Cittadini e territorio. Le Castella tra la fine del periodo Aragonese e gli inizi del Viceregno

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Le Castella (KR), il castello prima dei restauri.

Anticamente, il “territorium” costituiva la porzione territoriale pertinente alla giurisdizione del castello di una città o di una “terra”, in cui si trovavano i possedimenti dei cittadini. Limitato dagli elementi naturali del paesaggio: rilievi, valloni, corsi d’acqua, particolari alberi[1], esso apparteneva al sovrano che assieme ad una serie di diritti, poteva tenerlo per sé o concederlo in feudo, tutto o parte, ad un suo vassallo. Tale concessione poteva riguardava tanto secolari che ecclesiastici che, in questo modo, detenevano il possesso di un territorio loro sottoposto (“tenimentum”).

 

Una vocazione marinara

Durante il periodo romano, il territorio che in età medievale diverrà quello di “Le Castella”, era caratterizzato dalla presenza di alcune ville evidenziate dalla ricerca archeologica (Ritani, Campolongo) e da estesi boschi, dove pascolavano le greggi che, dall’altipiano silano, calavano alle marine durante i mesi invernali.

A tale originaria attività si rifacevano gli antichi diritti civici che in età moderna, godevano i suoi cittadini. Cominciando da quello di pascolo (“jus pascendi”), da cui discendevano quelli di attingere acqua (“jus aquandi”), di pernottare (“jus pernoctandi”), di farsi il ricovero (“jus faciendi tugurium”), di tagliare legna (“jus lignandi”) e di raccogliere ghiande e spighe (“glandare” e “spicare”).

Sempre per quanto riguarda il periodo romano, la ricerca archeologica ha evidenziato anche la frequentazione del promontorio, dove alcuni ritengono sia esistito il “portus qui vocatur Castra Hannibalis” che è ricordato da Plinio[2] nel golfo di Scolacium. Centro che risulta menzionato negli itinerari antichi, tra quest’ultima località e quella di Lacinio, nel luogo caratterizzato dall’istimo che costituiva il massimo restringimento della penisola italiana:

“(…) 10. Verum Italiae longitudo, quae ab Augusta Praetoria per Urbem Capuamque porrigitur usque ad oppidum Regium, deces centena et viginti passuum colligit, latitudo, ubi plurimum, quadringenta decem, ubi minimum, centum triginta sex milia. artissima est ad portum quem Castra dicunt Hannibalis: neque enim excedit quadraginta milia. (…)”.[3]

La Tabula Peutingeriana, la Cosmografia dell’Anonimo di Ravenna e la Geografia di Guidone, documentano concordemente un percorso costiero ionico tra Taranto e Squillace che passava per Turio, Petelia, Crotone, Lacinio, “Annibali” e “Scilatio”.[4]

Nel medioevo Le Castella fu un abitato in diocesi di Isola, vescovato che compare tra la fine del sec. IX e gli inizi del sec. X. La documentazione medievale superstite, evidenzia l’esistenza di “Castella[5] o “Castellum ad Mare[6], nell’ambito del “Iustitiariatus Vallis Gratis et Terre Iordane”.

La sua favorevole posizione marittima s’evidenzia già alla metà del secolo XII, quando il geografo musulmano Edrisi rileva l’esistenza di “ qaśtâl (Le Castella), città [pur] piccola, ”, segnalandone la distanza da Crotone: “Da Le Castella a quṭrûni (Cotrone), navigando a golfo lanciato, tredici miglia e diciotto costeggiando[7].

Alla fine del Duecento “Castelle” è riportata nella c.d. “Carta Pisana”[8] mentre, nel portolano noto come “Compasso de navegare”, la cui compilazione risale al gennaio 1296 (codice Hamilton 396), sono riportate le distanze che la separavano da Squillace e dal capo delle Colonne:  “Del golfo de Squillaci al capo de Castelle lx mil(lara) p(er) greco ver lo levante. Del capo de Castelle al capo de le Colomne x mil(lara) entre greco e tramo(n)tana.[9].

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Le Castella (“castelle”) nella Carta Pisana conservata alla Bibliothèque Nationale de France.

Agli inizi del Trecento, “castele” compare nell’Atlante Luxoro, conservato presso la Biblioteca Civica Berio di Genova, e nella Carta maghrebina della Biblioteca Ambrosiana (“castelle”), continuando ad essere segnalata con lo stesso toponimo durante tutto il corso del secolo, nella carta di Angelino Dulcert (1339), nell’Atlante di Abraham e Jehuda Cresques (1375), nella carta di Guillelmus Soleri (1380) ed in altre.

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Le Castella (“castelle”) nell’Atlante di Abraham e Jehuda Cresques (1375). Bibliothèque Nationale de France.

Lo stesso toponimo “castelle” o “castele”, assieme gli analoghi “castel”, “casteli” e “castela”, si rileva durante tutto il Quattrocento ed il Cinquecento, come ci mostrano le numerose carte nautiche prodotte nel corso di questi due secoli, che si conservano presso la Bibliothèque Nationale de France e alla Biblioteca Marciana di Venezia.

La strutturazione del suo territorio avvenuta durante i secoli precedenti, si evidenzia nella documentazione degli inizi del Cinquecento. Una parte della sua estensione apparteneva al vescovo di Isola (Ritani), un’altra ricadeva in demanio regio (la “foresta delo suverito”), un’altra costituiva il tenimento dei monaci greci della chiesa di San Fantino mentre, un’altra ancora, era in possesso dai monaci dell’abbazia greca di San Nicola de Malleotis (diocesi di Squillace), che si erano insediati sul luogo erigendo la “grancia” di Santo Stefano (tenimentum di Santo Stefano de Abgarodi).

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Confini del feudo di Le Castella. A) S. Fantino, B) S. Stefano, C) Ritani, D) Campolongo, E) Soverito.

 

Vecchio e nuovo abitato

Verso la fine del sec. XV, il portolano “Rizo” (1490) descrive in maniera particolareggiata la posizione e le caratteristiche dell’abitato di Le Castella che, posto all’esteremità del promontorio, si trovava quasi isolato dalla terraferma e con il porto in cattive condizioni, con molti scogli che lo rendevano insicuro:

Da scilazi ale chastelle greco e garbin mia 15. Da schilazi ala fossa de chrapina mia 15. Da chrapina ale chastelle mia 15. Chastele e cita e soura le castelle a mio uno sono do ixolete et intorno vi sono molto aspreo e simelmente alo statio dela cita chusi da levante chome da ponente la cita e quasi ixolada et a mal statio, et aspreo e dale chastele a chavo biancho per ostro quarta de grego ver levante mia 10.[10].

Una situazione che trova riscontro con quella descrittaci il 12 marzo 1489, in occasione della ispezione delle fortificazioni cittadine da parte del duca di Calabria, quando questi “… ando per mare intorno a la terra et poi ando per terra a prouedere a lo castello …[11], con gli accenni contenuti nei capitoli richiesti dall’università delle Castella al re nel 1491, dove si legge: “ dicta università e vexata continuamente dal mare, che per le grandissime tempestate rumpe le mura et case per la qual cosa bisogna de continuo stare parati ali ripari et fabbriche per la rujna et danni che loro fa …[12] e con la veduta che ci è offerta dalla bella carta di Piri Reis (1521).

Piri Reis Le castella

Piri Reis. La costa calabrese a sud di capo Colonne. Le Castella con le due isolette, capo Colonne, la città di Isola (Walters Art Museum, Baltimore, W658).

Agli inizi del Cinquecento l’abitato della terra di “Castellorum Maris” passata in feudo nelle mani del conte di Santa Severina Andrea Carrafa, evidenziava alcuni elementi che avevano segnato la sua storia urbana fino a quel momento.

Presso il mare si trovava la parte più antica dell’abitato, la cui area urbana era stata notevolmente ampliata verso la campagna e le cui difese erano state rifatte secondo i nuovi criteri dell’arte militare, integrando le vecchie mura (“menia antiqua”) con nuove opere (“menia nova”).

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Le Castella (KR), fotopiano dell’Istituto Geografico Militare (1943). In tratteggio il circuito murario medievale (ipotesi). Evidenziati dalle frecce i resti delle fortificazioni cinquecentesche.

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Le Castella (KR), il percorso della cinta muraria cinquecentesca che racchiudeva il promontorio.

