[Dalla casa palaziata dei Suriano Ralles al palazzo dei Manfredi che ospitò l’ospedale regio]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 29/1999)
Le case che erano state di Scipione Suriano
Ralles passarono ai figli ed eredi Diego e Felice. Durante il
periodo in cui essi furono sotto la tutela di Gio. Battista Suriano,
situazione che si prolungò fino all’inizio del 1668, parte dei beni
lasciati in eredità furono utilizzati per completare la costruzione
delle case patrimoniali, che erano situate vicino la chiesa
cattedrale. Ciò fu necessario e stimato “più espediente di
qualsivoglia altro impiego per non perdersi li materiali che lasciò
detto Scipione e perché altrimenti restando scoperte et senz’altre
commodità o sarebbero ruinate o si sarebbero rese inabitabili”1 . La
nuova costruzione, dei Suriano Ralles era situata in parrocchia di
San Pietro, tra il palazzo in costruzione di Alessandro Albani e la
cattedrale2. Essa da Vittoria Suriano Ralles pervenne a Muzio
Manfredi; già da allora sull’edificio l’arciprete della cattedrale
di Crotone esigeva un annuo canone di carlini 12. Questo onere
rimarrà infisso sul bene per tutto il Settecento3.
La casata dei Manfredi
L’attaccamento alla causa popolare dei Manfredi è evidente per
tutto il Seicento. Fabrizio Manfredi, dottore di entrambi i diritti
e patrizio della città di Crotone, raccolse e mise in forma scritta
dieci delle consuetudini crotonesi ancora osservate e valide . Nel
1647 il sindaco dei nobili di Crotone fu accusato di complicità nel
suo omicidio ( Spadaro C. M., Fonti per la storia della Calabria
nell’Archivio di Stato di Napoli, in Calabria Sconosciuta n. 48,
1990, p. 80) Mutio Manfredi fu sindaco del popolo nel (1656)/1657
(ANC. 229, 1657, 47) e Lucantonio Manfredi canonico (229, 1657, 69).
I Manfredi faranno parte delle famiglie del popolo (Famiglie nobili:
Barricellis, Berlingieri, Catizone, Labrutis, Lucifero, Presterà,
Pelusio, Syllano e Suriano. Famiglie del popolo: Basoino, De Vite,
Galatio, Manfredi, Petrolillo, Scarnera, Varano e Ventura (Provv.
Caut. vol. 258, 1685, ff. 138 – 146, ASN)
Alla fine del Seicento troviamo i canonici Lelio ed Antonio
Manfredi, fratelli del Monte dell’Operarii Pii (312, 1664, 32), il
chierico Fabrizio Manfredi (253, 1671, 185), sostituto vicesecreto
(253, 1674, 33) ed eletto del popolo (334, 1675, 13, 44), nel 1647
abitava in parrocchia di S. Pietro presso le case di Gio. Dionisio
Suriano 229, 1655, 143) era proprietario di un magazzino presso la
chiesa di Sant’Antonio, vicino a quello di Gio. Petro Presterà.
Fabrizio morì prima del 1701 (497, 1701, 54).
Il capitano Muzio Manfredi
All’inizio del Settecento il capitano delle regie artiglierie
della città, Mutio Manfredi, possedeva le gabelle la Cattiva, il
Brasimatello e la Marina del Comune, una vigna, una bottega in
piazza Lorda e dei magazzini fuori mura dietro la chiesa di
Sant’Antonio Abate. Egli abitava nelle sue case situate, vie
pubbliche mediante, tra la cattedrale ed il palazzo di Annibale
Albani4. Sotto la sua abitazione si apriva un magazzino, dove
esercitava il vinaro Vitaliano Zaneli5. Mutio ricoprì la carica di
sindaco del popolo nel 1705, sposò dapprima Rosa Anania che gli
dette i figli Filippo, Carlo e Marco e, morta la moglie, si risposò
con Anna di Paula dalla quale nacquero Giovanni e Giuseppe6.
Le case ed i fondi passarono alla morte di Mutio, avvenuta nel
17327, ai figli. Il sacerdote Filippo, essendo gli altri fratelli di
minore età, divenne tutore e curatore. Dapprima il patrimonio rimase
unito, poi fu ripartito. Il palazzo fu diviso tra i fratelli. A
Marco andò una casa con bottega sotto, situata in piazza Lorda. A
Filippo la gabella detta la Manca di Manfredi ed una casa, che si
affacciava al palazzo del signor Dionisio Galasso, che era attaccato
alla cattedrale . A Filippo e Giovanni la chiusa o giardino con
terre ortalizie, terre vacue, vigne e torre di fabbrica8. A Carlo
alcuni vignali, una casa e delle botteghe.
