[Pesca, pescatori e tonnara di Capo Colonna]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 37-39/1999)
La pesca nel Medioevo
Il diritto di pescare fa parte dei privilegi dati dai regnanti
normanni ai vescovi, agli abati ed ai feudatari. Nella donazione
fatta nel 1115 del castrum di Licia da Riccardo Senescalco, figlio
del conte Drogone, all’abbate ed ai monaci del Monte Thabor è
concesso ai religiosi di poter pescare con i loro pescatori in tutto
il mare, eccetto che nella “fossa”, e anche nella fossa se l’abbate
di Monte Tabor sarà presente, o saranno presenti quelle persone,
alle quali fossero necessari i pesci per rifocillarsi, previo però
aver avuto il permesso1.
La possibilità di utilizzare una “piscina piscatoria” in località
Campolongo in territorio di Le Castella compare tra i doni concessi
da Roberto il Guiscardo al monastero del Patire, poi confermati nel
1132 dalla figlia, la contessa di Crotone Mabilia2. Tra i privilegi
concessi al vescovo di Umbriatico vi era quello di esigere le decime
sulla pesca nei luoghi marittimi della sua diocesi, cioè a Cirò,
Crucoli e Melissa.
Spesso anche il tipo di pesce che i pescatori potevano trattenere
era regolamentato come testimoniano i privilegi concessi da re
Alfonso all’atto della resa, l’otto novembre 1444, ai cittadini di
Ypsigrò che ottennero, oltre alla restituzione senza alcun pagamento
delle barche da pesca, di poter trattenere “lo pisse grosso” come al
tempo di re Ladislao3.
Il Commercio del pesce
Un certo commercio in ambito locale di pesce fresco è attivo
specie negli abitati presso la marina. Tra i viveri forniti dal
sindaco di Melissa durante il sindacato 1561/1562 ai contatori di
fuochi vi sono “ diece rotula de pisci a cinque grana lo rotulo” e
sempre lo stesso sindaco compra quattro rotoli di pesci da Francesco
Fiscaldo per il predicatore4.
Le sarde, il tonno e le acciughe hanno un mercato più vasto. Salati
e posti in barili li troviamo nel Cinquecento, quando i “barili di
sardi vacanti” erano usati per portare l’acqua per fare la calce per
la fortificazione della città di Crotone. Le sarde ed il tonno
facevano fin d’allora parte delle riserve di vitto che erano
conservate nelle case della monitione all’interno del castello di
Crotone5 ed erano in vendita nelle botteghe cittàdine6.
Di un certo scambio commerciale pesce/ formaggio si ha notizia da
alcuni atti notarili della fine del Seicento. Il 18 novembre 1679 si
presentano dal notaio crotonese Antonio Varano quattro Siracusani
che affermano di essere marinai al servizio di Domenico Ponzo di
Siracusa, patrone della barca denominata San Giovanni Battista. Essi
erano partiti circa due mesi prima dalla loro città, per venire in
queste marine con alcuni barili di tonnina, allo scopo di venderli
per conto di Francesco di Montenegro, castellano del castello di
Siracusa. Per loro testimonianza la merce fu piazzata a Cariati,
Cirò, Strongoli e quattro barili anche a Crotone. Poiché il “sopra
carico”, inviato dal castellano nella barca per curare i suoi
interessi, si era ammalato ed era sbarcato a Roccella, la vendita
era stata curata dal patrone, il quale aveva anche intascato il
denaro, ammontante a 260 ducati. Secondo le istruzioni date dal
castellano, una volta venduta la tonnina, con i soldi ricavati si
doveva comprare del formaggio pecorino da portare a Siracusa. Il
Ponzo perciò trattò a Cotrone la compra del formaggio, poi lasciò la
città col taverniere Gio. Domenico Buda, dicendo ai marinai che
andava a Casabona a prendere in consegna la merce. Ma non fu più
rivisto. Secondo il taverniere Buda, il Ponzo appena giunto a
Casabona si rifugiò in una chiesa, dicendogli di ritornarsene da
solo a Crotone, in quanto egli non voleva comprare il formaggio, ma
aveva intenzione di tenersi il denaro. I marinai, rimasti senza
patrone, protestano e vogliono ripartire per Siracusa ma sono
trattenuti, perché c’è il sospetto che siano implicati nella
“scomparsa” del patrone7.