Verso l’interno del promontorio, come testimoniano la fotografia aerea ed alcuni resti di fortificazioni che permangono in prossimità dell’attuale porticciolo turistico, era stato edificato il “burgo” che dal limite segnato da questi resti, si estendeva sino al “fosso” della “terra”. Al tempo in cui fu fatta la numerazione dei fuochi del 1532, le nuove fortificazioni non erano state però ancora completate, come ci segnalano alcune annotazioni contenute in questo documento, dove alcuni cittadini asserivano di abitare “in burgo” di giorno, ma di pernottare “intus terram” per sospetto delle incursioni dei turchi. I resti di questo circuito murario si evidenziano ancora anche presso la scogliera che fronteggia il castello, dove sono ricordati come “casa d’Annibale”, fin dai tempi dell’Abate de Saint-Non che visitò i luoghi sul finire del Settecento[13].

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Le Castella (KR), resti di cinta muraria (inizi sec. XVI).

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Le Castella (KR), resti delle mura cinquecentesche  inglobate da una costruzione moderna.

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Le Castella (KR), foto aerea risalente al primo dopoguerra. In evidenza i resti delle mura cittadine.

Qui, “in maritima dittae terrae”, varcata la “porta de fora” presso le “ripas dittas la timpa dela porta de fora” o “ripas dittas delo casale” e percorrendo la “viam pubblicam qua itur intus terram”, s’incontravano gli stabili di numerosi cittadini che in ragione del fatto di occupare un’area originariamente esterna all’antico abitato, pagavano al feudatario un censo annuale nel mese di agosto.

Oltre ad alcune abitazioni (la casa terranea di Cicco Duranti, quella di Petro de Gentile, quella che confinava con il magazzino di Dionisio Gangutia) e ad alcuni casaleni: quello di Antonio Militi nel luogo detto “lo canalicchio” e quelli del notaro Henrico de Rasis, di Simone Scazurri e di Claramons Carnilevarius, qui si trovavano numerosi magazzini ed “apoteche” che costituivano un consistente nucleo a supporto dell’attività commerciale cittadina. Il luogo era caratterizzato anche dalla presenza della chiesa ed “hospitale santi Nicolai”, ovvero di “s.to nicola del porto”, dove trovavano accoglienza i forestieri e presso cui si svolgeva la fiera annuale di S.to Nicola (“Nundine s.ti Nicolai”) che durava quindici giorni.

Non distante, presso le nuove mura ed il porto piccolo, si trovava la chiesa di S. Andrea, mentre sempre nelle vicinanze del mare, si trovava quella parrocchiale di Santa Maria.

 

Santa Maria de Castellis

Agli inizi del Cinquecento, la chiesa arcipretale di Santa Maria de Castellis, si trovava presso il mare, nel luogo dove, in precedenza, era esistito il castello antico. La chiesa di jus patronato del feudatario, era dotata di una “sacristia”, di un “cimiterium” e di un campanile con tre campane.

Il suo edificio, recentemente ampliato, era costituito da una navata centrale (“navi”) e da due ali laterali, con abside (“tripone”) e volta a lamia (“lamie magna”) sostenuta da pilastri. Essa aveva una “portam magna” che si apriva sulla strada pubblica, percorrendo la quale si raggiungeva il vicino “cortilium dittum dela corti” ed un accesso secondario (“portam parvam”) nell’ala destra. Al suo interno esisteva il fonte battesimale (“battisterium seu fontem battismatis”) e nel suo pavimento si trovavano le sepolture delle famiglie aristocratiche cittadine che pagavano al conte un censo annuale.

Oltre all’altare maggiore dove era posta la “conan magnam in tabula plana designatam deauratam imaginibus et Coloribus pictam sculptam et designatam”, vi era la cappella di Joannes de Epitropo alle cui pareti pendeva un “crucifixum parvolum”. Nella chiesa era esposta anche la piccola icona “cum imagine beatae virginis mariae” e tra le tante cose, vi si conservava il “palleum vetus e figuratum”.

La chiesa, comunque, era provvista di tutto un ricco corredo necessario per l’amministrazione del culto: calici, croci, candelabri, assieme alle sacre scritture (messali, breviari, libri di canti) e di numerosi vestimenti, paramenti ed arredi sacri riccamente tessuti e guarniti, tra cui quelli donati dallo stesso conte recanti la sua arme, e quelli “cum cruce leonata” del notaro Enrico de Rasis e di suo fratello Giovanni, vicario generale e cantore della cattedrale di Isola.

 

La struttura edilizia

L’abitato di Le Castella era caratterizzato da un tessuto edilizio composto da oltre trecento abitazioni confinate da quelle vicine, dalle vie pubbliche, da quelle vicinali e dalle vinelle.

Queste appartenevano a due tipologie tipiche: la casa palaziata e quella terranea. La casa terranea (“domus terranea”) era composta da un unico ambiente che, oltre per abitazione, poteva essere usato anche come stalla o magazzino (“magazenum”)[14] mentre, quando rovinava, rimaneva come spazio aperto o casaleno (“casalenum”). La casa palaziata (“domus palatiata”), invece, era più articolata. In primo luogo essa era impostata su due livelli ed ospitava una o più unità abitative dette “appartamenti”, ognuno dei quali composto da una o, raramente, più ambienti o “membris[15] mediante tramezzi realizzati con “stagliate di tavole”.

Al piano superiore, coperto da un tetto a falde realizzato con “trabes”, su cui poggiavano i “tignis seu tigillis” che sostenevano la copertura di tegole, vi era sempre un’abitazione “cum foculare, cinere et letto et aliis suppellettilis”, raggiungibile attraverso una “scala lapidea[16] ed un pianerottolo (“vineano”) a volte lastricato[17],  mentre il locale al pianterreno, oltre a potere essere adibito ad uso abitativo, ospitava, in genere, un magazzino e/o stalla[18].

La casa poteva essere dotata di un “cortilium” dove potevano trovarsi il “puteo[19] e l’orto.

particolare costruttivo tetto antico

Particolare dell’antico sistema costruttivo della copertura di una casa nel crotonese.

 

La cittadinanza

Dalla documentazione relativa alla tassazione dei nuclei familiari (i fuochi o “focularia”) del 1532, sappiamo che Le Castella era popolata da circa 1200 abitanti, un dato che individua il suo periodo di massima espansione demografica, che è da mettere in relazione alla favorevole congiuntura che caratterizzò questa prima metà del Cinquecento e soprattutto, alle opportunità di lavoro e di guadagno, rappresentate dalle nuove fabbriche avviate dal conte Andrea Carrafa.

 

Anno Fuochi Censiti Fuochi Fiscali
1496 190
1521 (269) 202
1532 383 275
1545 183
1561 11

n.b. Tra parentesi i valori calcolati.

 

Considerato che alcune categorie d’abitanti erano fiscalmente esenti: ecclesiastici, militari, forestieri trasferiti recentemente, ebrei convertiti, vecchi, poveri, invalidi, vedove, prostitute, (categorie rigorosamente annotate nell’elenco) il numero di fuochi per cui era tassata la terra, cioè i suoi fuochi fiscali, risultavano solo una quota di quelli accertati attraverso la loro numerazione.

In occasione di quella del 1532, quando Le Castella fu tassata per 275 fuochi fiscali, questi assommavano al 72 % di quelli censiti (383). Che i fuochi fiscali si aggirassero, in genere, attorno ad una quota vicina ai ¾ di quelli accertati attraverso il reale conteggio della popolazione, pare confermato dalle informazioni che il documento ci dà circa la numerazione del 1521, quando Le Castella fu tassata per 202 fuochi fiscali, corrispondenti a 269 fuochi censiti[20].

L’ufficialità del documento e la sua natura fiscale, basata sulla tassazione dei nuclei familiari, accanto alle ricorrenti frodi messe in atto nell’intento di sfuggire il fisco regio, concorrono a rappresentarci una situazione in cui il nucleo familiare appare spesso alterato rispetto a quella che doveva essere la realtà dei fatti.

Nella maggioranza dei casi, esso risultava composto da un capo famiglia intestatario del fuoco, con la sua legittima sposa (“uxore”) e la prole (“filus”/“filia”) a cui, a volte, si aggiungevano i suoi parenti più prossimi (“mater”, “frater”/“soror”) o, più raramente, quelli di sua moglie (“socera”) mentre, in una decina di casi, al nucleo familiare risulta appartenere una serva (“famula”).

A ciò facevano eccezione i soci del castellano, gli spagnoli Dieco Granato e Joannes de Azin, che abitavano con le loro “concubine” ed i preti che, in genere, abitavano da soli o con la madre vedova, anche se, in relazione al fatto di potere sfruttare la loro esenzione fiscale, non mancano casi in cui li troviamo coabitare in qualità di intestatari del fuoco, con i fratelli e con la famiglia dei propri consanguinei. Tra questi casi, spicca quello dell’arciprete Tiberius Crescente che conviveva con il nipote, uno schiavo ed una schiava che aveva emancipato (“mancipio/a”).

