[Storia di alcuni palazzi del centro storico di Crotone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 10-12/1999)
Palazzo Presterà - Oliverio
Insegna dei Presterà. Primo d’azzurro, alla fascia d’oro;
sormontata da una stella di otto raggi dello stesso cimiero: una
colomba imbeccata di rosso col motto: Deo favente.
Sulle case che erano state del capitano spagnolo Julian Rizon dela
Cerda che aveva sposato Julia Mangione (ANC. 119, 1643, 33 ; 229,
1651, n.n.) si sviluppò nel Seicento il “palatium” o
“palatiumculum”dei Syllano ANC.229, 1654, 145). Si sa che nel 1657
l’alfiere Gio. Duarte vendette ad Ottavio Syllano una casa palaziata
“cum vineano et pergulis” posta in parrocchia del SS.mo Salvatore
confinante con le case dello stesso compratore (ANC. 229, 1657, 109)
e che accanto alle case del Syllano vi erano alcune case
appartenenti al beneficio di Sant’Antonio della famiglia De Nigro
che a causa dello spopolamento e “per negligenza et antichità”
rovinarono, cosicché di loro rimase solo il suolo (Acta cit.,f.35).
Il figlio di Ottavio, Geronimo Syllano, nel 1672 possedeva una
continenza di case consistenti in più diversi membri superiori e
bassi confinante con le sue case grandi in parrocchia del SS.mo
Salvatore (ANC. 334, 1672, 33-34). Egli aveva incrementato la
proprietà sposando la vedova Giulia Mangione dalla quale ebbe un
figlio di nome Annibale. Rimasto vedovo si risposò. Più volte eletto
dei nobili (ANC. 333, 1674, 59 ; 335, 1685, 49), all’inizio del
Settecento fu console della Francia a Crotone.
Le case andarono in seguito ad incrementare le vicine proprietà
immobiliari di Gio. Pietro Presterà, figlio di Cesare e della nobile
cirotana Gesimunda Susanna. Gio Pietro Presterà fu erede del padre
Cesare e del fratello, il chierico Francesco (ANC. 253, 1675, 17) ma
soprattutto ereditò i beni materni fra i quali il feudo di Puzzello
in territorio di Cirò. Proprietario di armenti (ANC. 333, 1672, 46)
e di terre (La Foresta, la Fratria, Valle delli Pira, Alfieri, il
giardino Torre Tonda ecc.) fu importante mercante di grano (ANC.
313, 1668, 100). Fece parte del seggio nobiliare di S. Dionisio,
ricoprì più volte la carica di sindaco dei nobili (ANC. 312, 1666,
177 ; 338, 1698,52) e resse anche l’ufficio di mastrogiurato (ANC.
338, 1698, 52). Nell’ottobre 1674 egli risulta già proprietario del
palazzo, che era situato in parrocchia del SS.mo Salvatore, di
fronte ad un magazzino terraneo della vedova Beatrice della Motta
Villegas e vicino alle case dei Meza (ANC. 253, 1674, 50).
Alla morte di Gio. Pietro ereditarono il palazzo i figli Cesare e
Gregorio. Esso risulta composto da più e diversi membri superiori ed
inferiori con cisterna e confinante con le case dell’arciprete
Antonio Puglise e le case degli eredi delle Mezà (ANC. 661, 1721, 24
-25). Morto Gregorio, il palazzo passò al fratello Cesare. Cesare
Presterà, sposato con Vittoria seu Tota del Castillo, vi abiterà con
la sua famiglia e lo amplierà. Le camere, che erano appartenute alle
Mezà, saranno inglobate nella nuova costruzione e formeranno un
membro del nuovo palazzo (ANC. 668, 1749, 90 -92) che verrà donato
dallo stesso Presterà, per testamento rogato presso il notaio Pelio
Tirioli il 7 luglio 1745 ed aperto dopo la sua morte il 14 luglio
1745, al nipote Francesco Antonio Oliverio (ANC. 912, 1745, 138),
figlio di Giuseppe Antonio, barone di Paparone e Crepacuore, e di
Isabella Toscano, con la condizione che la moglie Vittoria possa
goderne l’abitazione sua vita durante (ANC. 667,1745, 74 -75). Il
palazzo all’atto della donazione confinava da una parte con la casa
delle figlie ed eredi del qm. Tomaso Puglise e dall’altra con la
casa dotale della qm. Maruzza Messina e la casa di Aloisia Lipari.
Giuseppe Antonio Oliverio, padre ed amministratore del figlio
Francesco Antonio, allarga la proprietà e nel 1762 compra
l’appartamento superiore al basso dove abitano i coniugi Diego
Riganello e Oliva Riciolillo. L’appartamento, acquistato dai figli
ed eredi di Nella Caserta, è attaccato al suo palazzo e l’Oliverio
per rendere uguali l’intravatura delle camere comprate con quelle
che già possiede, deve alzare le travi del pavimento. Così facendo
rimangono all’appartamento inferiore, dove abitano i coniugi
Riganello e Rocciolillo, tre palmi e mezzo di muri tutto attorno,
che sono di proprietà dell’Oliverio (ANC. 1411, 1762, 21-22).
Il palazzo è stato dichiarato d’interesse artistico e segnalato nel
catalogo del Ministero della Pubblica Istruzione fin dal 1959 e
sembra conservare ancora tracce della sua antica appartenenza alla
famiglia Susanna, soprattutto nel suo portale. In esso esisteva una
iscrizione datata 1526 ed una iscrizione, di cui ora rimangono solo
alcune lettere : SVS .. D.. Me.... Il portale adornato con palle di
pietra ha lateralmente due stemmi che ci riportano alla famiglia che
forse fu la proprietaria del primo nucleo, cioè i Susanna. ( Insegna
dei Susanna : “Campo torchino, una colomba d’argento, con li piedi
appoggiati in un pezzo di tronco d’albero con l’ale aperte volando,
in bocca una frasca d’olivo verde, e sopra un rastrello rosso con
tre denti”) e dalla quale poi passò in eredità ai Presterà.
Descrizione del palazzo dei Presterà al momento del passaggio
agli Oliverio
Un palazzo sito nella parrocchia del SS.mo Salvatore, confine le
case della qm. Maruzza Messina et Aloisia Lipari con quarto
superiore, et inferiore cantina....