Il giorno di Natale del 1698 Cusello Pagano di Castellamare,
ancorato al porto con la sua tartana, dichiara che, partito a
novembre da Messina per Taranto, per imbarcare del grano da portare
a Napoli, dovette a causa della presenza di una caravella turchesca
riparare nel porto di Crotone. Qui rimase un giorno, senza tuttavia
“pigliar prattica”, per non pagare la tassa. Sparsasi la voce che
vendeva baccalà, numerosi cittadini andarono al molo, invitandolo a
prendere la prattica in modo da poter comprare8. Un certo commercio
di sarde, di baccalà e di anguille è attivo nel Settecento. La città
fu rifornita di questi prodotti soprattutto da barche estere o
provenienti da fuori regione 9. Spesso la merce sbarcata è di “mal
odore e patita di sale”10. Nella descrizione del carico che
trasportava una tartana maltese arenata sulle secche presso Capo
Rizzuto troviamo anguille, "anguilloni" ed una cassa d’anguille
salate11. Dalle platee del monastero di Santa Chiara di Crotone si
nota che le monache in primavera fanno provvista di sarde,
provvedendo alla salatura12, e comprano baccalà, che consumano
soprattutto alla vigilia di Natale13. Baccalà ed altri pesci di mare
e di fiume vengono spesso dati in omaggio a vescovi e feudatari14.
La tonnara di Capo Colonna
Da un atto notarile del 1742 veniamo a conoscenza che, come già
avveniva da alcuni anni, Marcello La Piccola di Crotone ed Andrea
Orsini di Catanzaro erano soliti verso la metà di marzo far “erigere
ed apparare la solita tonnara nel “Capo Colonne loco detto Nao”. Per
far ciò, in gennaio l’Orsini si era recato a Pizzo, dove aveva
stipulato un contratto col patrone Andrea Jerocadi, abitante a
Pargalia, casale di Tropea, il quale si era impegnato ad erigere la
tonnara e da “rajso” comandarla assieme a dodici suoi marinai ed ad
altri marinai di Pizzo. L’Orsini alla stipulazione del contratto
aveva anticipato come caparra al rajso ducati 60 ed altri 40 glieli
darà poco dopo. Alla metà di marzo, approssimatasi la stagione atta
a mettersi in pesca la tonnara, i marinai iniziano ad erigerla,
preparano gli attrezzi necessari e accomodano le barche, in modo che
essa possa entrare in attività sotto la guida del rajso15.
Nell’agosto dell’anno dopo (1743) la tonnara è gestita dal nobile
Berardino Suriano ed è sempre sotto il comando del patrone Andrea
Jerocadi, rajso di Pargalia. Vi lavorano soprattutto marinai
forestieri: Cainienello Persico ed il fratello Michele, originari di
Napoli, il facchino Ciccio Pantullo ed il figlio Tommaso di Tropea
ecc. Nella baracca, piantata a terra, accadono frequenti furti di
denaro, di pezzi di lardo e di sgombrino salato; quest’ultimo è
scambiato da alcuni lavoranti con i frati cappuccini, ricevendo
"tabacco di pippa, minestra e pane"16.
La società della tonnara
Dovranno passare alcuni anni prima di ritrovare le tracce di una
nuova tonnara a Capo Colonna.
Nel 1770 il marchese di Apriglianello Giuseppe Maria Lucifero ed il
primicerio Diego Zurlo decisero di erigere una tonnara a Capo delle
Colonne, perciò si diedero da fare per ottenere dalla Regia Corte il
permesso di piantare il Palo.
Il 27 giugno 1770 si presentavano dal notaio di Crotone Vitaliano
Pittò i patrizi crotonesi Giuseppe Maria Lucifero, marchese
d’Apriglianello, ed il signor Francesco Antonio Zurlo. Essi
dichiararono di essere riusciti a concludere “la compra d’una nuova
tonnara da fondarsi e situarsi nel Capo delle Colonne sotto il
patrocinio di detta B.ma Vergine”. Per far ciò avevano incaricato
Michele di Amico il quale era andato in Regia Camera e si era
aggiudicato “ad estinto di candela” per sette anni il palo della
tonnara pro persona nominanda, impegnandosi a pagare ogni anno per
detto Palo ducati 25 alla Regia Corte. Dovendo ora dare inizio
all’attività, i due soci stabilivano in presenza del notaio alcuni
patti, cioè che i conti annuali della tonnara dovevano essere tenuti
in modo alterno, iniziando il marchese; alla fine di ogni anno si
dovevano dividere i guadagni o le perdite; a ognuno spettava la
nomina di un subalterno di fiducia che si sarebbe interessato della
gestione ed alla fine di ogni mese avrebbe sottoposto a loro i conti
per la firma. Si decise che le spese da farsi (fabriche di
magazeni., fabriche di barili, sale, bollette, spedizioni ecc.)
