[Schiavi negri e Turchi bianchi a Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 13-14/2000)
La presenza di schiavi a Crotone è stata continua
ed a volte numerosa, anche se di essa rimangono poche tracce.
Gli schiavi ai lavori di fortificazione
I “Conti” del regio pagatore Veles de Tappia elencano le spese
sostenute dalla Regia Corte per la costruzione delle fortificazioni
delle città e castello di Crotone, i cui lavori iniziarono nella
primavera del 1541. Lo scrivano di razione Petro Saporta, incaricato
della loro stesura, distinse settimanalmente e giorno per giorno i
denari pagati ai fornitori dei materiali ed ai lavoratori.
Questi ultimi sono divisi in categorie (mastri, manipoli,
devastatori, quatrari, saccari, aiutanti di calcara , marinai ecc.)
e per città di provenienza.
Vi è poi , a parte, un folto gruppo formato dagli “sclavi, o scavi,
de Cotrone”, i cui nomi sono seguiti da quelli dei loro padroni, che
sono i nobili della città, i funzionari regi ed i feudatari:
Marco Nigro de Infosino, Francesco Nigro de Francesco Pipino, Marco
Nigro de Pipino, Martino Nigro de Francischino de Pascqua, Cola
Nigro de Joanne de Tappia, Cristofalo Nigro de Ferr.ti de Alexandro,
Ferr.ti Nigro de Jo. Antonio de Sena, Cola Nigro de Yirimia, Sulima
Moro de Ger.mo Oliveri, Casam Turcho de Luca Castellano, Francesco
Nigro de Amato, Rubino Nigro de Julio e OttavianoTibaldo, Joanne
Nigro de Loyse de Minneses, Cristofalo Nigro de Bernardino Susanna,
Franco moro de Nardo Locifaro, Cifaro moro seu yuzo de Nardo
Locifaro, Perico Nigro de Perruccio Locifaro, Baram Turcho de Alonso
Veles, Barberi Turcho de Alonso Veles, Giorgi Nigro de Cola Faraldo,
Bernardino Moro de Marco Malerba, Durala Turcho de Ferr.ti Galluco,
Memi Turcho de Gratiano de Amato, Matteo Nigro de Jo. Bb. Xiglano
(Syllano), Marzano Moro de Ferr.ti Marzano, Cola Nigro de Joanne
Velez de Tappia, Casu Turcho de Jacobo Barbamayore, Lo Moro de
Filippo la Vollita.
Scorrendo il lungo elenco, emergono due distinti gruppi di schiavi:
i Nigro ed i Turcho. I primi sono stati redenti ed hanno assunto,
tramite il battesimo, il nome cristiano, i secondi invece mantengono
la loro identità.
Gli schiavi di solito erano impiegati come manipoli, devastatori ed
aiutanti di calcara ed erano pagati settimanalmente con un salario
uguale a quello di coloro che svolgevano lo stesso lavoro. Il
salario, intascato evidentemente dai loro padroni, era di 10 grana
al giorno, per sei giorni di lavoro la settimana1.
La documentazione evidenzia quanto era folta, alla metà del
Cinquecento, la comunità degli schiavi a Crotone. Bisogna infatti
aggiungere a coloro, che presero parte ai lavori di fortificazione,
le donne, i bambini e gli anziani.
Vendite di schiavi a Crotone nel Seicento
La presenza di schiavi in città e nei paesi vicini durante il
Seicento è segnalata, oltre che dai libri parrocchiali, dove
troviamo annotati battesimi di “turchi”2, anche dagli atti dei notai
di Crotone, i quali fin dall’inizio di quel secolo attestano vendite
di schiavi negri e bianchi.
Se per i cristiani, fatti schiavi dai Turchi, a volte la liberazione
dipendeva dal pagamento di un riscatto3 o da scorrerie compiute da
cristiani in territori nemici4 o da atti di “cordialità” e
benevolenza5, per i Turchi, fatti schiavi dai cristiani, il
riacquisto della libertà era quanto mai raro.
