[Storia di alcuni palazzi del centro storico di Crotone (Giunti, Soda, Barracco, De Castillo) ]

di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 4-5/1999

Palazzo Giunti
In un documento della metà del Settecento così è descritta la costruzione del palazzo sul quale poi sorgerà quello dei Giunti: Nel frontespizio delle mura grandi sopra la Piscaria c’è un luogo detto “le grotte dell’archidiacono Vezza”, ci sono le case dei Tiriolo, accanto alla casa di Baldassarre de Sole e vicino le case “in più membri inferiori e superiori cum puteo et cortile discoperto” del notaio Silvestro Cirrelli, che sono alla “strada delle mura” presso l’abitazione del decano Gio. Battista Sisca.
Le case dette di Tiriolo sopra la Pischeria erano tre bassi e tre camere di sopra, e fra queste e quelle dette di Mimmo Cirrelli vi era una via larga, che vi si giocava alle smarre, e le dette case di Tiriolo erano a man destra e venivano abitate dal decano Don Gio. Battista Sisca, da un altro uomo col naso mangiato, e da più femmine, ed alla punta di dette case vi era la timpa ed immediate a questa un casaleno lungo.
Le case dei Tiriolo furono comprate dal decano Gio. Battista Sisca, il quale le fece demolire ed in parte con proprio denaro le fece rifabbricare a nuova pianta di palazzo includendovi così le case dei Tiriolo, il casaleno e la sua casa.
Sempre il decano nel 1704 aveva ottenuto il permesso dall’università di Crotone di poter allargare la costruzione e, congiungendosi al vicino muro della casa dei Cirrelli, si era appropriato di strade e suoli pubblici. Così egli aveva potuto “terrar con muro l’introito delle sue case, che è quella del furno d’esso comparente, e quella di Domenico Cirrello, patrimonio del canonico Leonardo suo figlio, e proprio alla strada delle mura et anco un imboccatura d’uno stretto, che non ha esito, il quale è tra la camera nuova d’esso decano e le case di detto Cirrello ; tanto più che non apporta pregiudizio alcuno al pubblico , anzi ornamento” (ANC. 497, 1704, 40-41). Seguiva, sempre in questi primi anni del Settecento, una convenzione che dava al Sisca la possibilità di alzare sopra le mura vecchie dei Cirrelli, divenute ormai comuni, con la condizione che se fossero state trovate troppo deboli, per poter sostenere la nuova muratura, e bisognasse quindi rinforzarle o farle nuove, il Cirrelli doveva contribuire per la metà della fabrica aggiunta sopra quella esistente, se si trovava che le vecchie mura erano costruite di calce, se però le mura comuni fossero state trovate di creta, “ l’habbi da rifare detto Cirrelli tutte a sue proprie spese”. Sempre in questi anni anche le vicine case di Tiriolo furon “sfabricate” dai mastri Tomaso Altomare e Francesco Partale ed il Sisca, le fece rifabbricare dagli stessi mastri a nuova pianta di Palazzo, includendovi “dette case e casaleno e fattone palazzo. Quali case sudette di Tiriolo sono quelle che vengosi abitate al presente dal Sig. Don Domenico Rodriguez e il casaleno grande vi è edificata la sala”. (ANC. 912, 1745, 11-12).
