[Un prete poeta: Gaetano Rodio da Isola di Capo Rizzuto]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 14/2001)
Dal massaro o piccolo proprietario terriero
Francesco Rodio e da Costanza Bruno nacque verso le quattro
pomeridiane del 10 agosto 1839 un bambino che fu il giorno dopo
battezzato in presenza dei padrini Giuseppe Aspro e Clara Trapasso
ed a cui venne dato il nome di Gaetano in onore del nonno paterno.
Avviato alla carriera ecclesiastica. Fu seminarista e convittore
presso il seminario di Crotone dove compì gli studi e trascorse
buona parte della sua giovinezza. Il seminario di Crotone utilizzava
alcuni locali del soppresso vecchio convento dei minori conventuali
di San Francesco, situati accanto all'episcopio, ed era frequentato
da una trentina di seminaristi provenienti dai paesi della diocesi
(Crotone, Isola, Papanice, Le Castella) che pagavano una retta annua
di circa 40 ducati. L'edificio era composto da una camera di
compagnia per il saggio annuale e per dare udienza alle famiglie dei
seminaristi, da 4 camerate, da una cappella, da due camerini per il
rettore, da una infermeria, un gabinetto fisico dove si conservavano
le macchine e da tre aule dove si faceva scuola.Vi era poi il
refettorio, la cucina, la dispensa ed alcuni bassi. Completava la
struttura il giardino con il pozzo e la grande cisterna fatta
costruire dal vescovo Todisco Grande.
L'anno scolastico iniziava il primo novembre. Il personale adetto
alla formazione dei seminaristi era composto da ecclesiastici che
professavano quasi tutti idee illiberali e al tempo
dell'Unificazione si mostreranno così filoborbonici da attivare
un'inchiesta da parte del Governatore della Provincia. Esso è così
descritto nel 1853 dal canonico penitenziere Messina che evidenzia
anche la precarietà e la pochezza culturale che regnava
nell'istituto, frequentato quell'anno da 23 alunni. Era rettore il
reverendo Giovan Battista Grimaldi, "ottimo per morale ma
insufficiente per governare", che era coadiuvato dal vice rettore
Vincenzo De Vennera. Insegnavano poi i maestri: di Teologia,
Girolamo Calojero, "non si scorge molto profitto", di filosofia,
l'arcidiacono Fedele Carvelli, "poche lezioni in un anno e ora è
assente per causa di salute", di matematica, Francesco La Piccola,
"la matematica si fa una volta il giorno per la fisica non vi sono
giovani", di belle lettere, Giuseppe Vatrella, "alle volte non viene
ad ora giusta", di umanità, "è assente e viene suplito", dei primi
rudimenti, Vincenzo Carvelli, "l'unico assiduo", e di casa, Lorenzo
Aquilino, "si potrebbe avere un altro più accorto".
Nello Stato degli alunni del seminario dell'anno 1855/1856 tra i 31
seminaristi presenti vi è Rodio Gaetano di Francesco, da Isola, di
anni sedici, novizio, e ammesso come ritardatario la sera del 25
novembre, che viene affidato alla camerata dei Grandi, e che
frequenterà la scuola di Belle Lettere ed il 30 dicembre di
quell'anno 1855 riceverà dal vescovo Luigi Laterza la tonsura ed i
primi due ordini minori, ai quali dopo breve il 25 marzo dell'anno
dopo seguiranno i due ultimi ordini minori.
In una lista che descrive i componenti del Capitolo Collegiale di
Isola, fatta ai primi di agosto del 1856, troviamo il cantore
Francesco Vono, il tesoriere Vincenzo Messina, l'arciprete Carmelo
Sisca, che ha la cura delle anime di tutto il paese,il canonico
Pasquale Raimondi e l'accolito Gaetano Rodio. Tre anni dopo, alla
fine del 1859, il Rodio è chiamato alle armi. Interviene il vescovo
Luigi Laterza con una lettera all'intendente di Calabria Ultra che
subito si attiva: "Mi è pervenuto il gradito foglio di Vra Sig.ria
Ill.ma e R.ma intorno all'accolito Gaetano Rodio da Isola e sia
sicura che sarà impartita allo stesso quella giustizia che gli è
dovuta". Evitata la leva egli continuò a frequentare sempre il
seminario di Crotone tranne un periodo di cinque mesi trascorso nel
1860 nel seminario di Santa Severina a causa degli eventi legati
alla spedizione dei Mille e all' Unificazione che determinarono una
temporanea chiusura del seminario di Crotone, parte del quale fu
occupato per diversi mesi prima dalla truppa e poi usato come
caserma dai carabinieri.
