[Baluardi, mura,torri e torrette della città di Crotone: Il baluardo Marchese e la torre della Pignalosa)]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 39-40/2003)
I lavori di costruzione delle nuove
fortificazioni di Crotone, iniziati nella primavera del 1541 e
proseguiti per molti anni, determinarono l’abbattimento della
maggior parte delle vecchie mura cittadine, dei rivellini e delle
torri, che vi erano inseriti1. Essi furono sostituiti da spontoni e
cortine. Furono demolite “le mura vecchie delo fosso”2, che
isolavano la città dalla campagna, furono abbattute la torre rotonda
della “Capperrina”3 e quella del “Vento”4 e diroccato un rivellino
dalla parte della marina e quello di S.ta Clara5.
Il vecchio circuito murario fu in parte allargato e modificato.
Alcune strutture che facevano parte delle vecchie fortificazioni
medievali furono congiunte, inglobate o riadattate alla nuova
costruzione. Tra esse la torre detta Pignalosa.
Primi documenti
Troviamo citata la torre della Pignalosa fin dalla prima fase
dei lavori di costruzione delle nuove fortificazioni di Crotone.
Dopo aver proceduto alla costruzione dello spontone Petro Nigro e
della cortina della Piscaria che lo univa allo spontone Villa
Franca, si procedeva gettando le fondamenta della cortina de
terzana, detta anche “della marina” e Villa Franca6. Si univa così
lo spontone Villa Franca con il progettato spontone detto Marchese.
La torre della Pignalosa, che faceva parte della vecchia cinta
muraria della città, verrà inglobata nello spontone Marchese, come
risulta chiaramente dalla documentazione, che succintamente si
riporta.
Nelle “cedule” dela Regia frabbica dello scrivano de razione Pietro
Saporta troviamo che dall’estate 1542 i mastri frabbicatori, i
manipoli e i devastatori sotto la guida del suprastante Simoni
Ferris erano intenti “al cavamento dela cortina de terzana deritto
la pignalosa”. Nella “cedula 57 dali 27 de junio per tutti lo II de
julio” vi è la nota “como li mastri pochissimi jorni hanno
frabbicato per caristia de homini hanno cavato lo fosso dela cortina
deritto la pignalosa et se hanno pagato per mastri”. Successivamente
il giorno 7 luglio si paga Dionisi Furlano de Cotroni per la
fornitura di 20 pezzi di cantoni i quali hanno servito “per lo
zoccolo dela cortina de fronti la pignalosa”. Seguono i pagamenti ai
mastri frabbicatori manipoli e devastatori che “hanno fatigato
deritto la pignalosa”, “alla cortina dela marina deritto la
pignalosa”, “alla cortina deritto la pignalosa ditta terzana”, “
allo spontone ditto villa franca et al cavamento dela cortina del
ditto spontoni deritto la pignalosa” ecc. Nel novembre 1542 si
pagano i mastri de axia “per adpuntallar lo terreno che non caschi
allo cavamento de ditto spontoni ditto villa franca dela parte delo
fosso vecchio dove se cava ad far li troneri deritto la pignalosa”.
Nell’autunno 1546 si procedeva alla fondazione dello spontone
Marchese ed alla costruzione delle lamie, dei contrafforti e del
cavaliere, che doveva essere costruito in mezzo. Mastro Cola Catania
e compagni erano intenti a lavorare “allo muro delo sponton ditto
marchese quali muro se va ad juntarse con la turri ditta pignalosa”,
“ad annettar lo zocculo dela cortina delo sponton ditto marchese...
