[Storie di bordonari]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 5-6/2003)
I bordonari, detti anche vaticali o condottieri,
erano quasi sempre poveri ed indebitati con i possidenti della
città1. Spesso proprietari di un mulo o di un asino, in comitiva
erano dediti al trasporto specie di grani, orzi e fave dalle aie,
dalle fosse e dai magazzini, situati nei paesi e nelle masserie, ai
magazzini di Crotone. Qui il grano veniva temporaneamente conservato
nei magazzini, prima di essere imbarcato. Sovente erano denunciati
per i furti e le frodi, che commettevano da soli o con altri durante
il trasporto. Di fatto la merce, posta in sacchi e trasportata con
le cavalcature, che arrivava ai magazzini di Crotone, quasi mai era
uguale a quella di partenza2. A causa degli ammanchi e del
deterioramento numerose sono le dichiarazioni e le testimonianze di
bordonari, che cercano di allontanare il sospetto. Con tali atti
essi cercavano di spiegare l'ammanco e la sostituzione della merce
con altra più scadente e di minor prezzo, che non corrispondeva a
quella pattuita tra il venditore ed il compratore. La colpa veniva
imputata a volte al vento ed al sole, che asciugando i cereali umidi
durante il tragitto li faceva diminuire, ma più spesso al venditore
ed ai suoi magazzinieri3. Questi ultimi, secondo le loro
testimonianze, già alla consegna fornivano una merce scadente e
bagnata e frodavano nella misura. Il fatto che per il trasporto,
specie dei cereali, dai luoghi di produzione ai luoghi di imbarco,
occorrevano numerosi bordonari con le loro cavalcature, favoriva la
mutualità e la complicità. Essi dopo aver caricato i sacchi di grano
sulle loro cavalcature si incamminavano in fila, percorrendo le
mulattiere, che nel Seicento e nel Settecento univano i paesi a
Crotone. Il riattivarsi del commercio granario sul finire del
Seicento e la presenza del porto avevano favorito la formazione a
Crotone di un agguerrito gruppo mercantile, formato da speculatori e
possidenti, dediti all'incetta ed al commercio del grano e
proprietari di magazzini e di terre. Al servizio di questo ceto
dominante, in quanto funzionali al mercato del grano, si erano
formati numerosi gruppi professionali (cernitori, palliatori,
misuratori, magazzinieri ecc.). Tra essi i bordonari, o vaticali,
che, oltre ad avere il compito di trasportare il grano prodotto
nelle terre del "Marchesato" ai magazzini dei mercanti e da questi
alle imbarcazioni, a volte svolgevano anche la mansione di esperti
nella stima e nell'apprezzo dei terreni a pascolo4 e nel valutare
gli equini5.
A Crotone alla metà del Settecento questa categoria era divenuta
così numerosa da venire subito dopo i "fatigatori di campagna" ed i
"massari". L'analisi dei capifamiglia, come risulta nel Catasto
Onciario di Crotone del 1743, evidenzia che, su 867 capifamiglia
censiti, i "fatigatori di campagna" erano 209 (24%), i massari 84
(10%) ed i vaticali 81 (9%). Di quest'ultimi 31 erano proprietari di
somari (40%), 18 di cavalli (20%) e 32 non avevano nulla (40%). In
totale essi possedevano 142 animali da trasporto, di cui 120 somari
(90%) e 22 cavalli (10%). Se i cavalli erano quasi equamente
ripartiti, non così i somari. Sei proprietari di somari , cioè il
20% dei proprietari di questi animali, da soli ne possedevano la
metà6.
L'altare dei bordonari
Questa categoria, anche se povera, sul finire del Seicento era
già cresciuta da avere un proprio altare nella chiesa di Santa
Caterina. Il luogo di culto era situato fuori le mura della città di
Crotone sulla via che dai magazzini e dalla porta principale
conduceva al porto. Abbiamo notizia di questo altare dalla visita
effettuata il primo febbraio 1700 dal primicerio della cattedrale di
Crotone Geronimo Facente. Il Facente, su incarico del vescovo Marco
Rama, dopo essere stato nella chiesa fuori mura dedicata a Santa
Maria del Mare e San Leonardo, si recò nella vicina chiesa di Santa
Caterina Vergine e Martire. Qui egli visitò l'edificio, l'altare
maggiore e i due altari: uno era dedicato a San Biagio e l’altro ai
santi Silvestro, Eligio e alla Vergine Domenica. Il primo era stato
eretto da molti anni dalla pietà dei fedeli, il secondo da poco
dalla devozione dei conducenti di muli, detti volgarmente
“burdunari”. Quest'ultimo altare era senza dote e mancava dei dovuti
ornamenti, anche perché il procuratore Giuseppe Francesco Lettera,
che doveva averne cura, lo trascurava. Il primicerio ordinò al
Lettera che con le elemosine , che ammontavano a circa 30 ducati,
entro tre mesi curasse di provvedere l’altare di ogni cosa
necessaria, cioè di baldacchino, candelabri, tabella, croce,
tovaglie , pallio ecc.7
Il trasporto del grano
Di frequente i bordonari si accordavano con i guardiani, che per
incarico del padrone della merce dovevano vigilare sul trasporto.