Il quarto superiore consiste in una sala con sette camere, e due
antecamere et una camera di cucina. Il quarto inferiore consiste in
una antecamere, una cucina et un camerino. Vi sono parimente due
bass..... e due altri bassi uno entro il portone, e l’altro colla
porto... come pure un magazeno attacato alla loggia dell’istesso
palazzo altra casetta attaccata ad essa loggia. Le robbe che sono
entro il palazzo sono le seguenti: Nella cantina (botti) n. quindici
delle quali vi ne sono quattro piene di vino in ... barili cento in
circa di vino.
Le robbe mobili del quarto inferiore non si notano per essere
proprietà del D. Giuseppe Antonio Oliverio.
Nel quarto superiore, e proprio nella sala vi sono quattro casce....
vacua, uno stipo con dentro tre abiti usati di d.o fu D. Cesare.
Prima antecamera vi sono quattro scrittori, e due scrivanie...
scritture della casa, tre specchi, e quattro quadri. Nell’antecamera
vi sono dodeci pezzi di quadri in circa con figure.... gulli n.otto,
un altro specchio, quattro casce, quattro le... matarazzi di lana,
cortine di tela bianca, due orologgi... e l’altro di camera, et
entro li detti bagulli vi sono le seguenti: Una cortina di porta
nova torchina, e gialla con quattro ... venti mutande di tela bianca
usata, un cassettino con un .... di smeraldi e diamanti, cioè
cannacchino, orecchine, e cupido,.. quattro fila di perle, una
catiniglia d’oro, una crocetta.. un’altra crocetta di rubini, et
altre due para d’orecchine. Un paro di Pater noster di coralli con
medaglia d’argento e ..d’oro, un altro paro di Pater noster con
croce, e partiture d’...medaglia d’argento, un altro cannachino di
pietra granata.. d’oro, et un altro cannacchino di coralli con
migliuzze d’oro.. di più sei posate d’argento, due tabachere
d’argento una indorata dentro, e l’altra indorata dentro ,e fuori,
un’acquavitiera, e la ..tabacco d’argento. Dentro un altro bagullo
vi sono lenzuoli fini para diece et ...In un altro bagullo venti
coperte, e quattro coperte di tela di perzia imbottite con bambace,
misali n. venti, e servietti n. trenta, e poche altre biancherie per
uso di casa. Dentro un altro bagullo due abiti di donna dello
sposalizio uno di drappo d’oro con campo recamato, e l’altro di
color leonato tessuto in oro, ambedue con manto, e gonna, e scuffie
n. due , et un giamberghino di duovo del primo drappo. Entro dette
camere vi sono trenta sei parte d’appoggio, e parte di paglia, et
altri venti quadretti. Entro la cucina vi sono quattro caldare tra
picciole, e grandi, cinque tripodi, e poche altre robbe necessarie
per uso di cucina. Dentro un altro bagullo vi sono due andrie uno di
griscetto negro, e l’altro di molla muscato, un corpo di felba
negro, et altri abiti usuali, che furono per uso della Sig.ra D.
Vittoria del Castillo sua moglie di detto fu D. Cesare con molte
biancherie per uso della medesima. (ANC. 667, 1745, 84 -.85)
Palazzo Montalcini- Sculco
Insegna della famiglia Montalcini: D’azzurro, al monte di tre
cime d’oro, movente dalla punta, il mediano più elevato, i laterali
sostenenti due leoni affrontanti dallo stesso, tenenti con le
branche anteriori un giglio d’oro, con tre stelle del medesimo,
ordinate in fascia nel capo.
I Montalcini sono già presenti a Crotone alla fine del Cinquecento ;
Antonio Motalcini abitava nel 1578 in parrocchia di S. Nicola de
Cropis. Da atti successivi si sa che le case, o palazzo, consistenti
in più membri, poste in parrocchia del SS.mo Salvatore confinanti da
un lato con le case di Jo. Leonardo Gabriele e dall’altro con le vie
pubbliche, erano appartenute al chierico Carlo Montalcini. Nel 1662
esse, o parte di esse, furono sequestrate su istanza dei coniugi
Vittoria Suriano e Domenico Geronda contro Francesco Montalcini
(ANC. 229, 1662,10)., ma ma poco dopo risulta che i i Montalcini le
possedevano ancora. In seguito risultano appartenere a Valerio
Antonio Montalcino, figlio di Vittoria Lucifero e Valerio Montalcini
( figlio di Giovan Tommaso e di Ippolita Lucifero), nato dopo la
morte del padre, abitò nel palazzo con stalla e casa terranea dei
Montalcini (ANC. 253, 1674, 50), che alla fine del Seicento
confinava via mediante con il palazzo di Fabrizio Lucifero, figlio
del mastro portolano Gioseppe, e con quello di Domenico Capicchiano.
Il capitano de cavalli (ANC. 336, 1691, 67) e mastro di campo
Valerio Antonio Montalcini, battezzato il 22 marzo 1651, fu
proprietario della gabella Margarita, di alcuni magazzini fuori
porta ecc. e ricoprì la carica di sindaco dei nobili (253,1673, 24).
Fu anche incarcerato nel castello perché assieme a Francesco Maria
Montalcini era accusato dell’uccisione del notaio Giuseppe Lauretta
(333, 1674, 1). Sposò il 19 marzo 1696 la vedova Giovanna Nani.
Alla morte di Valerio Antonio il palazzo passò in eredità al figlio
Gregorio, il quale nel 1722 divenne feudatario del feudo rustico
detto la Cerza o Giordano per donazione fattagli dallo zio
Ferdinando Peluso (661, 1722, 64) Dal catasto del 1743 Gregorio ne
risulta proprietario ; (allora confinava dal lato inferiore col
palazzo di Tommaso Capicchiano, che era vicino alle mura e
affacciante alla riva del mare (859,1757, 4-9), e via mediante con
quello del marchese Giuseppe Lucifero (1128, 1762, 64 -67).
“Ristaurato, abbellito, migliorato e ridotto in miglior forma” da
Gregorio con atto testamentario del primo giugno 1757 nel 1762 lo
lascia alla moglie Rosa Barricellis ed ai suoi figli il canonico
Lelio, Annibale e Orazio (ANC. 1128, 1762, 64-67). Con la condizione
che dovesse succedere il figlio primogenito di suo figlio Annibale,
che nascerà in costanza di matrimonio con Teresa Lucifero, sua
consorte, figlia del marchese di Apriglianello Francesco Lucifero,
quando arriverà all’età di anni 22 (ANC. 1128, 1762, 64 -67). Nel
1793 il palazzo era ancora di proprietà di Annibale Montalcini. In
seguito dopo la metà dell’Ottocento il palazzo passò in eredità agli
Sculco che attualmente lo abitano (All’inizio del Novecento vi abitò
Nicola Sculco, storico, archeologo e cronista importante per la
storia di Crotone).
