[Il palazzo dei Messina di fronte alle mura]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 13/2001)
Luca Messina abitava in casa propria in
parrocchia di Santa Veneranda, che confinava con la casa di Lucrezia
Messina1. Egli risulta legato da vincoli di parentela con la
famiglia Mazzulla. Per tale legame ereditò il diritto alla nomina ed
alla presentazione del rettore del beneficio dei Mazzulla sotto il
titolo di San Michele Arcangelo in Cattedrale, che amministrava
anche il monte di maritaggi dei Mazzulla. Il diritto sarà
contrastato dalla mensa vescovile. Il vescovo di Crotone Marco Rama,
rifacendosi anche agli atti di un processo celebrato nel 1699 in
curia vescovile, non riconosceva infatti a Luca Messina la piena
proprietà del beneficio ed affermava che dopo la morte del
beneficiato la collazione e la presentazione del beneficio sarebbero
appartenute alla curia vescovile. Anche per tale motivo il 5 aprile
1702 il papa Clemente XI inviava un breve all’arcivescovo di S.
Severina ed ai vescovi di Crotone e di Strongoli affinché fosse
restituito a Luca Messina ogni bene, che gli spettava di diritto
dell’eredità del sacerdote Felice Mazzulla2. Tra i figli di Luca
Messina sono ricordati Salvatore, Epifanio e Caterina. I primi due
ereditarono i beni e le prerogative paterni, Caterina andò sposa a
Fabio Ferraro3.
Dalla casa al palazzo
Il chierico Salvatore de Messina, figlio ed erede del padre
Luca, fu rettore del beneficio di iuspatronato della famiglia
Mazzulla senza altare e cappella in cattedrale sotto il titolo di
San Michele Arcangelo, perciò egli resse anche l’amministrazione del
monte de’ maritaggi detto di Gio. Francesco Mazzulla4. Alla fine del
Seicento egli ne è in possesso. Le cariche passeranno, dopo un
periodo in cui furono oggetto di contrasto5, al fratello, il
chierico e poi sacerdote Epifanio, che le amministrerà per molti
anni6. Salvatore Messina esercitò in seguito l’ufficio di regio
vicesecreto del regio fondaco e dogana di Crotone. Possedeva,
assieme al fratello Epifanio, la casa paterna, situata in parrocchia
di Santa Veneranda, e delle vigne con un giardino vicino al Ponte di
Esaro7. Accumulò una discreta ricchezza ed assunse un certo
prestigio sociale, evidenziati dall’ampliamento delle sue proprietà
nel luogo detto “il Ponte dell’Acqua”, con l’acquisto nel 1715 dal
parroco Natale La Piccola di una vigna con due vignali uniti “con
più e diversi alberi fruttiferi viti, casella, vaglio di fabrica,
pozzo, chiusura, e fosse, seu conserve da metter biade”8 e due anni
dopo con la compera di uno schiavo9. Fu in questi primi anni del
Settecento che, per opera di Salvatore Messina e del suo congiunto,
il canonico di S. Sofia Domenico Messina10, la casa assunse la forma
di palazzo con l’acquisizione di alcune case vicine. Testimonia
questa espansione l’acquisto compiuto nel settembre 1716 della
confinante casa dei fratelli Biondi, eredi di Isabella Corea. La
casa, composta da un alto ed un basso, confinava con la casa dei
Messina e le case di Gio. Paolo Coronea11.
Da Salvatore a Luca Messina
Salvatore Messina morì in giovane età. Poco prima di morire, nel
1721 aveva venduto ad Anna Suriano i terreni comprati dal parroco La
Piccola12, che erano stati valorizzati da Domenico Suriano, di cui
probabilmente era prestanome13. Lasciò numerosi figli: Luca, Carlo,
Giuseppe, Francesco, Gio. Domenico, Teresa, Aloisia e Bettuzza o
Elisabetta.
Elisabetta e Aloisia, o Luisa, presero la via del monastero. Gio.
Domenico vestì l’abito certosino e Giuseppe divenne sacerdote.