Sempre relativamente all’opportunità di sfuggire il pagamento fiscale, spesso risultano fuochi intestati ad una vedova (“vidua”/“relicta”) costituiti da quest’ultima e dalla sua prole. Per il fatto di riguardare esclusivamente la popolazione cittadina e di essere basata sulla sua cellula fiscale, la documentazione ufficiale non ci fornisce informazioni numeriche riguardanti la popolazione non residente, ma comunque presente sul territorio, ad eccezione dei pochi forestieri temporaneamente accasati all’interno delle mura (militari, ufficiali regi, particolari maestranze). Essa, infatti, esclude la grande massa dei braccianti e dei pastori che soggiornava negli apprestamenti temporanei (“tigurii” e “paglari”) realizzati nelle campagne, e che migrava stagionalmente da un territorio all’altro in relazione al succedersi delle varie operazioni colturali ed al fabbisogno di manodopera, o tra il piano ed i monti durante la transumanza.

Rispetto a questa società bracciantile e pastorale, molto vasta e dai contorni sfumati, la società cittadina risultava di gran lunga più ristretta e rigidamente organizzata. Alla sua base vi erano i “coloni” o “massari” che prendevano in affitto e coltivavano la terra, sottoposti ad un limitato numero di famiglie aristocratiche, che possedevano le terre ed i sepolcri posti sul pavimento della chiesa di Santa Maria: de Amico (alias Perrone), de Cicco, de Costa, de Florio, de Gilio, de Guardia, Gullarino, de Mayda, de Marco, Marino, de Pace, Pignatari, Sanasi, Scazzurro, de Scigliano, Spatari e de Stilo.

A questo gruppo appartenevano i pochi che potevano fregiarsi dell’appellativo di “magnificus” o di “nobilis” come, per esempio, Princivalle de Costa, i fratelli Thomaso e Urbano de Guardia, Nicolao Antonio Marino, Feulo Morello e Francisco de Stilo. O come i fratelli Bernardino e Ascanio Crescente che, accanto a questi titoli, potevano vantare anche quello di “utriusque juris doctor[21].

L’aristocrazia eleggeva al suo interno le autorità cittadine destinate a rappresentare l’ “universitas”: il “sindaco”, il “magister juratus” e gli eletti, ed esprimeva le principali cariche del clero che era composto da numerosi presbiteri a cui si aggiungeva qualche diacono. Tra di essi spiccavano coloro che, ricoprendo la carica di “vicarius”, avevano il compito di rappresentare ed amministrare localmente gli interessi del vescovo di Isola come, per esempio, il “venerabilis” Joannes de Rasis, ed il “venerabilis” Petro de Donato, o come in passato aveva fatto il “venerabilis” Antonio de Nicoletta. Seguivano alcune dignità della cattedrale di Isola, come lo stesso Giovanni de Rasis (“cantor”), “domnus” Petro de Castellis (“decanus”) e “domnus” Hieronimo de Gilio (“primicerius”), a cui si aggiungeva l’arciprete (“archipresbiter”) della chiesa di Santa Maria. Carica che, tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, fu lungamente ricoperta da “domnus” Berardo Conticellus ed in seguito, da “domnus” Tiberio Crescente.

 

L’avvento dell’agricoltura

Questa società di signori che dominava un territorio ricevuto in cambio della propria fedeltà, con il trascorrere del tempo lo aveva strutturato in relazione alle opportunità economiche concesse ed in funzione delle sue potenzialità produttive, traendo da esso le risorse per affermare e mantenere il proprio ruolo.

Questo processo aveva avuto inizio con l’insediamento delle primitive chiese di rito greco (Santo Stefano, San Fantino) che erano sorte là dove era possibile controllare l’attraversamento del territorio, in una fase in cui l’economia medievale appare ancora strettamente legata alle pratiche silvo-pastorali (sec. IX-XI).

La situazione è evidenziabile attraverso i pochissimi toponimi greco-bizantini che caratterizzano il territorio agrario di Le Castella, i quali compaiono solo in relazione alla viabilità ed ai corsi d’acqua (“poro”, “mesa/mesoriaci”, “cuccuriaci”, “pilacca”).

Con l’avvio della latinizzazione, conseguente al passaggio dei possessi bizantini sotto l’autorità della chiesa di Roma (seconda metà del sec. XI), prese l’avvio un deciso ripopolamento che consentì una vera e propria colonizzazione agricola del territorio.

Alle abbazie greche, andarono a sommarsi quelle di rito latino che consolidarono il presidio della viabilità, avviando il processo di messa a coltura del territorio, a cominciare dai terreni circostanti i loro insediamenti: l’abitato di Campolongo, dove sorse la chiesa di S. Giovanni, ed il ponte presso il “monasterium seu ecclesiam Santae Elenae”.

I re normanni, inoltre, concessero ai monaci greci dell’abbazia di Santa Maria del Carrà (diocesi di Nicastro), di insediarsi nell’area strategica di snodo viario della valle di S. Giovanni, costituendo la “grancia” di Santo Yanne o di S. Giovanni dell’Isola mentre, nelle loro vicinanze, s’insediarono i cistercensi dell’abbazia di Santa Maria di Corazzo (diocesi di Martirano). Da questi capisaldi ebbe inizio il dissodamento dell’incolto, attraverso il disboscamento mediante l’incendio della vegetazione naturale (“cesina”) e la conseguente formazione dei “territori aratorii” (seminativi) detti “gabelle” o “cabelle”.

 

Struttura agricola del territorio

La ripartizione del territorio agricolo attraverso la formazione di queste entità, generalmente di notevole estensione, rispondeva all’esigenza di garantire la coltivazione cerealicola senza pregiudicare la fertilità dei terreni che, in mancanza in un’adeguata concimazione, sarebbe velocemente decaduta per il continuo succedere a se stessa della coltura (ringrano).

Allo scopo, il ripristino della fertilità avveniva facendo seguire a tre anni di coltivazione un periodo di tre anni di pascolo, durante il quale le deiezioni lasciate dagli animali, ripristinavano nel terreno ciò che era stato asportato dal cereale, compiendo un ciclo di cui era garante il possessore della gabella e che doveva essere scrupolosamente osservato da tutti coloro che, tutta o in parte, avessero voluto prenderla in affitto.

A differenza dei seminativi moderni, caratterizzati da superfici piane e regolari, adeguate all’intervento meccanico, le antiche gabelle costituivano delle aree coltivabili poco definite, limitate da alcuni elementi naturali e caratterizzate da superfici molto irregolari, i cui contorni si insinuavano nell’incolto seguendo l’andamento del terreno e le vie di penetrazione seguite durante il disboscamento (valloni, corsi d’acqua, strade).

Accanto a ciò, le gabelle non possedevano neanche una forma permanente ma, in ragione della necessità di provvedere al ripristino della fertilità del terreno, mutavano continuamente, perché, ad ogni ciclo colturale, una parte di superficie ormai troppo sfruttata ed esausta, era abbandonata e rimpiazzata con altra sottratta al bosco con il fuoco. Senza contare che, in considerazione della scarsa intensità dei sistemi agricoli adottati, anche brevi periodi di mancata coltivazione, determinavano il rapido inselvaggimento della gabella ed il ritorno di questa all’incolto.

Ne discendeva che, non possedendo rigidi confini, in genere grossolanamente determinati dalle gabelle vicine, dalla presenza delle vie o da qualche particolare orografico (valloni, rilievi), le gabelle non potevano essere dimensionate ricorrendo al dato della loro superficie coltivata ma, in maniera più pertinente, erano misurate in base alla loro produttività, espressa come quantità di grano mediamente producibile nell’annata (“salmata”).

le castella gabelle

Distribuzione dei principali seminativi (gabelle) del territorio di Le Castella: 1) la gabella “de S.to Stephano” 2) “la Cruciata” gabella di S.to Stefano, 3) la cultura “de Rainaldo Losito” 4) la gabella “deli Pirainetti”, 5) la gabella “delo Rigano”, 6) la gabella “de li Cisini”, 7) la gabella “di Ritani”, 8) la gabella “de Guglielmo Ganguzza”, 9) la gabella “de Yanni de Anastasio”, 10) la gabella “del Greco”, 11) la gabella “de Luca delo Merulo”, 12) la gabella “de S.to Nicola deli Columbri”, 13) la gabella “di Corazzo”, 14) la gabella “dela Mortilla”, 15) la gabella “de Cucuriaci”, 16) la gabella “dela Fontana Murata”, 17) la gabella “dela Mesa et la Falda del Soverito”, 18) le terre “de S.ta Maria”, 19) la gabella “de S.ta Helena”, 20) la gabella “dela Mendola et con li Fossi”, 21) la gabella “dell’Ogliastro”, 22) la gabella “delo Poro Piccolo”, 23) la gabella “dela Valle de lulmo”, 24) la gabella “delo Poro Grande”, 25) la gabella “dela Valle de S.to Yanne”, 26) la gabella “di Carcarella”, 27) la gabella “deli Parmenti”, 28) la gabella “de Cosentino”, 29) la gabella “delo Archidiaconato”, 30) le terre “de S.ta Dominica”, 31) le terre “dela Corte”, 32) le terre “de S.ta Maria”, 33) la gabella “della Serra Grande”, 34) la gabella “dela Guardiola”, 35) le terre “delo Minuto Passarello di Catanzaro”, 36) la gabella “del Passo di Santoro”, 37) le terre “de S.to Grigorio”, 38) Le terre “de S.ta Maria”, 39) la gabella “dela Fontana dela Petra”, 40) le “terre de Grigorello”, 41) la “Lenziata et terra del Judeo”, 42) la gabella “del Dionato”, 43) la gabella “de Campo Longho”.

