[Vita da Marinai]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 27-29/2003)
Un mancato pagamento
Il 20 ottobre 1668 in Crotone presso il notaio Gio. Tomaso
Salviati si presentano Giulio d’Attenoso, Domenico Coto, Michelio
Bruno, Onorio Parlato, Domenico Porcelli, Francesco de Rocco, tutti
marinai di Positano e componenti la ciurma della tartana "Santa
Maria di Positano e San Antonio" del patrone Antonino Talamo. Essi
affermano di essersi imbarcati per andare al porto di Manfredonia,
dove si dovevano caricare 2000 tomoli di grano, per condurli e
scaricarli al porto di Crotone. Il patrone all'atto della partenza
si era impegnato di pagare ai marinai, una volta arrivata a
destinazione la merce, la ragione di un carlino a tomolo. Approdati
a Manfredonia e caricati i 2000 tomoli di grano, salparono alla
volta di Crotone dove giunsero sani e salvi con l'intero carico. Qui
essi chiesero più volte al patrone di soddisfarli, così come si era
convenuto, ma ottennero sempre un rifiuto. Per tale motivo e per
cautelarsi hanno deciso di mettere la loro protesta in forma
scritta, insistendo ancora una volta per essere pagati in giornata e
protestando per tutti i danni, che finora hanno subito e che
andranno incontro per causa della mancanza del patrone. Fanno
inoltre presente che, poiché non sono stati rispettati gli accordi,
si ritengono sciolti da ogni impegno assunto e sono pertanto liberi
di abbandonare la nave e di allontanarsi da Crotone, per mare o per
terra, come meglio potranno fare. Abbandonando la tartana ed
andandosene per i fatti loro, ciò avverrà a rischio, pericolo e
spese del patrone inadempiente, come anche sarà a suo carico
qualsiasi danno, che per tale scelta potrà a loro capitare. D'altra
parte i marinai si dichiarano liberi ed esenti da ogni danno, che
potrà accadere al patrone ed alla tartana a causa della loro
decisione e della loro partenza. Tutto ciò infatti è dovuto al
comportamento del patrone, che non ha osservato gli impegni e finora
non si è degnato di dare "la sodisfatione" concordata. Il patrone,
preso atto della denuncia dei marinai, nello stesso giorno e presso
lo stesso notaio, dichiarerà che è certamente vero, che i marinai
non sono stati pagati, ma questo non è dipeso dalla sua volontà, ma
dal fatto che quando fu noleggiato per portare il grano per conto
del mercante napoletano Vincenzo Cucatelli da Manfredonia a Crotone,
coloro che a Crotone per conto del Cucatelli dovevano ritirare il
grano, nonostante i numerosi bandi fatti non si sono ancora
presentati a prendere la merce.
(ANC. 313, 1668, 250v- 252)
Intimidazione
Giovedì, 20 novembre 1670, sulla pubblica piazza di Crotone il
francese Francesco David, originario di Tolone e patrone della
tartana "la Madonna del Carmine", in presenza del notaio Peleo
Tiriolo protesta contro il nobile Giacinto Suriano. Il patrone
denuncia che un mese prima, il 20 ottobre, aveva stipulato in Napoli
con Ignazio Suriano, fratello di Giacinto, un contratto per la
fornitura in Crotone di 1300 tomoli di grano ed aveva anche
consegnato la caparra. Giunto con la sua tartana al porto e marina
di Crotone il 3 novembre e consegnato a Giacinto il resto della
somma concordata, non ha ancora ricevuto parte del carico. Anzi solo
dopo molte proteste Ignazio Suriano cominciò a consegnargli il grano
ed ultimamente il cereale è di così "mala qualità", che ha deciso di
rifiutarlo, in quanto la merce non corrisponde a quella contrattata.
Per tale motivo ha fatto redigere un atto di protesta in presenza
del Suriano, reclamando tutti i danni che il comportamento di
quest'ultimo può arrecargli. La risposta del Suriano non si fa
attendere e la mattina seguente, venerdì 21 novembre, sul far
dell'alba mentre il patrone sta dormendo sulla sua tartana è fatto
oggetto di numerosi colpi di archibugio. Per tale motivo egli sporge
denuncia nella Regia Corte contro coloro che hanno attentato alla
sua vita ed a quella dei suoi marinai. Non passa molto tempo e
sabato, 22 novembre, all'una di notte il patrone Francesco David si
reca dal notaio Peleo Tiriolo per ritrattare. Qui in presenza del
Regio Governatore della città Antonio del Tufo e del regio giudice
Francesco Guglielmini dichiara che all'alba del giorno prima mentre
dormiva sulla tartana " ha inteso colpi d'archebuggiate di sopra un
altro vascello che stava in detto porto delli quali colpi
d'archebuggiate non e stato offeso nessuno di sua tartana, et stante
non esser stato nessuno offeso non ha fatto nè pretende fare
instantia alcuna a questa Regia Corte, nè ad altro Regio tribunale".