Palazzo Berlingieri
“Quid Luciferi generosi ? Quid Susanne splendidi ? Quid
Verlingieri pugnaces ?”
Insegna dei Berlingieri: D’azzurro, a tre bande d’argento, scaccate
in rosso, accompagnate in capo dal lambello a tre pendenti dello
stesso.
La famiglia Berlingieri è presente a Crotone fin dalla seconda metà
del Quattrocento. Il primo di tale famiglia a Crotone fu Garetto,
seguirono.... Scipione, il figlio ed erede Anselmo (49,1594,222),
Oratio, il figlio Ottaviano Cesare, il figlio Annibale... (ANC.
911,1742, 73 -77).
Annibale Berlingieri era figlio di Cesare Ottaviano e Luccia
Suriano. Il padre Cesare Ottaviano, figlio di Oratio, aveva sposato
Faustina Modio da cui nacque Carlo, poi arcivescovo di S. Severina.
Rimasto vedovo si risposò nel 1656 con Luccia o Isabella Suriano
dalla quale ebbe i figli Pompilio, Diego, Annibale e Guglielmo. Morì
il 1.4.1684,( ANC. 335, 1685, 49 - 51; Processus Dataria, 83, ASV).
Nel 1704 morto l'abbate Diego, i fratelli Annibale e Pompilio,
quest'ultimo residente da molti anni a Roma, divisero i beni
ereditati dal fratello, ( ANC. 496, 1704, 20 – 22).( La sorella
Laura aveva sposato nel 1672 Carlo Blasco di Rossano, ANC. 334,
1672, 7 - 8), Annibale Berlingieri negli ultimi anni del Seicento
inizia a costruire il palazzo di famiglia presso la chiesa di Santa
Veneranda.
Acquista gli edifici vicini alla vecchia casa (. ANC. 336, 1692, 39)
e al magazzino o "horreo" di fronte alla porta grande delle clarisse
( ANC. 470, 1697, 26; ANC. 470, 1697, 31). Abbatte alcune case per
fare piazza e cortile( Il casalino di Lucreatia Mazza, la casa di
Gio.Vincenzo Monteleone e quella del tesorerato, Acta 70v, 136v),
altre demolisce per alzare la nuova fabbrica (La casa di Prospero
Venturi, quella del beneficio della Trinità, posta davanti alla
porta del parlatorio di Santa Chiara e le case di Mendicino, Acta
112, 145, 151) e " per dar lume" alle camere ( ANC. 497, 1706 ,
67v.).
Case diventano stalle e magazzini, vicoli sono murati. La
parrocchiale perde l'autonomia spaziale e religiosa divenendo un
oratorio privato. Separata da un vicolo, è mutata di forma e
accorpata al nuovo palazzo.
Concluso un accordo col parroco e col vescovo, il nobile si impegna
a diroccare i vecchi mura di creta ed a ricostruirla ( Epigrafe sul
portale della chiesa di S.Veneranda: "SS.VV. VENERANDAE & ANASTASIAE
Senium / Dicatam Eccl.am vetustate pene collapsam/ ANNIBAL
BERLINGIERIUS OCTAVIANI CESARIS FILIUS/ Fulgentius a fundamentis
Restituit/ A. D. MDCCVII ") "con nuovi muri di calce, nuovo suffitto
e nuova coperta", fornendola anche di un "quadro con una cappella
condecente".
Egli si obbliga ad appoggiarla lateralmente al muro del suo
palazzo", dirimpetto alla vecchia porta maggiore di d.a chiesa, dove
secondo il nuovo disegno dovrà far costruire il nuovo altare( ANC.
611, 17.12.1711). In cambio utilizza il muro laterale comune,
aprendovi "una fenestella colle sue gelosie" sì da poter assistere
alle funzioni sacre dall'interno del palazzo e ottiene di mutare il
titolo, aggiungendovi quello di Santa Anastasia Romana, in onore del
fratello consanguineo Carlo.( La famiglia Berlingieri aveva un
beneficio senza altare e cappella intitolato a S.Maria Maddalena,
Acta 32, 149 ; L'arcivescovo Carlo Berlingieri è ricordato in una
epigrafe della cattedrale di Crotone : "XPO A MAGIS ADORATO AC S.M/
MAGDAL.AE FAM.AE SUAE PATRONAE/ CAROL.S BERLINGERI.S ARCHIEP./
S.SEVERINAE D. T A. 1696 "), arcivescovo di S. Severina (1678 -
1719), che in occasione della riedificazione del palazzo di famiglia
aveva fondato nel 1704 la cappellania laicale di S.Veneranda e
Anastasia col peso di una messa al giorno ( Anselmus 8v; Rel. Lim.
Crotonen. 1733; La nuova cappellania viene dotata dall'arcivescovo
con un capitale di 1000 ducati che nel 1720 erano parte infissi
sulla gabella "Racchio" di D. Pipino e parte sui beni degli eredi
Barricellis. La rendita annua parte serviva al pagamento della messa
quotidiana ed il resto all'acquisto di paramenti sacri, cera, ostie,
vino e per abbellire e riparare l'edificio).
La chiesa, completata nel 1711 e fornita di nuovi arredi, di
paramenti e di un calice d'argento con patena. (Annibale Berlingieri
è seppellito nella sua cappella dell'Epifania in cattedrale
coll'abito di S. Francesco di Paola, ANC. 660, 1719, 17; 611,
17.12.1711), è soggetta ad Annibale Berlingieri, patrono della
cappellania( Nel 1704 l'arcivescovo di S.Severina impresta ai
coniugi Pipino un capitale di duc. 400 al 5 % con la condizione che
l'esazione dell'annuo censo vada a favore del cappellano della
cappella di S.Veneranda e Anastasia mentre in caso di affrancazione
il capitale si debba consegnare al patrono per essere reinvestito a
beneficio della cappellania, ANC. 659, 1716, 88 - 89).
Sfruttando la connivenza e la paura dei parroci, i Berlingieri in
poco ne divengono di fatto i possessori ( Relaz. Lim. Crotonen.
