[Il palazzo dei Motta Villegas nel largo della chiesa di S. Pietro]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 42/2000)
Don Antonio dela Motta Villegas, o Vigliecas,
spagnolo e castellano di Crotone, nei primi anni del Seicento
esercitò anche la carica di soprintendente alla regia fortificazione
della città e castello di Crotone e alle nuove torri che si dovevano
edificare nelle marine del Marchesato. Sposò la nobile crotonese
Donna Eleonora Leone, figlia di Alfimatia Crescente e del capitano
Fulvio Antonio Leone. Le sue figlie si accasarono con aristocratici
crotonesi: Beatrice andò sposa a Decio o Detio Suriano, Anna a Fabio
Pipino, Magdalena ad Orazio Lucifero. Il figlio Geronimo si unì con
Beatrice Suriano. Antonio dela Motta Villegas morì il 10 maggio 1611
e fu sepolto nel monastero del Carmine1. La vedova Eleonora Leone si
risposò con il capitano spagnolo Juliano Rizon de la Cerda2 .
Geronimo dela Motta Villegas, figlio di Antonio, abitò a Crotone in
alcune case in parrocchia di San Pietro vicino alle case del barone
di Apriglianello Gio. Dionisio Suriano3. Nel 1674 egli era ancora
vivente, infatti lo troviamo come curatore di Antonio Suriano,
figlio ed erede di Domenico Suriano4. Tra i figli di Geronimo sono
ricordati il chierico Carlo5 ed il capitano Antonio6; tra le figlie
Livia e Caterina7.
Il palazzo di Antonio dela Motta Villegas
Il capitano Antonio dela Motta Villegas8 sposò Clarice Pelusio,
figlia di Gio. Francesco e di Laura Gerardina, che portò una dote
del valore di ducati 2200, come risulta dai capitoli matrimoniali
stipulati il 7 giugno 1670, per mano del notaio Tommaso Salviati, e
dalla ricevuta delle doti, fatta dal notaio Antonino Varano il due
giugno 1671. La dote di Clarice, che era composta da terreni e
denaro, ritornerà tuttavia ai Pelusio, tranne una piccola parte,
essendo morta senza figli. Rimarrà invece ad Antonio dela Motta
Villegas il palazzo che egli aveva comprato per quattrocento ducati
dai fratelli di Clarice, Gennaro ed Isidoro Pelusio. Tale palazzo
era pervenuto ai Pelusio da una permuta che avevano fatto con
Geronimo Syllani, in cambio della gabella Ferrara9.
Sul palazzo acquistato dai Pelusio e su alcune case appartenute a
Cesare Presterà, Antonio dela Motta Villegas costruì il suo palazzo.
Esso era situato tra la chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo e
la cattedrale. Le case, infatti, che andarono a far parte del nuovo
palazzo, erano poste vicino alla chiesa parrocchiale dedicata ai SS.
Pietro e Paolo e proprio di fronte a due case “dirutae” di proprietà
dell’arcidiaconato della cattedrale di Crotone, che a loro volta
erano davanti alla chiesa10.
Dai Villegas ai Palmieri
Il capitano dell’artiglieria della città Antonio della Motta
Villegas fece parte della fazione aristocratica cittadina favorevole
alla Spagna ed al Papa. Ad essa aderivano anche i Barricellis ed i
De Castillo. Ai primi lo legavano la parentela, Caterina, una delle
sue sorelle, aveva infatti sposato il vedovo Giovan Battista
Barricellis; ai secondi la stessa origine e la parentela; lo
spagnolo Didaco De Castillo era stato castellano di Crotone ed il
figlio di costui, Antonio, aveva sposato Anna Barricellis, figlia di
Gio. Battista e della sorella Caterina. Durante la lunga guerra di
successione di Spagna, nell’ottobre 1708, i congiurati in favore di
Filippo V e di Clemente XI, capitanati da Antonio del Castillo, sono
pronti ad entrare in azione. E’ infatti del primo ottobre un
messaggio di Antonio del Castillo diretto al cardinale Paolucci col
quale egli invoca l’aiuto delle milizie pontificie ed assicura di
aver predisposto una ampia rete di congiura. Ad un suo ordine il
popolo e gran parte dei nobili di Crotone e dei paesi vicini
insorgeranno e cacceranno i Tedeschi11.