Con l'Unificazione veniva estesa la legislazione piemontese al
Mezzogiorno ed era applicata alle province napoletane la leva che
però dava la facoltà ai vescovi di richiamare dal servizio militare
gli alunni ecclesiastici aspiranti al sacerdozio.
Il Rodio aveva completato gli ordini minori di ostiario, lettore,
esorcista e accolito ma indugiava nel passare agli ordini superiori
anzi aveva meditato di abbandonare la carriera ecclesiastica ma poi
ritornò sulle sue decisioni. Trovandosi nella condizione di essere
nuovamente soggetto alla leva militare decise di rivolgersi al
vescovo per avere una proroga in modo da poter accedere al
suddiaconato.
Così in data 19 aprile 1862 gli fu accordato dal prefetto una
dilazione di sei mesi per poter conseguire gli ordini superiori ma
passato il tempo senza che nulla accadesse, nel novembre dello
stesso anno il sindaco di Isola informava il vescovo di Crotone che
il Rodio doveva ormai partire con la leva del 1842. Interveniva
nuovamente la curia di Crotone ed il 26 dicembre 1862 il
sottoprefetto di Crotone informava di aver ottenuto dal generale La
Marmora una nuova proroga di sei mesi a favore del chierico Gaetano
Rodio perchè nel frattempo potesse accedere al ministero
dell'altare. Nel maggio 1863, pochi giorni prima del termine della
nuova scadenza, il Rodio chiedeva al vescovo Luigi Maria Lembo di
essere ammesso all'esame per il suddiaconato nella prossima
ordinazione di Pentecoste e pregava perciò che venissero fatte le
debite denuncie canoniche.
Dall'esame dei documenti presentati per poter accedere al primo
ordine maggiore, che prevede l'obbligo al celibato e di portare il
camice e la tunicella, si ricava che il Rodio ha compiuto gli studi
necessari ed è "di buona fama e condizione" ma "che se anche abbia
deviato come dicono alcuni nel tempo che è dimorato in Isola lo
crediamo rimesso per cinque mesi di esercizi spirituali che ha
praticato in Mesoraca in quel ritiro e nel convento dell'Ecce Homo".
A riprova della avvenuta espiazione è allegata la testimonianza del
rettore della Pia Casa del Ritiro de PP. Pii Operai di Mesoraca,
Hieronimo Pereti, il quale testimonia che l'accolito Rodio mantenne
esemplare clausura con esercizi spirituali e sacramenti, e lo
descrive come "prudente nel suo agire, abbastanza riconcentrato,
lontano dal consorzio secolare. Applicatissimo nello studio,
ubbidiente in tutto, umile anco cogl'inferiori, amabile con tutti".
Così il 30 maggio 1863 ricevette il primo ordine superiore dal
vescovo Luigi Maria Lembo.
Come subdiacono l'anno dopo chiede di essere ammesso all'esame per
la prossima ordinazione del dicembre 1864 per ascendere al Diaconato
e inizia nei primi giorni di dicembre il corso di Santi Esercizi
della durata di otto giorni presso il convento dei cappuccini di
Mesoraca. L'anno dopo è ordinato sacerdote dal vescovo Lembo.
Svolse la sua opera religiosa soprattutto presso la collegiata di
Isola, dove come canonico fece parte del capitolo di quella chiesa.
Riportiamo una sua lettera inviata al Vicario che ci illustra la
situazione religiosa e sociale in cui si trovò a vivere.
" Ill.mo Mons. Vicario
La cura delle anime è qui abbandonata ed il Sign. Economo a cui vi è
affidata, in ogni rincontro si dinega con tutti quelli, che con
istanza lo richiedono, ed il sottoscritto abbenchè qualche volta in
privato si è denegato, pure richiesto replicatamente in pubblica
piazza, gli è stato gioco forza prestarvi, per non esser causa di
scandalo presso il pubblico, ed esser tacciato di non aver
sentimenti di filantropia. Monsignor Ill.mo è questo un pillolo, che
non si può inghiottire così alla buona da me, poichè non si tratta
di una volta tantum, ma son questi fatti, che si verificano alla
giornata. Ed infatti stamane giorno di sabato sono stato chiamato,
mentre mi trovavo in farmacia, unitamente ad un crocchio di persone
notabili del paese, da una donna di nome Maddalena Jannone, perchè
la poveretta vedeva morire il figlio senza gli ultimi conforti di
religione; ed ecco perchè faceva grandi lagnamnze e schiamazzi, a'
quali non potendo il sottoscritto resistere fu obbligato andare a
prestarsi. E perchè tutto ciò? Perchè assente chi ne ha la cura,
senza darsi carico di lasciar persona che lo sotituisca non ad altro
badando che a suoi propri interessi. Quindi il sottoscritto prega V.
