[Dai Vezza ai Cavaliere. Storia di un palazzo nel luogo detto Brianda]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 43/1999)
Insegna dei Vezza. D’azzurro, alla quercia al
naturale, sulla campagna di verde, sinistrata da una spiga di grano
d’oro, accollata al ramo di vezza, fiorito di argento.
I Vezza o Viezza
Il “capitan Diego de Veza di nazion Spagnuola”, comandava poco
dopo la metà del Cinquecento la compagnia di soldati acquartierata a
Crotone. Il suo nome è legato alla repressione dei fuorusciti e del
brigantaggio al tempo di Re Marcone1. Alcuni anni dopo Manilio Veza,
figlio di Josepho e di Faustina Suriano, sposò Isabella Pelusio,
figlia di Pietro. Egli possedeva dei terreni a Lo Frasso presso il
Neto2. Imparentati con gli aristocratici della città, fecero parte
del sedile nobiliare di San Dionisio esercitando le cariche
cittadine. Giuseppe Vezza fu più volte sindaco dei nobili ( 1621 e
1627/1628).
Gio. Geronimo Vezza sposò Hippolita Antinoro che gli portò in dote
la gabella “La Pizzutella”, situata vicino al Neto3 . Pietro
Francesco Vezza fu mastrogiurato (1638) e sindaco dei nobili
(1642/1643). Tra i figli ricordiamo Gio. Thomaso, Theresia e
Vittoria, quest’ultime educande nel monastero di Santa Chiara. Essi
sono descritti come persone nobili ma poverissimi, tanto da chiedere
di poter vendere alcuni beni ereditari, per potersi mantenere ed
alimentare4 .
L’abbate Giacomo Vezza, “dottore dell’una e l’altra legge,
gentil’huomo di detta città di Crotone, persona molto dotta e di
molta autorità”, possedette l’abbazia di San Giovanni Calibita, che
nel 1646 diede in pensione all’abbate Gio. Pietro Suriano, suo
concittadino5. Veza Mutio fu confrate della confraternita del
Rosario (1651). Alla fine del Seicento i Vezza assieme ai Gallucci
possedevano il beneficio senza altare e cappella intitolato alla
Immacolata Concezione di B. M. V., beneficio che in precedenza era
stato di iuspatronato delle famiglie Lucifero Gio. Francesco e
Consalvo6 . Prima della metà del Settecento la famiglia Vezza non
esisteva più a Crotone.
Le case dell’arcidiacono Vezza
Giovanni Martino Vezza ricoprì la carica di archidiacono della
cattedrale di Crotone, che era la dignità maggiore dopo quella
vescovile, e possedette il beneficio semplice della Natività di
B.M.V. morì nell’ottobre 16547. Egli era stato proprietario di
alcune case, divenute casalini, sulle quali il canonico Gio. Andrea
Cavarrretta pagava un annuo censo di ducati 7 ed un tarì per ducati
90 dovuti al seminario8. Aveva inoltre una casa palaziata in
parrocchia di Santa Maria Prothospathariis vicino alle mura nel
luogo detto “le grotte dell’arcidiacono Vezza” che passò in eredità
a Luccia Lucifero9.
All’inizio del Settecento il primicerio della cattedrale di Crotone
Geronimo Facente e Benedetto Arrighi possedevano una casa palaziata
con più e diversi membri superiori ed inferiori, situata in
parrocchia di Santa Maria Prothospatariis “isolata vicino le mura
della città e proprio della Guardiola seu garitta detta di Brianda”.
La casa palaziata era stata anticamente di proprietà
dell’arcidiacono Gio. Martino Vezza ed era stata da poco “nuovamente
fabricata”10.
Il “palazzo nuovo”
Passata poi di proprietà del solo Benedetto Arrighi, alla sua
morte pervenne al figlio ed erede Gregorio, il quale nel maggio 1728
la vendeva per ducati 840 a Laura Troncè o Truncè, vedova di
Giuseppe Fallacca. Nell’atto di vendita il palazzo, chiamato “il
palazzo nuovo”, era formato da “più e diverse camere portone di
cantoni, cortile, scala di cantoni, loggetta, pozzo, tre magazenelli
uno con la porta di dentro detto cortiglio e l’altri due colla porta
di fuori alla strada11”. Esso era situato in parrocchia di Santa
Maria Prothospatariis nel luogo detto Brianda, vicino al “Largo
delli Rivellini”, e confinava con le mura della città ed era
attaccato al magazzino di Santo Pasca e alla casa palaziata del
canonico Andrea Quercio12 ed era vicino la casa di Armellina Ricca.