Perciò egli annulla ogni denuncia fatta, in quanto gli spari non
erano rivolti contro la sua persona ed i suoi marinai. Invita perciò
la Regia Corte a prendere informazioni contro coloro che spararono
contro altri patroni. Inoltre promette "per d(ett)a causa non
molestare nè fare molestare li personi si pretende haver disparato,
che però l'exculpa per non riserbandosi rag(io)ne alcuna". ( ANC.
253, 1670, 167 -169).
La protesta
Il 2 luglio 1675 Andrea e Martino di Miccio di Sorrento, Gio.
Battista Cacace di Sorrento e Jacono Longobardi di Termini , marinai
della tartana “Santa Maria del Lauro e Santo Antonio” del patrone
Antonino Cafiero di Sorrento, protestano perché sono da circa due
mesi fermi al porto di Crotone. Essi sono andati con la tartana a
Barletta dove hanno caricato il grano, che deve essere portato a
Napoli per conto dei mercanti Andrea e Domenico Brancati . I marinai
sono costretti a rimanere a Crotone, nonostante che il loro patrone
sia in possesso di un dispaccio reale, che gli permette di non
essere impedito nel viaggiare da alcun officiale e per qualsiasi
ordine in contrario. Essi dichiarano che già da un mese la loro
tartana avrebbe potuto riprendere il viaggio per Napoli assieme alle
tartane dei patroni Onofrio Scarpato e Martino Maxo, i quali sono
salpati da Crotone e sono già giunti sani e salvi a Napoli. Il loro
patrone invece non volle partire, per compiacere ai Brancati ed al
loro procuratore. Pertanto i marinai protestano per tutte le
giornate che hanno perso, per il tempo perduto e per le spese che
devono sopportare. Venuto a conoscenza della protesta il patrone
Antonino Cafiero si accorda con altri patroni di nave. Poiché
aumentava la protesta dei marinai, tre giorni dopo sette patroni di
nave si presentano dallo stesso notaio per fare insieme una
dichiarazione. I patroni Antonino Cafiero e Antonino Fienca di
Sorrento, Bartolomeo Bonacore e Marcantonio Aiello di Vico Equense,
il genovese Giorgio Ravenna e Matteo Cafiero dichiarano, che
all’inizio del mese di giugno si trovavano con le loro tartane
cariche di grano e di orzo nel porto di Crotone. Essi furono
chiamati dal governatore e capitano a guerra della città, il quale
in nome del re, notificò un dispaccio del 31 maggio 1675, che
ordinava che sotto pena della vita nessuno si allontanasse dal
porto. Inoltre tutte le tartane dovevano scaricare il grano e l’orzo
che trasportavano, che dovevano essere depositati nei magazzini in
Crotone, in attesa di essere mandati a Reggio ad ogni ordine del
generale Gio. Battista Brancaccio. Pertanto i patroni fanno
presente, che non per loro volontà hanno dovuto trattenersi in
Crotone, nonostante fossero in possesso di un dispaccio reale,
rilasciato nel mese di marzo dello stesso anno, che permetteva loro
di non essere trattenuti in nessun porto e da alcun ufficiale. (
ANC.334, 1675, 67 -73)
I naufraghi
Il sei febbraio 1679 il sindaco dei nobili di Crotone Gioseppe
Lucifero ed il sindaco del popolo Pelio Petrolillo con guardie
armate si recano in località “Tri Bulluni”, dove è naufragata una
tartana. Giunti sul luogo, essi trovano sulla marina una tartana
scassata, il patrone della stessa ed una ventina di marinai. Per
paura di essere contagiati, postisi alla distanza di circa cinque
passi, i sindaci domandarono al patrone della nave naufragata come
si chiamava, di quale paese era, da dove veniva, quale merce
trasportava e se era munito di patente di salute. Il patrone rispose
che il suo nome era Rafael Bianco, era genovese ma nativo di Livorno
e la tartana era carica di grano, che aveva imbarcato di
contrabbando a Corfù, per essere portato a Genova. A causa del vento
di scirocco e levante la sera precedente, verso le ore ventitre, la
furia del mare aveva spinto la tartana verso terra e l’aveva fatta
naufragare. L’equipaggio aveva rischiato di affogare ed ogni cosa
che la tartana trasportava, andò persa. Tra i vari oggetti vi era
anche la patente di salute, che era stata rilasciata a Genova circa
cinquanta giorni prima. Il sindaco del popolo Pelio Petrolillo non
prestò molta fede a queste parole ed ordinò alle guardie di riunire
tutti i marinai ed il patrone. Poi li fece portare in un luogo, dove
pose della gente di guardia in modo che nessuno potesse avere
rapporto con loro, né loro con alcuno. (ANC. 334, 1679, 23)
Senza denaro
Il 20 luglio 1687 in Crotone Paolo Orlando della Scaletta,
patrone della saetta "La Madonna della Concezione e Santa Barbara",
afferma in presenza di Leonardo Costa della città di Messina che da