Morto senza lasciare figli nel 1710 Antonio dela Motta Villegas, per
testamento rogato nel maggio di quello stesso anno dal notaio
Francesco Antonio Tiriolo, fu nominata erede universale e
particolare sopra tutti i beni mobili e stabili la sorella Livia.
Questa, “dubitando che detta heredità li sia più dannosa che utile e
fruttuosa”, decise di accettarla col beneficio dell’inventario. Per
tale scopo incaricò il figlio, Carlo Mannarino di Rossano12, il
quale assieme al giudice Domenico Asturi ed al notaio Stefano
Lipari, si recò il due luglio dello stesso anno nel palazzo dove
aveva abitato il Motta Villegas. Tale palazzo era situato sempre in
parrocchia dei SS. Pietro e Paolo e confinava con le case degli
eredi del fu Antonio Varano, le case di Giuseppe La Piccola, via
pubblica ed altri confini13. Non passa molto tempo, che sul finire
dello stesso anno, Livia dela Motta Villegas, che risiedeva a
Rossano, lo vende ad Isabella Duarte14, vedova del dottor Gio.
Domenico Palmieri di Cutro. Nell’atto di vendita il palazzo, o
continenza di case, è descritto come “consistente in più e diversi
membri superiori e inferiori, cortile coperto e scoperto, gisterna
in esso, e scala di pietra”. Esso era situato “proprio nel largo”
davanti alla chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo e confinava
da una parte con le case del canonico Carlo Presterà e di Giuseppe
La Piccola e dall’altra con le case del fu notaio Antonino Varano,
via pubblica ed altri confini. Incaricato di trovare il compratore
era stato il figlio di Livia, Carlo Mannarino, il quale, dopo aver
“passato diverse diligenze”, era riuscito finalmente a trovare
l’acquirente. Il prezzo di vendita del palazzo fu stabilito in
ducati 650, dei quali ducati 250 la Duarte si impegnò a consegnare
all’atto della stipula del contratto ed i rimanenti ducati 400 “nel
dì della terza domenica di maggio dell’entrante 1711”. Non avendo
tuttavia la Duarte nemmeno pronti i ducati 250 da dare in acconto,
contrasse un prestito per quella cifra con il rettore e gli
ufficiali del Monte dei Morti dell’Operarii Pii della città15. Fu
così che sulle sue proprietà, costituite da alcune vigne e da una
gabella, alle quali si aggiunse il palazzo, Isabella Duarte pagherà
ogni anno un censo di ducati 15 (6%) per il capitale di ducati 250
al Monte dei Pii Operaii16. Da Gio. Domenico Palmieri ed Isabella
Duarte nacquero due figlie Antonia, che andò sposa a Gio. Aloisio
Soda, e Caterina, che si accasò con Pompeo Catalano di Catanzaro17,
sostituto cassiero delle seti della città di Catanzaro18,
portandogli in dote il palazzo.
Nel 1720, morta Isabella Duarte19, il palazzo era già in possesso
della figlia Caterina Palmieri20. Il 17 maggio 1729, con atto del
notaio Pelio Terioli, Caterina Palmieri rinegoziava il prestito col
Monte dei Morti, impegnandosi a pagare sul capitale di Ducati 250 un
annuo censo di ducati 12 e mezzo (5%) sopra il suo palazzo, la vigna
ed una gabella21.
Dai Palmieri ai Di Antico
In seguito, poiché già da tempo era andata a vivere a
Catanzaro22, incaricò il marchese Francesco Cesare Berlingieri di
vendere il palazzo. Dopo parecchio tempo il marchese riuscì
finalmente a trovare degli acquirenti nei figli ed eredi di Antonio
di Antico e della moglie Catarina Carranza, cioè i figli il notaio
Felice, il mercante Leonardo, applicato alla bottega di droghe e
merci, il notaio Michele e le figlie Carmena, Anna Maria, Teresa,
Elisabetta e Lucrezia23. Il 23 ottobre 1748 veniva stipulato presso
il notaio Nicola Rotella l’atto di vendita tra il marchese, come
procuratore della Palmieri, ed il pubblico mercante di merci
Leonardo di Antico, i fratelli Felice e Michele e le sorelle Anna
Maria, Teresa, Elisabetta e Lucrezia. Caterina Palmieri cedeva ai Di
Antico il suo palazzo dotale, situato in parrocchia dei SS. Pietro e
Paolo. In tale atto esso è descritto confinante con le case di
Nicodemo Puglise da una parte e con quelle della Signora Laura
Antenori dall’altra. Il suo valore fu stabilito in ducati 830. Parte
della somma, precisamente ducati 250, tuttavia fu trattenuta dagli
acquirenti, in quanto sul palazzo gravava il vecchio annuo censo
dovuto al Monte dei Morti. Il contratto di vendita verrà poi
perfezionato il giorno 11 novembre 1748 con atto del notaio Antonio
Varano ed il 7 dicembre dello stesso anno con atto del notaio Nicola
Rotella24.
