[Il castello di Belcastro]
di Pino RENDE
(pubblicato su La Provincia KR nr. 24/2003)
L’età dei castelli
Simbolo del potere signorile, e segnale dell’avvento di una
nuova organizzazione urbana che si concretizza, prevalentemente,
attraverso l’arroccamento nelle aeree dell’interno
(“Incastellamento”), agli inizi del sec. X, il castellum
(1) costituisce la forma d’insediamento
che caratterizza i nuovi centri abitati del Crotonese
(2). Esso ci appare come un complesso
fortificato, edificato alla sommità di una posizione vantaggiosa, in
difesa della chiesa e degli uomini raccolti attorno ad essa, dove
spicca la residenza signorile identificata dalla presenza di una
torre. Dopo la formazione della terra, la città che accoglie i
coloni accorsi a coltivare il territorio, e l’erezione del castrum,
la fortificazione che li difende, il castello appare distinto dalle
mura di quest’ultimo, in una chiara posizione eminente ai margini
dell’abitato, a controllo della città e delle sue vie d’accesso.
Risalta dunque, come il castello non costituisca mai un complemento
alle difese della città, ma una presenza che, in maniera più o meno
marcata, gli si dimostra sempre contrapposta
(3). Accanto a questa loro nuova funzione urbana, comunque, i
castella continueranno a svolgere il compito che già assolvevano
durante l’età romana, vigilando sui principali punti
d’attraversamento del territorio (4) e
mantenendo la loro caratteristica struttura. Si trattava di torri a
base quadrata impostate su tre livelli, di cui l’ultimo costituito
da un terrazzo protetto da una merlatura. Al piano terra vi era un
ambiente inaccessibile dall’esterno, destinato ad ospitare cisterna
e magazzini, dal cui interno si poteva accedere alla porzione
abitabile o sala della torre, posta superiormente. Qui si apriva
l’accesso esterno che, attraverso una postierla, inserita nelle
difese poste a munire la base della torre, consentiva di raggiungere
la corte, dove erano gli ambienti di servizio: cappella, abitazioni
ed i ricoveri per gli animali. Questo complesso era difeso da una
palizzata e da un fosso, che munivano il perimetro esterno
sfruttando l’assetto naturale del luogo.
Kallipóleos nuova sede vescovile
Posta nell’interno ed insignita del titolo vescovile,
Kallipóleos – Callipolitanus compare tra la fine del sec. IX e gli
inizi del X (5), in seguito
all’abbandono del tratto Tacina - Squillace dell’antica via costiera
d’età romana, lungo la nuova strada che, passando per “Terminum
Grossum”, attraverso l’interno, giungeva fino al Tirreno
(6). In particolare, essa controllava
il punto in cui convergevano i principali assi stradali che
collegavano questo nuovo percorso con le principali direttrici
d’attraversamento del Crotonese, ed in ciò risiedeva la sua
importanza che perdurerà per tutto il medioevo. In questa fase
l’abitato era costituito da un forte castello posto a controllo
della via, dove, con il tempo, si andrà sempre maggiormente
evidenziando un altro elemento caratteristico dello scenario
medievale: la cattedrale che, con la sua architettura, arriverà a
sovrastare, in maniera incombente, qualsiasi altro edificio
cittadino. Ciò si giustifica alla luce delle prerogative politiche e
religiose dei vescovi, che si evidenziano come i signori feudali dei
principali centri (le civitas/urbs) (7),
dove i castelli si qualificano come le loro primitive residenze
(8). Questa situazione permarrà ancora
nel Cinquecento, quando, pur con qualche eccezione (Strongoli), i
vescovi, gelosi della loro autonomia, manterranno un livello di
difesa autonomo ed indipendente dalle mura cittadine, realizzando
proprie torri che andranno a far parte di un unico complesso
comprendente la cattedrale ed il palazzo vescovile
(9). Tale situazione appare
cristallizzata a Belcastro, dove la residenza vescovile si presenta
ancora oggi dominata dalla torre “Mastra”: un autonomo e massiccio
donjon (fig. 1) (10) che, in base alle
strutture superstiti, pare ascrivibile ad una fase compresa tra la
fine del sec. XI e gli inizi del XII, quando, a seguito degli
avvenimenti relativi all’insediamento dei Normanni, il vescovado
bizantino fece posto al sorgere di Genecocastren (fig. 2)
(11).

