[I Salnitrari di Santa Severina]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 04-06/2009)
Nel documento di “Reintegra” del conte di Santa
Severina Andrea Caraffa del 1521 troviamo che nell’inventario dei
“Censualia Curiae Civitatis Sanctae Severinae” sono censite 24
grotte, mentre un’altra quarantina sono nei “Bona dictae Curiae
noviter reintegrata intus Civitatem p.tam S. Severinae”. Le grotte
appartenevano ad una cinquantina di proprietari e buona parte di
esse, secondo il feudatario, era detenuta illegalmente. Quasi tutte
erano state scavate “circumcirca le ripe de ditta Città”,
specialmente sul versante orientale tra le località “Porta Nova” e
“Porta dela Grecia”, anche se non mancavano sia dentro la città che
in altri luoghi della timpa. La loro posizione indica un uso
generalmente agricolo/pastorale, in quanto esse erano situate in
luoghi che comunicavano direttamente con la pianura sottostante. Le
località dove esse erano situate sono così descritte nel documento:
“In loco dicto La Favata”, “in timpa de la Bagnola”, “intus dittam
Civitatem in loco ditto La Torretta”, in loco ditto Monte Fumero”,
vicino la porta “de la Grecia”, sotto la chiesa di Santo Marco, nel
luogo detto Santo Nicola deli Greci, sopra la fonte de Grecia, sotto
la città “in timpa seu rupa versus Januam veterem”, “in loco dicto
la Grecia”, “sotto la Porta Nova”, “in timpa portae S.ti Nicolai”,
“retro sedilem eiusdem Civitatem”, in parrocchia di S. Maria de
Puccio, “in timpa de Piccileo”, “subtus ecclesiam S.ti Blasii”, “in
timpa de la Grecia”, “in la Sala Verde”, “in timpa de Boccaccio,”
“in timpa de Goctonero”.
Le grotte
Da altri documenti successivi sappiamo che molte grotte erano, o
erano state, utilizzate “ad usum porcorum”, “per uso di capre” e per
altri usi legati all’allevamento: “una grutte dove sta la paglia per
uso di animali”. Specialmente si rinchiudevano i numerosi maiali,
che fornivano la materia prima per il sostentamento della
popolazione e che alimentavano anche il commercio. In una supplica,
inviata all’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano nel luglio
1620, il suddiacono Francesco Antonio Mancuso chiedeva
all’arcivescovo di emanare scomunica contro coloro che gli avevano
ucciso e portato via dei maiali.: “Come lunedì sera prossimo passato
havendo un suo garzone chiusi quaranta porcelli dentro una grotta
sopra la fontana, la mattina seguente ne trovò innante di quella
dieceotto uccise et altri duo non l’ha potuti trovare da nessuna
maniera et di poi quelli uccise ne furono pigliati la maggior parte
senza saputa sua et li detti porcelli valevano ventisei docati
incirca”. La presenza di numerosi maiali, allevati nel territorio
cittadino ed in quelli vicini per commercializzarli, è richiamata in
numerosi documenti. Per acquistarli era necessario avere a
disposizione ed anticipare del capitale. Per sostenere l’operazione
finanziaria si costituivano delle società, che procedevano
all’acquisto, alla gestione ed infine alla vendita dei suini. Un
esempio di tali società è la convenzione stipulata presso il notaio
di Santa Severina Marcello Santoro il 9 settembre 1581 tra il
fornitore del capitale Sertorio di Lauro e gli addetti alla gestione
ed all’allevamento Giovanni Tommaso Piluso di Roccabernarda, Regno
di Stilo e Salustio de Petruzo del casale di Santo Vito” ...