dovevano essere sempre concordate, restando stabilito in ogni modo
che “le fabriche, o piano case, ove si devono appendere, salare e
tagliare li tonni ed abitare i subalterni si dovessero fare a vista
ed a luogo quanto più prossimo può essere, dove sarà situata la
tonnara” e proprio nel terreno di proprietà dello Zurlo, mentre a
riguardo dello stoccaggio del prodotto ("tonnina, tarantelli ed
altre salume") i barili, dove sarà riposta “la salata”, saranno
trasportati in Crotone o nell’abitazione di Capo Colonna, secondo la
convenienza. Inoltre i due patrizi s’impegnano a dare al cappellano
della cappella della Vergine del Capo , sotto il cui patrocinio e
protezione la tonnara è posta, la metà di una “carata”, qualora sarà
possibile. Da ultimo è dato ai soci la possibilità di cedere ad
altri parte della loro quota individuale, ma i nuovi acquirenti non
costituiranno parte della società. Restò inoltre stabilito, che se
uno dei due soci volesse vendere la sua quota, dovesse avvisare
l’altro quattro mesi prima, preferendolo17.
Ottenuto il permesso i due soci comprarono le ancore, le barche, gli
attrezzi ed ogni cosa che era necessaria. Poiché tutti questi
oggetti dovettero venire da fuori, il primo anno non fu possibile
mettere in opera la tonnara. L’anno dopo finalmente la tonnara poté
essere eretta nel luogo detto “L’acqua di Berlingieri”, marina sotto
alcune terre acquistate dagli Zurlo dalla principessa di Isola. Lo
Zurlo perciò edificò a sue spese nella sua proprietà soprastante la
marina alcuni magazzini, delle casette, una taverna, due camerini ed
altre opere18.
Frattanto altri nobili vogliono partecipare all’affare della
tonnara. Annibale Montalcini compra una quota individuale di ducati
600 e nel giugno 1771 ne rivende un terzo al marchese di Valle
Perrotta, Carlo Berlingieri con la condizione che, qualora
quest’ultimo volesse rivenderla, egli sia preferito19 .
Fornita degli attrezzi necessari e edificati alcuni magazzini,
casette ed altre comodità tra le quali una "taverna con alcuni
camerini"20, in primavera la tonnara entra in attività sotto la
guida di un rajso e alcuni marinai di Pargalia21.
Dopo essere stata eretta per due anni (1771 e 1772), nel 1773 “per
alcune intercadenze e loro giusti riguardi” la tonnara non fu messa
in opera. Nel settembre di quell’anno, mancando ancora tre anni per
la fine del contratto con la Regia Corte, per non vedere marcire
inutilmente nei magazzini le barche e gli attrezzi della tonnara, i
due soci decisero di farla erigere nuovamente e di metterla in opera
dal mese di aprile 1774. Poiché “per le di loro gravi occupazioni”
non potevano badare all’amministrazione “e molto meno assistere, ed
invigilare all’interessi della società con andar replicate volte,
secondo il bisogno lo richiede sulla faccia del luogo per disponere
l’occorrente ed attendere a tuttaltro che farà bisogno per il buon
dissimpegno”, si accordarono con Giuseppe Micilotto. Perciò fecero
venire nel mese di settembre da Tropea Domenico Macrì, che era stato
rais della tonnara e quindi la conosceva bene ed inoltre era pratico
ed esperto in materia, il quale assieme ad altra persona esperta
andò nella tonnara e fece l’inventario di tutti gli attrezzi,
stabilendo il valore complessivo in ducati 2271 e grana 57. I due
soci Lucifero e Zurlo decisero allora di cedere al Micilotto la metà
della società insieme alla completa e totale amministrazione della
stessa per i successivi tre anni per ducati mille, da pagarsi in due
rate uguali, una al momento del contratto e la successiva nel
settembre dell’anno dopo22.
Il fallimento della tonnara
Il Micilotto, presa la cura della tonnara, per farla erigere
fece venire a sue spese da Napoli alcuni libani d’Alicanta e più
centinaia di cordelle di Gaeta e dell’Ascia, alcuni legnali per
accomodo delle barche, remi e falanghe per uso delle stesse, cati,
ed altro, ed alcuni legnami, sovari, doganelle, stoppa, chiodi, pece
ed altro, fece costruire a Tropea una nuova barca volgarmente
chiamata di ricevere, quindi fatta venire la ciurma dei marinai col
capo rais, nel mese di maggio la tonnara fu eretta e piantata nel
solito luogo. Ma "non ostante le grandi spese fattevi e danaro
impiegato in vece di esser fruttuosa e vantagiosa per essi loro è
stata molto dannosa e di svantaggio, non essendosi ricavato dalla
pesca fattasi ne pure il quarto". Per tale motivo il 16 agosto 1774,
con atto del notaio crotonese Nicola Partale, la società fu di fatto
sciolta. Il Micilotto infatti s’impegnò a mettere a posto i conti ed
a liquidare i soci Zurlo e Lucifero, rilevando la loro parte col
versamento entro il mese di settembre di ducati 700. La tonnara
passò così in pieno dominio del Micilotto con le condizioni che, se
nei successivi due anni egli avesse proseguito nell’attività,
avrebbe dovuto pagare interamente il diritto di palo alla Regia
Corte, mentre nel caso contrario ogni parte avrebbe pagato la metà.