al principio de cavamento se fa in lo spontoni ditto marchese.. in
lo quale cavamento nce havera de venir la ala delo ditto spontoni/
et lo muro che va ad iuntarse con la pignalosa dove nce haveranno de
venir le lamie grande supra ditto muro”, “in lo adpedamentar dela 2a
bancata delo cavaler delo spontone ditto marchese che va ad iuntarse
con la pignalosa”, “allo muro seu cavaler che va ad iuntarse con la
pignalosa”, “al cavamento dela ala delo spontoni ditto marchese et
terrapieno delo cavalier de ditto spontone”, “ al cavamento nce
havera de venir la ala delo ditto spontoni et lo muro che va ad
iuntarse con la turri ditta pignalosa dove nce haveranno de venir la
lamia grande sopra ditto muro”. In seguito si proseguiva con il
“cavamento deli contraforti dela ala delo ditto spontone ditto
marchese”, e si “haveno spetrato la petra deroccata dale mura
vecchie delo fosso dela citta et quella portano la carra dela
jornata alla fabrica delo sponton detto marchese”, “ allo spontoni
ditto marchese cioè allo muro che va ad iuntarse con la pignalosa”,
“al cavamento dela ala delo sponton detto marchese et cavalere de
quello.Al terrapieno dele lamie et contrafforti delo sponton
marchese”. Nel 1550 i lavori procedevano ancora. Nel gennaio 1550
“haveno sguttato lacqua che stava dentro le lamie del torrione detto
marchese cascate per la pioggia”.7.
Lo spontone Marchese
Così descriverà lo spontone ingegnere militare Ambrosio
Attendolo nel maggio 1573: “Lo detto torrione seu belguardo terzo,
sta in buono termine de fabrica pero ce manca lo cavaliero
dessignato e comenciato nel mezo lo quale è importantissimo perche
con esso alzandolo di piano di palmi venti sopra lo fatto coprerria
la cortina che segue la quale è discoperta tutta da li monti
sopradetti”8.
La regia “monizione” della città
Tra i privilegi chiesti dall’università di Crotone e concessi
dall’imperatore Carlo V il 22 marzo 1536 vi era anche la concessione
di “pezze deche de arteglieria de metallo”, in modo che i cittadini
potessero difendersi ed offendere i nemici, essendo la città esposta
alla minaccia turca. Pertanto all’inizio del Seicento troviamo un
nobile capitano cittadino che ha il governo di tutti i “tormentorum”
della città e degli artiglieri addetti a sparare con i pezzi
dell’artiglieria cittadina, situati sopra i baluardi e vicino alla
porta. Essi erano “salariati per la Maestà sua per questo et per
altri bisogni universali necessarii conforme s’usa et è solito farsi
per essa città”9. Se il capitano dell’artiglieria cittadina e gli
artiglieri erano salariati regi come pure regio era il rifornimento
della regia monitione di guerra della città , l’università cittadina
dall’altra doveva fornire l’alloggio al capitano e sostenere le
spese per la manutenzione dell’artiglieria.
Al servizio dell’artiglieria cittadina vi era infatti una regia
monizione di guerra, dove era conservata la polvere da sparo e le
munizioni. Essa era situata nella torre Pignalosa ed era “vicino la
Porta et le muraglie”, in quanto si poteva in caso di improvviso
pericolo “subito aprire et pigliarsi la polvere necessaria”. Sempre
in riferimento a questo uso si utilizzò la lamia del baluardo
Marchese, per fare il salnitro e la polvere da sparo. Questa
attività, gestita da un mastro polveraro, è documentata nella
seconda metà del Seicento10 e nei primi decenni del Settecento11.
Alla monizione di guerra della città, situata davanti la chiesa di
San Francesco d’Assisi, di solito avevano accesso il capitano
dell’artiglieria cittadina12 ed il mastrogiurato. Il mastrogiurato
deteneva la chiave della monizione e quelle delle porte della
città13. Tuttavia in casi particolari, soprattutto in tempo di
guerra e di pericolo esterno, con l’arrivo in città di un capitano a
guerra l’amministrazione della custodia della città passava a
quest’ultimo14, il quale, quando se ne andava, riconsegnava le
chiavi15. Numerose sono le proteste e le denunce per l’ammanco di
materiale bellico, in quanto spesso veniva sottratto ed utilizzato
per usi personali e pubblici, quali la caccia e le feste16. Altre
volte l’amministrazione della regia monizione fu causa di conflitto
tra le autorità locali, che ne rivendicavano la gestione, ed i
comandanti delle guarnigioni, che venivano di presidio alla città17.
