[La vita al femminile nel Marchesato di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 38-40/1998)
La guaritrice
Isola 1617. Nella curia vescovile di Isola il procuratore
fiscale interroga una donna. Dopo averla ammonita a dire la verità
sotto pena di incorrere nelle sanzioni previste per gli spergiuri e
nella scomunica, egli le chiede l’arte o professione che esercita e
se conosce rimedi per sanare e guarire. Fatta un’indagine sugli
ultimi suoi spostamenti e su dove ha abitato ed abita, su chi l’ha
ultimamente confessata e comunicata, e se c’è qualcuno che le vuole
male, l’inquisitore le domanda dove ha trascorso i mesi di luglio e
di agosto 1616.
L’intento è di indagare sui rapporti intercorsi tra la donna ed il
nemico della chiesa isolitana , il barone di Isola Antonio Ricca.
L’istruttore cerca di individuare chi ha somministrato i medicamenti
che la donna confezionò per il barone, quando consultata sulla
malattia che affliggeva il feudatario, aveva riconosciuto che senza
dubbi egli era stato “ammagato”. Messa alle strette, dopo aver
risposto sui denari avuti e su quante e quali magie avevano colpito
ed affliggevano il barone e come esse si manifestavano,
l’interrogatorio si sposta per indagare su altri fatti in modo da
colpire altri nemici della chiesa. Conosce la donna Marco
Carnelivare e Gio. Maria de Florio, della città di Isola, ed è a
conoscenza se anche loro sono stati ammagati ? Sappiamo che il
Carnelivare è stato a Papanice. Egli era ammalato ed ospite di
Minico Protopapa e fu da lei curato. Quale era la sua malattia e
quali libretti libretti gli fece leggere e quale era il loro
contenuto. Perché lo addentò al collo, dopo che si era accorta che
era stato ammagato da due magie : una per togliergli “la robba e
l’honore” e l’altra la vita ? La minacciosa disamina continua sempre
più incalzante. Per quante mattine ha somministrato l’infuso di
polvere di erbe e come era composto ? Conosce il De Florio ? Ha essa
tenuto in custodia cose di costui e quali ? Pietro d’Aprigliano le
portò delle “ligaccia”. Esse appartenevano al De Florio. Per quale
motivo le furono portate ? Che cosa disse Geronimo Paradiso di Isola
? E’ vero che lo consigliò dicendogli che se il De Florio avesse
potuto stare in mezzo “alle bascione et havesse usato con donne
l’haveria sanato” ? Come conobbe dalla “ligaccia” che al De Florio
erano state fatte tre magie ?....... (Arch. Vesc. Crotone C. 140,
1617)
Una unione contrastata
Isola 14 maggio 1642. Beatrice Corraduccio di Isola, moglie di
Francesco Delillo, acconsente allo sposalizio della figlia con
Tommaso Borrello, andando contro la volontà del signorotto del luogo
Antonio Catalano, amministratore e tutore del barone di Isola.
Venuto a conoscenza del fatto, a nozze avvenute, il Catalano manda
subito i suoi creati a prendere la madre della sposa che viene
buttata in carcere, maltrattata di molte bastonate e più volte
malamente offesa. Il vescovo di Isola Antonio Celli, che è ai ferri
corti con la corte baronale per motivi di interesse, conosciuta la
vicenda la associa a molti altri soprusi, perpetrati dal
rappresentante del barone e dai suoi sgherri. Viene così stesa
un’istanza, corredata da numerose denunce e testimonianze, che viene
inviata al viceré. E’ nominato a verificare le gravi accuse, esposte
dal vescovo, il funzionario Scipione Salituro. Come si sparge la
notizia che il regio consigliere si è insediato a Cutro e sta
procedendo ad esaminare i testimoni, il Catalano corre ai ripari e
comincia a fare opera di corruzione. Così in presenza del regio
capitano di Crotone Didaco Ram de Montoro, Beatrice Corraduccio,
accompagnata dal marito, dichiara che è certamente vero che essa fu
carcerata, ma il motivo fu che essa ebbe “certe parole ingiuriose“
con Geronima Borrello, sorella carnale del futuro sposo della
figlia. Durante il tempo che patì il carcere “non fu maltrattata di
bastonate ne di altro modo offesa”, né per ordine del Catalano, né
di suoi creati né di altre persone.
(ANC. 119, 1642, 16 - 17, Arch. Stat. CZ)
La baronessa di Carfizzi
Carfizzi 26 agosto 1676. Nel 1674 a causa di molte bastonate il
mastrogiurato di Carfizzi, Giuseppe Basta, passò da questa all’altra
vita e fu umanamente seppellito. La baronessa del casale, la
aristocratica crotonese Antonia Suriano, ordina subito di fare delle
indagini e viene scoperto il colpevole. Carlo Puglano è così
catturato e gettato in prigione su ordine della corte baronale di
Carfizzi. Dopo più di sette mesi di carcere duro per i tormenti ed i
patimenti subiti, muore ed è seppellito nella chiesa matrice di
Santa Venere.