molti mesi è stato costretto, contro la sua volontà ed assieme ai
suoi marinai, a rimanere con la sua barca nel porto di Crotone. A
causa della maldicenza e della “impustura” fatta da un patrone di
una tartana, gli ufficiali del porto misero sotto sequestro la sua
nave e l'equipaggio. Per poter campare, sia lui che i marinai sono
stati costretti a fare molti debiti, di tal modo che “si ritrovano
haversi venduto etiam li vesti di sopra”. Dopo tutto questo tempo
trascorso in cattività, finalmente è venuta a galla la verità ed ora
sono ritornati liberi. Tuttavia non possono salpare dalla città e
proseguire il loro viaggio, in quanto non hanno il denaro, né per
tacitare i creditori, né per rifornirsi delle provviste di biscotto
e di vino, per affrontare il viaggio fino a Messina. Più volte egli
ha fatto presente la sua condizione e quella dei marinai al suo
parzionale. A tale scopo egli ha inviato corrieri con la richiesta
di avere quanto prima del denaro, per potersene andare da Crotone,
ma fino ad oggi non si è visto niente. Poiché la nave si trova in un
porto aperto ai venti e le gomene per la lunga permanenza sono già
diventate fradice, così che per una burrasca potrebbe verificarsi un
naufragio, essendo giunto al porto Leonardo Costa di Messina, egli
ha richiesto a costui un prestito. Il Costa “vedendoli così oppressi
et quasi disperati, et pure per portar in salvo detta saiya”, decide
di venire incontro alle richieste di persone così afflitte e
“trapazzate”. Egli concederà ducati 55 di moneta di Sicilia, previo
il pagamento del cambio marittimo di ducati 5. Così il Costa
consegna all’Orlando il denaro in pezze di quattro tari e l’Orlando,
ricevendolo, si impegna a consegnare ducati 60 in Messina entro il
giorno 18 dell’entrante mese di agosto ( ANC. 335, 1687, 52 -55)
L’asilo violato
Il 23 giugno 1696 da Crotone il cavaliere fra Francesco Maria
Ferretti, governatore della squadra navale pontificia, avvisava il
cardinale Fabrizio Spada che la sera del 19 giugno la sua squadra si
era unita con quella di Malta. L'unione era avvenuta con un po' di
ritardo sui tempi stabiliti a causa del vento contrario. Le due
squadre navali, ora unite, facevano sosta a Crotone per rinnovare le
provviste. Una successiva lettera da Crotone del 25 ottobre seguente
diretta da D. Joseph dela Cueva y S. Miguel e diretta allo stesso
cardinale, lo informava della perdita della galera S. Alessandro.
L'ammiraglia pontificia, che veleggiava al largo di Crotone, a causa
di una improvvisa tempesta si era fracassata sugli scogli di Capo
delle Colonne. Mentre i superstiti della ciurma erano stati posti in
un luogo sicuro, si stava recuperando le cose sfuggite al naufragio.
Tra i sopravvissuti, che erano riusciti a salvarsi a nuoto, ci
furono anche diversi forzati addetti ai remi. Alcuni di essi
trovarono rifugio in una chiesa di Crotone fuori dell’abitato, altri
“al numero di 28”, cercarono la fuga e si incamminarono alla volta
di Isola. Il vicario di quel del vescovo informò subito il
comandante generale delle galee pontificie, il quale mandò i
soldati, per riprenderli e riportali alle galee. Avvisati
dell’arrivo dei soldati, i forzati si rifugiarono in una chiesa
fuori dell’abitato di Isola e, facendosi forti del diritto di asilo,
rifiutarono di consegnarsi e di tornare al remo. Invano, il vescovo
di Isola Francesco Marino, che si trovava nella sua natia Campana,
avvisato del fatto, rimproverò il suo vicario, che voleva tutelare
il diritto d’asilo del luogo sacro, e gli ordinò di concedere ai
soldati la possibilità di estrarli, dopo aver ottenuto dal
comandante delle galee, che era rimasto col resto del naviglio nel
mare vicino, di trattarli bene. In tal modo secondo il vescovo
l’immunità della chiesa non veniva offesa. Anche i forzati che si
erano rifugiati nella chiesa fuori le mura di Crotone subirono la
stessa sorte. Da una lettera del Ferretti veniamo a conoscenza, che
egli si era rivolto al vescovo di Crotone Marco Rama, perché
facilitasse il reimbarco di alcuni forzati addetti ai remi, che
salvatisi a nuoto, erano stati "depositati" dai deputati della
salute di Crotone in una chiesa, "come in luogo di lazzaretto". Qui
i forzati erano stati alimentati ed assistiti con l’aiuto sia di
religiosi che di secolari e, fidandosi sulla natura sacra del luogo,
esigevano il riconoscimento del diritto di asilo e si ostinavano
"nella pretensione della libertà". Il vescovo di Crotone, come
quello di Isola, non riconobbe il diritto di asilo e li consegnò al
tenente Fiori, che era stato incaricato di riportarli ai remi.