 

Gabelle e terre

A testimonianza della fase che vede svilupparsi questa strutturazione agricola del territorio, la toponomastica relativa alle gabelle del territorio di Le Castella, evidenzia quasi totalmente l’uso della lingua latina, facendo diretto riferimento agli autori di questo primitivo dissodamento condotto dai castellesi, sia in proprio (“guglielmo ganguzza”, “delo greco”, “yanni de anastasio”, “luca delo merulo”, “cosentino”, “guardiola”), sia attraverso l’azione della chiesa (“s.to stefano”, “corazzo”, “s.to nicola deli columbri”, “s.ta helena”, “valle de s.to giovanni”, “arcidiaconato”, “decanato”, “thesaurerato”, “lo canonicato”, “s.to nicola del porto”, “s.to andrea”).

Questo originario processo di messa a coltura è sottolineato dai toponimi delle gabelle riferibili alla flora spontanea che caratterizzava i luoghi (“mortilla”, “ogliastro”, “pirainetto”, “rigano”, “valle delulmo”), da quelli che si riferiscono ad alcuni elementi caratteristici del paesaggio naturale (“fontana murata”, “fontana dela petra”, “serra grande”), o che risultano direttamente correlati al dissodamento (“cesini”, “cesini delo innamorato”, “parmenti”, “mendola”).

Tutte queste classi di toponimi scompaiono completamente nella fase successiva a quella descritta, quando, in seguito all’appezzamento delle aree più appetibili e meglio coltivabili appartenenti alle gabelle disposte in prossimità delle vie, si giunse alla formazione delle “terre”.

In questo caso, si assiste alla completa scomparsa dei toponimi riferibili agli elementi naturali del paesaggio, e gli unici due gruppi che continuano ad essere testimoniati, sono quelli che si riferiscono ai diversi possedimenti della chiesa (“s.ta maria”, “s.ta domenica”, “s.to grigorio”, “grigorello”) o dei singoli cittadini che, in relazione a questo loro possesso, ottenuto in concessione perpetua dal feudatario (enfiteusi), erano tenuti a corrispondergli un censo annuale[22].

Anche in questo caso, come per le gabelle, la dimensione di questi appezzamenti è indicata attraverso la misura della loro produttività espressa in salmate ma, in considerazione del fatto che si trattava di porzioni più piccole delle gabelle, circa ¼ di essi risulta misurato in “tomolate” o “tuminati”.

A conferma della tendenza, l’uso di questa misura di superficie, risulta nel 75 % dei “petium terre”, frazioni degli appezzamenti precedenti. In ogni caso, comunque, sia i possessori delle “terre” che delle loro frazioni, erano obbligati a seguire l’alternanza triennale relativa alla loro gabella d’appartenenza, dato che all’interno di questa, non esistevano sbarramenti per evitare il movimento degli animali ed era quindi impossibile la coesistenza tra aree adibite a pascolo ed aree coltivate durante la stessa annata agraria.

La principale produzione era rappresentata dalla coltivazione dei cereali: il frumento (“granum”) ed in misura molto minore, l’orzo (“ordeum”) e la segale (“jermano”), ai quali seguivano i legumi (“cicera, fabbas, alia legumina”) e le piante tessili quali il lino (“linum”) ed il cotone (“banbacem”).

le castella strade

Struttura viaria del territorio di Le Castella. 1) via di Gunnari, 2) via delo Dienato, 3) via Magna, 4) via Traversa, 5) via ditta de Cosentino, 6) via de Carcarella, 7) via che saglie alla Guardiola, 8) via di Cutro, 9) via de lisola, 10) Cuccuriaci (via per Crotone). a) passo de Santoro, b) passo de Dominico, c) passo de Cotrone.

 

Le mandrie

In ragione della sua intima integrazione con i cereali, una grande importanza aveva l’attività pastorale che oltre a renderne possibile la coltivazione ed a costituire la più antica fonte di ricchezza ed il segno che contraddistingueva lo status dei nobili, forniva tutta una serie di prodotti importantissimi per la vita dell’uomo medievale (formaggio, lana, carni, pelli, etc.).

Le produzioni principali ottenute dalla trasformazione del latte di pecora, erano rappresentate da “petie casei”, “giungate” e “recotie” mentre, la lavorazione di quello bovino, forniva i “raschiia” ed i pregiati “casicavalli”.

Nel loro movimento transumante, i pastori calavano alle marine in autunno, per poi lasciare il piano in giugno diretti in Sila. I signori aristocratici, proprietari delle mandrie, le affidavano a dei “fidatores mandrarum” o “capimandra” che avevano il compito di gestire tutto quello che bisognava allo svolgimento del loro lavoro. Ai capimandra spettava il “servimento” in Sila che consisteva nel pagamento dei fitti e dei diritti inerenti il pascolo delle “defense” silane, nell’assumere i pastori, nell’anticipare grano, scarpe e tutto il necessario per il trasporto (mule, cavalli). Quando, invece, le mandrie si trovavano alla marina, dopo la “calata”, tutti gli oneri erano a carico del proprietario delle bestie[23].

 

I pastori cosentini ed il vescovo di Isola

Come agissero queste figure e quale fosse il clima nella campagne di Le Castella durante il periodo preso in considerazione, è evidenziato dai fatti che trovarono coinvolti i “pastores” cosentini Nicolaus de Canto e Berardo de Anglaro che, a cavallo degli anni 1488 e 89, avevano preso in fitto ad uso di pascolo, il tenimento della Valle dell’Ulmo, stipulando con il “procuratore” dell’abate di Santa Maria di Corazzo, un regolare contratto (“pacto”).

Ad un certo punto, però, era intervenuto il venerabile Antonio de Nicoletta, vicario di monsignor Angelo Castaldo vescovo d’Isola, rivendicando i diritti vescovili sul luogo. In relazione alla resistenza dei pastori, il vicario, assieme all’arciprete Bernardo Conticello ed a tutti i suoi preti, armati “cum lantii” e “spati”, spalleggiati dagli “homini de armi” del condottiero Jacobo Castracane e da altri uomini della città di Isola, si erano radunati a “la marina” avviandosi verso la Valle dell’Ulmo per andare ad appiccare il fuoco ai ricoveri dei pastori (“paglara”) e così sfrattarli.

Ne erano stati impediti dall’intervento del “capitanus” di Le Castella[24], il magnifico Joanbattista Calamita, che li aveva fatti desistere dall loro intento, ottenendo dai pastori l’obbligazione a pagare al vescovo quanto richiesto. Di fronte a questa costrizione, questi ultimi erano però ricorsi alla giustizia, ed il 13 gennaio 1489 erano comparsi davanti alla “curia” cittadina che sedeva “per tribunali in teatro dicte terre ubi dicta curie ad praesens regitur et regi”.

La corte composta dai “nobili et egregii homini”, il “baiulus” Nicolao Antonio Marino, l’abate Nicolao Crescens giudice annuale (“annalis judex”), e da Francisco Cesar della città di Squillace, “notarus pubblicus per totum regnum sicilie”, ascoltate le testimonianze prodotte dalle parti, si pronunciò riconoscendo le ragioni del vescovo di Isola che, basandosi sul suo pieno diritto di esigere le decime delle pecore su tutto il territorio della sua diocesi[25], aveva preteso un legittimo pagamento che prescindeva dall’affitto che i pastori avevano già corrisposto al possessore della gabella.

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Inizi del Novecento. Ricoveri temporanei (“pagliari”) realizzati nelle aree di pascolo dai pastori (foto G. Tallarico).