La madre del Puglano protesta e fa istanza alla Regia Udienza di
Cosenza, accusando della morte del figlio la baronessa ed alcuni
suoi vassalli, parenti alcuni del mastrogiurato (Fabrizio e Gio.
Maria Basta e Pietro Bisulca).
Per l’insistenza e le dichiarazioni della accusatrice si aprì allora
un’inchiesta ma la baronessa corse subito ai ripari. Essa fece
convocare davanti al capitano di Carfizzi Federico Maria Zaccaro la
madre dell’ucciso. Lucrezia Barci è ben presto fu costretta a
ritrattare ed a scagionare sia la baronessa che i suoi aiutanti,
affermando che, essendosi informata da persone degne di fede, non
solo essi sono innocenti, anzi innocentissimi, ma anche ogni altra
persona, perché veramente la morte del figlio era avvenuta a causa
di una “infermità e come così a Dio piacque”.
(ANC. 333, 1676, 34, A.S.CZ).
Le vassalle del barone di Verzino
Verzino, 9 giugno 1683. Il sacerdote Michelangelo Delorenzo di
Verzino fa presente al viceré che da molti anni è costretto a
starsene lontano dal suo paese ed andar ramingo per la tirannia di
Nicola Cortese, barone del luogo. Il Cortese, invaghitosi di sua
sorella, la voleva con la forza disonorare. Essendosi opposto a tale
“sfacciataggine” fu per ordine del barone carcerato e tenuto in
prigione per sei mesi e dopo aver subito vari strapazzi, fu liberato
con la condizione che non si allontanasse. Né si saziò per questo il
tiranno ma, essendosi la sorella accasata con Marcello Dardano,
persona onorata del luogo, cominciò a perseguitare anche costui,
tenendolo per lungo tempo carcerato miseramente, finché non riuscì
con grandi spese a farsi liberare dalla Regia Udienza Provinciale.
Ma il barbaro non si fermò, anzi un giorno cercò di uccidere lo
stesso sacerdote, incaricando due assassini ed un suo sbirro, i
quali vi sarebbero riusciti, se non fossero intervenute alcune
persone. Non potendo più sopportare tali persecuzioni il Delorenzo
fu costretto a fuggire assieme alla sorella con il suo marito,
lasciando a Verzino ogni avere. Venutone a conoscenza, il barone
fece per sdegno rovinare tutti i suoi beni, proibendo a tutti di
comprarli e operando perché se ne perdesse la memoria. Allora il
sacerdote fece presente la malvagità del barone. Costui a modo di
sbirro si aggira di notte per Verzino, tentando di violentare
l’onore delle sue vassalle senza aver riguardo alla loro condizione
sociale, come accadde per Isabella Fittante. Poiché costei resisteva
alle sue voglie, il barone le fece propinare dai suoi sbirri
cinquanta bastonate. Lo stesso accadde a Elisabetta Giuranna, che si
oppose alla sfacciataggine del barone. Il bruto con i suoi
malandrini penetrò di forza in casa della donna e di propria mano le
diede molte bastonate. Similmente il barone bastonò la madre di
costei, tenendola nelle carceri del suo palazzo per un mese. Un
trattamento simile patì anche la vergine Anna Moranello. Poiché essa
aveva rifiutato il suo libidinoso appetito, il malvagio si accanì
con la madre, facendola condurre dentro il suo palazzo e con minacce
le chiese il suo desiderio e poiché anche questa rifiutò, la fece
appendere per le braccia dentro una camera, tenendola sospesa per un
giorno intero. Appena fu libera, essa con la figlia fuggì da Verzino
ma, non riuscendo a trovare i mezzi per vivere altrove, dovette
ritornare. Allora il barone riuscì finalmente nel suo intento. Il
barbaro ha levato l’onore e la verginità anche a Hippolita Granieri
ed a molte altre. (Provvisione e Cautele Vol. 251, f.171 (1683)
Arch. di Stato di Napoli)
Furto su commissione
Cotrone 26 settembre 1692. Dalla bottega del mastro sartore
Giuseppe Capicchiano spariscono alcuni abiti. Il mastro comincia ad
indagare e descrive i capi mancanti agli altri mastri.
I sarti Omobono Sacco e Giuseppe d’Amico si ricordano di averli
scorti in casa del parroco di Santa Maria de Prothospatariis,
Giovanni Millucci, quando tempo addietro erano stati chiamati dal
sacerdote per rammendare e cucire alcuni indumenti. Trovata la
refurtiva, ben presto viene scoperta anche la ladra: la creata del
Capicchiano, Beatrice Russo da Cirò.
