[Il lino e l’inquinamento del fiume Tacina]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 1-2/2005)
Il lino fu coltivato nel Crotonese fin dai tempi
antichi. La sua coltivazione fu praticata diffusamente su tutto il
territorio, come attestano numerose testimonianze scritte e
materiali. In una descrizione del territorio di Melissa della metà
del Cinquecento si legge: “ lo territorio de Melissa è bono fertile,
et fertiliss.o, atto ad ogni sorte de massaria de grani, horgi,
lini, fave, bambace, et ogni altra sorte de ligumi”1. Da una visita
pastorale, che l'arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano compì
in Roccabernarda all'inizio di giugno 1610, si apprende che
l'arcivescovo entrato nella chiesa di Santa Sofia vi trovò ammassato
del lino vecchio, che alcuni abitanti vi avevano riposto. Il Pisani
dette l'ordine di condurlo fuori dal luogo sacro e per punire la
temerarietà dei proprietari, che avevano scambiato la chiesa per un
magazzino, in sua presenza lo fece bruciare2. In un apprezzo della
città di Santa Severina della seconda metà del Seicento così è
descritto il territorio: "consiste in terre seminatorie, erbaggi,
oliveti, boschi di cerse e lecine, però poche vigne….Gli abitanti
poi fanno lino, grano orzo, legumi d'ogni sorte, quali vettovaglie
servono per loro e l'avanzo lo smaltiscono a forestieri"3.
All'inizio del Settecento in territorio di Isola esisteva un luogo
detto la "linata di Santa Barbara", dove veniva portato il lino,
dopo che era stato "scippato"4. Anche in territorio di Crotone la
coltivazione del lino era largamente praticata, anche se quasi
sempre per uso domestico familiare ed in misura di molto inferiore
rispetto al grano. Soprattutto nella pianura tra l’Esaro ed il Neto
compare la “linusa” assieme al grano,alle fave, all’”orgio” ed ai
“ciceri”. Riferimenti alla coltivazione del lino sono presenti in
molti atti ed inventari stilati da notai crotonesi. Nelle spese
riguardanti la massaria del nobile Lelio Lucifero si legge: “A di 25
di maggio 1586 a Gio. Montileone ducati tre tari uno e grana cinque
per pagare l’homini che scipparo lo lino”5. Tra i mobili lasciati
agli eredi dal crotonese Scipione Calegiurio all’inizio del Seicento
troviamo che in “uno cascione di tavola vecchio” vi erano “diece
pise di lino, et sette altre pise di lino “ era “acconciato
infilato”6 e tra i beni lasciati dal chierico Domenico de Lambrutis
alla fine del Seicento vi è “un giardino loco detto Lo Ponte d’Isari
con sua torre e vignali uno de’ quali si ritrova sementato di tt.a
cinque d’orzo e l’altro dentro detto giardino sementato di lino e
fave in comune col giardiniere”7. Di solito il colono che prendeva
in affitto un terreno seminava oltre al grano, all’orzo e alle fave
anche alcune tumulate di linusa ed accadeva che l’andamento del
raccolto del lino seguiva quello delle altre coltivazioni. In un
rendiconto dell’introito dell’anno 1715 dell’aristocratica crotonese
Anna Suriano è annotato che: “Il lino sementato in d.a massaria (di
Poerio) si perdè, come si persero tutti gl’altri”8. Nel 1760
Giuseppe Micilotto affittò il territorio “Li Miccisi”, situato in
territorio di Crotone, dal monastero di Santa Chiara di Cutro e dal
cantore cutrese Domenico Bona e vi seminò 250 tumula di grano, 8 di
linusa, 1 ed ¼ di fave e 3 di orzo. A causa della cattiva annata
ricavò solamente 493 tumula di grano, 6 di orzo, 1 e ½ di fave e 3
di linusa e pise numero 29 di lino9.
La lavorazione
Mentre la coltivazione del lino era opera degli uomini: “gli
uomini si occupano quasi tutti alla coltivazione de’ grani, e dei
lini”; la lavorazione nelle sue varie fasi era praticata dalle
donne. Descrivendo il casale di Savelli e la terra di Verzino, il
tavolario Giuseppe Pollio nel 1760 si esprimeva: "Le donne parimenti
son massare e da bene, che applicano a filare e tessere tele di
lino, e panni di lana e a far calzette, pezzillo e cusciniere.."10.