Le clausure

Alla strutturazione per gabelle, veri e propri compartimenti stagni che garantivano la rotazione triennale tra il pascolo e la coltivazione, facevano eccezione solo alcune parti del territorio che, per la natura delle produzioni che vi si realizzavano, dovevano essere necessariamente interdette al libero movimento degli animali.

Si trattava delle “clausure”, dove l’accesso risultava impedito da sbarramenti naturali, (corsi d’acqua, canaloni) o artificialmente creati dall’uomo (fossi, siepi) che ospitando viti, olivi ed una miriade di altre specie da frutto, non potevano essere pascolate.

In relazione alla loro estensione ridotta ed al tipo di coltura, che presupponeva una coltivazione più intensiva ed una piantagione regolare per file, le chiusure erano localizzate in aree di facile accesso servite dalle vie pubbliche e vicinali e con possibilità d’irrigazione, caratterizzandosi per un rigido schema di lottizzazione[26].

Questa era organizzata attraverso la suddivisione del terreno in strisce parallele, lungo cui erano ricavate i singoli appezzamenti. Come riscontriamo nel caso del “subfeudo de fungardo” dove, attraverso l’uso della fotografia aerea, ancora oggi è possibile evidenziare queste strisce che individuano i vignali (“vinealis seu petiunculis”) e le vigne (“vinee”) realizzate anticamente.

vigne Fungardo

Il tratteggio evidenzia l’appezzamento del feudo di Fungardo in un fotopiano del 1943 (Istituto Geografico Militare di Firenze).

I primi, dell’estensione di una tomolata potevano ospitare anche seminativi, le seconde suddivise in unità di 1000 “pedum”, erano destinate alla coltivazione della vite e degli alberi da frutto. Risultavano altrettanto diffusi appezzamenti di vigneto costituiti da 500 viti, mentre assai più contenuta era la presenza di vigne di diversa estensione[27].

Oltre alla vigna che assicurava il sostentamento ed il necessario corroborante alle fatiche del contadino medievale e che, per tale motivo, rientrava espressamente nei patti che costui aveva stipulato con il signore all’atto del suo insediamento sul territorio, costui possedeva anche un orto posto subito fuori le mura. Anche questi piccoli appezzamenti, come le vigne, dovevano essere necessariamente interdetti agli animali e posti al riparo d’eventuali danni, come prescrivevano le norme che vietavano di portare le greggi sotto la via traversa a cominciare dalla metà del mese di marzo.

Tuttavia, ad eccezione di queste piccole aree caratterizzate da un’agricoltura più intensiva ed a volte specializzata (vigneto, oliveto), anche nella fase di massima espansione urbana, il territorio di Le Castella continuava ad essere caratterizzato principalmente dai boschi che, ricoprendo ancora la maggioranza dei terreni, dominavano incontrastati il paesaggio.

A cominciare dalla “foresta delo Soverito”, di pertinenza regia e dalla “defensa seu foresta” di S. Fantino che in ragione della sua natura di territorio corso (“curso”), analogamente a quello di Campolongo, era aperto all’esercizio dei diritti universali da parte dei cittadini, tra cui quello di libero pascolo per i propri animali. Ciò, in genere, era motivo di contrasto tra i cittadini ed il feudatario, che cercava di limitare gli antichi usi civici di questi ultimi creando delle proprie “defense” e mettendo a coltura il bosco.

 

Il feudatario

In origine, feudatari furono coloro che in cambio della propria fedeltà ad un sovrano, ricevevano da questi il possesso di beni e diritti nell’ambito di uno o più territori, impegnandosi a sostenerlo ed a seguirlo in guerra. In seguito, fermo restando l’obbligo della fedeltà, i feudi furono concessi dal re dietro un pagamento in denaro[28].

Ciò avvenne, ad esempio, nell’ottobre del 1496 quando, re Federico d’Aragona vendette per 9000 ducati, la terra di Le Castella assieme a Santa Severina, Policastro, Roccabernarda, Cirò, Cutro, S. Giovanni Minagò, Fota e Crepacore e 300 ducati annui, ad Andrea Carrafa col titolo di conte. Le Castella cercò di resistere e si rivoltò al conte. Costui, ricondottala all’obbedienza mediante la repressione condotta da Bernardo Villamarino, conte di Capaccio, ottenne dal sovrano di potere essere reintegrato nel possesso dei beni e dei diritti che, a causa dei turbolenti trascorsi, gli erano stati sottratti ed occupati illecitamente.

Dalla documentazione prodotta in tale occasione, e consegnata dal giustiziere Francesco Jasio nel 1518, apprendiamo che, relativamente all’investitura regia ricevuta, Andrea Carrafa deteneva “in feudum” i beni demaniali (“bona demanialia”) appartenenti alla “curia” di “Castellorum Maris” ed una serie di diritti, a cominciare da quello di amministrare in primo e secondo grado, le cause civili, criminali e miste, con il potere di infliggere ogni tipo di pena corporale sino alla più atroce (“mero mistoque imperia et gladii potestate”), rimanendo soggetto al pagamento “dell’adhoa seu militari servitium in regno[29].

Questo possesso riguardante il “castrum” di Le Castella, identificato come “feudum quaternatum”, comprendeva, “in primis”, il castello (“castrum”) completo del suo armamento e del suo munizionamento, assieme al “territorium” di sua pertinenza, di cui risultano accuratamente descritti i confini. Nell’ambito del castello, dell’abitato (la “terra”) e del suo tenimento, il conte deteneva la “baiulationem” (o bagliva) che, assieme al “bancho justitiae … cum subtis capitulis juribus pro heminentiis et jurisditionibus antiquis solitis et consuetis”, era affittata annualmente all’incanto per circa 270 ducati.

In forza di questo diritto feudale, il feudatario assumeva diversi poteri che esercitava attraverso un proprio ufficiale detto “baiulo” che agiva in diversi ambiti di giurisdizione. Riguardo a quella rurale, egli estendeva il suo controllo e la sua sorveglianza su tutto il tenimento di Le Castella, amministrando giustizia, carcerando e comminando pene fisiche e pecuniarie ai trasgressori.

Nelle “foresta delo suverito” provvedeva a che nessuno abbattesse alberi di qualunque specie, mentre nella “defensa seu foresta” di S. Fantino era possibile approvvigionarsi del legname necessario per realizzare i ricoveri nelle campagne e la copertura delle case. Egli vigilava al fine di mantenere l’integrità delle fonti e dei fiumi, dove era vietato servirsi di veleno per pescare, e controllava che nessuno alterasse la purezza delle acque delle fonti, conducendovi porci o altri animali. In particolare, e con la sola eccezione dei periodi di siccità, era preservato il “vallono nominato volandrino”, dove era vietato condurre ad abbeverare gli animali sopra il luogo detto “la chianta grande”, destinato dall’università al lavaggio dei panni. Il baiulo si preoccupava anche di difendere il territorio dagli incendi, punendo i trasgressori e quanti avessero appiccato il fuoco ai resti della coltivazione dei cereali (“restuciis”) prima della metà del mese di agosto.

Egli inoltre, proteggeva tutte le coltivazioni dai danni arrecati da ogni sorta di bestiame “civium ut forentium”, sanzionando i proprietari degli animali che, nel caso di mancato pagamento, subivano il sequestro del bestiame sino al pagamento del dovuto. A tal fine, dopo la metà del mese di marzo, era fatto divieto ad ogni gregge di “animalium armentitiorum” di avvicinarsi alle coltivazioni più prossime all’abitato (vigne, orti) scendendo sotto la via traversa mentre, al fine di preservare l’igiene del borgo, era vietato condurvi ogni sorta di gregge.

All’autorità del baiulo era comunque sottoposta tutta l’attività pastorale che si svolgeva nel territorio. Egli infatti esigeva dai fidatori lo “jus fida” relativamente ad ogni animale grosso (bovini ed equini), e per ogni capra o maiale introdotto dai forestieri nei pascoli del tenimento, ed aveva il diritto di esigere lo “jus disfida” relativamente ad ogni animale che, ad un suo controllo, fosse stato scoperto non fidato. Egli, inoltre, riceveva annualmente l’ “integrum fruttum” prodotto nell’arco di tutta una giornata da ogni mandria (“jornale”).

Il baiulo si faceva pagare anche dai fidatori che prendevano in fitto le gabelle confinanti con il tenimento di Le Castella, esigendo annualmente lo “jus finaitae”. Per “la valle” in tenimento di Tacina, esigeva ogni anno sette tari ed un “aries sive montonus grossus”, oltre il “serratitio”, costituito da sei carlini, un capretto, dodici pezze di formaggio e dodici ricotte. Per “la finaitae nomi(na)te delo carigletto” in tenimento di Cutro, erano pagati sei tari, dodici ricotte, dodici pezze di formaggio e dodici raschi, che dovevano essere corrisposti entro otto giorni dopo la festa di Pasqua.