Il Ferretti in seguito informava il vescovo di Crotone che, temendo
una nuova tempesta, aveva deciso di portare le galee in acque più
sicure. Prima di allontanarsi, egli incaricò il vescovo di
proseguire nel recupero e gli promise che sarebbe stato
abbondantemente rimborsato. Alla fine di ottobre la squadra navale
pontificia aveva già lasciato le acque infide di Crotone, mentre il
vescovo proseguiva nel recupero, ma era ostacolato dai deputati
della salute pubblica, i quali proibivano che non si toccasse “cosa
alcuna del naufragio, se non scorsi li quaranta giorni di contumacia
per sospetto di peste” ed aveva ricevuto delle lettere dalla Regia
Udienza di Catanzaro, che gli ordinavano di non occuparsi del
recupero degli oggetti naufragati, in quanto questo era un compito,
che non gli spettava. (Princ. 126, f. 456; Vesc. 88, f. 474; Marino
F., Lettere familiari cit., pp. 110-111)
La lite
Sul pinco del patrone genovese Michele Sirumbra, che è ancorato
alla marina di Crotone, verso l'una di notte di venerdì 9 dicembre
1718 scoppia un diverbio tra due marinai. Il veneziano Liberato
Zane, ubriaco per le “smoderate bevande di quel giorno”, litiga con
un suo compagno di viaggio e dopo lo scambio di insulti, i due
vennero "quasi a cimento d'inferirsi grave danno con armature". La
rissa, nonostante l'intervento degli altri marinai, divampa e non si
placa. Quella stessa notte, spinto dall'ira e fuori di sé dalla
rabbia, lo Zane lascia il pinco. Egli si reca dal regio castellano
di Crotone D. Giovan Ramirez y Arellano, al quale denuncia che nel
pinco, mischiata e confusa con i marinai, c'è una persona sospetta e
precisamente un francese chiamato Monseur Campo che è incaricato di
portare dispacci di grandissima considerazione per conto del
generale francese, che si trovava in Messina, diretti a Venezia. Il
castellano subito si allerta ed immediatamente con il sindaco dei
nobili, con il tenente tedesco ed i soldati tedeschi, acquartierati
di guarnigione al castello, si reca alla marina. Trae in arresto
tutta la ciurma del pinco e la fa imprigionare nel castello. Quindi
procede al sequestro dell’imbarcazione e di tutta la mercanzia, che
pone sotto la vigile custodia di quattro soldati tedeschi. Il pinco
è più volte sottoposto a perlustrazione; si guardano accuratamente
tutti i luoghi indicati dal denunciante e si aprono le casse dei
marinai. Nonostante l’accurata visita non si trovò alcuna cosa
sospetta. Solamente vi erano alcune carte, che riguardavano il modo
di navigare, ed il carico composto da “passi, marangi di Portogallo
e limoni”. Passano alcuni giorni ed il giovedì seguente, 15
dicembre, lo Zane si presenta dal notaio Michele La Piccola per fare
una dichiarazione con la quale ritira le precedenti accuse rivolte
ai suoi compagni, che stanno ancora patendo il carcere. Egli
dichiara che fu spinto alla denuncia dall'ira e dall'"opra
diabolica" ma ora, ritornato in senno, ritira ogni accusa. Nel pinco
egli non vide mai niente di sospetto. Solamente quando era in
Messina fu tratto in inganno dalle insinuazioni di una persona, di
cui non si ricorda il nome, che gli disse "che dovevasi mandare
dispaccio con persona a posta per portarlo in Venetia". Egli
aggiunge inoltre che è impossibile che un simile dispaccio si mandi
con un pinco, perché di solito si usano per tali servizi "le
filuchi, e ben nutrite di remi, e con persone di rispetto et
interessate con chi le manda" e non utilizzando un pinco, che è
inoltre di una nazione neutrale ed è anche carico di povera
mercanzia, con la quale va ramingo di porto in porto, per comprare e
vendere. Riconoscendo lo sbaglio che ha commesso e consapevole che a
causa della sua menzogna, fatta in un momento in cui “steva scemo, e
fuor di sensi”, i suoi compagni stanno patendo ingiustamente il
carcere, mentre la merce che si trova sul pinco, con il passare del
tempo va deperendo, lo Zane si dichiara pronto verso i suoi compagni
"a baciarli li piedi, cercandoli perdono dell'impostura",
dichiarandosi altresì di "patire lui solo come reo, e non essi come
innocenti". ( ANC. 707, 1718, 74 -75; 659, 1718, 157 - 158).