Essa conteneva principalmente piombo, polvere, palle di ferro e di
pietra e miccia18. Durante il viceregno austriaco le chiavi della
monizione di guerra della città furono tre. Una fu detenuta dal
sindaco dei nobili, una dal mastro giurato e la terza dal capitano
di artiglieria19. A quest’ultimo l’università versava ducati 60
annui con i quali doveva pagarsi l’affitto di una casa e sostenere
le spese di manutenzione ordinaria dell’artiglieria cittadina20.
Durante il Regno di Napoli dalla munizione di guerra della città si
estraggono polvere e palle di cannone per dotare le due regie torri
di guardia esistenti nel territorio cittadino: la torre di Nao detta
il Mariello e la torre di Scifo. Si fornisce anche polvere da sparo
anche ai cinque cavallari che devono vigilare la marina21.
Da mura e da baluardo a casamento
Già all’inizio del Seicento sono segnalate alcune baracche ad
uso di bottega davanti al convento dei conventuali di San Francesco
d’Assisi presso le mura. Nel luglio 1612 Jacobo La Nocita ed il
figlio Nicola vendevano per 15 ducati a Sanai Riczo una “apoteca seu
bucceria” costruita con tavole e coperta da tegole. La bucceria era
situata in parrocchia di San Pietro “ante monasterium Sancti
Francisci de Assisa.. prope muros prae.ttae civitatis” e confinava
con la bucceria di Angelo de Squillace e Paulo Schipani22. Tuttavia
bisognerà attendere la seconda metà del Settecento quando parti, che
facevano parte delle fortificazioni della città, cominciarono ad
essere dismesse, per trovare abitazioni e botteghe sui suoli accanto
alle mura ed ai baluardi. Furono edificate allora numerose baracche
e botteghe sui suoli universali, che si appoggiavano alle regie
mura. Per il carattere pubblico dei luoghi dove avveniva la
costruzione, i costruttori dovettero munirsi della concessione
dell’università, proprietaria dei suoli e di alcuni edifici presso
le mura, e del decreto d’expedit ed del regio assenso, in quanto si
appoggiavano alle mura o ai baluardi reali. Essi dovettero perciò
pagare due censi annui; uno all’università cittadina ed uno al fisco
regio. Tale fenomeno è segnalato da un atto notarile già nel
dicembre 1760, quando il mastro Rafaele di Perri era intento con
proprio denaro a fabbricare su un suolo appartenente all’università
ed appoggiando la costruzione alla real muraglia. Egli costruiva
“una bottega di fabrica per uso di cafetteria nella strada mag(io)re
di S. Francesco d’Assisi”23. Il Di Perri, dopo aver completata la
piccola bottega, ne costruirà accanto un’altra sempre sul suolo
universale ad attaccata alla regia muraglia della città. Le botteghe
erano situate a man sinistra entrando dalla porta principale della
città. Esse erano appoggiate alle regie mura e confineranno da una
parte con un vecchio edificio, utilizzato in passato per l’archivio
dell’università24, e dall’altra con le tre botteghe addossate alle
reali mura, che saranno edificate a fila dall’aristocratico Raffaele
Suriano25, “dirimpetto la scala di fabrica della casa della corte”,
dove abitano i governatori regi pro tempore, ed al portone del
palazzo vescovile26. Dieci anni dopo, nel 1770, presso i notai di
Crotone una decina tra mastri, notabili e nobili della città stipula
atti per l’occupazione del suolo accosto alle reali mura,
obbligandosi a pagare al Real Fondo un annuo censo. Tra questi
troviamo che, per costruire la loro bottega, il 12 ottobre 1770 per
atto del notaio Gerardo Demeo i mastri Antonio Brunello e Dionisio
Lo Jaco si impegnarono a pagare un ducato e 50 grana e per atto del
notaio Vitaliano Pittò del 31 ottobre 1770 Vincenzo Cavarretta e
Tommaso Marino si obbligarono allo stesso censo. Alcuni atti