Se poi avesse eretto nuovamente la tonnara, avrebbe dovuto pagare
l’affitto annuo per gli edifici allo Zurlo, in caso contrario lo
Zurlo poteva farne l’uso che voleva, in quanto non c’era più la
tonnara. Inoltre, poiché era stato comprato a credito del sale, che
doveva servire a salare i tonni, ma per mancanza di questi se ne era
stato consumato pochissimo, si convenne che esso dovesse essere
pagato dalla società e fosse diviso tra le parti, cioè metà al
Micelotto e metà agli altri due23.
Finiva così l’esperienza della tonnara; a ricordo rimasero per
alcuni decenni le opere murarie ed il luogo prese il nome prima di
“Magazzino della vecchia tonnara” e poi di “Tonnara”. Pochi anni
dopo il Galanti affermava erroneamente: “Vi è in Cotrone il
passaggio de’ tonni in gran copia nel mese di Settembre, ma allora
sono di ritorno per cui le carni non sono di eguale bontà come nel
Maggio. Si stabilì circa 12 anni sono da’ Cotronesi una tonnara in
Capo Colonna colla spesa di molte migliaia (di ducati) colla
speranza di ottenere una porzione di sale marino corrispondente per
farne commercio di tonni, ma l’opposizione dell’affittatore de’ sali
minerali fece svanire tale utile frangente. Si rovinarono dunque
molte famiglie che volevano fare un bene per essi e per lo stato. Il
tonno quando si prendeva non si poteva salare né smaltire fresco per
mancanza di popolazione. Si era costretti bruciare o buttare nel
mare una quantità enorme di tonno”24.
I pescatori
Rare sono le notizie su pescatori locali nel Seicento. Nel
maggio 1622 il crotonese Giuseppe Maria Sillano concede la sua barca
da pesca detta “Speronara”, fornita di 17 pezzi di reti da pesca, al
suo concittadino Antonio de Squillace, il quale potrà utilizzarla,
sia per pescare che per navigare. Lo Squillace sarà il “patrone
posticzo” della barca, con la condizione che tutte le spese ed i
guadagni siano divisi a metà25. Maggiore è la presenza, anche se
temporanea, in città di pescatori provenienti da altre zone, come
denotano alcuni atti notarili rogato in Crotone. Il 12 ottobre 1728
alcuni marinai di Reggio e di Santa Lucia a Mare delle barche
pescherecce dei patroni Paolo Li Conti, Fortunato Greco e Vincenzo
Ferola protestarono perché le loro imbarcazioni non prendevano il
mare. Il motivo era il comportamento del patrone Fortunato Greco il
quale se ne stava in città, tranquillamente mangiando ed indugiando
in casa di una donna pubblica. Tale evenienza accadeva spesso in
quanto il patrone preferiva starsene in Crotone con le meretrici
piuttosto che andare a pesca. Anzi quelle poche volte che la sua
barca lasciava gli ormeggi e pigliava qualche pesce “la meglio parte
era stata sempre delle puttane”. Egli a volte dissuadeva anche gli
altri due patroni di barche ad andare a pescare, convincendoli a
rimanere assieme a lui dalle meretrici. Tutto questo recava danno ai
marinai “per il lucro cessante che haverebbero potuto buscare e
l’hanno perso per causa di detto patrone”26. Il 30 aprile 1742
alcuni marinai di Praiano protestano contro il patrone in presenza
del notaio Pelio Tirioli e di Mirtillo Barricellis, “console della
nazione regnicola”, anche a nome di tutta la ciurma, composta da 12
marinai. Essi affermano di essere venuti in queste marine con la
barca “piscareccia” Santa Lucia del patrone Pietro Criscuolo di
Praiano con un contratto di lavoro detto “alla parte”. A causa del
“mal comando” del patrone e del poco giudizio del marinaio Giovanni
Buonacore, quest’ultimo morì di morte violenta. Questo tragico fatto
causò danni e spese, che il padrone ora vuol far gravare su di loro.
Essi protestano e affermano che hanno “continuamente fatigato alla
pesca di notte e di giorno con buoni e mali tempi” ed intendono,
secondo il loro accordato, avere l’intera loro parte27.