All'inizio dell'Ottocento il viaggiatore Craufurd Tait Ramage
notava, guadando presso la foce del fiume Tacina, che nel fiume
"scorreva una considerevole quantità di acqua". Aggiungeva: "fui
sorpreso di trovare un gruppo abbastanza numeroso di donne, e , non
vedendo nessun paese nelle vicinanze, chiesi da dove venivano. Mi
indicarono un paese su nelle colline distante circa otto chilometri.
Stavano candeggiando del lino e sembravano allegrissime quando io
giunsi in mezzo a loro"11. Giovan Francesco Pugliese nel suo “Cenno
sul comune di Crucoli” ricorda che gli abitanti sono “tutti quasi
laboriosi, ed industri, versandosi principalmente alla semina de’
cereali, e non trascurando la coltivazione del lino” ed aggiunge che
le donne “mietono, e legano i manipoli, coltivano e preparano il
lino; spiritose, e attive si distinguono fra le Italiane della
contrada, e gareggiano se non superano le Albanesi”12.
L’esportazione
La maggior parte della materia, che veniva prodotta nel
"Marchesato", era di solito sufficiente per l'uso ed il consumo
locale, anche se non mancano documenti che provano sia il
commercio13 che l'esportazione specie della "manna" di lino, cioè
della parte migliore, specie dal territorio di Strongoli per opera e
conto soprattutto del feudatario del luogo14. Ancora alla metà
dell’Ottocento le terre seminate a lino e cotone in territorio di
Cirò erano stimate dell’estensione di circa 50 moggi e sono
segnalate estrazioni via mare di discrete quantità di semi di lino e
di lino grezzo dagli imbarchi di Torretta di Crucoli, Baracca del
Caricatoio di Cirò, Torre di Melissa e Purgatorio di Strongoli,
dirette soprattutto verso Reggio, Castellamare e Napoli15. In
seguito la coltivazione decadde tanto che all’inizio del Novecento
era quasi scomparsa, come si ricava da uno studio sulla valle del
Neto: La “coltura del lino e della canapa in tempi non lontani
veniva specie il lino, largamente e con molta competenza coltivata
dalle popolazioni locali ed era in grande onore il telaio nelle
nostre case”16.
Il lino e l'ambiente
Tra le varie fasi che si susseguivano dalla semina al consumo
(seminare, nettare, sciuppare o scippare, trasportare il lino alla
vurga, carrare il lino alla linata, riportarlo, scacciare, purgare,
filare, tessere ecc.), ciò che qui interessa particolarmente
approfondire, per l'impatto che esercitò sull'ambiente, è la parte
legata alla lavorazione della fibra. In particolare il processo che
seguiva la raccolta, quando, sul far dell'estate, dopo alcuni giorni
che le piante erano state estirpate, gli steli venivano sottoposti a
macerazione per immersione in acqua stagnante, da una a tre
settimane, allo scopo di sciogliere per fermentazione le lamelle
pectiche, che legano la fibra.
I luoghi, dove avveniva di solito questa fase della lavorazione del
lino, conosciuti volgarmente col toponimo "Vurghe", erano
soprattutto acquitrini alle foci dei fiumi e dei torrenti e ristagni
naturali, o fatti dall'uomo, nei valloni e nelle anse. Di tale fatto
ne abbiamo traccia fin dal Cinquecento. In una descrizione dei
confini del Castellorum Maris, al tempo del conte di Santa Severina
Andrea Carrafa, così il territorio è limitato : "Incipiendo à
littore maris ubi ponit vallonus dittus de cucuriaci al(ia)s La
burga de lo lino et per dittum vallonum ascendendo ferit ad
molendinum Pauli Marrelli.."17. Ancora oggi il torrente Pilacca che
separa il territorio di Isola da quello di Le Castella è conosciuto
con il toponimo “La Vurga”. Numerosi altri toponomi sparsi per il
territorio crotonese, come “Vurgarotunda”, “Vurgadanno” ecc., ancora
oggi ricordano quanto numerosi erano i luoghi dove veniva fermentato
il lino e come erano numerosi e vasti i pantani ed i luoghi paludosi
presenti presso i fiumi ed i torrenti del Crotonese.
