[Santa Severina: Il luogo detto "lo Campo"]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 23-25/2009)
“Fra li altri Beni colli quali fu dotata
l’Arcivescovile Chiesa di S. Severina uno è quello che si nomina il
feudo di S. Stefano generalmente chiamato il Campo ch’è quel luogo
spazioso avanti la detta Arcivescovil Chiesa, e questo si vede da
molte scritture, e Privileggi che sono in Archivio, e non contiene
altro questo feudo che quei nudi scogli et un Mulinello la cui
rendita stà assegnata per mantenimento de Sagrestani, per la Chiesa
e Ostie per le Messe”. (Siberene p. 154).
Il toponimo
In una pergamena dell’archivio arcivescovile di Santa Severina è
conservato un atto notarile stilato in Santa Severina in data 10
febbraio 1445. In quel giorno il regio capitano della città
“Andriolus de Gocznis” di Salerno esibiva a Nardus de Piris di
Crotone “civis Sante Severine” e “regius iudex ad contractus per
totum regnum Sicilie”, al notaio Francesco Reale e all’arcivescovo
Antonius de Stricagnolis de Cotrono, in presenza di molti altri
cittadini, riuniti “ad locum dicto lu campo de S.ta S.na p(ro)pe
eccl(es)iam S(anc)ti Ang(e)li ante domos ph(e)udi S(anc)ti
Steph(an)i”, un regio mandato del 24 gennaio 1445, con il quale re
Alfonso d’Aragona, che aveva da poco conquistato la città di Crotone,
concedeva all’arcivescovo il possesso del feudo di Santo Stefano in
territorio di Santa Severina. (Pergamena 004)
Il luogo detto “lo Campo” compare anche negli atti della visita
effettuata alla cattedrale di Santa Severina dal vicario Giovanni
Tommaso Cerasia nel maggio del 1559. Giunto nell’oratorio, o altare,
dedicato a Santo Silvestro di iuspatronato della famiglia Iaquinta,
egli fece annotare che l’altare possedeva “unam domum terraneam seu
magazenum intus Civitatem loco dicto lo Campo”.
Il luogo
Troviamo una descrizione particolareggiata del luogo in due
apprezzi secenteschi dello Stato di Santa Severina.
Nell’Apprezzo dell’anno 1653, fatto dal tavolario Onofrio Tango con
l’intervento del consigliere Gennaro Pinto, si legge che “Entrando
dalla prima porta (detta della Piazza) si trova uno largo dove e una
cisterna piena d’acqua per Comodità de Abitanti dalla quale si
dipartono tre strade cioè dalla strada di mezzo si va alla piazza
per la quale si Camina per parte dell’Abitato di detta città dalla
parte di tramontana et dalla destra per una Salita inselicata si
trova una larga et estesa piazza chiamata dell’Campo dove è una
cisterna per Comodità dell’abitanti, appresso è il palazzo
Arcivescovile”. Nell’Apprezzo del 1687, fatto dal tavolario Gio.
Battista Manni con l’intervento del presidente D. Michele Muscettola
e dell’avvocato fiscale D. Gennaro d’Andrea, il luogo è così
descritto: “E seguitando per detta inselciata scomoda a salirvi si
comunica con la strada detta della Misevia; poco più avanti si
giunge in un largo in piano detto il Campo, a destra del quale vi è
la strada, la quale conduce al Castello, e in mezzo a detto largo vi
è un’altra cisterna d’acqua che serve per comodità dei Cittadini.