La scomparsa
Il nove aprile 1721 in Crotone presso il notaio Michele La
Piccola ed in presenza del console del Regno di Napoli Mirtillo
Barricellis alcuni marinai segnalano la scomparsa di un loro
compagno. Alessio Talamo, Saverio Pettorina e Giuseppe Palermo di
Castellamare, Domenico Storella, Giuseppe la Bozzetta e Onofrio
Pasturi di Reggio ed Angelo Maria Granagioli di Corsica tutti
marinai sopra la tartana del patrone Gio. Andrea Firpo, che è
ancorata al porto, prima di levare l'ancora e lasciare il porto di
Crotone, affermano che " domenica sera sei del corrente aprile
Francesco Falco di Castello a mare senza haver pigliato licenza da
d(ett)o Patrone Firpo e senza che dal med(esi)mo, e da nessun altro
marinaro li fosse fatto veruno agravio, o data mala parola se nè
fuggi da s(opr)a d(ett)a tartana, et accortosi detto P(atro)ne della
mancanza et assenza di d(ett)o Fran(ces)co, informatosi che stava in
alcuni giardini di q(ue)sta città andò a pigliarlo e lo portò a
bordo, non però dopo pranzo calato a terra se ne fuggi di nuovo, e
sino ad hoggi non si nè ha possuto havere notizie dove sia per le
molte diligenze usate per ritrovarlo.." (ANC. 613, 1721, 39)
Infortunio sul lavoro
Il 28 settembre 1732 in Crotone presso il notaio Pelio Tirioli
il patrone Nicola Mojo di Castellamare ed i suoi marinai (Francesco
Canavertù, Francesco del Ciel,, Antonio d'Ajello, Nicola d'Ajello,
Jacono Aniello, Giuseppe Mozzo, Crisdofolo de Martino, Ambrosio
Partone, Stefano Cordiviola, Andrea de Capua, tutti di Castellamare,
e Giovanni d'Ametrano di Vico Equense), prima di salpare dalla città
con la tartana "Lo SS.mo Crocifisso e la Madonna dei Sette Dolori",
in presenza del vice ammiraglio del Mare, il nobile crotonese
Mirtillo Barricellis, dichiarano che il giorno precedente, 27
settembre, verso l'una e mezza di mattina erano partiti dal porto di
Crotone alla volta di Napoli "con vento di terra alli maestrali".
Giunti a Capo Nao incontrarono il libeccio e perciò furono costretti
a ritornare. Per permettere alla tartana di virare, alcuni marinai
salirono alle vele "per ramocchiarle et legarle". Giuseppe Ferraro
di Castellamare e Matteo d'Aloisi "assalporono alla maestra", ma
quando furono sopra il "treo", a causa di una corda che venne meno,
dapprima cadde Giuseppe Ferraro e poi lo seguì Matteo d'Aloisi. Il
Ferraro cadde sopra un'ancora, che era in coperta e si ruppe il
braccio destro, la gamba destra e "la vessica scattata" e fu subito
soccorso dalla nipote Angela Arfano di Castellamare, "che
l'abbracciò". L'Aloisi si ruppe la gamba sinistra e si fece male ai
reni ed alle costole. I due feriti furono subito portati
all'ospedale di Crotone, dove la mattina seguente il Ferraro morì.
Poiché la tartana doveva salpare e non potendo l'Aloisi proseguire
il viaggio, esso è lasciato a Crotone per curarsi. La dichiarazione
dell'equipaggio della tartana "Lo SS.mo Crocifisso e la Madonna dei
Sette Dolori" è confermata dai marinai della tartana "La SS.ma
Trinità" (patrone Stefano Maresca e marinai Antonio Maresca,
Giuseppe di Rose, Alessio Taglio, Filippo Cinco, Laurentio Parlato,
Alessio di Martino, tutti di Positano, e Andrea Bonocore e Antonio
d'Olce di Vico Equense). Questi, poiché navigavano nel luogo dove
avvenne l'incidente, videro i due sfortunati marinai "volare da
sopra detto triego... e ne sentirono li lamenti e sanno molto bene
la morte di d(ett)o Giuseppe seguita questa mattina e la passione ne
sente detto Patrone Nicola e le spese che fa per detti ammalati". (
ANC. 664, 1732, 219 -221).
Il furto
Essendo la "nazione francese bandita e dichiarata nemica", nel
dicembre 1733 per ordine regio è sequestrato al porto di Crotone il
pinco del francese Stefano Giannott. Il patrone e l’equipaggio sono
messi agli arresti. Due marinai genovesi Giacomo Giannotta e Tommaso
Noscardi si licenziarono dal servizio del patrone Giannott,
prendendo a pretesto che era francese. Appellandosi al fatto di
appartenere ad un paese neutrale, essi lasciarono il bastimento
portandosi via le loro robe e si rifugiarono nel convento degli
osservanti, situato appena fuori le mura della città. Andandosene,
approfittarono dell’assenza del patrone e rubarono il denaro,
lasciato da costui in loro custodia. Il patrone infatti dovendo
andare a Catanzaro aveva consegnato ai due marinai una cassetta
chiusa con dentro del denaro. Ritornato alcuni giorni dopo per
recuperarlo, accompagnato da due soldati della Regia Udienza di
Catanzaro e da un “bastaso”, mandò a prendere la cassetta e pur
essendo chiusa, risultava quasi vacante. Per tale motivo incolpò del
furto i due marinai genovesi. I due, facendosi forti del fatto che
nel luogo dove si erano rifugiati godevano del diritto d’asilo, si
dichiararono estranei. Non avendo la chiave, niente potevano sapere
sulla somma che era nella cassetta; inoltre il contenitore non
risultava manomesso. Per fugare ogni sospetto essi dichiararono ad
un notaio la loro versione sull’ammanco. Di solito il patrone
Stefano Giannott si teneva addosso il denaro e prima di partire per
Catanzaro lo diede a Gio. Battista Cimino, dal quale dopo due giorni
se lo ripigliò. Egli mise poi il denaro in un borsellino nei suoi
calzoni, di questo ne erano certi, in quanto più volte lo stesso
patrone glielo fece vedere. Il Giannott aveva “stretta avvenenza ed
amicizia” con Giovanni Tesè ; un mastro sartore, pure lui di
nazionalità francese, che abitava in Crotone. Assieme al sarto il
patrone era solito mangiare e dormire. Un giorno il patrone venne a
trovarli al convento, dove si erano rifugiati, e disse loro che il
sarto gli aveva rubato una quantità di zecchini e di doble di
Spagna. Per la qual cosa era molto turbato ed amareggiato. ANC. 764,
1733, 26v – 28r.