Nel catasto onciario del 1743 Laura Truncè, vedova di Giuseppe
Fallacca, di 57 anni abita in casa propria con le figlie Rosa di 20
anni e Anna di 18 e possiede una vigna a Lamposa. Lo stesso palazzo
ospitava il fratello Giovanni Truncè, sacerdote di 45 anni13 ed era
attaccato a quello degli eredi di Santo Pasca cioè alla moglie e
vedova Isabella Manco di 24 anni, che viveva con le figlie Angela e
Rosa14.
Descrizione del palazzo
Morta Laura Truncè, nel dicembre 1757 gli eredi facevano fare
l’apprezzo del palazzo, o continenza di case, situato nel luogo
detto Brianda e confinante solamente da un lato alla casa nuova
palaziata che era stata del fu Santo Pasca. Su richiesta di Gio.
Domenico Siciliano, di Isidoro Cavalieri, dei massari Antonio Artesi
e Dionisio Giaquinta e del mastro Dionisio D’Oppido, in qualità di
mariti e legittimi amministratori delle loro rispettive mogli ,
figlie ed eredi dei furono Giuseppe Fallacca e Laura Truncè, furono
incaricati i mastri muratori Francesco Partale e Geronimo Asturi ed
i mastri falegnami Giuseppe Antonio Nigro e Dionisio Sacco. Dopo
averlo attentamente osservato e misurato i mastri lo valutarono del
valore di ducati 1587 e grana 22. Il palazzo era costituito da una
prima camera attaccata a quella del Pasca di rimpetto le mura, da
un’altra camera attaccata alla prima e a quella di Pasca di rimpetto
la Pischeria, dalla camera di mezzo verso la Pischeria, da un’altra
camera di mezzo rimpetto le mura, da una sala, da una camarella
sotto la loggia, dalla loggia, da una camera sotto la sala, dalla
scala, dal pozzo e pila15.
Dai Truncè ai Cavaliere
In seguito il palazzo situato sul baluardo passò a Francesco
Antonio Cavaliere, il quale nel catasto del 1793 risulta di anni 50
e vedovo di Isabella Manfredi, figlia di Marco e di Teresa Messina,
e vivente con i figli Marco di 29 anni ed il sacerdote Filippo di
26. Il Cavaliere che aveva ereditato alcuni beni della moglie, tra
cui parte del palazzo Manfredi, che locava, aveva ampliato il
palazzo dove abitava, situato sul baluardo, costruendo sul suolo
pubblico. Perciò doveva pagare annualmente all’università di Crotone
nel mese di luglio per ius soli “per aver fabricato due camere unite
al suo palazzo d’abitatione ducati uno”16.
Durante l’Ottocento dal nome dei nuovi proprietari il baluardo,
presso il quale era stato costruito il palazzo, che prima si
chiamava Villafranca e poi Brianda assunse la denominazione di
bastione Cavaliere17 ed il palazzo omonimo con lo smantellamento
delle mura venne ad affacciarsi sul nuovo viale Regina Margherita.
Note
1. Juzzolini P., Santuario di Maria cit., p.25.
2. Acta cit. 141v.
3. ANC. 117,1622, 83-85
4. ANC. 253, 1671, 81-82.
5. Nola Molise G.B., cit., p.78.
6. Acta cit., f.33.
7. Subentrò nella carica di arcidiacono il nobile Ottavio Vezza,
Russo F., Regesto, VII (37507).
8. Sul finire del Seicento il censo era stato affrancato ed il
capitale si trovava in deposito nella cassa del seminario in attesa
di essere reinvestito, Acta cit., f.131v.
9. ANC. 1664, 310, 30 ?
10. Il canonico Francesco de Oppido, rettore del seminario concede
nell’agosto 1702 a Geronimo Facente e Benedetto Arrighi ducati 300
al 7% , impegnando i loro beni tra cui la casa, ANC. 497, 1702,
49-51.
11. Il palazzo dell’Arrighi era gravato da duc.21 per capitale di
duc. 300 dovuti al seminario e da annui duc. 13 e mezzo per il
capitale di duc. 225 dovuti all’ospedale (atto del notaio Pelio
Tirioli del 15.4.1720), ANC. 662, 1728, 72-74.
12. Il canonico Andrea Quercio, figlio ed erede di Antonio,
possedeva nel largo delli rivellini una casa palaziata attaccata
alle case di Laura Troncè e di Beatrice d’Allegro, ANC. 663, 1731,
92 –94.
13. Catasto Onciario Cotrone, 1743, ff. 148, 199.
14. La vedova Manco affittava un membro della casa con altre due
casette dell’eredità del marito, Catasto Onciario Cotrone, 1743, f.
68.
15. ANC. 859, 1757, 475-477.
16. Catasto Onciario Cotrone, 1793, ff. 67v-68r.
17. Genio Militare. Piano dimostrativo della cinta e del Castello
della Città di Cotrone, 1872.