Il 9 aprile 1732 con atto del notaio Pelio Tiriolo il sacerdote
secolare Epifanio de Messina , fratello del fu Salvatore de Messina,
e tutore e pro tempore curatore dei minori Luca , Teresa, Aloisia,
Giuseppe, Bettuzza, Carlo, Francesco e Gio. Domenico de Messina,
figli ed eredi di Salvatore Messina, a nome proprio e dei pupilli
chiese un prestito per poter completare le doti spirituali di
Elisabetta ed Aloisia de Messina, che stavano per finire l’anno di
noviziato e prendere il velo nel monastero di Santa Maria Maddalena
di Squillace. Il prestito ascendeva a 260 ducati e fu concesso da
Matteo Pipino, in qualità di procuratore del Capitolo della
cattedrale di Crotone. Il Messina si impegnò a pagare al Capitolo un
annuo censo di ducati 15 e tari 3 (6% sul capitale), gravando le
proprietà sue e dei figli ed eredi di Salvatore Messina, che erano
costituite da una continenza di vigne e terre vacue, torre, e pozzo
per uso di sena alborato con alberi e viti fruttiferi e dal palazzo
di abitazione, composto da “più e diverse camere superiori et
inferiori, loggetta di fabrica, astrachello, et altre commodità”.
L’edificio è descritto situato in parrocchia delle Sante Veneranda
ed Anastasia e confinante con le case a suo tempo possedute da
Lucrezia Messina, ora del capo artigliere della città e castello di
Crotone Diego Massa, e con la casa che era stata di Gio. Paolo
Coronea. Esso inoltre si affacciava in “frontespitio alle muraglie e
al regio castello della città14.
L’atto sarà ratificato, una volta maggiorenni, da Giuseppe, Luca e
dagli altri fratelli De Messina nel 174315.
Allora i figli ed eredi di Salvatore Messina abitavano ancora nel
palazzo, che era stato del padre, in parrocchia di Santa Veneranda e
Anastasia. Esso confinava con la casa palaziata, che da Diego Massa
era pervenuta ad Ippolita Massa, moglie di Pietro Asturelli, il
quale l’aveva venduta nel 1742 a Felice Cavaliere, che a sua volta
nello stesso anno l’aveva donata al fratello, il massaro Gasparo
Cavaliere, sposato con Antonia di Perri16.
Dal catasto onciario della città di Cotrone, formato in quell’anno
1743, risulta che il palazzo dei Messina in parrocchia di Santa
Veneranda e Anastasia era abitato dal trentatreenne nobile vivente
Luca Messina , uno dei figli ed eredi di Salvatore Messina, dalla
moglie ventitreenne Antonia Mirielli e dai loro figli Salvatore di
tre anni e Francesco Saverio di due. Nello stesso palazzo avevano
dimora anche i fratelli di Luca, cioè il sacerdote Giuseppe di 27
anni, lo scolaro Francesco di 21 anni ed il novizio dell’ordine
certosino Gio. Domenico Messina. Sempre dal catasto veniamo a
conoscenza che Luca Messina abitava in casa propria e conservava la
chiusura di vigne nel luogo detto il Ponte17.
Poco prima della metà del Settecento l’area cominciò a mutare
aspetto per la costruzione e l’espansione di alcuni vicini palazzi.
Per tale motivo il palazzo dei Messina venne a confinare stretto
mediante con la casa portata in dote da Minerva Letterio al “mastro
sartore” Francesco Maccarrone, che stretto mediante confinava con il
palazzo che stava costruendo il mercante di Antonio Grasso.
Quest’ultimo aveva sposato Rosolia Cavaliere ed aveva cominciato ad
allargare la sua dimora al largo del castello, acquisendo alcune
piccole casette vicine18.
Gli eredi di Luca Messina
Nel 1758 viveva ancora il sacerdote secolare Epifanio Messina
mentre per morte di Luca Messina i beni, cioè il palazzo e la vigna,
erano passati alla vedova ed ai suoi figli. Il palazzo, come anche
la vigna, appartenenti a Epifanio ed ai figli ed eredi di Luca
Messina erano ancora gravati dal vecchio censo annuo di ducati 15 e
grana 60, dovuti al Capitolo19. Sempre in tali anni la case dei
figli ed eredi di Salvatore Messina confinavano stretto mediante con
la casa dotale di Minerva Letterio, vedova di Francesco
Maccarrone20, ed il palazzo ed alcune casette di Antonio Grasso che
erano presso il largo del castello21.
Nel 1768 venivano rogati alcuni atti presso il notaio di Crotone
Nicola Rotella tra Giuseppe Grasso da una parte e dall’altra il
sacerdote Epifanio Messina, erede del padre Luca, il nipote
Francesco Messina, erede del padre Salvatore, e Antonia Mirielli,
vedova di Luca Messina; quest’ultima con i figli Anna, il suddiacono
Salvatore e Saverio.