La giovane, che da tempo presta servizio in casa del sarto, messa
alle strette, confessa. Essendo stata pregata con insistenza dal
parroco a procurargli alcuni abiti dietro ricompensa, cedette alle
lusinghe e fu spinta a pigliarli di notte nascostamente. Essa fu
persuasa a commettere il furto soprattutto dalle parole del
sacerdote, il quale le disse che “poiché il suo padrone non le dava
salario, le stava bene farlo per buscarsi qualche cosa”. Scoperto il
mandante il mastro voleva denunciarlo al vescovo, ma fu dissuaso con
un biglietto da ducati 38.
(ANC. 336, 1692, 151- 153, A.S.CZ.)
La ritrattazione
Cotrone 6 maggio 1696. Il diacono Andrea Magliaro stupra la
vergine Berardina Rizzuto. La fanciulla su pressioni della madre
sporge querela criminale nella corte vescovile ed il diacono per non
finire in carcere se ne fugge dalla città e va ramingo. Passa un po’
di tempo e riesce a convincere la ragazza a ritrattare. Essa infatti
con una dichiarazione pubblica afferma che non ha mai conosciuto ed
avuto a che fare con il diacono ma lo ha accusato per paura di sua
madre e dei suoi parenti, affinché “non si sapessi la persona che le
tolse l’honore”. Interrogata se ritrattava per paura, ovvero fosse
stata pagata, minacciata o pregata, disse che tutto ciò lo faceva
per discarico di sua coscienza, volendo al presente vivere
cristianamente. (Arch .Vesc .Crot. )
Il sequestro
Cotrone 18 febbraio 1710. Su ordine della Regia Udienza di
Catanzaro e del commissario della città, il serviente ordinario Gio.
Francesco Macrì con due soldati “venturieri”, Domenico Basile e
Filippo di Mauro, si reca nella abitazione di Antonio Costantino,
detto “Nunziato”, per eseguire un ordine di sequestro, essendo stato
quest’ultimo inquisito e condannato per una frode al regio fisco.
Entrati nell’abitazione, i due soldati si impossessano di due
“sprovieri”, uno bianco ed uno nero, e se li portano. Sulla porta li
attende Marianna Bertuccia, la quale li affronta e tenta di
riprenderseli, urlando che sono suoi. Gli sbirri non mollano la
presa e con urtoni e percosse tengono a bada la donna che non
desiste, anzi chiede aiuto ad alta voce. Alle grida corsero a darle
man forte due chierici selvaggi, lo zio Gaetano Ferraro e Gio. Paulo
Coroneo, i quali, visto i maltrattamenti subiti dalla donna,
cominciarono a bastonare i soldati e, strappati dalle loro mani gli
sprovieri e “quietata la baglia, se ne andarono”. (ANC. 611, 1710,
14 -15)
Il rapimento di Rosa
Cotrone 1712. Giovanni Nicoletta va con la moglie a Cutro per la
devozione del Crocifisso. Venuto il momento del ritorno, con un
pretesto ritarda ancora un po’ nella chiesa dove c’è la statua,
mentre si libera della moglie, mandandola con i carri che prendono
la via delle Lenze. Secondo la sua testimonianza egli invece,
decisosi al ritorno, se ne andò per la strada che passa per la
chiesa della Madonna della Consolazione, nei cui pressi incontrò la
moglie di Diego de Monte, la quale lo pregò di portare con sé a
Crotone una giovane di nome Rosa, nativa di Belcastro, e di metterla
a padrone. Il Nicoletta prese in consegna la ragazza e dopo averne
abusato se la tenne per una notte nella sua casa ed alla mattina
dopo con il nome di Rosa Nicoletta la mise a servizio presso il
nobile Annibale Albani, il quale a sua volta ne approfittò e se la
tenne presso di sé. Nel frattempo i genitori della ragazza
denunciarono la scomparsa ed il nobile , venutone a conoscenza, per
paura di conseguenze, fece sparire per otto giorni la minore, che fu
poi ritrovata presso il mastro Isidoro Messina.
Il Nicoletta a sua discolpa affermò che era stato indotto ad abusare
della giovane dalle parole della moglie di Diego de Monte la quale
all’atto dell’affido, in presenza della stessa aveva sì affermato
che essa era “schetta”, ma poi chiamatolo in disparte aveva aggiunto
che la giovane era stata “deflorata seu svirginata e se té né vuoi
servire servitinni”.
A sua volta l’Albani fece fare delle dichiarazioni in suo favore da
alcuni lavoranti, i quali misero in pessima luce la povera ragazza
ed esaltarono l’operato virtuoso del nobile.