(Fig. 1. Ricostruzione ideale del castellum vescovile (fine sec. XI
– inizi sec. XII))

(Fig. 2. Assetto urbano di Belcastro (sec. XII – XVI). castellum (A), castrum
(B))
Alla sua base si apriva l’ingresso, che era ricavato in un corpo
avanzato posto nell’angolo sud-ovest della torre, attualmente
crollato ma che, in origine, doveva occupare tutta l’altezza
dell’edificio. La situazione è evidenziata dall’area di crollo ed è
testimoniata in altri casi analoghi (Paternò). Attraverso questo
passaggio ed una ripida scala esterna che poteva essere
convenientemente rimossa, si poteva giungere all’ingresso della
torre, posto al primo piano. Questa torre che occupava la posizione
più elevata, era circondata da un perimetro difensivo che muniva la
sommità della rupe, dove sorgevano gli edifici di servizio alla
residenza del vescovo e della sua corte e la cattedrale
(12). Questo perimetro che,
originariamente, doveva seguire l’andamento naturale del terreno, fu
regolarizzato più tardi e mantenuto in costante efficienza, come
dimostrano le diverse strutture difensive che si rinvengono lungo
tutto il suo percorso. L’importanza strategica di Belcastro, legata
al controllo della via che collegava le contee di Catanzaro e di
Crotone, risalta ancora alla metà del sec. XV, in occasione degli
avvenimenti che costrinsero i sovrani aragonesi a scendere
personalmente in Calabria, per sedare le rivolte del Marchese di
Crotone Antonio Centelles. Durante le operazioni condotte da re
Alfonso, quest’ultimo si preoccupò subito di tagliare la strada da
cui potevano provenire aiuti ai ribelli e, dopo aver assunto il
controllo dei guadi del Neto, si diresse ad occupare quelli del
Tacina, ponendo l’assedio a Belcastro il 21.11.1444. Dopo poco i
cittadini si arrendevano “e gli furono aperte le porte non possette
però espugnar il castello e la torre detta di Castellaci”
(13). Tale quadro appare confermato
durante la successiva discesa di re Ferdinando che, nel suo piano
d’attacco tendente ad isolare le città ribelli fedeli al Marchese,
proveniente da Catanzaro, penetrò nelle terre di quest’ultimo il
2.10.1459 e si accampò presso il ponte sul fiume Crocchio, ponendo
l’assedio a Belcastro (14).
L’età della riconversione
L’importanza strategica di Belcastro risalta ancora alla fine
del sec. XV quando, a seguito della minaccia turca, le principali
piazze del Regno furono rifortificate. Nel marzo del 1489 la città
fu ispezionata da Alfonso, duca di Calabria, e da Antonio Marchesi
di Settingiano (15), ed in seguito a
questa visita fu interessata da importanti lavori d’adeguamento.
Questi ultimi, non apprezzabili nel caso delle mura cittadine
(16), si rendono evidenti nel castello
(fig. 3) dove le nuove strutture paiono integrarsi a quelle
preesistenti. Qui il nucleo originario, la “torre Mastra”, fu
rinforzata alla base mediante la realizzazione di un barbacane, che
aveva lo scopo di aumentare la resistenza della vecchia torre,
fungendo da ulteriore perimetro difensivo. Accanto a questi
apprestamenti, il castello fu dotato di un perimetro esterno con
nuove torri poligonali scarpate (17),
più adatte ad ospitare le armi da fuoco. Successivamente, le
necessità di puntamento, comporteranno la demolizione del corpo
piombato di queste torri, che sarà sostituito da quello attualmente
visibile per consentire l’ampliamento del settore di tiro. Le
evidenze murarie superstiti permettono di riferire queste ultime
strutture al primo venticinquennio del XVI secolo, periodo al quale
dovrebbe risalire anche la torre rotonda, i cui resti si evidenziano
all’estremità sud del complesso. Si tratta, comunque, degli ultimi
interventi che sottolineano l’importanza militare del castello. Con
l’evoluzione della tecnica bellica legata all’uso di armi da fuoco
più progredite, il castello di Belcastro, come altri, perderà le sue
funzioni, riducendosi a residenza dei feudatari del luogo, che ne
amplieranno gli ambienti interni in relazione alle loro esigenze di
soggiorno nella città (18). In tale
ottica si evidenziano le sopraelevazioni che compaiono nei tratti
superstiti delle mura perimetrali verso la città.

