[Gli Albani ed il loro palazzo]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 28/1999)
Insegna degli Albani: “Spaccato di rosso e di
azzurro, alla fascia indivisa d’oro, accompagnata da tre stelle
dello stesso, due in capo ed una in punta”.
La costruzione del palazzo
Alessandro Albani si unì con Lucretia Berlingieri, figlia di
Annibale e di Laura Suriano1, la quale gli portò in dote terreni (la
gabella Ancona ed una vigna) e case ( di Mendicino e di Quinto
Caparra). Sulle case dotali poste in parrocchia di Santa Margarita,
che erano state del suocero Annibale Berlingieri, l’Albani costruì
il suo palazzo, come si rileva da un documento del 1672. In
quell’anno Felice Suriano Ralles, come figlio ed erede, assieme al
fratello Diego, dei genitori Scipione e Caterina Geronda2, possedeva
un palazzo. Esso confinava con la casa degli eredi di Pietro Abbate
ed era posto di fronte ad un altro palazzo, che era stato di
proprietà di Annibale Berlingieri, ma che proprio allora stava
fabbricando Alessandro Albani. La nuova costruzione, prima ancora
che venisse iniziata, era stata oggetto di un litigio tra i vicini
proprietari. In seguito i contendenti raggiunsero un accordo. Felice
Suriano Ralles ed il fratello Diego, rappresentati dal canonico Gio.
Battista Suriano, con atto del notaio Isidoro Galatio concessero
all’Albani di poter procedere nella costruzione, ma di poter alzare
e costruire in una limitata e ben definita maniera. Tuttavia poco
dopo, trovandosi in gravi difficoltà finanziarie, i Suriano Ralles
vennero a più miti consigli e decisero di vendere all’Albani il
diritto “di poter fabricare in detto suo palazzo quanto vorrà alzare
a suo libero arbitrio”, ponendo però, come unica condizione, che
costruendo non “si confrontassero le finestre dell’uno all’altro”
palazzo. Alessandro Albani sborsò a Felice Suriano Ralles il prezzo
di questo diritto, stabilito in ducati sei, “consistentino in tre
zicchini d’oro di giusto peso”, e potette così procedere senza alcun
impedimento secondo i suoi desideri nella costruzione del palazzo di
famiglia, alzando la fabrica a quell’altezza che più gli piacque,
solo fece in maniera che le finestre non si “faccifrontassero” l’una
all’altra con quelle dei Suriano Ralles3. La costruzione del
palazzo, oltre ad incorporare le case dotali, aveva incluso anche
altre piccole abitazioni. Sparirono le case che erano state di
Quinto Caparra4 e del capitano Mendicino5. Poiché su di esse
gravavano alcuni oneri dovuti ad enti ecclesiastici, il loro ricordo
rimase nel tempo. I figli ed eredi discendenti da Alessandro Albani
pagheranno per tutto il Settecento gli annui canoni dovuti agli enti
religiosi, canoni che con la costruzione del palazzo si erano
trasferiti dalle case scomparse alla nuova costruzione, rimanendovi
infissi.
Il palazzo di Alessandro Albano confinava allora anche con la casa
palaziata dei Cimino, che era vicina a quella di Lucrezia Caivano6 ,
che era presso la cattedrale.
L’ascesa degli Albani
Il vedovo Alessandro Albani alla fine del Seicento possedeva il
palazzo dove abitava, la gabella Ancona di tomolate 40, volgarmente
detta la Mendolicchia di Albano7 , la gabella Lampamaro di tomolate
210, parte della quale apparteneva in comune e indivisa col
monastero di Santa Chiara di Crotone, una vigna di tomolate 268, un
vignale di tomolate 509 e due magazzini10 . Parte di questi beni
erano gravati da annui canoni. Doveva pagare alla mensa vescovile
(grana 65), alla cappella del SS. Sacramento ( carlini 15),
all’arcidiaconato (grana 25), al canonicato di San Basilio Magno
(carlini 16) ecc. Dall’unione tra Alessandro Albani e Lucrezia
Berlingieri nacquero Annibale, Bonaventura ed il canonico Paulo
Pietro11 … Morto Alessandro il 3 gennaio 170512, i beni con i loro
oneri passarono ai figli. Sull’operato dei figli ed eredi di
Alessandro gettano luce alcuni documenti dell’epoca. Il canonico
Paolo Pietro Albani, rettore del beneficio di iuspatronato della
famiglia Berlingieri senza altare e cappella intitolato a Santa
Maria Maddalena, ebbe dapprima il Primiceriato e poi fu promosso nel
gennaio 1711 al Cantorato della chiesa di Crotone. Ricoprì nello
stesso anno anche la carica di vicario capitolare. Alcuni documenti
denunciano la sua prepotenza contro coloro che coltivavano i
territori vicini alle proprietà di famiglia. Ebbe perciò aspre liti
con Gio. Luise Soda, proprietario del territorio di Carbonara13. Il
chierico ed erede Annibale Albani ereditò i beni paterni. Egli si
interessò principalmente alla gestione del patrimonio ed alla
valorizzazione ed alla coltivazione dei suoi fondi e di quelli che
prendeva in affitto. Disboscò e “rese culto e dell’intutto
fruttifero” il vasto territorio di Lampamaro, tanto da farlo
divenire tutto “aratorio”14. Si dedicò anche all’allevamento del
numeroso bestiame. Ben inserito nel commercio granario era
proprietario di un mulino e nel 1717 ottenne dall’università di
poter fabbricare un magazzino vicino alla chiesa della SS.