1733)
Ai primi di gennaio 1719 Annibale muore. La proprietà del palazzo,
assieme ad un fidecommisso di 50.000 ducati, perviene, con i "ius
presentandi a tutti li beneficii" e ai "iuspatronati di casa"
(Annibale morì l'otto gennaio, tre giorni prima era morto il
fratello Carlo, arcivescovo di Santa Severina. Egli lasciò eredi il
fratello Pompilio, vescovo di Bisignano, ed i figli Nicolò e Cesare.
A ciascuna figlia, (Faustina , Poluccia e Caterina) lasciò duc. 2000
di dote o una dote monacale con un vitalizio di duc. 15, più altri
duc. 50 e dieci pesi di lino (a Faustina 20 pesi), ANC. 660, 1719,
14 - 19; Libro de' Morti cit.), al primogenito Nicolò, sposato con
Anna Suriano ( ANC. 659, 1716, 82 - 85; Figlia di Annibale Suriano,
ANC. 659, 1716, 39). All'altro figlio Francesco Cesare, studente a
Napoli, e alle figlie resta il diritto ad una "commoda abitatione".
Nicolò muore; subentra Francesco Cesare (Nicola Oratio Berlingieri,
figlio di Annibale, morì il 28.1.1719 lasciando alla moglie Anna la
possibilità che "usando letto vedovale e facendo domicilio nella sua
casa sia sempre Signora e Padrona tanto delle gioie , vesti et
altro", ANC. 660, 1719, 23; ANC. 661, 1721, 181, Libro de' Morti
cit.) che costringe la sorella Caterina, educanda in S. Chiara, a
rinunciare all'eredità per soli 2200 ducati e le impedisce di
sposarsi ( Caterina invia un memoriale al viceré accusando il
fratello d'impedirle di sposarsi con P. Senatore ma è costretta a
dichiarare che non "va cercando da sé matrimoni senza il consenso
della di lei parentela... ne lo farebbe giammai essendo il medesimo,
huomo di lunga inferiore alla conditione d'essa costituita", ANC.
660, 1719, 52v - 56; 613, 1722, 160). Sempre nel 1719 Cesare sposa
Violante Suriano, figlia ed erede di Decio Suriano, che gli portò in
dote tra l’altro un palazzo in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo
(612,1719, 50 -51).
Nel dicembre dello stesso anno compra da Nicola Gerace un palazzo
con due casette attaccato, dalla parte rivolta alla chiesa di S.
Chiara, al vaglio scoperto del cellaro del suo palazzo.
Il maggio dopo lo rivende a Natale La Piccola, parroco di Santa
Margarita e prestanome del cognato Domenico Mirielli (. ANC. 660,
1720, 174.), trattenendosi le due camere ed i bassi, che si
affacciano alle case di Ciriaco Tesoriero, ed il basso sotto la
cucina del palazzo che ha l'uscita davanti a Santa Chiara, con la
condizione di poter chiudere due finestre del quarto superiore,
dirimpetto alle sue camere, e con la possibilità di poter fabbricare
una loggia o solana scoperta ("Possa Francesco Cesare e i suoi
heredi fabricare sopra la camera della cocina, che va annessa e
connessa con detto palazzo, una loggia o vero solana scoperta a
spese proprie di calce e legname tirandola da sopra il vaglio della
cantina per tutta detta cucina, ma con l'uscita piana dalle camere
di d.o S. onde possa abbassarla o alzarla secondo richiederà il
bisogno, e l'uguaglianza di detta loggia a spese proprie di calce e
legname, e seguendo la loggia sud.a il camino di detta cucina debba
passarsi alla camera scoverta a spese di detto Rev. Natale con l'uso
a d.o palazzo del pozzo che trovasi tra il vignano del quarto di
basso di d.o palazzo venduto e le due camere riservatesi per esso D.
Francesco Cesare ", ANC. 660, 1720, 69 - 74).
Tutta l'operazione viene a costargli solo 110 ducati. Casalini
"diruti"(Acta 72, 81v, 113v, 115, 132v.) a giardinello diventano
case, bassi botteghe, stalle magazzini (Acta 70, 71, 72.). Francesco
Cesare ai primi di febbraio del 1735 ospitò nel suo palazzo il re
Carlo III di Borbone. Il re arrivò in città il due febbraio verso
sera e ripartì il giorno dopo per Cutro. In seguito egli ebbe dal
re, con privilegio del 19 gennaio 1740, il titolo di Marchese di
Valle Perrotta.
Alla sua morte, avvenuta il primo agosto 1749, ereditarono i figli
Carlo, che abitò nel palazzo situato in parrocchia di Santa
Veneranda, Annibale e Pomilio (853, 1753, 115). Carlo marchese di
Perrotta, marito di Rosa Barricellis, figlia di Francesco
Barricellis e Flaminia Amalfitano (793, 1734, 28 -29), fu più volte
sindaco dei nobili (1746) e morì nel 1781.
Anselmo Berlingieri eredita dal padre Carlo il palazzo in parrocchia
SS. Veneranda e Anastasia, attaccato da una sola parte a quello di
Saverio Micilotto (1329, 1781, 160). Anselmo si unì con Gabriella
Zurlo, morì il 16 gennaio 1785. Successore fu il figlio Cesare,
marchese di Valleperotta, che subentrò nella proprietà anche del
palazzo.
Il palazzo dei Berlingieri in un inventario del 1781
Sala del quarto di basso.
Sedia di cuoio all’antica usate n. dodeci. Una boffetta di noce
usata. Altra a scrivania usata. Un stipo di tavole grande a due
aperture, con entro tre selle, guanite di briglie, e capezzoni
respettivamente. Quadri num. Otto usati con pitture di frutti. Due
cascibanchi usati con entro scritture inutili.
Antecamera.
Sedie di velluto verde usate all’antica, numero dodeci. Due
scrittori grandi all’antica, impellicciati di tartuca con piedi di
noce. Una boffetta di noce usata. Un baullo di vacchetta contrellato
usato vuoto. Sedie di paglia num. Otto usate indorate. Un quadro
grande col ritratto di S. Carlo. Altro mezano con cornice indorata,
rappresentante il ritratto del fu D. Carlo Berlingieri, arcivescovo
della città di S. Severina. Altri cinque ritratti piccoli di
cardinali. Due specchi all’antica indorati. Un portiere di damasco
torchino usato.