Al fine di salvaguardare il bestiame necessario allo svolgimento dei lavori agricoli, il baiulo, in forza dello “jus stertiatura”, dal  primo di gennaio d’ogni anno, si preoccupava di “stertiare” i prati e le terre poste in tutto il tenimento, sia nel caso di secolari che di ecclesistici, al fine di assicurare il necessario nutrimento agli animali usati nei lavori durante il triennio a semina. All’interno delle gabelle prescritte, ciò consisteva nell’imporre ai massari di lasciare a prato dodici tomolate per ogni paio di buoi (“paricchio”) necessario alla lavorazione del terreno di quella specifica gabella e quattro tomolate per ogni “bestia de barda seu de sella” posseduta dal padrone. La stessa superficie doveva essere preservata a prato anche nel caso che la gabella non fosse stata seminata, mentre il restante poteva essere dato ai fidatori. In forza di questo diritto, durante il periodo della “stertiatura”, ogni giorno il baiulo riceveva un “tarenum” dai fidatori per i corsi di Campolongo e S. Leonardo.

Le prerogative riguardanti la bagliva riguardavano anche tutte le attività di scambio che si realizzavano tra le mura della terra, in tutto il suo tenimento e nel suo porto. In relazione a ciò, oltre allo “jus exigendi”, attraverso cui, in tutto il territorio “a banno”, il baiulo riceveva un carlino per la vendita a forestieri con pagamento in denaro di ogni “bestia grossa”, egli esigeva lo “jus dohane” da ogni forestiero che, con carri o “cum bestia di barda”, fosse giunto a vendere frutta e legna.

Questo diritto, eccetto il lunedì e durante i quindici giorni di durata della fiera di San Nicola, era pagato anche da ogni forestiero che avesse voluto estrarre “vituvalia” via terra o “per marem”, o che assieme alla moglie, avesse deciso di stabilirsi temporaneamente a Le Castella. In questo caso, effettuando il pagamento annuale della dogana, egli rimaneva immune dalle altre tasse universali, ma era tenuto, come i cittadini, ad assolvere agli obblighi relativi alla “fabrica” delle fortificazioni, sia attraverso i pagamenti in denaro, che mediante “servitiis personalibus”.

Per quanto riguarda l’attività portuale ed in relazione al naviglio forestiero, il baiulo esigeva diversi diritti, quali lo “jus anchoragii”, lo “jus scafagii” e lo “jus falagagii” oltre alla “custodia et jus guardia portus”.

Sia per quanto riguarda il commercio marittimo, che per quello che avveniva attraverso le vie di comunicazione terrestri, il baiulo esigeva il pagamento dello “jus catapanie” sia per la vendita al minuto, che per quella all’ingrosso cui erano soggetti i prodotti agricoli (olio, vino, lino, cotone, frutta, etc.) e quelli artigianali (stoffe, recipienti e stoviglie di creta) che erano tassati in relazione alla loro unità di misura specifica.

Il baiulo deteneva anche lo “jus portulania” e come tale svolgeva l’ufficio di “magister portulanus”, la cui giurisdizione era estesa sia al porto che all’interno dell’abitato. Qui, egli era deputato a dirimere le questioni che sorgevano tra gli abitanti, in merito all’uso di vie, case e scale, ed a riscuotere il dovuto per la costruzione o ristrutturazione di fabbricati sulla pubblica via. Iniziando dal mese di maggio e fino a tutto il mese d’agosto, il mastro portolano vigilava sulle vie pubbliche, assicurandosi che ogni sabato queste fossero pulite ed imponendo la pena di un tari a quanti le avessero sporcate con “inmunditias”.

In relazione al proprio possesso feudale, oltre alla bagliva, il feudatario deteneva la mastrodattia che riguardava la gestione amministrativa delle cause con rilascio di atti pubblici. Diritto che, solitamente, era affittato annualmente ad un notaro che assumeva l’ “offitium di  magister attatus seu in dattie”.

Accanto a questi diritti la corte di Le Castella deteneva dei beni immobili (“bona demanialia stabilia”): il “tenimentum” di S. Fantino posto “in territorio ditte terre castellorum”, alcune terre coltivabili ed alcuni lotti di terreno all’interno delle mura.

A questi si sommavano i beni recentemente reintegrati, ad eccezione del feudo di “campo longho suorum membrorum situs et positus in tenimento dittae terrae”, che era detenuto dall’illustrissimo “dominum comitem Ayelli” e sul quale verteva una lite tra quest’ultimo ed il conte di Santa Severina. Questi erano rappresentati dalla gabella della Valle dell’Ulmo, da terreni e vigne e da alcune case. Il conte esigeva, inoltre, una serie di censi enfiteutici (“bona censualia”) che gli erano corrisposti annualmente nel mese di agosto. Questi riguardavano alcune case, casaleni e magazzini posti all’interno delle mura (tra cui quelli “in maritima”) ed i mulini che macinavano a Pilacca.

Egli aveva, infine, lo “jus patronatus” sulla chiesa di Santa Maria, consistente nel diritto di presentazione al vescovo di un prete di sua scelta. La chiesa, oltre ad una ricca dotazione d’arredi sacri (“bona mobilia”), possedeva alcuni beni immobili (“bona stabilia in demanio”) da cui ricavava l’affitto: case palaziate e terranee, terreni e vignali. Il conte, inoltre, riscuoteva una serie di censi enfiteutici relativamente alle sepolture realizzate all’interno della chiesa e possedeva le vigne ed i vignali appartenenti al “sub feudum curiae p.te numinatum de fungardo”, detenuto in “sub feudali servitio” dal nobile Camillo Poherius della città di Taverna.

 

Amministratori, ufficiali e mercanti

Generalmente assente o, comunque, quasi sempre residente lontano dai propri possessi, per esercitare il proprio potere ed il proprio ruolo, il feudatario disponeva localmente di un apparato burocratico-amministrativo composto da propri uomini di fiducia.

Ciò determinava che la classe mercantile cittadina fosse strutturata sulla base di un nutrito gruppo di notai, procuratori, scrivani, contabili, riscossori, ecc. necessari a seguire le diverse fasi della procedura amministrativa e commerciale[30], di cui facevano parte integrante anche gli “officiali” deputati all’amministrazione statale (governatori/capitani, giudici) e che si avvaleva degli uomini che presidiavano il castello, necessari a garantire il rispetto dell’ordine.

Come fosse strutturata tale organizzazione e quali fossero i rapporti esistenti tra le varie figure coinvolte, lo apprendiamo attraverso il “cunto del “rationale” (contabile) Antonio de Jacobo di Firenze che, a cominciare dal 29 dicembre 1485, si occupò della contabilità e dell’amministrazione delle entrate fiscali relative ai possessi feudali di “misser” Giovanni Pou: la “cita” di Isola e le “terre” di Le Castella e Tacina.

A questa data, succedendo a Margaridonno de Cicco di Le Castella, egli fu ordinato “exactore” dal principe di Taranto, attraverso la “conmissione” del “thesauriero” della provincia di Calabria Ultra Vincislao de Campitello, continuando a prestare il suo servizio come “perceptore dele dicte entrate”, anche dopo la confisca dei suddetti feudi da parte del re, in seguito alla Congiura dei Baroni, fino al 31 agosto 1487.

In questo periodo, accanto ad Antonio de Jacobo compare Cristiano Fera che assieme al primo, risulta destinatario di un ordine del tesoriere di Calabria Ultra, che lo incaricava di provvedere alla riscossione delle entrate di pertinenza del fisco regio, relative alla città di Isola ed alle terre di Le Castella e Tacina, con le quali provvedere al riparo del castello di Le Castella ed a retribuire il castellano ed i suoi compagni.

In precedenza, compiti di questo tipo erano stati assolti da mastro Jordano “ballio” di Le Castella, al quale i sindaci Antonello dela Guardia e Thomaso Greco, “aviano pagato li denari deli pagamenti fiscali”, che questi aveva utilizzato per retribuire il vecchio castellano Jannocto.

Nella sua “administrazione”, Antonio de Jacobo che, prima di ricoprire tale incarico, aveva svolto quello di “credenczeri” fin dal 1 dicembre 1483, attraverso il concorso e la collaborazione di propri uomini di fiducia, provvedeva a svolgere il suo “offitio” relativo alla riscossione delle entrate, a cominciare dalla “ballia” (bagliva) che era “rescossa” dal relativo “ballio” o “baglio” che periodicamente, provvedeva a versarla nelle mani dello stesso Antonio de Jacobo.