Il Grasso, che vuole inglobare nel suo palazzo, elevandole, alcune
sue casette, si accorda con i vicini: gli eredi Messina.
Quest’ultimi sono proprietari, per le loro rispettive porzioni, del
vicino palazzo, situato in parrocchia di Santa Veneranda e
Anastasia, confinante con le case dell’eredi del fu Gaspare
Cavaliere e “di rimpetto alli regi muri, e d’un lato di rimpetto al
palazzo del signor Giuseppe Grasso”. Poiché tra il palazzo dei
Messina ed il palazzo del Grasso “li tramezza un spiazzo con alcune
casette di esso Sig. Grasso”, volendo il Grasso fabbricare nello
spiazzo e riedificare le sue casette, elevarle e poi unirle al suo
palazzo, “in eguale altezza del medesimo, o più a sua disposizione”,
ciò recherebbe pregiudizio al palazzo dei Messina, “occupandoli il
lume ed aria d’una finestra e d’un balcone di ferro”. Per tale
motivo egli chiede la cessione di questa servitù ai vicini.
I Messina acconsentono alla richieste del Grasso, anche perché
costui si è dimostrato in varie occasioni loro benefattore. Essi gli
cedono perciò la servitù richiesta, con alcune condizioni, e cioè di
lasciare “libera la fenestra del portone, seu loggia, e tirare le
fabriche a dirittura della medesima fino al cantone di quella… e
lasciare quel vicolo della larghezza, che si attrova, ed anche della
stessa larghezza lasciare il vicolo alle fabriche di detto spiazzo
faciende” ed acconsentono “anco che con dette nuove fabriche
faciende si venisse al loro palazzo impedire in qualunque modo, o
maniera la veduta di mare, monti, o altro, o impedire il lume alla
fenestra e balcone di sopra descritti, e di farci quelle fenestre
che li piacerà, anco che non ci fusse la dovuta distanza dalla Legge
prescritta, dovendovi lasciare quel vicolo della larghezza, che si
attrova, ed anche della stessa larghezza lasciare il vicolo alle
fabbriche di d.o spazio faciende, e non più del medesimo”. Il Grasso
potrà così costruire come vorrà ed impedire la veduta del mare e dei
monti e fare quelle finestre che gli piacerà, il tutto però dopo
aver sborsato ducati 40 al sacerdote secolare Epifanio Messina ed
Giuseppe , figlio ed erede di Luca, ed altri ducati 70 alla vedova
Antonia Mirielli, vedova di Luca Messina, ed ai suoi figli Anna, il
suddiacono Salvatore e Saverio 22.
Dai Messina ai Lucifero
Sui beni dei Messina gravava ancora il vecchio censo dovuto al
Capitolo per il capitale di ducati 260 concessi fin dal 1732, anche
se il tasso era sceso dal sei al cinque per cento. In seguito il
censo passerà assieme alla vigna a Raffaele Suriano23. Dal catasto
onciario di Cotrone del 1793 risulta che il venticinquenne nobile
vivente Vincenzo Messina abitava nel suo palazzo, del quale ne
locava due quarti. Dava in fitto anche una casa con una casetta
attaccata situata in parrocchia di Santa Veneranda e confinante con
la casa di Giuseppe Cavaliere. Possedeva inoltre un’altra casa,
comprata dal fu Carmine Montefusco24. Nella prima metà
dell’Ottocento il palazzo dei Messina passò ai Lucifero. Alla metà
di quel secolo il palazzo con tale nome si affaccia alle mura della
città tra il palazzo Zurlo Soda e quello detto di Cosentino, vicino
alla porta del castello (1868). Esso risulta la dimora del marchese
Antonio Lucifero (1830 – 1899), figlio di Alfonso, il quale sposò
Teresa Capocchiani e fu tra l’altro ispettore degli scavi di
antichità (1881). Ad Antonio seguì il figlio Armando (1855 – 1933),
che lo abitò in via Risorgimento.
Note
1. All’inizio del Settecento la casa apparteneva a Lucrezia
Messina, nel 1720 era di Diego Massa, Acta cit., 146v; Anselmus
cit., 39v.
