[Nelle terre del Marchesato]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 2-3/1999)
La morte del capitano
La sera del 29 agosto 1677, “ad hori vinti una incirca”, il
capitano a guerra di Cirò, Francesco Renda, è ferito gravemente da
Cosmo Puymuer, capitano del battaglione a piedi del ripartimento
della città. Il Renda, trafitto da più stoccate, si trascina fin sui
gradini della chiesa matrice di Santa Maria de Plateis, poi
stramazza in un bagno di sangue. Richiamato dalle grida e dal
frastuono che si levano dalla piazza, accorre il governatore della
città Don Michelangelo Pirelli che, visto il capitano a guerra
disteso a terra “con grandissimo spargimento di sangue che l’usciva
di sua persona”, chiese agli astanti informazioni sull’autore e
sulla modalità del delitto.
Il feritore frattanto, lasciato il luogo del misfatto, era penetrato
nella matrice. Agitando e volteggiando con violenza la spada
sguainata, inseguiva urlando il reverendo Don Girolamo Errigo, nel
tentativo di colpirlo mortalmente. Il sacerdote infatti era stato
testimone del fatto tragico ed era intervenuto a favore del capitano
a guerra, scagliando più “petrati” contro l’assalitore, nel
tentativo di distoglierlo dal commettere il delitto. Mentre l’Errigo
riusciva a fuggire ed a porsi in salvo dentro il palazzo del vescovo
di Umbriatico , Agostino de Angelis, l’inseguitore, impedito ed
ormai braccato da presso da una folla minacciosa ed anelante la
vendetta sommaria, trovò ultimo e precario rifugio in un catoggio
dello stesso palazzo. Invano il governatore cercò di persuaderlo ad
arrendersi ed a gettare la spada, invano egli si rivolse alla folla
implorando i presenti che “per l’amor di Dio non l’havessero fatto
insolensa alcuna et che non li sparassero perché stava ormai in mano
della Corte”. L’aiutante del capitano a guerra non gli diede
ascolto; incitato dalla folla, sparò al Puymuer e lo uccise. (ANC.
333, 1677, 30 -31).
La vendita di Adrunà
Il 22 febbraio 1682 nella città di Zante, per atto del “civis et
notarius Venetus” Julius Ziblettus in presenza di testimoni, il
signor Santhi Planitero consegna un suo schiavo di nome Adrunà, moro
negro di circa venti anni, al patrone Costantin Michelizzi, nativo
di Cefalonia ed abitante a Zante. Il Planitero, affidando lo schiavo
al Michelizzi, dà a quest’ultimo la facoltà di venderlo a Messina o
in altro luogo al miglior prezzo possibile, “rimettendosi alla di
lui coscienza”. In acconto ed a cauzione del futuro affare il
Planitero ottiene dal Michelizzi la somma di 50 reali ed altri 6
reali per cambio marittimo, “a risico e pericolo sopra il corpo
della barca”, con dichiarazione espressa che , morendo lo schiavo
prima della sua vendita (“che il Signor nostro Iddio non voglia”),
in tal caso il signor Planitero sia obbligato alla restituzione
dell’intero denaro avuto in anticipo. A sua volta il Michelizzi si
impegna al suo ritorno a Zante a dare conto al signor Planitero,
tanto del prezzo ricavato dalla vendita, quanto delle spese
sostenute per la custodia, mantenimento e collocamento del moro
negro e , fatti i calcoli, gli darà il rimanente. Il Michelizzi
,preso in consegna lo schiavo, prima di lasciare l’isola lo munisce
di una patente di salute, che è rilasciata in Zante il 3 marzo dello
stesso anno. In essa è certificato che la città di partenza, cioè
Zante, è “tutta sana et libera d’ogni sospetto e di mal contagioso”
e tale è anche la merce cioè “Adrunà turci moro passeggero con le
sue robbe d’uso con barca di ventura per il viaggio di Messina. Però
ove venisse a capitare ne stati e regni di Sua Maestà se gli potrà
dare libera e sicura prattica”. Lasciata Zante con il suo brigantino
“La SS.ma Trinità”, il Michelizzi, dopo aver compiuto alcuni scali,
collocando parte della merce, attracca alla fine di aprile al porto
di Crotone. Qui getta l’ancora e cerca di piazzare lo schiavo. Dopo
vari tentativi e trattative si raggiunge un accordo. Per renderlo
legale, il primo maggio il notaio Antonio Varano si reca nel
castello di Crotone dove è redatto l’atto di vendita. Lo schiavo o
moro negro detto Adrunà è venduto per il prezzo di 72 ducati di
moneta corrente del regno al castellano del regio castello di
Crotone, l’Almirante Domingo Rodrigues. Così come il denaro sborsato
ed intascato cambia di padrone, anche Adrunà ne segue la sorte. Lo
schiavo diventa dominio e possessione dell’Almirante e dei suoi
eredi, i quali potranno “quello havere, tenere, possedere, vendere
et alienare et farne come cosa propria”.