qualmente tra essi teneno cento settanta tre porci tersigni dato da
esso S.r Sertorio al detto Jo. Tho. a gaudagno in virtu di patto tra
essi facto... al presente sincome veneno a conventione con lo m.co
Regno de Stilo di S.to Vito et Sallustio de Petruzo di S.to Vito
essi Sertorio et Jo. Tho. li donano alli p.ti Regno et Salustio et
ciascuno di loro in solidum li p.ti cento settanta tre porci
tersigni a guadagno et ci li poneno a ragione di carlini trenta
ciascuno porco et lo di piu , seu guadagno che ni pervenerà de dicti
porci deli trenta carlini ad alto sia in comune: la metà di lo
guadagno sia di esso Sig. Sertorio et laltra metà deli p.ti Regno,
Salustio et Jo. Tho. quale Jo. Tho. vole di piu esser et trasire
allo preditto guadagno et perdita di dicti porci et esser obligato
così come li sup.ti Regno et Salustio con patto che li p.ti Regno et
Salustio in modo alcuno debbano vendere dicti porci se prima non ni
daranno aviso ad esso S.r Sertorio... con pacto che morendo alcuno ò
parte di decti porci per volontà di Dio che li p.ti Regno Salustio
et Jo. Tho. non siano tenuti pagarli ma mancando o perdendosi alcuno
per loro defecto siano obligati pagarli come si venderanno l’altri
et con altro patto che spendendo esso S.r Sertorio ad aglianda
qualche quantità di denari che la p.ta spesa et capitania possa
prima alsalse et poi dividersi lo guadagno che ni pervenerà et che
li p.ti Regno Salustio et Jo. Tho. siano tenuti così come prometono
guardare dicti porci alloro spesaet darne chiaro et lucido conto
declarando che di tutto il guadagno che sarà deli trenta carlini in
su levate le spese che si faranno per dicti porci la metà di esso
intera sia di esso Sig.r Sertorio ut s.a et l’altra metà si ne debba
fare doi parti una parte intera di esso Regno et l’altra parte di
esso Salustio et Jo. Tho. et esso S.r Sertorio promette spender
tutto il denaro che bisognerà per la compera di l’agliandagio et per
alsarsilo con la Capitania..” ( IX, 7r-8v).
Il salnitro
In natura il nitrato di potassio è possibile trovarlo nelle
cantine, nelle stalle, nelle grotte ecc., dove si trova in
abbondanza sotto forma di efflorescenze ed in croste cristalline
nelle pareti e nel suolo. Gli ambienti umidi e tiepidi favoriscono
l’azione dei batteri nitrificanti ed il salnitro si presenta sulle
parerti e sui pavimenti come una lanuggine e come una polvere bianca.
Con la scoperta della polvere nera e l’avvento delle armi da fuoco (
XIV – XVsec.) la domanda di salnitro aumentò in maniera vertiginosa
e la sua produzione fu posta sotto la vigilanza di ufficiali regi.
All’inizio del Cinquecento la produzione del salnitro richiedeva un
procedimento lungo e complesso. I luoghi, dove avveniva la
produzione, erano situati ai margini degli abitati, in quanto
maleodoranti, malsani ed infestati da insetti. Nel nostro caso la
produzione del salnitro avveniva in grotta, luogo particolarmente
adatto perché, oltre ad essere al riparo dalla pioggia, forniva
l’umidità ed il tepore necessario per la nitrificazione ad opera dei
batteri. Inoltre, permettendo la ventilazione e la rivoltatura, si
favoriva la fermentazione. Le grotte a Santa Severina non mancavano.
Innumerevoli erano quelle che erano state scavate nella timpa lungo
le vie di accesso alla città. Dapprima si formava una nitriera dove
avveniva la fermentazione del letame che era mescolato con cenere,
calce e terra calcarea. In questa fase il deposito era
periodicamente aerato e rivoltato per favorire l’opera dei batteri.
Quindi periodicamente era irrorato con liquami di letamaio ed orine.
Passato un certo tempo si procedeva innaffiando con sola acqua
lisciviata per arricchire il composto di potassio. I materiali così
nitrificati erano poi posti in recipienti diversi e comunicanti, che
erano ripetutamente attraversati e lavati dalla stessa acqua, che
rimaneva per un certo tempo a stagnare in un recipiente, prima di
passare nel successivo. Alla fine il liquido così ottenuto era
raccolto e fatto filtrare per uno strato di cenere per arricchirlo
ulteriormente di potassio. In tale maniera i nitrati di calcio e di
magnesio si trasformavano in nitrato di potassio, con precipitazione
di carbonati di calcio e magnesio. Si otteneva così un liquido
contenente sia il salnitro che i cloruri di sodio e potassio. Questo
liquido era posto in una grande caldara a bollire e l'evaporazione
dell'acqua faceva precipitare i cloruri. Si poteva così separare la
soluzione concentrata di salnitro, che posta in contenitori
cristallizzava.
La produzione del salnitro a Santa Severina
L’estrazione del salnitro era facilitata dalla presenza del
numeroso bestiame stabulato nelle grotte, soprattutto maiali, le
deiezioni del quale per trasformazione fornivano la materia prima.