La conversione al cristianesimo qualche volta era uno dei pochi modi
per ritornare liberi. Un caso del genere lo troviamo nel libro dei
battezzati di Rocca di Neto. L’arciprete del luogo, Gio. Pietro
Pignanello, infatti acquistò una turca ventenne di nome Homi,
ponendo la condizione che se si fosse battezzata, l’avrebbe lasciata
libera. La schiava il 30 giugno 1612 prese il battesimo e col nuovo
nome di Anna, riacquistò la libertà6.
Altre volte lo schiavo veniva premiato per la sua fedeltà, specie
alla morte del padrone, o per i suoi servizi. E’ quest’ultimo il
caso della baronessa di Bellovidere (Belvedere Spinello) Portia
Piterà, la quale avendo ereditato una schiava bianca di nome
Margherita, per compensarla per lo zelo con cui l’aveva servita e la
serviva, il 13 luglio 1616 con atto notarile la liberava7.
Quasi sempre la schiavitù era una condizione che rimaneva per tutta
la vita. Imbarcato sulle barche dei trafficanti, come una delle
tante merci, lo schiavo veniva venduto a feudatari e nobili8.
I possidenti del Crotonese a volte procedevano all’acquisto tramite
prestanome e procuratori, i quali si incaricavano di acquistarli
anche in altri centri della regione.
Il 13 gennaio 1613 il notaio di Crotone Giovanni Dionisio Speziale
si recò a Monteleone per registrare l’atto di vendita di una schiava
bianca di 25 anni di nome Margarita Mingrella, che Giovanni Pallodio
della città di Schjo vendeva ad Antonia Piscina. Sborsato il denaro,
la schiava passò in pieno dominio, usufrutto e proprietà della
acquirente, dei suoi eredi e successori i quali potevano “quella
havere, tenere possidere, dare, vendere et alienare a qualsivoglia
persona” di loro piacimento9.
Il due agosto 1629 in Crotone Gioseppe Maria Syllano, padre e
legittimo amministratore del chierico Gio. Andrea, riceveva da Gio.
Francesco Telesio, procuratore del regio castellano del Castello di
Crotone Don Antonio Paredes, ducati 120 in contanti come prezzo
della vendita di una “scava”, che apparteneva al chierico. La
schiava di nome Barbara è descritta come una negra d’anni trenta
incirca e di alta statura. Ricevuto il denaro, il Syllano consegnò
per la mano la schiava al Telesio e “la consigna per tale quale è
sana per gratia di Dio vestita con dubletto e con una guttunera di
panno verde”. Due mesi dopo il castellano morì e la “scava di anni
28 incirca christiana nome barbara” fu rivenduta dalla vedova ed
erede, Leonora Canillo, per lo stesso prezzo a Giuliano Rizon dela
Cerda10.
Di frequente gli schiavi venivano venduti di contrabbando, cioè
senza pagare le tasse di sdoganamento ed eludendo sia la verifica,
che lo schiavo fosse effettivamente “turco”, sia il permesso del
Vicerè, di cui doveva munirsi il compratore.
A volte favorivano le truffe gli stessi funzionari, addetti ai
controlli, che si avvalevano all’occasione della complicità di notai
corrotti.
Il 12 novembre 1664 su richiesta di Orazio Migliolo, regio sostituto
arrendatore del fondaco della città di Crotone, il notaio Isidoro
Galatio ed alcuni testimoni si recano al porto dove è ancorato il
vascello del patrone Nicola Catavi di Corfù. Poiché corre voce in
città che è stata venduta una “sclavam moram”, il funzionario regio
vuole cautelarsi nei confronti dei suoi superiori e certificare il
suo corretto operato, dimostrando che ciò che si dice in giro è
falso; vuole cioè dimostrare che la schiava non ha lasciato il
vascello e tanto meno è stata consegnata al compratore. Saliti sulla
barca, il notaio in presenza di testimoni e del richiedente accerta
che vi ha trovato una schiava mora ,che stava seduta11.