Per tutto il Settecento pochi e per lo più forestieri rimasero i
pescatori dimoranti a Crotone come evidenziano i catasti onciari del
1743 e del 1793. Ciò era dovuto alla preminenza che fin
dall’antichità ebbe per gli abitanti l’economia agro- pastorale, che
unendo la pianura all’altopiano silano, aveva condizionato gli
abitanti ad intraprendere le professioni legate alla gestione,
produzione e commercio del grano e del formaggio. Nel 1743 tra i
“forestieri abitanti laici” troviamo il pescatore sessantenne Andrea
Zurlo di Positano, ammogliato con la quarantacinquenne Anna Rispolo
ed abitante con il figlio pescatore Ottavio di 11 anni in affitto in
parrocchia di S. Pietro e Paolo e tra i “fuochi acquisiti” troviamo
il pescatore sessantenne Francesco Antonio Le Rose, sposato con
Ippolita Calcea di pari età, ed abitante con i figli Luca, Nicola,
Domenico e Vittoria in affitto in parrocchia di Santa Veneranda ed
il pescatore trentaseienne Michele Perpiro, sposato con la coetanea
Chiara Scamardi ed abitante col figlio “stroppiato” Dionisio e la
suocera, Lucrezia Scamardi, in affitto in parrocchia di Santa Maria
Prothospatariis.
Il gruppo dei pescatori locali è rappresentato dai Di Sole. Essi
abitano in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis. Antonino di 50
anni è sposato con la trentaseienne Carmina Marches ed abita in
fitto con i figli Vincenzo, Laura, Francesca e la figliastra Maria
Gentile; il quarantanovenne Domenico con la moglie Caterina Catalano
di 41 ed i figli Michele, discepolo di ferraio, Carmine e Vincenzo,
abita in casa propria; Nicola di 48 anni e la moglie Rosa Russo di
35 anni, abitano in casa propria con il figlio Giuseppe, pescatore,
Santo, fatigatore di campagna, Vincenzo e Faustina .Tutti sono
nullatenenti, tranne Domenico che possiede un terzo di casa dotale.
Ai Di Sole c’è da aggiungere come pescatore locale anche il
ventottenne Gio. Andrea Messina, sposato con Chiara di Laura di 35
anni ed abitante in casa di sua cugina28.
Ancora più ridotta sarà la presenza dei pescatori di Crotone
cinquanta anni dopo. Essa sarà formata da Cesare Lofrè, di 26 anni,
assente, da Paolo Citino di 49 anni e da Salvatore Ciambrone di 43
anni29.
Se nella seconda metà del Settecento rari sono i locali, non mancano
invece i pescatori della costiera amalfitana e della Puglia. Alcuni
documenti ne segnalano la presenza. Nel 1755 muore a Crotone Gerardo
Jrace di Praiano mentre sta esercitando la sua professione di
pescatore, lasciando agli eredi alcuni attrezzi da pescare e due
cozzi, uno nuovo e l’altro vecchio. A novembre dell’anno dopo gli
eredi, sempre pescatori di Praiano, sono a Crotone per spartirsi
l’eredità30. Pescatori pugliesi sono segnalati nel maggio 1764: “Ob
tempestate subito exortam, in loco huius maris dicto Bocca d’Inferno
naufragium fecit navicula una piscatoria Barensium, et cum ea, qui
erant, nautae mersi sunt (4 marinai). Evenit die ultima maij
(1764)31
Il vescovo crotonese Giuseppe Capocchiani (1774- 1788) così si
esprimeva in una supplica al Papa: “..sebbene la città sia situata
sul lido del mare, pure scarseggia assai di pesce fresco perché i
paesani non sono addetti alla pesca, ed allora soltanto si ha pesce
quando vengono da altre città lontane pescatori forestieri colle
loro barche pescareccie a pescarlo; il che alcune volte succede,
alcune altre no; anzi perloppiù ne siamo privi”32. Sempre in questi
anni di fine Settecento il Galanti affermava: “Non si esercita la
pesca in questi mari per difetto di gente. Il mare qui produce
ottimi pesci, fra le quali eccellenti acciughe e sarde. Se ci
fossero pescatori e se si potesse usare il sale marino, se ne
potrebbe fare smaltimento per commercio.”33. Alcuni anni dopo il
cirotano Pugliese ripeteva lo stesso concetto “..non abbiamo affatto
gente di mare addette particolarmente alla pesca, tranne qualche
scaibacaro.. vengono però ogni anno barche dalla costiera, da
Maiuri, da Reggio e da Cariati.. Nell’està soffriamo penuria di
pesce se non vengono le barche tarantine e le baresi..”34
Il Padula aggiungeva : I Sorrentini “vengono nel nostro Jonio di
mezz’ottobre or con quattro or con cinque paranze e ventotto
marinari e se ne vanno nel maggio. Ai Sorrentini noi dobbiamo il
piacere di gustare la spinola, il coracino, il dentice, il pesce
spada, la leccia, la mostella, il boccadoro, ed il tonno; laddove i
nostri, di tanta ricchezza di mare, non ci danno che il pesciume
minuto e littorale, e poco più che frattaglia”35.
