Tra i suoi antenati troviamo Antonio de Sindico
che nel 1447 da rettore della chiesa parrocchiale di San Nicola di
Mesoraca è nominato parroco di Santa Maria Magna di Santa Severina.
Poco dopo nel 1452 è decano, la carica maggiore della chiesa
metropolitana dopo quella di arcivescovo.
Nel febbraio 1466 Francesco De Sindico è giudice. La famiglia De
Sindico aveva il giuspatronato della cappella intitolata a Santo
Francesco d’Assisi dentro la cattedrale. Petrutius de Sindico è
arcidiacono (1545 – 1559); anche Giuseppe de Sindico sarà
arcidiacono ( 1649 – 1666).
Alla metà del Cinquecento “messer Girolamo de Sindico” possiede una
casa ed abita alli Casilini vecchi sotto la Scalilla in parrocchia
di Sant’Angelo ( 1548 – 1550). In seguito la casa passò a Pietro
Antonio de Sindico, proprietario di un oliveto in località “La Cona”,
di alcune vigne alle Serre e di un mulino alli Cati ( 1576 – 1582).
Petro Antonio del Sindico, fu più volte sindaco dei nobili, nel 1564
si iscrive alla confraternita del SS.mo Sacramento, alla quale poi
fece parte anche Girolamo del Sindico (1587).
Durante l’annata 1571/1572 Joannes Vincentius delo Sindico è sindaco
dei nobili e nel 1572 sposò Beatrice Longobucco di Umbriatico. (
III, 32,82, 125).
In una pergamena conservata nell’archivio arcivescovile di Santa
Severina ( P. 108), che riguarda un contratto stipulato il 5 agosto
1615 presso il notaio Joannes Dominicus Pancalli avente per oggetto
il pagamento di decime degli “agnelli, capretti, caso et ricotte”
alla mensa dell’arcivescovo Alfonso Pisani da parte dell’erario di
Mesoraca, tra coloro che intervengono troviamo: “Ego Franciscus
Antonius de Sindico D.r phys.us interfui”. Ritroviamo il dottore
fisico anche in molte pergamene ed atti successivi.
Il 19 settembre 1615 il “Doctor fisicus Antonius de Sindico
Sindicorum nobilium Civitatis et Johannes Maria de Bona sindicus
popularis seu honoratorum” affermano che essendo stato debitore
verso l’università Cola Zurlo, compratore del “quinterno delli
fiscali dell’anno 1614”, è stato necessario confiscargli la gabella
Fisa di Volo e venderla all’incanto.
Il 17 luglio 1619 Petro Agusto che ha in affitto il mulino del
dottor fisico Francesco Antonio del Sindico protesta perché gli sono
stati rubati due sacchi di grano, un’ascia ed un bue ( 3D, fasc. 1).
Il 24 ottobre 1621 il dottor fisico Francesco Antonio del Sindico
interviene nella lite tra il conservatore dei grani Lupo Antonio
d’Ambrosio della terra di Cutro e il napoletano Giulio Cesare Pisani.
Egli è eletto dalle due parti come razionale per verificare i conti
e trovare un accordo tra le due parti, stabilendo la quantità di
grano che deve consegnare il D’Ambrosio al Pisani. (3D, fasc.2)
Il 3 giugno 1623 il dottor fisico Francesco Antonio del Sindico
chiede al vicario generale che sia emanata “monitione” di scomunica
contro chi gli ha ammazzato due “vacche figliate” del valore di
circa trenta ducati che pascolavano nella gabella della Roccella (
3D fasc. 1).
Il 25 luglio 1612 su richiesta dei fratelli Bartolomeo e Gio.
Bernardino Martini e dei fratelli il dottor fisico Francesco Antonio
e il clerico Tommaso de Sindico, essendo morta il 25 maggio 1612
Margarita de Sindico, vedova di Gio. Francesco Rales, zia materna
dei De Martino e sorella per padre dei De Sindico, è aperto il
testamento. Tra i vari capitoli vi era che “Item dechiara dovere di
dare al R.do Capitolo docati cento di capitale a raggione di otto
percento che li pigliò per pagar lo debito di detto fran.co ant.o et
vole che li habbiano di pagare dal detto fran.co antonio”.
