[Santa Severina il quartiere di Porta Nova]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 41-44/2009)
Sappiamo che al tempo della minaccia turca le
fortificazioni della città furono rinforzate.
Risale alla fine del Quattrocento la Porta Nova, che si collegherà
con la Porta Vecchia attraverso la Strada detta della Piazza.
Le porte della città
Nella “Reintegra” del 1521 troviamo le tre porte della città: la
porta vecchia detta della Piazza, la porta nova detta di San
Domenico e la porta della Grecia detta anche di Santo Nicola, dal
nome della vicina chiesa costruita al tempo di Andrea Carrafa.
Quest’ultima era situata tra la città ed il sottostante quartiere
della Grecia. (“N. Jo. Bap.ta Stricagnolus per uno loco gructae in
timpa portae S.ti Nicolai qua descendit ad greciam iux.a gructam
mag.ci Fer.di condopoli et viam pu.cam” ,1521, f. 20). La porta
della Grecia, successivamente verrà spostata più a valle includendo
il quartiere della Grecia. Le tre porte, che mettono in
comunicazione la città con l’esterno, sono anche citate in documenti
successivi.
Nell’agosto 1575 nella contesa tra il governatore della città Jo.
Batt.a Garrafo ed il commissario del Sacro Consiglio Claudio Bonetti,
essendo alcuni cittadini renitenti al pagamento delle imposizioni,
il commissario afferma che era in difficoltà nel far pagare i
debitori ma tra i suoi capitoli vi era “che non permetta di serrare
le porte ma quelle stiano sempre de notte et de di aperte, ma è ben
vero che quando se volesse fare una buona esigenza se conveneria far
star serrate le due porte et una aperta dala quale passano tutte le
genti che sono debitori per farle pagare” ( Santoro, ff. 147-148).
Nell’apprezzo del 1653 si legge: “… S’entra in essa per tre porte
una dalla parte di ponente chiamata il Salvatore la 2.a dalla parte
di levante chiamata porta Nova di Santo Dominico la 3.a dalla parte
di mezzo giorno chiamata la porta della Grecia et da dette tre porte
si ha l’ingresso in d(ett)a Città per strade pendine parte d’esse
inselicate.…”. Vi era poi la porta di Santo Nicola che separa la
città dal quartiere della Grecia “.. da mezzo giorno e uno quartiero
detto Grecia il quale si trova sotto d.a Citta che viene ad essere
separato con la porta di S. Nicola..” ( Apprezzo 1653, 31 A). Sempre
alla Grecia vi era una postierla, cioè una piccola porta segreta,
lontana dalla porta principale, che permetteva di uscire di nascosto
dalla città (“Antonio figlio di Rita Lopitropo passò da questa vita
a 23 di luglio 1666 disgratiatamente precipitato dalla posterola
della Grecia, e fu sepelito nel monasterio di S.to Domenico”, 11D,
fasc. 1).
Le tre porte sono citate anche nell’apprezzo del 1687 “ ..più avanti
vi si trova una strada inselicata di pietra viva, per la quale si
giunge alla porta di detta città detta della Piazza……vi è la strada
che si cala al borgo detto la Grecia… e si cammina verso la porta,
detta della Grecia…. Poco più in basso seguita la strada e vi è la
porta della città detta Portanova, la quale sta vicino al monistero
di S. Domenico”. (Sib. 110). In seguito avviene la soppressione
della porta della Grecia, molto probabilmente con la costruzione
delle nuove mura della città. La mancanza di questo accesso alla
città determinerà anche l’emarginazione e la decadenza del quartiere
della “Grecia”, il suo spopolamento e la soppressione della chiesa
parrocchiale di Santo Pietro. Alla fine del Seicento le porte della
città sono solo due, come testimonia il canonico Francesco Maria del
Sindico, mastrogiurato della fiera di Santa Anastasia. Il 25 maggio
1698 il canonico afferma di avere avuto in consegna le due chiavi
della città dal mastrogiurato laicale Marc’Antonio Calio e di averle
tenute per tutti gli otto giorni della durata della fiera. Avendo
terminato il suo ufficio, egli restituisce le chiavi, che sono “una
è della porta della Città detta La Piazza, e l’altra dell’altra
porta detta di San Domenico”. Essendo il Calio assente, le chiavi
sono prese in consegna dal sindaco dei nobili della città Domenico
de Luca. (12A, f. 429).