(ANC. 335, 1682, 40 - 43)
Confessione in bianco
Al calar della sera del 28 novembre 1710 numerosi abitanti di
Cirò, più di una ventina, che si trovavano in piazza, furono
all’improvviso circondati e catturati da un folto contingente di
soldati di campagna della Regia Audienza di Lecce. Per ordine
dell’auditore e del fiscale del tribunale di quella città furono
imprigionati e rinchiusi dentro il palazzo del vescovo di
Umbriatico, palazzo scelto anche dai due funzionari regi come loro
temporanea residenza per condurre l’operazione. I prigionieri, dopo
essere stati rinchiusi in tale luogo per tutto il giorno e la notte
seguente, la mattina successiva con le mani strettamente legate, e
tutti assieme uniti per la cintura, furono istradati a piedi alla
volta della città di Crotone. Dopo aver camminato in tale triste
condizione tutto il giorno, al tramonto finalmente giunsero alla
torre di Fasana presso la foce del Neto. Qui passarono la notte,
soffrendo tuttavia molti patimenti. Il giorno seguente, 30 novembre,
sempre tutti uniti assieme, raggiunsero Crotone. Giunti in città,
con le mani ed i piedi legati furono gettati in prigione, dove
furono sottoposti a molti maltrattamenti. In tale stato rimasero
fino al 3 dicembre. Durante tale periodo di detenzione furono fatti
torturare per due volte “con funicelle alli polsi, e battiture alle
carni” per ordine dei due funzionari regi. Non potendo più resistere
a tanti “patimenti e stratii”, dovettero sottostare alla violenza e
contro la loro volontà furono costretti a sottoscrivere certe
deposizioni, che non rispecchiavano per niente la verità. Anzi essi
non furono nemmeno informati su ciò che avrebbero sottoscritto.
Firmarono non perché le dichiarazioni che erano scritte fossero
vere, ma per sfuggire ai tormenti. Prima di essere liberati essi
furono condotti, uno alla volta, in presenza dell’Auditore e del
fiscale della Regia Audienza, che erano coadiuvati da uno scrivano.
Dopo aver declinato il loro nome, cognome, patria, ed età, ad uno ad
uno furono costretti a segnare una croce su un foglio di carta
bianco. Essi non presero quindi conoscenza di ciò che fu poi scritto
su tale foglio, in quanto al momento della firma non conteneva
nulla. A prova di ciò valga la testimonianza di due loro compagni.
Sebastiano Campise e Giacomo Bitetta sanno leggere e scrivere.