Il palazzo rimase di proprietà dei d’Antico che vi abitarono. Il 20
novembre 1752 il notaio Felice Antico ed i fratelli Leonardo e
Michele, avendo bisogno di denaro, presero in prestito dai frati del
convento dei minori conventuali di San Francesco di Crotone un
capitale di ducati 100, impegnandosi a pagare un annuo censo
affrancabile di ducati 5 su tutti i loro beni ed in particolare sul
palazzo dove abitavano ed il giardino, ereditato dal padre, composto
da vigne, alberi fruttiferi, terreno vacuo, torre di fabrica ed
altre comodità, situato nel luogo detto Gesù e Maria di sopra la
Pignera25. L’indebitamento dei Di Antico continuerà: un altro annuo
canone di ducati 5 per capitale di ducati 100, verrà contratto
sempre con il Monte dei Morti, con atto del 1759 del notaio Felice
Antico Nel 1769 il notaio Michele d’Antico, assieme ai fratelli e
sorelle, possedeva ancora il palazzo, che era appartenuto a Caterina
Palmieri. L’edificio in quell’anno risultava gravato dal vecchio
annuo canone redimibile di ducati 12 e mezzo per capitale di ducati
250, a suo tempo rinnovato da Caterina Palmieri con il Monte dei
Morti26, al quale si erano aggiunti quelli di ducati cento al cinque
per cento del 1752 con i conventuali e quello dello stesso valore
del 1759 con il Monte dei Morti27. I canoni, che i Di Antico
dovevano al Monte dei Morti, passarono nel 1769 a beneficio del
capitolo della cattedrale di Crotone.
Gli eredi di Leonardo di Antico
Sul finire del Settecento Michele Lapiccola e Raffaele Antico
risultano gli eredi di Leonardo Antico. Come tali essi devono pagare
i vecchi censi sopra i beni che hanno ereditato tra i quali ogni 20
novembre annui ducati 5 al soppresso convento dei conventuali ed
ogni 15 agosto al soppresso convento dei Minimi di San Francesco di
Paola un canone sopra un vignale, situato nel luogo detto il Piano
del Ponte, di annui ducati sette e grana 54. Essendo i due conventi
soppressi, esigeva i pagamenti la Cassa Sacra28. La proprietà dei Di
Antico aveva già cominciato a sfaldarsi.
Dal catasto onciario di Cotrone del 1793 risulta che Mazza Andrea,
fu Domenico, di anni 38 possedeva due camere dotali che aveva
comprato con Bruno Gustinello dagli eredi di Leonardo Antico29.
Sempre nel catasto Raffaele Antico di 51 anni è descritto come
miserabile. Possedeva una vigna o chiusa in località Gesù e Maria
che era di Leonardo Antico30. Michele Lapiccola aveva 64 anni,
viveva assieme al figlio ventiquattrenne Giuseppe ed al fratello
Francesco, canonico di 80 anni. Locava alcuni bassi sotto la sua
casa. Possedeva un mulino macinante e 800 ducati impiegati a negozio
ed una vigna che era stata di Leonardo Antico. Pagava fra l’altro
ducati 5 al soppresso convento di San Francesco d’Assisi e per esso
alla Cassa Sacra31.
Note
1. Nel monastero del Carmine troveranno sepoltura anche la
figlia Giovanna Margherita della Motta Vigliecas (9.7.1611) ed il
figlio Arrigo della Motta Vigliecas (24.6.1613), Libro dei Morti
cit.
2. ANC. 117, 1626, 80-82
3. L’abitazione del barone di Apriglianello, Gio. Dionisio Suriano,
era situata in parrocchia di San Pietro e confinava con le case di
Geronimo della Motta Villegas e le case di Fabrizio Manfredi, ANC.
229, 1655, 143.