Il suo ortolano, Giuseppe Stricagnolo, affermò che aveva
intrattenuto per lungo tempo con la giovane una intima relazione, in
ciò facilitato anche dal fatto che essa veniva mandata dai suoi
padroni a lavare i panni presso l’orto Piscitello. A riprova di ciò
egli affermò che la ragazza non solo più volte gli aveva pettinato i
capelli ma gli aveva anche donato una tovagliola d’orletta ed una
collana di pizzillo, che aveva rubato ai suoi padroni. Per tale
motivo, secondo l’ortolano, essendo stata scoperta, essa fu dagli
stessi coniugi Albani sgridata e perciò se ne fuggì dalla casa del
nobile e fu poi ritrovata, dopo ben otto giorni, presso il mastro
Isidoro Messina, che per compassione le aveva dato ospitalità.
Il mulattiere Francesco di Perri, a sua volta, affermò di avere
incontrato un uomo, di cui non si ricordava più il nome. Costui era
venuto da Cutro a Crotone per incontrare la ragazza. Questi gli
raccontò che la giovane era fuggita da casa di sua spontanea volontà
perché era stata deflorata ed aveva perciò paura che i suoi
congiunti la uccidessero. Per il grande affetto che nutriva per lei,
egli la aveva per un po’ nascosta in casa sua. Secondo questa
testimonianza, l’uomo tentò di rivedere la ragazza ma l’Albani,
presso cui era a servizio, aveva dato ordini rigorosi, impedendo a
chiunque di avvicinarla in modo che essa non “praticasse” con
uomini. Secondo il mulattiere il nobile non solo vigilava sulla
integrità morale della ragazza ma anche su quella fisica, tanto che
per metterla al sicuro dalle possibili minacce dei suoi congiunti,
dopo un po’ non la mandò più a lavare lontano all’Esaro ma presso
l’orto Piscitello, che è vicino alla porta della città.
(ANC. 659, 1717, 229 - 232)
La perdita della dote
Papanice 25 aprile 1721. Nella festività di San Marco la
promessa sposa, la povera ed orfana Anastasia Sculco, di circa 13
anni, assieme alla madre Caterina Caleo entra nell’abitato di
Papanice su un carretto. Le donne sono accompagnate dal promesso
sposo Ignazio La Vigna di Scandale e dal cugino della ragazza Nicola
Arcuri, che in groppa ad una giumenta le seguono appresso. La
piccola comitiva allegramente si dirige verso la chiesa, dove si
dovrà celebrare lo sposalizio. Arrivati in piazza uscirono incontro
per onorarli molti paesani “col sparo di molte scopettate” ma
all’improvviso sbucò fuori il chierico Gio. Giacomo De Bona che col
suo “pistone”, caricato con palle, fece fuoco uccidendo sia il
promesso sposo che il cugino della sposa. La povera Anastasia
“piangente e afflitta” va con la madre dal vicario generale di
Crotone per avere giustizia e per essere risarcita. Infatti
l’uccisione, oltre alla perdita del marito, le aveva causato un
danno di ben 300 ducati , a tanto infatti ammontava la dote
promessale dal cugino.
(Arch. Vesc. Crot., ANC. 614, 1724, 108- 109)
Impedita e costretta al ripudio
Cotrone 26 dicembre 1722. L’orfana Caterina Berlingieri, rinchiusa
nel monastero di Santa Chiara fin dall’età di sette anni, vuole
sposarsi con Pietro Senatore di Catanzaro, ma ne è impedita dal
fratello Francesco Cesare. Eludendo la sorveglianza, riesce ad
inviare un memoriale al viceré. La reazione è immediata. La ragazza
è portata alle grate di ferro del parlatorio ed in presenza del
vicario del vescovo, del cappellano, della badessa e del regio
giudice è costretta a dichiarare che quanto è stato esposto non solo
non corrisponde alla verità ma è completamente falso e le reca
grande onta : da donzella onesta della primaria nobiltà quale è,
“per l’ideate e vane chimere”, forse dello stesso Senatore, viene
fatta passare come leggera. Essa infatti non va cercando da sé
matrimoni senza ottenere il consenso della sua parentela e tanto
meno desidera il signor Senatore. Con costui anzi non si unirebbe
nemmeno se fosse vivo il padre e la obbligasse a farlo, in quanto il
Senatore è di gran lunga inferiore alla sua condizione sociale.