Nemmeno loro hanno sottoscritto qualcosa. Essi dovettero subire lo
stesso trattamento e come gli altri fare una croce su una carta
completamente bianca. (ANC. 497, 1710, 137 -138)
Il demonio all’opera
Nella notte del 9 luglio 1710 Francesco Marzano ed Ignazio di
Mauro si riuniscono nella sala della casa della Regia Corte della
città di Crotone. Dopo aver avuto una lunga ed animata
“conversazione” con altri giovani amici, alle tre di notte stanno
per lasciare il luogo per andarsene ognuno a dormire nella propria
abitazione. Sulla porta della casa, “istigati dalla chiacchiara
passata”, con l’archebayetti in mano si fanno segno di volersi
uccidere, ma però per burla e con i cani degli detti archebayetti
nelle pose sicure e ferme. Portò il demonio e l’archebayetto di
Ignazio di Mauro, nonostante fosse nella posa ferma e sicura, tirato
fece fuoco e sparò. Le palle di piombo raggiunsero e ferirono
Francesco Marzano nella parte destra sotto il petto. Il ferito stimò
che il fatto era avvenuto casualmente e per opera del demonio e non
volontariamente; Francesco ed Ignazio infatti erano amici
strettissimi e compari. Per tale motivo anche se Ignazio fosse stato
colpevole, Francesco per l’amore di Dio lo perdonò e lo discolpò per
il colpo ricevuto, non ritenendolo responsabile, di quanto era
avvenuto per caso. Egli non lo querelò presso la Regia Corte di
Crotone, ne ha intenzione di farlo. Anzi vuole che al medesimo, per
tale fatto, non se li dia veruna molestia. (ANC . 611, 1710)
Il vino miracoloso
I sindaci della città sono ai ferri corti. Il sindaco del popolo
Francesco Galasso Spina protesta presso i superiori per il
malgoverno del sindaco dei nobili Cesare Suriano, il quale
pubblicamente si impegna ad operare in un modo e poi nascostamente
agisce in un altro. Con la sua cattiva amministrazione grava
l’università di molte spese e crea turbamento, malumore e danni ai
cittadini. All’inizio di settembre 1711 molti di essi infatti si
recano dal sindaco del popolo a lamentarsi perché il vino che si
vende in città è guasto. Il sindaco del popolo, spinto dalle
continue proteste, decide infine di intervenire. La mattina del 9
settembre all’improvviso si reca in piazza e precisamente sotto le
case del signor Mutio Manfredi, dove in un magazzino c’è l’osteria
del vinaro Vitaliano Zanchi. Fattosi porgere un bicchiere del vino,
che si stava mescendo, lo trovò guasto e perciò ne proibì subito la
vendita. Ordinò quindi ai fornitori di vino ed al vinaro che, se
volevano continuare la loro attività, dovevano trovarne del buono.
Costoro fecero orecchie da mercante e continuarono a mettere in
commercio il vino guasto. Allora il sindaco del popolo ordinò di
carcerare il vinaro ma questi, avvisato in tempo, riuscì a
nascondersi ed assieme ai fornitori si recò dal sindaco dei nobili,
per averne la protezione. Il Suriano prese al volo l’occasione per
vendicarsi e mettere in cattiva luce pubblicamente l’operato del
rivale. Fatto aprire il magazzino, vi fece portare di nascosto del
vino buono. Poi, radunati molti testimoni, si recò sicuro di sè nel
magazzino in piazza. Qui giunto, ordinò al vinaro Zanchi di prendere
il vaso pieno di vino, vino che lui stesso aveva fatto portare, e lo
fece assaggiare gratuitamente a tutti i bevitori presenti. Questi ne
lodarono l’ottima qualità. Da molto tempo mai vino migliore era
stato bevuto pubblicamente in città. Preso atto di ciò, il sindaco
dei nobili abolì subito l’ordine che ne vietava la vendita ed invitò
il vinaro a continuare nel suo lavoro, anche se nuovamente il
sindaco del popolo glielo avesse proibito, perchè la grassa della
città apparteneva a lui e non al sindaco del popolo. Venuto a
conoscenza dei fatti, il sindaco del popolo cercò subito di
rivalersi e di portare alla luce la truffa. Assieme al regio giudice
a contratto ed a altri testimoni si recò nel magazzino del vino ma,
giuntovi, inaspettatamente lo trovò chiuso. Chiesto il motivo, gli
fu risposto da alcuni parenti dei fornitori che il vino era finito.