4. ANC. 334, 1674, 24.
5. Nel 1654 Geronimo dela Motta Villegas dona al figlio, il chierico
Carlo, una vigna che era stata a lui donata dal q.m chierico
Francesco dela Motta Villegas. La vigna era composta da alcune viti
da alberi e terre vuote e confinava con la Campitella, ANC. 229,
1654, 122.
6. Il 30 agosto 1630 con atto del notaio Gio. Francesco Rigitano
Geronimo della Motta Villegas , Filippo della Motta Villegas ed il
capitano Fulvio Leone prendono in prestito 150 ducati al tasso
dell’8% dal monastero domenicano di Santa Maria della Grazia. Nel
maggio 1666 Geronimo della Motta Villegas, presente anche il figlio
Antonio, estingue il debito, ritornando il denaro al procuratore dei
conventi soppressi, ANC. 312, 1666, 101-102.
7. Giovanni Battista Barricellis prima sposò Aloisia Pipino. Rimasto
vedovo si risposò con Caterina Motta Villegas, Acta cit., f. 55.
8. Nel 1687 il capitano Antonio dela Motta Villegas compra a Crotone
per il dottor Carlo Blasco di Rossano una turca bianca da Domenico
Conula di Positano, ANC. 335, 1687, 13-16.
9. Da Gio Francesco Pelusio e Laura Gerardina, figlia di Agostino e
di Orania Lucifero, nacquero numerosi figli. Clarice, Gennaro,
Lucrezia, Isidoro, Auria e Dionisio, ANC. 497, 1706, 42-43.
10. L’arcidiacono possiede “due case avanti la parrocchia de SS.
Pietro e Paolo e le case di Cesare Presterà hoggi del cap.n D.
Antonio Villegas fruttavano il canone d’annui carlini sei al p.nte è
il suolo”, Acta cit., f. 133v.
11. Fondo Albani 56, 65, ASV.
12. Carlo Mannarino di Rossano fu rettore del beneficio con altare
di Santa Maria delle Grazie di iuspatronato della famiglia Lucifero
del fu Muzio situata in cattedrale, Acta cit., ff. 6, 27v.
13. ANC. 611, 1710, 71.
14. Isabella Duarte era figlia del tenente del castello Giovanni
Duarte di Madrid, che aveva sposato Laura de Vite, ANC. 229, 1651,
11.
15. ANC. 497, 1710, 104.
16. Anselmus cit., f. 52v.
17. Il 30 giugno 1717, su richiesta di Caterina ed Antonia Palmeri,
il notaio Stefano Lipari presenta una cambiale già da tempo scaduta
a Diego di Bona di Cutro, il quale si è obbligato a versare ducati
40 alle due sorelle. Ma il Di Bona rifiuta il pagamento, ANC. 612,
1717, 142v.
18. Al momento del conferimento della carica a Pompeo Catalano, a
tutela dei governatori del Regio Arrendamento delle Seti della città
di Napoli, si offersero in garanzia i beni di Gio. Loise Soda, tutti
i beni stabili in Crotone ed in Catanzaro di Pompeo e Caterina
Palmieri ed i beni di Giovanni Duarte, ANC. 662, 1724, 113v-114r.
19. Il 12 novembre 1721 Gio. Aloisio Soda dichiara che il 7 febbraio
1709 comprò da Domenico Cherubino, commissario della Reverenda
Fabrica Apostolica, un capitale di ducati 100 all’8% sopra la vigna
della q.m Isabella Duarte, madre di Caterina Palmieri. Ora egli
intende recedere il capitale a beneficio di Caterina Palmieri, ANC.
661, 1721, 407.
20. L’arcidiacono possiede “due case avanti la parocchia di S.
Pietro e Paolo e le case del q.m capitan Antonio Villegas, hoggi di
D.a Caterina Palmieri, fruttavano il canone di annui carlini sette
hoggi vi è il solo”, Anselmus cit., f. 20.
21. Beni e rendite assegnate al Capitolo per decreto del vescovo
Bartolomeo Amoroso, Napoli 12 giugno 1769.
22. Nel luglio 1761 Caterina Palmieri era vedova di Pompeo Catalano
di Catanzaro, ANC. 915, 1761, 63-64.
23. Nel 1743 il settantenne Antonio Antico abitava con la sua
numerosa famiglia in casa propria in parrocchia del SS.mo Salvatore
e possedeva una chiusa con viti ed alberi da frutto nel luogo detto
Gesù e Maria ed un cavallo e una puledra, Catasto Onciario Cotrone,
1743, f. 20.