Avanti a detto largo vi è una chiesa detta la Congregazione della
Concezione … poco più avanti a destra vi è la Chiesa Arcivescovile
sotto il titolo di S. Anastasia … Ed attaccato a detta chiesa vi è
un’altra Chiesuola piccola antichissima detta di S. Giovanni … Segue
la sagrestia di detta chiesa arcivescovile … a canto a detta Chiesa
Arcivescovile e proprio dove si dice il Campo vi è il palazzo
Arcivescovile … Segue vicino a detta Chiesa, e proprio all’incontro
ad uno di detti palazzi il Seminario… e attaccato a detto Seminario
vi è la chiesa di S. Caterina Vergine e Martire … Segue detta strada
più avanti che si dice la strada di S. Maria La Magna con diverse
altre strade piane che la riscontrano e tira parte pendente verso
Tramontana, si giunge alla Chiesa Parrocchiale detta di S. Maria
Maggiore, chiesa antichissima e poco più avanti si giunge in un
largo detto Monte Pomerio, nel quale vi è la strada che si cala al
borgo detto la Grecia”.
Estensione ed edifici del Campo
In lunghezza il Campo si estendeva dalla cattedrale ai fossi ed
allo spontone dei fossi del castello, mentre in larghezza era
limitato dalle rupi.
Da un processo celebrato presso la curia arcivescovile il 23 maggio
1586 riguardante i diritti della fiera di Santa Anastasia si
estrapolano parti delle testimonianze: “…ritrovandomi questa matina
nello spontone della città di S. Sev(erin)a dove vulgarmente si dice
il Campo e con me ci stava il m.co Sertorio de Lauro et ragionando
di una cosa et un’altra ci voltammo verso le case della Corte … Muro
delo spontune deli fossi del castello … Loco dove si dice lo Campo
confine lo fosso delo castello di detta città.. stando io nel campo
e pp.o avanti S. Anastasia …”
Alla fine del Cinquecento gli edifici che si affacciavano e
limitavano il Campo erano: il palazzo arcivescovile, la cattedrale
di Santa Anastasia, il seminario, la chiesa ospedale della
congregazione di Santa Caterina, le case della Curia e le case
palaziate dei Modio. Sotto la timpa del seminario e sotto la timpa
dell’ospedale vi era il luogo detto la Miseria.
Le case della Curia
Le case della Curia, o della Corte, erano situate nel luogo
detto “lo Campo”. In esse risiedeva il governatore, o capitano, “pro
tempore” della città, si radunava il governo cittadino e si
convocavano i rappresentanti dell’università, cioè i capifamiglia,
per decidere su argomenti che riguardavano la comunità. Vi avevano
luogo anche le aste pubbliche riguardanti l’affitto dei beni
dell’università, quali il dazio della carne, della farina e del
truglio. Il governo cittadino rimaneva in carica un anno e
l’elezione del nuovo avveniva il 15 agosto. Nella seconda metà del
Cinquecento era composto da due sindaci, uno dei nobili ed uno del
popolo e da dodici eletti, sei dei nobili e sei del popolo. Vi era
inoltre il mastro giurato, il catapano e quattro giudici. Alla metà
del Seicento per la diminuzione della popolazione anche il governo
cittadino si era ridotto e l’università si governava “per dui
Sindici uno di famiglia Nobile, et l’altro del Popolo, dui eletti de
Nobili et dui altri del Popolo, uno m(ast)ro Giurato, uno Grass(iero)
et dui Giudici che assistono per la Grassa della Città, l’elettione
de quali ... solito ogn’anno nella mittà d’Agosto Congregati publico
e Generale parlamento nelle Case della Corte in presentia del
m(agnifi)co Cap(itan)o et si eliggono ut s(upr)a et vengono
confirmati dal Utile S(igno)re di detta Città”.(Apprezzo, 1653)
( Il primo settembre 1577 Nelle case della curia della città per
ordine del m.co Petro Antonino delo Sindico, sindaco della città, fu
incantato il dazio della carne ( f. 1); L’undici settembre 1581
nelle case della curia sono messi all’incanto il dazio della farina
e del truglio ( f. 10); 23 luglio 1570. “ad domos intus dictae
Civ(ita)tis sitas in loco dicto lo Campo jux.a suos fines solita
residentia m.ci D.ni Gub.ris pro tempore” ( Vol. I, f.73); 18 aprile
1571. “domus Curiae sitas intus dictam Civitatem in loco ubi d.r lo
Campo solitae residentiae m.ci D.nis Geb.ris pro tempore” ( II, f.