Considerando che il ristagno dell'acqua d'estate nei pressi degli
abitati fu una delle cause principali del diffondersi della malaria,
si può immaginare, con l'aumento della coltura del lino nella prima
metà del Settecento e l'estendersi dei luoghi dove avveniva la sua
macerazione, come aumentò questo stato di malessere. Tale fenomeno è
rilevato acutamente dal vescovo di Strongoli Ferdinando Mandarani
(1741 -1748), il quale descriveva la città di Strongoli come
particolarmente esposta alle infermità. Egli individuava tra le
cause il lento e paludoso torrente Brausio, che scorreva presso
l'abitato. D'estate esso emetteva pestilenziali e micidiali
esalazioni e tale situazione malsana si aggravata dall'agire degli
stessi abitanti, in quando essi avevano cominciato a macerarvi il
lino18.
La vallata del Tacina nel Settecento
Le descrizioni settecentesche di Cotronei mettono in risalto la
salubrità dell'abitato ed i suoi prodotti principali che erano il
grano, l'orzo, le fave, il lino, l'olio ed i latticini. Per Giuseppe
Maria Alfano Cotronei è "terra, bagnata dai fiumi Tacina e Neti, che
serve anche di termine alla Calabria Ultra; Dioc. di Santa Severina,
feudo della casa Filomarino d'aria buona fa di popolazione 137819.
Giovanni Vivenzio pochi anni prima, al tempo del terremoto del 1783,
così lo descrive: "Intatti sono gli edifici di Cotronei; ed il suo
territorio produce lo stesso che quello di Altilia", cioè "I
prodotti de' campi sono vettovaglie, poco olio, e latticini"20.
Sempre in quello stesso anno Andrea de Leone, dopo aver descritto la
città di Policastro, così seguiva "Rimontando più suso, e curvando
più verso l'istessa parte di grecolevante , sorge sul monte
Cutronei, e più sotto Altilia, e più circa sei miglia lungi dal
primo Roccabernarda non molto distante dal monte Clibano. Gli
edifici del primo sono intatti: ed in Altilia, e in Roccabernarda
picciolo fu il danno cagionato da' tremnoti. Il primo ha 1024
cittadini. Altilia ne ha 140. E Roccabernarda 684. Tutta questa
popolazione basta per aver cura de' campi, i cui prodotti sono
biade, poco olio, e latticini21.
Una lite per l'inquinamento delle acque
Se nella media vallata del Tacina la coltivazione del grano fu
senza alcun dubbio quella più importante e principale, estesa fu
anche la coltivazione del lino, come evidenzia una lite sorta tra
l'università di Cotronei e quella di Roccabernarda. La controversia,
che aveva radici lontane, cominciò ad infiammarsi quando il 24
agosto 1738 il sindaco di Roccabernarda Gio. Pietro Giuliani, gli
eletti e la maggior parte dei cittadini si erano riuniti in pubblico
parlamento e, non più sopportando la triste situazione, nella quale
erano costretti a vivere, avevano protestato, in quanto nel vallone
di Torvole vi erano molte "vurghe di lino". Poiché l'acqua dalle
"vurghe" si immetteva sul Tacina e ne infettava le acque, causava
infermità agli abitanti di Roccabernarda. Per far cessare questa
calamità, essi avevano fatto istanza all'agente del feudatario ma,
non ottenendo giustizia, decisero che era ormai giunto il momento di
investire della questione la Regia Udienza di Catanzaro. All'inizio
dell'estate successiva la stessa situazione si ripropose. Il primo
luglio 1739 il sindaco di Roccabernarda Ferdinando Bernardi si
presentava nella corte principale di quella terra ed in presenza del
governatore e giudice di Roccabernarda e di Cotronei, Felice
Cortese, dichiarava che gli era giunta notizia, che alcuni abitanti
di Cotronei avevano intenzione di mettere a macerare il loro lino
nel vallone di Turbule. Poiché l'acqua del vallone sfociava nel
Tacina ed i cittadini di Roccabernarda erano soliti dissetarsi con
l'acqua di quel fiume, non avendo altre fonti migliori, questo fatto
avrebbe procurato un grave danno alla salute pubblica. Il sindaco, a
prova delle sue affermazioni, faceva presente che si sarebbe
ripetuta la stessa situazione del passato, quando a causa di una
"immissione furtiva" fatta dagli abitanti di Cotronei, molti
abitanti di Roccabernarda avevano patito una infezione causata da un
"morbo endemico di flussi di sangue e dissenteria". Il sindaco
concludeva, chiedendo alle autorità locali di proibire agli abitanti
di Cotronei, di mettere a macerare il loro lino sul vallone di