Dagli schiavi negri ai “turchi bianchi”
Nella seconda metà del Seicento e nei primi decenni del
Settecento il traffico schiavistico ha come centri di provenienza le
città della Dalmazia e le isole ioniche, che sono sotto il dominio
della Repubblica di Venezia. Gli schiavi che vengono venduti a
Crotone risultano infatti imbarcati a Zante, Fiume, Segna,
Castelnuovo di Dalmazia, Corfù ecc.. Oltre a schiavi “negri”,
compaiono sempre più frequentemente “turchi bianchi” e di color
olivastro, anzi col passare del tempo gli schiavi bianchi risultano
i più richiesti e rappresentano la maggior parte degli acquisti.
Sembra che presso le famiglie aristocratiche crotonesi avere uno
schiavo bianco, sia divenuto un segno distintivo di ascesa e potenza
sociale. La schiavitù perde ogni valore legato al lavoro e lo
schiavo, o la schiava, diviene uno dei tanti elementi di distinzione
tra le classi.
L’intensità di questo traffico è segnalato anche dalla presenza a
Crotone di un console veneziano. Il 6 maggio 1682 a Crotone
Costantino Michelizzi di Zante, Gio. Vittorio Cefalai di Cefalonia e
Giorgio Magnaci di Corfù, patroni greci di barche ossia di sandali,
nominavano per loro console il nobile Fabrizio Suriano, dandogli
ampia potestà di potere esercitare il consolato per la loro nazione
e per tutti i Veneziani, come se egli fosse stato nominato
direttamente dalla Repubblica di Venezia. Il nuovo console potrà
esigere carlini quattro da ogni imbarcazione della nazione veneta,
che attraccherà al porto della città, e sarà obbligato a difendere a
Crotone e nel suo distretto ogni suddito della Repubblica di Venezia
per ogni accidente che gli potesse succedere ed assisterlo in tutto
quello che comporta tale ufficio12.
Il 22 febbraio 1682 nella città di Zante, per atto del “civis et
notarius Venetus” Julius Ziblettus in presenza di testimoni, il
signor Santhi Planitero consegna un suo schiavo di nome Adruman,
moro negro di circa venti anni, al patrone Costantin Michelizzi,
nativo di Cefalonia ed abitante a Zante. Il Planitero, affidando lo
schiavo al Michelizzi, dà a quest’ultimo la facoltà di venderlo a
Messina o in altro luogo al miglior prezzo possibile, “rimettendosi
alla di lui coscienza”. In acconto ed a cauzione del futuro affare
il Planitero ottiene dal Michelizzi la somma di 50 reali ed altri 6
reali per cambio marittimo, “a risico e pericolo sopra il corpo
della barca”, con dichiarazione espressa che , morendo lo schiavo
prima della sua vendita (“che il Signor nostro Iddio non voglia”),
in tal caso il signor Planitero sia obbligato alla restituzione
dell’intero denaro avuto in anticipo. A sua volta il Michelizzi si
impegna al suo ritorno a Zante a dare conto al signor Planitero,
tanto del prezzo ricavato dalla vendita, quanto delle spese
sostenute per la custodia, mantenimento e collocamento del moro
negro e , fatti i calcoli, gli darà il rimanente. Il Michelizzi
,preso in consegna lo schiavo, prima di lasciare l’isola lo munisce
di una patente di salute, che è rilasciata in Zante il 3 marzo dello
stesso anno. In essa è certificato che la città di partenza, cioè
Zante, è “tutta sana et libera d’ogni sospetto e di mal contagioso”
e tale è anche la merce cioè “Adruma’ turci moro passeggero con le
sue robbe d’uso con barca di ventura per il viaggio di Messina. Però
ove venisse a capitare ne stati e regni di Sua Maestà se gli potrà
dare libera e sicura prattica”. Lasciata Zante con il suo brigantino
“La SS.ma Trinità”, il Michelizzi, dopo aver compiuto alcuni scali,
collocando parte della merce, attracca alla fine di aprile al porto
di Crotone. Qui getta l’ancora e cerca di piazzare lo schiavo. Dopo
vari tentativi e trattative si raggiunge un accordo. Per renderlo
legale, il primo maggio il notaio Antonio Varano si reca nel
castello di Crotone dove è redatto l’atto di vendita. Lo schiavo o
moro negro detto Adruma’ è venduto per il prezzo di 72 ducati di
moneta corrente del regno al castellano del regio castello di
Crotone, l’Almirante Domingo Rodrigues. Così come il denaro sborsato
ed intascato cambia di padrone, anche Adruma’ ne segue la sorte. Lo
schiavo diventa dominio e possessione dell’Almirante e dei suoi
eredi, i quali potranno “quello havere, tenere, possedere, vendere
et alienare et farne come cosa propria”13.