S. Ill.ma prender le misure necessarie affinchè appresso non
succedano di simili inconvenienti.
Isola 19 Giugno 1869.
suo subordinato Gaetano Rodio
Dal momento che sono le ore venti e mezzo, il moribondo à avuto
bisogno della estrema unzione ed io accorsi con tutto il calore
della giornata"
Piccole e grandi liti in un ambiente segnato dalla povertà dei molti
e dalla prepotenza di alcuni come si rileva da un esposto inviato
nel maggio 1869 al vescovo di Crotone Luigi Maria Lembo dal capitolo
di Isola composto dal presidente Pasquale Rajmondi, segretario
Gaetano Rodio e dal canonico Angelo Gigliarano contro l'economo
curato Francesco Vono "che invece di essere pastore delle anime la
fa da cenzale da smerciatore di sarde, di zucchero, caffè,
rum,vagram, medicinali da subappaltatore della tassa maiali". Il
Vono è un pubblico bestemmiatore e mette liti tra le famiglie, ha
"alterchi continui co' secolari fino ad avere busse con gran disdoro
dell'abito", diffama le oneste famiglie e perciò ha avuto degli
attentati alla vita, disprezza i sacramenti "lasciando il vaso
dell'olio sacro entro stipi, buche di una chiesa aperta vicino la
sua casa, e delle volte si è trovato a terra il vaso leccandolo i
cani".E' immorale verso le donne con seduzioni e stupri e fa
mercinomio delle dispense matrimoniali, si appropria dei beni delle
persone approfittando della loro ignoranza e buona fede. Usa
violenza verso i preti minacciandoli di chiuder loro le chiese ed
esercita la camorra su i canonici prendendosi la paga degli
avventizi tanto che "per evitar scandali ed alterchi continui in
chiesa il resto dei preti è stato costretto esentarsi di fare
solennità ed altre funzioni chiesiastiche".( Sempre il Vono nel 1899
in qualità di vicario foraneo si adopererà a sopprimere la vecchia
chiesa di Sant'Anna, dove ogni anno si svolgeva la festa degli
Albanesi, favorendo così il trasferimento dell'"immagine preziosa"
della santa nella nuova chiesa, fatta nelle vicinanze dal barone
Roberto Barracco)
Il Rodio, scrittore fecondo pubblicò a Crotone presso il tipografo
Pirozzi diversi volumetti che vennero successivamente ampliati e
ristampati nel 1893 con il titolo di Poesie. L'opera fu possibile
soprattutto per le continue esortazioni e incorraggiamenti
dell'editore Tommaso Pirozzi. Stimato dal Guerrazzi e dallo Zanella.
Il poeta catanese e socialista Mario Rapisardi lo incoraggiò ("Ella
sa trovare la poesia da partutto, perfino nella minestra de' ceci e
ne' tondi dell'uova") e il marchese Alfonso Lucifero (Cotrone 1853-
Roma 1925), che sarà più volte deputato, gli dedicò la poesia
:"Dove?" inserita tra le "Poesie varie" nel volumetto "Armonie e
dissonanze", edito a Napoli nel 1875.