notarili rogati in Crotone dal notaio Gerardo Demeo ci mostrano come
in pochi anni parte del baluardo Marchese, detto anche San
Francesco, venne privatizzato. Il 3 luglio 1772 i maestri sartori
Antonello Brunello e Dionisio Lo Jacono da una parte e dall’altra il
mastro crotonese Tommaso Marino facevano presente che avevano avuto
il permesso di costruire le loro rispettive botteghe “sopra la real
muraglia dirimpetto al venerabile convento di S.Francesco d’Assisi
.. e propriam(en)te dietro la torretta di uso monizione”. Poichè le
loro botteghe erano vicine l’una con l’altra, i mastri avevano
raggiunto un accordo di poter ognuno di loro “alzare le mura delle
loro respettive botteghe sino dove li piacerà e farci finestre e
porte dirimpetto e corrispondenti l’una dall’altra bottega, senza
che vi sia tra loro menoma discrepanza”27. Il 27 marzo dell’anno
dopo i mastri sartori dichiaravano che avevano edificato la loro
bottega sopra le reali mura dirimpetto al convento di S. Francesco
d’Assisi e che questa era attaccata ad un edificio antico ,
“volgarmente detto Torrazzo, o sia magazino antico”. Essi avevano
chiesto di poterlo avere, offrendo di pagare una prestazione
perpetua di ducati cinque annui all’università. I mastri avevano
avuto il permesso, con la condizione di ottenere a loro spese anche
il decreto d’expedit ed il regio assenso. Avuto l’assenso, veniva
steso l’accordo definitivo tra gli amministratori della città,
rappresentata dai sindaci e dagli eletti, ed i mastri. Poiché il
torrazzo apparteneva all’università e “non rende verun utile alla
predetta università, anzi alla giornata va a demolirsi”, i mastri lo
richiedevano in quanto attaccava alla loro nuova bottega e volevano
“ farne dell’uno e dell’altra un abitazione di casamento per loro
commodo ed uso”, impegnandosi a fare il primo pagamento di ducati
cinque il 27 marzo 1774 e così proseguire28. Nel 1775 il genovese
Carlo Luceti, in qualità di soprintendente generale della
Separazione de’ Lucri Reali, fu incaricato a condurre un’inchiesta
per verificare quanto doveva esigere il Real Fondo per l’occupazione
delle mura e dei suoli di proprietà regia. Vennero pertanto
riscontrate numerose frodi e furono perciò innalzati gli estagli per
le concessioni; quello dei mastri Antonio Brunello e Dionisio Lo
Jacono da un ducato e 50 grana passò ad un ducato e 75 grana e
quello di Vincenzo Cavarretta, essendo morto il Marino, passò da un
ducato e cinquanta grana a due ducati29. L’anno dopo, il 20 giugno
1776, la costruzione dei mastri sartori verrà nuovamente ispezionata
dai mastri muratori Francesco Saverio Mazzei, Carlo Juzzolino e
Giuseppe Gerace, su richiesta di Carlo Luceti, incaricato alla
riscossione dei Lucri Reali. I mastri muratori apprezzarono e
valutarono il sito della bottega, che sorgeva di rimpetto al
convento di San Francesco d’Assisi ed era “attaccata alla fabrica
diruta chiamata la Torretta, o sia antica monizione”. Essi
dichiararono che la bottega e torretta era lunga palmi 40, alta
palmi 24, e larga palmi 17 e stimarono che doveva pagare annui
ducati quattro a beneficio del real fondo, cioè carlini 17 per il
sito della “fabrica” della bottega e carlini 23 per il sito e
“fabrica” della torretta30. Sempre su richiesta di Carlo Luceti
verranno verificate dai pubblici mastri muratori anche le due
botteghe vicine, edificate di recente dirimpetto al convento dei
conventuali da Giuseppe Micilotto e da Annibale Montalcini. I mastri
stimarono che i due proprietari dovevano pagare al Real Fondo solo
15 carlini annui ciascuno, in quanto il luogo, dove erano situate le
due botteghe, era “stramano, non eminente come gli altri, ed altresì
solitario”31.