Note
1. Maone P., Contributo alla storia di Cirò, in Historica, n.
2/3, 1965, p.110.
2. Ughelli F., Italia Sacra, cit., t. IX, 482.
3. Fonti Arag., I, 41.
4. Conti Comunali di Melissa, 1561-1562, fs. 199/5 , ff. 5v, 7v,
ASN.
5. Nel novembre 1651 le riserve del castello consistevano : Grano
forte bianco tt.a 820 ; Fave tt.a 102 ; Sarde salate di buon odore e
sapore barili 8 ; tunno salato di bon odore et sapore barili otto,
Sale di pietra cantara 6 e rotola 29 ; Carne salata di porco cantara
14 e rotola 27 ; oglio lampante militra 297 ; caso pecorino paesano
pezzi n. 1066, mosto salme 120 ; vino vecchio salme 30 ; aceto salme
20, ANC. 229, 1651, 101-102.
6. Il 12settembre 1642 Minico Vivacqua testimonia di avere visto in
una apoteca della città “due tinelli di sarda tutta sfatta di colore
negro piena di squame e salata”, ANC.119, 1642, 30
7. ANC. 334, 1679, 309 –310.
8. ANC.338, 1698, 102.
9. Nel marzo 1803 i “merciari” di Crotone Giovanni Pugliese, Antonio
Paturzo, Antonio Scavello e Leonardo Carvello comprano tre cantara
di baccalà e cinque botti di sarache da una marticana con bandiera
inglese, Notaio A. Smerz, Cotrone 21 aprile 1803.
10. Il 29 agosto 1747 su richiesta di Andrea Gargiulo, pubblico
negoziante di Cotrone, addetto a somministrare i viveri “alle genti
delle regie galeotte”, il notaio Antonio Asturi e testimoni si
recano nel magazzino di Diego Tronca, dove sono convenuti anche
Paolo Mastellone del Piano di Sorrento, capitano della barca S.
Michele Arcangelo, ed i suoi marinai. Nel magazzino sono riposti
circa 200 cantara di lardi e 13 barili di tonnina salata, appena
sbarcati dalla nave del capitano, che il Gargiulo vuole siano
esaminati dai pubblici macellari della città Gregorio Calabretta e
Domenico Papaleo, “prattici a curare la carne salata”, e dai
pubblici pizzicaroli Domenico Miceli ed Ignazio Giardino, “venditori
di cascio, oglio, salume e salame”. I periti trovano che i lardi
sono di “mala qualità, molli, umidi e rancidi” mentre, presi in
esame due barili su tredici, uno è di “mal odore” e l’altro è
“patito di sale”, ANC. 912, 1747, 125.
11. La tartana del patrone A. Sposino, accasato a Malta, all’inizio
del 1732 si arena sulle secche presso Capo Rizzuto. Il carico era
costituito da : tabacco a libretto balli 52; legname gialla pezzi
277; lignello cantara 10; olive barili 3; passolina barili 3;
anguille n. 170; orgio mesco con grano moij 270; miglio sal. diece
di Malta; fascioli sal. 2; 2 pezzi di legname di ulmo di pal. 16
lungo incirca; una salma di formento di tt.a 16 di Malta; un
carratello d’oglio e due fiaschi; 7 pezzi di formaggio; una giarra
di carne salata; un sacco pieno di lenticchie, ceci e fasciole; una
cassa d’anguille salate con altre quantità fuori; tavole di fago n.
18; passolina giarra 2. Inoltre trasportava: Per conto del patrone:
anguille 70; fascioli libre 3035; oglio barili 2. Per conto dello
scrivano e dei suoi compagni: formento sacchi 3 con 3 fiaschi
d’oglio; 2 pezzi di formaggio; cappotti 6; anguilloni 3; anguille
73, ANC.664, 1732, 69- 70.
12. “26 maggio 1707 Per sarda che si salò carlini tredeci e mezo”,
Esito di spesa per robbe a beneficio del Ven. Mon.o di S. Chiara
dalli ) 8bre 1706, f. 3, AVC.
13. Il 22 dicembre 1768 le monache comprano dieci rotola di baccalà
dal Signor Galdi, Esito per il Ven.le Monastero di S. Chiara, 1768 e
69, f. 5, AVC.