Nell’”apprezzo” del 1688 esso era così descritto: “ Dall’abitanti
seu cittadini si possedono diverse sorti di animali, cioè tra i bovi,
e vacche numero 400. Capre numero 800. Porci numero mille, cavalli
di basto, e giumenti di sella numero dieci, muli numero tre, e
somarini numero venti”.
A questo si aggiungevano e facilitavano il processo gli ambienti
umidi e caldi, costituiti dalle grotte, i folti boschi, che
fornivano il legno per il fuoco delle caldare e la cenere, la
presenza di acque sorgive vicino alla timpa sulla quale era
costruita la città (Bagnora, fonte de Grecia, fonte di Gottoneri) e
la calce. Calcare e calcinari non mancavano soprattutto essi avevano
avuto un grande sviluppo quando avevano fornito il materiale per la
costruzione delle nuove fortificazioni della città e del castello.
Essi sono segnalati già all’inizio del Cinquecento vicino alla rupe
della città a Santo Nicola delli Greci ( “Jacobus Basoinus ...dixit
tenere et possidere hortum unum cum duabus gruttis et calcinariis
situm et positum intus dittam Civitatem prope rupam Civitatis
eiusdem in loco ditto S.to Nicola delli greci.. cum scquiglio”,
Reintegra, 1521), vicino alla porta della Grecia (supplica
presentata all’arcivescovo nel novembre 1622 da Gio. Battista
Cavallo, il quale “fa intendere a V.S. Ill.ma qualmente gli anni
passati li fu rubbata dalla casa di D. Camillo Mingaccio che tenea
in affitto una caldara grande di libre quindici incirca et di più
ultimamente una gaccia grande, due galline dalla casa, et una
sarcina e meza di lino et dalla carcara calce et frasche..”;
Federico Palazo possiede uno carcinaro alla Grecia che era stato di
Marcantonio Zafarana, Libro de censi, 1555) ed in altri luoghi del
territorio ( Federico Palazo possiede “uno fosso de carcara ad S.to
Giorgi, Libro de censi, 1555). Tutte queste condizioni avevano
facilitato la nascita e l’affermarsi dell’arte del salnitraro. La
richiesta, sempre più crescente di questo composto, essenziale per
preparare la richiestissima polvere nera da sparo, aveva fatto
sorgere nelle grotte di Santa Severina dei laboratori per la sua
estrazione e lavorazione, che avveniva per lisciviazione con
bollitura in grande caldare. Particolarmente attivi in questa
attività erano alcuni Ebrei, i quali si attrezzarono, ricavarono e
commerciarono il nitrato di potassio e la polvere da sparo.
Quest’ultima, molto richiesta, sia per la grande passione per la
caccia, sia per uso militare, era ottenuta dalla combinazione del
nitrato di potassio con lo zolfo ed il carbone, entrambi di facile
reperibilità in loco. La presenza di grotte, dove era bollita la
soluzione acquosa e colava e “quagliava” il salnitro, è documentata
fin dall’inizio del Cinquecento e, conscio della importanza di
questo produzione, il conte Andrea Carrafa ben presto se ne
impadronì.
Tra i beni nuovamente reintegrati alla curia comitale al tempo di
Andrea Carrafa e situati nella città di Santa Severina
troviamo:“gructae duae in quibus fit salinitrum in timpa ditta dele
bagnora iux.a gructam Joannis Cosentini Cur(iae) reddititiam et al.s
fines et iux.a viam publicam” ( Reintegra , 1521, 61v). Dallo stesso
documento sappiamo che la grotta di Giovanni Cosentino era situata
“supra Fontem de Grecia” e vicina alla grotta di Nicola Sacco ( 12v)
e sempre nella stessa località c’erano altre grotte tra le quali le
due grotte di Angelo e Bolotta de Luca. Queste ultime erano situate
alla Favata e propriamente nel luogo detto le Bagnora, vicino alla
via pubblica (19v). La località era vicina alle timpe della Grecia,
alla fonte della Grecia e al “locum qui d.r de Judea” ( 61v).