La beffa
Il sette maggio 1734 in Crotone presso il notaio Pelio Tirioli
ed in presenza del patrizio Mirtillo Barricellis, Vice Almirante del
mare della paranza di Crotone e console del regno nella città,
compaiono alcuni marinai per fare un atto di protesta. Gabriele di
Martino, Giacchino di Trapani e Cristofalo Rosso, tutti del Piano di
Sorrento, e Giuseppe Domenico Crace e Angelo Domenico de Lilla,
entrambi di Trani, tutti marinai della tartana "La Madonna del Lauro
e L'Anime del Purgatorio" del patrone Giacomo di Lauro del Piano del
Sorrento, dichiarano che, essendo naufragata sulle secche della
marina di Crotone la tartana in cui erano imbarcati, si accordarono
con il patrone per salvare per quanto possibile la merce e gli
attrezzi, che questa trasportava. Fatta l'intesa, i marinai si
misero all’opera e recuperarono gli arnesi ed ogni altra cosa della
tartana e li depositarono nel convento degli osservanti. Finito il
loro lavoro, come da accordo si rivolsero al patrone per ricevere la
mercede. Ma "invece d'esserli sodisfatte da detto Patrone Giacomo di
Lauro, le loro fatiche a piacere di detto patrone secondo la
conventione antecedentemente havuta", il patrone "malitiosamente si
è partito da questa città, a fine di defrodare alli sudetti marinari
le loro fatiche". Preso atto che il patrone era fuggito dalla città
per non pagarli, ai marinai non rimaneva altro che fare un atto di
protesta e di denunciarlo "in ogni tribunale o Corte per la
sodisfatione delle loro fatiche" (ANC. 664, 1734, 70 -71)
Patrone e Marinai
Il 30 aprile 1742 in Crotone presso il notaio Pelio Tirioli, in
presenza del console del Regno di Napoli Mirtillo Barricellis, i due
marinai di Praiano Michelangelo Montuoro ed Antonio Gallo fanno
redigere un atto protestativo contro il patrone Pietro Criscuolo. Il
Criscuolo con la sua barca peschereccia “Santa Lucia”, che al
momento si trovava nella marina di Neto, era venuto assieme ad una
ciurma composta da 12 marinai a pescare nelle acque ioniche,
stipulando alla partenza con l’equipaggio un contratto “al vocabulo
d(ett)o alla parte”.
Durante l’attività “per mal comando” del patrone un marinaio di nome
Giovanne Buonacore trovò la morte. Finita la pesca venne il tempo
del pagamento ed i marinai richiesero di riscuotere “secondo il loro
accordato”. Il patrone però si oppose, in quanto voleva trattenersi
la parte spettante al Buonacore ed addossare ai marinai le spese
seguite a causa della morte.
I marinai si rivolsero al console Barricellis e costui stabilì che
le spese dovevano essere ripartite parte a carico del patrone e
parte del Buonacore, in quanto il primo era colpevole di aver “mal
guidato” e l’altro di aver “corso con puoco giudicio”. Secondo il
parere del console non era giusto che i marinai dopo aver “fatigato
con molto loro patimento e dalla fine invece d’avere la loro
portione di fatiga quella si tenesse da d(ett)o Padrone in luogo di
spese”. L’intento del patrone era infatti quello di esentare la sua
porzione e quella del defunto dalle spese, ma trovò la ferma
opposizione dei marinai, i quali gli intimarono di consegnare “la
loro portione che li spetta senza ritenersi ne anche un grano di
spese a causa che esso Padrone et detto di Buonacore colparono a tal
successo”. (ANC. 666, 1742, 52v – 53).
Licenziamento di un marinaio
La nave “La Beata Vergine del Rosario e l’Anime del
Purgatorio”del capitano veneto Giacomo Marchetich, partita da
Venezia, naufraga sugli scogli di Capo delle Colonne. Mentre i
marinai superstiti sono intenti a porre in salvo ed a recuperare le
merci, il capitano della nave ha una lite con il mastro Giovanni
Surolovich, tanto che "fattesi li conti e datali l'avanzo che dovea
avere, non volle riceverselo e così lo licenziò".