Durante il viaggio parte della merce, invece di giungere a
destinazione, prendeva così altre vie.
Crotone, 2 dicembre 1700. I capi bordonari e conduttori di grani
Tommaso La Nocita, Antonio La Nocita e Francesco Giglio dichiarano
che nel 1699 si accordarono con Domenico Rizzuto, agente in Crotone
del duca di Carfizzi Scipione Moccia, per condurre nei magazzini di
Crotone, con le loro cavalcature e quelle di altri loro compagni,
tutto il grano che si mieteva nelle terre del duca. Giunto il tempo
della raccolta, essi andarono nelle aie, dove i vassalli del duca
ammassavano il grano e, messo in sacchi e caricato nelle loro
cavalcature, lo portavano a Crotone nei magazzini di Domenico
Rizzuto. Nelle aie vi erano i soldati del barricello del duca i
quali vigilavano, che fosse portato via solo il grano destinato ai
magazzini del duca. Tuttavia parte del grano risultò mancante e la
colpa fu data dai bordonari ai vassalli, i quali, essendo privi di
pane e spinti dalla fame, durante la notte furtivamente si erano
impossessati di alcuni tomoli di grano. Niente invece era da
imputare ai soldati e nemmeno a loro, in quanto tutta la merce, che
veniva a loro consegnata, sotto lo sguardo attento dei guardiani, la
portavano nei magazzini di Crotone e la consegnavano ai magazzinieri
dell'agente del duca Domenico Rizzuto8.
Crotone, 16 febbraio 1769. Paolo Ambrosino da Procida, patrone della
marticana chiamata "San Luigi e Santa Teresa", dichiara che, essendo
stato noleggiato dal mercante napoletano Giacomo Scherino, si recò
allo "scaro di Fasana" in territorio di Strongoli, per ricevere
dall'agente generale del Principe di Strongoli 2000 tomoli di grano,
350 tomoli di orzo e 140 tomoli di fave.
Arrivato con il suo bastimento alla meta e avvisato l'agente
generale Antonio Ianni, subito arrivarono molti vaticali, i quali
cominciarono a trasportare la merce dai magazzioni situati nella
torre di Fasana al bastimento. A vigilare che durante il trasporto
non avvenissero furti, lo stesso agente, come previsto dal
contratto, mandò alcuni suoi sgherri. Tuttavia i guardiani si
accordarono con i vaticali ed, avuto da questi del denaro, permisero
il furto di parte della merce. Accortosi della mancanza , il patrone
ed i marinai perlustrarono il bosco e la strada, che conduceva dalla
torre di Fasana al mare, e riuscirono a recuperare parte dei sacchi
trafugati. Approdato poi a Crotone, il patrone denunciò il furto
alla Regia Corte, la quale accertò che erano stati rubati 20 tomoli
di grano e punì i vaticali, che furono costretti a consegnare 40
ducati al patrone della nave. Poiché correva voce, che molto altro
grano era stato rubato e si trovava nascosto nel bosco vicino alla
torre di Fasana, il patrone per cautelarsi, prima di salpare da
Crotone per Napoli, dove dovrà consegnare la merce, si cautelò,
protestando contro l'agente generale del Principe di Strongoli. A
causa del suo comportamento e per la sua complicità, in quanto aveva
scelto ed inviato tali soldati a controllare il trasporto, egli era
responsabile del danno, che si sarebbe riscontrato alla consegna
della merce9.
Altre frodi praticate dai bordonari riguardavano la sostituzione
della merce durante il trasporto con altra più scadente. Spesso per
nascondere l'ammanco essi bagnavano il grano e, per togliere da loro
il sospetto, imputavano la frode a colui che aveva fornito il grano,
o ai magazzinieri.
