[La Torre del barone di Paparone]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 17-18/2009)
La torre del barone di Paparone è situata in
località “La Torre” poco distante dall’abitato di Cutro e nelle
vicinanze del convento del SS.mo Salvatore. Essa era costituita da
una costruzione alta e massiccia a base quadrata, della quale ora
rimane solamente una parte tronca in parte deturpata da interventi
di restauro recenti. Edificata in posizione dominante, controllava
la via di Rosito, che collegava Cutro con Le Castella, e l’antico
ingresso della città dalla parte della marina. Essa è conosciuta
volgarmente come “La Turra” o anche come il “Casino dei briganti” e
la sua costruzione dovrebbe situarsi a cavallo tra il Cinquecento ed
il Seicento. Secondo il Rohlfs Paparone significa “Prete Arone”.
Il feudo di Paparone
La prima notizia riguardante il feudo di Paparone è un atto di
re Ferdinando d’Aragona del 1466, che confermava e faceva nuova
concessione a Domenico Gangis dei feudi di Bardari e di Paparone,
siti e posti vicino a S. Giovanni Minagò pertinenza di Santa
Severina “con adoha et feudali servitio Regiae Curiae praestandis”.
In seguito, sempre nella seconda metà del Quattrocento, il feudo di
Paparone venne in possesso della famiglia fiorentina dei
Buondelmonte. Troilo Firrao sposò Andreana Buondelmonte che gli
portò in dote il feudo, che poi passò a Scipione Firrao con il
titolo di barone di Paparone. Quest’ultimo si unì con Giulia
Caracciolo Rossa ed ebbe una figlia di nome Ippolita, che si accasò
con Pelio Tomaso, figlio di Pietr’Antonio Firrao e di Diana Tarsia.
Dalla loro unione nacque Scipione che sposò Lucrezia Sersale dei
signori di Castefranco, ed ebbe come figli Pietro e Martio. Da
Pietro Firrao, barone di Paparone, seguì l’erede Tomaso. ( Fiore G.,
cit. III, 345 -347).
Da feudo a suffeudo
Il 30 maggio 1507 il re Ferdinando confermava e faceva nuova
concessione al conte di Santa Severina Andrea Carrafa della baronia
di Cutro e gli concedeva “che li feudatarii, che possedevano feudi
segregati, esenti, et separati dal territorio di d.o Contato, et
Baronia di S. Severina fussero tenuti Adohare ad esso Ill.e Conte
suoi heredi , et Successori con pagarli il Jus adohe tante volte
quante l’Adoha g.n.l.r in Regno Indigetur sincome a sua Regia Corte
erano tenuti, et con pagarli anco il Relevio et dimandare li
Investiture Iusta il tenore delli suoi Privilegii”. Ref. Quint. vol.
207, f. 86).
Fu così che per privilegio concesso dal re Ferdinando al conte di
Santa Severina Andrea Carrafa, essendo il feudo di Paparone
all’interno della baronia di Cutro e della contea di Santa Severina,
da feudo divenne suffeudo e quindi i baroni di Paparone furono
suffeudatari prima dei conti di Santa Severina e poi dei feudatari
dello stato di Cutro, dai quali ricevevano l’investitura ed ai quali
pagavano l’adoha.
La torre e la chiesa di San Sebastiano
Il 19 febbraio 1629 fu registrato il regio assenso concesso dal
vicerè, Fernando Afan de Ribera duca di Alcalà, alla vendita fatta
dai tutori dei figli ed eredi del fu Pietro (Ferrari) Firrao e del
figlio primogenito di quest’ultimo Tomaso del suffeudo di Paparone,
situato nella terra di Cutro, in favore del cutrese Francesco
Oliverio, figlio di Fabritio, per il prezzo di ducati 6000.(
Giuseppe, altro figlio di Fabritio, si unirà con Prudenza, figlia di
Stefano Oliverio, e dalla loro unione nascerà il 3 dicembre 1642
Bartolomeo, futuro vescovo di Umbriatico). In seguito il novello
barone Francesco Oliverio tentò di ripopolare e di rendere più
produttivo il feudo con la costruzione di un giardino e la
ricostruzione della chiesa, che erano situati vicino alla vecchia
torre.
In una supplica inviata il 25 ottobre 1637 al reverendo Joseph de
Valle, vicario generale dell’arcivescovo di Santa Severina Fausto
Caffarelli, Francesco Oliverio, barone di Paparone chiedeva di poter
restaurare la chiesa di San Sebastiano vicino alla torre ed al
giardino .
