[Storie di schiavi e di riscatti]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 26/2003)
Alcuni aspetti della vita dell’arciprete di Le
Castella Guarino Pantisano, come risultano dall’interrogatorio fatto
nel 1594 dal decano Nicolao Tiriolo, ricordano quanto fosse presente
il pericolo turco nella seconda metà del Cinquecento.
Storia di un rapito
Interrogato da quanto tempo aveva ottenuto il beneficio
dell’arcipresbiterato nella terra delle Castelle e se avesse le
bolle e da chi erano state spedite, l’arciprete rispose: “ A
giudizio mio haverà da quindici anni in circa et n’ho le bulle quali
me foro spedite da Mons. Ill.mo Caracciolo et a quelle me
riferisco”. Ammonito a presentarle. Rispose: “non so se sonno qua o
in Cotrone perche quando fu l’Armata sfrattammo e portai ogni cosa
in Cotrone et molte robbe sonno llà però le farò cercare et le farò
presentare a V. S.ria. Interrogato se detto beneficio l’ha ottenuto
per morte, remissione o in altro modo. Rispose: “ questo beneficio
l’havea lo R.do D. Colella Loriyo al presente cantore di questa
chiesa e città, et lo resigno in mano de Mons. Ill.mo Vescovo libero
credo io et po’ lo confermo a me”. Interrogato se prese possesso del
predetto beneficio e se fu fatta la pubblicazione di detta
remissione in chiesa secondo le costituzioni dei sommi pontefici e
professione di fede. Rispose: “Si S.re perche lo S.r decano di
Cotrone che all’hora era cqua con molti altri preiti vennero alli
Castelle et mi diede il possesso e non me ricordo d’haver fatta la
professione dela fede”. Interrogato se ha fatto continua residenza
nella terra di Castellorum Maris. Rispose : “Al principio che io
hebbi il beneficio io facea residentia perche nello castello vi
erano da circa quindici casati, ma da alcuni anni in qua che son
quasi tutti sfrattati per lo pericolo et invasione deli Turchi io me
ritirai all’Isola e le feste andava a celebrare. Interrogato da
quanto tempo circa non va a celebrare e per quale causa. Rispose: “
Dopo che passò l’Armata che fu in questo mese d’Augusto io non so
stato alle castella si no una volta sola a celebrare ma succedendomi
infermità alle gambe et alli orecchie et per la vecchiezza non ci ho
possuto ne posso andare ne ci ho mandato nesciuno perche non ho
trovato e mandarci. Interrogato se fu richiesto dagli abitanti e dal
castellano che andasse a detta terra a celebrare e per amministrare
i sacramenti. Rispose: “ Mi lo mandarono a dire che ci andasse ma
non ci potea andare per la detta mia infermità”. Interrogato se i
suoi superiori lo comandarono di andare a celebrare. Rispose: “Li
superiori me lo comandavano ma io non ci potea andare ne potea
trovare nisciuno di mandarci. Interrogato perchè i suoi superiori
non destinarono in mancanza sua che altri andassero a celebrare.
Rispose: “Io credo che haveano respetto all’infermità et impotentia
mia et toleravano che non andasse”. Interrogato se teneva nella
chiesa di Le Castella il SS. Sacramento dell’Eucarestia, o i sacri
oli o l’acqua battesimale. Rispose: “ In quella chiesa da che fo
dissabitata et desctrutta la terra p.tta deli Castella non si è
tenuto il S. Sacramento, ne li ogli sacri ne acqua baptesimale
perche lo fonte fo roinato ne io ci l’ho tenuto mai per non averci
lochi commodi per tenerlo”. In seguito proseguendo
nell’interrogatorio l’arciprete di circa 80 anni continuò: “Non ho
lettera de nesciuno ordine ne maggiore ne minore perche mi foro
pigliati da li turchi quando fui da quelli ancora pigliato io in
S.to Petro a tempo che era arciprete de quel luogo che haveva da
quaranta otto anni in circa mi portarono li turchi alla Natolia dove
stetti circa uno anno et fui rescattato cento scuti de oro e dopo
sono stato qua. Sono arciprete delle Castella con cura d’anime, si
bene son pochissime anime perche dopo che li turchi pigliaro detta
terra e fo anche smantellata, tutti li cittadini sene partiro et al
presente non sono piu che tre casati li quali habitano dentro il
castello (Visita fatta per il decano di Catanzaro Nicolao Tiriolo
vicario generale di d.o Mons.r Caracciolo nell’anno 1594 cit., ff.