Tra coloro che ricoprirono tale incarico figurano mastro Jordano per Le Castella e Salvo de Stilo che si preoccupava di riscuotere e consegnare i “censuali” di Campolongo.

Una seconda voce d’entrata era rappresentata dalla riscossione del diritto di “fida”, relativamente al pascolo di vacche (“bacchi”), buoi (“boy”), maiali (“porchi”) e giumente (“jum.ti”). Come avveniva, per esempio, per il tenimento di Rosito posto in territorio di Tacina dove, i cittadini di Le Castella pagavano una fida estiva di 5 grana per vacca[31].

Sempre relativamente al pascolo nei tenimenti deli Valli, Campolongo e Santo Leonardo, era riscosso il diritto di “finayti et jornali” nella cui raccolta si segnala Cristiano Fera. Vi erano poi le entrate derivanti dagli affitti di diversi terreni per uso di pascolo (“erbagio”) o per quello di semina (“terragio”), tra cui quelli della “cabella” di Campolongo.

A differenza dell’affitto ad uso di pascolo che era corrisposto in denaro, il terragio era corrisposto in grano e orzo, il cui ricavato era messo all’incasso dopo la vendita. Queste vendite erano disposte direttamente dal “notaro Micho Campano” o “Cimpano”, “conmissario regio in la provincia de calabria e procoratore gobernatore et factore de Misser Johanne Pou”, e coinvolgevano importanti mercanti con i loro procuratori locali che agivano nel porto di Crotone ed in quello di Le Castella. Oltre alla vendita al prezzo di tari 7 la salma, con consegne “in cotrone” a Gullielmo Riczo de Fiorencza (agente per il notaro Dionisio Mortella di Napoli) ed a Troylo Poeri o Puyeri de Taberna “factore et procuratore” di Garczia de Teche, risultano vendite a grana 6 e ½ la salma, con imbarco in Le Castella, a Carlo de Constanzo ed una consegna ad uno dei familiari del feudatario, il castellano “misser” Petro Pou “per soy victo”.

Le spese relative a tale amministrazione, erano rappresentate dalla provvigione dello stesso Antonio de Jacobo (12 oncie all’anno), dall’acquisto del necessario per scrivere, dal fitto dei magazzini per conservare il grano, dalle spese per il loro trasporto con i carri a Crotone e da quelle relative al pagamento degli “homini o famigli” che, con le loro armi, scortavano Antonio de Jacobo quando si recava a Borrello, Cosenza o Santa Eufemia per effettuare i versamenti.

Questi avvenivano in moneta corrente (“carlini”) nelle mani del notaro Micho Cimpano mentre, a seguito della confisca regia, Antonio de Jacobo corrispose quanto dovuto a Bactista de Vena che, a cominciare dalla metà di marzo 1487, fu prima “locumtenente” e successivamente, “substituto” di Martino Peres nuovo “thesauriero” della provincia di Calabria Ultra succeduto a Vincislao de Campitello. La spesa maggiore, comunque, era rappresentata da quella relativa all’approvvigionamento ed al mantenimento del castello, ed al pagamento del castellano e della sua guarnigione.

 

Il castello

Simbolo del potere signorile, il castello ci appare come un complesso fortificato (“fortelitiis”) distinto dalle mura cittadine e posto in una chiara posizione eminente che, incombendo dall’alto sull’abitato e sulle sue principali vie d’accesso, costituiva un continuo monito per i cittadini, testimoniando il predominio del signore sui propri possessi.

Tale potere militare detenuto dal feudatario, era affidato da questi ad un “castellanus” da cui dipendeva una guarnigione costituita dai suoi “compagni”. In relazione a particolari esigenze, la forza della guarnigione poteva essere integrata dall’intervento degli “homini d’arme” del re mentre, in alcuni casi, al castellano di nomina feudale, potevano essere affiancati uno o più “soci”, espressi dall’università.

Sul finire del periodo aragonese, è documentata a Le Castella l’esistenza di un castello che si trovava sulla terraferma nel luogo in seguito detto “lo castello vecchio”. Se ne fa menzione nel 1518, quando la chiesa di “Santa Maria de Castellis” risulta sita dentro le mura dell’abitato “in loco ditto et pp.e nominato Lo Castello Vecchio ubi antiquitus erat Castrum vetus dittae Terrae”. A quel tempo, la chiesa confinava con le case di Salvo Succurra e di Domenico De Pace che erano poco distanti dalla riva del mare[32].

Alcune notizie relative a questo vecchio castello risalgono agli anni 1486-87. A quel tempo, come raffigura il sigillo dell’università, esso era costituito da un massiccio torrione, dotato di un solaio, di una porta e di uno “spiruni” posto a munire la sua base. Ne erano castellani “misser” Stefano Puglise e “misser” Petro Pou, che ricoprirono la carica fino al 25 aprile del 1486.

le castella sigillo

Sigillo dell’università di “Castellorum”.

In questo periodo, complessivamente, si alternarono ai loro ordini una quarantina di soldati locali che assicurarono la presenza mensile di una guarnigione composta da circa una ventina di uomini.  In relazione al periodo di servizio prestato, essi ricevevano una paga detta “soudo” che, ordinariamente, era di 10 tari al mese.

Per la sua completa efficienza, il castello risultava munito di tutto il necessario per mantenere la sua guarnigione: 2 carrate di grano, 37 “libri” di olio e 47 carrate di legna da ardere, oltre ad una buona scorta di formaggio (118 pezzi di “caso” e 16 “recotte”) ed a tutto il necessario per la cucina: “piatti, pignati, scutelli, cantari”, una “caudara”, una “fressura” e due “charri de tenire acqua”.

Oltre a queste munizioni, il castello era dotato di un “centimulo” per macinare il grano e dell’artiglieria necessaria alla sua difesa, alla cui efficienza prestavano le loro cure un “bombarderi” con il suo aiutante e diversi artigiani locali, come mastro Marco de Luca e mastro Georgio Gravalla (che fornì “cippe de bombarda”), mentre mastro Donato Ferraro fornì “chiova e correyi de bombardi”. Accanto a queste dotazioni il castello non mancava di un pesante mantello di lana grezza (“tabano de arbaso”), necessario “per la notte quando fanno la guardia li compagni”.

Con l’intensificarsi della minaccia turca e di quella veneziana sui possessi aragonesi, le coste calabresi furono poste in allarme ed accuratamente rifortificate e munite nei punti maggiormente vulnerabili e strategici. Tra questi Le Castella dove il sovrano, avendola nel frattempo confiscata in seguito alla ribellione del suo feudatario, dispose di provvedere alla ristrutturazione del castello ed alla riorganizzazione del suo presidio.

Nell’ottobre del 1486 la “castellania dele castella” fu concessa dal principe di Taranto a Francesco de Miro con una provvigione di 8 ducati al mese, al quale fu affidata una guarnigione costituita da soldati forestieri pagati dal sovrano, composta da 11 compagni durante il mese di ottobre 1486, ridotti a 4 dal mese di novembre e fino a tutto aprile 1487. Questo presidio ridotto che trovava giustificazione in coincidenza della cattiva stagione, non poteva essere adeguato al sopraggiungere dell’estate quando, per fronteggiare il pericolo d’incursioni, nelle marine cittadine si segnala la presenza degli “homini de arme” del re.

Il 7 maggio 1487, infatti, re Ferdinando aveva ordinato al condottiero Iacobo Castracane di recarsi nella provincia di Calabria e di stanziare fino a luglio a Crotone. Il sovrano che lo poneva alla testa di “tutti et singuli capi di squadra, conductieri et homini d’arme nostri che in presente stanziano in dicta provincia”, gli raccomandava di provvedere al reperimento dell’artiglieria necessaria alla difesa e di sovrintendere alle opere di fortificazione “perché essendo vui persona esperta ne fidiamo del vostro parere”.

Per quanto riguarda, invece, gli approvvigionamenti e le opere di ristrutturazione, il 15 marzo 1487, su ordine del duca di Calabria, si registra l’intervento del tesoriere di Calabria Ultra Vincislao de Campitello. In questa occasione, oltre a 12 salme di frumento, 25 tumula di orzo e fave e 25 carrate di legna da ardere, egli dispose di realizzare speditamente una serie di lavori “multo necessarie” che, in particolare, riguardarono di “conczare lo centimolo et la porta dela torre et cambiare lo solayo” e di “fare lo astraco ala torre delo sperone”. Tra aprile e luglio 1487 fu effettuato l’acquisto dei materiali necessari e si realizzano i lavori, che mobilitarono anche diversi castellesi sia tra i fornitori che tra le maestranze: mastro Antonio de Maczeo, mastro Paulo Marino, Andrea Paglaro, etc..