Inoltre, da quanto detto, risulta chiaramente che ella non può aver
fatto il memoriale anzi sospetta che l’estensore delle falsità sia
proprio lo stesso Pietro Senatore. (ANC. 613, 1722, 160 -161)
Le meretrici
Cotrone 12 ottobre 1728. Alcuni marinai delle barche pescherecce
dei patroni Paolo Li Conti, Fortunato Greco e Vincenzo Ferola
protestano perché le loro imbarcazioni non prendono il mare. Il
motivo è il comportamento riprovevole del patrone Fortunato Greco il
quale se ne sta in città, tranquillamente mangiando ed indugiando in
casa di una donna pubblica. Tale evenienza accade spesso in quanto
il patrone preferisce starsene in Crotone con le meretrici piuttosto
che andare a pesca. Anzi quelle poche volte che la sua barca lascia
gli ormeggi e piglia qualche pesce “la meglio parte è stata sempre
delle puttane”. Egli a volte dissuade anche gli altri due patroni di
barche ad andare a pescare, convincendoli a rimanere assieme a lui
dalle meretrici. Tutto questo reca danno ai marinai “per il lucro
cessante che haverebbero potuto buscare e l’hanno perso per causa di
detto patrone”. ( ANC. 662, 1728, 138-139)
Tra padre e padrona
Cotrone 22 gennaio 1734. La nobile Giuseppa Suriano cerca di
mettere fine ai “gracchiamenti” di Fabrizio Cimino, il quale sparge
voce che sua figlia è stata “rubbata, staffiliata, bastoniata e
maltrattata” ed è costretta con la violenza a prestare servizio
nella casa della nobile.
Anna Cimino, figlia di Fabrizio, è portata perciò dal notaio a fare
una dichiarazione davanti a testimoni compiacenti in favore della
sua padrona.
La Suriano è “affabile colli genti di servizio, amorosa e zelante”,
perciò essa alcuni giorni or sono se ne andò a servirla, a ciò anche
spinta per “sfuggire la calamità di sua casa e la severità del padre
per causa del quale si ritrova anche priva di suo marito”, che se ne
è scappato. Presso la sua padrona essa ora si sente di stare come
nel seno di Abramo : è amata, stimata, ben voluta e compassionata,
perciò ha deciso di starci a servizio per un anno intero.
Col patto però che se per caso ritornasse il marito, essa deve
essere sciolta da questo obbligo. Inoltre poiché “il sesso di donne
è fiacco, e volubile, in caso di mancanza di detto servimento per un
anno da oggi volse esser costretta a servire detta signora e sua
famiglia, anco con essere astretta” con la forza. (ANC. 664, 1734,
6-8)
La reclusa
Cotrone 29 agosto 1734. La giovane Rosa Barricellis, per la
pingue dote a cui ha diritto, è al centro di liti e contese tra il
parentado.
I suoi genitori, Francesco Barricellis e Flaminia Amalfitano,
vogliono imporle di sposare l’aristocratico crotonese Carlo
Berlingieri, figlio di Francesco Cesare e di Violante Suriano,
mentre l’avo e lo zio paterno hanno già trattato il matrimonio con
un nobile di Catanzaro, più gradito a loro e alla ragazza.
Quest’ultimi anzi si apprestano a condurla in quella città per
maritarla “a loro piacimento”. Per evitare questo evento e mettere
la ragazza al sicuro da un possibile rapimento, i genitori chiedono
aiuto al vescovo Gaetano Costa. Obbligando la ragazza a dichiarare
che è in reale pericolo di vita e che il matrimonio, che è sul punto
di contrarre, avviene contro la sua volontà, anzi violentando la sua
coscienza, ottengono i debiti permessi per poterla rinchiudere nel
monastero di Santa Chiara, appellandosi al rifugio d’asilo.
Il tempo passa e nonostante le proteste della ragazza, alla quale
viene tolta ogni possibilità di far conoscere la sua volontà, essa
rimane chiusa. Secondo le intenzioni dei suoi genitori, essa dovrà
rimanere nel monastero finché non sarà giunto il momento di
convolare a nozze con lo sposo prescelto, col quale essi hanno già
steso un contratto matrimoniale “per verba de futuro”. Così col
pretesto che nel monastero essa è al sicuro nella vita, nella
reputazione e nell’onore e riceve una educazione con dame a lei
pari, apprendendo giorno dopo giorno buon costume, virtù e buon
esempio, nonostante le perplessità del vescovo che cerca di chiudere
al più presto la faccenda, la ragazza uscirà solo quando si
sottometterà alle decisioni dei genitori, cioè sposerà il futuro
marchese di Valle perrotta Carlo Berlingieri. Essi infatti riescono
a tacitare gli scrupoli vescovili palesando falsamente che
continuano i tentativi dei parenti e degli amici dell’avo, i quali
tentano in tutte le maniere di fare trasferire a Catanzaro o in
altro luogo la ragazza, per maritarla a loro capriccio e forza in
modo da spogliarla di quello che le spetta o di ucciderla o di farla
morire, motivi per i quali lo stesso vescovo aveva concesso a suo
tempo l’internamento della ragazza.