66);Il 21 dicembre 1571 il notaio Marcello Santoro su richiesta
dell’università di Santa Severina si reca
“ad domos Curie sitas in loco dicto lo Campo jux.a suos fines solite
residentie m.ci D.ni Gub.is”, dove sono stati congregati e radunati
insieme in detto luogo al suono di campana e convocati dal nunzio e
serviente della città Johannes Dominicus delo Petrono la maggior
parte degli uomini e dei cittadini della città, in rappresentanza di
tutta l’università. In presenza e con l’assistenza del governatore
della città Francesco Fera sono presenti: i due sindaci ( Jo.es
Vinc.s delo Sindico e Jo.es Carolus de Piris) , dieci eletti (
Marius Infosinus, Antoninus Longus, Jo.es Fran.s Marsica, Jo.es
Cosentinus, Ant.nus Strasi, Ant.nus Zurlus, Salvator Valente, Her.s
Piccichinus, Petrus Jo.es Carosus, m.s Jo.es Ant.nus Infosinus) ed
alcuni “particolares”, cioè gli uomini ed i cittadini che
rappresentano le migliori e più ricche famiglie della città (
Theosidius Oliverius, M. Ant.nus Infosinus, P.hus de Marsano, Jo.es
Bap.ta deli Pira, Georgius Delabbate, Petrus delo Pitropo, Gulielmus
Infosinus, Jo.es And.s Novellisius, M. Antonius Zafarana, Mag.r
Alfonsius Novellisius, Nicol.s Mannara, Bap.ta Car.le, Scipio
Palermus, Nic.s Cirimele, Agatius de Pascale, Marcellus de Natale,
Martinus Gattus, Minicus Durabile, Ferdinandus Tagliaferro,
Dionisius Palermus, Petrus Ant.s delo Sindico, Ant.s Mare).
La fiera di Santa Anastasia
Secondo quanto affermeranno gli arcivescovi di Santa Severina,
la fiera era stata concessa da re Ferdinando, su richiesta
dell’università di Santa Severina, alla chiesa metropolitana con
privilegio del 20 settembre 1507: “Supplicano VCM si degni concedere
ad ipsa Università, che possa ogn’anno lo mese di maggio di
costituire, e fare l’Archiepiscopale Ecclesia di detta Città una
fera seu mercato franco duraturo per otto dì. Placet.”
In virtù di tale privilegio “Detta chiesa tiene privilegio d’alzare
bandiera il giorno di S(ant)a Anastasia, e fare il mastro giurato
uno dei canonici, quale esercita giurisdizione regia per otto giorni
continui, nella quale si fa la fiera, con conoscere le cause civili
e criminali occorrenti in d(ett)o tempo ed anco nelli pesi e misure”.
La fiera di Santa Anastasia si svolgeva “nella piazza dove si dice
il Campo” ed iniziava “dal sabato infra l’ottava dell’ascentione per
tutta l’ottava del sabato seguente”. L’arcivescovo eleggeva ogni
anno uno dei canonici, ò dignità, ò altro del clero per mastro
giurato della fiera che era intitolata a Santa Anastasia, che era la
tutelare della città. L’eletto assumeva la carica il giorno
precedente alla solennità della Dedicazione della metropolitana,
cioè “il sabbato infra octavae Ascentionis che è la Vespera della
Dedicatione di Santa Anastasia che è la titolare di questa chiesa
metropolitana”. Il mastro prendeva “manualmente e presenzialmente”
dal tesoriere, “seu conservatore del tesoro” della chiesa cattedrale,
la bandiera, o stendardo, di Santa Anastasia e doveva conservarla e
custodirla per otto giorni continui. Terminato il suo ufficio il
mastro era obbligato sotto pena di once cinquanta a restituirla al
tesoriere.
Durante il periodo della fiera cessava l’ordinaria giurisdizione del
mastro giurato della città in quanto subentrava nella carica il
mastro giurato eletto dall’arcivescovo, il quale assistito da un
mastro d’atti teneva la corte amministrando la giustizia.