Il 26 marzo 1687 a Crotone il reverendo Domenico Cenula di Positano
vende al capitano Antonio Villegas, procuratore di Carlo Blasco di
Rossano, marito di Laura Berlingieri di Crotone, una turca bianca di
circa 22 anni “di giusta statura capelli biundi con una sima sotto
il labro a parte sinistra et per destera” di nome Sacchia originaria
di Novigrado. Il Cenula l’aveva comprata nella città di Segne. Prima
di stendere l’atto di vendita, la schiava è portata dal parroco di
Santa Veneranda Giuliano Villaroja dove, in presenza del notaio e
del regio giudice della città, è interrogata se era stata battezzata
e lei rispose “che era vera turca”. La vendita è possibile in quanto
sia il Cenula che il Blasco hanno ottenuto il permesso del vicerè,
“in virtù del rescritto per Segreteria di giustitia spedito sotto il
27 Xbre 1686”. Per tale trattato, fatta sdoganare nella regia dogana
di Crotone e pagate le dovute tasse, è venduta al Blasco per ducati
40 in moneta di Sicilia. Il compratore potrà “quella havere tenere
et possidere vendere et alienare et altrimenti farne come cosa
propria”14.
Il 28 marzo 1687 Felice Scarpato, patrone di tartana, vende una
turca bianca di nome Musco di circa 13 anni “punta di varoli,
capelli castagni” da lui comprata a Fiume. Egli si era in precedenza
accordato con il nobile crotonese Gio. Paulo Pipino. Il Pipino
,ottenuto il permesso dal vicerè può ora perfezionare l’acquisto. Il
nobile consegna l’assenso al notaio il quale procede alla stipula
dell’atto di vendita, col quale il patrone cede al Pipino la turca,
ricevendo in cambio il suo prezzo, cioè 25 ducati15.
Nell’ottobre 1692 il maltese Claudio de Rosi arriva con la sua
feluca al porto di Crotone. Egli trasporta numerosi schiavi bianchi
che ha acquistato in Castelnuovo di Dalmazia. Con sé ha anche una
fede rilasciata il mese prima dal vice curato dell’ospizio di San
Francesco di Castelnuovo che certifica che gli schiavi sono tutti
“veri turchi”. Il marchese di Crucoli, Giuseppe Oronso Amalfitano,
che soggiorna nel suo casino di La Sala, ne vuole acquistare uno e
perciò incarica Tommaso Varano di Crotone a trattare per suo conto
l’affare. Ottenuta la licenza del Vicerè e dopo aver fatto esaminare
lo schiavo prescelto da un ecclesiastico, in presenza del regio
governatore di Crotone, Don Luis de Villa Reale, che accertò che si
trattava di un vero turco, il notaio Antonio Varano stila l’atto di
vendita. Il 19 ottobre 1692 Assan, schiavo bianco di 6 anni, figlio
di Mucho Elavovial di Trebinje passa in proprietà del marchese per
ducati 15 “in tanta moneta d’oro”16.
Tra il Seicento ed il Settecento
Sul finire del Seicento si può stimare che a Crotone ci fossero
una settantina di schiavi su una popolazione di circa tremila e
cinquecento abitanti. Altri schiavi erano custoditi dai feudatari e
dai nobili dei paesi vicini17. Gli schiavi di solito dopo essere
acquistati, venivano battezzati ed assumevano il cognome del
padrone.