(ANC. 793, 1734, 28 - 29)
Le carcerate
Cutro 17 aprile 1743. Dalla “fossa” di Antonio Arturi di Cutro
sparisce del grano. La Corte di Cutro, su denuncia del derubato,
comincia ad indagare e riesce a trovare degli indizi. Viene così a
sapere che in casa di Giulia Mesuraca, sposata con Antonio Suppa,
originario di Santa Caterina, sono stati nascosti due tomoli di
grano rubato.
Con l’accusa di furto Giulia Mesuraca è imprigionata su ordine della
Corte assieme ad una presunta complice, la nubile Anna Migale.
Le due donne sono così “carcerate, ferrate et maltrattate”. Dopo
cinque giorni di sevizie si decisero a confessare. In presenza del
notaio Francesco Greco, coadiutore della Corte di Cutro, esse
affermarono che il grano era stato mandato in regalo a Giulia
Mesuraca da Domenico Parteno per la continua e strettissima amicizia
che intratteneva con la donna e l’assidua frequenza della sua casa;
anzi proprio per questo intimo rapporto che lo legava alla donna
quest’ultimo le aveva raccontato “minutamente come era seguito il
fatto”. (ANC. 666, 1743, 24)
Le mammane
Cotrone 6 settembre 1752. Alcuni cittadini accusano il priore
dell’ospedale di San Giovanni di Dio di avere deflorato una bambina
di dieci anni, chiamata Caterina Mottola. Per tale motivo su ordine
della Regia Corte della città la bambina è fatta “riconoscere” dalle
mammane, le quali per paura del priore attestano che è vergine. Le
voci e le accuse contro il priore però non cessano ed allora egli
corrompe la madre della bambina e la spinge a dichiarare
pubblicamente che “sua figlia è senza macula alcuna”. (ANC. 1124,
1752, 57 -58).
Sponsali veloci
Cotrone 10 dicembre 1753. Antonio Simina ed Isabella Di Franco
abitano nella stessa casa del parroco di Santa Veneranda Felice
Cavaliere. I due si amano e vorrebbero unirsi in matrimonio ma la
loro unione è contrastata anche e soprattutto dallo stesso parroco.
Nella notte del dieci dicembre 1753 i due innamorati con alcuni loro
amici entrano furtivamente nella camera dove il parroco sta dormendo
e svegliatolo, prima che questi potesse riaversi, gli dissero “che
si voleano amendue per marito e moglie”, pronunciando velocemente in
presenza dei testimoni : “Signor Paroco io voglio per mia moglie la
predetta Isabella di Franco “ e costei “Io voglio per mio sposo il
presente Antonio Simina”. Il sacerdote si mise a “scridare” ma i
novelli sposi “prendendosi per le mani se ne uscirono dalla camera e
se ne andiedero per fatti loro”. (ANC. 1125, 1754, 49 -50)
La promessa non mantenuta
Cotrone 12 marzo 1754. Antonio Le Pera commette un delitto nei
confronti di Gregorio Garasto, figlio di Michelangelo. Per non
finire in carcere si rifugia nel convento dei cappuccini.
Durante il periodo in cui è costretto a vivere nella chiesa egli
mantenne i contatti con l'esterno tramite un suo amico, il mastro
barbiere Francesco Liotta, il quale di continuo si reca a trovarlo,
rifornendolo di tutto ciò che gli è necessario per poter continuare
a vivere nel rifugio.
Trascorso un po’ di tempo e divenendo sempre più oneroso trovare i
mezzi per potersi sfamare, un giorno il Le Pera invitò il mastro a
recarsi a suo nome presso una donna di nome Rosa Caruso, originaria
di Nicastro, con la quale in passato aveva avuto una relazione, per
chiederle di aiutarlo.
La Caruso, tramite il mastro, inviò al Le Pera dapprima dei
“maccarroni” e poi più volte altro cibo necessario per potersi
sfamare.
Frattanto il Le Pera riusciva ad accordarsi e così un giorno, sempre
tramite il mastro, chiese alla donna di mandargli dei preziosi per
impegnarli. Con il denaro ottenuto egli avrebbe tacitato coloro che
lo perseguitavano e, risolta la sua situazione, avrebbe potuto
abbandonare senza pericolo il rifugio e, non più perseguitato,
l'avrebbe poi sposata.
La donna si fidò della promessa e gli mandò tutti i suoi “giocali”
d’oro e d’argento che il Le Pera fece impegnare presso lo strozzino
Tommaso Soda. Diede i soldi ai creditori e tornò libero ma non
mantenne la promessa di matrimonio, pur tuttavia continuò a
“pratticare con detta Rosa”.