Il giardino di Zurlo e le nuove costruzioni
Sul finire del Settecento proseguiva l’occupazione del baluardo
Marchese e dei suoli accanto alle regie mura tra il baluardo e la
porta principale della città. Il 15 dicembre 1775 i pubblici massari
dei campi Florio Schiavo e Domenico Mazzeo su richiesta
dell’incaricato del Real Fondo Carlo Luceti e del nobile Nicola
Zurlo si recavano sopra la reale muraglia dirimpetto al convento di
S. Francesco d’Assisi, per valutare “un certo terreno inutile di
circa un ottavo”. Lo Zurlo intendeva averlo in concessione “per uso
di giardino” e piantarvi “fiori , alboretti, ed altro consimile”.
Gli esperti ritennero che il luogo non aveva molto valore. Esso
infatti era composto da terreno sterile ed era inadatto alla
costruzione, essendo “scomodo e solitario”. Anche se veniva
utilizzato come giardino, poteva dare poco frutto, in quanto non vi
era acqua. Stimarono perciò che lo Zurlo, per averlo in concessione,
doveva pagare in perpetuo solo dodici carlini annui32. Alcuni anni
dopo, nel novembre 1787, l’aristocratico Bernardino Suriano
raggiungeva un accordo con Salvatore Orsini, collettore incombenzato
dalla Real Sovrintendenza Generale del Fondo della Separazione de’
Lucri. Con tale accordo il Suriano otteneva in concessione
enfiteutica sia un luogo, largo palmi 11 e lungo palmi 38, presso la
porta principale della città, a man sinistra entrando, sia un vasto
spazio lungo palmi 132 e largo palmi 33 sul baluardo Marchese. Il
nobile si impegnava a costruire a sue spese sul suolo, situato
appena all’interno della porta della città ed accanto alle mura, un
edificio per ospitare il corpo di guardia militare33, con la
possibilità di innalzare l’edificio con la costruzione di alcune
stanze fino all’altezza di quindici palmi. Se nel primo luogo il
Suriano veniva incontro ad una esigenza dei militari addetti al
corpo di guardia, sull’altro luogo, riguardante il baluardo
Marchese, il nobile era libero di costruire quegli edifici e quelle
costruzioni, “che a lui piacerà”. Il tutto dietro il pagamento annuo
al Real Fondo di ducati undici, grana dieci e cavalli otto34.
Il bastione San Francesco
Lo spontone Marchese muterà con il passare del tempo il suo
nome. Già nella prima metà del Settecento lo troviamo indicato come
“Baluardo Marchese detto San Francesco”. In seguito, dopo la
concessione allo Zurlo, esso è designato durante il Decennio
Francese come “Bastion de S. Francois maintenant jardin de Zurlo” e
successivamente come “Bastione S. Francesco”.
Note
1. Nel maggio 1542 si pagano i “carra et carretti che hanno
fatigato in portare petra delo fosso/ et rebellino/ et dela petra
che se sfrabicao delo mura dela tera/ et de la petra la quali si e
comperata da particolari et arena allo spontone supraditto petro
nigro”, Dip. Som. 196/5, f. 50, ASN.
2. Nell’ottobre 1546 i “perratore deroccano le mura vecchie delo
fosso incomensando dalo muro delo labro delo fosso che se va dalo
spontone ditto marchese et veni suso verso la porta/ et lo muro dela
creta avanti S.to francesco lo novo”, Dip. Som. 197, ASN
3. Nei primi giorni di gennaio 1543 i perratore sono alla
“Capperrina” dove “hanno fatigato per rumpere petra dela petra dele
mura vecchie et turri che se sderropao per mali tempi” e si
demolisce “la turrri dela Capperrina et altri muragli vecchie de
intorno la città”, Dip. Som. 196/5, ff. 278 sgg., ASN.
4. Nell’estate 1542 i perratore “con forza di spinnoli piconi et
mazze di ferro” sono intenti “ad sderropare li mura vecchi dela
cortina de petro nigro la turri delo vento et santa sufia” , Dip.
Som. 196/4, ff. 92,109; Dip. Som. 196/5, f.100, ASN.