Dal 15 agosto 1691 al 15 agosto 1694 furono fatti cristiani 3
schiavi, 3 calvinisti e 22 ebrei, ai quali, come da ordine del
vescovo Marco Rama, furono dati ad ognuno 5 grana a testa dal
procuratore del Capitolo della cattedrale. Sempre nello stesso
periodo morirono quattro schiavi: Andrea Caivano, Antonio Presterà,
Pietro Manfredi ed Anna Maria Capicchiano18.
Pur acquisendo attraverso la redenzione un nuovo nome ed una nuova
identità, gli schiavi, anche se fatti cristiani, erano ancora
considerati come delle cose, come dimostrano gli atti di vendita e
gli inventari di sequestri e di beni ereditari: …uno crucifisso di
vetro, due pistoli, una cascia piccola di cedro, quattro boffetti,
dudici seggi di bacchetta, uno quatro della madonna dell’Arco con
cornici indorate, dui secchi, uno schiavo negro, uno tripodo, una
gradiglia…19
Così Pietro Suriano, proprietario di molto bestiame e di vaste
terre, morto nell’agosto 1708 lascia agli eredi, oltre ai molti
debiti, il palazzo di abitazione, un giardino con sua torre e vigne,
terreni per un totale di 180 salmate, una bottega in piazza,
numeroso bestiame (vacche, vitelli. vitellacci, scrofe, tori, buoi,
pecore ecc.) ed uno schiavo bianco trentenne di nome Giacchino20.
Ultimi atti
Pochi sono gli atti che riguardano le vendite di schiavi a
Crotone nel Settecento.
Il patrone Donato Cafiero del Piano di Sorrento compera a Piombino
uno schiavo “color olivastro, statura giusta, capello nero e riccio
lungo” di circa venti anni di età e battezzato con il nome di
Giuseppe. Poiché intende venderlo, lo consegna al fratello Gabriele,
il quale, giunto al porto di Crotone con la sua tartana, sparge la
voce per piazzare la merce. Si fa avanti Salvatore Messina del luogo
che, prima di acquistarlo, vuole provarlo. Perciò fattosi consegnare
lo schiavo ed avutolo in suo dominio, il Messina se lo portò a casa
e gli ordinò di eseguire molti servizi. Messo alla prova, lo schiavo
si dimostrò lesto e all’altezza di ogni situazione, dando al futuro
padrone intera soddisfazione e piacimento. Contrattata e decisa la
vendita, l’11 aprile 1717 venne steso presso il notaio Pelio Tirioli
il contratto. Il Messina si obbligò a pagare tutto in una volta al
patrone Gabriele il prezzo dello schiavo, valutato in 60 ducati,
volle però cautelarsi da possibili truffe. Si impegnò quindi a fare
il versamento della somma solo alla fine del mese di agosto. Prima
richiese che il venditore, una volta ritornato al suo paese, gli
mandasse tutte le scritture e gli atti comprovanti che
effettivamente Giuseppe era uno schiavo e che era stato acquistato a
Piombino. Poi impegnò il venditore a riportargli lo schiavo, se per
qualsiasi motivo quest’ultimo gli fosse fuggito e fosse ritornato al
suo vecchio padrone. Non era raro infatti il caso che servo e
padrone si accordassero ed una volta avvenuta la vendita, il primo
alla prima occasione se ne fuggisse per ritornare dal vecchio
padrone, per spartirsi gli utili21.
La schiavitù era ancora presente a Crotone nella prima metà del
Settecento. Sul finire del viceregno austriaco, il procuratore del
capitolo annotava tra le uscite il pagamento effettuato a quelli
della redenzione degli schiavi di grana 15, il prezzo cioè per tre
schiavi battezzati22 ed alcuni anni dopo nel catasto onciario di
Crotone del 1743 troviamo che il nobile vivente Carlo Manfredi
possedeva una schiava di 70 anni di nome Catarina, Lorenzo Soda ne
aveva una di nome Innocenza di anni 42, il nobile patrizio Pietro
Zurlo aveva uno schiavo di nome Giuseppe Antonio Zurlo di anni 32…23
Note
1. Dip. Som. Fs. 196, n.4 a 6, ASN
2. Il 4 ottobre 1637 veniva battezzato il turco Acmet, era padrino
il capitano spagnolo Giuliano Rizon de la Cerda, Valente G.,
Calabria Calabresi cit., p. 548.