Allora il palazzo del Sisca, composto con più membri inferiori e superiori, confinava con il palazzo del canonico Antonino Cirrelli da una parte e dall’altra con quello di Domenico di Vennere (ANC. 981, 1743, 29). Alla morte del decano il palazzo fu ereditato dalla nipote Isabella Sisca, zia dei fratelli Pietro e Giuseppe Antonio Giunti, figli ed eredi di Domenico Giunti. Quest’ultimo era stato solito abitare nelle case di Isabella Sisca, dove anche vi morì il 17 novembre 1737 (ANC. 1063, 1743, 32-36). Nel 1743 Isabella Sisca dona al nipote Giuseppe Antonio Giunti “una continenza di case seu palazzo con più e diversi membri e quarti superiori e inferiori in parrocchia di S, Maria Prothospatariis, loco la Pischeria vicino alle muraglie della città e alla porta secreta della città detta della Pischaria. Il palazzo confina ed è attaccato alle case del canonico Antonino Cirrelli, erede di Silvestro Cirrelli (ANC. 912, 1747, 16). Il 17 giugno 1745 i mastri fabbricatori di Crotone Gio. Battista Gerace e Michele de Bona vanno al palazzo degli eredi di Silvestro Cirrelli e lo valutano del valore di ducati 1410. Il palazzo così stimato è portato in dote da una figlia ed erede del Cirrelli, la signora Anna Maria, che va in sposa a Giuseppe Nicola Orsino di Scandale.
Così gli Orsini vanno ad abitare nel palazzo confinante con quello degli eredi del decano Sisca ( e con quello degli eredi di Baldassare de Sole).
Sempre gli Orsini, Giuseppe Nicola ed il fratello Agostino, acquistano il primo novembre 1756 la vicina casa costituita da un alto e basso con scala di legname, che confina con il loro palazzo e la casa del fu Antonio Laudari, dei coniugi Vincenzo de Sole e Vincenzo Carlino e da Michele de Sole, tutti eredi di Baldassarre de Sole.
Questo immobile verrà il 24 marzo 1758 temporaneamente permutato (o data in pegno) con un vignale più 15 ducati che possiede il De Bona con la condizione però che “volendo il De Bona vendere la casa siano sempre preferiti gli Orsini”.
Proseguendo negli acquisti per costruire il nuovo palazzo, Giuseppe Orsini compera il palazzo confinante di Giuseppe Giunti. Così Giuseppe Orsini ridusse all’uso moderno il palazzo che confinava col palazzo della moglie Anna Cirrelli dalla parte laterale e dalla parte di sotto con la casa palaziata dotale dei coniugi Giovanni Cavaliero e Caterina Marzano. Per ampliare la costruzione, Giuseppe Orsini oltre ad inglobare quello della moglie Anna Maria Cirrelli, compera assieme ai suoi fratelli Nicola, Luca, Francesco, Antonio e Agostino nel 1759 una casa palaziata da Salvatore Arrigo come erede dello zio Gregorio Arrigo; quest’ultima confinava col palazzo del fu Francesco Antonio Suriano, poi del figlio Pietro Suriano, e da una parte e dall’altra con le mura della città, strada ampia mediante.
La casa comperata dall’Arrigo, ed inglobata nel nuovo palazzo Orsini, era composta da portone, cortile, scala di cantoni, sei camere superiori, cucina e loro bassi di sotto e fu stimata dai mastri fabbricatori Pascale Juzzolino e Michele Bova e dai mastri falegname Giuseppe Antonio Negro e Francesco Mirielli del valore di ducati 1455 e grana 56 (ANC.917, 1769, 102 -104). Nel 1762 il palazzo di Giuseppe Orsini è descritto come ridotto all’uso moderno, “come al presente si trova”, esso confina dalla parte laterale col palazzo della moglie la signora Anna Maria Cirrelli e dalla parte di sotto è attaccato e confinante con la casa palaziata dotale dei coniugi Giovanni Cavaliero e Caterina Marzano. Con quest’ultimi L’Orsini viene a convenzione per l’utilizzo del muro comune in quanto “il muro del palazzo ove è attaccata la casa della Marzano per quanta è la larghezza della stessa casa e la di lei altezza è comune ed in quel muro comune vi stanno edificate due camere del palazzo” (ANC. 915, 1762, 46).
