Alcune notizie storiche su Mesoraca

mesoraca sigillo

Sigillo dell’università di Mesoraca.

All’inizio del Duecento Mesoraca conserva il rito greco, anche se esso è fortemente contrastato dai nuovi dominatori Svevi, come dimostra il caso del monastero di S. Stefano di Vergari; un monastero situato in territorio di Mesoraca, la cui comunità greca è cacciata dal feudatario Tolomeo de Pallaria ed il monastero concesso ai cistercensi della Sambucina (1). E’ protopapa e pubblico tabellione il presbiter Peregrinus (1213-1230), che ha moglie e figli. La Terra è soggetta al dominio feudale dei De Pagliara, o Pallaria. Al feudatario Tholomeo de Pagliara, che risulta già morto nel 1207, seguì Andrea da Pagliara (1213-1218), figlio di Tholomeo e di Adilasya, il quale abitava nel castello col suo cappellano, il presbitero Guglielmo de Sala (1217) (2). In seguito il castrum di “Mesuratae” veniva concesso dall’imperatore Federico II a Petro Ruffo de Calabria. La concessione verrà rinnovata dal figlio e successore Corrado IV. Il 7 ottobre 1254 Innocenzo IV, per l’aiuto dato alla chiesa, prendeva sotto tutela il conte di Catanzaro Petro Ruffo di Calabria, confermando le concessioni e le donazioni di Federico e di Corrado, che comprendevano la contea di Catanzaro, il castrum di Mesoraca ed il feudo di Rende (3). Mesoraca durante l’occupazione angioina seguì le vicende dei Ruffo, conti di Catanzaro. Si sa che nel dicembre 1274 Pietro II Ruffo di Calabria, conte di Catanzaro, era signore di “Castri Maynardi, Badulati, Rocce Bernarde, Policastri, Cutroni, Mesurace, Castell’a mare et aliorum castrorum” (4). Due anni dopo la terra di “Mensuraca”, che fa parte del Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana è tassata per once 33 tari 33 e grana 8, contando circa 1700 abitanti (5). Non passa molto tempo che la terra di Mesoraca, assieme ad altre terre, è distaccata dal Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana ed aggregata a quello di Calabria (6). Il Ruffo verrà riconfermato nel possesso nel 1290 al tempo del re Carlo II d’Angiò (7). All’inizio del Trecento i documenti segnalano la presenza di un folto clero con a capo l’arciprete Petrus, al quale nel 1327 succede Ieronimus (8). E’ riferibile a questi primi anni del Trecento una “Platea”, compilata da Johannes de Johiero de Catanzaro e da altri su mandato del conte di Catanzaro, per stabilire sia i diritti e le annue rendite della terra e del tenimento di Mesoraca, che una descrizione dettagliata dei confini tra il feudi di Mesoraca e di Genitocastro, cioè Belcastro. Nel documento sono richiamati i diritti del baiulo, tra i quali quelli “in membris, in banco justitiae et scannagio”, ed alcuni luoghi religiosi situati, o che avevano possedimenti, in territorio di Mesoraca: la chiesa di Santa Eugenia, la chiesa di San Stefano, Santa Maria de Monte, il monastero femminile di Santa Domenica, Santa Maria de Cocullo e S. Venetia (9). A questi luoghi pii sono da aggiungere il monastero cistercense di Sant’Angelo de Frigillo e la chiesa parrocchiale di San Nicola (10).
Da Pietro Ruffo Mesoraca pervenne in potere di Giovanni Ruffo, subentrato nei beni paterni nel 1309. Convalida la signoria di Giovanni sulla città un atto con cui Pietro Ruffo otteneva la possibilità di disporre di alcune terre, che non facevano parte integrante della contea di Catanzaro, a favore dei figli cadetti Nicola e Corrado; tra queste terre oltre a Mesoraca vi sono anche Rocca Bernarda, Policastro, Rosarno, il luogo detto Li Castelli e Tacina. Tuttavia il tutto passò al primogenito Giovanni Ruffo (11). A Giovanni Ruffo subentrò nella contea di Catanzaro nel 1335 Pietro III Ruffo, poi Antonello nel 1340 e quindi nel 1383 Nicolò, conte di Catanzaro, prima signore e poi dal 1390 marchese di Crotone.