“La mensa arcivescovile tiene particolari privileggii fare una fera,
seu mercato con giurisdittione civile, e criminale mero et misto
imperio ac gladii potestate contra li delinquenti nel tempo
infrascritto con franchitia di compratori et venditori di
qualsivoglia sorte de mercantia che si venderà nella fera che
comincia dal sabbato infra l’ottava dell’Ascensione per tutta la
ottava del sabbato seguente, et infra detto tempo cessa la ordinaria
giurisdittione dell’officiale di detta città “.
Coloro che partecipavano alla fiera erano franchi. “La fera seu
mercato di S. Anastasia dentro la Città di S. Severina che ogn’uno
venga in detta fera, che saranno franchi di botteghe, misure, pisi,
doane et de qualsivoglia altra cosa partenente pagare alle fere”.
Durante il periodo della fiera ogni persona di qualsiasi stato e
condizione presente in città doveva osservare alcuni “banni, ordini
e mandati” stabiliti e banditi dal mastro di fiera. L’infrazione
comportava delle pene.
“Philippus Dei gra. Rex.
Fran.co Antonio Santorio per la gra. Di Dio e della S.ta Sede
Ap.lica Arcivescovo di S.ta Severina.
Gio. Fran.co Modio Arcidiacono di S.ta Severina del sup.to Ill.mo e
R.mo Arcivescovo di S.ta Severina Generale locotenente in
spiritualibus et temporalibus e mastro di fera del mercato della
festività di S.ta Anastasia Metropolitana chiesa di detta Città.
Bandi, ordini, e mandati fatti et ordinati per detto S.r arcidiacono
luogotenente, e Mastro di fera, ut sup.a quali si haveranno de
osservare per tutti i concorrenti in detta fera incole habitanti et
commoranti in detta Città e suoi casali, diocesi et provincia e di
altri luochi e parti, che vi concorreranno per la potestà Papale e
Regia, che detta chiesa tiene sotto l’infrascritte pene.
Im primis si ordina, e comanda, che nisciuna persona di qualsivoglia
stato,grado, e conditione si sia, che presuma, ne habbia audacia di
andare armato in detta fera senza licenza di esso S.r mastro di fera,
ne presuma portare spade, scopette à focile, ò armaccio, daghe,
storte, coltelli, et ogni altra sorte di armi, ne per offensione, né
per defensione, ma ogn’uno stia quieto, e pacifico come si ricerca
sotto pena di perdere le armi ipso facto, e di quattro tratti di
corda, et altra pena riserbata ad arbitrio di detto S.r Mastro di
fera, seu del detto Ill.mo e R.mo Mons.r Arcivescovo.
Item si ordina, e comanda, che nisciuna persona ut sup.a presuma di
far questione, rumore, o tumulto dentro detta fera, e suo distretto
durante il tempo di quella, e chi contravenerà incorrerà nella pena
di tre tratti di corda, e di tre anni in galera et altre pene
riserbate ut sup.a.
Item si ordina, e comanda, che nisciuna persona presuma vendere
qualsivoglia sorte di robbe, dove entra peso, ò misura, e dove non
entra, se prima non va ad aggiustare li pesi, e misure, e ricevere
la bulla in segno di licenza data, e non vendere senza detta licenza,
sotto pena di perdere le robbe, e di sei docati per uno.
Item si ordina, e comanda, che non sia persona alcuna, che presuma
commettere fraude, et inganni nel vendere delle robbe, o falsificare
li pesi, e misure, e chi contravenerà, incorrerà alla pena di onze
venticinque, et altre pene riserbate ut supra.
Item si ordina, e comanda, che ogni persona, che concorrerà in detta
fera non presuma far facende vendere, né comperare per lo tempo, che
comincerà la messa cantata finche si finisce, ma ogn’uno, che
negotii prima che si comincia, e dopo.