Sempre in quello stesso anno, per rendere magnifico il suo palazzo, Giuseppe Orsini aggiunge la possibilità di usare un muro delle vicine e confinanti case di Cesare Laudari. Intendendo far uso del muro comune alle due parti, fattolo osservare da un perito se si poteva costruire sopra, fu giudicato molto lesionato e patito e tale da non poter sostenere altra costruzione. Non potendo tuttavia l’Orsini desistere dalla costruzione già iniziata, raggiunge un accordo per riedificare il muro a sue spese con la condizione di potervi “a di lui modo e piacere farvi quelle fabbriche che saranno necessarie, per equiparare l’altri muri del palazzo, senza però di poterci fare in tale avanzo di muro fenestre o apertura alcuna” ( ANC. 1128, 1762, 193 -194) Nel 1775 il Signor Dottor Agostino Orsini, avendo intenzione di costruire un magazzino, ottiene da Carlo Luceti soprintendente generale del Fondo de lucri reali, di avere, previo il pagamento di un censo annuo, un “piano inutile, che esiste innanzi il suo palazzo e strada mediante si attacca alla muraglia regia” della città e proprio nel luogo detto la Pescheria ( ANC. 1327, 1775, 186 -189)
Il palazzo passò poi a Raimondo Orsini e quindi a Salvatore Orsini. Nel 1850 Ignazio Giunti di Strongoli acquista il palazzo Orsini ed alcune case vicine per costruirvi il suo palazzo. Pochi anni dopo il 10 ottobre 1853 il comune di Cotrone concede al Giunti sei canne quadrate e palmi 25 di suolo pubblico del vicoletto che intercede fra il palazzo e le altre case, comprate e diventate di proprietà del Giunti , e che congiunge le strade dette Labonia e delle mura.
Inizia quindi la costruzione del grande palazzo.
Lo Sculco annotava nel suo volumetto “Avanzi di Cotrone”, che nello scavare le fondamenta, fu trovata una scalinata di 21 scalini dirigentisi al mare, e molte volte atterrate, e sgombrandole vi si trovarono molte monete di bronzo e argento, alcune grandi anfore istoriate, ed una aruletta di terra cotta.Il palazzo rimase ai Giunti per tutta la seconda metà dell’Ottocento. Nel 1878 il comune di Cotrone che stava costruendo la strada Regina Margherita trattò con i Giunti per la cessione amichevole delle stalle per far proseguire la strada dal bastione Giunti al porto.
All’inizio del Novecento era abitato dal barone Leopoldo Giunti. In seguito fu acquistato dai Trocino che attuarono alcune trasformazioni interne.

Palazzo Soda
I Soda erano originari dei casali di Cosenza, essi si spostarono ad Isola esercitando la carica di erari dei feudatari di quella città. Già nel 1672 troviamo Jacinto de Soda che svolge la mansione di erario del barone Aloise Catalano. Nell’autunno di quell’anno si è a conoscenza che mandò Domenico de Soda a Crotone a prendere del grano per conto del barone, il quale aveva anticipato il denaro per l’acquisto (ANC. 333, 1672, 43 -44).
Anche Domenico de Soda esercitò la carica di erario del barone di Isola Caracciolo, duca di Montesardo. Qui egli mise su casa e sposò Teresa Monteleone di Cutro, dalla quale ebbe il figlio Giovanni Aloisio. Giovanni Aloisio Soda, “ per alcune sue occorrenze” trasmigrò a Crotone dove si accasò e si unì con Antonia Palmieri di Cutro, figlia di Gio. Domenico e di Isabella Duarte (ANC. 497, 1706, 15v), dalla quale ebbe numerosi figli. Di questi nel 1737 erano viventi sette maschi, dei quali tre sacerdoti (Domenico, Emmanuele e Dionisio) e quattro secolari (Lorenzo, Tommaso, Settimio e Michele). Giovanni Aloisio Soda esercitò l’industria della massaria dei grani e la coltura dei campi soprattutto sul suo territorio di Carbonara, comprato fin dal 1710 dal barone di Apriglianello Fabrizio Lucifero (ANC. 911, 1739, 14 -16).