Il Quattrocento

Verso la fine di giugno 1404 Ladislao mosse da Napoli verso la Calabria ed in breve, all’inizio di agosto era già di ritorno, privò il marchese di quasi tutti i suoi possedimenti comprendenti più di 15 terre e di 40 castelli. Nicolò Ruffo se ne andava in esilio in Francia. I feudi del marchese di Crotone furono parte posti in demanio e parte il re li assegnò ai condottieri, che lo avevano aiutato nella guerra. Così Pietro Paolo da Viterbo ebbe in feudo molte delle terre del marchese di Crotone.
Il 6 agosto 1414 moriva Ladislao e saliva al trono la sorella Giovanna II d’Angiò Durazzo.
Una nuova rivolta vedeva come contendenti il francese Giacomo conte di La Marche, marito di Giovanna II, e Ser Gianni Caracciolo. Pietro Paolo da Viterbo si schierò per il di La Marche. Nell’estate 1417 le truppe di Antonuccio dei Camponeschi di Aquila devastavano le proprietà del conte di Belcastro, Pietro Paolo da Viterbo. Sempre in quell’anno moriva Luigi II d’Angiò e succedeva, ereditandone i diritti, il figlio Luigi III che con l’appoggio del nuovo papa Martino V (1417-1431), che nel dicembre 1420 lo dichiarerà erede del regno di Napoli, del condottiero Muzio Attendolo Sforza e di parte del baronato tentò la riconquista. Luigi III, designato nel 1419 dal partito filoangioino erede di Giovanna II, e invitato a lasciare la Provenza e venire nell’Italia meridionale per far valere i diritti ereditari, quando tentò di raggiungere il regno, fu ostacolato dalla regina che adottò Alfonso V, re di Sicilia (di Aragona e Sardegna), e lo nominò erede e duca di Calabria (1421) e, chiamatolo, lo oppose all’angioino. Nell’agosto 1420 Luigi sbarcava a Castellammare e metteva il campo ad Aversa; dopo poco all’inizio di settembre sbarcava a Napoli l’esercito aragonese, seguito nel giugno dell’anno dopo dallo stesso re Alfonso che, accolto dalla regina, prese dimora a Castel Nuovo. Si accendeva così la guerra tra i filoangioini ed i filoaragonesi che vide impegnato in Calabria anche Nicolò Ruffo che, rientrato in possesso dei suoi feudi, cercò di contrastare l’avanzata delle truppe aragonesi che, al comando di Giovanni de Ixar, affluivano dalla Sicilia. Mutio Attendolo Sforza, sostenitore di Luigi III, mandò in Calabria il figlio Francesco, col titolo di vicerè. Allo Sforza si unirono molti feudatari, tra i quali il Ruffo, e numerose città tra le quali Santa Severina. La guerra investì anche le terre del marchese di Crotone, situate alla frontiera, tra la Calabria meridionale, occupata dagli Aragonesi, e quella settentrionale, controllata dagli Angioini. Da alcuni atti sappiamo che nel 1426 Mesoraca è una delle terre in possesso del marchese di Crotone, Nicolo Ruffo (12), che l’arcivescovo di S. Severina Angelus (1412-1429) concedeva in quegli anni la chiesa di S. Maria de Misericordia ai frati minori osservanti (13) e che il papa Martino V il primo gennaio 1427 concedeva delle indulgenze a coloro che aiutavano la ricostruzione della chiesa parrocchiale di San Nicola, che si trovava in grave stato, molto probabilmente a causa degli eventi (14).

L’occupazione Aragonese

Mesoraca seguì le vicende delle terre del conte di Catanzaro e marchese di Crotone Nicolo Ruffo. Alla sua morte passò alla figlia Giovannella e nel 1436 ad Enrichetta Ruffo, figlia di Nicolò e della seconda moglie Margherita di Poitiers. Errichetta Ruffo portò in dote Mesoraca ad Antonio Centelles, che assunse anche il titolo di marchese di Crotone (15). A causa della sua ribellione, il re Alfonso d’Aragona scese con l’esercito in Calabria. Guadato il Neto nel novembre 1444 le truppe del re posero l’assedio a Crotone e agli abitati vicini.
L’esercito di Alfonso lasciava il Crotonese spopolato ed in rovina a causa dei saccheggi e delle uccisioni tanto che, per facilitarne il ripopolamento, il re concedeva l’esenzione dal pagamento dei fuochi per dieci anni e altri piccoli e temporanei sgravi, per permetterne la rinascita economica (16). Mesoraca come le altre terre fu confiscata ed incamerata al demanio regio. La terra contava allora 407 fuochi, circa 1500 abitanti, e forniva un introito alla regia corte, con i suoi mulini e la bagliva, per 100 ducati annui (17). Al momento della resa aveva ottenuto di essere esente dal pagamento del focatico per dieci anni e la sospensione delle decime dovute all’arcivescovo di S. Severina, ma ben presto queste concessioni venivano meno e l’università di Mesoraca doveva ricorrere al re, in quanto gli ufficiali del fisco non rispettavano i privilegi (18).

La mala signoria

Alla morte di Alfonso (1458) riprendeva la ribellione in Calabria. Nell’autunno del 1459 re Ferrante ebbe a patti Santa Severina, Cirò ed altre terre, pose il blocco a Crotone e Le Castelle, che bombardò con le artiglierie venute da Napoli. Saccheggiò gli abitati della vallata del Tacina, che a lungo gli resistettero.
L’opera nefasta fu completata da Maso Barrese, che infierì ferocemente e distrusse numerosi abitati che spariranno per sempre (Crepacore, Nimfi, San Leone, Santo Stefano, San Mauro de Caraba, ecc.).
Il 24 giugno 1462 Ferdinando, accogliendo la richiesta di perdono e di sottomissione di Antonio Centelles e della consorte Errichetta Ruffo, li reintegrava nei feudi confiscati a causa della ribellione, avendo alzato le loro insegne e le loro armi in favore degli Angioini e perdendo per questo i loro beni, tra questi vi era la terra di Mesoraca, che nel frattempo era stata posta in demanio. Il potere del Centelles durò poco, divenuto nel 1464 principe di Santa Severina, nel 1466 veniva preso a tradimento a Santa Severina e condotto a Napoli a morire.
Con la fine del Centelles la terra ritornò in demanio regio e vi rimase finché nel 1483, il re Ferdinando, alla ricerca di denaro per difendere il regno dalla minaccia turca, non la vendette per 6000 ducati al capo squadra delle genti d’arme Paolo di Cayvano, primogenito di Antonello, consigliere e scudiero del re, reggente della Vicaria e capitano di giustizia di Napoli (19). Il Cayvano prese in moglie Amalia Domitilla o Aurelia Pontana. Pur essendo stati abbandonati dalla feudataria Aurelia o Aurchia Pontana, vedova di Paolo Cayvano, durante l’invasione francese del 1495, gli abitanti di Mesoraca si erano difesi da soli dai Francesi. Per tale motivo avevano ottenuto la promessa di alcuni privilegi, tra i quali la demanialità, che tuttavia persero “per tradimento de’ deputati quali poi se ne morirono in una certa sollevazione del popolo”, avendo favorito il nuovo feudatario Gio. Andrea Caracciolo, vedovo di Diana Acquaviva d’Aragona. Costui nel novembre 1497 in presenza del re Federico d’Aragona si era unito con Andreana Caivano, unica figlia ed erede di Aurelia Pontana e Paolo Caivano. Subentrato il nuovo feudatario Gio. Andrea Caracciolo, gli abitanti, maltrattati e stuprati “nell’honore e nella robba senza discrettione” (20), avvicinandosi le truppe del Lautrec, nel 1527 si sollevarono, assaltarono il castello (21) ed uccisero il feudatario, la moglie ed il figlio Paolo, che aveva ottenuto dal re il titolo di marchese di Mesoraca. Dalla strage si salvarono solo le figlie del feudatario Isabella e Porzia. La tredicenne Isabella Caracciolo venne data in sposa a Ferrante Spinelli. Ritiratisi i Francesi, l’anno dopo il duca Ferrante Spinelli, nuovo feudatario, si incaricò di domare la ribellione e della vendetta (22). Riconquistata la città ribelle, fece riedificare o restaurare il nuovo castello (23).
Da Ferrante Spinelli, Duca di Castrovillari e Conte di Cariati, figlio di GiovanBattista, e dalla sua seconda moglie Isabella Caracciolo, marchesa di Mesoraca e baronessa di Scalea, nacquero i figli Troiano e Giovan Vincenzo. Ferrante Spinelli morì nel 1548. Il figlio Troiano divenne marchese di Mesoraca e principe di Scalea. Sposò Caterina Orsini e morì nel 1566. Come il padre Ferrante che aveva ripopolato con profughi albanesi il casale di Montespinello, così si deve al figlio di costui, Troiano, la fondazione di Troyani o Vico Troiano in territorio di Mesoraca; un casale che subirà il saccheggio turchesco.