Certo che si trattava di una falsità e che la chiusura era stata
invece motivata per impedirgli di mostrare che il vino che si
vendeva era effettivamente guasto, al sindaco del popolo non rimase
che protestare. L’atteggiamento irresponsabile del sindaco dei
nobili non solo avrebbe recato ulteriori inconvenienti e malumori ai
cittadini per il commercio clandestino di vino guasto ma la mancanza
del vino pubblico, avrebbe aumentato il suo prezzo.
(ANC. 611, 1711, 77- 79)
Uno schiavo di nome Giuseppe
Il patrone Donato Cafiero del Piano di Sorrento compera a
Piombino uno schiavo “color olivastro, statura giusta, capello nero
e riccio lungo” di circa venti anni di età e battezzato con il nome
di Giuseppe. Poiché intende venderlo, lo consegna al fratello
Gabriele, il quale, giunto al porto di Crotone con la sua tartana,
sparge la voce per piazzare la merce. Si fa avanti Salvatore Messina
del luogo che, prima di acquistarlo, vuole provarlo. Perciò fattosi
consegnare lo schiavo ed avutolo in suo dominio, il Messina se lo
portò a casa e gli ordinò di eseguire molti servizi. Messo alla
prova, lo schiavo si dimostrò lesto e all’altezza di ogni
situazione, dando al futuro padrone intera soddisfazione e
piacimento. Contrattata e decisa la vendita, l’11 aprile 1717 venne
steso presso il notaio Pelio Tirioli il contratto. Il Messina si
obbligò a pagare tutto in una volta al patrone Gabriele il prezzo
dello schiavo, valutato in 60 ducati, volle però cautelarsi da
possibili truffe. Si impegnò quindi a fare il versamento della somma
solo alla fine del mese di agosto. Prima richiese che il venditore,
una volta ritornato al suo paese, gli mandasse tutte le scritture e
gli atti comprovanti che effettivamente Giuseppe era uno schiavo e
che era stato acquistato a Piombino. Poi impegnò il venditore a
riportargli lo schiavo, se per qualsiasi motivo quest’ultimo gli
fosse fuggito e fosse ritornato al suo vecchio padrone. Non era raro
infatti il caso che servo e padrone si accordassero ed una volta
avvenuta la vendita, il primo alla prima occasione se ne fuggiva per
ritornare dal vecchio padrone a spartirsi gli utili.
(ANC. 659, 1717, 56 -57)
I raccoglitori di radica di regolizia
Domenico Vecchio ed il socio Giovanni Antonio Mauro, entrambi di
Grimaldo, nel mese di ottobre dell’anno 1724 stipulano un contratto
con il signor Ignazio Monaco di Cosenza presso il notaio Francesco
Antonio Stello di quella città. Essi si impegnano a condurre una
squadra composta da sessanta uomini alle marine di Cotrone, a
Casalnuovo ed a Poligrone a cavare radica di liquirizia ed a essere
pagati in base ai cantari raccolti. L’accordo tuttavia non fu
rispettato in quanto non fu possibile trovare la quantità
contrattata, perché i terreni erano troppo arsi e duri per la
mancanza di piogge. I due soci giunsero sui luoghi stabiliti
portandosi dietro settanta sei lavoratori, che furono divisi in
squadre e mandati da Domenico Costaro, fattore di Ignatio Monaco di
Cosenza, e da Pietro Lionetti, fattore del signor Silvestro Ponti di
Casole, in luoghi diversi. Domenico Vecchio con 38 lavoratori fu
avviato a cavar liquirizia in territorio di Crotone. A questi
lavoratori dopo otto giorni se ne aggiunsero altri undici, così
divenne una squadra composta da 49 lavoratori. Un’altra squadra
operava in territorio di Cerenzia ma, non trovando nulla, ben presto
dovette spostarsi in quello di Santa Severina. Allora essa era
formata da quindici lavoratori che si misero a scavare nelle terre
dette il Regoliretto. Questi lavoratori erano vettovagliati da Diego
N. di Pedace, casale di Cosenza, il quale “per avere lucro sopra le
fatiche dell’huomini si faceva fare pane di zoglio in detta città di
Santa Severina”. Per sfuggire a tale trattamento quattro uomini ben
presto se ne fuggirono. Non trovando niente nelle terre del
Regolizetto essi furono costretti a spostarsi in territorio di
Crotone. In località detta la Rotondella si fece una giornata con
trenta sei uomini, ma essa per il poco frutto non fu posta alla
taglia dal soprastante, poi otto uomini furono mandati a Crepacore.