Item si notifica à tutti, come per gratia spetiale detto Mons.r
Ill.mo e R.mo Arcivescovo vole et ordina, che ogn’uno sia franco e
non paghi cosa alcuna tanto per conto di aggiustar pesi, e misure,
come di boteghe, e di ogn’altra cosa spettante, e pertinente a fera.
Item si ordina, e comanda, che ogni persona, che durante detta fera
havesse alcuna lite civile, ò criminale comparano à domandar
giustitia al detto S.r Mastro di fera, che li sarà ministrata in
complimento secondo le leggi, e canoniche e civili comandano, e chi
contravenerà, incorre alla pena di onze cinquanta, et altre pene
riserbate ad arbitrio ut sup.
Item si ordina, e comanda, che nisciuna persona presuma arrobare ò
fare alcuna furbaria in detta fera sotto pena della frusta e di tre
tratti di corda.
Et accio che nisciuno possa allegare ignoranza si ordina, e comanda,
ad uno delli nostri servienti, che al ricevere delli presenti ordini
si voglia conferire nelli luoghi soliti di detta fera, et in quelli
alta et intelligibile voce bandire e publicare li sopradetti bandi
et ordini de verbo ad verbum e quelli publicati fare le debite
referenda qui sotto, acciò nisciuno possa allegare ignoranza ut sup.
Datum in Archiepiscopali palatio S.tae Severinae . Die X mensis May
1578. Modius q. sup. Loc.s et Mag. Nundinarum.
(Il 26 maggio 1582 nella chiesa arcivescovile di Santa Anastasia il
decano Minico Cavallo, mastro di fiera di detta chiesa, in presenza
del notaio Marcello Santoro, riceve dal tesoriere il vessillo di
detta chiesa per fare come il solito la fiera. Egli giura di tenerlo
diligentemente ad onore e fedeltà del Dio onnipotente e
dell’arcivescovo e fra otto giorni restituirlo al reverendo
tesoriere, f. 106;
Il primo giugno 1585 nella chiesa arcivescovile il R.do Marcello
Ballatore, arciprete di Rocca di Neto e mastro di fiera di Santa
Anastasia, personalmente e manualmente riceve dal tesoriere della
cattedrale, il R.do Francesco Caroso, il vessillo della chiesa di S.
Anastasia e promette di tenerlo ad onore dell’onnipotente Dio del
papa Sisto V e dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro e di
consegnarlo dopo otto giorni al tesoriere, f. 90).
Tutti gli arcipreti, i vicari foranei, i chierici ed i diaconi
selvaggi della diocesi il sabato precedente la festa della
Dedicazione si dovevano recare personalmente, sotto pena di 50 libre
di cera bianca lavorata, nel palazzo arcivescovile per “cacciare la
bandiera di Santa Anastasia. Dopo che la bandiera, seu stendardo,
era stata consegnata ad uno dei preti del capitolo eletto e deputato
dall’arcivescovo. Il mastro di fiera usciva nel Campo accompagnato
da gran quantità di gente a cavallo ed a piedi, sia chierici che
laici, cittadini e forestieri armati, “tutti camminando e sparando
per la città con molta festa e fatto li bandi che si sonno letti e
pubblicati et affissi in luoghi pubblichi”.
La bandiera era poi issata al campanile della cattedrale ed aveva
così inizio la fiera. La fiera durava otto giorni durante i quali il
mastro di fera “guarda e fa rondare la città di notte e di giorno,
riconosce li genti et quelli che vanno armati contra la forma delli
bandi”; amministra la giustizia a tutti i laici per ogni cosa che
succede “con pigliare informatione, carcerare, punire et liberare”,
esigeva pene e concedeva grazie, aggiustava pesi e misure e dava
licenze, vigilava con ronde tutta la città di notte e di giorno.
Durante questo tempo il mastro di fiera, in qualità di mastro
giurato, deteneva le chiavi delle porte della città, che gli erano
state consegnate dal mastro giurato laicale della città. Alla fine
degli otto giorni egli doveva riconsegnare le chiavi. Alla fine del
Seicento le chiavi erano due : una della porta della città detta la
Piazza e l’altra della porta detta di San Domenico ( 1698).