(Fig. 3. Pianta ricostruttiva del castello di Belcastro.)
Note
1. Nelle fonti documentarie i termini latini “castellum” e
“castrum” sono usati senza alcun riferimento a particolari
tipologie, come del resto risulta per gli omologhi termini greci
“kastellion” e “kastron”. L’uso di arx o di oppidum appaiono invece
cultismi legati all’erudizione della fonte.
Rende P., Il territorio crotonese in età Romana e Bizantina, in La
Provincia KR n. 10/12 - 2003.
2. Lo stato di oppressione esercitato dal castello nei confronti
delle popolazioni urbane c’è testimoniato da diversi episodi
riportati dalle cronache. Nel 1339, i crotonesi inferociti espugnano
il castello, poi ripreso dal capitano della città (Gaggese R.,
Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Vol. I, Bemporad, Firenze 1932 p.
332) mentre, nel 1527, i Mesorachesi dettero alle fiamme il
castello, trucidando il feudatario con tutta la sua famiglia
(Pesavento A., La città immaginaria, Crotone nel Viceregno, 1985 p.
2). Anche i cittadini di S. Severina erano “naturalmente”
insofferenti ai gravami imposti dal locale castello. In tale ottica,
dopo essersi arresi ad Alfonso, essi si affrettarono a chiedere al
sovrano aragonese “che dicto castello dirrupi” (Caridi G., Un
privilegio inedito di Alfonso il Magnanimo alla città di S.
Severina, in Nuovi Annali della Facoltà di Magistero della
Università di Messina, n.2, 1984, p. 157), mentre nel 1460, chiesero
a re Ferdinando la grazia che fosse distrutta ed abbandonata anche
la torre di S. Mauro (Siberene, cit. p.167) che, evidentemente,
esercitava nei loro confronti qualche tipo di imposizione. Questo
atteggiamento è evidenziato anche da alcuni episodi tramandati dalla
cultura popolare, come nel caso della leggenda del “re pagano” a
Roccabernarda, o relativamente al supposto diritto del conte di
Melissa di esercitare nei confronti della popolazione lo jus prime
noctis.
3. Un esempio è rappresentato dalla catena di controllo che
caratterizzava il corso del fiume Neto. Superato il Castellum de
Sclavis, posto lungo la “via grande” che saliva in Sila, in
prossimità della confluenza tra i fiumi Ampollino e Neto, si
incontravano: il castellum di Bellumvedere che dominava uno dei
principali guadi di quest’ultimo, e quello di Crepacorium che
costituiva l’ultimo sbarramento per quanti, provenienti da nord, si
dirigevano verso Crotone.
4. ó Kallipóleos (Belcastro) compare tra i vescovadi suffraganei
della nuova metropolia di Santa Severina riportati nella Diatiposi
al tempo di Leone VI il Filosofo (886-911), assieme a ó Akeréntias
(Cerenzia), ó tõn Aesúlon (Isola) e ó Euruáton (Umbriatico).
Successivamente l’opera fu rimaneggiata. Di quest’ultima se ne
conserva una redazione che è del tempo di Alessio Comneno
(posteriore al 1084) dove, nella Notitia III, i vescovadi
suffraganei di Agías Seberínes (Santa Severina) risultano cinque:
Akeranteías/Acerentinus (Cerenzia), Palaiokástron/Castri veteris
(Strongoli), Aisúlon/Aysilorum (Isola), Euruáton/Euriatensis
(Umbriatico) e Kallipóleos/Callipolitanus (Belcastro). Russo F., La
Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi C.A.M.,
Napoli 1957.