(ANC. 1266, 1754, 45)
Maria e Fortunato
Isola 19 novembre 1758. Maria Bova di Bifungi, sposata con Bruno
Bosco, fugge da casa per i “maltrattamenti che le pratticava senza
veruna causa il marito” ed assieme ad una figlia in tenera età cerca
di raggiungere Napoli, dove si trova un suo cugino.
Per strada presso Guardavalle incontra un sacerdote secolare, tale
Fortunato Pisano, che “andava girando col suo mestiere d’acconciar
orologgi” e si unisce a lui. Fortunato, visti inutili i tentativi di
farla ritornare dal marito, dopo un po’ la lascia al suo destino.
Maria allora se ne andò da sola a Cropani, dove però, dopo pochi
giorni, la raggiunse Fortunato che, facendo leva sullo stato di
indigenza, riuscì a farla assumere come lattara e nutrice dalla
baronessa del luogo. Data una sistemazione a Maria, Fortunato si
recò ad Isola dove dimorò ad accordar organi. Dopo alcuni giorni di
permanenza a Cropani, Maria, poiché aveva perso il latte, lasciò la
baronessa e raggiunse Fortunato con l’intento di avere l’aiuto di
imbarcarsi per Napoli.
Fortunato cercò di dissuaderla e di farla ritornare dal marito ma la
donna non ne volle sapere. Allora la raccomandò all’arcidiacono di
Isola Giovanni Caracciolo. Assicurato vitto ed alloggio a Maria, se
ne andò per i fatti suoi a Crotone. Qui però Fortunato fu carcerato
per ordine del vescovo Mariano Amato con l’accusa di “aver
trafugato” la donna.
Quest’ultima però “conoscendo l’ingiusta persecuzione, che viene a
patire senza veruna causa il povero buon sacerdote”, fa una
dichiarazione a suo favore. (ANC. 1126, 1758, 278-279.)
La lettera del pecoraio
Isola 6 luglio 1839. La giovane Elisabetta Borrelli è violentata
“fortivamente” da Pietro Astorino, il quale si rifiuta di sposarla.
Dopo essere ricorso inutilmente alla curia vescovile di Crotone ed
al sottintendente, Domenico Borrelli, padre della sventurata, si
rivolge al tesoriere della collegiata di Isola, Giuseppe Lattari.
Così Elisabetta ottiene dal violentatore subito ducati 10, con la
promessa, poi non mantenuta, di averne altri 20. Nel frattempo il
tesoriere, che fingeva di svolgere opera di conciliazione tra i due
giovani, approfittò della situazione e secondo l’accusa del padre
della ragazza “prevaricò” la figlia, “prendendosela per druda”. Così
“al primo rossore s’aggiunse altra vergogna con avere il predetto
tisoriere svergognato totalmente me e la detta mia figlia Elisabetta
e tuttavia menano ambedue, cioè il predetto tesoriere e la detta mia
figlia, una vita lasciva e una tal macchia, meriterebbe, essere
lavata col sangue, ma la carità tanto me lo proibisce”.
Per porre fine allo scandalo Domenico Borrelli dapprima caccia la
figlia di casa poi fa presente il tutto al vescovo di Crotone
Leonardo Todisco Grande, il quale rimette la denuncia al cantore
foraneo di Isola Onofrio Arteca, affinchè indaghi e riferisca sulla
tresca scandalosa.
Il cantore chiamò subito il padre della giovane e gli disse di
portargli la lista dei testimoni, che potevano confermare le sue
accuse, e soprattutto di fornirgli le generalità dell’estensore
della supplica al vescovo.
Domenico Borrelli capì e rispose che la lettera l’aveva scritta un
pecoraio e la lista gliela avrebbe portata entro mezzogiorno.
Venne sera senza che nessuno si facesse vivo. Allora il cantore, per
dare una parvenza di legalità e chiudere definitivamente la
faccenda, convocò la filatrice Elisabetta Valeo, indicata come la
testimone principale della tresca, secondo la supplica al vescovo
del Borrelli. La filatrice, presso la quale la giovane aveva trovato
“ospitalità”, fu sottoposta ad interrogatorio sotto giuramento e si
compilò un verbale. L’inquisita minacciata negò decisamente
l’esistenza della relazione amorosa e dichiarò di avere sempre ben
guardato la giovane, che custodiva come una figlia, e non aveva
veduto passare tra essa ed il tesoriere “veruna confidenza”, né
quest’ultimo era mai venuto in casa sua o mandato qualche regalo. Il
verbale sottoscritto dal solo tesoriere, in quanto la filatrice non
sapeva né leggere né scrivere, unito al tutto, fu rimesso al vescovo
per essere archiviato.