La chiesa di Santo Dionisio di Porta Nova
Fuori dalla città lungo la via pubblica, che uscendo da Porta
Nova e discendendo dalla timpa su cui sorge la città, vi era la
chiesa di Santo Dionisio. La chiesa situata sotto Portanova era
vicina al timpone de li giudei ed al biviere di Portanova. Nella
località vi erano alcune proprietà con orti, ulivi, vigne ed alberi
da frutto, tra le quali una appartenente alla cappella di Santo
Francesco di Paola di juspatronato della famiglia Caruso (“li celsi
posti sotto Portanova confine lo Biviero e conicella sopra S.
Dionisio la via publica..”, 1589). La maggiore apparteneva a
Francesco Carrafa e fu acquistata nel 1570 da Antonella Trombatore
che la vendette nel 1577 ad Antonio Zurlo.
(Antonella Trombatore, vedova di Joanne Martino Infosino, compera da
Francesco Caraffa, zio del conte Vespasiano Carrafa “ quasdam
possessionem arboratam olivis amendulis et nonnullis aliis arboribus
domitis et indomitis cum quibusdam vineis sitam et positam in dicto
territorio S.tae Severinae in loco ubi dicitur sotto porta nova
jux.a olivetum D.ni Gregoriis deli Pira olivetum m.ci Jo.is Ber.ni
Sacchi jux.a terras Malchiori Muti dictas lo timpone de li giudei
eccl. am S.ti Dionisii via pu.cam, Santoro, 1570; Antonella
Trombatore possiede una possessione “arboratam olivis q.nus petiis
vinearum amendulis ficubus et aliis arboribus domitis et indomitis
sitam in districtu S. S.nae jux.a ecc.am S.ti Dionisii di portanova
jux.a olivetum Melchionni Muti et per cristas descendit ad
cerarmacum jux.a l’ogliastritto jux.a locus de cocina jux.a terras
m.ci Jo. Bartoli Sacchi viam publicam et olivetum m.ci petri Antoni
delo Sindico, Santoro, 1574,. 40; Antonella Trombatore ha “quamdam
poss.nem arboratam olivis vineis et aliis arboribus domitis et
indomitis sitam suptus ripas p.tae Civitatis in loco dicto sotto
porta nova jux.a ecc.am S.ti Dionisii jux.a olivetum Malcioni Muti
jux.a terras mag.ci Joannis Ber.ni Sacchi jux.a olivetum m.ci petri
antoni de Sindico via med.te et viam pub.cam”, la vende ai fratelli
Horatio e Jacobo de Rasis per ducati 270, Santoro 1575, 90-91;
Antonella Trombatore ha “possessionem vitatam et arboratam vineis
olivis ac aliis arboribus domitis et indomitis sitam et positam in
districtu p.tae Civ.tis loco dicto Santi Dionisio di porta nova
jux.a ecc.am p.ti S.ti Dionisii jux.a olivetum q.d fuit Malchioni
Muti jux.a olivetum m.ci joannis ber.ni Sacchi jux.a olivetum m.ci
petri antoni del sindico viam m.e viam pu.cam”, la vende a Antonio
Zurlo per ducati 310, Santoro, 1577, 126).
Fonte, Cisterna e Beviere di Portanova
Sotto Porta Nova vicino alla rupe della città ed alla via
pubblica vi erano tante piccole proprietà. Un biviere ed una
cisterna alimentavano i numerosi orti con alberi da frutto. Vi era
“l’ortale” di Puccio Brundolillo, il “locum arboratum” di Hieronimo
de Gennaro, “l’hortale arboratum” di Dionisio Caruso, “l’hortum” di
Antonio de Padula (f.15), “l’hortum” di Franciscus Pergolus, nonno
dei figli ed eredi di Carolus Pergolo, (f. 11v), il luogo alberato
“arboribus amigdolarum et ficuum” di Pyrrhus de Valenti, l’oliveto
di Francesco Jaquinta, la vigna di Alexandro Gisolfo (f. 13), il
“Jardinum” che fu di Scipione Infosino, (f. 14v), il luogo alberato
con due grotte del diacono Cobellus Nicolucha (f. 15) ecc.
Via pubblica da Portanova a Merto, via pubblica delle Carra
Vecchi
Nella descrizione dei censi pagati alla mensa arcivescovile nel
1576 troviamo che Jo. Dom.co Fiasco possedeva un oliveto che era
appartenuto Jacobello de Aminò. L’oliveto era situato sotto le timpe
della Grecia e confinava con la costa di Merto ed il vignale delle
Grotte di Paulo Archimanno, il vallone di Merto e la via pubblica
“che cala di Portanova a Merto”.