Qui il soprastante Diego N. li faceva lavorare sino a notte e voleva
che dormissero in campagna, come infatti vi dormirono all’aperto per
due notti senza fuoco e senza poter mangiare ad ora debita.
Nonostante avessero subito questi ed altri maltrattamenti, già a
novembre, dopo poco più di un mese di lavoro, furono malamente
mandati via alle loro case. I licenziati andarono allora a trovare
Domenico Vecchio che li aveva ingaggiati e protestarono, non solo
per i danni causati alla loro salute ma anche per le giornate che
avrebbero dovuto rimanere senza lavoro e salario, in quanto
mancavano ancora diversi mesi alla scadenza dell’accordo di lavoro,
che era l’otto aprile millesettecento venticinque. Essi fecero
presente di essere prontissimi a lavorare ed ad andare a cavare
radica di liquirizia in qualunque luogo volesse colui che li aveva
ingaggiati ed il soprastante Diego N.. Frattanto altri lavoratori,
facenti parte di una squadra mandata in territorio di Casabona, non
riuscirono anche loro a trovare radica bastante per fare le loro
giornate, “et essendone trastullati se li pagavano o non li pagavano
la giornata”, stanchi di essere maltrattati e dell’incertezza se ne
partirono altre otto persone. Tutta questa precarietà sul pagamento
delle giornate di lavoro e questi continui maltrattamenti con
licenziamenti e fuga di lavoratori ben presto arrivarono alle
orecchie di coloro che stavano lavorando nelle campagne di Cotrone.
Di questi lavoratori anche perché Serafino Militia, soprastante di
detto Signor Monaco, continuamente li “frastornava” con dir loro una
volta che non li avrebbe pagati e altre volte che li avrebbe pagati
a grana cinque l’uno, oppure “che li faceva fare maise”, se ne
fuggirono tre squadre di Pittarella, Pedivigliano e Garropoli. Tutte
queste fughe ben presto cominciarono a ledere anche gli interessi di
Domenico Vecchio e Gio. Antonio Mauro, i quali si erano impegnati
con Ignazio Monaco a consegnare una determinata quantità di radica.
Perciò essi si trovavano ora nella necessità di reclutare altri
uomini per poter consegnare quanto contrattato. Alla protesta dei
lavoratori così si unì quella di Domenico Vecchio e Gio. Antonio
Mauro ed insieme protestarono, non una, ma cento e mille volte
contro i sovrastanti Diego N., e Serafino Militia che col loro
comportamento avevano creato una situazione non sopportabile. Li
citarono per i danni, le spese e gli interessi che in futuro
avrebbero patito e anche “delle loro giornate vacate et cavande et
delli danari dati alli detti huomini fuggiti e per altri danari di
spesa di più all’huomini buscati”.
(ANC. 662, 1724, 230 - 233)
Il demonio istigatore
Sul finire dell’autunno dell’anno 1725, Domenico Mirielli nativo
della città di Catanzaro ma accasato e dimorante a Crotone e
Gregorio Cimino di Crotone hanno una accesa discussione per motivi
di interesse. Ben presto dallo scambio di accuse si passò alle mani
e si colpirono l’un l’altro furiosamente. Ad un certo momento
Domenico, istigato dal demonio, si svincolò e corse velocemente
nella sua abitazione. Qui prese una scopetta e subito ritornò sui
suoi passi. Incamminatosi armato, ben presto incrociò Gregorio, il
quale a sua volta si diresse su di lui assieme al padre ed a un
fratello. Preso dalla paura e pensando che essi volessero assalirlo
e picchiarlo, il Mirielli li tirò una scopettata che, per grazia di
Dio, non sortì cosa di male : infatti sia Gregorio che i suoi
congiunti rimasero illesi ed intatti. Passato l’attimo di paura e
resosi conto di ciò che era successo, Gregorio con la spada
sguainata rincorse l’aggressore. Dopo un breve tratto riuscì a
raggiungerlo davanti al cortile del palazzo del nobile Berlingieri.