La bottega del salnitraro
Il nove settembre 1584 su richiesta di Vespasiano Marsano,
procuratore del conte di Santa Severina Vespasiano Carrafa, il
notaio Marcello Santoro si recò nelle case che erano state di Jacobo
Casopero dentro la città nelle quali si faceva il salnitro e fece
l’inventario degli oggetti che vi si trovavano e che costituivano
tutta l’attrezzatura adatta a produrlo. Dalla lettura del documento
spuntano i nomi di due altri salnitrari: Marcantonio Zaffarana e
Tommaso Sala. Il notaio inventariò “omnia bona et argostilia”, cioè:
“Una caldara grande dove si bulle lo salinitro. Uno cascione vacuo
dove teneno lo salinitro, tre tinelli, tre sporte vecchie, una tina
dove colava lo salinitro quale disse m(astr)o Thomaso Sala nitraro
essere di Marcant(oni)o Zafarana. Una tina grande piena di acqua di
salinitro et unaltro tinello, octo limbuni per quagliare lo
salinitro, quattro carti grandi et un altro cato per portare acqua.
Quattro tinelli pieni di acqua di salinitro et uno vacante. Una tina
grande, una sporta piena di salazo.Uno caccavo grande di rame cinque
barili. Uno cascione dove si cola la rena et acqua di salinitro”.
Tra i presenti alla compilazione dell’inventario oltre a Vespasiano
Marsano sono citati Joannes Gallutio, Prospero Vecchio e Marcantonio
Zafarana. (1584, 11).
Produzione, Frodi e Contrabbando
All’inizio del Seicento sono all’opera i “salinitrari” Francesco
Laoro, Francesco Magliano, Cicco Sacco, Cicco Ragalia e Girolamo
Sala.
Un richiamo alla produzione del salnitro, alle frodi ed al
contrabbando, lo ritroviamo nei “Memoriali di scomunica di
particolari publicati in diversi tempi dal m.co R.do Cantore”. Tra
le suppliche presentate all’arcivescovo Alfonso Pisano vi sono
quella di Giulia Caivano, vedova di Francesco Laoro, presentata
l’otto aprile 1622 e quella di Francesco Magliano, presentata l’otto
maggio 1623. Dall’analisi del loro contenuto è possibile intravedere
i sospetti e le frodi legati al commercio di questo prodotto.
“Ill.mo e R.mo Monsig.r.
La povera Giulia Caivano serva di V.S.Ill.ma vedova del q.m Fran.co
Laoro della Città di S.ta Sev.na supplicando li fa intendere, come
due anni sono passo di questa vita à meglior vita il detto q.m
Fran.co suo marito, e gli lasciò quattro figlie femine tutte quattro
zite di marito, et senza sustanza di un pane per una sera, et anco
molti debiti, et particolarmente alla Reg(i)a Corte molti cantara di
salinitro, et per non vedersi travagliare da commissarii, et da
altri creditori per non venderli quattro canali di casa, che essa
have, si risolvettero essa povera supp.te con suoi figliuoli fare
detta arte di salinitro e là travagliarre; acciò corrispondessero
alli debitori, lasciati per il detto q.m Fran.co Laoro suo marito,
viene di notte un malevole invidioso, quando li genti si stavano à
riposare à letto per non essere visto, ò conosciuto, et messe una
certa mestura dentro l’acque delle tinelle, et della terra per non
fargli riuscire, ò quagliare detto salinitro, et tutto lo fà, acciò
non corrispondesse à pagare detti creditori, e la Regia Corte, acciò
venessero commessarii à vendergli detta casa, che essa povera
supp.te hà, et non solo Monsig.r Ill.mo l’ha fatto sei, o sette
volte, ma ha continuato un’anno intiero, et li ne pervenuto più di
cento cinquanta docati d’interesse.
Supplica ancora V.S.Ill.ma essa povera supp.te, che a tempo, che
viveva detto suo marito pagava li pagamenti Reggii, li contributioni
et altre imposte, che si mettevano à detta Città, et gli essattori
di quelli ( dopo morto suo marito) ci l’hanno ripetiti di nuovo et
ci l’hanno negati, et gli è stato necessario pagargli.
Supp.ca ancora V.S.Ill.ma come due anni sonno tenea dentro
monasterio di S. Domenico di questa Città uno magazzeno con molte
quantità di grano, andarono certi con chiavi false, l’hanno rubbato
la miglior parte di detto grano, et così anche dall’aira à tempo,
che facea massaria, et molti porcelli dalla grotta, perciò ricorre
al tribunale di N.S. Dio, che altro remedio essa povera supp.te non
ha, et alle gratie di V.S.Ill.ma voglia concedergli licentia, che
facciano li debiti monitioni contra tutte quelle persone havessero
messo , ochi l’havesse visto, ò da chi l’havesse visto mettere, et
chi n’havesse notitia di mettere detta mestura à dette acque, e
terra, et così anco contra detti essattori che gli hanno negato
detti danari, et contra quelli, che hanno rubbato detto grano tanto
dal magazzeno, quanto dall’aira et li porcelli di detta grotta,
tanto chi l’ha rubbato, ò visto rubbare ò in qualsivoglia modo
n’havesse notitia lo voglia revelare al R.do Cantore di questa Città...”