Sempre sotto Portanova vi erano l’oliveto dei Milea, che era situato
alla “Cona sotto Portanova”, detta anche “Cona di Cocina”, l’oliveto
dei De Sindico, la via pubblica, il vignale con ulivi del messere
Pietro Cosentino e la possessione del messere Gio Bartolo Oliverio,
erede della magnifica Lucrezia Deodato. La “possessione”
dell’Oliverio era costituita da “terre vacue, viti, olivi ed altri
alberi”. Essa era situata sotto Portanova e confinava con un
“giardino” appartenente al convento di S.to Domenico, il vallone di
Cafiri e la via pubblica detta “delle Carra Vecchi”.
Sopra Porta Nova dentro la città
Tra i “Bona dictae Curiae noviter reintegrata intus Civitatem”
troviamo “domus et gructa una quas occupaverat Stephanus
Dormigliosus supra timpam de portanova iux.a dictam timpam viam
publicam et domum heredis delo Tudisco , il “palaczettum” dell'erede
di Scipione Infosino che confinava con la casa terranea del nobile
Lorenzo Infosino vinella mediante e la via pubblica ed il terreno
vacuo presso la Timpa di Portanova, confinante con la casa
dell’erede di Joannello Russo ed il casalino del magnifico D.
Thomasio Sarconi de Cotrono. Tra le case da abbattere per la
sicurezza della città vi era la “Domus una terranea in timpa dicta
de S.to Dom.co iux.a ecc.a Monasterii S.ti D.nici et domum Nob.
Alfonsi Susannae quam tenebat Joannis Tarentinus” (1521, ff. 61v,64,
66).
La chiesa parrocchiale di S.to Apostolo
La chiesa parrocchiale è già presente all’inizio del
Cinquecento, come documentano alcune donazioni al Capitolo: Nel mese
di giugno XIIII Ind.e (1526) “passò da questa vita donno raimo m.o e
lasciò una casa al capitolo in parrocchia di S. Giovanni Battista la
detta casa fu scambiata per lo reverendo capitolo con mastro Joanni
Jaquinta per uno palazio alla piacza avanti santa maria de la catina
alla par. di S.to Ap.lo confine la via publica e la casa di vartulo
lo cordaro” ; Nell’ agosto 1545 “la casa palatiata che fo de m.r
galieno in par. di S.to Apostolo confine la casa de Evangelista Jono
et la casa dela herede de Victorio Palermo et la via publica dela
quale de supra et de subto è concessa in enfiteusi al R.do don joani
Infosino” e “La casa che fo de q. Joanni Florani palatiata sita et
posta in la parochia de S.to Apostolo jux.a la casa terrana di ber.
De Florani et la gructa de Sansone pullizi et la timpa e stata
concessa ad donno luc.o taglaferro (1D, Censi del Capitolo).
Nell’elenco dei censi della mensa arcivescovile dell’anno 1548
troviamo i nomi di alcuni parrocchiani. Tra tutti spiccano “lo S.or
Decano Jo. Infosino” ed il “Messer” Alfonso Susanna. Seguono i
“donno” Martino de Lamendula e Girolimo Tagliaferro; quindi i
“mastri” Joanni e Marco Tosscano e Petro Carcello, poi Cola e Macteo
de Francho, Francisco Capoza, Antonino Germano, Bactista Carnelevare,
Francisco Scandali, Francisco Pergulo, Cola Todissco, Salvature
Grecu, Bactista Caruso, Vangelista e Petro Jannino, Bactista
Condopoli, Antoni de Amato, Sansone Pullizi, Juliano de Costantia.
Ci sono poi le “Donna” Catherina Lacordara, Minica La siciliana e
Joanna de Cammarello, quindi Catherina Pinnella e Antonina
Dormigluso ed i “laereda” de Victurello Tarantola, de Joandominico
Palermo, de Joanni Frochali, de Macteo Jannino, de Jacobo Pancali,
de Joancola Archomanno e de Santo Creature.
Nel maggio 1559, dopo aver visitato la chiesa di Santa Maria della
Grazia con l’annesso oratorio di Santa Maria della Catena, il
cantore Giovanni Tommaso Cerasia, vicario dell’arcivescovo Ursini,
entrò nella chiesa parrocchiale di Santo Apostolo. Recitata
l’orazione davanti all’altare, visitò la chiesa. Trovò un altare
fabbricato con un altare portatile e di sopra un crocifisso di legno.