Camera terza a mano dritta.
Quadri n. nove con cornice indorata fra grandi e piccoli, con
effigie di diversi santi. Un specchio mezzano con corenice indorata.
Sedie indorate di paglia n. undeci.Un alcantarano impellicciato
d’ebbano con tiratoi, con entro piccole biancherie di donna. Un
scarabattolo di cristallo con bambino entro. Due baugli foderati di
velluto Clemens usati, con entro in uno d’essi due cunduscie uno di
drappo in seta foderato, e l’altro di armosino usati. Due para di
scarpe di drappo usate, e due scatole con sciarpe di donna di velo
di seta in argento. Nell’altro baullo, una cortina di felba verde
usata. Due fodere di sedie di velluto verde. Due portieri, uno di
damasco Clemens e l’altro di Porta Nova verde usati. Un apparato di
camera usato di rasino rosso e giallo, ed un lettino piccolo di tela
stampata. Un baullo di vacchetta usato, con entro otto camisce di
donna. Una veste d’amuer color rosa pallida. Altra di amuer verde.
Un busto d’amuer color rosa. Un avantisino di armosino nero. Una
gonnella di amuer nero, ed una rispettina di velo, appartinenti
dette robbe di q.o baullo alla vedova D. Antonia Berlingieri, figlia
del fu mar.se Carlo. Una cristalliera coll’estremi indorati, con
entro diverse chiccome. Un portiere di Porta Nova usato.
Quarta camera.
Cinque scanzie di tavole con libri diversi. Quadri con cornice
indorati, grandi mezani e piccoli n. sei con diverse effigie. Un
specchio all’antica con cornice indorata. Un ginocchiatoio con tre
tiratori vuoti, e sopra un crocefisso. Una boffetta di noce usata.
Quinta Camera.
Quadri usati n. tre con cornice indorata, con effigie di santi. Un
specchio mezano con cornice indorata. Una cassa di pioppo con entro
rete di pescare. Un stipo di tavole nuovo vuoto. Una boffetta di
noce impellicciata usata piccola. Sedie n. sei usate. Un letto con
banchi e tavole di legno, con due matarazzi di lana. Un paro di
lenzuoli, una coperta bianca, ed una imbottita. Un alcantarano
vecchio con quattro tiratoi con facuza di creta dentro.
Sesta camera.
Tre pezzi di quadri grandi usati, con cornice indorate ed una
scrivania vecchia.
Settima camera detta della loggia.
Quadri vecchi n. sette. Due casse di pioppo con scritture dentro.
Una boffetta usata di noce. Due baulli vecchi pieni di scritture
inutili. Due sofà di noce vecchi.
Ottava camera.
Due specchi vecchi mezani con cornice indorata. Un quadro grande con
S. Francesco di Paula usato. Altro piccolo con cornice indorata. Tre
cassoni di noce usati, in uno quattro para di lenzuoli, una coperta
bianca, e due vecchie di damasco, un avante altare di damasco
Clemens, usato, un cappotto di panno udsato, due corpetti di tela
d’olanda, due coscini di damasco Clemens usati, nove camisce, cinque
para di calsette, canne quindeci di filato di stoppa, e due tovaglie
di faccia. Nel secondo cassone. Tre cortine di filato bianco usate.
Un’altra di porta nova verde usata ed altra di bombace usata. E nel
terzo cassone. Una ovatta imbottita, due portieri di porta nova
usati, uno di essi torchino, e l’altro giallo, un messale, due
pianete di Porta nuova usate, ed un camise di tela bianca ed un
matarazzo di lana.
Camera della cocina.
Caldare di rame, tra grande, mezzane e piccole n.sette. Cassarole di
rame n. otto con coperchi grandi e piccoli. Bacchiglie di rame n.
dodeci. Tejelle di rame con di loro forni n. quattro. Tre piccionere
di rame. Due cioccolatiere di rame ed altre due di landa. Un caldara
di rame piccola. Gratigole di ferro n. tre. Treppiedi di ferro tra
grandi e piccoli n. dieci. Due marmitte di rame. Quattro candalieri
d’ottone. Tre capifuochi di ferro, ed altri ordegni di cucina tutti
usati.
Camerino appresso la cocina a mano sinistra.
Un cassone con entro orzo. Tre giarre di creta usate e galline.
Due camere a man destra della cucina.
Dodeci quadri d’apostoli con cornice semplici. Due specchi grandi
con cornice d’ebbani. Un letto con banchi di ferro, due matarazzi di
lana, lenzuoli e coperte per lo stesso. Due boffette di noce usate.
Dodeci sedie di paglia indorate. Una braciera di rame col suo piede
di noce usata. Due cassoni di noce usati con entro alcune biancherie
di donna.
Quartino sotto l’ottava camera da dove si scende con cateratto in
tre camerini.
Primo camerino. Un letto del servidore ed un torno con due sportoni
pieni di ferramenti per uso dello stesso.
Secondo camerino. Un servizio di porcillame. Dodeci dameggiane
vestite. Quattro trimboni di stagno colla di loro case di legno. Due
trabacche di ferro con li scanni di ferro. Altra paro di scanni di
ferro più piccoli. Tre balice piccole di vacchetta usate. Boccagli
di ferro per uso di carra n. quindeci. Braciere di rame n. sette
usate. Tre scalda letti di rame. Due sorbettiere piccole di stagno.
Un lambicco di rame usato . Un trimbone di rame. Una padella grande
di ferro, e pietra di marmo per uso di lavorarne cioccolato.
Terzo camerino. Otto tavoloni di noce. Una trabbacca e scanni di
ferro. Due squadri di tavola con ferranti e due lettiere. Creta
nuova per uso di cocina diversa, e diversi pezzi di legname.
Camera a mani sinistra dell’anticamera di detto quarto di basso.
Un letto con due banchi di ferro, due matarazzi di lana, con
lenzuoli, e coperte, e coscini per uso dello stesso. Un specchio
grande, ed altro piccolo con cornice indorata. Un alcantarano di
noce impellicciato, con quattro tiratoi con entro alcune candele di
cera, e scritture. Due boffette di noce, una grande e l’altra
piccola con entro della piccola cinque cocchiari e cinque forchette
d’argento. Un sicchietto d’argento. Due crocifissi piccoli di
argento. Due reliquie d’argento. Alcuni fiori di gioie con pietre
false. Un stuccato metamatico. Un paro di fibbie di argento per
scarpe e fibbia di crovatta d’argento. Quadri diversi n. quindeci
con cornice indorata. Sedie indorate di paglia nuove n. otto.