40-41, 88v)
Il denaro per il riscatto
Primo Giugno 1634 in Cutro. Giuseppe Longo, abitante a Le
Castella, dichiara che ha deciso di prendere l'abito dei cappuccini.
Prima di dare la professione egli vuole liberare la madre, che
l'anno precedente è stata rapita dai Turchi con altri abitanti
durante la presa delle Castella. Per accumulare i soldi per pagare
il riscatto, egli incarica il fratello Antonio Longo, al quale
affida l'amministrazione dei suoi beni. Qualora non sia possibile
liberare la madre, perché già morta in mano dei Turchi, egli vuole
che i suoi beni rimangono comunque in custodia al fratello, finché
non darà ordine per la loro disposizione al momento che darà la
professione. Giuseppe Longo aggiunge inoltre, che ha fatto scrivere
dall'arciprete delle Castella una domanda per la libertà della madre
e che perciò il fratello deve versare all'arciprete ducati quattro.
(ANC. 71, 1634, 119v- 120r)
La moglie del rapito
Il cirotano Antonio Mazziotto assieme ad altri suoi compaesani
l’otto marzo 1676 prende in fitto dal possidente di Cirò Mario
Trusciglio una chiusa in località “Paraci”. L’intento è quella di
dividere la chiusa in pezze e trasformarla in vigna. Perciò i
fittavoli si impegnano a pagare ognuno un annuo canone in perpetuo
di carlini 6 per pezza e di pagare “il voto per pieno, obbligandosi
di pagare detto canone fra il termine di anni due”. Al tempo della
raccolta di quello stesso anno Antonio Mazziotto è fatto schiavo dai
Turchi, perciò la sua pezza rimane trascurata ed in abbandono. La
moglie dello sventurato, Isabella Labella, non può dedicarsi alla
vigna, né incrementarla, né curare e coltivare quella che è stata
impiantata, in quanto non ha possibilità finanziarie, anzi vive in
uno stato di miseria. La povera donna, per non andare incontro ad
ulteriori spese, è perciò costretta nell’ottobre di quello stesso
anno a disfarsi della vigna. Essa decide di cederla a Giacomo
Terranova con tutte le piantine di vigne e con tutti gli obblighi.
Così per il prezzo di carlini 20 la vigna passa in potere del
Terranova, liberando Isabella Labella di ogni obbligo e peso verso
il Trusciglio.( ANC. 333, 1676, 42).
Solidarietà fraterna
Il prezzo del riscatto ed il periodo della prigionia erano
quanto mai vari. Il 10 luglio 1706 in Crotone il notaio Silvestro
Cirrelli si reca nella casa dove abita il reverendo Don Gennaro
Pelusio, arciprete della cattedrale di Crotone. Il Pelusio
avvicinandosi l’ora della morte detta il suo testamento. Tra le
varie disposizioni testamentarie vi si trova un richiamo ai fratelli
Dionisio ed Isidoro. Dionisio nel 1680 fu fatto schiavo dai Turchi e
rimase in schiavitù per tre anni, finché non fu riscattato dal
testatore e dal fratello Isidoro, che per la liberazione sborsarono
la somma di quattrocento ducati. Per tale motivo il liberato
Dionisio alla sua morte, per riconoscenza verso il fratello Isidoro,
lo istituì suo erede universale e particolare, lasciandogli in
eredità tra le altre cose anche una gabella detta “Il Pozzo del
Forno”. ( ANC. 497, 1706, 41v-43)
Un ritorno non previsto
Il rapito quasi sempre riacquistava la libertà, non perché dai
suoi congiunti fosse stato pagato il riscatto, ma a causa di eventi
che niente avevano a che fare con il suo stato e la sua condizione.