2. Russo F., Regesto, IX, (49664a)
3. ANC. 333, 1672, 25v.
4. Il 25 ottobre 1655 il sacerdote Gio, Francesco Mazzulla istituiva
un monte di maritaggi a favore dei discendenti sia di linea maschile
che femminile del padre Marcello Mazzulla. Il monte aveva il compito
di dotare una ragazza, o aiutare negli studi un ragazzo, discendente
dalle famiglie Mazzulla e Messina. Il ministro del monte doveva
essere il rettore del beneficio di San Michele Arcangelo dei
Mazzulla in cattedrale, ANC. 229, 1655, 182-185; Acta, ff. 37v-38r,
63.
5. Nel gennaio 1713 il canonico Raimondo Torromino è economo del
monte de maritaggi della famiglia Mazzulla per decreto della Curia
Capitolare, ANC. 611, 1713, 5.
6. Nel 1756 il sacerdote Epifanio Messina è ancora rettore del Monte
di maritaggi Mazzulla e del Beneficio di S. Michele Arcangelo della
famiglia Mazzulla, ANC. 1267, 1756, 10. Nel 1777 è rettore del monte
il sacerdote Giacinto Messina, Elenco luoghi pii cit.
7. Anselmus cit., 73.
8. Il 13 giugno 1715 Salvatore Messina compera dal parroco Michele
La Piccola una vigna con due vignali per ducati 710. La somma fu
versata in parte, per la rimanente il Messina si impegnò a pagare un
annuo censo di ducati 16 e grana 72 su un capitale di ducati 277,
ANC. 659, 1715, 43-45.
9. ANC. 659, 1717, 56.
10. La sorella del canonico Domenico Messina, Maria Messina, aveva
sposato Luciano Mazzulla, ANC. 612, 1717, 74.
11. Il 16 settembre 1716 Elisabetta Biondo ed il fratello Andrea,
figli ed eredi di Isabella Corea, vendono una casa situata in
parrocchia di Santa Veneranda al canonico Domenico Messina, ANC.
612, 1716, 132.
12. Nel 1721 Anna Suriano compra da Salvatore Messina la vigna, il
vignale, giardino, fossi, chiusura e torre nel luogo detto il Ponte
d’Acqua per ducati 1033, ANC. 661, 1721, 84.
13. Domenico Suriano dichiara che il giardino e vigne, comprati da
Salvatore Messina dal parroco La Piccola, sono di proprietà del solo
Salvatore Messina, anche se a suo nome furono fatti in dette vigne e
giardino “ avanzi con piante di vigne, alberi, e fabriche nella
torre, che trovavasi principiata”, ANC. 666, 1721, 37 –38.
14. ANC. 664, 1732, 90-92.
15. Platea del Capitolo, 1743, f.4v, AVC.
16. Felice Cavaliero compra da Ippolita Massa, moglie di Pietro
Asturelli, una casa palaziata in parrocchia di Santa Veneranda e
Anastasia confinante con quella dei figli ed eredi di Salvatore
Messina e dall’altra la casa di Domenica Coronea. La casa consisteva
in una camera superiore divisa in due con parete di tavole in mezzo
ed un basso anche diviso in due con muretto di mattoni scala con
cinque scaloni di pietra e gli altri scaloni di tavole ed un portone
di cantoni, ANC. 911, 1742, 166.
17. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 149.
18. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 34; ANC. 854, 1746, 46.
19. Platea Capitolo 1758/1759, f. 10.
20. Platea Capitolo 1758/1759, f. 24.
21. Minerva Letterio, vedova di Francesco Maccarrone, possedeva una
casa dotale sita e posta vicino al largo del castello in parrocchia
di Santa Veneranda. La casa era attaccata alla casa della sorella,
la fu Fiore Letterio, ora dotale d’Isabella Riccio, figlia d’essa
Fiore e moglie di Francesco Gerace. Confinava ancora, stretto
mediante, con le case di Antonio Grasso d’una parte e dall’altra,
sempre stretto mediante, con quelle dei figli ed eredi del fu
Salvatore de Messina, ANC. 853, 1754, 229.
22. ANC. 1129, 1768, 180 –186.
23. Il Capitolo nel 1793 esigeva sopra la vigna che fu dei fratelli
qm Saverio e Francesco de Messina oggi del qm Raffaele Suriano per
capitale di ducati 260 annui ducati 13, Catasto Onciario, Cotrone
1793, f. 249.
24. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 134.