5. Nell’ottobre 1546 i “perratore deroccano le mura vecchie delo
fosso delo rebellino de S,.ta Clara et altre parti”, Dip. Som. 197,
ASN.
6. Nella primavera e nell’estate del 1542 si lavora “ alla
palacciata de terzana intitulata villa franca”, Dip. Som. 196/5, f.
66, ASN.
7. Dip. Som. 196 e 197, ff. 78, 79, 80, 91 sgg. ASN.
8. Relation de la fortezza de la citta di Cotrone de Ambrosio
Attendolo, E. 1065 -62, Arch. Gen. Simancas.
9. Il primo giugno 1613 il nobile Peleo Pipino, capitano
dell’artiglieria della città dichiara che essendo arrivato al porto
il marchese di Santa Croce generale delle galere di Napoli con sette
galere, dalla città furono sparate molte salve di artiglieria.
Nell’occasione una mezza colombrina si è crepata. Essa era situata
sopra le mura vecchie che sono sopra il nuovo spontone detto de
Miranda ed aveva scolpite le armi della città ed era stata
fabbricata nel 1535 durante il sindacato di Anselmo Berlingerio e
Dionisio Gulli e vi anche il dipinto il famoso Milone con un toro in
mano, ANC: 108, 1613, 92.
10. Il 13 giugno 1667 con atto del notaio Gio. Tomaso Salviati di
Crotone Jo. Baptista Cavarretta vendeva ad Antonio Ruggiero di Santa
Severina un concio per fare il salnitro e la polvere. Tale concio,
che il Cavarretta aveva acquistato da Pietro Pisanelli, era situato
dentro la lamia vicino al convento di S. Francesco d’Assisi . Il
concio consisteva in “uno caccavo di rame posto sopra la fornace nel
modo che si trova, tre cascie di tutta tavola, quattro tine, tre
grandi et una piccola, doi mortari per farce detta polvere con suoi
pistoni e pertiche, una maylla per sogranarce la polvere, doi cati,
due pale, uno zappone, una quatità di terreno per far salinitro et
doi criti vecchi per servitio di detta polvere”, ANC. 313, 1667,
91v-92.
11. Il 25 ottobre 1712 il “mastro polveraro” di Crotone Pietro
Giovanni Cimino dichiarava che aveva commissionato al “mastro
caldararo” Serafino di Lorenzo, abitante in Montespinello, la
fattura di un caccavo di rame di libbre cento, da utilizzare per il
suo mestiere di polveraro. Per l’inadempienza del “mastro
caldararo”, che non gli aveva fornito il caccavo nei tempi
prefissati, il Cimino “non puol complire col partitario et portarci
il salinitro obligatosi portarci”, ANC. 611, 1712, 165 -166.
12. Il mastro giurato vigilava sull’ordine pubblico, esercitava la
polizia notturna; durante la fiera prendeva in consegna dal
castellano lo stendardo reale e con guardie lo custodiva giorno e
notte ed amministrava la giustizia. Faceva alloggiare i soldati
delle compagnie che giungevano in città per presidiarla. Aveva in
consegna le chiavi della città e comandava i cavallari ed i
terrazzani. Mentre durante il giorno i cavallari battevano le
marine, alla sera , alzato il ponte levatoio e chiuse le porte,
sedici terrazzani, in gruppi da quattro ed armati dall’armeria della
città, vigilavano nella porta maggiore e nelle garitte dei baluardi
ed andavano in ronda per la città. Se in città arrivava un capitano
con la sua compagnia per presidiarla, il mastro giurato doveva
consegnargli le chiavi che il capitano prima di ripartire doveva
ridargli, in quanto al mastro giurato “spetta la guardia della città
quando non vi è presidio”, Provv. caut. Vol. 258, ff.169-170; Vol.
273, f. 297 ASN.
13. Il 14 maggio 1645 il mastro giurato Mutio Berlingerio consegna
al capitano a guerra Francesco Messia le chiavi della città, cioè le
tre chiavi della porta maggiore e dei due rastelli e le quattro
chiavi della “porta delo soccorso seu dela piscaria et saracina”.Il
capitano le riceve nello stesso modo che al mastro giurato erano
state consegnate dal capitano a guerra Jo. Dome.co Munda il 6
ottobre 1642, ANC. 119, 1643, 33.