E’ questo il caso dell’aristocratico crotonese Fabrizio Lucifero. Il
24 ottobre 1684 in Bari su richiesta fatta dal nobile Fabrizio
Lucifero di Crotone, figlio ed erede di Gio. Francesco, il notaio
Giuseppe Campanella, il regio giudice Michelangelo Grossi ed alcuni
testimoni si recano al sacro ospedale della SS.ma Trinità
dell'ordine del Beato Giovanni di Dio, per redigere un atto di
donazione per causa di morte. Giunti nell'ospedale, i convenuti
trovano il Lucifero giacente in letto, infermo ma sano di mente, il
quale in presenza anche del Reverendo Padre frate Benedetto Trucchi,
superiore del detto ospedale, detta alcune disposizioni
testamentarie. Il Lucifero fa presente di aver ottenuto la libertà
dalle mani dei Turchi dopo sedici anni di continua prigionia
nell'isola di Santa Maura, grazie all'incursione fattavi dalla
Serenissima Repubblica di Venezia. Dopo la sua liberazione, per
grazia di Dio, pervenne sotto la cura e l'assistenza dei padri della
religione di San Giovanni di Dio, ai quali ora per gratitudine,
appressandosi la morte, egli ha deciso di donare alcuni suoi beni
situati in Crotone ed a Catanzaro. Tali proprietà gli erano
pervenuti come erede del padre Gio Francesco e della madre Berardina
Maiorana di Catanzaro. Morto Fabritio Lucifero, i fatebenefratelli
cercheranno di entrare in possesso del lascito, ma le proprietà del
Lucifero, ancora prima della sua morte erano già da tempo passate in
altre mani. Solamente dopo una lunga lite giudiziaria i
fatebenefratelli riusciranno a raggiungere un accordo con le parti
avverse ed ad entrare in possesso di una piccola parte del valore
del lascito ( ANC. 336, 1690, 99-102).
Liberazione esentasse
Oltre a pagare il prezzo del riscatto, la famiglia del rapito
dai Turcheschi doveva anche pagare una tassa ai Sacri Monti di
Napoli.
Non sono rari i casi, specie durante il regno di Carlo III di
Borbone, di schiavi cristiani liberati senza aver pagato alcun
denaro né ai barbareschi né ai Sacri Monti di Napoli.
E' il caso del soldato del re Rocco Varano, sposato con Caterina de
Pullis, nativa di Strongoli ma abitante a Crotone. La De Pullis nel
dichiarare che il marito era stato liberato senza sopportare alcuna
spesa, l' otto agosto 1750 esibiva al notaio Pelio Tirioli la
seguente dichiarazione: "Noi D.n Giacinto Voschi ministro
Plenipot(enzia)rio nell'adietro, per la maestà del Re delle due
sicilie alle Potenze d'Africa. Dichiariamo come nell'1742, nella
n(os)tra partenza da Tripoli, da quel Bassà ci furono regalati per
atto di sua cordialità, verso di noi dimmostrata, due Captivi
Christiani, sudditi del Clementis(si)mo n(os)tro Real Sovrano, che
dio preservi, Chiamandosi uno Rocco Varrano, e dell'altro non mi
ricordo il nome, e li medemi furono rillasciati senza spesa, benche
minima, tanto le riguardanti solite pagarsi collà, come per li Sacri
Monti di Napoli, e peressere la Verità, abbiamo data la presente
firmata di n(ost)ra propria mano, e munita del n(os)tro solito
sigillo. Napoli li 28: 9bre 1746. Giacinto Voschi". ( ANC. 668,
1750, 121-123).
Il riscatto non pagato
Molto spesso i denari, raccolti con tanta fatica dai familiari
per pagare il riscatto del congiunto, fatto schiavo dai Turcheschi,
prendevano altre vie. Di frequente rimanevano con vari raggiri nelle
tasche dei loschi figuri, che solerti si erano presentati come
accreditati intermediari. Che ciò avvenisse solitamente, traspare da
numerose testimonianze. Spesso gli intermediari, intascato il denaro
per pagare la taglia, si involavano o trovavano il modo per far
perdere le tracce; altre volte si trattenevano il denaro, anche se
il merito della liberazione non era avvenuta per la loro opera.