“Molto Illmo R.mo S.re. Fran.co Oliverio della terra di Cutro con
supp.ne dice a V.S. R.ma come a piedi della torre nel luoco detto
del Barone vi è una chiesa diruta sotto il titulo di S. Sebastiano
et perche esso supp.te ha volontà per servitio di Dio di repararla
acconciarla et adornarla ancora afine di potercivi celebrare messa
et altri divini officii et parim(en)ti di dotarla in docati otto
l’anno per celebratione di una messa la settimana obligando
specialmente per d.a annua prestat(io)ne li frutti del giardino sito
e posto in d(ett)a t(er)ra confine la d(ett)a torre e l’altre terre
convicine e contigue a d(ett)o giardino cioè il piano di d(ett)a
torre che sole rendere ogni anno docati trenta col jus non di meno
di presentare il cappellano a chi parerà ad esso supp.te e suoi
heredi che li riceverà a gra. di V. S. Ill.ma ut Deus” e così
supplicano Gioseppe e Nicolò Oliverio. Il 20 febbraio 1638 il
vicario generale concedeva di rifare l’edicola di San Sebastiano
“nuc dirutam et existentem prope terram Cutri in loco nuncupato il
feudo di Paparone”, ponendo però alcune condizioni che cioè il
cappellano dovesse essere presentato alla curia arcivescovile e con
l’imposizione dell’onere della celebrazione di una messa settimanale.
Il patrono doveva inoltre tenere decentemente la chiesa, fornirla di
ogni cosa necessaria per il culto e nell’anniversario della festa
della Dedicazione della chiesa cattedrale di Santa Anastasia offrire
all’arcivescovo del tempo due libre di cera. (4D fasc. 3)
Il suffeudo passò nel 1641 al figlio di Francesco, Bernardino
Oliverio che ne ottenne l’investitura da Giovanna Ruffo principessa
di Scilla ( Ref. Quint. Vol. 218, ff. 1 -13v). Il suffeudo fu
amministrato per un certo periodo di tempo, essendo Bernardino di
minore età, dalla madre. Nel 1647 infatti risulta amministrato da
Anna d’Onofrio, madre e tutrice di Bernardino ( Reg. Ud. 113, A.S.
CZ.).
La decadenza
Le pestilenze e la crisi economica seicentesca determinano lo
spopolamento del luogo. Un documento della metà del Seicento mette
in risalto il grave stato di abbandono in cui si trova la chiesa di
San Sebastiano. L’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella,
che nel novembre 1660 la visitò, trovò l’altare spoglio e privo di
ogni ornamento, la parete della chiesa dalla parte sinistra
dell’altare rovinata ed inoltre il tetto era scoperchiato in alcune
parti. Per tale motivo l’arcivescovo interdisse la chiesa finché la
parete non fosse stata nuovamente edificata, il tetto riparato e
l’altare fornito di ogni ornamento necessario al culto.(Visita
pastorale dell'arcivescovo Falabella, 1660, f. 209 Arch. Arc. S.
Severina).
Alla morte di Bernardino Oliverio il suffeudo nel 1668 passò alla
figlia Elisabetta Oliverio, che fu moglie di Domenico Oliverio e che
ne ottenne l’investitura da Francesco Filomarino, principe della
Rocca. Dall’unione nacque Antonia. In seguito nel 1686 ad istanza
dei creditori del fu Francesco Filomarino, principe della Rocca, lo
stato di Cutro per decisione del Sacro Regio Consiglio fu messo
all’asta pubblica e fu acquistato da Ippolita Maria Muscettola. Tra
i corpi venduti vi era anche l’adoha del suffeudo di Paparone. In
seguito lo stato di Cutro passò a Nicola Filomarino. Alla morte di
Elisabetta, avvenuta nel 1688, il suffeudo passò alla figlia Antonia
Oliverio, che ottenne l’investitura da Nicola Filomarino principe
della Rocca.
Smembramento del suffeudo
All’inizio del Settecento il suffeudo cominciò ad essere oggetto
di lite tra i vari rami degli Oliverio.
Antonia Oliverio dopo aver contratto matrimonio nel 1706 con Saverio
Perrone , barone di Sellia, col consenso del marito, il 12 maggio
1714 fece una finta vendita in favore del padre, “l’utroque jure
doctor” Domenico Oliverio, del feudo di Paparone sito e posto nel
territorio di Cutro, S. Giovanni Minagò, le Castelle e Rocca
Bernarda con alcuni corpi burgensatici, “consistenti nella sesta
parte del territorio di Serrano sita nelle pertinenze di Cutri, la
metà della destra nominata li Canalicchi, sita in territorio di
Cutro, due camere alte e basse una stalla ed una metà di vigna. I
beni le erano pervenuti: il feudo di Paparone dall’eredità di sua
madre Elisabetta Oliverio ed i beni burgensatici da sua madre e
dall’eredità delle zie materne. Tali beni erano stati a lei
assegnati in dote al tempo, che contrasse matrimonio con il barone
Saverio Perrone. Tuttavia Antonia Oliverio non ratificò la vendita
e, nonostante che il padre Domenico Oliverio, che si era risposato
con Livia di Bona, prima di morire avesse fatto testamento
ordinandole di effettuare la vendita fattagli del feudo e dei beni
burgensatici in favore del suo figlio primogenito, e fratello
consanguineo di Antonia, in quanto figlio di Domenico e di Livia di
Bona, Giuseppe Antonio Oliverio e dei secondogeniti Felice e Donato.