14. Il 12 marzo 1675 Il capitano dei cavalli Bartolomeo de Silva
notificava agli amministratori della città che il vicerè a causa
della recente rivoluzione di Messina oltre al governo della città
gli aveva anche conferito il comando delle armi. Dovendo fare la
guardia e la custodia della città con la compagnia del battaglione
venuto in città e con altri soldati che sarebbero giunti era
necessario che avesse le chiavi delle porte della città. Il mastro
giurato Felice Berlingerio consegna al capitano le chiavi delle
porte “et li rinuncia la potestà che in virtù di amplissimi
privileggi di S. Maestà concessi a detta città e suoi mastrogiurati
pro tempore che li spettava al dar il nome militare alle guardie che
disponeva per custodia dessa città. Il capitano si impegna a
restituire le chiavi una volta cessato il suo comando, ANC. 334,
1675, 43v- 44; Il 14 febbraio 1679 il mastro giurato Francesco
Suriano in esecuzione di ordini del vicerè consegna ad Emmanuel de
Castro, regio governatore e capitano a guerra della città, le
quattro chiavi della porta maggiore, le tre chiavi della porta della
Piscaria e la chiave della monizione di guerra della città. Tali
chiavi il capitano si impegna a tenerle e custodirle ed ad
riconsegnarle come finirà il suo ufficio, ANC. 334, 1679, 24.
15. Il 28 marzo 1679, essendo tornata la pace, il capitano a guerra
riconsegna le chiavi della città al mastrogiurato. ANC. 334, 1679,
43 -44.
16. Nel 1623 la vedova Dianora Petrolillo accusa Horatio Catizzone
di aver “arrobata la Regia Monitione di detta citta et quella
venduta a genti franzesi et venetiani”, ANC. 117, 1623, 83; I
sindaci della città protestano contro il capitano di artiglieria,
Juan de Silva, il quale si è preso un barile di polvere della regia
monizione ed usa la polvere per uso privato. Il capitano si difende
affermando che nel mese di giugno su richiesta dei governanti con
quella polvere sparò più volte per avvisare la gente di campagna,
che c’era pericolo di barche nemiche e che la protesta dei sindaci
scaturiva dal fatto, che egli non aveva dato la polvere per fare la
festa della SS. Concezione, ANC. 229, 1651,119.
17. Nel dicembre 1715 il capitano di artiglieria della città, Muzio
Manfredi, accusa i capitani del presidio tedesco Elmstorf e Boxbery
di aver più volte aperta la monizione estraendo barili di polvere,
palle ed altri ordigni di guerra, usandoli a loro arbitrio, ANC.
612, 1715, 225 -226.
18. Il 17 luglio 1734 su istanza di Silvestro Pecoraro, ufficiale
della regia cancelleria della provincia, si procede all’inventario
della monizione di guerra della città che risulta composta da 16
verghe di piombo per un peso complessivo di cantara 18 e rotola 30,
da 212 palle di pietra tra piccole e grandi, da 667 palle di ferro,
da due piconi, da 40 pale di ferro, da 115 cantara di polvere e da 3
cantara di miccia, ANC. 664, 1734, 76v- 78.
19. ANC. 612, 1715, 225 -226.
20. Il 13 gennaio 1713 i regi artiglieri della città di Crotone
Marco Juzzolino, Diego Massa, Emanuele Terranova, Antonio Avarelli,
Dionisio Simina e Antonio Tesoriero affermano che “l’università di
Cotrone da trenta anni a questa parte, e da che loro hanno servito
di reggi artiglieri a S. M. in questa città sempre ha pagato in
potere de capitani dell’artiglieria della città sud.ta pro tempore
li soliti annui ducati 60”, dei quali 40 per comprare legname e
ferro per accomodare le carrette dell’artiglieria e ducati 20 per
pagare l’affitto della casa del capitano dell’artiglieria, ANC. 611,
1713, 4-5.