Tondini indorati n. dodeci. Una placca indorata. Un comodino di noce
e due cantinette per uso di rosolia.
Camera appresso alla sudetta.
Quadri numero sei con cornici indorate. Un armiere con dieci
scoppette diverse. Altri due armieri piccoli con nove pistole
d’avanti cavallo, e due scopette piccole. Un specchio all’antica con
cornice indorata. Due baulli di vacchetta usati, in uno con vestiti
d’està del fu Marchese D. Carlo, e nell’altro vestiti d’inverno del
medesimo. Due boffette piccole di noce. Un burò piccolo di tavole
rustico con entro un palotto con manica d’avorio guarnito d’argento
con fibia d’argento. Una bottoniera d’argento. Due stucci con rasoli
per uso di barba. Sedie num. Otto indorate usate. Due cantinette
guarnite di fiaschi.
Quarto superiore di detto Palazzo
Sala.
Una boffetta di tavola per uso di mangiare, quadri diversi n. dieci.
Antecamera.
Quadri usati n. tre e non altra.
Camera terza.
Quadri n. quattro nuovi. Tondini indorati n. diecisette. Una
cristalliere guarnita di diverso pezzi di cristalli.
Camera quarta.
Quadri vecchi n. sette. Un stipo di tavole vuoto. E sedie usate n.
dieci.
Stalla.
Un cavallo padre, e non altro.
Rimessa.
Un ingegno per stringere uva.
Cellaro entro il portone.
Botte n. dodeci tra grande e piccole vacue.
Magazzino entro detto portone.
Grano tumula trenta e tt.a venti di fave.
Bassi n. tre pieni di legna.
(ANC. 1329, 1781, 160 -167)
Palazzo Suriano
Insegna : Di verde, a due pali d’argento, ordinati in banda
verso la punta con la fascia in divisa di azzurro, attraversante sul
tutto.
Annibale figlio di Gio Dionisio Suriano e della sua prima moglie
Vittoria Mangione ebbe dal padre il feudo della Garrubba( ANC. 229,
1655, 144). Annibale Suriano abitò in parrocchia di S. Maria
Prothospatariis e si sposò con Luccia de Nobile.
Domenico (seniore) figlio di Annibale (seniore) ereditò, alla morte
del padre avvenuta nel 1669, il feudo della Garrubba. Da Domenico
(seniore) nacquero Antonio, Domenico (iuniore) e Annibale (iuniore).
Il primogenito Antonio abiterà nella casa in parrocchia di S. Maria
Prothospatariis, che fu del suo avo Annibale (ANC. 1330, 1782, 27
-37), subentrerà nel feudo per morte del padre Domenico, avvenuta
nel 1670. Il feudo passò in seguito per rivendica ad Annibale,
figlio di Antonio. Annibale sposò Costanza Sculco, figlia di
Bernardo, barone di Montespinello. Il feudo passò poi ad Anna
Suriano, figlia ed erede di Annibale, per morto di costui avvenuta
nel 1714 (ANC. 659, 1716, 39). Bernardino Suriano, figlio di
Antonio, sposò nel 1719 Anna Suriano (ANC. 707, 1719, 1), figlia di
Annibale Suriano (iuniore), rimasta vedova proprio in quell’anno per
morte improvvisa di Nicolò Berlingieri, figlio di Annibale e Luccia
o Isabella Suriano. La moglie portò in dote una casa palaziata, o
palazzo, nel luogo detto “li rivellini” dove abitava e delle case, o
palazzo, all’incontro la casa palaziata, comprate dal padre dal qm.
Gerolimo Sillani. (Gerolimo Sillano sposato con Giulia Mangione), la
gabella feudale detta La Garrubba, la gabella Desiderio e Paglioniti
un giardino a Gazzaniti, più tutto l’oro, l’argento, mobile di casa
e tutto quello che c’è nel palazzo dove abitava.
Le case, o palazzi, di Annibale Suriano, passati poi in proprietà
della figlia, risultano già esistenti in atto del 1711. Da esso si
apprende che Annibale Suriano possedeva un palazzo situato di fronte
alla casa palaziata di Carlo Sillani e vicina al palazzo di Antonio
del Castillo (ANC. 497, 1711, 1). La casa palaziata dei Sillano
consisteva in cinque membri e tre appartamenti, cioè superiore,
mezzano e basso, cortile, scala di pietra e pozzo ed un casaleno
dentro detto cortile ANC. 497, 1711, 1) essa confinava all’inizio
del Settecento con la casa di Prospero Giaquinta (497, 1701, 11) e
con le case dei figli di Francesco Antonio Lettera (Acta, 136). La
stessa era appartenuta agli eredi del tesoriere della cattedrale Gio
Giacomo Syllano ed era situata nel luogo dove anticamente era “la
judeca” (49, 1610, 42). Poco dopo era divenuta proprietà del Suriano
ed il tutto andò alla figlia.
I coniugi Bernardino e Anna Suriano abitarono in parrocchia di Santa
Maria Prothospatariis nel palazzo, o case, che da Annibale Suriano
erano passate alla figlia, situate vicino al palazzo dei De
Castillo.
Anna Suriano ereditò dal padre Annibale il palazzo, o casa
palaziata, ed alcune case che erano state dei Sillani in Parrocchia
di Santa Maria Prothospatariis. Il palazzo risulta già di sua
proprietà nel 1720, esso confinava con quello di Anna Barricellis,
figlia del qm. Gio. Battista e moglie di Antonio del Castillo (ANC.
660, 1720, 96). Esso consisteva in dieci camere con i loro
rispettivi bassi, portone e scala di pietra ed era stimato del
valore di circa 2000 ducati. Le case che erano state dei Sillano
erano sempre in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis ed erano
confinanti et attaccate alle case che erano state del fu Alfonso
Letterio ed al palazzo dei De Castillo, ed arerano stimate del
valore di circa 600 ducati ( ANC. 1343, 1770, 76 -81).
Bernardino Suriano sul palazzo e su alcune case ereditate dalla
moglie Anna dal padre e su altre da lui acquistate costruì dalle
fondamenta il nuovo palazzo di famiglia poco prima della metà del
Settecento come risulta da una lite che ebbe con i vicini.