La costruzione delle fortificazioni di Crotone
La costruzione delle fortificazioni di Crotone iniziate nella primavera del 1541 creano occasione di lavoro e di guadagno. Numerosi sono i Mesorachesi che vi partecipano, sia come manipoli, perratori e devastatori, che come fornitori di materiale, specie legname e pietra. Tra i primi, che si trasferirono a Crotone e parteciparono direttamente alla costruzione, ricordiamo: Jando Pixonere, Minico Cathanzaro, Thiberio Brancalio Vracali, Cesaro Yanicchi, Pantalo Cropanisi, Minico Cropanisi, Agatio de Cara, Rinaldo Morano, Cola de Tillari, Jo. BB de Roberto, Cola Yermanella, Geronimo Granu, Jo. Laurentio Tuschano, Joanne Grano, Ant.no lo Ragazo, Jo. Milioti, Cola Campanaro, Francesco Campanaro,Jo. Petro de Giglo, Leoni Santisi, Paulo Truxa, Jo. Marco de Giglo, Bar.lo Lico, Ant.no Cavallo, Cola Jo.e Milea, Petro Ferraro, Renaldo Morano, Cola Fran.co de Tristiano, colantonio Ricca, Iacopo Ricca, Andrea de Nicoletta, Mario Rotella, Pompeo Mastuca ecc. Tra i secondi compaiono Cicco Venincasa, Fabio Cropanisi, Aristotili Brizzi, Marino de Liotta, Petro Angelo Campanaro, Antoni Pixoneri ecc. i quali forniscono: travotti, tiyilli, trava di zappino, intinni de barca, fallacche ecc. Sempre dalle montagne di Mesoraca vengono le pietre per costruire le armi di Carlo V e quelle del Viceré Don Pedro di Toledo, che devono essere inserite nelle nuove fortificazioni e che ancora oggi sono ben visibili sulla sommità del baluardo Don Pedro.
Nell’aprile 1546 viene stipulato un contratto, presso il notaio Bernardino de Nola di Crotone, tra il commissario generale della Regia Fabrica di Crotone, il capitano Gaspar de Mardones ed i mastri scalpellini Bartolomeo Fiorentino e Carlo Mannarino di Catanzaro.
L’oggetto riguarda la scultura e la messa in opera dei due stemmi dell’imperatore Carlo V e del viceré Don Pedro de Toledo.
L’opera che i due mastri scalpellini dovranno scolpire deve rispettare precise forme e dimensioni : “li arme de sua Maesta de essere hoc modo lo scuto de mezo alto pl.(palmi) 8, largo pl. 6/ lo scuto de sua Ex.tia alto pl. 6 largo pl. 4 per quatro/ lo pittafio longo pl. 14 largo pl. 4, lo adornamento de intorno le arme pl. 2 incirca largo/ longo pl. 10 ½”.
Il materiale che dovrà essere adoperato è costituito da pietra e cantoni che gli stessi mastri scalpellini hanno scelto e ordinato che si tagli per mastro Joseph Molinaro ed i suoi compagni di Mesoraca e che si trova in territorio di Mesoraca.
Il costo del lavoro dei due scalpellini viene stabilito in ducati 75 da pagarsi in tre rate uguali: ducati 25 anticipati alla stipula del contratto, altri ducati 25 ad opera finita ed i rimanenti alla sistemazione definitiva della scultura nel baluardo Don Pedro.
Fatto l’accordo i mastri Joseph Molinaro e Paolo Molinaro di Mesoraca ed il perratore Antonio Grastello cominciano a cavare e preparare la pietra per la scultura ed ai primi di luglio le prime 25 canne di materiale per “le arme de Sua Maestà et de sua Ex.tia” sono trasportate con i carri trascinati dai buoi da Mesoraca a Crotone.
Dopo questo primo invio, verso la fine di luglio Jacopo de Amato, capomastro della regia fabrica, che dirige i lavori di fortificazione di Crotone come sostituto del barone dela Caya, affitta una mula dal crotonese Marco Malerba e va a vedere la pietra ed i cantoni che si stanno tagliando a Mesoraca.
Il lavoro di reperimento del materiale per la scultura durò fino al 18 agosto ed oltre ai due mastri, che vennero pagati alla ragione di 2 carlini al giorno ed il perratore a grana 15, vi parteciparono anche numerosi lavoratori di Mesoraca, inviati a spese di quella università, che per questo aiuto ebbe scontata la quota annuale che essa doveva alla regia fabrica di Crotone di ducati 5 e tari 2. (“Se haveranno de far boni alla universita de mesoraca D.5 -2 et sono per tanti homini seu giornati che hanno faticato in lo cavar de ditti cantoni et petra”).
Accumulata la pietra necessaria per completare l’opera viene subito inviato un corriere a Catanzaro ad avvisare i mastri scalpellini che tutto è pronto per iniziare il lavoro.