Nella chiesa vi erano anche un panno nero, una croce di legno, un
calice di peltro con corporali e patena, un vestimento sacerdotale
completo, tre tovaglie, un coprimento di tela dipinta, un altro di
tela, due candelabri, due orcioli fittili, un messale, un cuscino,
un certo ripostiglio della SS.ma Eucarestia nel quale non c’era
l’eucaristia, ventidue tovaglie, quattro coprimenti vecchi di tela,
quattro manipoli e due stole e quattro amitti, due cuscini, un
coprimento vecchissimo, una lampada, una campanella grande e quattro
veli di seta. La chiesa aveva oltre all’altare principale anche un
altro altare. Il Cappellano era Jo. Antonio Caruso. Le rendite della
chiesa erano costituite dai quattro carlini e mezzo provenienti da
censi, dall’affitto di quattro tomolate di terra a Torrotio e dalle
decime dei parrocchiani. Il vicario trovò un’arca di abete e due
banchi. Egli ingiunse al cappellano di rifare e di meglio adattare
la porta e di conservare con cura i beni inventariati. Il vicario
con il suo seguito, completata la visita alla chiesa di Santo
Apostolo, si diresse verso la vicina e soprastante parrocchiale di
Santo Giovanni Evangelista. (16B)
Il cappellano Donno Gio. Antonio Caruso amministrerà a lungo la
chiesa, egli è ancora citato in un atto notarile del settembre 1574
e forse sarà l’ultimo parroco (V,14).
Durante il periodo in cui fu arcivescovo Francesco Antonio Soriano (
1573 -1586), a causa della diminuzione della popolazione e per le
poche rendite, le parrocchie furono ridotte a sette (Visitatio
ap.lica Sanctae Severinae, 1586). La parrocchia di Santo Apostolo fu
soppressa ed unita a quella di Santo Giovanni Evangelista. L’ambito
parrocchiale di Santo Apostolo era compreso tra la Porta Nova, dove
c’era la chiesa ed il convento dei domenicani (5 giugno 1571. Cesare
Scandale abitava in parrocchia di Santo Apostolo “iusta domum
Nicolai Fra.ci De Costanza ecc.am S.ti D.nici viam pu.cam, II, 103),
le timpe della città (21.9.1574. Francesco Carrafa possiede una casa
palaziata in parrocchia di Santo Apostolo “iux.a ripas Civitatis
viam publicam et ecc.am S.ti Gregorii vinella mediante”. La dona
“cum eius hortale” alla chiesa di S. Gregorio con la condizione che
il cappellano della chiesa di Santo Apostolo Donno Jo. Ant.o Caruso
vi celebri una messa alla settimana nella chiesa di S. Gregorio per
se e per i suoi defunti, V, 14), e gli ambiti delle parrocchiali di
S. Nicola dei Greci e di S. Giovanni Evangelista (9.12.1573. I
coniugi Alfonso Caloianni e Antonina de Rogiano possiedono una casa
terranea in parrocchia S.ti Apostoli iux.ta domum donna Virginia de
Caruso iux.a ripas S.ti Joannis Evangelistae et domos Marci Antoni
Guertio la scambiano con una apoteca terranea in parrocchia di
Sant’Angelo dei coniugi Marco Antonio Guertio e donna Julia de
Franco, IV, 40-41). La parrocchia era attraversata dalla via
pubblica della Piazza, che collegava la Porta Vecchia con la Porta
Nova, ed al suo interno vi erano le chiese di Santo Gregorio e di
Santa Maria della Grazia. La parrocchia è citata negli atti del
notaio Marcello Santoro fino al 1582, la soppressione con unione
avvenne quindi tra il 1582 ed il 1586.
5.6.1571. Cesare Scandale abita in parrocchia S.ti Apostoli iuxta
domum Nicolai Fra.ci de Costanzo eccl.am S.ti D.nici viam pu.cam” (
II, 103); 22.9.1573. Il nobile Jacobo de Martino possiede una “domum
palatiatam cum cameris duabus in parrocchia S.ti Apostoli jux.a
domum S.tae Mariae de Gratia viam pu.cam de duobus lateribus”. La
vende a Marcantonio Guardata per 50 carlini d’argento ( IV, 7);
4.11.1573. Donna Gesimina de Caloianni, vedova di Cesare Scandale,
possiede una casa palaziata in parrocchia di Santo Apostolo che
confina con la casa dell’erede di Evangelista Iannino. La vende per
ducati 40 a Dianora Milea, moglie di Petro Demani (IV, 34v-35r);
11.8.1574. I fratelli Iannino possiedono una casa palaziata in
parrocchia di Santo Apostolo la vendono a Martino Gatto per ducati
52 (IV, 118); 1.12.1576. Thesiodo Liveri possedeva un “maghazeno
avante S.to Apostolo jux.a la casa di donna julanda de Martino” dove
conservava grano e orzo ( VI, 107); 17.2.1577. Finitia de Dorabile
per testamento “lassa a S.to Ap.lo uno dupletto novo per avante
altare et reparatione de detta chiesa” (VI, 172); 16.9.1581. Donno
Jo. Jac.o Guandata possiede una casa terranea “ante ecc.am S.ti
Apostoli iux.a domum Martini la Mendola et domum R. Capitoli S.tae
Sev.nae” a lui pervenuta in quanto erede del fu Jo. Guandata. La
vende a La Mendula per ducati 15. (IX,19v-20r); 11.10.1581.Matteo
Leone possiede una casa in parrocchia di S.to Apostolo confinante
con la casa che fu di Gio. Phi.po Yemme e la via pubblica ( IX,
37v-38r); 29.1.1582. Donna Margarita de Bonaiuto porta in dote al
no. Cesare Russo “una casa palaciata con camera iux.a la casa de
Macteo Leone e lo R.do donno Infosino in la cappella di S.to
Apostolo et via pu.ca” ( IX, 79 - 80). Nel gennaio 1621. R.D.