Tenendo conto di tale situazione economica, in cui pochi sono in
grado di anticipare i capitali necessari per portare a compimento
processi produttivi di esito incerto e che comunque richiedono molto
tempo per dare profitti, risultano di particolare interesse le
suppliche di Francesco Magliano, il quale l’otto maggio 1623 così si
rivolgeva al vicario generale dell’arcivescovo Alfonso Pisani:
“Ill.mo et R.mo Sig.r.
Francesco Magliano di Santa Severina humil(men)te suppl(ican)do a
V.S. Ill.ma dice come per l’infrascritte cause si ritrova
estremamente danneggiato, et non può avalersene per essere cose
occulte et perciò supp(li)ca V.S.Ill.ma resti servita concedere ad
esso supp.te monitorio di escomunica per potere avalersine
civilmente.
In primis contro chi sapesse che esso supplicante sia stato
danniggiato, da Cicco Sacco, Cicco Ragalia et Girolimo Sala
Siciliano suoi compagni nell’acconcio che molti mesi hanno insieme
fatto de salinitri, no haver venduto, dato, o prestato alcuna
quantità di detti salinitri in danno, et interesse di esso supp.te
con revelare la quantità, il tempo, et la persona distintamente.
Item contro chi sapesse che Gasparo Lanzalone affittò l’anno 1621 a
Giulio Sfilanga il frutto delle sue olive dette di Bella per litre
duicento, et diceotti effettivi, et nella obliganza per apparenza li
posero litre duicento trenta et quattro tumula di olive, che il
tutto si riceveno a gratia di V. S. Ill.ma”. .....”
Sempre il Magliano il 28 gennaio 1628 così supplicava:
“Gio. Fran.co Magliano di questa Città supplicando fa intendere a V.
S. Ill.ma come havendo fatto società con Gio. Geronimo Grimaldi di
questa medesima Città in vendere e comprare alcune robbe
commestibili esercitandosi esso supp.te in una Pothega lorda, e
mentre hanno atteso in detto esercitio per commodo del detto Gio.
Geronimo esso Gio. Fran.co l’ha donato in contanti molte partite di
dinari tanto in detta Pothega quanto in casa quali partite volendosi
far conto fra d’essi li vengono negate dal detto Gio. Geronimo in
grave danno d’esso esponente e così ancora havendo seminato insieme
esso Gio. Fran.co ha speso molti dinari soverchi come anco semente
per la qualcosa li restano esso Gio. Geronimo debitore in docati
nove quali medesimamente dice non ricordarsi venendone gravemente
interessato esso supp.te. Perciò se ne ricorre da V. S. Ill.ma...”.
I mastri salnitrari
L’abilità di mastri polverari santaseverinesi, cioè di estrarre
il salnitro e di confezionare la polvere da sparo, è documentata
anche nella seconda metà del Seicento. Il 13 giugno 1667, con atto
del notaio Gio. Tomaso Salviati di Crotone, Antonio Ruggiero di
Santa Severina acquistava da Jo. Baptista Cavarretta “uno concio per
farse il salinitro e polvere”. Tale concio, che il Cavarretta aveva
acquistato da Pietro Pisanelli, era situato in Crotone dentro la
lamia “dove si fa’ detto salinitro e polvere” vicino al convento di
S. Francesco d’Assisi. Il concio consisteva in “uno caccavo di rame
posto sopra la fornace nel modo che si trova, tre cascie di tutta
tavola, quattro tine, tre grandi et una piccola, doi mortari per
farce detta polvere con suoi pistoni e pertiche, una maylla per
sogranarce la polvere, doi cati, due pale, uno zappone, una quatità
di terreno per far salinitro et doi criti vecchi per servitio di
detta polvere”, ANC. 313, 1667, 91v-92.
Nel catasto onciario di Santa Severina del 1743 troviamo ancora due
famiglie di salnitrari: quella del salnitraro Lupo Briti di anni 48,
sposato con Palma Demme di anni 55, e del figlio Pietro Angelo di
anni 21, che esercita la stessa arte ( f.65) e quella di Tommaso
Rizza, mastro salnitraro di anni 65, sposato con Faustina Sacco di
anni 65, che vive con i figli Marco Antonio di anni 28 e Nicola di
anni 19 pure salnitrari ( f. 96v). Anche nel catasto onciario del
1785 sono presenti i mastri salinitrari Pasquale Merrene ( f. 20) e
Tommaso Rizza di anni 30 ( f. 21v).