Nel 1740 infatti Maria del Castillo, figlia ed erede di Antonio del
Castillo e di Anna Barricellis, proprietaria del palazzo dei De
Castillo intentava causa contro Bernardino Suriano ed il figlio
Raffaele, i quali avevano iniziato la costruzione di un grande
fabbricato che dava fastidio alla sua costruzione. (R.U. Cart. S.
423, 4, fasc. VI -1740).
Il “gran palazzo”, edificato a proprie spese da Bernardino Suriano,
fu innalzato sul suolo ottenuto smantellando completamente il
palazzo o casa palaziata ereditata dalla moglie Anna. Esso fu
inoltre congiunto con “un passaturo” al quarto superiore delle case
che erano state dei Sillano.
Il palazzo ed il feudo della Garrubba alla morte di Anna Suriano,
avvenuta all’inizio del 1770, furono ereditati da Raffaele e
Gabriele Suriano, figli ed eredi di Bernardino ed Anna Suriano.
(ANC. 1343, 1770, 76 -81)
Rimasto a Raffaele, questi si unì con Antonia Suriano. Alla sua
morte avvenuta il 31 luglio 1789, il tutto passò al figlio ed erede
Bernardino, sposato con Saveria Lucifero dei marchesi di
Apriglianello. L’anno dopo, essendo Bernardino morto, ereditò il
figlio di quest’ultimo Fabrizio che si unì con la cugina di primo
grado Eleonora Pelliccia, figlia di Ignazio Pelliccia e Suriano
Elisabetta, quest’ultima a sua volta figlia di Antonia Suriano e
Raffaele Suriano. Il palazzo subì alcuni danni dal terremoto del
1832, infatti in una nota degli oratori domestici o privati in
parrocchia di S. Maria Prothospatariis del 1834 è evidenziato che
nell’oratorio della famiglia del fu Fabrizio Suriano non si celebra
dal 1832 per guasto cagionato dal terremoto (AVC.)
Inventario di parte del palazzo di Anna Suriano fatta dagli eredi
Rafaele e Gabriele Suriano nel 1770.
In primis, nel quarto del palazzo di nostra abitazione, ereditario
del qm. D. Bernardino Suriano fu nostro padre, e propriamente nelle
camere e stanze, ove abbitava d.a qm. D. Anna Suriano nostra madre,
vi sono i seguenti mobili
Nella prima camera. Due arcantarari, seu comò di radice d’oliva,
entro uno dei quali si son trovate le seguenti tre vesti da donna
usate, cioè una di amuerre forastiero di color ammirante, cuscita
all’antica, con guarnizione sopraposta di recamo di seta con fiori
naturali. Altra di velluto cremii di Catanzaro con alamari di
argento, cuscita anche all’antica, ed altra di Amuerre napoletano
condota, di color cinerizio.
Nell’altro comò le seguenti altre robbe : Una veste con gonnellino
di raso forastiero, color blò, imbottite a punto di Marzeglia. Altra
di nobiltà forastiera color nero, due mantisini di detta nobiltà
nera. Tre para di calzette di seta nera, due usate, ed altro nuovo.
Una veste di lutto ed altra di raso d’umenzo nero. Una gonnella di
camerlotto color blò altra dell’istessa robba color cinerizio, altra
di amuerre color cafè ed altra di Amuerre color blò, tutte usate. Un
baguglio con entro : Tre busti di Amuerre color nero usati, scuffie
di commodo n.sei, cioè quattro di merletto, e due di divel di seta
con tre para di manicotti a due registri, usate, un panunzio, e
gonnellino di panno di buffo usato, altri due panunzi di camerlotto
anche usati, cioè uno cinerizio, e l’altro blò: due panunzi e due
gonnellini di tela bianca forastiera ed altretanti di tela fina
nostrale pure usati.
Due quadri grandi con figure della scrittura sacra con cornice
indorata, sei tondini grandi con fiori e paesaggi con cornice
indorata sei sedie di paglia indorate.
In un’altra stanza. Un burò entrovi : selvietti nuovi delli più
fini, che si fanno qui, di quelli chiamati a Piparello n. trentasei,
mezali dell’istessa robba n.tre ed asciuga mano n.sei. Lenzuoli
nuovi di tela fina nostrale di c.a otto carlini la canna para sei,
altri sei para dell’istessa tela usati, e sei para di coscini anche
dell’istessa tela nuovi, ed altretanti usati, cammisce di tela fina
n. ventiquattro, cioè 12 nuove, e dodeci usate, sei altre di tela
forastiera, calzette di filo nuove para otto, ed usate para dieci,
mantisini di tela forastiera n. sei, ed altritanti di tela fina
nostrale usati, falzoletti bianchi di tela forestiera n.sei, ed
altri quattro di musellino mezi muccaturi di d.o musellino n. sei e
di tela forastiera n.otto usati. Zipole bianche di filo n. sei,
muccaturi di seta usati n. sei, ed altritanti di carongo per il
naso, muccatori di seta di conzarto n. sei.
Più un cassone di noce con entro: Due imbottite di caranga nuove,
cioè una con mostra di seta gialla, et altra senza. Quattro coperte
bianche usate, cioè due di cottone di quelle di Tropea ed altre due
più leggiere di filo lavorate, un copertino bianco di lanaso
rostara. Quattro quadri, cioè due più grandi con figure della
scrittura sagra, ed altri due con effigie di santi, pittati in tela,
e con cornice di legno indorato, sei tondini, due specchi di 3 , e
2, con cornice indorata, due boffettine di intaglio indorati con
marmo finto di sopra, sei sedie di paglia indorate. Una braciera di
rame con suo piede di noce. Ed in un’altra camera, e propriamente in
quella ove detta Sog. Anna dormiva. Un baguglio con entro tre
portieri di damasco verde altri tre porteroni per finestre di
amosino verde, ed altri due simili ,posteroni di velo di bombace
tutti usati. Altro bagullo, con entro un tavaniera di seta cruda
usata, una cortina bianca di tela, comesi usa in questa città, con
francia di filo, due coperte dell’istessa robba usate, ed una
coperta di pasta nuova gialla, e verde anche usate.
Più un cassone di noce con entro. Due cortinaggi di portanuova. Uno
color verde ed altro giallo e rosso con due coperte respue. Quattro
portieri di pasta nuova, cioè due giallo e verde, e l’altri due
rosso, e giallo, tutti usati.