Fabritio Burdaria è “canonico et Parocho della chiesa di S. Giovanni
Evangelista et unita con la chiesa di S. Apostolo”. 3C, 20v).
La chiesa di S.ta Maria della Grazia
La chiesa già esiste all’inizio del Cinquecento: “Carolus de
S.to Felice tenet et possidet intus Civitatem p.tam in parrochia
S.ti Nicolai de grecis domum unam terraneam iux.a domum ecclesiae
S.tae Mariae de Gratia..” (Reintegra, 1521, f. 14). La chiesa non
parrocchiale, di ius patronato della famiglia d’Infosino d’Alto, era
situata tra le chiese parrocchiali di Santo Nicola dei Greci e Santo
Apostolo. Essa si trovava ai confini dell’ambito parrocchiale di
Santo Apostolo sulla via pubblica detta la strada della Piazza (S.
Maria della Grazia, chiesa dentro d.a città nel luogo d.o di “La
Piazza”, Sib.,162). (“Casa palatiata posta in detta cappella (S.
Apostolo) iux.a la via publica di due parti e la chiesa di S.ta
Maria la Gratia”, Platea mensa arciv. 1576).
Nel maggio 1559, dopo aver lasciato la chiesa parrocchiale di Santo
Nicola dei Greci, proseguendo la visita il vicario Cerasia entrò
nella chiesa di Santa Maria della Grazia. Fatta l’orazione visitò
l’altare, che era consacrato e fabbricato, e di sopra vide le
immagini dei profeti. Quindi trovò un piccolo crocefisso in rilievo,
una immagine della Beatissima Vergine, tre tovaglie, due coperte di
tela, una delle quali era di “saya” verde, due cuscini, uno di cuoio
figurato e l’altro semplice, un vestimento sacerdotale completo
nuovo nel quale c’era una cassula di “saya” verde, un calice
d’argento dorato con patena e corporali e purificatori. Quindi
quattro altri cuscini di tela, un calice di peltro con patena. Vi
erano dieci coprimenti di tela, un altro coprimento antico dipinto,
un vestimento sacerdotale di tela completo, una casula di seta rossa,
una casula di tela bianca, due orcioli di ottone, due candelabri,
due coprimenti di tela con frange “ad contaglio”, dodici tovaglie di
tipo diverso, nove mandili e nove spalleri, tre cippe antiche, tre
amitti, un “riglierius”, un messale a stampa, un quaderno per
cantare le messe.
Nella parte destra della chiesa c’era una cancellata lignea davanti
all’immagine della Beatissima Vergine. Vi erano due altari ed una
croce lignea. Nella parte sinistra c’erano alcuni voti e da una
porta piccola si entrava nell’oratorio di Santa Maria della Catena
nel quale c’erano un coprimento, tre tovaglie, una immagine della
Gloriosa Vergine. La chiesa aveva anche un campanello grande. Il
vicario trovò il cappellano donno Jacobo Cerentia ed il magnifico
Jo: Vincenzo Infosino; quest’ultimo disse che la chiesa era di suo
iure patronato e presentò al vicario il suo fratello Jo : Bernardino
Infosino. Interrogato sulla dote della chiesa affermò che aveva tre
case ed un piccolo terreno al “Timpone deli Giudei”. Il vicario
impose che entro otto giorni gli presentassero i documenti della
concessione e della dotazione, quindi finita la visita prosegui per
Santo Apostolo (16B).