Annunciata fuori le mura della città15. Agì in società con i
Berlingieri, infatti nel 1711 per ordine della Regia Udienza di
Cosenza fu carcerato assieme con lo zio Annibale Berlingieri, per
essersi opposto alle censure lanciate dal vescovo di Strongoli
Tommaso Oliverio contro Nicolò Giunta, erario del feudatario di
Strongoli Geronimo Pignatelli, duca di Tolve. Il feudatario era
accusato di essersi appropriato della giurisdizione temporale e
spirituale della città di Strongoli, usurpando anche alcuni beni
della chiesa16. Sempre Annibale nel 1720 risulta proprietario delle
gabelle Mendolicchia e Lampamaro, del giardino, o vigna, detto
Fiorino, del vignale17 . Egli continuava ad abitare con la sua
famiglia nel palazzo in parrocchia di Santa Margarita, che confinava
con la casa di Mutio Manfredi, via pubblica mediante18. Maria
Maddalena Albani prese il velo nel monastero di Santa Chiara. Fu
cassiera (1703), maestra di educande e novizie (1720) e badessa
(1721 –1724). Clarissa fin dal 1691, morì nel 1737 in clausura.
Annibale Albani si unì con Teresa Ramires. Morto Annibale, nel 1737
il figlio Alessandro ed i suoi fratelli vengono aggregati al seggio
di San Dionisio, andando quindi a far parte dei nobili patrizi della
città.
La famiglia di Carlo Albani
Dal catasto onciario del 1743 i beni degli Albani risultano
intestati al ventitreenne nobile patrizio della città Carlo, figlio
di Annibale e di Teresa Ramires. Egli abita nel palazzo in
parrocchia di Santa Margarita con i fratelli Bonaventura, Pietro, la
sorella Olimpia e la madre vedova Teresa Ramires. Assieme all’erede
Carlo abitano il canonico Alessandro, uno dei maggiori mercanti di
grano della città e possessore del canonicato di San Basilio Magno,
il canonico Gio. Francesco Albano, possessore del canonicato di San
Marco Evangelista, due serve e due servi. Carlo come erede del padre
Annibale possiede un mulino centimolo macinante, i due territori di
Lampamaro e la Cerzulla, la chiusa con vigne ed alberi da frutto di
Fiorino, una casa vicino al palazzo, il basso della quale serve per
rimessa della sua carrozza. Ha poi due case sempre nella stessa
parrocchia che affitta, tre magazzini per conservare il grano al
Fosso, alcune vacche, dei buoi e dei vitelli. Paga ancora i vecchi
oneri alla mensa vescovile (grana 65), alla cappella del SS.mo
Sacramento (carlini 15), al canonicato di S. Basilio Magno (carlini
16) e all’arcidiacono (grana 25). A questi se ne sono aggiunti
altri: al beneficio dell’Epifania della famiglia Berlingieri
(carlini 15), alla mensa vescovile (barili 61 di mosto), al
monastero di S. Chiara (grana 30), alla parrocchia di S. Veneranda
(carlini 10), al Monte dei Morti (ducati 50), al convento
dell’ospedale (carlini 15), per due messe settimanali per legato di
Teodora Albani (ducati 10 e grana 40) ecc.19
Il 26 febbraio 1750 l’arcidiacono Geronimo Suriano unì in matrimonio
Carlo Albani ed Angela Suriano. Furono testimoni il parroco di Santa
Maria Benedetto Avarelli, il decano Filippo Suriano, il canonico
Alessandro Albani e di altri20. Il 5 maggio dello stesso anno papa
Benedetto XIV concedeva ai due sposi l’indulto di costruire un
oratorio privato nel loro palazzo21. Il 15 agosto seguente Carlo
Albani veniva eletto sindaco dei nobili per l’annata 1750/175122.
Carlo Albani con la sua famiglia continuò ad abitare nel palazzo
degli Albani che confinava stretto mediante il palazzo dei Manfreda,
che era situato vicino alla cattedrale23.
Cinquanta anni dopo Carlo Albani conservava ancora gran parte dei
suoi beni: il territorio la Cerzulla, la vigna di Fiorino, tre case
che locava, tre magazzini al Fosso, alcuni buoi aratori e dei
giovenchi24.