Feudatari e arcivescovi

Mesoraca aveva più che raddoppiato la sua popolazione durante la prima metà del Cinquecento. Nella tassazione sui fuochi passa dai 432 fuochi contati nel 1521, ai 611 del 1532, ai 1108 del 1545. Tra il 1545 ed il 1561 tuttavia si nota una drastica riduzione della popolazione, che in poco tempo si dimezza, scendendo dai 1108 fuochi ai 577 del 1561 (24) ed ai 573 del 1578.
Poco dopo la metà del Cinquecento prendeva avvio una aspra e secolare lite, che oppose gli arcivescovi di Santa Severina ed i feudatari di Mesoraca. Essa aveva per oggetto l’antico diritto della mensa arcivescovile di esigere le decime dei latticini e degli agnelli, diritto che l’arcivescovo godeva fin dall’antichità sulle mandrie, che pascolavano sui corsi della diocesi.
La contesa vide dapprima di fronte il cardinale di Santa Severina Giulio Antonio Santoro ed il potente feudatario Giovanni Battista Spinelli, principe di Scalea, figlio e successore di Troiano. Il feudatario proprio in questi anni ampliava il suo dominio sui vassalli di Mesoraca, acquistando dalla regia corte la giurisdizione sulle seconde cause (25), ed assieme alla moglie Catarina Pignatelli facilitava e contribuiva alla fondazione del convento dei cappuccini (26). Forte dei suoi poteri e delle nuove alleanze ed essendo l’arcivescovo assente, impediva la riscossione delle decime. La lite ebbe una prima composizione in Regia Camera nell’anno 1579 (27), ma in seguito riprese con gli Altemps ed ai tempi dell’arcivescovo Fausto Caffarelli era ancora più che mai viva (28). Nel 1585 infatti Mesoraca era acquistata per 165.000 ducati dal cardinale Marco Sittich Altemps, che la lasciava al nipote Rabam Altemps, duca di Gallese (29). Rimanevano tuttavia agli Spinelli il titolo di Marchese ed alcuni diritti sui casali di Marcedusa e di Arietta.
Mesoraca, terra in diocesi di Santa Severina, alla fine del Cinquecento ha circa tremila e cinquecento abitanti ed è tassata per 691 fuochi. Sotto il dominio temporale del nipote del cardinale Altemps, è suddivisa in sei parrocchie, ognuna delle quali non ha un ambito territoriale parrocchiale stabilito, ma ha la cura di alcune assegnate famiglie. Due chiese parrocchiali sono già in gravi difficoltà economiche, in quanto “sono molto diminuite per essere estinte le famiglie”. Vi è un arciprete e un cantore e diciotto preti. Vi sono alcune confraternite con le loro chiese tra le quali quella del SS. Sacramento, che ha cura dell’ospedale (30), quella della Purificazione della B.M.V. (31) e quella dell’Annunciazione di B.M.V. (32) e tre conventi: quello dei domenicani sotto il titolo di Santa Caterina (33) e quello dei cappuccini di S. Maria degli Angeli sono presso l’abitato, mentre quello dei minori riformati dell’osservanza di S. Maria delle Grazie è ad una certa distanza, “et in questo luogo hebbe principio in Calabria la detta riforma”. Isolato e lontano dall’abitato c’è il monastero di S. Angelo in Frigillo (34).

Gli effetti del terremoto

Dagli atti del sinodo di Sant’Anastasia, celebrato in Santa Severina il 28 maggio 1634, al tempo dell’arcivescovo Fausto Caffarelli, nell’elenco degli ecclesiastici chiamati a prestare la dovuta obbedienza ed ad adempiere ai diritti del cattedratico, troviamo i nomi di alcune chiese di Mesoraca con i loro rettori.
Vengono richiamate le chiese di S. Pietro Martire di cui è rettore l’arcidiacono di Santa Severina, di Santa Domenica di cui è rettore il primicerio di Santa Severina, di Santa Caterina, dell’Annunciazione (35), dove c’è la cappella della Natività (36) e l’oratorio di Santa Maria de Carmelo e di Sant’Anastasia, di S. Giacomo (37) e di S. Maria de Candelora (38). A queste sono da aggiungere la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista (39), la chiesa parrocchiale di S. Nicola, la chiesa di Santa Maria ad Nives (40), che era presso il quartiere “Grecia”, e la chiesa di Santa Domenica (41), situata fuori le mura. In precedenza l’arcivescovo durante la visita alla diocesi aveva trovato che in Mesoraca vi erano alcuni inquinati dall’infezione della depravazione dell’usura. Egli ordinò di procedere contro costoro con processo giudiziario (42).
Nel 1638, l’abitato subì gravi danni a causa del terremoto, che devastò i paesi della vallata del Tacina. Così è descritto l’effetto da Utius de Urso: “Mesoraca di fuochi 700 nella parte detta la Grecia fu distrutta dalle fondamenta e la restante terra si è intraperta in modo tale che, senza evidente pericolo, e senza gagliarda riparazione, nessun palagio può essere abitato” (43).