Nella chiesa vi era una cappella dedicata a Santa Maria del Carmelo
e sarà sede per tutto il Seicento della confraternita laicale delle
Cinque Piaghe. La confraternita è già esistente nel settembre 1620,
come risulta dalla richiesta di “monitione di scomunica” che il 24
settembre 1620 il priore della confraternita Prospero Galluccio ed
il procuratore Marco Russo chiesero all’arcivescovo “contro tutte
quelle persone che havessero, tenessero o havessero occultato robbe
danari e grano di detta chiesa” (3D, fasc. 1).
Come si legge nell’inventario dei beni, presentato il 9 ottobre 1630
nell’atto della Visita dell’arcivescovo Caffarelli dal cappellano
della chiesa Gio. Battista Oliverio Infosino, per opera dei priori
della confraternita la chiesa era stata da poco ampliata ed era
stata costruita la sacrestia, demolendo due casalini situati dietro
la chiesa. Anche la vicina strada era stata allargata, utilizzando
il suolo lasciato da una casa, che era davanti alla chiesa ed al
cortile della famiglia Marzano.
Per la presenza della confraternita alla metà del Seicento la chiesa
assumerà il titolo di Santa Maria delle Grazie e delle Cinque Piaghe
( “Ecc.a sub titulo Sactae Mariae Gratiarum, et quinque Plagarum
D.ni N.ri, cui est annexa confraternitas laicalis”, “dove li
confrati ogni venerdi sera fanno esercitii spirituali”). In seguito
perderà il titolo originario e verrà chiamata semplicemente come
chiesa delle Cinque Piaghe.
Nell’ottobre 1686 l’edificio subì gravi danni causati dal crollo di
alcuni casaleni soprastanti.( “Adi 29 di ottobre 1686 ad hore
quattro di notte cascò una muraglia delli casaleni del q.m Marzano e
rovinò parte della chiesa di S.ta Maria La Gratia et anco la casa
della vedova Elisabetta Novellise essendo restata sotto le rovine
d.a casa morta tanto la stessa Elisabetta quanto Lonardo et Angela
Paluti figli scavati da sotto li pietre furono sepelliti in S. Maria
La Gratia”).
La famiglia Infosino d’Alto oltre ad avere il ius patronato sulla
chiesa aveva anche il ius patronato della cappella o oratorio di
Santo Lorenzo. L’oratorio è già presente all’inizio del Seicento.
Esso era in origine situato dentro la chiesa metropolitana; infatti
il presbitero Gio. Battista Oliverio Infosino risulta rettore fin
dal gennaio 1615 dell’oratorio di Santo Lorenzo dentro la cattedrale
e della chiesa Santa Maria della Grazia nel luogo detto La Piazza.
L’Oliverio era seguito a Scipione Burlarias, morto nell’ottobre
1614. In seguito le rendite della cappella di San Lorenzo furono
trasferite al beneficio sotto il titolo di S. Lorenzo Protomartire
nell’altare di Santa Maria delle Grazie dentro la chiesa delle
Cinque Piaghe, come appare nella descrizione dell’arcivescovo
Antonio Ganini (1763 -1795): “La chiesa delle Cinque Piaghe di
Nostro Signor Gesù Cristo con la sua effigie mentre viene deposto
dalla croce è retta da un procuratore designato dall'arcivescovo e
che rende allo stesso conto dell'amministrazione. Vi era un
sodalizio di confrati ora dismesso. Si celebra ogni sabato per i
benefattori. Vi sono quattro altari. Uno è dedicato a Santa Maria
delle Grazie nel quale è eretto un beneficio sotto il titolo di S.
Lorenzo Protomartire con l'onere di messe a seconda delle rendite ed
è retto per il beneficiato D. Nicola Riccio di Roccabernarda.
L'altro beneficio di S. Maria di Monte Carmelo è retto dal
beneficiato D. Marco Aversa e vi è l'onere di messe a seconda delle
rendite. Il terzo è intitolato alle Anime Purganti è ha l'onere di
una messa ogni lunedì. Il quarto è dedicato a S. Maria di Trapana ed
è di pertinenza dell'università della città, ma essendo abbandonato
è mantenuto dal procuratore della chiesa”( Rel. Lim. 1765).