Entrate feudali
Nel bilancio dell’entrate dei corpi feudali della Città di Santa
Severina troviamo spesso annotato l’affitto delle grotte per fare il
salnitro. Il feudatario affittava sia le case che i conci.
Tra le entrate feudali di Santa Severina alla morte del conte
avvenuta nel 1600 è annotato che dall’affitto delle case e dei conci
del salnitro provenivano ducati 100 annui ( “Salnitrari 100”). In
seguito però, secondo quanto riporta il Relevio, le “Case et
acconcio di salnitro non si affittano per ordine della Camera”. Tale
nota è anche riportata nei Relevi successivi. Nell’entrate del 1618
è annotato che “Le case et conzi de salinitri si teneno per la Regia
Corte per l’effetto de salinitro” e così anche negli anni successivi
tanto che in una nota datata 10 luglio 1627 è scritto che poichè nel
passato l’introito proveniente dai salnitrari era di 100 ducati ci
si deve informare e si “ha da produre l’ordine come le case et conci
de salnitri non s’affittano. Poichè nel affitto del anno 1601 stanno
per duc. 100”. L’introito proveniente da questa voce fu poi
sottostimato, infatti tra le entrate feudali di Santa Severina alla
metà del Seicento vi sono ducati 15, che il feudatario percepiva
“dalli congi de salenitro di Santa Severina”. Nell’Introito
dell’anno 1648 e 49 è annotato : Affitto de Salenitro a Gabriele
Catalano d(oca)ti 15” e tra le botteghe presenti in città nel 1653
sono segnalate quelle di “tre polveristi”. Tale entrata è segnalata
anche in seguito: “Li Salinitrari per li conci del salnitro in
d(ett)a Città di S.ta Severina d(oca)ti 15” ( 1657) e “Per quello
pagano li salinitrari de S.ta Sev.na riscosso da Mutio Curcio
d(oca)ti quindici” ( 1665).
Una dichiarazione dell’università convalida quanto dichiarato dal
feudatario: “Facciamo piena, et indubitata fede et con giuramento à
chi la presente spetterà o sarà in quals.a modo presentata In
Judicio, et extra, et signanter alla R.a Camera della Summaria, Noi
Sott.i Sindici, et eletti della Città di S. Sev.na come la
Portulania non rende più di ann(ui) D(oca)ti venti, e li Salinitrari
non pagano più di docati quindici l’anno, e che li territorii,
quando si donano à maiisare, non rendono cos’alcuna, eccetto che
qualche cosa che si tira per accordio, e che S. Dom.ca territorio di
d.a Città nell’anno 1656 fu data à maiisare, e non si hebbero più di
docati sedici et similmente la gabella di Condarcuri fu data à
maiisare, e si n’hebbero tt.a quaranta di grano, e docati venti; e
parimente, che l’herbaggio di Serino in detto anno non s’affittò,
benche si suole affittare docati cento cinquanta, ma lo pascolò
Paulo de Bona erario a queltempo con l’animali del Sig, Duca padrone;
onde a fede di questa verità si habbiamo firmata la p.nte, de n.re
p.prie mani, e sigillata con il sugello. Data in S. Sev.na li 30
9bre 1665.
Michel’Angelo Faraldi sind.co.
Grispino Baccaro sind.co
Pietro Fran.co delle Pera eletto
Giuseppe Modio eletto
Giuseppe Aversa eletto
Gio. Martino Rossi eletto”
La case e conci del salnitro rimarranno in potere del feudatario.
Dall’apprezzo del 1688 troviamo tra i corpi feudali: “Possiede
l’utile Sig(no)re della d(ett)a Città, e proprio vicino l’ospitale
certe grotte, dove si fa il salnitro nel quale sito vi sono le
caldare per la composizione di esso, quali grotte importano an(nui)
d(oca)ti dieciotto” ( Commissione liquidatrice del debito pubblico
busta 4411, ASN). Anche nel catasto onciario del 1743 tra i corpi
feudali del duca della città Pier Mattia Gruther è annotato
l’affitto delle grotti per far salnitro, che rende ducati annui 14 (
1743, f. 22).