Sulle case che erano state di Salvatore Arrighi (ANC. 659,1714,64 ; 614, 1725, 59), Giovanni Aloisio Soda costruì il suo palazzo, formato da più e diversi membri inferiori e superiori e con una loggetta, da cui si poteva godere la visione del mare (ANC. 612, 1716, 70). Alcuni documenti accertano che la costruzione del palazzo avvenne pochi anni prima del 1714. Da un atto notarile, rogato in data 4 agosto 1714, veniamo a conoscenza che Gio Aloisio Soda, per impedire la costruzione di un palazzo e l’elevazione di alcune case nelle vicinanze della sua dimora, che gli avrebbero tolto la vista del mare, convocò sulla loggetta del suo palazzo i mastri muratori Nicola Nicoletta, Tomaso Altomare, Antonio Sicilia, Omoboni Messina e Francesco Partale “per ben bene osservare l’impedimento che darà al prospetto del mare da detta loggetta, le case erigende del chirurgo Diego de Bona”. I mastri in quell’occasione affermarono che ora da detta loggetta si gode il ptospetto del mare, quale prospetto verrebbe occupato e acciccato da dette fabbriche”, come anche verrebbe occupata la vista del mare, “se alzasse le sue case mastro Francesco Partale, quale per eserno troppo alte, che occupavano detta vista, furno dal padrone bassate per timore di non rovinare due anni sono” (ANC. 659, 1714, 64).
Il palazzo dei Soda allora era situato in parrocchia di Santa Veneranda e confinava con le case degli Schipano e con quelle appartenenti a Fabrizio di Perri (ANC. 612, 1716, 70) ; quest’ultime comprendevano anche la casa palaziata detta la Torretta, che era stata portata in dote da Dianora Schipani a Fabrizio di Perri (ANC. 614, 1725, 59).
Gio Aloisio morì prima del 1725. Dopo la sua morte, essendo i figli in giovane età, i beni furono gestiti dalla moglie in qualità di curatrice e tutrice e poi, alla morte di quest’ultima, dal figlio maggiore, il sacerdote Domenico, che per un po’ fu tutore e curatore dei fratelli.
In seguito i beni passarono a Tommaso Soda ed ai suoi fratelli, come risulta da alcuni obblighi verso il capitolo della cattedrale (Tommaso Soda e fratelli devono 5 ducati annui per capitale di ducati 100 sopra il giardino e palazzo che furono di Gio. Duarte come da Istr. Del 14.2.1729 e duc. 12 ½ per capitale di duc. 250 sopra il territorio di Carbonara, AVC)
Una quindicina di anni dopo la sua primitiva costruzione il palazzo fu ampliato, racchiudendo il giardino ed il palazzo che erano appartenuti a Giovanni Duarte. Alla metà del Settecento esso era abitato dai fratellli Soda e confinava via mediante le case del canonico Domenico Terranova. Divenne proprietà di Tommaso, figlio di Gio Aloisio, che nel 1775 ottenne da Carlo Luceti, funzionario dal Real fondo di poter costruire dirimpetto nel luogo detto La Croce “su uno spiazzo di terreno inutile con alcune fabriche costruite e per quasi costruende” dove vi erano alcune costruzioni “dirute”, e due anni dopo ottenne dallo stesso funzionario un pezzo di terreno, attaccato al detto spiazzo, “che va verso il castello” che secondo il richiedente serviva solo “per puro passaggio” (ANC. 1327, 1777, 109 -112).
Nel maggio 1783, Tommaso Soda otteneva ancora dal Luceti di avere la precedenza nell’acquisto di una barracca che si stava costruendo nel luogo sopra “La Croce di San Giuseppe” (ANC. 1330, 1783, 73 -74).