Per circa venti anni il dottore fisico versò ogni anno i ducati otto.
Il 25 giugno 1638 il dottore fisico si recò nella curia
arcivescovile ed affermò che gli era giunta notizia che su istanza
del capitolo era stato emanato un editto di censura di scomunica
contro coloro che entro il termine di sei giorni non avessero
assolto i loro debiti col capitolo e tra questi vi era anche il suo
nome.
Dai documenti esibiti nel processo si viene a sapere che il 30
maggio 1635 Francesco Antonio de Sindico aveva concesso un prestito
a Bunella de Sindico, al figlio di costei Bartolomeo Martini marito
di Paula. I cento ducati servirono a Bunella e Paula per liberare
Bartolomeo, il quale era carcerato nella terra di Cropani per debiti.
Per “la stagione caldissima” il Bartolomeo “stava con manifesto
pericolo d’infirmare et ivi perder la vita” e perciò “pregarono e
fecero pregare il detto D.r Francesco Antonio fratello di padre di
detta Bunella che pagò ducati cento”. In cambio dei cento ducati i
debitori si obbligarono a pagare annualmente il censo al Capitolo.
Di Del Sindico riportiamo due certificati medici rilasciati
all’arcivescovo Alfonso Pisano:
“Plenam fidem facio ego Franciscus Antonius de Sindico Doctor phys.s
inicuiq. Praesentes spectaverint, vel quovismodo praesentatae
fuerint, qualiter admodum Ill.mus, ac R.mus Dominus Alfonsus Pisanus,
huius Civitatis Sanctae Severinae Archiepiscopus, adeo adversa
valetudine detinetur, itaq. Ventriculi, ac partium naturalium
inflatione affligitur, et pituitae copia à capite ad subiectas
partes delabente obsidetur, ut nè dum illar. Partium sit orta
intemperies, sed multa etiam sint subsequuta symptomata, ut
propterea nequaquam, absq. Evidenti vitae discrimine, in hac
praesentim hyemali constitutione, se itineri accingere, ac ad Urbem
conferre valeat, idq. Totum in animam affirmo et in fidem p.ntes
scripti, et subscripsi manu propria. Datum Sanctae Severinae die XX
mensis Novembris 1615. Ego Franciscus Antonius de Sindico, D.r
phys.s manu prop.a”
“Ill.us admodum, ac R.mus Dominus D. Alfonsus, huius Civitatis
Sanctae Severinae Archiepiscopus, ita ventriculi debilitate cum
dolore crebro laborare consuevit, prout etiam in presentiarum
affligitur, ut minime possit absq. evidenti vitae discrimine, ne dum
ad Urbem se conferre, sed / his accedente senili, aetate, in qua
reperitur/ né equum quidem con scendere, magnisq. motionibus
defatigari; idq. verissimum esse in animam affirmo et in fidem p.nti
scripti, et subscripsi manu propria. Datum Sactae Severinae Die 24
Novembris 1618. Ego Franciscus Antonius de Sindico Ar. et M.D. fidem
facio ut sup.a manu prop.a.”
La spezieria di Prospero Pistoia nel Campo
La spezieria, che era situata nella piazza in parrocchia di
Santo Nicola dei Greci, successivamente si spostò nel Campo. La
proprietà della bottega divenne l’oratorio di Santo Lorenzo, situato
dentro la chiesa di Santa Maria della Grazia, della famiglia
d’Infosino d’Alto.
La spezieria infatti ricompare nell’inventario presentato nel 1630
all’arcivescovo Fausto Caffarello dal presbitero Gio. Battista
Oliverio, rettore fin dal gennaio 1615 dell’oratorio di Santo
Lorenzo e della chiesa Santa Maria della Grazia nel luogo detto La
Piazza. L’Oliverio era seguito a Scipione Burlarias, morto
nell’ottobre 1614. Tra i possessi dell’oratorio troviamo: “Una
potega nel canpo quale si affitta a Prospero Pistoia docati tre che
ci tiene la spezeria. Un camerino di sopra dalla quale quando
s’affitta se ne puo havere carlini diece. Unaltra potega acanto di
detta spetieria quale adesso tiene Monsig.r Ill.mo” ( 4Dfasc. 4).