3. Nel 1680 fu fatto schiavo dai Turchi il crotonese Dionisio
Pelusio, il quale rimase in schiavitù per tre anni finché i suoi
fratelli lo riscattarono pagando 400 ducati, ANC. 497, 1706, 43.
4. Fabrizio Lucifero, figlio di Jo. Francesco e di Berardina
Maiorana, fu fatto schiavo dai Turchi. Rimasto in schiavitù per 16
anni continui fu liberato nell'isola di Santa Maura, grazie ad una
incursione fatta dalla serenissima Repubblica di Venezia, ANC. 336,
1690, 99.
5. Il ministro plenipotenziario del re delle Due Sicilie, Giacinto
Voschi, partendo nel 1742 da Tripoli ottiene in regalo da quel
pascià, come atto di cordialità, due prigionieri cristiani. Uno di
questi si chiama Rocco Varano, marito di Caterina Pullis, dimorante
a Crotone, ANC. 668, 1750, 121- 123.
6. Adi 30 de giugno 1612 Io D. Gio. Simone Brittone economo nella
Rocca di Netho ho battizzato ad Homi Turcha comprata dal R.do
Arcip.te D. Gio. Pietro Pignanello e lasciata libera se si
battezzira e si chiamò Anna, il padrino fu il Sign.r Gio. Giacomo
Pignanello et era d’anni come per suo aspetto apparea d’anni 20
incirca, Battezzati della T,ra della Rocca de Neto, f. 44.
7. Valente G., cit., p. 536.
8. Nell’elenco dei fuochi di Melissa del 1658 troviamo: Pietro Paulo
schiavo nigro dell’Ecc.mo Signor Principe patrone d’anni 80 e Laura
figlia medesima negra vergine d’anni 26, Fondo Pignatelli Ferrara,
Fasc. 51, inc. 19, f. 31r, ASN.
9. ANC. 108, 1613, 75-76.
10. ANC. 118, 1629, 66v, 70- 71.
11. ANC. 310, 1664, 29.
12. ANC. 335, 1682, 45.
13. ANC. 335, 1682, 40 – 43.
14. ANC. 335, 1687, 17.
15. ANC. 335, 1687, 19.
16. Nota degli schiavi bianchi di Trebinje comprati ed imbarcati a
Castelnuovo dal maltese Claudio de Rosi sulla sua feluca chiamata
Gesù Maria e San Giuseppe: Assan figlio di Mucho Elavovial, le
sorelle Credira e Fattune figlie di Abil Auziol, i fratelli Mustafà
e Mucho figli di Soliman Provial, Aissa figlia di Michemet, Mustafà
figlio di Stelan Bechierovil ed Emiria moglie di Alziani Caramugio,
ANC. 336, 1692, 162- 164.
17. All’inizio del Settecento, nel camerino della scrivania del
castello di Strongoli del principe Pignatelli vi era un bacucco per
lo schiavo ed una catena di ferro, Inventario del Castello di
Strongoli, 1703, Arch. Pignatelli Ferrara, Fasc. 46, inc, 69, ff.
1-12v, ASN.
18. Platee del R.mo Capitolo 1691/1692, 1692/1693 e 1693/1694, Arch.
Vesc. Crot.
19. ANC. 335, 1683, 46v.
20. ANC. 497, 1708, 46-52.
21. ANC. 659, 1717, 55v –56.
22. Adi 30 luglio (1731) dato per ordine di Monsignor Vicario a
quelli della redenzione de schiavi grana 15, Platea Capitolo 1730 e
1731.
23. Catasto Onciario Cotrone, 1743, ff. 41, 42, 180.