Palazzo Barracco
Da un atto notarile del 1622 si ricava che Jo. Battista de Nola Molise e Hieronymo de Nola Molise, suo fratello, possedevano in parrocchia del SS.mo Salvatore una casa palaziata, composta da due camere con appartamenti inferiori e superiori e medi. Essa confinava con le case di Isabella Mangione, figlia ed erede di Dianora de Nola, con le case terranee o piccole dello stesso Jo. Battista de Nola Molise, con il cortile detto di Nola e vie pubbliche. Le case dette di “Nola” passarono prima della metà del Seicento al monastero di Santa Chiara per dote spirituale della sorella Lucretia de Nola( 1618 -1643). Gio. Battista di Nola Molise, confratello della confraternita del Rosario che aveva sede nel convento domenicano di Santa Maria della Grazia (ANC. 229, 1651, 43r), era figlio della napoletana Diana de Bacio Terracina e di Gio. Domenico de Nola, sposò Geronima Labruti, figlia di Hortensio. Egli è ricordato per aver scritto la “Cronica” di Crotone. Il “comprensorio delle case di Nola” rimase di proprietà del monastero per tutta la seconda metà del Seicento e confinava via mediante anche con la chiesa parrocchiale del SS.mo Salvatore.
Trovandosi poi “il sudetto comprensorio di case distrutto dal tempo di maniera che molte d’esse minacciano una evidente rovina e non avendo esso venerabile monastero denaro contante o altri effetti da poterle riparare colla spesa di sopra docati quattrocento che secondo il parere degli esperti sono necessari”, il 28 ottobre 1738 le clarisse lo vendettero a Domenico Aniello Farina, un mercante originario di Nocera dei Pagani, per il prezzo di ducati 1100. Nell’atto di vendita così è descritto l’immobile: “una pertinenza di case sita e posta entro questa città nella parrocchia del SS.mo Salvatore, nel luogo detto il largo del Castello, consistente detto comprensorio in più e diverse case e casette tutte unite, che formano un casamento grande, isolato, senza confinanza di mura d’altre case, ma tutte connesse e concatenate l’una con l’altra, confine dalla parte di tramontana la strada e la chiesa d’essa venerabile parrocchia, via mediante, dalla parte di levante confine colle muraglia della città e prospettiva del castello, ampla strada mediante, dalla parte di mezzogiorno con il largo e veduta del detto castello, e dalla parte di ponente con le case che furono del qm reverendo D. Carlo Bonelli, oggi del pio Monte de Morti di questa già detta città, via mediante” (ANC. 911, 1738, 23 -30). Questo comprensorio era comunemente detto le case di Nola perché furono di proprietà del fu Gio. Battista di Nola. Il Farina, pubblico mercante di grano ed affittuario dell’ufficio del regio vicesegreto del regio fundaco e dogana di Crotone (ANC. 911, 1740, 18) trasforma il casamento in palazzo, palazzo già esiste nel 1743 e prese il nome di palazzo Farina. Poco dopo che il Farina ebbe edificato il suo palazzo che era isolato da tutti e quattro i lati, i fratelli Monteleone che possedevano una casa nelle vicinanze cercarono di restaurarla e renderla moderna e di alzarla. Ma appena ebbero iniziato, ne furono impediti dal Farina. Ebbe così inizio una lunga lite che durerà molti anni e cesserà solo dopo la morte del Farina con un accordo tra le parti (ANC. 1266, 1753, 101 -103).
Morto Domenico Aniello Farina, nel 1753 il palazzo è abitato dai suoi figli ed eredi e risulta sempre isolato da tutti i quattro lati ed è situato vicino alla casa dei Monteleone. Ereditò il palazzo il figlio, il barone Francescantonio Farina, che appartenne al secondo ordine o degli honorati della città e fu uno dei principali mercanti di grano di Crotone. Pur non facendo parte del ceto nobiliare rimase fedele ai Borboni al tempo della repubblica del 1799. Fu perciò imprigionato dai giacobini nel castello. L’esperienza repubblicana ebbe presto termine con l’arrivo del cardinale Fabrizio Ruffo che trovò alloggio nel palazzo Farina.
All’inizio dell’Ottocento il palazzo passò in potere di Alfonso Barracco, sposato con Emanuela Vercillo. Alla sua morte, avvenuta nel 1825, seguì il figlio Luigi, sposato con Chiara Lucifero, che progettò di rifarlo ed ingrandirlo.