Nei “Memoriali di scomunica” in data 2 settembre 1624 vi è una
supplica rivolta da Prospero Pistoia al Vicario generale
dell’arcivescovo. Con tale atto il Pistoia chiedeva che fossero
emanate “monitioni di scomunica” contro coloro che gli avevano
“fraudato grano nella massaria tanto nel seminare quanto nella
raccolta”, contro chi gli aveva ucciso una “scrofa pregna”,
danneggiato l’oliveto e “rubbatoli qualsivoglia sorta di spetiarie”
( 3D, fasc.1)
Da altri documenti sappiamo che il Pystoia, arrivato in città da
Rocca Bernarda, aveva affittato la bottega dell’oratorio al tempo in
cui era rettore il Burlarias e la aveva lasciata al tempo
dell’Oliverio, col quale ebbe una aspra lite, come risulta da un
esposto presentato nella curia arcivescovile il 14 febbraio 1633.
Allora il Pystoia chiese che l’Oliverio fosse scomunicato in quanto
si era impossessato con la forza della speziaria. Tra coloro che
furono citati a comparire nella curia per dirimere la questione ci
fu anche il D. Fisicus Fran.cus Ant.s del Sindico. (11D fasc. 6).
“Nella R.ma Arciv. Corte di questa Città di S. Sev.na reverentem.te
expone Prospero Pystoia spetiale di d(ett)a Città e dice qualm(en)te
molti anni sono essendo venuto dalla terra della Rocca Bernarda con
la sua spetiaria ad habitar in questa Città portò seco certi stigli
a lui bisognanti con le scantie et il cascione et havendosi locata
dal q.m D. Scipione Burdarias la bottega di S. Lorenzo sita nella
piazza del Campo per annuo piggione di carlini venti, vi pose
d(ett)i stigli e per maggior sua commodità vi fece a sue spese
un’intempiatura un riposto et una gelosia nella porta, non
computando cos’alcuna di queste à detta piggione conforme per
revelatione appare, havendo annuatim sodisfatto il d(ett)o q.m D.
Scipione, così come d(ett)to sodisfatt(o)re ha seguito à D. Gio.
Batt.a Oliverio successore in d(ett)to loco del che p(rese)nto
polissa suo tempore e perche più mesi sono essendosi voluto partire
da d(ett)ta habitatione conforme si partì volendo seco portar
d(ett)ti stigli da D. Gio. Batt.a …. violentemente s’ha pigliato la
chiave di… da mani di Vespesiano Barbaro suo genero … dire ch’ogni
cosa era sua et il d(et)to esponente non poter provar le sue
rag(gio)ni espose mem(oria)le à d(ett)a R.ma Corte, che li spedisse
sent(en)za fulminatoria di scom(uni)ca, e sopra ciò son state
presentate più revelationi à d(ett)ta R.ma Corte…”
L’oratorio continuerà a mantenere la proprietà della bottega anche
successivamente. Nella platea compilata nel luglio 1663 troviamo che
l’oratorio possiede “nel Campo una casa colla bottega di sotto et a
canto uno magazeno scoverto. In q.o magazeno s’è fatto l’oratorio
della congregatione per ordine di mons. Falabello Arciv.o si pagano
al beneficio cinque carlini” ( 5Dfasc. 7).
Lo stesso è nella platea del 1689 : “ Nel Campo una casa con la
bottega di sotto, dalla quale camera di sopra quando s’affittava se
ne poteva havere carlini dieci e dalla bottegha di sotto à tempo che
s’affittava à Prospero Pistoia se ne havevano carlini trenta” (
45A).