La chiesa di S.to Gregorio
La vicinanza tra il convento dei Domenicani, la casa
dell’aristocratico Alfonso Susanna e la chiesa di Santo Gregorio è
evidenziata nella “Reintegra” del 1521. Nell’elenco delle case da
abbattere per una migliore difesa della città vi erano: “Domus una
terranea in timpa dicta de S.to Dom.co iux.a ecc.am Monasterii S.ti
Dom.ci et domum Nob. Alfonsi Susannae quam tenebat Joannis
Tarentinus” e un “Casalenum unum in timpa de S.to Gregorio quod
tenebat N. Jo. Paulus Scolerius iux.a ecc.am S.ti Gregorii et domum
p.ti Nob. Alfonsi Susannae et domum dotalem Donnae Stefaniae de
Susannae eius sororis (f. 66). La timpa della città dove si trovava
la chiesa era chiamata la “timpa di Santo Gregorio”. Il luogo era
attraversato dalla via pubblica e da vie vicinali ed oltre agli
edifici citati vi erano i palazzetti di Donna Stefania de Scolerio,
di Loysio de Lauria e di Petro de Lauria, il palazetto diruto di
Bernardino Mazulla, le case terranee di Augustino de Arcudio e di
Simone Abitabile, le case di Antonio Marraieni, di Stefano
Novellisio, di Bernardino Mazulla, di Joanne Cappellano e di Nicola
Misasio, i casaleni di Antonio Marraienio”, di Vincenzo de Planis”,
del mag.co Federico de Asagnes, di Nicola Misasio, di Joanne
Abinabile e di Simone Abinabile, le grotte del mag.co Federico de
Asagnes e di Luca Jo. Infosino e la “domuncula “ e l’orto del mag.co
Federico de Asagnes.
L’appartenenza della chiesa di Santo Gregorio alla parrocchia di
Santo Apostolo è evidenziata da un atto del notaio Marcello Santoro.
Il 21 settembre 1574 Francesco Carrafa, proprietario di una casa
palaziata in parrocchia di Santo Apostolo “iux.a ripas Civitatis
viam publicam et ecc.am S.ti Gregorii vinella mediante”, la dona
“cum eius hortale” alla chiesa di S. Gregorio, con la condizione che
il cappellano della chiesa di Santo Apostolo Donno Jo. Ant.o Caruso
celebri una messa alla settimana nella chiesa di S. Gregorio per se
e per i suoi defunti ( V, 14).
Il convento di Santo Domenico
Una relazione scritta alla metà del Seicento dai domenicani di
Santa Severina afferma che, secondo i documenti esistenti nel
convento, l’arcivescovo di Santa Severina Alessandro della Marra
(1488 – 1509) donò ai domenicani la chiesa di Santa Severina
dedicata alla Annunziata e concesse loro di fondare il convento
circa l’anno 1500. Comunque il convento era in costruzione nei primi
anni del Cinquecento, dopo l’arrivo degli Spagnoli e la presa di
possesso della città da parte del feudatario Andrea Caraffa.
Con il breve che inizia “In Ap.lica Dignitatis specula constituti”
del 24 maggio 1502 il papa Alessandro VI confermava ai superiori ed
ai frati del convento dell’Annunziata di Santa Severina la donazione
a loro fatta della chiesa dell’Annunziata, situata dentro e vicino
alle mura nel luogo detto Portanova, e di un pezzo di terra, ad essa
contiguo, sul quale i frati avrebbero potuto edificare il loro
convento. Il breve papale “in carta pergamena col sigillo pendente
di piombo” si conserverà ancora alla metà del Seicento tra le carte
del convento.
Situato dentro le mura, accanto alla strada maggiore ed vicino alla
porta della città detta la “Porta Nova” , il convento fu eretto con
il contributo dei cittadini e dell’università di Santa Severina;
quest’ultima, per far fronte ai costi di costruzione ed alle future
spese per i lavori di restauro dell’edificio, impose una tassa sulla
carne, che veniva introdotta e consumata in città. Il tutto risulta
nelle “Costituzioni della città e stato di Santaseverina”: “Item
supplicano V. S. Ill.ma se digne avere in commendatione lo
monasterio de S. Dom.co de Portanova de dicta Citta, et ordinare a
tutti cittadini abitanti et commoranti in dicta citta, officiali,
erarii, domestici et familiari de V. S. Ill.ma che compereranno,
sive intrarano carne in dicta citta habbiano da pagare, et
contribuire ad la gabella, seu datio sopra dicta carne imposta, sive
imponenda ad beneplacito de ipsa Un.ta con gratia de V. S. I. per la
elemosina et subvenimento, sive reparatione de dicto monasterio”. La
supplica fu approvata dal conte e feudatario di Santa Severina,
Andrea Caraffa, il 16 marzo 1525, il quale rese esenti dalla stessa
solo coloro che erano addetti al castello ed al suo palazzo. La
tassa sulla carne imposta dall’università, assieme agli altri
capitoli, sarà confermata anche dai feudatari successivi.