Turbule e nel fiume Tacina. In caso contrario avrebbe sporto querela
criminale contro i delinquenti e sarebbe ricorso ad un tribunale
maggiore ed anche al re. Esaminata l'istanza, il governatore in
quello stesso giorno stabiliva, che tutto il contenuto della
protesta fosse notificato al sindaco ed ai governanti di Cotronei,
affinché quei cittadini ne prendessero atto. Al tempo stesso decretò
che, finché i Cotronellari non avessero opposto le loro ragioni e la
questione non avesse trovato un suo esito, fosse proibito, sotto
pena di un mese di carcere e di una multa di 50 ducati, di immettere
i lini nel vallone e nel fiume. Passati venti giorni, il sindaco di
Roccabernarda doveva però constatare che nulla era mutato e doveva
nuovamente protestare presso il governatore. Gli era infatti
pervenuta notizia, che i cittadini di Cotronei avevano posto i loro
lini a macerare nel vallone. Faceva inoltre notare che, poiché le
acque dal vallone si riversavano nel Tacina, infettando le sue
acque, già si vedevano i loro tristi effetti sulla salute dei
cittadini. Diverse persone già soffrivano febbri e dissenterie.
Reclamava pertanto perché si intervenisse prontamente e, ponendo
fine ad ogni disquisizione, (non mancavano infatti "filosofi" che
ritenevano che le acque rese pestifere dal lino erano addirittura
medicinali!), ci si recasse alle vorghe e si levasse il lino. Se non
si toglieva subito la causa dell'infezione, le infermità avrebbero
ben presto colpito tutti i cittadini, compreso il governatore.
L'avvelenamento delle acque del Tacina, causato dai Cotronellari,
sia con la macerazione del lino, che immettendo calce ed altre
sostanze tossiche per la pesca, aveva già causato in passato molti
morti ed ora molti altri avrebbero seguito la stessa sorte.
Allarmato dal precipitare degli eventi, il governatore decideva di
recarsi il giorno successivo, "21 luglio all'ora decima nona" sui
luoghi sospetti assieme a tutta la curia, ai governanti di
Roccabernarda e ad alcuni esperti . Notificava perciò al sindaco ed
ai cittadini di Cotronei la sua venuta e li invitava ad intervenire
nel giorno e all'ora indicata. Il deciso intervento del governatore
allarmò e suscitò le proteste sia del sindaco della terra di
Cotronei Saverio de Diano che dell'erario Nicolò Cervino, i quali in
quello stesso giorno presentarono delle istanze, nel tentativo di
bloccare ogni intervento. Il primo affermò che con tale iniziativa
si attentava ad un diritto antichissimo, in quanto fin dalla
fondazione gli abitanti di Cotronei avevano sempre introdotto i loro
lini nel fiume e nel vallone, senza che mai ci fosse stata una
protesta da parte degli abitanti di Roccabernarda. Riguardo poi
all'affermazione che le dissenterie e le altre malattie, che si
manifestavano in Roccabernarda, fossero dovute al lino, tutto ciò
era falso in quanto gli stessi morbi colpivano a Cotronei ed in
altre città vicine, come anche in Napoli, "dove specialmente detto
morbo dissenterico e flussi di sangue ne portano molti all'altro
mondo". Inoltre il lino non si trovava nel Tacina ma solamente nel
vallone e poiché esso era per molti tratti secco a causa della
siccità e non scorreva, le sue acque non potevano infettare il
fiume, in quanto non vi si immettevano. Qualora ciò avvenisse, esse
non avrebbero avuto alcun effetto sugli abitanti di Roccabernarda
per la grande distanza, che separava i luoghi. Il sindaco di
Cotronei concludeva chiedendo di non essere disturbato nello "ius
possessorio", in virtù del quale i cittadini di Cotronei da sempre
potevano porre i lini nel fiume e nel vallone, diritto che era stato
confermato anche di recente da un decreto dall'Agente generale del
feudatario. Protestava, inoltre, perché veniva lesa la giurisdizione
territoriale di Cotronei con l'entrata di gente di Roccabernarda. A
sostegno del sindaco di Cotronei l'erario e coadiutore Nicolò
Cervino affermava che, proibendo ai cittadini di Cotronei di mettere
i loro lini nel vallone e nel fiume, si sarebbe causato un grande
danno al feudatario. Il feudo di Rivioti, che comprendeva sia il
vallone che parte del fiume, sarebbe rimasto incolto e sfitto,
qualora fosse stato proibito mettere a macerare il lino, in quanto
non si sarebbe trovato alcuno, che volesse coltivare quelle terre.