Alla metà del Seicento come si legge nell’Apprezzo della Città e
stato di S. Severina compilato nell’anno 1653 dal tavolario Onofrio
Tango con l’intervento del consigliere Gennaro Pinto con lo
spopolamento e la decadenza economica della città una ristretta
aristocrazia sbarrava il sedile ai dottori, ai mastri ed ai piccoli
proprietari e quindi impediva a loro di poter accedere agli uffici
pubblici più importanti. Pertanto gli appartenenti a questo ceto,
per non pregiudicarsi in futuro una possibile ascesa sociale
nobiliare, disdegnavano le cariche riservate al popolo. Infatti
“oltre delli nobili sono altri quali non ricevono officii nobili ne
del popolo che questi saranno da 30 persone che sono dui dottori di
legge uno fisico uno chirurgico uno tentore e uno mastro di scola”.
Il Medico chirurgo Francesco Antonio Ferrari
Francesco Antonio Ferrari discendeva da una antica famiglia
nobile di Santa Severina. Già nel 1507 troviamo il sindaco Diamante
Ferraro. Nel 1559 Donno Jo. Petro Ferrari è cappellano dell’altare
della Presentazione della Beata Vergine Maria e dell’oratorio di
Santo Silvestro, entrambi nella chiesa cattedrale, e dell’oratorio
di Santa Croce nella chiesa parrocchiale di Santa Maria la Magna.
Nel marzo 1620 i fratelli dottor Francesco, Antonio, Alessandro e
Placido Ferrari possiedono un oliveto in località le Puzelle. Nel
1624 D. Francesco Antonio Ferraro UJD è economo della mensa
arcivescovile. Nell’agosto 1625 D. Francesco Ferraro possiede la
gabella di Pacciarello. In quell’anno il canonico Dottor Francesco
Antonio Ferraro assieme a suoi fratelli, il clerico Dottor
Alessandro e Placido Ferraro, chiede all’arcivescovo di poter
fondare l’oratorio di Tutti i Santi annesso a Santo Mattia nella
chiesa arcivescovile esuadendo la volontà del padre Thomaso Ferraro.
Francesco Antonio Ferrari di nobile famiglia sposò Laura Pancalli.
Il 24 giugno 1663 una loro figlia Marcella Ferrari fu unita in
matrimonio dal parroco di Santa Maria Magna D. Gennaro Arena con il
chierico Francesco Miglio di Caccuri. Tra i presenti al matrimonio
figurano il dottor fisico Gio. Battista Capucci, operante a Crotone,
e Gio Francesco e Bernardo Sculco.
Il 22 maggio 1660 in Santa Severina chiamato a testimoniare nella
curia arcivescovile dal mastro di fiera di Santa Anastasia, il
primicerio della cattedrale D. Francesco Carpentierio, il “medicus
chirurgus” di circa 57 anni Francesco Antonio Ferrari di Santa
Severina così descrive le ferite riscontrate in Margarita Pingituri:
“S.re questa mattina li 22 del corrente mese di maggio sabato venne
a chiamar detto testimone come medico chirurgo per medicar a
Margarita Pinto nella Grecia, ch’era stata ferita dentro sua casa da
Francesco Ant.o Gaudio als Ingioè di d.a città et essendo andato
esso test.o per chiamata d’Antonino Meliote in d.a casa di Margarita
Pinto, quella vidde piena di sangue, et havendola riconosciuta nelle
ferite, ch’erano state fatte, ritrovò che nella testa di quella
dalla parte destra vi è una ferita grande coperta di veni alterii et
offentione d’osso, che e penetrante e pericolosa e pare sia fatta
con taglio a botta di gaccia et anco una contusione fattali con
scopetta seu canna d’essa nella spalla seu musculo della parte
destra con pericolo di morte però medicando appresso si farà
megliora Rat.ne”.
Attestato di malattia per il Sig. Michele Faraldi
Il dottor fisico Gioseppe di Rosa, originario di Catanzaro ma
abitante a Santa Severina, nel novembre 1691 sposò Elisabetta de
Peris di Santa Severina. Il 12 novembre 1691, prima di stipulare i
capitoli matrimoniali, fa una donazione in favore della zia materna
Beatrice Curcio, vedova del dottore fisico di Catanzaro Fortunato
Caraffa ( 1691, 79 – 81).