5. In epoca sveva, la persistenza di alcuni tratti dell’antico asse
stradale di età romana, è evidenziata dalla presenza di una “via
regia”, lungo cui si evidenziano i palatia. Pesavento A., L’abitato
di Alichia, la foresta regia ed il palazzo Alitio, in cit. n.
19/1998.
6. Come tali i vescovi di Strongoli e di Isola erano tenuti a
concorrere alle spese di ristrutturazione del castello di Crotone.
(Reg. Ang. Vol. VI, 1270-71, pp. 109-110).
7. Le caratteristiche di queste dimore vescovili paiono strettamente
connesse alla figura del presule medievale che, oltre a costituire
la principale autorità religiosa, nell’ambito delle sue prerogative
di signore feudale della città, riassume anche funzioni politiche e
militari. Ciò risalta ancora sul finire del Duecento, quando nel
1284, durante la guerra del Vespro, l’esercito di Pietro III
d’Aragona invase la Calabria e Matteo Fortunato alla testa di 2000
Almugaveri, incendiò il monastero di S. Giovanni in Fiore
(Bartolomeo di Neocastro, Istoria Siciliana 1250-1293, cap. LXXXII,
pp. 56-59) devastando i centri della valle Neto (Ughelli F., Italia
Sacra, IX, 527). In tale occasione, i vescovi della zona si fecero
carico di guidare le armi fedeli alla causa angioina. Ai fratelli
Stefanazia, Ruggero e Lucifero, rispettivamente arcivescovo di S.
Severina e vescovo di Umbriatico, si unì il vescovo di Strongoli
(Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti vaticani,
in A.S.P.N. 1961, pp. 207 sgg.).
8. Ad Isola il vescovo Annibale Caracciolo rifiuterà di trasferirsi
all’interno della nuova cinta fortificata realizzata dal feudatario
della città, e permarrà nella sua primitiva residenza che, nella
seconda metà del Cinquecento, sarà rifortificata con una possente
torre di difesa di fianco alla cattedrale (Visita del Vescovo G.B.
Morra, 1648, f.25 Arch. Vesc. Crotone; Rel. Lim. Insulam 1606). Il
vescovo di Strongoli Claudio Vico (1590-1600) fa completare una
propria torre di difesa presso il palazzo vescovile che era stata
iniziata dai suoi predecessori (Rel. Lim. Strongulen, 1597).
9. Il francesismo donjon (italiano: dongione) deriva dal latino
dominion, e si riferisce all’ostentazione del proprio potere da
parte del signore feudale attraverso la costruzione della torre.
10.“Geneocastrensem/Genecocastren/Genicocastren” (= castrum
principale), dal 1330 “Bellicastrum” (Rel. Lim., 1703), sorge
conseguentemente all’insediamento normanno. Le sue mura, torri e
fortificazioni, esistettero fino al 1644 quando il grande terremoto
di quell’anno le distrusse (Rel. Lim., 1758).
11. Durante il sec. XVI tra il castello e la cattedrale sorgeva il
palazzo vescovile. Pesavento A., La cattedrale di Belcastro in La
Provincia KR n. 20/22 - 2000.
12. Pesavento A., Alle origini della provincia di Crotone, in La
Provincia KR, n. 2-7/1996.
13. La città si arrenderà l’otto ottobre 1459. Fiore G., Della
Calabria Illustrata, Napoli 1691, t. I, 213.
14. G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie
delle provincie napoletane, 1891, vol. I.
15. Vedi nota n. 11.
16. Accanto a quella meglio conservata, i resti della base di
un’altra torre che appare dello stesso tipo, si trovano nell’angolo
sud – ovest del perimetro.
17. In base a queste esigenze, nel 1549, il feudatario di Isola, Io.
Antonio Ricca, realizzò la sua residenza fortificata nelle adiacenze
della nuova città murata mentre, successivamente, il principe di
Strongoli costruirà la propria attorno ad una torre medievale
preesistente (la “Maestra”). Ulteriori esempi di questa tendenza,
sono rappresentati dalla costruzione del “Belvedere” all’interno del
castello di S. Severina (1535), e dalla realizzazione del palazzo
ducale di Caccuri, che costituisce lo sviluppo in chiave
residenziale del preesistente castello medievale.