Nello stesso periodo in Santa Severina si svolgevano due fiere, una
della chiesa ed una della città, una fissa ed una mobile. (“In detta
Città la Seconda Domenica di maggio si alza bandiera della feria di
Santo Gio. minagò per otto giorni”,1653).
La presenza di due fiere una dell’arcivescovo ed una del feudatario,
fu causa di molte liti.
Tra tutte ricordiamo quella che ebbe per protagonisti da una parte
il canonico e mastro di fiera di Santa Anastasia, il canonico
Camillo Infosino, e dall’altra Cesare Sculco e Giovanni Blescia di
Scandale.
Il 4 maggio 1598 il notaio Scipione Palmerio, attuario ordinario
della curia arcivescovile di Santa Severina, su mandato del Vicario
generale della città prese la testimonianza del canonico, il quale
affermò: “Io come Mastro di fera ritrovandome nella piazza dove si
dice il campo dove è la fera di S. Anastasia p.ta viddi due uomini
armati di scopette à focile con daghe et storte, mi volsi informare
et accostandome con essi ad uno afferrai la scopetta, et dissi
perche causa andavano armati per la fera senza licenza mia come
Mastro di fera, et tutti ad un tempo me si calaro sopra et mi
afferorno imbuttandomi et percotendomi et in questo uno delli
predetti arrancò la dagha et l’altro calò lo cane della scopetta et
io me ritirai acciò non mi donassero gridando a me queste cose, et
così adorno verso le case della corte, et chiamorno certi altri che
stavano illa armati, et uscirono fora delle case della Corte, et in
questo affacciò Filippo Campagna capitano al presente di detta città
della finestra dicendo che cosa è et quelli dui risposero ni voleno
disarmare et detto capitano rispose ammazza aringo chi ni vole
disarmare et così uno di quelli che mi percossero quale per quanto
ho inteso si chiama Giovanne Blescia disse queste parole, si viene
Giesu Cristo qua io l’ammazzo et questo lo replicò più volte et
delle dette parole ne fu ripreso da D. Alfonso de Rasis Arciprete di
S. Mauro et non ostante detta riprensione pure replicò dette parole
et il detto capitano intese queste parole perché stava alla finestra.
Sogionse Basilio Teodoro Procuratore della Corte arcivescovile di S.
S.na che fe istanza al detto capitano che pigliasse carcerato al
detto Giovanne Blescia che havea detto quelle parole in dispregio di
N. Sig.re Iesu Cristo a causa s’era ritirato dentro le sue case et
detto capitano non rispose.”
La cisterna
Nel Campo già nel Cinquecento vi era una cisterna, come risulta
dalla testimonianza del chierico coniugato Joannes Vutturaniti, il
quale nel maggio 1586 affermava: “… questa matina carriyando io
petra con lo mio somaro da Giulio Crocco della miseria alle fabriche
dell’ arciv(scova)to come fui alla Gisterna del campo ...”(1586).
La sua esistenza e confermata anche nell’apprezzo del 1653: “… per
una salita inselicata si trova una (spazi)osa piazza chiamata del
Campo donde è una Cisterna per Comodità dell’abitanti …”.
Il palazzo arcivescovile
Sul finire del Quattrocento l'arcivescovo Alessandro della Marra
rifece quasi dalle fondamenta il palazzo arcivescovile, che a causa
dell'antichità era decadente. Si sa che il Cardinale di Santa
Severina, l'arcivescovo Giulio Antonio Santoro (1566- 1572), costruì
contiguo al palazzo l'archivio della chiesa, dove egli fece
conservare non solo i documenti riguardanti la mensa arcivescovile
ma anche quelli delle chiese e luoghi pii sotto la sua giurisdizione,
che aveva recuperato "con gran fatica, e dispendio". Il palazzo al
tempo del suo successore, l'arcivescovo Francesco Antonio Santoro
(1573 -1586), minacciava rovina ed il predetto arcivescovo tentò di
munirlo "di speroni e ripari".