Crotone, 10 maggio 1719. I bordonari Francesco La Nocita, Antonio
Zetera, Gio. Paulo Prossimo e Lorenzo Bruno dichiarano, che nel 1716
e nel 1717 per ordine del mercante crotonese Domenico de Laurentiis
si recarono a Cutro per caricare del grano, che doveva consegnare il
nobile Domenico Oliverio. Giunti a Cutro, l'Oliverio fece aprire una
fossa ed incominciò a far levare fuori il cereale, il quale apparve
subito di pessima qualità. Per tale motivo i bordonari non volevano
riceverlo, ma poiché l'Oliverio affermò che il De Laurentiis era a
conoscenza della qualità della merce, in quanto la aveva avuta per
tale motivo a poco prezzo, i bordonari si persuasero a trasportarla.
Il grano di pessima qualità, pieno di terra e di veccia nera e
bagnato arrivò così nei magazzini di Crotone del De Laurentiis. Il
magazziniere Gio. Francesco Gerace appena lo vide, rifiutò di
riceverlo. Tuttavia cedette, una volta che i bordonari gli
ripeterono quello che aveva affermato l'Oliverio, che cioè il De
Laurentiis era a conoscenza della qualità della merce. Oltre ad
essere di pessima qualità il grano era così bagnato, per essere
rimasto nelle fosse da più anni, che si era asciugato e diminuito
talmente di peso nel percorso da Cutro a Crotone che, giunto e
misurato al magazzino, fu trovato che era "quattro squelle meno a
tumolo di mancanza per essersi asciuttato per strada col sole e
vento dell'acqua che haveva". Giunta al porto di Crotone la tartana,
che doveva caricare il grano per conto del mercante napoletano
Ludovico Moschetta, il De Laurentiis andò nel magazzino, per far
preparare la merce da consegnare. Accortosi della pessima qualità
del grano, cominciò ad imprecare contro i bordonari, minacciandoli
di farli carcerare. In quanto al magazziniere "dopo d'haverlo
trapazzato molto bene, lo cacciò dal magazzeno". Per cercare di
riparare al danno il De Laurentiis fece venire grano ottimo da
Cropani e da Belcastro; altro ne recuperò a Crotone. Quindi fece
sgrossare col crivello il grano consegnato dall'Oliverio e lo
mescolò con quello ottimo. Nonostante tutti questi accorgimenti la
pessima qualità del grano non fu del tutto coperta ed il De
Laurentiis fu condannato a risarcire il Moschetta, patendo grande
interesse10.
Crotone, 3 aprile 1720. Presso il notaio Stefano Lipari si
presentano i bordonari crotonesi Francesco La Nocita, Felice
Miscianza, Michele Pastinici e Domenico Ciambrone, i quali
dichiarano che per ordine del mercante Domenico De Laurentiis si
erano recati nei giorni precedenti assieme ad altri bordonari con le
loro cavalcature a Cirò, per caricare e trasportare del grano.
Giunti a Cirò il 28 marzo e consegnata la lettera con l'ordine di
consegna a Francesco Maria Filippelli, che doveva fornire il
cereale, costui subito si mostrò pronto alla consegna. Di parere
diverso erano però il governatore ed il sindaco del luogo, i quali
temevano che portando via il grano, essendoci scarsità, i cittadini
ne sarebbero stati sprovvisti. Dopo lunga discussione, il giorno
dopo i bordonari andarono nei magazzini, dove era riposto il
cereale, e cominciarono a caricarlo. Si accorsero subito che il
grano era tutto bagnato e di qualità pessima ed inoltre veniva
misurato con un mezzo tomolo non regolare. Le loro rimostranze
tuttavia caddero nel vuoto, in quanto i magazzinieri risposero, che
così era l'ordine del loro padrone e se questo non piaceva, potevano
andarsene vuoti. I bordonari caricarono 84 tomoli di grano, ma
ritornati a Crotone e rifatto lo scandaglio con il mezzo tomolo, con
il quale si consegna il grano alle imbarcazioni, esso risultò solo
80 tomoli. Il primo aprile il De Laurentiis rimandò i bordonari a
Cirò. Questa volta portavano con sé un mezzo tomolo regolare e li
accompagnava una persona di fiducia del compratore, che doveva
vigilare sul trasporto. Arrivati nei magazzini di Cirò e confrontati
i due mezzi tomoli, quello usato dai magazzinieri del Filippelli
risultò inferiore di tre giunte a tomolo. Incominciata la consegna
del grano, anche questa volta nonostante le proteste il grano fu di
pessima qualità e misurato col mezzo tomolo non regolare. I
bordonari caricarono nelle loro cavalcature 137 tomoli di grano.