La chiesa intitolata all’Annunziata cambiò presto titolo, assumendo
dapprima quello di Santa Maria della Misericordia, ma fu poi
comunemente conosciuta come San Domenico. Come tale è citata in una
relazione del 1586: “San Domenico dove sonno monaci dominichini…
dove resedono da cinque a sei frati” (Il primo ottobre 1573 nel
convento vi erano il priore Frate Vinc.o Montisoro ed i frati Tho de
Yerocarne, Ferrante de Montelione, Aug. no de Cropalati, Tho de S.ta
Severina e Benedetto de Simeri , IV, ff. 15v-16).
Il convento allora poteva contare su una rendita annua di circa
cento e cinquanta ducati, con la possibilità di mantenere sette o
otto frati, ed era sede della confraternita del Rosario e del Nome
di Dio. In seguito le entrate avranno un lieve incremento
soprattutto per l’apporto dei censi bollari, frutto dell’attività
creditizia, mentre il numero di frati si manterrà più o meno
stabile. Nel 1630 vi erano le cappelle di Santo Giacinto della
famiglia Tramonte e del SS. Mo Rosario.
Così è descritto nell’apprezzo del 1653: “Nell’Ultimo della Città
dalla parte di levante vi è il Convento de Padri Dominicani sotto
titulo di santo Dominico nel quale e una Chiesa ad una Nave grande
con Cappellone In testa coverta con Cupola sotto coro con altare
calice con Custodia Indorata grande dove assiste il S.mo Sac.o detto
altare è Cona di N. S.ra alla destra è Santo Dominico e alla
Sinistra è Santo Pietro martire nella nave alla destra è una
Cappella Sfondata dove è l’altare di Santo Dominico Soriano alla
destra è Santa Cat.na et alla Sinistra Santa m.a madalena con
ornam.to di stucco Azzurro et oro nell’finimento e la finestra dove
e N. S.ra con lo Bambino in braccia di buona pittura d.a mano sono
quattro altre Cappelle sotto diversi nomi di Santi nella quale si
Celebra messe alla sinistra sono tre altre Cappelle una dove è N.
S.re in Croce de Rilievo. L’altra pittata in muro e la 3.a e la
Cappella dell SS.mo Rosario dove e una bella Cona guarnita di stucco
azzurro et oro dove è la confraternità con Pulpido a levatore. La
quale Chiesa è Coverta con Intempiatura repartita de quatri et
nell’mezzo vi e una Cona della Circong.ne tiene l’apparati con li
Calici e tutte Comodità e Campana.
Per Comodità delli P.ri vi è Portaria con corritroro dove sono le
stanze per le fuine dall’quale si trova uno largo aperto et Scoverto
nel mezzo è la bocca della Cisterna nelli quatri vi sono alcuni
piedi di Agrume et per gradiata di fabrica si ascende al dormitorio
dove vi sono diece Celle et altre stanze per Comodità de P.ri.
Nell’quale vi assiste il suo Patre Priore con quattro Sacerdoti e
dui laici però ne aspettano più Padri e Sacerdoti Conf.e La Bulla di
sua Santità teneno vigne Giardini li quali viveno d’intrate et altri
offici d’anime
Et dal detto Dormitorio et Celle si Godono lontani Paesi de la
marina di Cotrone, et altri luochi delitiosi.”, (31A).
Scalilla di S.to Domenico
Una vinella collegava la parrocchia di Santo Giovanni
Evangelista con la sottostante via della scalilla di Santo Domenico
posta sopra Porta Nova in parrocchia di Santo Apostolo (La cappella
del S.mo Sacramento possiede una casa palaciata posta nella cappella
di S. Giovanni Evangelista “ iux.a le case de Not.o Jo. Fran.co
Infantino iux.a la la via che cala alla scalilla de S.to Dom.co et
lo casaleno de mad. Dianora de Martino, Platea Mensa Arcivescovile
1576-1579, 13B, f. 23)
Vicino alla “scalilla vi erano alcune grotte (Marzano de Caccuri
della parrocchia di S.to Apostolo possedeva una grutta sotto la
scalilla,censi 1568; La mensa Arcivescovile possedeva una grutta
sopra porta nova alla scalilla iux.a la casa del capitolo,13B, f.
18v) e delle case (Il Capitolo possiede quattro case attaccate delle
quali “una casa fo di Jo. Floccari in la cappella di S.to Apostolo
iux.a la via dela scalilla di S.to D.nico iux.a la casa delo
Capitolo et la timpa di detta scalilla” ed un’altra “fo di Petro
Pinnella”, Platea cit., 13 B, f. 24v).