Da testimonianze rilasciate in Napoli da alcuni abitanti di Santa
Severina nel giugno 1586, essendo la sede arcivescovile vacante, per
trasferimento dell'arcivescovo Francesco Antonio Santoro alla chiesa
di Acerenza, siamo informati sullo stato della costruzione. I
testimoni sono concordi nell'affermare che "L' habitatione di detta
cathedrale di S. Severina è antiqua, però è comoda e Mons.
Arcivesc(ov)o il S.r Francisco Antonio Santoro l'ha molto ampliata
et accomodata, di modo che è beniss(im)a habitatione per
l'arcivesc.o" ed ancora che pur essendo antica "è competente per
quelli paesi, e per l'arcivescovo che per tempo ci habita". Da una
relazione dell'arcivescovo Alfonso Pisano di pochi anni dopo
sappiamo che Francesco Antonio Santoro, dopo aver iniziato l'opera
di restauro dell'antico palazzo arcivescovile, si rese conto che
nonostante gli interventi di miglioramento l'opera non risultava
soddisfacente ed adeguata. Perciò decise di iniziare un nuovo
palazzo accanto al vecchio. Quando il Santoro lascerà la città la
costruzione non era stata ancora completata. Essa sarà proseguita
dall'arcivescovo successore Alfonso Pisano (1587 -1623), il quale
nel 1589 affermava, che ormai l'opera era giunta quasi a buon fine e
che egli vi aveva già impiegato una grande somma di denaro.
All'inizio del Seicento il nuovo palazzo era stato completato ed
abbellito e per far ciò l'arcivescovo aveva dovuto sborsare di suo "molta
spesa", non solo per la costruzione, ma "massime all'intempieture,
et in far depingere alcune camere di esso di alcune historie del
testamento nuovo et vecchio". Il palazzo arcivescovile attorniava la
chiesa con i suoi cortili e le sue sale molto ampie e decorose. Esso
conteneva l'archivio dove erano conservati i contratti e le
scritture riguardanti la chiesa e la mensa arcivescovile e gli atti
riguardanti i luoghi religiosi della diocesi.
(“A canto a detta Chiesa Arcivescovile e proprio dove si dice il
Campo vi è il palazzo Arcivescovale, con Cortiglio, ed uno
Appartamento Nobile, con sala e Camere con intempiature e quarto
infoderato, quali camere circondano la Chiesa Arcivescovile da due
lati, di modo che sono due palazzi posti assieme, vi sono due
portoni principali uno verso il Campo e l’altro verso il Seminario”,
Apprezzo 1687).
L’ospedale e la chiesa di Santa Caterina
“Accosto il Seminario vi è l’Hospitale dove si Ricettano
Peregrini infermi forastieri e Cittadini a spese di detto Hospitale
quale tiene d’Intrata annui d.ti 80 nell’quale e la Cappella sotto
titolo di Santa Catherina Vergine e Martire con la confraternità
nella quale si Celebrano quattro messe la Settimana dal Cappellano
eletto da detta confraternita”, (V.lis confraternitatis S.tae
Chatarinae erectae intus Civitatem et proprie ubi dicitur il
Campo”).
L'arcivescovo Alfonso Pisani nella prima relazione scrive: "Nella
chiesa di S. Catarina si celebra ogni dì messa, et in certi giorni
due. I fratelli essercitano l'hospidalità à poveri peregrini, et
infermi, e si trovano pronti a portare i defonti in chiesa. Ha di
entrada diece docati, ma con l'elimosine si supplisce al tutto. E'
aggregata all'archiconfraternita della SS.ma Trinità di Roma, e vi
si fa in certi tempi l'oratione delle quaranta hore. I detti
fratelli cantano ogni Domenica matino l'ufficio della Beata Vergine,
ogni venerdì di Quaresima la compieta, e litanie del nome di Giesù,
et il venerdì santo andando a visitare i santi sepolchri, vanno con
le discipline battendosi… "( Rel. Lim. S. Severina., 1589).