Qui infatti Domenico Mirielli scivolò e cadde per terra, ponendo
fine alla sua fuga. Gregorio agitava la spada per tirargli una
stoccata ma ne fu trattenuto sia dalle parole del Mirielli che
implorava il perdono dicendo : “Compare se mi vuoi uccidere,
uccidimi”, sia soprattutto dall’intervento provvidenziale del nobile
Francesco Cesare Berlingieri, il quale trattenne il braccio di
Gregorio e non lo fece offendere dicendogli : “Figlio per l’amore di
Dio e di San Giovanni lascialo andare”. Così Gregorio lo ascoltò e
se ne andò con i suoi, lasciando per terra illeso l’avversario
dentro il cortile. I motivi della lite ed i meriti dell’una e
dell’altra parte furono allora discussi dai nobili Francesco Cesare
Berlingieri e Pietro Zurlo, i quali nominati col consenso delle due
parti, raggiunsero ben presto un accordo in modo che nessuno dei due
rimanesse offeso ed il tutto andasse alla pari. Aggiustati gli
interessi, essendo venuto meno ogni motivo di conflitto, ritornò a
regnare fra i protagonisti una vera pace. Desiderando vivere da veri
cristiani, per suggellare pubblicamente questa ritrovata concordia,
Gregorio e Domenico si abbracciarono e si baciarono in presenza di
numerosi testimoni, in modo tale che tutti potessero con i loro
occhi prendere conoscenza che non era rimasta alcuna parte offesa,
né dell’una né dell’altra.
(ANC. 614, 1726, 3-4)
La fuga
Nella notte del 25 ottobre 1733, verso le ore quattro in cinque
dell’orologio italiano, Pietro Errigo ed un altro sacerdote di
Papanice, che erano rinchiusi nelle carceri vescovili, situate sotto
il palazzo del vescovo Gaetano Costa, tentano la fuga. Con l’aiuto
di qualche paesano, amico o parente, si tolsero dai piedi i ferri,
approfittando del fatto che essi erano stati lasciati larghi e poco
ribattuti. Con i ferri, che li tenevano imprigionati, fecero un buco
al muro che separava le carceri con le case dell’università e
palazzo, dove abitava il regio Governatore Giuseppe Giannatasio.
Sbucati in un basso del palazzo, da lì tentarono di continuare nella
fuga e si misero a scassare la porta che dal basso sporge sulla
strada pubblica. Essendo il palazzo del governatore di fronte alla
porta principale della città, il tentativo non passò inosservato. Il
rumore nella notte richiamò l’attenzione dei soldati tedeschi posti
a guardia dell’entrata della città. Accorsi sul luogo, bloccarono
l’evasione, in attesa di sapere come comportarsi. Un soldato tedesco
bussò alla porta del palazzo, dove dormiva il governatore. Il
servitore del funzionario, Pietro Mercurio di Stilo, si svegliò e
venne alla porta. Riconobbe il soldato, come una guardia della
vicina porta maggiore e gli chiese cosa voleva. Il milite lo informò
sulla fuga dei carcerati del vescovo e che essi si trovavano dentro
il basso del palazzo e stavano scassando la porta che sporgeva sulla
strada ma ne erano stati impediti dal loro intervento e chiese di
avere istruzioni dal governatore. Il servo corse a svegliare ed
informare il padrone e questi gli rispose che non voleva saperne
niente e che a lui poco o nulla importava se fuggivano i carcerati
del vescovo. Avuta la risposta i soldati invece di impedire la fuga
allora li aiutarono a liberarsi e fuggire. I due prigionieri,
riacquistata la libertà, si rifugiarono sull’atrio della vicina
chiesa di Santa Maria della Pietà e dentro il cimitero
dell’ospedale. Qui al sicuro stettero il resto della notte e buona
parte del giorno seguente.