La ristrutturazione delle parrocchie

Durante il Seicento a causa della povertà e dello spopolamento le parrocchie si riducono da sei a tre ed ad ognuna è assegnato un ambito territoriale; molte chiese “dirute” scompariranno ed alcuni benefici saranno assegnati ad altre chiese, come nel caso della chiesa di S. Maria ad Nives (44). Tassata per 691 fuochi nel 1595, durante il Seicento la popolazione era scesa ai 500 fuochi del 1648 ed ai 270 nel 1669.Dopo la grave epidemia del 1671/1672 Mesoraca raggiunge il suo minimo secolare. Nel 1675 Mesoraca infatti l’arcivescovo Mutio Suriano stima la popolazione in 1832 abitanti con 25 sacerdoti (45), circa la metà di quanti ne aveva cento anni prima; tre anni dopo gli abitanti saranno 2168 con 27 sacerdoti e 44 chierici (46). Le parrocchiali dalle sei della fine del Cinquecento si sono ridotte a tre. C’è la chiesa arcipretale molto angusta e “quasi diruta” sotto il titolo di S. Pietro Apostolo, sede di un arciprete curato, il quale per la tenuità delle rendite non ha la possibilità né di ripararla, né di ampliarla con altra costruzione. Egli è perciò costretto a svolgere le funzioni parrocchiali arcipretali nella chiesa parrocchiale sotto il titolo di San Nicola Pontefice, la quale è ampia e ben costruita ed è dotata di sufficienti rendite. La cura della chiesa parrocchiale di S. Nicolò Pontefice è esercitata da un parroco, che è anche detto cappellano maggiore. Dentro detta chiesa parrocchiale vi è la cappella del SS. Sacramento, decentemente ornata e provvista del necessario. I preti semplici vivono “in communi” celebrando le messe a loro concesse per legato e servono solamente in detta chiesa di San Nicola nei giorni festivi e più solenni. La terza parrocchiale è dedicata a San Giovanni Battista. In essa esercita la cura un parroco. Oltre alle tre parrocchiali vi sono altre dieci chiese, delle quali tre sono sedi di confraternite: SS. Annunciazione, Purificazione di B. M. V. e Santa Caterina. Ci sono due conventi fuori mura: quello dei riformati di S. Maria delle Grazie, che è molto distante dall’abitato, e quello dei cappuccini di S. Maria degli Angeli. In ognuno di essi vivono una decina di frati ed altrettanti novizi. Alcuni anni dopo riprenderà vita nella chiesa di Santa Caterina anche il convento domenicano, che era stato soppresso alla metà del secolo a causa della costituzione di Innocenzo X.

Il Settecento

Al tempo della visita dell’arcivescovo di Santa Severina Nicola Pisanelli (1719 -1731), Mesoraca ha tre conventi ed è ornata da numerose chiese secolari, alle quali sono annesse cinque confraternite. Tra queste spicca quella che è stata eretta di recente, soprattutto per interessamento e per la fervente devozione del vicario generale dell’arcivescovo, che è sotto il titolo dei Sette Dolori della Beata Maria Vergine, nella quale ogni venerdì i confrati recitano il rosario (47). La città, che contava 2283 anime con 37 preti e 22 chierici e con tre chiese parrocchiali, con il loro territorio ben definito (48), dovette subire le scosse del terremoto che dal dicembre 1743 si prolungò per buona parte del 1744. A causa del sisma la chiesa matrice di San Nicola Pontefice, di cui era parroco maggiore Antonio Lamanna (49), andò distrutta. Anche le abitazioni e gli altri edifici sacri furono seriamente lesionati. A causa della distruzione della matrice, le funzioni sacre furono trasferite nella chiesa filiale dell’Annunziata, che era situata nell’ambito della stessa parrocchia.
L’arcivescovo Antonio Ganini, nel dicembre 1765, così descrive nella sua prima relazione la situazione religiosa di Mesoraca. La terra conta 2062 abitanti, 22 preti, 2 diaconi, 2 suddiaconi, 2 chierici e 10 novizi. Ci sono tre chiese parrocchiali, ognuna delle quali ha il suo curato rettore, che ha la cura dei suoi parrocchiani. La chiesa matrice sotto il titolo di San Nicola Pontefice con alcune case vicine fu distrutta molti anni fa dal terremoto, perciò tutte le funzioni solenni e tutto il clero si tengono nella chiesa dell’Annunziata, che supplisce la matrice e custodisce il tabernacolo con la SS. Eucarestia, la fonte battesimale e gli oli santi per coloro che sono soggetti alla sopraddetta matrice. Oltre all’altare maggiore ci sono altri cinque altari, che sono amministrati parte dai patroni e parte da un procuratore della chiesa. La cura delle anime è esercitata in essa dal reverendo D. Francesco Longobucco (50), in verità le funzioni solenni, alle quali partecipano tutto il clero e gli altri curati, sono condotte dall’arciprete, che il capo del clero. La chiesa parrocchiale sotto il titolo di S. Pietro Principe degli Apostoli è retta dal predetto arciprete curato, il reverendo D. Nicola Fico (51). Essa ha altare, luogo per i sacri oli e fonte battesimale. Per portare il viatico agli infermi si usa la sacra pisside, che è conservata in una casa vicina, dove vivono assieme preti missionari. La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista è retta dal suo parroco , che è il reverendo D. Domenico Brizzi. Ha oltre all’altare maggiore un altro laterale sotto il titolo della Beata Maria Vergine Dolorosa ed il luogo per i sacri oli, in verità per il viatico da portare agli infermi si usa la sacra pisside, conservata con maggior decoro nella chiesa dedicata alla Purificazione della B.M.V., che è più frequentata dalla popolazione perché più vasta della sopraddetta parrocchiale di S. Giovanni Battista. In essa ci sono cinque altari, retti parte dal loro procuratore e parte dai rispettivi patroni, i quali li provvedono del necessario. La chiesa dedicata alla Beata Vergine dei Sette Dolori assieme alla casa, nella quale convivono i predetti preti missionari, ha oltre all’altare maggiore altri tre altari, che sono retti dal reverendo rettore e capo dei conviventi il reverendo D. Matteo Lamanna (52).
La chiesa di Sant’Antonio Abbate con un unico altare è retta dal diacono D. Giovanni Leonardo Palazzo, il quale come compatrone sostiene sia gli oneri delle messe che della manutenzione della chiesa.
La chiesa di Santa Maria Lauretana ha un unico altare, che è mantenuto dal reverendo D. Giovanni Andrea Fico, il quale cura di celebrare le messe aggiunte nel luogo sopraddetto a favore del beneficio di S. Giacomo, che è senza un proprio altare.
La chiesa di Santa Maria de Ponte è retta dallo stesso D. Giovanni Andrea Fico come il beneficiato di Santa Maria ad Nives, e per un procuratore scelto dall’arcivescovo.
La chiesa o oratorio dell’Immacolata Concezione di B.V.M. ha un unico altare, che è mantenuto del necessario da un procuratore.
Fuori mura ci sono le seguenti chiese: La chiesa di Santa Lucia con un unico altare, che è mantenuto dalle elemosine dei fedeli, per raccogliere le quali l’arcivescovo ogni anno destina un sacerdote; la chiesa di Sant’Antonio volgarmente detto della marina alla quale provvede a proprie spese del necessario il Duca Altemps, feudatario di Mesoraca.
Ci sono cinque confraternite: la confraternita del SS.mo Rosario è eretta nel piccolo convento, a suo tempo soppresso e poi riaperto, sotto il titolo di Santa Caterina, nel quale ci sono tre predicatori, che la amministrano per lo spirituale mentre per il temporale vi è un procuratore eletto dai confrati; la confraternita dell’Annunciazione di B.V.M. formata da laici ed ecclesiastici, che è retta da un procuratore ecclesiastico eletto dai confrati; la confraternita della Purificazione di B. V. M. anch’essa formata da confrati ecclesiastici e laici, che è ugualmente retta da un procuratore eletto dai confrati; la confraternita dell’Immacolata Concezione di B.M.V. è retta da un procuratore eletto dai confrati laici; la confraternita dei Sette Dolori di B.M.V. è retta nelle cose temporali da un procuratore eletto dai confrati. Vi sono alcuni benefici: Il beneficio sotto il titolo della B.V.M. Dolorosa della famiglia Andali, eretto nel suo altare sito nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, è amministrato da un beneficiato, che sostiene gli oneri; Il beneficio di San Giuseppe della famiglia Puglise, eretto nella chiesa della SS. Annunciazione, è amministrato da un procuratore, che sostiene gli oneri. Il beneficio di Sant’Antonio Abbate della famiglia Palazzo, eretto nella propria chiesa, è amministrato dal diacono Giovanni Leonardo Palazzo; i benefici di San Giacomo e di Santa Maria ad Nives sono amministrati da D. Giovanni Andrea Fico (53).
Ci sono inoltre nella terra di Mesoraca tre conventi maschili e una casa di preti consacrati alle missioni, da poco tempo eretta, nella quale si vive con molta edificazione e sono soggetti in tutto all’arcivescovo. Nel convento di San Domenico, che è fuori ma vicino alle mura, ci sono tre religiosi sacerdoti e due laici, che sono soggetti alla visita dell’arcivescovo; nel convento di San Francesco dei cappuccini, che è fuori le mura, vi è un luogo per i novizi ed il numero dei frati compresi i novizi sono circa 18; nel convento di San Francesco dei riformati con chiesa di S. Maria delle Grazie (54), fuori mura, vi sono circa venti frati (55).