Il 18 luglio 1694 in Santa Severina per atto del notaio Vito Antonio
Ceraldi il mag.co D.r fisico Gioseppe di Rosa originario della città
di Catanzaro, ma abitante in Santa Severina “cum domo et familia”,
attesta con giuramento davanti al notaio ed a testimoni che “haggiò
ritrovato il Mag.co MichelAngilo Faraldi di questa predetta Città
attualmente in letto giacente, et infermo di una terzana, et altre
indispositioni corporali per le quali non può mettersi in viaggio
senza evidente pericolo della di lui vita e sopra tutto in questi
giorni caniculari” ( ff. 15v- 16r).
Il dottore fisico Domenico Venturo
Il D.r fisico Domenico Venturo il 2 giugno 1685 sottoscrive
l’atto di consegna della bandiera di Santa Anastasia, effettuata dal
il primicerio D. Pietro Tigani al canonico Bernardo Severino, mastro
di cerimonie e mastro di fiera di Santa Anastasia. Alla fine del
Seicento il dottore fisico si trasferì a Crotone dove abitò in
parrocchia di Santa Margherita (“Casa di Dom.co Venturi sita in
parocchia di S. Mar.ta fu della q.m D. Isabella Pastore per legato
poi concessa per rescritto Ap.co sotto il dì 12 9mbre dell’anno 1695
dalla Sac. Cong.ne sopra il Conc. Trid. a Tomaso Capicchiano… poi
per morte di d.o Tomaso concessa… al sud.o Dom.co Venturi sotto il
di 20 gennaro dell’anno 1696”, 1699, 82v). Il 31 dicembre 1701 il Dr
fisico Domenico Venturi, abitante a Crotone, è inserito nella vita
economica. Egli compare in un atto del notaio crotonese Annibale
Varano dove afferma di essere stato il mese prima incaricato dal
clerico e mercante di formaggio Nicolò Burghese di Cutro per
verificare i conti e stabilire i debiti che questi aveva con il
clerico Vittorio Terranova. Il Venturi convocò i due litiganti nella
sua casa ed in loro presenza verificò ad una ad una tutte le partite
del conto.
Un Chirurgo ed un Barbiere
Il 30 maggio 1724 in Santa Severina in presenza del mastro di
fiera di Santa Anastasia , il canonico Tomaso Manfredi, il chirurgo
Gio. Matteo Maltese di Santa Severina di circa 50 anni d’età, ed il
mastro Agostino Cappa, “ barbiero e prattico in Chirorgia” di circa
26 anni, interrogati sulla natura delle ferite che mostrava Leonardo
Lazzaro di Policastro, così entrambi deposero: “ Sig.re Dom.ca
passata 28 corrente maggio per ordine di V. S. havendo osservato al
d.o Leonardo Lazzaro, viddi che il medemo tenea una ferita nelle
occhio destro fra il ciglio, e la palpebra con effusione di sangue,
e rottura di carne ed altre lividure nelli spalle, e braccio destro,
e per quanto, e parso à mio giuditio e stata fatta d.a ferita da
istrumento contundente come sia bastone pietra ò altro simile, senza
pericolo di vita reserbandomi però li giorni tritici, e questo e
quanto io posso deponere”.
La spezieria dei Capozza
Nel catasto onciario del 1743 troviamo che lo speziale di
medicina Domenico Antonio Capozza, privilegiato di anni 30 e sposato
con Anastasia Maltese di anni 35 abitava in casa propria con i figli
Elisabetta e Gennaro nel luogo detto Pizzoleo.Il Capozza esercitava
la sua arte nella sua bottega con lavoratorio ad uso di speziaria
nel luogo detto il Campo ed in un’altra bottega contigua alla
speziaria ( 1743, f. 25). Sempre nello stesso catasto troviamo
Michele Capozza professore in chirurgia di anni 44, che è coniugato
con Prudenza Terranova di anni 35 ed abita in casa propria sita in
parrocchia di Santo Nicola ( 1743, f. 74v). Nel Catasto del 1785
troviamo il “mag.co Giacinto Capozza chirurgo” ( f. 15) ed il “D.r
D. Greg.o Torchia nobile vivente”