21. ANC. 854, 1740, 72 -73.
22. La bucceria venduta dai La Nocita al Riczo era composta da “una
cammaretta, uno cippo, dove si taglia la carne, una mannara, uno
squartatore, uno paro di bilancie di rame, uno rotulo, mezo rotulo ,
libra, meza libra di ferro”, ANC. 108, 1612, 71 – 72.
23. ANC. 1411, 1761, 12.
24. Nell’ottobre 1773, munito del decreto d’expedit e del Regio
Assenso, Rafaele di Perri otteneva dagli amministratori cittadini di
poter utilizzare un piccolo edificio addossato alle regie mura, che
era stato usato in passato come archivio universale. La “stanza
terranea...fabricata ab antico, e di sopra voltata a lamia”,
confinava dalla parte verso la porta della città con la piccola
chiesa di San Giovanni Battista e dalla parte verso il baluardo
Marchese con le due botteghe costruite dal Di Perri. Per la sua
concessione il richiedente si impegnò a versare all’università di
Crotone cinque ducati annui perpetui. L’intento del costruttore era
quello di unire le tre costruzioni e, utilizzando le regie mura,
fare “un’abitazione di casamento”, ANC. 1326, 1773, 192- 196.
25. Il nobile Raffaele Suriano per la costruzione delle tre botteghe
pagava al Real Fondo un estaglio annuo di tre ducati, come per
obbligo del 20 ottobre 1770 per mano del notaio Nicola Partale, ANC.
1327, 1775, 155 – 156.
26. Nel 1771 Raffaele di Perri vendeva la bottega più grande a
Giuseppe Micilotto, ANC. 1344, 1771, 95.
27. ANC. 1326, 1772, 104 -105.
28. ANC. 1326, 1773, 69 -71.
29. Nota dei nuovi censi fattisi nella città di Cotrone, ANC. 1327,
1775, 152 -155.
30. ANC. 1327, 1776, 194.
31. I mastri muratori Saverio Mazzeo, Carlo Juzzolino e Giuseppe
Gerace dichiararono che la bottega costruita di recente da Giuseppe
Micilotto misurava palmi 30 di lunghezza, palmi 30 di larghezza e
palmi 42 di altezza e quella confinante di Annibale Montalcini era
di palmi 44 di lunghezza, palmi 30 di larghezza e palmi 42 di
altezza, ANC. 1327, 1776, 34, 48.
32. ANC. 1327, 1775, 245.
33. Nell’agosto 1613 il mastro Nicolao Antonio de Vito ed i suoi
soci Minico de Messina e Patrutio de Franco, come da ordine del
regio ingegnere Giovanni Renaldini, sono intenti a costruire un
pilastro appena dentro e vicino la porta della città, “sopra il
quale se ce haveranno di fabricare alcune lamie per il corpo di
guardia”. Le fondazioni del pilastro sono state scavate fra il muro
ed il contramuro della città, “et proprio dove è il terrapieno
solito mettersi per fortificatione delle muraglie”. Lo scavo si
presenta difficile e pericoloso per la presenza di acqua e di
pietre. ANC. 108, 1613, 120 -121.
34. Il luogo, che sarà destinato alla costruzione del Corpo di
Guardia, era stato in precedenza concesso nel 1778 dalla Reale
Soprintendenza a Vincenzo di Perri, il quale si era impegnato ad
accomodare il vecchio Corpo di Guardia militare. Il Di Perri
tuttavia non aveva proceduto né a riattare il vecchio Corpo di
Guardia, né a costruire sul luogo concesso. Egli aveva ceduto il
tutto ad alcuni nobili della città, i quali a loro volta, non
trovando utile l’impresa, rivendettero la concessione al Suriano. Il
Suriano, appena subentrato, subito si mise all’opera, per riparare
il vecchio corpo di guardia per la sentinella militare. Poiché però
stimò che il vecchio Corpo di Guardia non era molto comodo per
svolgere tale funzione, ritenne di tenerselo e di fabbricare un
nuovo edificio meglio adatto all’uso accanto al primo, ANC. 1666,
1787, 64 -71.