Chiedeva perciò che non si intervenisse e si lasciasse tutto come
per il passato. Le istanze del sindaco di Cotronei e dell'erario
erano subito rigettate dal sindaco di Roccabernarda, il quale il
giorno dopo, 21 luglio, sollecitava il governatore a porre fine ad
ogni indugio, in quanto si trattava di vita e di morte di cittadini.
Accusava poi i Cotronellari di fare "i sordi" e di portare in loro
favore solo "racconti dell'orco e favole d'Isopo", nel tentativo di
guadagnare tempo. Il sindaco di Roccabernarda perciò incitava a
portarsi alle vurghe incriminate e, trovandosi del lino immerso,
toglierlo d'autorità. In quanto poi al fatto che i luoghi erano
all'interno di un feudo, era certo che il Principe della Rocca
Giovanbattista Filomarino, "come signore piissimo e Padre
affezzionatissimo de' suoi vassalli ed amante insieme del giusto",
non si sarebbe lamentato, in quanto si salvaguardava la salute dei
suoi vassalli. Come stabilito il 21 luglio 1739 il governatore con
altri in comitiva si recò a visitare i luoghi sospetti del fiume
Tacina e del vallone di Turvole. Trovò i lini nel vallone e, poiché
il vallone era alquanto secco e l'acqua quasi non scorreva, ingiunse
al sindaco di Cotronei Saverio de Diano ed ai cittadini di Cotronei,
che dovessero togliere il lino dal vallone entro dieci giorni.
Intimò quindi che in futuro essi dovessero fare le "gurghe" fuori
dal vallone, in modo che i lini fossero posti in luoghi sicuri anche
in tempo di pioggia; non potendo così le acque infestate riversarsi
nel vallone e quindi nel fiume. Il decreto, emesso dal governatore
durante la sua visita sui luoghi, fu il giorno dopo impugnato dal
sindaco di Cotronei e da coloro che avevano in fitto le terre
feudali, i quali si rivolsero all'agente generale del feudatario
Gregorio (?) Piterà. Essi accusarono il governatore di essersi
accordato precedentemente col sindaco e con l'erario di
Roccabernarda, in quanto aveva portato con sé un decreto già
compilato e confezionato, prima ancora di visitare i luoghi. Essi lo
dichiararono perciò nullo, perché attentava a diritti che da sempre
godevano gli abitanti di Cotronei ed anche perché lo stesso agente
generale, intervenendo due anni prima sulla stessa questione, dopo
aver visto i luoghi e la distanza, aveva ordinato, nella "Visita
Generale delli Stati", che tutto rimanesse come per il passato. Essi
chiedevano perciò che il governatore di Roccabernarda e di Cotronei
trasmettesse tutti gli atti ad un tribunale superiore e che nel
frattempo non si innovasse niente, "così s'eviterà che le parti
venissero all'armi". La consonanza degli interessi degli abitanti di
Cotronei, con coloro che avevano in fitto le terre feudali e con
quelli tutelati dal rappresentante del feudatario convinse il 23
luglio 1739 l'agente generale del feudatario Piterà ad inviare da
Castella un ordine a Nicola Guarasci, governatore in Cutro e giudice
delle seconde cause delle terre di Roccabernarda e Cotronei,
comandadogli di avocare la causa. Il giorno dopo fu emanato un
decreto che stabiliva che tutte le carte, che riguardavano la
controversia, fossero consegnate, in quanto la causa passava di
diritto al tribunale superiore. Nello stesso tempo si sospendeva
ogni ordine, che potesse perturbare la situazione esistente.