Il terremoto del 1783

In seguito vennero unite alcune chiese: la chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo fu unita alla chiesa della Annunciazione e trovò sede nella chiesa dell’Annunziata, (56) che divenne la chiesa matrice; la parrocchiale di S. Nicola fu unita alla chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista (57) e trovò sede nella chiesa di Santa Maria della Candelora, o della Purificazione di Maria. Al tempo del terremoto del 1783 l’abitato non subì gravi danni; infatti le chiese e le case furono leggermente lesionate. Vi erano ancora i tre conventi dei domenicani, dei cappuccini e dei riformati (58), i quali saranno chiusi al tempo della Cassa Sacra.
Il primo, contando solo 3 monaci, sarà soppresso; gli altri dopo un po’ furono ripristinati (59). Alla fine del Settecento così la descrive l’Alfano: “Terra tra i fiumi Reazio e Virgari, marchesato della casa Spinelli, feudo della famiglia Altemps, d’aria buona fa di popolazione 2074”. Con la Cassa Sacra molte piccole chiese e quelle delle congregazioni saranno chiuse ed i loro beni saranno incamerati dalla Cassa Sacra. Soppresse e private di ogni rendita, andranno in rovina. Tra queste sono ricordate: S. Maria ad Nives, S. Lucia, S. Maria Lauretana, S. Maria de Ponte, S. Antonio Abbate, ecc.

 