Il sacerdote Filippo, per far fronte ai debiti ereditati, già nel
1732 era costretto a vendere ai coniugi Antonio Ferrazzo e Carmena
Stricagnolo una casa9 . Egli nel 1741conservava ancora il giardino e
le terre10.
I fratelli Manfredi
Nel 1736 Filippo, Carlo, Marco “ed altri fratelli di Manfreda”,
figli ed eredi di Muzio, poiché l’eredità paterna risultava molto
gravata di debiti, dovuti ad alcune persone di Cutro per il prestito
di grossi capitali, dai quali erano nate somme di annualità non
soddisfatte, anche a causa di alcune annate sterili e dalla
diminuzione degli affitti dei terreni, e poiché Marco aveva deciso
di intraprendere la carriera militare e doveva perciò recarsi a
Napoli e non aveva “vestito decorato né tampoco danaro contante per
il mantenimento di sua persona”, decidevano di vendere ad Antonio
Micilotto una vigna in località Lamposa con torre di fabrica,
cisterna, parmento murato ed altri commodità di pezze sei di viti
fruttiferi, alberi fruttiferi, terreno libero e chiusura11.
Nonostante queste vendite i Manfreda nel 1743, al tempo della
compilazione del Catasto Onciario, conservavano ancora buona parte
dei beni ereditati.
Il nobile vivente Marco Manfreda di 25 anni, descritto come “uomo
probo di buona vita e fama indole e costume, ricco e facoltoso”12, è
sposato con Teresa Messina di 22 anni. Ha due figlie, Rosa di 3 anni
e Isabella di due. Egli vive assieme al fratello consanguineo
Giovanni di 19 anni di età. Non abita nel palazzo paterno ma nella
casa dotale in parrocchia di Santa Veneranda e possiede i due
territori Li Virdogni e La Conicella. Affitta due quarti del palazzo
paterno, la parte che gli spetta per eredità e l’altra donatagli dal
fratello Giovanni, cioè “la porzione al medesimo spettante sopra il
palazzo ereditario del loro comune padre il quarto di mezzo di d.o
palazzo e le due camere che hanno l’uscita, una dentro il cortile e
l’altra alla strada, e più un magazzino sotto l’istesso palazzo
coll’uscita avanti la porta piccola della chiesa cattedrale, quali
membri tiene affittati a diverse persone per la somma di annui
ducati 42”. Egli paga ancora ogni anno all’arciprete i 12 carlini
sul palazzo ed al sacerdote Gio. Gregorio di Majda di Cutro ducati
6, per la sua rata, mentre altre quote devono pagarle i fratelli 13.
Il sacerdote Filippo Manfreda, di anni 33, abita nel palazzo paterno
e possiede una chiusura con giardino, vigne, terre seminate di
tomolate 16 ed il territorio la Manca di Manfredi di tomolate 28.
Egli paga annui ducati 6 di una rata per il censo dovuto a D.
Gregorio Majda di Cutro ed altri duc. 12 annui per un capitale di
ducati 200 che deve al convento dell’ospedale14. Infine il nobile
vivente Carlo Manfredi, clerico e celibe di 25 anni, abita nel
quarto superiore del palazzo assieme alla schiava Catarina Manfreda
di 70 anni e alla serva Catarina Faragò di 35 anni. Possiede due
botteghe in piazza Lorda, una casa ed una camera attaccate al
palazzo dove abita, una chiusa con vigna e tre vignali. Affitta
alcune camere, del quarto che gli spetta, ricavandone ducati 8
all’anno. Paga un vitalizio di ducati 10 annui ad Alessandro
Manfredi, religioso dei minimi, ed annui ducati 12 a Gio. Gregorio
di Majda di Cutro15.
Da quanto si ricava dal catasto Filippo e Carlo abitavano nel
palazzo paterno, mentre la parte spettante ai fratelli Marco e
Giovanni era data in fitto.
L’anno dopo Filippo, Marco e Giovanni Manfreda “per le loro urgenze”
devono prendere in prestito dal capitolo della cattedrale un
capitale di ducati 450 al 5 e mezzo per cento, impegnandosi a pagare
annualmente ducati 24 e grana 75 ed ipotecando tutti i loro beni16.