14. Fra Domenico di Cotrone dona del baccalà al vescovo di Isola
Francesco Marino (1682-1716), Marino F., Lettere familiari, Studio
Zeta 1989, p.261.Nel 1593 il castellano di Crotone Diego Pignero fa
omaggio di uno storione del peso di oltre dodici rotola, pescato
alla foce del Neto, al duca di Nocera, Nola Molise G. B., Cronica
cit., p.61.
15. Il 19 marzo 1742 M. La Piccola e A. Orsini protestano perchè
essendosi avvicinato il tempo per mettere in attività la tonnara, il
raiso A. Jerocadi di Pargalia, incaricato con alcuni marinai ad
erigere la tonnara e a farla funzionare, non è ancora arrivato, ANC.
854, 1742, 28-29.
16. Il 27 dicembre 1743 C. Persico denuncia gli autori di alcuni
furti accaduti in agosto nella barracca della tonnara. C. Pantullo
ed il figlio hanno dapprima rubato del denaro, poi un pezzo di lardo
e più volte dello sgombrino salato, che era nel barile della
tonnina, e lo hanno scambiato con i Cappuccini, ANC. 793,1743,15.
17. ANC. 1589, 1770, 47-50.
18. Per le spese sostenute per la costruzione dei magazzini e delle
casette la società della tonnara pagava allo Zurlo ogni anno ducati
60. La taverna ed i due camerini rimasero invece a carico e gestione
dello stesso Zurlo, ANC. 1344, 1773, 96- 106.
19. ANC. 1325, 1771, 115v-118.
20. ANC. 1344, 1773, 96-106
21. Nell’aprile 1772 arriva da Tropea una marticana che rifornisce
la tonnara di Pezze 600 di rezza chiara detta palamidaro, pezze 200
di leva di passi 12 il pezzo, corde 1500, piasmi 40 mila e corde 10
mila. Il 20 agosto dello stesso anno Domenico Macri, Matteo Bagnato,
Antonio Pietro Paulo,Loreenzo Macri, Michele Pietro paulo, Lorenzo
Musì., Gio. Batt.a Licastro, Vincenzo Pandulo, M.ro Lorenzo Foduli,
Francesco Gentile, Antonio Colaci, Michele Colaci, Carlo Famà,
Vincenzo Jannelli, Giuseppe Macrì e Marco Bagnato, raiso e marinai
di Pargalia sopra la barca addetta alla pesca della tonnara,
affermano che gli attrezzi sbarcati non erano completi, ANC. 1326,
1772, 105-106
22. Fra le condizioni vi era che il Micilotto dovesse anticipare le
spese per riattivare la tonnara, rifacendosi sulle prime entrate
della stessa, e che alla fine di ogni anno,”dopo che sarà spiantata
la tonnara”, dovesse presentare i conti, andando gli utili, o le
perdite, divisi a metà, ANC. 1344, 1773, 96 –106.
23. ANC. 1344, 1774, 42-48.
24. Galanti G. M., Giornale di viaggio in Calabria (1792), Soc. Ed.
Nap. 1981, pp.130-131.
25. ANC. 117, 1622, 52-53.
26. ANC. 662, 1728, 138-139.
27. ANC. 666, 1742, 52-53.
28. Catasto Onciario Cotrone 1743, ff. 87 sgg.
29. Catasto Onciario Cotrone 1793.
30. ANC. 858, 1756, 362 –365.
31. Liber Mortuo. Ab an. 1756 usque ad annum 1790, AVC.
32. Supplica al Papa per l’indulto di mangiare latticini e uova
nella prossima quaresima del 1778, Cotrone 21. 12.1777, AVC.
33. Galanti G. M., cit., pp.130-131.
34. Pugliese G. F., Descrizione ed istorica cit., I, 105.
35. Padula V., Calabria prima e dopo L’Unità, Laterza Bari 1977, p
138-139.
L’inventario della tonnara
Mille Settecento Settanta Tre a Quindici Settembre. Inventario
ed apprezzo fatto così per parte delli S.ri Marchese D. Giuseppe
Lucifero e Prmicerio D. Diego Zurlo che del Sig.r D. Giuseppe
Micilotto di questa città di tutti l’attrezzi ed ordegni attualmente
esistenti ed attinenti alla tonnara e sono
- Reste in quattro d’un’acqua n. cento doppane trentatre ed un terzo
a D. quattro la doppana imp.no (133:33:1/3).