(ANC. 764, 1733, 28v - 30)
Ferimento a Pernabò
Francesco Chiefali, originario di Satriano ma da tempo abitante
a Crotone, accudiva alcune cavalcature nella ministalla, situata in
località Pernabò, distante circa due miglia dalla città. La domenica
del 23 aprile 1752, al tramonto, come ogni giorno, dopo aver finito
il suo lavoro si era seduto dentro la ministalla per consumare la
cena assieme al suo aiutante Bruno Dirella. Ad un tratto si sentì il
rumore di una scoppettata. Entrambi non ne fecero caso e
continuarono a mangiare, pensando che fosse stata esplosa da qualche
cacciatore, “che ivi andasse caneggiando”. Finita la cena,
desiderando bere, il Chiefali si recò alla vicina fonte dove giunto,
udì dei lamenti. Mosso dalla compassione, più che dalla curiosità,
si diresse verso il luogo da dove provenivano. Vide che a cavalcioni
di un asino veniva il suo amico Pietro Pizzimenti e si accorse che
la mano sinistra dell’amico piangente era avvolta in un sacco tutto
insanguinato. Il ferito era seguito da vicino da Francesco Paglia,
che gli apparve timoroso e spaventato. Chiesto al Pizzimenti che
cosa fosse successo, questi non ebbe tempo di rispondere perché
subito si intromise l’accompagnatore che esclamò: “Il guardiano l’ha
menato una scopettata per una mancata di erba”. Udendo ciò, il
ferito di rimando subito soggiunse : “Tu li dicesti che m’ammazzasse
ed egli mi ha ammazzato”. A tali parole il Paglia non interloquì
più, ma voltatosi verso il Chiefali gli disse di accompagnare il
ferito fino alla chiesa di Santa Maria della Scala, sulla collina
poco distante, affinché non morisse dissanguato per strada. Il
Chiefali invece, animando e rincuorando, lo portò fino alla porta
della città, dove lo diede in consegna al fratello Vincenzo
Pizzimenti, che lo curò a casa. Lasciata la città e di ritorno verso
la ministalla, il Chiefali incontrò nuovamente il Paglia.
Quest’ultimo, dopo esser ritornato sul luogo del ferimento, ora su
di un asino si ritirava in città. Il Paglia domandò che cosa avesse
detto il ferito a coloro che aveva incontrato per strada. Il
Chiefali rispose che non solo a lui, ma a tutte le persone aveva
dichiarato che era stato ferito con un colpo di scopettata dal
guardiano nel seminato che il Paglia possiede a Pernabò, per ordine
e mandato dello stesso proprietario, “a causa che l’aveva trovato
che si facea un poco d’erba per il suo asino”. Inteso ciò il Paglia
si affrettò alla volta della città in quanto voleva subito
“confrontare la sua faccia con quella di detto Pietro ferito”. Il
Chiefali invece proseguì per la ministalla. Ritrovò il suo aiutante
Bruno Dirella e insieme discussero il fatto e vennero alla
conclusione che lo scoppio sentito mentre mangiavano era stato
quello della scopettata tirata dal guardiano a Pietro. Si convinsero
anche che il tutto era avvenuto in presenza e per ordine del Paglia.
Entrambi, un’ora prima di ritirarsi nella ministalla, avevano visto
il guardiano con due scopette, “cioè una sopra la spalla destra e
l’altra col tiniere sotto al suo braccio destro che andava con
cortella corta in cinto a passo lento girando li sementati di
Pernabò”. Entrambi lo videro incamminarsi verso il luogo da dove
venne lo sparo. Erano certi che era stato il Paglia ad ordinare al
guardiano di sparare, in quanto si trovava sul luogo, come era
dimostrato anche dal fatto che aveva accompagnato il ferito, e
soprattutto perché, quando il Chiefali aveva incontrato il ferito,
il Paglia, non richiesto, si era subito intromesso, dando la sua
versione dei fatti.