Da tribunale in tribunale
Il sindaco Ferdinando Bernardi e gli abitanti di Roccabernarda
non si dettero per vinti. In virtù delle conclusioni del parlamento
tenuto l'anno precedente, pochi giorni dopo si rivolsero alla Regia
Udienza di Catanzaro, inviando un lungo memoriale, nel quale veniva
esposta e riassunta tutta la vicenda. Essi posero in evidenza come,
per salvaguardare pochi e pessimi lini e per un utile privato di
pochi carlini, non ci si curasse di mettere a repentaglio la salute
e la vita di una intera popolazione. Si richiamava inoltre
l'attenzione su quanto era stabilito dalla Costituzione del Regno a
riguardo della salubrità. Nel capitolo sulla conservazione della
salubrità dell'aria gli esperti della materia, prendendo coscienza
di quanto fossero pestiferi i lini, avevano stabilito che questi
dovessero essere tenuti a non meno di un miglio dall'abitato, in
quanto il solo vapore che emanavano, rendeva l'aria infetta per
tanto spazio. Se per il solo vapore si era stabilita questa
precauzione, quali provvedimenti si dovevano prendere nei confronti
degli abitanti di Cotronei che coll'infusione e la putrefazione dei
lini intossicavano l'acqua, che dovevano per forza bere i cittadini
di Roccabernarda? Si chiedeva pertanto che la causa fosse tolta dal
tribunale delle seconde cause e trasmessa al tribunale della Regia
Udienza di Catanzaro e che rimanesse valido il decreto emanato dal
governatore e giudice di Roccabernarda, che intimava agli abitanti
di Cotronei nel tempo stabilito di togliere il lino e di non
immetterne altro. Questo anche per scongiurare che trattandosi di
salvaguardia di salute le popolazioni non venissero "a fatti
d'armi". Preso atto del contenuto del memoriale, la Regia Udienza di
Catanzaro il 28 luglio 1739 ordinava ai tribunali delle prime e
delle seconde cause di inviare entro quattro giorni tutti i singoli
atti in originale in Regia Causa.
I giorni passavano e la situazione rimaneva inalterata. Il sindaco,
gli eletti ed i cittadini di Roccabernarda decisero allora di
ricorrere al re Carlo III di Borbone, inviando una supplica. Essi
fecero presente la triste situazione in cui si trovavano ed il fatto
che, nonostante gli ordini emanati dalla corte locale e le pene
previste per i trasgressori, gli abitanti di Cotronei "senza timore
di Dio e della giustizia" continuavano imperterriti ad avvelenare le
acque. Essi chiesero un deciso intervento in modo che in avvenire
nessuno potesse più mettere i lini nel vallone e nel fiume.
Finalmente il 22 agosto 1739 un ordine del re sollecitava il Preside
della Regia Udienza di Catanzaro ad intimare agli abitanti di
Cotronei "di non mettere il lino nel Tacina per i perniciosi effetti
che producavano alla pubblica salute". Una lettera successiva, in
data 16 settembre 1739, riferendosi alla questione della lite sui
lini, ci informa che dopo l'intervento del re il Regio tribunale
stava per fare una "spedita giustizia", che però per essere eseguita
in luogo si aspettava che fosse inviata una persona, che aiutasse ad
eseguirla, in quanto si trattava di salute pubblica, che in tutti i
modi era stata messa a repentaglio "dalla capricciosa gente de
Cotronei"22.
Il problema dell'acqua
Quanto all'inizio del Settecento il problema dell'acqua fosse di
vitale importanza per i paesi della vallata del Tacina è messo bene
in evidenza dal Mannarino, il quale nella sua "Cronica" afferma che
il suo arrivo aveva reso sana la città e trasformato tutto il
territorio circostante in giardini ed orti meravigliosi. Così poteva
affermare che i cittadini potevano assetarsi "perche anno l'acqua
alla muraglia della città, e le fontane magnifiche dentro" e che
"l'influenza benigna, e salutare dell'acqua, à reso Policastro un
Paradiso terrestre". Ciò era avvenuto per opera di Carlo Caracciolo,
il quale con grande spesa aveva portato l'acqua "per rupi, e coste
di monti alpestri, e distupevoli" utilizzando "artifizii di ponti di
legname fatti à scifille… (così) che per questo singolar benefizio
non solo si è affatto purgata l'aria, che per questa parte era un
po' grave a causa della miniera di quelle pietre, che già descrissi,
quali infocavansi, e per essersino vicine da cento passi alle mura
di d.o castello caggionavan dolori continui di mole, che ora son
cessate affatto. Oltre che certi anni s'accendea pure una febre
pestifera nel mese di agosto, che parea un'epidemia di morbo cronico
e serrava case intere in detta città, che ora ne sta per divina
misericordia assolutamente libera e tutti… dicono, e conchiudono che
sia un miracolo dell'acqua che à temperato l'aria"23.