Durante questi anni le proprietà di Antonia Oliverio, situate vicino
all’abitato di Cutro, sono dati in fitto a coloni e pastori,
seguendo la rotazione triennale, cioè alternando i tre anni a
massaria, o a semina, ai tre anni di erbaggio, o pascolo. Da un
contratto stipulato in data undici novembre 1715 si viene a sapere
che i beni situati in Cutro erano amministrati dal reverendo Camillo
Oliverio. Infatti il colono Lodovico Moschetta di Cutro in quel
giorno si obbligava a pagare al Reverendo ducati 360 per la durata
dei tre anni d’affitto della gabella di Pascale, giardino, piano
della torre e sciolle dell’Umbro. Il contratto di fitto ad uso
massaria doveva iniziare dal primo settembre dell’anno 1716 e doveva
finire alla fine di agosto 1719 ( Reg. Vol. 383/VII, f. 23). Sempre
in questi anni Domenico Oliverio ammassava il grano che incettava
dai coloni nelle sue fosse di Cutro e lo vendeva ai mercanti
napoletani. ( Alcuni bordonari di Cronone “nelli caduti anni 1716 e
1717 d’ordine del Sig. Domenico de Laurentiis” si recano a Cutro per
caricare il grano che deve consegnare Domenico Oliverio, il quale
“fece aprire una fossa et incominciò a far cavar fuori li grani vi
erano dentro”, Lipari S., 1719, ff. 38-39).
Si dovrà quindi arrivare al 13 settembre 1723, quando avuto il regio
assenso Antonia Oliverio, baronessa della terra di Sellia e vedova
di Saverio Perrone, vendette il suffeudo al fratello Giuseppe
Antonio Oliverio, il quale senza patto di ricompra ne vendette una
parte per ducati 4650 al principe della Rocca d’Aspro Giovan
Battista Filomarino. La parte venduta riguardava alcuni corpi che
erano membri del suffeudo di Paparone sito nel territorio dello
stato di Cutro, di San Giovanni Minagò, delle Castelle e della Rocca
Bernarda e precisamente le gabelle di Pascale e di Pozzo Seccagno.
Restò fuori dalla vendita, rimanendo quindi a Giuseppe Antonio
Oliverio “La Torre di esso suffeudo di Paparone con suoi casaleni
adiacenti a d(ett)a torre siti nel Piano di detta Gabella nominata
Pascale, una con quattro tomolate di terra contigue a d(ett)a torre
nel luogo Piano giusta detta torre e suoi casaleni, le quali esso D.
Giuseppe Antonio e suoi eredi si ne possano servire cosi ad ogni uso
di vigna quanto d’ogn’altro uso, che ad essi meglio parerà, e
piacerà” ( Ref. Quint. Vol. 218, ff. 1 – 13v).
Ultimi feudatari
Per un certo periodo di tempo le proprietà, essendo a centro di
una contesa tra i vari discendenti Oliverio, furono amministrate da
Giacinto, marito di Livia Oliverio, sorella di Elisabetta, e
Giuseppe Antonio Oliverio; infatti da un atto del 1727 risulta che
la gabella di “Pasquale” appartiene sia Giacinto che a Giuseppe
Antonio Oliverio. In seguito, dopo che nel 1729 la lite si era
risolta a favore di Giuseppe Antonio, ciò che rimaneva del suffeudo
fu aggiudicato a quest’ultimo, come risulta anche dal catasto di Le
Castella del 1742, dove Giuseppe Antonio Oliverio di Cutro, che
abita nella città di Cotrone “cum domo et familia”, possiede il
suffeudo di Paparone.
Pur rimanendo Giuseppe Antonio unico intestatario, il suffeudo sarà
gravato dagli oneri dovuti per eredità e legittima ai fratelli
Felice e Donato.
Francesco Antonio Oliverio, “barone del feudo di Paparone e
Crepacuore” ed aggregato ai primari patrizi di Crotone fin dal 1737,
si stabilirà stabilmente a Crotone nel palazzo, che era stato di
Cesare Presterà, di cui era nipote; morì il 29 agosto 1765 e fu
sepolto nella cappella di S. Francesco di Paola, cappella da lui
fondata nel maggio 1749 nella chiesa del convento omonimo fuori le
mura. Giuseppe Antonio Oliverio si sposò due volte, la prima volta
con Rosa Raimondi e successivamente con Isabella Toscano.
La torre con ciò che rimaneva del suffeudo di Paparone rimase agli
Oliverio, Giuseppe Antonio, prima, barone di Paparone e di Crepacore,
e poi alla sua morte, avvenuta il 29 agosto 1765, al figlio Cesare,
figlio di Giuseppe Antonio e della seconda moglie Isabella Toscano,
che manterrà il possesso fino al 1806, anno dell’eversione della
feudalità. Cesare Oliverio, affiliato alla massoneria, partecipò a
Crotone ai moti rivoluzionari della “Repubblica crotonese” del
febbraio/ marzo 1799 e per tale motivo con decreto del 6 aprile fu
condannato “sua vita durante nel castello dell’isola del Marittimo”.