Un letto con sua cortina di porta nuova gialla e verde con due
matarazzi di lana e quattro coscini di lana, vestiti d’ordichella,
banchi di ferro. Un’imbottita di carangà con mostre di armosino
verde, due coperte di bombace bianca ed un paro di lenzuoli di vesta
fina, e cosi anche le volte di cuscina tutte usate. Due buffettini
di intaglio indorate con marmo finto sopra, un buroncino pittato
alla chinese, con specchio di sopra. Due specchi piccoli con cornice
indorate quattro quadri pittati in tela con alcune effiggie di
santi, con cornice di legno indorate, sei tondini, otto sedie di
paglia indorate. Una braciera da rame cedro con suo piede di noce.
Più nella setessa stanza si sono ritrovati le seguenti robbe di
Argento cioè un bacile di peso libre tre e mezo, un cadaliere per
uso di oglio piccolo di peso libre quattro, due altri candalieri per
sevo di peso libra uno e meza, quattro posate, anche di arcgento di
peso oncie dieci per ciascuna, una sottocoppa di argento di peso
libre due e mezo, due tabacchiere di argento, una indorata entro e
fuori, e l’altra senza, due ricordini di oror, un paro di gioccagli
di oro piccoli, con una perla, altro fatto a rosetta di piccole
perle. Un paro di paternoster di cocco con picciola medaglia di oro.
Un rosario di radice di rosa fino con medaglietta d’oro. Un adorino
d’argento indorato ed un paro di fibie di argento per scarpe.
Finalmente in un camerino attaccato alla sudetta ultima stanza ove
dormiva la serva addetta al servizio di detta qm. D. Anna vi era :
Un letto con cortina di tela tinta blò, due matarazzi di lana, due
coscina di lana, un paro di lenzuoli di tela, due coperte bianche,
ed una di lana ordinarie tre sedie di paglia usate ed un buffettino
di noce usato.
Palazzo Gallucci
Giovanni Galluzzo, nativo di Santa Severina, alla metà del
Seicento venne ad abitare a Crotone e prese dimora in alcune case
confinanti via mediante col monastero di Santa Chiara (ANC.253,1663,
16 ; 334,1672,33 ; Acta 132 ; 497, 27.8.1711).
Nel 1685 lasciò per testamento un legato di ducati 500 con l’onere
per i suoi eredi di fondare una cappellania dentro la sua cappella
dedicata a Sant’Antonio Abate, che era stata della famiglia Ormazza,
situata dentro la cattedrale di Crotone. (La disposizione
testamentaria verrà eseguita dal canonico Giuseppe e Francesco
Gallucci, eredi e successori dell’avo paterno, i quali nel 1730
fonderanno nella cappella una cappellania sotto il titolo della
Madonna del Carmine e Sant’Antonio Abate come è il quadro della
cappella e l’altare).
Due anni dopo gli eredi Prospero ed i chierici Domenico ed Antonio
Gallucci aumenteranno le proprietà e la loro posizione sociale,
comperando da Annibale e Domenico Suriano il territorio il Fellà per
ducati 3900 (ANC. 1330, 1782,27 -37). L’ascesa sociale è resa
evidente dalla trasformazione delle case dei Gallucci in un moderno
palazzo, che alla fine del Seicento è abitato dal figlio ed erede
Antonio, dalla moglie Antonia Carriglio e dai loro sette figli, due
maschi e cinque femmine.
Isolato da tutti e quattro i lati, il palazzo, con magazzino e
vaglio, sorge in parrocchia di Santa Margarita vicino al cavaliero e
di fronte alla nuova chiesa di San Giuseppe e presso un magazzino di
proprietà del seminario, che prima era stato la chiesa del
domenicani.
Con testamento del 27 agosto 1711 Antonio Gallucci lasciava erede
delle sue proprietà il figlio Francesco, sotto la tutela della
moglie Antonia Carriglio, mentre l’altro figlio Giuseppe era stato
avviato alla carriera ecclesiastica ; lo stesso era stato stabilito
per le cinque figlie che dovevano essere monacate fornendo a loro
dote spirituale e vitalizio (ANC. 497, 1711 ; 664, 1733, 54v - 55).
Tra queste ultime vi è suor Maria Angelica Gallucci, al secolo
Vittoria, che entrerà nel monastero di Santa Chiara di Crotone e
darà la professione nel 1724. (Essa è ricordata nel 1774 come
badessa in una epigrafe della chiesa di Santa Chiara) (ANC. 662,
1724, 141 - 143).
Nel 1730 Francesco ed il fratello, il canonico Giuseppe, rendono
esecutive le disposizioni testamentarie del nonno paterno Giovanni,
e con il legato di ducati 500 aumentano il beneficio della famiglia
Gallucci fondando una cappellania sotto il titolo della Madonna del
Carmine e Sant’Antonio Abate. Nel 1735, dopo l’arrivo dei Borboni,
Francesco entrò a far parte del sedile di San Dionigi di Crotone,
divenendo così patrizio crotonese. Francesco Gallucci sposò Teresa
Suriano (ANC. 1266, 1753, 103) fu padre e curatore del chierico
Antonio (che fu erede universale e particolare anche dello zio il
canonico Giuseppe Gallucci) dei sacerdoti Prospero e Carlo, del
gesuita Raffaele, del chierico Giovanni e di Nicola.
Nicola Gallucci, fin da giovane chierico beneficiato del semplice
beneficio sotto il titolo dell’Immacolata Concezione della famiglia
Vezza, eretto dentro la cattedrale (ANC. 911, 1741, 18), subentrerà
al padre, morto prima del marzo 1753, e sposerà nel 1753 Rosa del
Castillo, figlia di Michele del Castillo, il quale aveva avuto nel
1724 la promessa dalla madre Anna Barricellis, che aveva sposato
Antonio del Castillo, di succedere alla sua morte nel feudo rustico
di Carbonara o Sacchetta. (La stessa madre nel 1748 tenterà la
revoca della donazione, perché si era “dimostrato et sperimentato
dissubediente et ingrato et indegno di detta donatione”) (ANC. 667,
1748, 207-208)
Con la morte del padre Michele, avvenuta il 25 dicembre 1758, Rosa
del Castillo entrò in possesso nel 1760 del feudo di Carbonara o
Sacchetta e alla sua morte avvenuta il 13 gennaio 1776, il feudo
passò al figlio Francesco Gallucci, unico figlio maschio di Rosa del
Castillo e di Nicola Gallucci.