Portati a Crotone nei magazzini del De Laurentiis, essi risultarono
tre giunte in meno a tomolo. I bordonari affermarono inoltre che
prima di partire da Cirò il Filippelli, in presenza del governatore,
del sindaco e di molte altre persone, li aveva avvisati di non
ritornare più, in quanto non c'era più grano da prendere11.
Un sequestro
Il mercante Domenico de Laurentiis, corrispondente del barone
Ignazio Barretta, deve fornire cereali per le truppe regie.
Nell'agosto 1719 egli manda il mulattiere crotonese Lorenzo Bruno, a
caricare del grano in località "Bonconeria" in territorio di
Strongoli. Il mulattiere deve caricare e condurre la merce nei
magazzini di Crotone, da dove poi deve essere imbarcata per Napoli.
Caricato il grano su undici "cavalcature somarine" ed arrivato nei
pressi del fiume Netto in località "Vitramo", il Bruno è catturato
dal nipote e da un soldato dell'arciprete di S. Nicola dell'Alto
Giovan Berardino Bisciglia. Condotto dapprima nell'aia
dell'arciprete e consegnato al massaro, costui ordinò al soldato di
condurlo, legato ed a piedi come un malfattore, assieme agli animali
in S. Nicola dell'Alto. Qui è consegnato all'arciprete. L'arciprete
lo fece sciogliere e, affermando che vantava nei suoi confronti un
credito, gli disse che le cavalcature con il grano se le teneva.
Dopo avergli sequestrato gli animali ed il carico, l'arciprete disse
al mulattiere "che lui quando si ne voleva ritornare senza di quelle
era il padrone", così il mulattiere se ne andò senza le sue
cavalcature e senza il grano del De Laurentiis12.
Un testamento ed una dote
Nell'aprile 1730 il crotonese Antonio Colizzi fa testamento e
nelle sue ultime volontà, espresse al notaio Pelio Tirioli, dichiara
che intende dare la mula a suo fratello Marco Colizzi. Essendo però
l'animale l'unico avere e la sola risorsa per il mantenimento futuro
di sua moglie, il testatore fa porre la condizione che il fratello
potrà avere la mula, solamente se costui "faticasse … e campassero
assieme con detta sua moglie e non volendo faticare esso Marco la
mula resti a detta sua moglie e detto suo fratello vada felice"13.
Crotone, 7 febbraio 1657. Nel contratto matrimoniale tra Caterina
Ferrazzano ed Ambrosio Miscianza il padre della futura sposa Cesare
Ferrazzano promette di dare in dote tra l'altro "un pollitro
sumerino con conditione che a molerà se l'habbi di vendere d.o sposo
et del prezzo di quello et carlini trenta che promette detto Cesare
darli di più, si ne habbi da comprare una femina"14.
Il trasporto della neve
Tra le varie merci trasportate dai mulattieri vi era la neve,
che quotidianamente portavano dalla Sila a Crotone.
Crotone, 26 giugno 1768. Gio. Maestri, "archiviario" della città di
Crotone, va dal notaio Nicola Rotella e dichiara che in un giorno,
che lui non ricorda, del dicembre 1767 non arrivò la neve da
Policastro. Per tale motivo la popolazione e la truppa ne restarono
sprovviste. Gli amministratori della città dapprima non
protestarono, in quanto pensarono ad un caso accidentale. Poiché
anche nei giorni seguenti la mancanza si ripeté e da notizie, che
giungevano da Policastro, non c'era speranza di avere neve, montò la
protesta contro gli amministratori. Costoro, sentiti anche il
governatore ed il castellano, decisero di inviare a Policastro
l'archivista con sei soldati . Arrivato a Policastro, l'archivista
consegnò al governatore del luogo una lettera del castellano e
comandante della piazza di Crotone, con l'ordine di costringere
Antonio Guzzo, il conduttore che non aveva rispettato l'incarico. Il
governatore fece chiamare dai suoi servi coloro che avevano
l'appalto del trasporto della neve. Questi si nascosero. Allora per
punirli, egli mandò i soldati ad alloggiare in casa di uno di loro
di nome Gennaro Carvello. Il Carvello si fece subito vivo e si
impegnò a trasportare la neve a Crotone. Rimanevano però da pagare
le diete per i soldati e l'archivista; diete che ammontavano a
tredici ducati e che dovevano essere pagati dal Guzzo. Costui era
introvabile. Si pensò di carcerare la mula di Gennaro Carvello, ma
così si interruppe il trasporto. Allora si decise di trattenere
cinque carlini sul trasporto della neve fino a che non sarebbero
stati pagati tutti i tredici ducati dagli appaltatori. Invece di
pagare il Guzzo, cioè il colpevole, pagarono gli altri mulattieri,
che trasportarono la neve da Policastro a Crotone15.