Note

1. Pratesi A., Carte cit., pp. 168-170, 209-212.
2. Pratesi A., Carte cit., pp.210, 252 sgg.
3. Russo F., Regesto, 873.
4. Reg. Ang. XII, 143.
5. Dalla tassazione del 1276: Mesoraca once 33 tari 33 e grana 8, Sancta Severina unc. 27 tar. 1 gr. 4, S.tus Maurus de Caraba unc. 55 tar. 27 gr. 12, Cutrum unc. 27, Rocca Bernardi unc. 24 tar. 14 gr.8, Policastrum unc. 42 tar. 18, Cutronei unc. 90 tar. 4 gr. 12, Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini cit., p. 215.
6. Reg. Ang. XXI ( 1278-1279), 89.
7. Fiore G., cit., III, 93.
8. Russo F., Regesto, 4939 sgg.
9. “Fines ipsius terrae(Mesorace) incipiunt a Vallone Bissorti et confinando tenimentum Mesurace ex parte orientis, descendunt per flumen Tacinae versus meridiem, ad inferiorem partem Culture, que dicitur de Condoleone, et ascendunt per ipsam Culturam ex parte meridiei, versus occidentem ad vallonem, qui dicitur Molloranio et abinde vadunt ad crucem S.te Eugenie, deinde vadunt ad ecclesiam S. Eugenie… ad vallonem qui dicitur de Brocuso et per ipsum vallonem vadunt ad culturam que dicitur E.mi Theusararii fors. Mur. Et ascendunt recte ad terras Bichone et descendunt per ipsam ad locum qui dicitur Brulleto ad viam publicam et per ipsam viam vadunt ad ecclesiam S. Stefani et descendunt per ipsum vallonem versus septentrionem limitando tenimentum Mesorace a parte meridiei ad finorum que dividitur tenimentum Mesorace a tenimento Genicastri seu Belcastro et abinde ascendunt ad Petram que dicitur Corvo et vadunt per serras, et vadunt per terras fontanes salicen. Et feriunt ad vallonem qui dicitur Caput Albi et ascendunt per ipsum vallonem ad crucem viam S. Mariae de Monte et per ipsam viam publicam ascendunt ad petram, que dicitur de Cervo deinde descendunt vallonem de Cervo ad flumen Croque et ascendunt per ipsum…. Tirivoli et per ipsam Silam… ad vallonem Termule…. Tenimentum ipsum ex parte septentrionis descendit ad flumen tachine et iuguntur cum tenimento Policastri, med.te flumine Tacine, et per ipsum flumen descenditur ad locum qui dicitur Carillonum, deinde limitando ex parte septentrionis tenimentum Mesorace a tenimento Policastri, et includendo tenimentum Galide infra fines territorii Mesorace, deinde per vallonem Carillonis descendunt ad flumen Thli, et descendunt per ipsum flumen Tholi, ad locum qui dicitur Mallarorta, et inde vadunt recte ad terras que dicitur Monachelli, et descendunt ad viam publicam platearis et feriunt ad castanetum Abatisse monasterii S. Dominice et vadunt per timpas ad locum qui dicitur Fontana Olive et feriunt ad vineam Barrilari et ad serras S. Mariae de Cocullo, deinde descendunt per ipsas serras ad viam publicam S. Venetie, descendendo abinde per estas serras y ad locum qui dicitur Monticellum in vallone et per ipsum vallonem vadunt ad serras vultis et ipsas serras ad Cortem Camarote, quod est in capite vallonis Bissorti et concluduntur in flumine Tachine unde primo incipimus”, ANC. 158, 1634, 71.
10. Nell’aprile 1398 Thomas Glettus, già rettore della chiesa parrocchiale di S. Nicola di Mesoraca, diventa vescovo di Catanzaro, subentra nel possesso della parrocchiale Henrico, cardinale di Sant’Anastasia, Russo F., Regesto, 8695, 8696.
11. Maone P- Ventura P., Isola Capo Rizzuto cit, pp.257-258.
12. Reg. Vat. 355, f.287, ASV.
13. La concessione verrà confermata da Martino V il 14 ottobre 1429, Russo F., Regesto, 9884.
14. Russo F., Regesto, 9753.
15. Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di Antonio Centelles, Napoli 1963, pp.183 sgg.
16. A causa degli eventi bellici che avevano gravemente colpito gli abitanti e le loro proprietà cessò l’esazione delle decime del formaggio e sugli agnelli per tutto il tempo che pascolavano nelle terre della diocesi di S. Severina. L’arcivescovo poté riscuotere dopo la riconferma fatta da re Alfonso il 9 febbraio 1446, Siberene p. 238.
17. Pontieri E., La Calabria cit., pp. 277 – 279.
18. Mazzoleni J., Codice Chigi, un registro della Cancelleria di Alfonso I d’Aragona, re di Napoli per gli anni 1451-1453, Napoli 1965, pp. 86-89.
19. Mazzoleni J. (a cura), Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli 1951, p. 33; Capialbi H., Instructionum Regis Ferdinandi cit., ASC 1916, p. 264.
20. Nola Molise G. B., Cronica cit., p. 86.
21. Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento il vecchio castello di Mesoraca fu distrutto ed abbandonato e ne fu costruito uno nuovo in un altro luogo. Ancora all’inizio del Seicento a ricordo del vecchio castello esisteva il luogo detto “la fischia dello castello vecchio”, ANC. 621, 1629, 32 -33.
22. Saluto V., La spedizione di Lautrec contro il Regno di Napoli, in Studi Meridionali n. 3/4, 1974, pp. 58, 109.
23. Per il Giustiniani il nuovo castello era stato costruito alcuni anni prima da Gio. Andrea Caracciolo, Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli cit.
24. Il re Ferdinando il Cattolico nel settembre 1509 aveva concesso in feudo a Petro Pignerio ed ai suoi eredi e successori ducati 400 annui sui diritti fiscali dei fuochi e del sale della terra di Mesoraca e ducati 100 sui diritti fiscali di Torre dell’Isola, Tesorieri e Percettori Vol. 4087 (ex 485), f. 32v, ASN.
25. Il 27 agosto 1574 Giovanni Battista Spinelli, principe di Scalea e signore delle terre di Mesoraca, Scalea, Rocca Pimonte e Livonati acquista dalla Regia Curia la giurisdizione delle seconde cause civili, criminali e miste, pagandola al prezzo di ducati 5 per ogni focolare dei vassalli delle terre predette secondo l’ultima numerazione, che nel caso di Mesoraca era di 577 fuochi, ANC. 150, 1629, 12 -18.