In seguito lo stesso capitano, giunto a Crotone con il resto della
ciurma, cercò di cautelarsi da una possibile e minacciata azione
giudiziaria del marinaio licenziato e perciò pensò bene di stendere
le sue ragioni. A sostegno ed a testimonianza della loro veridicità
nei giorni sei e sette luglio 1744 fece convenire l'equipaggio dal
notaio Antonio Asturi. Così si procurò due fedi dal contenuto
uguale, alle quali prestarono il loro assenso dapprima sette
componenti della nave, ai quali si aggiunsero il giorno dopo altri
cinque marinai. I motivi che indussero al licenziamento del mastro,
secondo il capitano, non potevano che essere molteplici. Il mastro
sabotava il recupero delle merci naufragate, istigando gli altri
marinai a non collaborare ed a non lavorare. Mentre i marinai erano
impegnati nell'opera continuamente essi "eran susurrati, ed
inquietati" dal mastro, "al fine di non farli attendere a detto
recupero". Ripreso per tale motivo dal nocchiero Francesco
Drogozetich, che lo invitava ad allontanarsi ed a starsene sulla
spiaggia, lo apostrofò dicendogli "di non credersi esser più
maggiore di lui ma eguali, e perciò che lo tenea da dietro".
Nonostante il rimprovero, mentre tutti gli altri marinai erano
intenti a prestare la loro opera, egli se ne "stava colle mani alla
cintola". Rimproverato dal capitano, che lo invitava a "buttare le
mani a travagliare", gli rispose in malo modo, dicendogli che non
avrebbe mai più partecipato ad un viaggio con lui. Dovendosi poi
fracassare un lato della nave, per facilitare il recupero delle
merci, il mastro si rifiutò, adducendo la scusa che non aveva con sé
gli attrezzi da lavoro. La molla però che fece scattare l'ira del
capitano verso il mastro e forse la vera ragione del licenziamento,
fu la scomparsa di una cassetta “d'azzari”, che era stata
recuperata. Il capitano, visto il tipo e la qualità della merce,
sospettò subito che fosse stata rubata da una persona su istigazione
e “coll’intelligenza” del mastro e, convinto di ciò, cominciò a
lamentarsi ed a parlare male del mastro. Il mastro lo venne a sapere
ed una mattina affrontò il capitano e "con parole alte, e con
prepotenza" gli disse: "Capitan Giacomo lei tiene la lingua fra
denti e non sparli di me che io sarò uomo da farsela così stare dal
maggistrato de Cinque Savii della Republica Serenissima Veneta".
Evidentemente il capitano non sottovalutò le minacce e le ragioni
del mastro e cercò con le due fedi rilasciate dai componenti della
nave e rogate in Crotone dal notaio in presenza anche del marchese
di Apriglianello Francesco Lucifero, in qualità di viceconsole della
nazione veneta in Crotone, di cautelarsi per quando sarebbe
ritornato a Venezia ( 912, 1744, 39v- 42)
In isolamento
Il Crotone il 3 ottobre 1778 si presentano dal notaio Nicola
Partale, il patrone della tartana “San Michelangelo e San Vincenzo
Ferreri”, Filippo Cappiello di Sorrento ed i suoi marinai e
timonieri: Scipione Pica, Francesco Mastellone ed Arcangelo Gargiulo
del Piano di Sorrento. Essi dichiarano che il patrone Filippo
Cappiello il due settembre stipulò in Napoli un contratto di
noleggio con il mercante Pietro Paolo Tramontano, assentista
generale dei viveri della marina, impegnandosi ad andare con la sua
tartana a Fortore ed imbarcare cinquemila tomoli di grano e portarli
a “Napoli, Torre dell’Annunciata e Castellamare di Stabia, o
porzione in un luogo, e porzione in un altro a dispositione di detto
sig. Tramontano”. “Il giorno undeci di d(ett)o caduto mese di 7bre
verso l’ore otto si posero alla vela da Castellamare e verso l’ore
undeci furono fuori l’Isola di Capri, ed esssendosi mosso il vento
di scirocco, tirorono la Bordata al Libbeccio tutto il giorno sino
all’ore cinque di notte, in qual ora essendosi fatta l’aria
burascosa, ed il vento cambiato in Ponente e Libbeccie, tirorono la
bordata al scirocco, e navigarono tutta la notte colli due trievi;
la mattina delli dodeci essendosi l’aria cominciata a scurire fecero
vela le gabie colle terzarole, e navigorono tutto il giorno, ed
essendosi cambiato il vento in ponente, e maestro, la sera si
trovorono all’isola di Strongoli e perche con poco vento, e l’aria
chiara, levaro vele terzarole, e fecero tutte le vele; all’ore
quattro di d(ett)a notte essendosi mosso il vento di greco, e
tramontana, seguitando il loro camino all’ore otto si trovorono nel
Canale di Messina, e la mattina de tredici detto al far del giorno
nelli Giardena ove avendo trovato due de reali sciabecchi di
Nap(oli) furono da med(esim)i assicurati , che non vi era niuna mala
notizia, e seguitando il di loro camino con poco vento, la sera
furono fuori Spartivento, e la notte calma con poco vento di
tramontana: la mattina de quattordeci furono nel Golfo del Truvolo,
ed andorono colla prora a greco, e levante, con poco vento, alle ore
dieceotto sopragiunto il vento da levante tirorono colla bordata a