Il prestito fu utilizzato parte da Filippo (ducati 200) e parte da
tutti e tre i fratelli (duc. 250). Sei anni dopo, nel 1750, volendo
togliere l’ipoteca dai loro beni i Manfreda decisero di ritornare il
denaro. Non avendo liquido a disposizione, il canonico Filippo
ottenne un prestito di ducati 283, con annuo censo di ducati 14 e
grana 15, dal Monte dei Morti dell’Anime del Purgatorio; Marco e
Giovanni si rivolsero invece al seminario ottenendo un prestito di
ducati 20017. Allora il palazzo dei Manfreda era situato vicino alla
chiesa cattedrale e confinava stretto mediante col palazzo dei
Signori Albani ed era attaccato ad altre casette ed ad un’altra casa
locanda appartenente a Filippo Manfredi che affacciava al palazzo
del signor Dionisio Galasso, che era attaccato alla cattedrale18.
Nella seconda metà del Settecento le fortune dei Manfredi
declinarono.
Il canonico Filippo continuò ad ipotecare i suoi beni. Così nel 1759
e nel 1761 si fece imprestare somme per il valore complessivo di
ducati 300 al 5% dal decano Felice Messina19.
L’ospedale regio
Pochi anni dopo con l’inizio dei lavori di costruzione del nuovo
porto veniva istituito un ospedale regio, esso 1764 è già esistente.
Infatti il 13 dicembre di quell’anno, Pietro Bova originario di
Aversa ma da più tempo abitante a Crotone con l’impiego di
assentista del regio ospedale dei militari, faceva testamento nella
casa palaziata dove abitava in affitto, che apparteneva al canonico
Filippo Manfreda e confinava col palazzo dei Manfreda20. Morto il
Bova, nel mese di febbraio 1765 veniva compilato un inventario
dell’ospedale. Esso era commissionato da Antonio Maria di Lauro,
assentista generale dei regi ospedali del regno, all’incaricato
Giuseppe Grasso ed al controllore del regio ospedale di Crotone
Gregorio Cannoniere. Da esso possiamo farci un’idea della
consistenza di questa struttura: “Lenzuoli usati n. 71. Più altri
lenzuoli nel n. 88, sistenti sopra li letti dell’infermi, ed
infermieri, in tutto n. 159.- Matarazzi di lana usati n. 14. Più
altri quaranta esistenti nelli letti dell’infermi. Più altri sei
tutti usati. In tutto d.i matarazzi di lana sono n. 60 tutt’usati.
Capezzali seu cuscini di lana usati n. 69. Voltame di coscini usate
n. 83. Schiavoni, seu coperte di lana usate, incluse quelle, che
esistono sopra li letti dell’infermi n.21. Mante di lana bianche,
incluse quelle esistenti sopra li letti dell’infermi e
dell’infermieri n. 44. Cappotti vecchi n.6. Pagliacci tra vecchi ,
ed usati esistenti nelli letti dell’infermi n. 76. Lettiere di due e
tre tavole per ciascheduna d’esse n. 57 tra sciolte ed esistenti
sotto l’infermi. Cammiscie usate e vecchie n. 73. Selvietti
esistenti in guarda robba ed in potere dell’ammalati, tra vecchi ed
usati n. 59. Coppole di tela vecchie ed usate n. 56.Quali mobili
esistono tanto del d.o guardarobba che nelle camere d’esso spedale.
Cucina*: Marmitte di rame colli coperchi n. 2, cioè una grande e
l’altra piccola. Pignata di rame n. 1. Coppi di rame, uno grande e
l’altro piccolo n. 2. Un stagnato di rame usato. Una cocchiara di
ferro. Un caccia carne. Una paletta di ferro. Una forcina grande di
ferro. Due graticole di ferro. Due trepie di ferro, uno grande e
l’0altro piccolo, a triangolo un altro piccolo. Un bilancione
piccolo con coppo di ferro. Una bilancetta per uso di cucina, col
marchio d’incie nove e mezo. Un mortaro piccolo di marmo. Un
marrazzo. Un coltello di cucina. Una frissura di ferro per il fuoco.
Una giarra grande per uso d’acqua. Piattini piccoli di creta n. 218.
Una siringa di stagno usata.Tavoletti per metterci i bocali n. 19.
Bocali di creta n. 53. Scope n. 50. Lampade di vetro n. 13. Un
lampione piccolo per la scala. Sale in pietra rot. 25. Fiaschi di
vetro di caraffe 12 l’uno n. 2. Grattacascio di landa una. E
finalmente in un basso di d.o ospedale some di zopponi di somarro n.