Nella sua poesia quasi sempre è presente il paese natio : "Quel
paesello, nel suo confine,/ Tiene un recinto d'orti fioriti,", "
Ogni casuccia del paesello/ Fuori la porta tiene piantato/ Tendendo
i rami, com'un ombrello,/ Un pampinoso bel pergolato", "Ha il mar
vicino, che lo circonda, E quando roca vien la tempesta,/ Il forte
grido, ch'esce dall'onda/ Coll'eco accorda de la foresta,". In
quell'ambiente selvaggio, popolato da una natura rigogliosa e
mitologicamente bella, egli raccoglie i suoni, i colori e i drammi
di una umana esistenza che quotidianamente deve fare i conti con la
povertà e la fame; privazioni che gli abitanti affrontano con
dignità e amore: "E sognano i garzon pur la Sirena,/ Che veggon le
fanciulle innamorate/ Nude nude tuffarsi entro la piena/ Cerulea di
quell'onde inargentate;". Spesso egli si sofferma a prestare
partecipata attenzione alle piccole cose o a narrare episodi
realmente accaduti che segnarono la memoria collettiva. Nella sua
poesia vi è l'aspra e cruda realtà, con i suoi riti ed i suoi tempi
agricoli, ("La falce rota, che stringe e serra/ Tra le sue dita di
canna, e colta/ La spiga in fascio l'erge da terra,") ormai
stravolti da un'economia latifondistica che ha impoverito e cacciato
i contadini dalle campagne "... che ingorda, financo vieta/ Il
fascio, il secco boccon dell'erba" costringendoli all'emigrazione
("Ai vostri campi chi l'ortica or strappa?/ Chi svellerà gli sterpi
con veemenza?/ Ha il suolo Americano or quella zappa.") e dove
"Invan bifolco il vomero conficchi/ Nel suolo adusto, ardente,/ Pel
pover non c'è niente, - han tutto i ricchi". Su tutto incombe
l'ombra demoniaca dei nuovi baroni, che con la loro rapacità sono la
causa principale della miseria degli abitanti e di ogni perversione
ed iniquità "Questa di ricchi genia superba", "Che regnan protervi,
circondati da schiavi e da servi", che tutto hanno e tutto possono.
Il riferimento è ai componenti della famiglia Barracco e agli
ecclesiastici servili e opportunisti che li attorniano e li adulano
per averne favori e ricchezze: " Gridano:Viva, Viva il progresso/
Rubando a gli altri financo il tozzo,/ Così si vive; mangiano e
pappano,/ E se la svignano, e se la scappano." I Barracco sono i
dominatori incontrastati della vita economica e sociale del paese e
condizionano anche quella religiosa. Essi infatti hanno il
juspatronato sia sulla nuova chiesa di Sant'Anna che sulle chiese di
San Leonardo e di Steccato. I sacerdoti addetti a queste chiese già
da molti anni sono praticamente a carico e servizio del barone che
si interessa anche alle spese di culto. La famiglia Barracco inoltre
vanta dei diritti sulla chiesa di Capo Rizzuto per averla
ricostruita nel 1885 fornendola di un altare di marmo dedicato alla
B.V. Greca. Questo dominio globale dei Barracco su ogni aspetto
della vita isolana aveva causato una "Disparita terribile/ Pochi,
ben pochi come in brago i ciacchi/ Diguazzano in dovizie/ E molti e
molti logori ne' tacchi,/ E pertugiati a' panni/ Passan com'ombre,
che dileguan gli anni".
Sono questi gli anni delle difficili e aspre lotte dei braccianti
per conservare e difendere i diritti elementari al lavoro e alla
vita, attaccati di continuo da un'economia del latifondo, disumana e
accentratrice, che sta trasformando i campi coltivati in lande
inospitali dove non cresce più il grano "I vostri campi, lande
isterilite/ Daran sol'erba al caprio, ed al vitello,/ Ne più le
spighe floride e imbiondite,/ In aria cullerà zeffiro bello." . Gli
eterni padroni sono ritornati, anzi non se ne sono mai andati, più
feroci e prepotenti di prima ("Se l'era medioval sparì, svolazzi/ Tu
ancor fra le ruine de' castelli,/ Risorgi qual fenice, e fai
rombazzi"). Con la forza si sono impossessati dei beni demaniali e
con la violenza intimoriscono la popolazione. Così nell'inverno 1872
gli Isolitani affamati liberano il bosco del Suverito che il
Barracco aveva trasformato in sua riserva personale e vi uccidono i
daini. Il Barracco subito si vendica e non concede più agli abitanti
terreni da coltivare e "la sua felina ferocia fu soddisfatta,
allorquando da quel paese sparì l'ultima bestia bovina dell'ultimo
misero massaro".
Il canonico Gaetano Rodio abitò ad Isola in via Musa e qui nella sua
casa morì, assistito dal curato canonico Armando Camposano,
trovandosi assente l'arciprete Pietro Bagarotti, alle due e trenta
del dodici agosto 1912 all'età di settantatre anni. Ai suoi funerali
andarono i partecipanti Geremicca e Juzzolini inviati dalla curia di
Crotone nello stesso giorno della sua morte.