Aveva tre figli maschi , il primogenito Bernardo, il sacerdote
Vincenzo e Gioacchino. Il palazzo, i beni e gli oneri passarono al
primogenito Bernardo o Bernardino (sindaco dei nobili nel 1800) e da
questo a Filippo, il quale come erede di Bernardino pagava ancora i
vecchi annui canoni25.
In seguito il palazzo appartenne a Carlo ed a Gioacchino,
quest’ultimo conservava ancora alla fine dell’Ottocento la gabella
Mendolicchia.
Note
1. Acta cit., 1699, f. 57, Arch. Vesc. Crot.
2. ANC. 253, 1671, 8.
3. ANC. 253, 1672, 30.
4. La cappella del SS. Sacramento esigeva un annuo canone di carlini
15 da Alessandro Albani sopra la casa di Quinto Caparra poi
incorporata al palazzo dell’eredi della qm Lucrezia Berlingieri
moglie di Alessandro Albani in parrocchia di S. Margarita, Acta
f.88v.
5. Il canonicato di San Basilio Magno esigeva un annuo canone di
carlini 16 sopra le case, situate in parrocchia di Santa Margarita,
che erano state del capitano Mendicino, poi di Lucretia Berlingieri
d’Annibale e quindi dei figli Pietro, Annibale e Bonaventura, Acta
cit., f. 145.
6. I fratelli Michelangelo, Leonardo, Isidoro e Anna Maria Cimino
possiedono una casa palaziata in parrocchia S. Margarita in una
camera confine le case del Sig. Alessandro Albano, Lucrezia Caivano
et altri, ANC. 333, 1674, 83v.
7. La mensa vescovile esigeva dall’ Albani un annuo canone di grana
15 sulla gabella La Mendolicchia, che era stata di Annibale
Berlingieri, Acta cit., f. 69.
8. La mensa vescovile esigeva dall’Albani un annuo canone di carlini
5 sulla vigna che era stata del fu Annibale Berlingieri, Acta cit.,
f. 69v.
9. L’arcidiaconato esigeva un annuo canone di grana 25 sopra il
vignale fu di Paolo Jannice oggi vigna dotale di Alessandro Albani,
Acta cit., f.133.
10. Nel 1696 Alessandro Albani fa un contratto con Pietro di Mazzeo,
che per duc. 266 si impegna a costruirgli due magazzini, ANC. 337,
1696, 11.
11. Acta cit., f.32.
12. Platea Capitolo 1704- 1705, f.15 AVC.
13. F. Gonnella, ottiene dal Soda un terreno boscoso per coltivarlo
e “si cacciò una cesina alla valle della Cannamosca” nei pressi del
confine tra Carbonara e Lampamaro e pagava il terraggio a Gio. Luise
Soda, padrone di Carbonara. Mentre sta seminando arriva il vicario
Paulo Pietro Albani, padrone del confinante vallone di Lampamarello,
il quale prende per i cappelli il malcapitato e gli ordina di non
coltivare più la cesina. Inoltre l’Albani manda le sue capre a
pascolare dove non è suo e vi fa fare un termine divisorio con gli
zapponi, anzi vuol farvi anche due pilastri di fabbrica. L’Albani
inoltre preda ed intimorisce i capimandra che pascolano nelle terre
vicine, ANC. 659, 1715, 107
14. Nel 1639 entrarono nel monastero di S. Chiara tre sorelle
Susanna e come dote portarono 12 salmate di terra nel tenimento di
Lampamaro, confinante con Carbonara. A quel tempo il territorio di
proprietà dei Susanna era “alquanto boscoso”. Passato poi Lampoamaro
agli Albani, dai possessori fu disboscato, tanto da essere a metà
Settecento reso tutto aratorio, ANC. 860, 1760, 47- 59.
15. Prov. Caut. di Calabria Ultra, 349, ff.7-8 (1718) ASN.
16. Nel luglio 1711 come vicario capitolare della cattedrale di
Crotone Paulo Pietro Albani interviene con un esposto diretto a papa
Clemente XI per scarcerare il fratello Annibale e lo zio Annibale
Berlingieri, Nunz. Nap. 144, f. 456.
17. Anselmus cit., ff.37, 49,76 sgg.
18. Il canonicato di S. Basilio esigeva un annuo canone di carlini
16 sulle casa di Annibale Albano, Anselmus cit, f. 52
19. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 37.
20. Libro dei coniugati, par. S. Maria, AVC.
21. Russo F., Regesto , XI, (62362).
22. ANC. 1063, 1751, 65-66.
23. ANC. 1063, 1750, 24.
24. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f.
25. Gli eredi di D. Bernardino Albani, oggi Filippo Albani, pagano a
Pasqua sopra la casa del fu Giacinto Caparra in par. S. Margarita
carlini 15, Platea della cappella del SS. Sacramento, 1824.