26. Il convento dei cappuccini di Mesoraca fu fondato su assenso concesso il 25 giugno 1574 dall’arcivescovo Francesco Antonio Santoro alla richiesta di Gio. Battista Spinelli e di Caterina Pignatelli. Contribuì alla costruzione particolarmente la Pignatelli, che fu seppellita nella cappella della Pietà, Fiore G., Cit., II, 414.
27. Rel. Lim. S. Severina., 1628.
28. Rel. Lim. S. Severina., 1645.
29. Siberene, p. 464; Fiore G., Della Calabria cit., III, 226.
30. Nel settembre 1653 Innocenzo X conferma l’atto di concordia tra il Priore ed i confrati della confraternita del SS. Sacramento e Francesco Antonio Maletto. La lite riguardava una certa eredità, Russo F., Regesto, 37117.
31. (1615 -1620) Paolo V concede l’indulgenza alla confraternita della Purificazione, Russo F., Regesto, 28338.
32. (1615 -1620) Paolo V concede l’indulgenza alla confraternita dell’Annunciazione, Russo F., Regesto, 28339.
33. Il convento domenicano di S. Caterina era stato fondato dai cittadini nel 1490, Fiore G., cit., II, 394.
34. Visitatio cit., 1586; Rel. Lim. S. Severina., 1589.
35. Nel giugno 1640 Giovanni Andrea Azzarita provvede della chiesa o cappella di S. Maria Annunziata, rimasta vacante per morte di Gio. Pietro Pedace, Russo F. Regesto, 33649.
36. Nel settembre 1662 Gio. Domenico Fera provvede alla cappellania della SS. Concezione nella chiesa di S. Maria Annunziata, rimasta vacante per morte di Pietro Dardano, Russo F., Regesto, 39676.
37. Nel settembre 1619 Paolo V concede metà delle rendite della cappella o chiesa di S. Giacomo, vacante per morte di Gio. Pietro Modio, a Santo Boschetto, Russo F., Regesto, 28211.
38. Varietà, Siberene pp. 24, 30.
39. Nel novembre 1625 Antonio Dardano provvede alla chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, rimasta vacante per morte di Geronimo Dardano, Russo F., Regesto, 29421; Il 3 settembre 1634 Urbano VIII incaricava l’arcivescovo di S. Severina ed il vescovo di Belcastro di provvedere a recuperare e a far restituire alcuni beni appartenenti alla chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista al rettore Gio. Leonardo Schipani, Russo F., Regesto, 31730.
40. Nel 1626 il beneficio semplice e la chiesa o cappella di S. Maria ad Nives, rimasti vacanti per morte di Geronimo Bardaro, sono concessi a Gio. Pietro Pedace, Russo F., Regesto, 29455, 29705; ANC. 61, 1629, 32-33.
41. Nell’ottobre 1604 S. Domenica era concessa ad Annibale Novalese, per morte di Gaspare Calvani, Russo F., Regesto, 26088.
42. Rel. Lim. S. Severina., 1633.
43. Boca G., Luoghi sismici di Calabria, Grafica Reventino Ed., 1981, p. 220.
44. Nel febbraio 1698 il beneficio sotto il titolo di S. Maria ad Nives, essendo la chiesa “diruta”, risulta trasferito canonicamente alla chiesa parrocchiale di S. Maria de Ponte, Russo F., Regesto, 47830.
45. Rel. Lim. S. Severina., 1675.
46. Rel. Lim. S. Severina., 1678.
47. Rel. Lim. S. Severina., 1725.
48. Rel. Lim. S. Severina., 1744.
49. Nel febbraio 1734 la chiesa parrocchiale, o cappellania maggiore, di S. Nicola era stata concessa ad Antonio Lamanna, per morte del parroco Tommaso Longobucco, avvenuta in gennaio, Russo F., Regesto, 58150.
50. Francesco Longobucco divenne parroco di S. Nicola nel 1746, Russo F., Regesto, 61400.
51. Nicola Fico, che aveva il primiceriato della chiesa metropolitana di S. Severina, divenne arciprete della parrocchiale di S. Pietro nel dicembre 1756. La carica era rimasta vacante per morte di Bernardino Arena, morto nell’ottobre di quello stesso anno, Russo F., Regesto, 63963, 63964.
52. Una petizione dei frati cappuccini del convento di S. Maria degli Angeli di Mesoraca, riguardante la fondazione fatta da Matteo Lamanna di una casa di sacerdoti eremiti, era stata rimessa all’inizio di dicembre 1750 da Benedetto XIV all’arcivescovo di S. Severina. Contemporaneamente era stato vietato ai predetti sacerdoti la questua e l’abito eremitico, Russo F., Regesto 62481. L’erezione del Ritiro fu osteggiata tanto che l’opera fu bloccata per due anni da un veto regio. In seguito per l’interessamento dell’arcivescovo Nicola Carmine Falcone, il quale sopportò una considerevole spesa, fu ottenuto l’indulto, Rel. Lim. S. Severina., 1753.
53. Nel marzo 1745 Gio. Andrea Fico provvede del beneficio semplice di S. Maria ad Nives, rimasto vacante per morte di Domenico Fiorino, e in novembre 1755 anche a quello di S. Giacomo, rimasto vacante per morte di Antonio Capozza, Russo F., Regesto, 60905, 63705.
54. Benedetto XIV il 21 agosto 1757 aveva concesso l’indulgenza plenaria, nella forma che era solita a concedersi a coloro che visitavano sette altari della basilica di S. Pietro in Roma, a tutti i fedeli che visitavano nell’anno sette altari della chiesa di S. Maria delle Grazie degli osservanti di Mesoraca, Russo F., Regesto, 64125.
55. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
56. Era arciprete dei SS. Pietro e Paolo e dell’Annunciazione Francesco Saverio de Grazia, alla sua morte avvenuta nel mese di luglio 1789 seguì nel novembre dello stesso anno Tomaso Andali, ed alla sua morte avvenuta nell’agosto 1790 seguì nel marzo 1792 Vincenzo Caravetta. Nel 1810 era arciprete Saverio Bova (?), poi Antonio Rossi(?) e nel 1834 risulta Nicola Grisolia, Russo F., Regesto, 68182, 68431, Atti in AVC.
57. Era parroco della parrochiale di S. Bartolomeo e S. Nicola , unite canonicamente, Domenico Brizi ed alla sua morte avvenuta nel luglio 1777 seguì Francesco Lombardo, il quale morì nell’agosto 1783, nel settembre 1787 è nominato Pasquale Talarico, Russo F., Regesto, 68063.
58. Vivenzio G., Istoria e teoria cit.,
59. I conventi dei cappuccini e quello dei Riformati nel 1799 erano già stati ripristinati, Raffaele F., Un ordine del Card. Fabrizio Ruffo per la ricostituzione dei Cappuccini in Calabria Ultra, Historica 1, 1964.

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