Note
1. Nel "Conto dell'amministraz(ion)e della tutela della Sig.ra
D. Anna Suriano figlia del q.m D. Annibale" tra le voci
dell'Introito del 1715 troviamo annotato il denaro dell'eredità, che
era stato dato ai bordonari "per caparro e soccorso" . Il denaro
concesso era di 256 ducati e 88 grana e suddiviso tra 11 bordonari
(Gaetano Zito, Pietro P. Prossimo, Buon'homo Varano, Alessio
Tascione, Gregorio Lo Presto, Domenico Petrolillo. Diego Miscianza,
Domenico Ranieri, Carlo Lombardo, Tommaso Zito e Mattia Policastro),
ANC. 659, 1716, 39.
2. Il 20 ottobre 1765 in Crotone i pubblici paliatori e misuratori
di grano, i fratelli Salvatore e Francesco Paglia, dichiaravano che
il grano inviato nell'ottobre 1764 dall'erario di Strongoli da
Fasana a Crotone invece di misurare 1660 tomoli, a causa di alcune
"condutte mancanti", risultava di soli 1624 tomoli e mezzo, ANC.
916, 1765, 109v-110r.
3. Crotone 28 gennaio 1754. Il nobile Raffaele Suriano protesta per
la pessima qualità del grano fornito da Domenico Cosimo di
Pallagorio. Egli ha inviato i condottieri crotonesi Antonio
Stuppello, Giuseppe Patrune, Giuseppe Conzole e Filippo Bertuccia
con le loro condotte. Giunti nel magazzino del Cosimo e visto che il
grano era "molto riscaldato, patito e punto, di mala qualità e
marcito", non volevano riceverlo ma, per non ritornare vuoti, furono
costretti a caricarlo, ANC. 1266, 1754, 7v -9.
4. I mulattieri crotonesi Gio. Dionisio Morello e Domenico Barbieri
per ordine del commissario Cristofalo de Luca, che ha il compito di
procurare il foraggio per la cavalleria dei dragoni, vanno a
Capocolonne nelle due gabelle dette Elisa e Berlingieri "per
apprezzare l'erba di taglio, volgarmente detta sulla", esistente.
Essi la stimano sufficiente per due cento cavalli per quaranta
giorni continui, ANC. 612, 1717, 86 -88v.
5. Crotone 21 aprile 1720. Domenico D'Amico, Ignazio Scavello e
Gennaro Pistinici dichiarano che i "cavallini" elencati appartengono
alle seguenti persone e così sono stimati: Giulia Fontana moglie di
Domenico Barbiero "uno mulo pelo morello col ferro del S.r Duca di
Montesardo et uno mulo morello senza ferro" ducati 90; Giuseppe
Pagano "due cavalli uno di pelo morello e l'altro pelo bajo" ducati
55; Gio. Dionisio Morello "un cavallo morello del ferro del Duca di
Montesardo et una mula baja oscura", ducati 75; Ignazio Leto "un
mulo bajo oscuro senza ferrpo" ducati 37; Andrea e Nicola Jannice
"un cavallo bajo del ferro del S.r Dom.co de Laurentiis et un altro
morello con ferro forastiero" ducati 50; Domenico Jozzo "un cavallo
pelo bajo oscuro ferrato alla coscia" ducati 22 e Antonio Gargano
"un cavallo bajo oscuro con ferro forastiero" ducati 24, ANC. 660,
1720, 63 -64r.
6. I maggiori proprietari di somari erano Morelli Aurelio e Petrone
Giuseppe (11), Zito Antonio (10), Di Falco Vitaliano, Madonna
Leonardo e Strigagnolo Anello (9), Policastro Salvatore e Zito
Tommaso (7), Rocca Giuseppe e Zetera Pietro (6), La Nocita Dionisio
(5)…, Catasto Onciario Cotrone, 1743.
7. Acta cit. ff. 157v, 160- 161r.
8. ANC. 338, 1700, 14-15.
9. ANC. 1129, 1769, 40 -42.
10. ANC. 612, 1719, 38 -39.
11. ANC. 613, 1720, 57 -58
12. ANC. 612, 1719, 83-84.
13. ANC. 663, 1730, 43.
14. ANC. 229, 1657, 37v.
15. ANC. 1129, 1768, 241- 242.