15”21. L’ospedale regio si dedicherà alla cura dei militari e dei
forzati, addetti alla costruzione del porto. Esso era situato vicino
alla cattedrale nel quarto inferiore del palazzo del signor
Manfredi22. Era governato dal castellano e prestava assistenza
spirituale un cappellano regio scelto dal cappellano maggiore23
Dai Manfreda ai Cavaliere
Le figlie di Marco Manfredi, Rosa ed Isabella, ereditarono i
beni paterni e quelli dello zio Filippo, con gli oneri annessi24.
Isabella, figlia di Marco Manfredi e di Teresa Messina si unì con
Francesco Antonio Cavaliere, il quale nel 1793 risulta vedovo e
vivente con i figli Marco di 29 anni e Filippo sacerdote di 26 anni.
Egli possiede, come marito e legittimo amministratore della deceduta
moglie, la gabella La Conicella, una camera con sotto una bottega
per taverna e, la metà del quarto di sopra del palazzo, che era
stato del fu Giovanni Manfreda, solito ad affittare. E proprietario
della gabella “La Manca di Manfreda”, dei due vignali “Li
Miniglieri” e “Li Borlogni”, della chiusa detta di Manfreda, di una
vigna unita alla chiusa. Inoltre affitta una bottega situata nel
cantone del palazzo, detto di Manfreda. Paga ancora all’arciprete un
terzo dei pesi che gravano sul palazzo (grana 40)25. All’inizio
dell’Ottocento l’ospedale regio venne meno. Un dispaccio reale,
datato 15 febbraio 1800, aboliva l’ospedale militare e stabiliva le
norme che si dovevano osservare per la ricezione dei militari
infermi negli ospedali civici26.
Gran parte del palazzo durante l’Ottocento rimase di proprietà della
famiglia Cavaliere.
Note
1. ANC. 253, 1671, 8-9.
2. ANC. 253, 1672, 30.
1. Acta cit., f. 137v.
2. Anselmus cit., ff. 38, 40,52 sgg.
3. ANC. 665, 1736, 8v-10.
4. ANC. 1063, 1750, 24.
5. ANC. 611, 1711, 77-79.
6. La casa venduta per duc. 92 era situata in parrocchia di S.
Veneranda e confinava con le case di Carlo Bertuccia e di Gio.
Domenico Tramonte, ANC. 665, 1738, 135.
7. Il 5 gennaio 1732 Mutio Manfredi vende ad Ignazio Coccari un
magazzino fuori le mura della città dietro la chiesa di Sant’Antonio
Abbate, ANC. 664, 1732, 7v-9.
8. Nel 1741 Filippo Manfredi fa una finta donazione in favore del
notaio Pelio Tirioli del giardino detto di Manfredi consistente in
torre, giardinello murato, terre libere ad uso di semina, terre per
uso di orto, puzzo, pila e tre pezze di vigna , confinante con le
terre e giardino del Signor Aragona, la manca di detto Filippo, la
vigna di Carlo Manfredi e dalla parte di sotto le terre dette le
cerze, ANC. 981, 1741, 5-9.
9. La vigna viene venduta per duc. 310, duc. 120 vengono dati a
Marco e col rimanente vengono pagati parte dei debiti, ANC. 665,
1736, 9-10.
10. ANC. 1063, 1743, 35.
11. Catasto Onciario Cotrone, 1743, ff. 157, 209.
12. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f.198.
13. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f.41.
14. I ducati 450 era pervenuti al Capitolo dall’affrancazione fatta
da Domenico Aniello Farina e si trovavano nella Cassa dei depositi,
conservata dentro il monastero di Santa Chiara, ANC. 912, 1744, 67.
15. Nel 1752 Marco libera il fratello Giovanni da ogni
responsabilità nei confronti del seminario, ANC. 855, 1752, 141.
Giovanni Manfreda fu sindaco del popolo nel 1770/1771, ANC. 1325,
1771, 118.
16. ANC. 1063, 1750, 23 - 24.
17. ANC. 917, 1770, 57 –58.
18. ANC. 916, 1764, 161v.
19. ANC. 1128, 1765, 36 –38
20. ANC. 1328, 1779, 52V.
21. Nel 1777 era castellano Giuseppe Fiozzi e cappellano Vincenzo
Smerz, Nota delle chiese cit.
22. Il decano Messina vendette nel 1770 al seminario i ducati 300 al
5%, i cui annui canoni erano allora pagati ora le eredi di canonico
Filippo, cioè le nipoti Isabella e Rosa Manfredi, ANC. 917, 1770, 57
–58.
23. Catasto Onciario Cotrone, 1793, ff 67v- 68.
24. Lucifero A., Cotrone dal 1800 al 1808, Cotrone 1922-24, pp.13
–14.