Note
1. Fondo Pignatelli Ferrara, Fasc. 51 bis, Prat. 100, f. 2v,
ASN.; Sempre nello stesso periodo tra le spese sostenute
dall’università di Melissa troviamo l’acquisto di “due pise de lino
per darle alla femina delo cuntatore“da Cola Russo per carlini 12,
Conti Comunali, Fasc. 199/5, f. 6 (a. 1561), ASN.
2. Roccabernarda - Visitatio, anno 1610, A.Arc. S. Severina 20A.
3. Un apprezzo della città di Santa Severina, Siberene, p. 123.
4. ANC. 663, 1730, 122-123r.
5. ANC. 108. 1614, 193 -211.
6. Nel magazzino degli eredi Calegiuri vi erano :”grano tumula
cinquanta et orgio tumula trenta, ciceri rumula doi, linusa tumula
sei” mentre “dieci salmate fra maijsi et scigature” erano nella
gabella detta “la Volta d’Armeri”, ANC. 113, 1614, 68 -71.
7. ANC. 497, 1701, 78; 496, 1702, 58.
8. ANC. 659, 1716, 39.
9. ANC. 1342, 1761, 33- 36.
10. Pollio G., Apprezzo del feudo di Verzino (1760), A.C.S. pp. 86,.
124.
11. Ramage C.T., Viaggio nel regno delle due Sicilie, De Luca 1966,
p. 62.
12. Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione cit., Vol.
II, pp. 255, 264
13. Nel maggio 1670 attracca al porto di Crotone la tartana del
patrone Antonio Icarti. Era partita nel marzo precedente da Malta e
aveva un carico composto da "Coyra in pelo, lino, riso, manna di
lino et altre minutaglie come sonno berdate, calsecti fortani,
selvetti et altre coselle", ANC. 253, 1670, 47.
14. Nel 1695 i patroni Gio. Bova di Messina e Paulo Cafioti
noleggiano le loro feluche a Gioseppe Morisco e Domenico Rogano, i
quali fanno imbarcare manna nella marina di Strongoli. La manna
dovrebbe essere portata a Livorno e con il ricavato il Morisco ed il
Rogano avrebbero dovuto comprare della merce, da riportare con le
stesse feluche nella marina di Strongoli. Salpate dalla marina di
Strongoli, una delle due barche va contro gli scogli del Capo delle
Colonne “ e si fece in mille pezzi”. La nave superstite tuttavia
proseguì con il suo carico di manna verso Livorno “non ostante che
il S.r D. Michele Pignatelli l’havea inviato imbasciata nel Capo
Colonne che con il resto di detta manna fossero andati in Messina”,
ANC. 470, 1697, 85.
15. Pugliese G. F., Descrizione ed istorica narrazione cit., Vol. I,
p. 47; Vol.II, pp. 48 -58.
16. Siniscalchi R., La Valle del Neto, Opere Pubbliche, Vol. III,
1933.
17. Reintegrazione dei feudi e dei beni di Andrea Carrafa fatta dal
giudice Francesco Jasio, (Castellorum Maris), 1520, f.5, Arch. Vesc.
Crot.
18. "Prope fluvius excurrit, quem Brausium vocant, isque lentus, et
lacunosus, qui aestate graves, crassosque emittit vapores, humanis
corporibus infestos. Quod malum adaugent etiam ipsi cives, dum linum
in eo macerare consueverunt" Rel. Lim., Strongulen., 1747.
19. Alfano G.M. Istorica descrizione cit.,1795, p. 99
20. Vivenzio G., Istoria e teoria de' tremuoti, Napoli 1783, p. 329.
21. De Leone A., Giornale, e notizie de' tremuoti accaduti l'anno
1783 nella Provincia di Catanzaro, Napoli 1783, p. 135.
22. Reg. Ud. CZ Fasc. XX (1739), ASCZ.
23. Mannarino F. A., Cronica della celebre ed antica Petelia detta
oggi Policastro, manoscritto , ff. 84v -85, 103v.