(ANC. 855, 1752, 130- 132)
Notte chiara e serena
Francesco di Simone della città di Corigliano racconta che, la
notte del 29 aprile 1761 verso l'ore, ritrovandosi a Strongoli
ritirato in una grotta propria del signor Nicola Milelli di
Strongoli, sita fuori la porta della medema e propriamente sotto le
timpe dette di S. Nicola, per ivi dormire, intese più sgridi.
Conobbe alla voce esser il magnifico Antonio Bonavoglia, Regio
Giudice a contratto della città sudetta suo conoscente, che dicea:
“Anime del Purgatorio aggiutatemi, cristiani che mi ammazzano”, e
nominava il magnifico Vincenzo Palazzo, Agostino Cinquegrana,
Giovanne Graziano e Vincenzo Mangone della mentovata città. Onde
detto Francesco, mosso in pietà di detto Magnifico Antonio, uomo
dabbene e stima, uscì fuora da detta grotta e salì sopra una timpa,
seu rupe, detta il Pozzo de Padri Capuccini, distante all’eccesso
pochi passi. Quindi accortisi dette quattro persone, di esser state
viste e scoperte dal medemo Francesco e perché li Padri Capuccini
alli sgridi s'affacciarono dalli fenestroni, lasciarono di battere
detto Magnifico Antonio. De quali quattro persone esso Francesco ne
conobbe due, dette Vincenzo Mangone ed Agostino Cinquegrana, che
fuggirono per vicino il medemo attestante, stante l'aere, benché
senza lume di luna, era molto lucida, chiara e serena. Esso offeso
di Bonavoglia, così ferito e quasi semivivo, s'intromese dentro il
convento di detti Padri Capuccini; tre de quali, doppo pochi
momenti, lo trasportorno dentro la città in sua casa. E perché
vicino detto convento si ritrovavano coricate tre Persone
forastiere, avvicinatosi alle medeme, queste li dissero: che le
cennate quattro persone si aveano dalle stesse preso un bastone e
l'ordinarono, che sentendo bastonate o altro, non s’avessero mosse,
per non riceverne loro la pena. Il giorno seguente, fattosi il
delitto publico, andiede quel signor Governatore locale in casa del
mentovato Bonavoglia, a prendere il delitto in genere, la querela e
deposizione dell'offeso. E comecché l'attestante raccontò il
successo ad un monaco domenicano, questo lo portò alla notizia di
detto Bonavoglia. Perciò fu chiamato in sua casa, ove, andato,
ritrovò detto signor Governatore e Mastrodatti di quella local Corte
ed il magnifico medico Don Giuseppe de Filippis. Dal quale signor
Governatore domandato publicamente su tale affare, le raccontò il
fatto com'era seguito e con dirle pure d'aver conosciuto delli
quattro rei, li cennati Vincenzo Mangone, ed Agostino Cinquegrana.
Succede’ il caso, che passò in quel pronto per la strada della casa
sudetta di Bonavoglia il succennato Mangone, quale visto il sudetto
sig. Governatore e Mastrodatti, questi richiese al detto attestante
Francesco, s'era quello che la detta notte de ventinove aprile avea
visto battere al Bonavoglia. Esso Francesco costantemente rispose
ch'il medemo era l'uno de quattro e ben lo conoscea e di chiamarsi
Vincenzo Mangone. Venuto tutto ciò in notizia delli detti Mangone e
Cinquegrana, questi lo ritrovarono e minacciarono della vita, se si
avesse esaminato. Doppo due giorni fu citato da detto locale Corte,
per andare ad esaminarsi, e non avendovi voluto andare, per la paura
delle minaccie fatteli dalli sudetti di Mangone, e Cinquegrana, e
del garzone di Giovanni Graziano, che li disse di non andare ad
esaminarsi, mentre meritava il Bonavoglia esser ammazzato e posto
nel detto Pozzo, per causa di aver fatto fuggire il suo cognato,
inquisito di supposto stupro in persona di una sorella uterina di
detto Palazzo, e l'avrebbero gettato al pozzo, se non fossero stati
scoperti da detto attestante, lo mandò carcerando, In fatti andato
alla Corte, ed esaminatosi quanto di sopra à detto lo.." (ANC.
1127,1761,110-113)