Per costruire il nuovo palazzo il barone Luigi Barracco cominciò a comprare o ad acquisire le case ed i terreni vicini. Il 18 dicembre 1839 egli otteneva un decreto col quale gli veniva accordato il real beneplacito per la permuta stabilita fin dal 1828 di una casa appartenente alla chiesa parrocchiale del SS.mo Salvatore con due casette del barone. Prendendo pretesto dai danni causati dal terremoto dell’otto marzo 1832, il 12 marzo 1833, nonostante l’opposizione del vescovo, un altro real decreto ordinava la demolizione della chiesa del SS.mo Salvatore, che veniva resa esecutiva l’otto agosto 1834.
Acquistati i terreni e gli edifici vicini aveva così inizio la nuova costruzione, fatta secondo le nuove tecniche ed i nuovi orientamenti per far fronte ai terremoti.
Con il passaggio dei Barracco a Napoli, dopo la morte di Luigi (1849), il palazzo di Crotone cominciò a decadere. Da Luigi il palazzo pervenne al figlio ed erede Alfonso (1810 -1890), sposato con Emilia Carafa, ma dal 1880 il palazzo risulta praticamente vuoto e completamente disabitato e fatiscente. Morto Alfonso nel 1890, passò al figlio di costui Enrico ma di parte ne risulta proprietario anche il fratello di Alfonso, Roberto (1836 - 1917). Alla morte di Roberto il palazzo risulta parte in proprietà del barone Enrico Barracco e parte degli eredi di Roberto Barracco.
In seguito passò ai Fauci, ai Cizza e parte rimase ai Barracco.

Palazzo dei De Castillo
Il capitano Mutio Lucifero, figlio di Adriana Berlingieri e del barone di Zinga Fabrizio Lucifero, si distinse come controrivoluzionario durante il periodo dei moti napoletani. Nel 1654 assunse l’incarico di mastro luogotenente della città di Crotone e sua giurisdizione. Fu sindaco dei nobili della città nel 1660 e nel 1662/1663. Esso è anche ricordato per una lite che lo oppose al fratello Gio. Francesco per il possesso del beneficio di S. Jacobo Apostolo, già concesso all’inizio del Cinquecento da Leone X ai Lucifero e poi ritornato di collazione pontificia. Mutio aveva anche il iuspatronato sulla cappella con altare dei Lucifero sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie, situata in cattedrale a fianco dell’altare maggiore dalla parte del corno del Vangelo. In essa pendeva alla parete un’immagine lignea di crocifisso di antichissima e venerabile memoria, meta di devozione popolare. Sposò Hippolita Suriano e abitò in parrocchia di S. Maria Prothospatariis e morì il 9 gennaio 1663. Fu sepolto in cattedrale. Prima di lui erano morti sette suoi figli. Sopravvissero al padre le sole figlie Vittoria e Maria.
Vittoria si sposò due volte : dal capitano Valerio Montalcino nacque Valerio Antonio e dal regio castellano del castello di Crotone (1664) Didaco o Diego del Castillo nacque Antonio.( L’insegna dei De Castillo era “D’azzurro, al castello torricellato di tre pezzi d’argento).