Il seminario
“Segue vicino detta Chiesa (arcivescovile), e proprio
all’incontro ad uno di detti Palazzi (arcivescovili) il Seminario di
buona capacità, con camere in piano alla strada ed un giardinetto”
(1687).
Il seminario fu eretto dall'arcivescovo Giulio Antonio Santoro (1566
-1573), detto il Cardinale di Santa Severina. Quando era arcivescovo
della città, egli comprò un palazzo vicino alla cattedrale e "l'accrebbe
di fabrica" e lo dotò con una rendita annua di circa 140 ducati,
provenienti da alcuni benefici.
Pochi anni dopo l'edificio, contiguo alla cattedrale, risulta "claustrato"
ed amministrato da un rettore ed in esso possono starci "da
quattordici a sedici scolari", i quali sono istruiti da maestri
nelle lettere greche e latine e nella musica e canto.
All'insediamento dell'arcivescovo Alfonso Pisano (1587 -1623)
l'edificio accoglie 28 chierici, provenienti dalla città e dai paesi
della diocesi; ognuno con un suo letto. Vi sono quattro maestri: uno
di grammatica latina, che è anche rettore, uno di grammatica greca,
uno di musica ed uno di logica e filosofia.
Le case palaziate dei Modio
Il 24 settembre 1584 l’arcidiacono di Santa Severina Gio.
Fran.co Modio donava alcuni beni ai suoi fratelli Hectore e Renaldo
Modio. Tra i beni vi era : “Una casa palaziata con tre solari et una
cam(a)ra contigua, et con cortiglio, et membri inferiori dove al
p(rese)nte habita sita et posta intro dette Città nella cap(pel)la
di S.to Jo. bb.a confine le case de la Corte via m(edian)te le case
foro de la q. m.ca Ant.a Capisacca, le case foro del q.o m.co
Petruzzo del Moio suo P(at)re muro coniuncto et altri confini
q(ua)li case forno donate ad esso S. Arcid(iacon)o dal detto q.o suo
P(at)re anticipatam(en)te per promoversi ad or(di)ni sac(r)i come
appare p(er) p(ubli)ci instr(umen)ti. Item uno casalino confine
dette case et confine le dicte case de la Corte vinella med(ian)te
con la casa di Cater(i)na Carnopoli “ ( X, 22). Le case palaziate
dei Modio sono anche richiamate nei capitoli matrimoniali stipulati
il 24 dicembre 1588 tra Marcello Barracco della città di Cosenza e
Geronima Modio di Santa Severina. La madre di Geronima, la vedova
Polissena Susanna ed i suoi figli, promettono consegnare in dote
alla figlia anche “una continentia di case palaciate dove al
presente abitano essi S.ri dotanti consistentino in cinque membri
dentro la Città p.ta de S.ta S.na in la parrocchia di S.to Jo.
Bap.ta iux.a le case de lo q.o S.r Ant.o la Padula et lo canpo
pu(bli)co” ( XI, 45-46).
Le case palaziate dei Sempiterno
Alla fine del Seicento i fratelli Nicola, Tommaso, Francesco e
Giovanni Sempiterno possiedono una continenza di case palaziate
poste dentro la città “in loco ditto il Campo” (Ceraldi, 1697,
16-17).
La spezieria dei Capozza
Nel catasto onciario del 1743 troviamo che lo speziale di
medicina Domenico Antonio Capozza, privilegiato di anni 30 e sposato
con Anastasia Maltese di anni 35 abitava in casa propria con i figli
Elisabetta e Gennaro nel luogo detto Pizzoleo.Il Capozza esercitava
la sua arte nella sua bottega con lavoratorio ad uso di speziaria
nel luogo detto il Campo ed in un’altra bottega contigua alla
speziaria ( 1743, f. 25).