(Arch. Vesc.- Crot.)
La lista delle cattive
Isola 3 settembre 1840. Su incarico del sottintendente il
provicario generale della diocesi di Cotrone ordina ad ogni parroco
di compilare due liste. Una è per coloro che vivono “in pubblico
concubinato, o adulterio scandaloso e pregiudizievole al buon
costume ed alla morale pubblica”, l’altra è per le “pubbliche
scandalose ed ostinate prostitute”. Per le femmine inoltre si
indicherà se viene reputata o no infetta da mali venerei, il paese
di origine e, se forestiera, da quanto tempo è in città. Il vicario
foraneo di Isola, Onofrio Arteca, non aspetta altro e, presa la
vecchia lista, dove sono annotati tutti i pubblici scandalosi della
città, la aggiorna. Nomi vengono aggiunti, altri sono cancellati :
l’elenco è presto fatto. Esso è formato da tre parti : dapprima ci
sono i quattro uomini “casati” che hanno abbandonato le mogli e le
loro amanti, poi le tre donne maritate che hanno abbandonato i
mariti ed i loro amanti, quindi il lungo elenco degli scandalosi,
comprendente coloro che trescano sotto pretesto di matrimonio, i
mariti infedeli, le mogli traditrici, gli amanti, i conviventi non
sposati e le donne che intrattengono rapporti con più uomini.
Quest’ultime sono per lo più forestiere :la pubblica locandiera, la
“Madonnara”, la “Greca” e le sorelle Salviati della Rocca Bernarda.
Dopo un po’ il Sottointendente ordina al sindaco di Isola di
sfrattare entro il 17 agosto tutte le donne scandalose forestiere.
Il giorno stabilito passa ed esse vivono “colla massima tranquillità
e continuano pubblicamente ad offendere Iddio”. Di chi la colpa ?
Per il vicario foraneo non vi sono dubbi : è il cancelliere comunale
che protegge “queste donne cattive perché siccome il Sindaco è
ottimo per vender merci, così nell’affari comunali dipende in tutto
dal cancelliere, ed è perciò che egli è la molla di far grazia o
giustizia ed il sindaco soltanto firma”. E’ da addebitarsi alla
responsabilità del cancelliere anche l’omicidio avvenuto la notte
del 22 agosto, quando fu ucciso il mastro ferraio Francesco Mazzea
nel mentre si ritirava da qualche prostituta ; infatti sono state
arrestate come sospette le sorelle Salviati della Rocca Bernarda. Se
fossero state rimandate al loro paese, come ordinato, forse il
delitto non sarebbe avvenuto. Ormai le prostitute sono divenute
pretesto per colpire gli avversari ed una lettera anonima diretta al
vescovo di Cotrone denuncia donne che si prostituiscono, volutamente
non inserite nell’elenco compilato dal vicario foraneo, ed i loro
protettori.
Isola s.d.
A Sua Eccellenza D. Leonardo Todisco Grande , vescovo di Cotrone,
Eccellenza
Si sussurra di essere pervenuti ordini de Superiori acciò avessero
fatto rimpatriare tutte le donne forestiere i quali danno scandalo
al publico . Sig.re qual umil suddito moralmente prostrato ai vostri
piedi mi fo ardimentoso esporvi quanto siegue == Tra tutte le donne
forestiere vi sta una Sig.ra Cotronese di nome Antonia Minicò la
quale si è accoppiata con una nostra compaesana di nome Vennera
Chirillo o sia la figlia di Antonina queste due celeberrime donne
nella loro abitazione tengono un perfetto bordello e quando i
giovani non vogliono avere con esse loro amicizia, esse
s’intromettono e fanno da tramenzieri, e vanno disturbando i
pensieri delle povere giovani che tranquille se ne stanno nelle loro
abitazioni esse non trascurano di fare avere l’intento con l’offerta
dei denari, si con via di tradimento, nonché con insinuare ai
giovani d’intromettersi nelle proprie abitazioni. Sig.re sentono
quante cause che portano dietro a se triste conseguenze, percui
l’Eccellenza sua spande un ragio di giustizia sopra queste due donne
con richiamare la Minicò nella sua patria e così evitare qualche
sinistro avvenimento stante sono molti menzognieri e vanno mettendo
discordie tra giovani, sto sicuro che dietro un informo che farà
prendere al Sig.r Cantore, e pure al suo nipote D. Angelo Militi
trova l’evangelio della verità ; e la vostra giustizia piomberà
sopra di essi mentre la Minicò si vanta di godere la protezzione di
D. Domenico Castelliti come di fatti la protegge, sto sicuro della
vostra giustizia ed io l’avrò in grazia come dal cielo.
Suo Umil suddito
N.N.
(Arch. Vesc. Crot.)