Antonio Del Castillo come figlio ed erede della madre Vittoria, che a sua volta era figlia ed erede di Mutio Lucifero, ereditò i beni di quest’ultimo, tra i quali la casa in Parrocchia di Santa Maria Prothospatariis e il giardino con “hortalitii, viti ed alberi fruttiferi” L-a Potighella, alcune terre aratorie nelle gabelle di Maccuditi e Maiorana ecc.. Antonio de Castillo amministrò per alcuni anni l’ufficio di regio secreto e mastro portolano di Crotone e sposò Anna Barricellis, figlia primogenita del feudatario Gio. Battista (Il Barricellis si era sposato più volte : dapprima con Morana Suriano, poi con Aloisia Pipino ed infine con Caterina Motta Villegas), la quale gli portò una cospicua dote tra cui la gabella Pirretta ed alcune case situate nei pressi della casa ereditata dalla madre, sulle quali andrà ad innalzarsi il palazzo di famiglia. Il nuovo palazzo risulta già edificato nei primi anni del Settecento : esso è collocato in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis e confinante con la casa palaziata di Carlo Sillani, strada mediante con il palazzo del qm. Gio. Battista Pagano poi del chierico Dionisio Rama, le case poi palazzo di Anna Suriano, figlia del fu Annibale, la casa di Carmina Perez. Il patrimonio si incrementò nel 1720 con la divisione dei beni paterni ereditati tra le due figlie di Gio. Battista Barricellis Anna e Francesca . Anna moglie di Antonio del Castillo successe al padre sul feudo rustico di Sacchetta ed ereditò la metà dei territori di Nogale, Bernabò, la Trazza, La Manca di Pallone, del giardino a Maccuditi, dei due palazzi, uno nel luogo detto Li Rivellini e l’altro in parrocchia diei SS. Pietro e Paolo, dei due magazzini fuori le mura, di una casetta e di alcuni censi (ANC. 660, 1720, 152 -164, 255 -260). Dall’unione tra il chierico Antonio del Castillo ed Anna Barricellis nacquero numerosi figli : il canonico Alfonso fu rettore del beneficio della famiglia Lucifero del fu Mutio sotto il titolo di S. Maria delle Grazie e del beneficio di iuspatronato della famiglia Mangione sotto il titolo della Annunciazione, entrambi con altare e cappella in cattedrale ; i canonici Mutio,e Pietro, il sacerdote Gerolamo, il chierico Michele che fu rettore del beneficio della famiglia Camposacchi e del fu Pipino Fabio sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie, S. Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova e che nel 1737 risulta aggregato al sedile di San Dionigi, Felice, Gio. Battista alfiere dei dragoni della regina e Maria che sposò Nicola Zurlo. Essendo morti i due fratelli Gerolamo e Gio.Battista ereditò tutto il canonico Pietro il quale, essendo tutti i suoi fratelli morti “ab intestato”, donò alla sorella Maria sposata con lo Zurlo il palazzo dei Castillo. Dall’unione tra Maria del Castillo e Nicola Zurlo nacquero Nicola , Giuseppe, Francesco , Fabrizio ... Nel luglio 1773 su richiesta di Nicola Zurlo e dei figli Giuseppe, Francesco e Fabrizio, essendo morta Maria del Castillo, fu fatto l’inventario del palazzo detto dei Castillo. Esso era in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis e confinava con quello di Raffaele Suriano. Il palazzo era composto da 9 camere (incluse la sala e la cucina), 9 bassi, un cortile con dentro il pozzo,, aveva una scala di pietra ed un vignano grande scoperto. Le sue finestre affacciavano al Palazzo degli Zurlo, alla casa di Giuseppe Federico e alla casa dei Micilotti. In tre camere del palazzo abitava Caterina Berlingieri, sorella del marchese Francesco Cesare Berlingieri, che aveva sposato Michele del Castillo (ANC. 666, 1744, 46).

Descrizione del palazzo dei De Castillo nel 1773
Nella sala di detto palazzo vi si ritrovarono li seguenti beni. Dodici quadri vecchi senza cornice con pittura di personaggi. Un riposto, seu stipo grande con entrovi da circa quindici pezzi di cristalli, cioè bicchieri, ed un bacile, ed un candaliero d’ottone. Un stipo piccolo vecchio. Un cassone di tavola vecchio. Ed una scala di legname di circa 25 scalini.