- R.e in quattro di due acque n. cinquanta dop. Sedici e dui terzi a
D. due la doppana (33:32)
- R.e in tre di un’acqua n. trentacinque dop. Otto e tre quarti a D.
quattro la dop. (34:66:2/3)
- R.e in tre di due acque n. quindici dop. Tre e tre quarti a D. due
la dop. (7:50)
- R.e in due di un’acqua n. dieci dop. Una e due terzi a D. quattro
la dop. (6:66:2/3)
- Leva pezzi n. cento trenta a grana trenta il pezzo (39)
- Cutra nuova can.ra sei a D. undici il can.ro (66)
- R.a usata servibile cant.ra quattro e mezo a D. quattro il can.ro
(18)
- R.a vecchia can.ra quattro e mezo a D. due e mezo can.ro (11:25)
- Porta servibile rot. Settanta sette a grana quindici il rot.
(10:55)
- R.a vecchia rot. Quaranta a g.na sette e mezo il rot.o (3)
- Libani nuovi doppane ventiquattro e libani tre a D. sei la dopp.a
(145:50)
- Filetto di Spagna can. Sette e mezo a D. sei il can.ro (45)
- Palambraro pezzi cento cinquanta a grana trenta il pezzo (45)
- Cordelle migliara n. duecento venti due a grana diecissette mig.ro
(37:74)
- Corde n. quattro cento ottanta a g.na due e mezo l’una (12)
- Piascimi migliara tredici e n. trecento a carlini dodici mig.ro
(14:96)
- Cordella di Napoli di erba di Spagna rot.a sessanta a D. sei
can.ro (3:60)
- Barcaccio capo rais estimato per D. 60 (60)
- Altra barca chiamata ricevo estimata per D. quaranta (40)
- Altre due barche chiamate Musciara e Colonnito estimate per D.
settanta (70)
- Altra barca che sta riposta entro S. Caterina estimata per D.
ventiquattro (24)
- Altre due barche chiamate Usuro e Caporais che furono comprate in
Tropea, di presente nella marina del molo estimate D. settanta (70)
- Ceppi di ancora n. trentatre a carlini quindici l’uno (49:50)
- Due arghini grandi apprezzati D. dieci (10)
- Il manganavite apprezzato per D. cinque (5)
- Ancine n. tredici ed otto pennegalline di peso rot.a dodici a
grana dieci (1:20)
- Due Bardi o siano crocchi a 4 ganci di peso rot.a ventiquattro a
grana venti rot.o (4:80)
- Un ferro per la mola rot.a due e mezo a grana venti (:50)
- Tinelli nuovi n. sessantacinque a grana quindici l’uno (9:75)
- R.i usati n. quindici a grana sette l’uno (1:05)
- Cordella di Gaeta mazzi diecinnove a grana venti mazzo (3:80)
- Leva pezzi nove a grana trenta l’uno (2:70)
- Una linterna per la loggia grana trenta (:30)
- Cortellacci n. dieci apprezzati per d.ti otto (8)
- Due accette apprezzate per grana sessanta (:60)
- Un cassone di abbetto di diece tavole apprezzato per doc.ti due
(2)
- Tavole sane n. venticinque a grana dieci l’una (2:50)
- Una bulla per li barili apprezzata per carlini dieci (1)
- Tavole per le barche n. nove a grana sei l’una (:54)
- Cancello di legname con due pezzi di travi per pedarelli (1:50)
- Tijlli n. venti (30)
- Dogarelli per barili migliara due a docati tre il migliaro (6)
- Sovaro usato mazzetti tre mila apprezzato docati quindici (15)
- Un tavolone di pioppo della grossezza di due tavole (:80)
- Botti nap.ne n. undici a grana quaranta (4:40)
- R.e mezane n. sei a grana venti (1:20)
- Tina di farna n. cinque a D. due (10)
- Manuelle di fago n. tre (22:6)
- Ferri per fare le reste n. cinque n. venti due e mezo a grana
venti (4:50)
- Due travi usati per docati due (2)
- Un treo di bastimento in due pezzi per la crapia (2)
- Due maijlle tutte e due di sei tavole (80)
- Una bilancia di legname e corda (30)
- Ancora in essere n. trentatre e due perdute in mare D. mille cento
trenta (1130)
- Spago rot.a cinquanta sei a grana ventisei (14:56)
- R.o filato in Cotrone rot. nove a grana ventiquattro (2:16)
- Sovaro entro l’Osservanza in cantara cinque (7:50)
- Tre pezzi di legname entro il magazzino del S. Antico (6)
- Tinelli usati entro il magazzino del d.o Sig. Antico n. duecento a
grana sei l’uno (12)
- Cerchi entro d.o magazzeno mazzi ventidue apprezzati per docati
quindici (15)
Sono in tutto docati Duemila duecento settantuno e grana 57.