24. ANC. 1124, 1748, 31v- 32.
25. ANC. 913, 1752, 173-175.
26. Beni e rendite assegnate al Capitolo cit.
27. Beni e rendite assegnate al Capitolo cit.
28. D. Aragona Reg. Amminis. Cotrone, Lista di Carico 1790, ff. 20v,
38v.
29. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f.6.
30. Catasto cit., 1793, f. 117.
31. Catasto cit., 1793, f. 102.
Don Antonio del Castillo al Cardinale Paolucci, Segretario di Stato.
Em.mo Sig.e P.ne
Ho compatito, et hora più che mai compatisco li travagli di N.
S. Papa et del mio Invittiss.mo Filippo Quinto Dio S., che vengono
inferiti dai Tedeschi, per lo che conviene giustam.te a Sua S.a non
solo guardarsi il Suo, ma difendere fortemente il Stato
Ecclesiastico e far tutto quanto conviene, forze chi sa, e Idio
benedetto si moverà in compass.ne a togliere questo povero et
angustiatiss.mo Regnio dal Arabo Comando de’ tedeschi; La onde Io,
ritrovandomi in questo angolo di mondo, ben si di non poca
consideratione al regnio di Napoli, col Sign.r Gio. Batt.a
Barricellis mio socero, el Cap.n di questa Artiglieria S.r D.
Antonio della Motta Villegas mio zio, son stato sempre con li medemi
miei congionti carico di buon animo, non meno a favor del Invitt.mo
Filippo Q° mio Sig.re, che di Sua Beatitudine, a spargervi sino
all’ultima goccia del mio sangue, gia che Idio mi fè nascere Nobile
di questa Città, però la sorte non mi ha permesso fin ora che io
dimostri la veemenza del spirito mio e la fedeltà della mia Casa,
per l’impossibilità accaduta e le scongiunture roverciate a danni
universali per gli peccati della Christianità, e mercè ancora
all’inumani e traditoreschi azzioni non men del popolo, che della
Nobiltà Napolitana, che per la troppo volubilità della quale trovasi
questo Regnio e il culto ecclesiastico in sì pessimi partiti; che
però rappresentandomisi adesso congiontura rilevante per far
conoscere a S.a Santità et all’Invitti.mo nostro Filippo Q.° D.L.,
quanto sia stato grande, e sia l’animo mio, e del sudetto mio socero
e zio, per servitio del nostro mal conosciuto monarca Filippo Q.°
D.L. e feliciti sempre. Sappia V.a Em.a che sin da un pezzo Io e
detti miei stretti congionti habbiam machinato, e nudrito
d’impadronirci di questa Città e fortezza di Cotrone, quale è la
chiave di queste due Provincie e sostegnio di tutto il Regnio, e di
far priggioniero il tenente coronello di cavalleria tedesca, con sua
compagnia del Regimento di Carafa, che stà annidato dentro questa
città in casa di D.n Anibale Berlingierio, usando con superbia
stranezze già mai intese a questi cittadini e terre convicinate, e
già per gratia di Dio S. N. habbiamo disposto le materie con tutto
registro e segretezza, in maniera tale che ad ogni mio cenno sarò
fedelmente assistito e ubedito, non solo da questo Popolo e da buona
parte de Nobili miei cari congionti, ma parimente da alcune terre
qui convicine, e si assicuri V.a Em.a che impadronendomi, come spero
colla gratia di Dio, io con mio socero e zio di questa gran
fortezza, sarebbe l’esterminio e calamità di questo Regnio, però
Em.mo Sig.re primo di darsi da noi si passi cimentosi ed
irettrattabili ne habbiano prevenito in Roma al S.r D. Dionisio Bunn
mio cogniato, a finchè si fosse portato a suoi piedi e dell’Em.mo
Cardinal della Tremovilla a farne partecipe all’Em.e loro, per
prenderne gl’oracoli e le più certiere direttioni e tutto ciò
metterà in esecutione detto S.r D. Dionisio subito che sarà riavuto
dalla di lui indispositione, però è parso adesso a Noi raguagliarne
a V.a E.a a drittura per magg.r mia sodisfatione acciò che mi
ordinasse con celerita la dispositione di una si importante
facenda……Cotrone p.ma ottobre 1708.