Prima camera doppo d.a sala detta del Pontone vi sono li seg.ti mobili : Sei quadri vecchi grandi con cornice indorate. Venticinque quadretti vecchi con diverse effigie. Un specchio con cornice negra all’antica. Un baullo coperto di pelle rossa cindrillato vecchio, e vacuo. Una cassa con entrovi una coperta bianca vecchia. Una cortina bianca di filato usata. Tre coperte di filato rossi usati. Un sciamberghino di rasoduntes, ed un collaretto del med.mo usati. Altro baullo cindrillato usato con entrovi una giamberga, e calzone di saja di Venezia usate. Un altra di lutto pure usata ed una giamberga di panno biancaccio ordinario anche usata. Altro bauglio cindcillato di campagna vacuo usato. Una scrivania di noce usata vuota . Una cassetta di tavola pittata usata vacua con di lei buffettino di sotto usato. Un libraro di tavole di noce con pochi libri vecchi, e dentro detto libraro un bironcino composto di più tiraturini, e questi vacui, sotto detto libraro una banca con tre tiratoj tutta di tavole di noce. Altro baguglio usato condcillato con entrovi una cortina di filato tinta vecchia. Altra cortina pure tinta di filato vecchia .Una coperta a paragoa di d. cortina vecchia con francetta al torno. Un portiero di Portanova, ed un tapeto dell’istessa usati. Due casse di tavole vecchie vacue. Un boffettino impellicciato di noce con tiraturini voti. Un baguglio voto usato. Una cassa di pioppo usata con entrovi una cortina di filato bianca con rezza a torno. Tre lenzuoli di tela, ed un mesale per la tavola usati. Sedie di paglia ordinarie usate num.o diecesette di color verde, e rossi.
Seconda camera con fenestra affacciante al palazzo delli Signori Zurlo, e l’altra sopra la casa di Gius.e Federico. Quadri vecchi mezzani num.ro sei e quadricini n.ro sette vecchi. Un crocefisso di legno indorato. Un letto consistente in una trabacca di ferro con tre scanni del med.mo ferro. Quattro tavole, tre matarazzi di lana, due coscini pure di lana. Una cortina e coperta di filato bianca. Un pajo di lenzuoli usati. Altra coperta bianca guttelarica. Quattro boffette di noce usate. Un baguglio cendrillato vecchio vacuo. Un altro piccolo vacuo. Un bacile di lavare con suo piede di tavola.
Terza camera Antecucina. Una cassa di tavole vecchie con entrovi un paio di lenzuola di tela fina usata. Camiscie di tela vecchie n.ro tre, e quattro para di calzonetti di tola pure vecchie. Tre vattane di coscini di tola vecchie. Tre mesali di tavola usate. Due giarre di pietra, con bocale di rame usato. Due cassoni di castagna vecchie usati. Una cassa di tavola vecchia. Una boffetta di tavola vecchia ed una majlla.
Cocinetta. Un trepiede di ferro grande. Un altro mezzano rd uno piccolo. Due craticole di ferro. Tre spiedi. Un capofuoco. Due frissure vecchie. Un scarfaletto di rame. Un stagnato pure di rame ed una tijella di rame ancora vecchia.
Quarta camera con fenestre affacciante il Signor Micilotti. Quadri vecchi n.° sette. Un speccio negro all’antica vecchio. Una boffetta di tavola vecchia. Un baguglkio cindrillato vecchio con entrovi due tovaglie di tavole usate. Altro baguglio grande vecchio cindrillato vuoto. Altra boffetta vecchia di tavola. Altro baguglio. Vecchio. Un letto con scanni e tavole di legname con due matarazzi di lana usate. Cuscini di lana n.° due. Un paro di lenzuoli vecchi, ed una coperta bianca vecchia. Una cassa vecchia di pioppo con entro un lenzuolo di tela vecchio ed un selviotto. Altra cassa di tavola vecchia. Quattro sedie vecchie, cioè due grandi e due piccoli.
Altre tre camere dove al presente abbita la Signora D.a Cattarina Berlingieri, nelle quali non vi è altro mobile appartenente a detta eredità se non le due scrittorii di legno e pochi quadri vecchi.
(ANC. 1665, 1773, 26-30).


 



Stampa questa pagina Stampa questo articolo


torna su