tramontana e la sera furono fuori il Capo di Stilo, e la notte
calma: la mattina de quindeci postosi un poco di vento di libeccie,
e navigando colla proda aGreco, la sera li fece notte sopra il Capo
Ricciuto, e seguitando il loro camino all’ore quattro di d(ett)a
notte fattosi il vento da tramontana andorono colla prora a greco e
levante. La mattina de sedici detto, attrovandosi cinquanta miglia
larghi dal Capo delle Colonne per greco e levante, cambiatosi il
vento in tramontana, e maestro, seguitando il loro camino all’ore
quindeci scopersero un bastimento latino, che restava per
tramontana, e con il cannocchiale viddero che avea un altro
bastimento colle vele serrate anco latino, al che tanto d(ett)o
patrone, che li marinari tutti insospettiti, girorono colla bordata
a ponente, e d(ett)i bastimenti di un subito li si messero sopra ,
ed il bastimento che avea le vele serrate fece subito vela, e
cominciarono a darli caccia, onde esso sud(ett)o Patrone Cappiello,
e suoi marinari stimorono far tutte le vele, e trovandosi verso
l’ore dieceotto nel Golfo di Taranto circa cinquanta miglia distante
dalla terra, essendosi d(ett)i due bastimenti fatti a loro più
vicini, conobero, e chiaramente viddero, che il grande era uno
sciabecco barbaresco, ed il piccolo una galeotta anche barbaresca,
che con vele e remi l’andava sopra, ch’essendosi accostata al
d(ett)o di loro bastimento nella distanza di un miglio essendo con
poco vento fecero infiniti voti a Dio ed a tutti i santi per il loro
scampo, giacche non potean fare veruna difesa contro ad un
sciabecco, ed una galeotta corsari e barbareschi, laonde per non
perdere col bastimento anche la loro libertà, con andar schiavi,
unitisi tutti in consiglio, di comun sentimento risolsero di
abbandonare il loro bastimento, e salvare la loro vita sopra del
loro schiffo, e correndo l’ore diecenove di d.o giorno sedeci
vedendo che d(ett)a galeotta viappiù le dava caccia, ed il vento
sempre più abbonacciato, si buttorono tali quali si attrovorono
sopra il di loro schiffo senza aver potuto salvare neppur i propri
panni, ma appena appena la Patente di Salute, e si posero a fuggire
vogando d(ett)o loro schiffo a tutta forza sempre porgendo voti a
Dio, ed alli santi di liberarli da d(ett)o mal’incontro, e con tutto
ciò la galeotta per una mez’ora li diede anche caccia, e poi andiede
a prendere il loro bastimento, e subito tornò a dar caccia a d(ett)o
loro schiffo, ed esso patrone e marinari sempre vogando all’ignuda
per salvarsi, ma perchè all’ore ventiquattro l’aere si oscurò non
viddero più la med(esim)a, onde essi continuando a vogare tutta la
notte, la mattina de diecesette di d(ett)o caduto sett(embr)e verso
l’ore dodeci vennero miracolosamente a prender terra in questa
marina di Cotrone, in dove essendoli stata da questa deputazione
denegata la prattica, e posti in contumacia in un casino sito vicino
d(ett)a marina chiamato del carmine, convenne perciò a d(ett)o
patrone per mezo di corriere apposta, che fè spedire a sue spese far
pervenire in Napoli a quel spettabile sopraintendente Generale della
p(ubblic)a salute di questo regno la relazione di questa deputazione
per ottenerne l’ordine della prattica, quale essendosi ieri sera col
ritorno di detto corriere avuto e questa mattina stati ammessi a
prattica.
(ANC.1345, 1778, 45-47)
Fine del diritto d’asilo
Nel luglio 1784 il preside della provincia informava il vescovo
di Crotone del contenuto di un reale dispaccio inviato da Napoli dal
marchese Carlo De Marco, segretario di stato del ripartimento
ecclesiastico, che di fatto metteva fine al diritto di asilo di cui
fino allora avevano potuto godere i marinai che fuggivano dalle loro
navi e si rifugiavano nei luoghi sacri. Si permetteva infatti di
estrarre dalle chiese e consegnare al giudice laico i marinai
disertori dai bastimenti che si fossero rifugiati in chiesa. I
marinai dovevano essere poi consegnati al patrone del bastimento il
quale doveva impegnarsi all'atto della consegna a non punirli. Il
dispaccio infatti stabiliva "che quei marinari che lasciando i
bastimenti di qualunque nazione, si rifuggono in chiesa per non
continuare a tenore de' patti il cammino convenuto ad richiesta del
giudice laico, che si far… al vescovo, o alla persona ecclesiastica
più degna del luogo, siano estratti dalla chiesa, e consegnandosi
poi dal giudice laico a capitani de' bastimenti, sieno questi tenuti
prima di ogn'altro di formar obligo presso gli atti dello stesso
giudice laico di non offendere, ne fare offendere i sudetti marinari
per la fuga del bastimento, e di essersi rifugiti in chiesa, con
obligarsi ancora di ben trattargli. Ed il giudice debba subito
rimettere un tale obligo al console della nazione, che risiede nel
luogo ove il bastimento dovrà approdare per prenderne conto"(Il
dispaccio reale datato Napoli 17 luglio 1784, venne inviato da
Catanzaro al vescovo di Crotone in data 25 luglio 1784, AVC.)