E' il caso di alcuni schiavi liberati senza il pagamento della
taglia, ma per i quali i congiunti avevano già versato il prezzo del
riscatto. Tra questi ricordiamo Rocco Varano di Catanzaro, fatto
schiavo dai Turcheschi, come risulta da una fede notarile.
Presso il notaio Nicola Rotella, nativo di Mesoraca ma abitante a
Crotone, il 17 maggio 1752 si presenta Tomaso di Vito di Isola per
fare una dichiarazione. Il Di Vito, che era stato fatto schiavo e
come tale portato nella città di "Tripoli di Barbaria", fu
testimone, che mentre si trovava in quella città, vi era anche
presente come schiavo Rocco Varano di Catanzaro, marito ora defunto
di Catarina de Pullis. Poiché allora si trovava ambasciatore presso
quella corte, per trattare la tregua col re, il signor Giacinto
Voschi, fu regalato a quest'ultimo lo schiavo Rocco Varano. Il
Voschi tuttavia non solo lo liberò ma anche "a sue spese lo rimesse
in Napoli libero, e senza che avesse esso di Varano pagato cosa
alcuna, anche di nolo, spese ed altro" ( ANC. 1124, 1752, 25).
Più tempo, meno soldi
Il denaro per il riscatto, che i familiari del rapito
consegnavano in deposito a qualche potente del luogo, con l'intento
che fosse consegnato tramite un intermediario ai rapitori, una volta
avuta la certezza della liberazione del congiunto, con il passare
del tempo e l'allontanarsi dell'evento, un po' alla volta svaniva.
E' questo il caso che interessò Lucrezia Asturi. La vicenda iniziò
nel giugno 1712 e si concluse solo dieci anni dopo.
Il 3 giugno 1712 i “Dolcinotti” fanno schiavo il crotonese Antonino
Manica. Il cognato Gio. Francesco Azeri, per poterlo riscattare,
consegna ducati 200 in deposito al nobile Gio. Battista Barricellis,
il quale a sua volta si obbliga a versarli all'intermediario Gio.
Luise de Soda, nel momento della liberazione del sequestrato. Gli
anni passano e muore sia Gio. Francesco Azeri, che Gio. Battista
Barricellis. Non essendo ancora avvenuto il riscatto, l'Azeri lascia
erede dei ducati 200 la moglie Lucretia Asturi. Questa, trovandosi
in difficoltà finanziarie e dovendo mantenere i figli, si rivolge ad
Anna e Francesca Barricellis, figlie ed eredi di Gio. Battista
Barricellis. Le sorelle, "compassionando l'afflittione" dell'Asturi,
le promettono ducati 25 ma avendo "visto prima li libri del negotio
del padre", trovano che Gio. Francesco Azeri, marito dell'Asturi,
aveva già ricevuto in più volte ducati 100. Le sorelle Barricellis,
adducendo la scusa di cautelarsi, richiesero perciò a Lucretia
Asturi che, "per sicurtà" dei ducati 125 in caso si dovesse fare il
riscatto, essa obbligasse sé stessa, i suoi eredi, i figli ed i
beni. Non avendo altre proprietà che la sua casa dotale dove
abitava, l'Asturi, pur di avere i 25 ducati richiesti, il 20
dicembre 1718 fu costretta ad ipotecarla in favore delle
Barricellis. In seguito tuttavia Antonino Manica ritornò libero e
potette ritornare a Crotone, non certo per opera degli intermediari,
ma "senza riscatto" e "solo per gratia del Prencipe del Regno".
Anna e Francesca Barricellis dovettero restituire i ducati 75
rimasti e liberare Lucretia Asturi, sia dall'obligo sulla sua
famiglia che dall'ipoteca sulla sua casa dotale. Poiché nel
frattempo era scoppiata una lite tra Antonino Manica ed i figli
dell'Asturi a causa di alcuni seminati, che avevano condotto
assieme, e, fatti i conti, al Manica spettavano ducati 37 e mezzo,
Lucretia Asturi, per liberare i figli dal debito, ordinò di
prelevarli dai 75 ducati, che avanzava dalle sorelle Barricellis. In
tal modo dei 200 ducati, a suo tempo sborsati dal marito, ne
ritornarono a lei solo 37 e mezzo.( ANC. 661, 1722, 53 -54).