La particolare importanza strategica del castello di le Castella nell’ambito della difesa del regno in questo periodo, si segnala nella primavera di due anni dopo quando, il 12 marzo 1489, lo stesso duca di Calabria accompagnato da Antonio Marchesi da Settignano, “homo subtile circa de fare fortezze e roche”, ispezionò personalmente, da terra e dal mare, le fortificazioni cittadine[33] mentre, ancora al tempo della discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII, il castello risultava presidiato da una guarnigione regia[34]

 

Il nuovo castello

Con il passaggio in feudo al conte Andrea Carrafa da parte di re Federico d’Aragona (1496), molte trasformazioni interessarono Le Castella che, in relazione alla sua posizione marittima, andò ad occupare il ruolo di terminale dei nuovi e vasti possedimenti feudali del conte posti nell’interno, in una fase di rapido intensificarsi del commercio via mare legato al mercato granario.

Lo stato di particolare insicurezza legato alla costante minaccia dei Turchi e l’insofferenza dei castellesi verso il nuovo feudatario, imponevano però una riorganizzazione delle vecchie difese, la cui ristrutturazione fu avviata e realizzata secondo i dettami più moderni dell’arte della fortificazione.

Accanto ai lavori di rifortificazione dell’abitato necessari a consolidare le vecchie difese ed a munire la nuova espansione urbana, importanti interventi riguardarono anche la realizzazione di un nuovo castello che, gli autori dell’opera, secondo una diffusa tendenza rinascimentale evidenziabile anche a Crotone[35], progettarono cercando di sfruttare a loro vantaggio il mare, così da avere fortificazioni meno esposte, in considerazione della minore efficacia delle artiglierie navali rispetto a quelle terrestri.

La realizzazione delle nuove opere, la cui realizzazione era stata avviata con l’avvento del nuovo feudatario, proseguiva ancora nel 1532 e trovava impegnata la manodopera sotto la guida dei mastri “fabricatores”: il “Mag(iste)r” Jannotto de Consilio ed il suo aiutante Reynaldo de Cunto, entrambi della città di Cava.

Mastri di Cava

ASN, R. C. Somm. Numerazione dei Fuochi n. 133.

Non sappiamo se i due fossero stati impegnati già all’inizio dei lavori o se fossero subentrati successivamente, risulta evidente comunque che essi appartenevano alle maestranze che, a cominciare dalla fine del Quattrocento e per tutto il secolo successivo, s’impegnarono nella realizzazione di nuove e più progredite opere di fortificazione, capaci di contrapporsi al rapido progresso delle armi da fuoco, che avevano reso obsolete ed inutili le preesistenti fortificazioni medievali.

Partendo da questi concetti la nuova costruzione, completamente lambita dalle acque, fu realizzata ex novo sfruttando il bassofondo e gli scogli antistanti l’abitato. Qui, esigenze costruttive, legate alla realizzazione delle nuove opere, comportarono la costruzione del muro scoperto dalle mareggiate all’interno del castello che, erroneamente interpretato come d’età greca, fungeva, nella realtà, da contenimento per il terrapieno delle difese, che chiudevano la poligonale verso il mare aperto.

La castella 1a - Copia - Copia

Le Castella (KR), le strutture del castello ormai scomparse si evidenziano in un fotopiano del 1943 (IGM).

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Le castella (KR), le strutture del castello scomparse in una foto aerea del primo dopoguerra.

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Le Castella (KR), in primo piano i resti delle fortificazioni scomparse.

Quest’ultime, ormai scomparse, seguivano un andamento testimoniato dalla fotografia aerea ed evidenziato dal segno rimasto su entrambe le facce del baluardo posto a munire la base della torre. Qui infatti, fino ai lavori di restauro, all’altezza a cui si elevavano le fortificazioni distrutte dal mare, le facce di questo baluardo si sono conservate intatte, protette dal terrapieno delle opere che gli stavano davanti.

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Le Castella (KR), le fortificazioni del castello prima del consolidamento marittimo. L’erosione del mare si evidenzia sopra il livello che raggiungevano le fortificazioni scomparse (da Rubino G. E., L’Isola Fortezza di Le Castella in Calabria, a cura della Regione Calabria, 1979).

Le Castella

In evidenza il livello che raggiungevano le fortificazioni scomparse.

Impostato originariamente attorno ad una corte quadrangolare dominata da un’unica torre rotonda, che mostra strette analogie con quelle del palazzo o “Belvedere” del castello di Santa Severina e che si erge “a cavaliero” sulle fortificazioni circostanti[36], consentendo l’avvistamento sull’orizzonte marino, il castello ebbe consistenti rifacimenti successivi evidenziati dalla discontinuità di alcune strutture rimaste.

Tali opere paiono riconducibili al tempo dei Duchi di Nocera (1551-1619) come riferiscono le testimonianze documentarie superstiti[37], tra cui spicca la descrizione del castello relativa alla visita compiuta nel dicembre 1594 dal vicario del vescovo di Isola, il decano catanzarese Nicolao Tiriolo che, visitando la terra di “Castellorum Maris”, ormai abbandonata e ridotta ad un piccolo nucleo di abitanti dimoranti nel castello, entrò all’interno di quest’ultimo attraversandone la porta “ben inferriata doppia con sbarre di ferro, doi all’una et doi all’altra porta[38]. Si tratta, comunque, di una ristrutturazione che appare funzionale al nuovo ruolo assunto dal castello in questa fase che, oltre a proteggere l’approdo, aveva anche la funzione di ospitare i pochi abitanti rimasti ed i magazzini per la conservazione delle merci, dopo lo smantellamento e l’abbandono dell’abitato.

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Le Castella (KR), ipotesi ricostruttiva del castello (disegno dell’autore).

 

Il porto

In relazione alla propria natura marittima, evidenziata dal suo castello circondato dal mare e fissata nel proprio toponimo, Le Castella aveva progressivamente accresciuto la sua importanza, divenendo un possesso ambito da parte degli uomini più autorevoli e importanti del regno, anche se il mare rimaneva un elemento possibile portatore di lutti[39], dal quale potevano provenire serie minacce, come le razzie degli eserciti nemici e dei pirati.

Questa vocazione marittima che determinava anche una certa mobilità della popolazione, da e verso altri importanti scali portuali[40], era determinata dalla presenza di un importante porto (“portus”) che sfruttando l’assetto naturale dei luoghi, in relazione alle diverse condizioni atmosferiche, consentiva l’approdo su entrambi i lati del promontorio su cui sorgeva l’abitato.

Conseguentemente questo disponeva di due bacini: il “portus grandis” presso la “scarpa grande” ed il “portus piccoli” presso le mura nuove e la chiesa di S. Andrea. Qui s’imbarcavano i prodotti principali del sistema agricolo locale, come i cereali, il formaggio, i legumi, ed il legname da costruzione (“tabulas, trabes”), a cui potevano affiancarsi altri generi provenienti dalle campagne o dai territori vicini ed i prodotti dell’artigianato locale.

Tutte le merci erano comunque soggette al pagamento dei diritti soliti e consueti nelle mani degli ufficiali preposti, a cominciare dal baiulo che, detenendo lo “jus portolania”, svolgeva l’ufficio di “magister portulanus”, vigilando sul corretto uso dell’approdo e punendo chiunque avesse lasciato rifiuti nel porto o vi avesse caricato o scaricato la sabbia che era comunemente usata come zavorra (“saburram”), quando le navi viaggiavano senza carico.

Egli esigeva il pagamento dello “jus dohane” che era corrisposto in relazione al tipo ed al peso della merce trasportata, ed imponeva lo “jus anchoragii”, facendosi pagare in base alla capacità della stiva della nave che gettava l’ancora nel porto. In questo caso il pagamento era corrisposto in relazione al tipo di naviglio (“navigio”). Si distingueva tra la “barcha scoperta parvas sive schifo seu schafa”, la “barcha portante schifum”, il naviglio con capacità di carico entro le 80 salme, quello entro le 100 salme, la “caravella” con capacità di carico entro le 500 salme e la “nave”, con capacità entro le 1000 salme.

Sempre in riferimento al diverso tipo di imbarcazione, il baiulo esigeva anche lo “jus scafagii” e lo “jus falagagii” mentre, da ogni “mercatore onerante ditta navigia”, esigeva un carlino “pro custodia et jus guardia portus” per ogni giorno di permanenza in porto. Sia per quanto riguarda il commercio marittimo che per quello che avveniva attraverso le vie di comunicazione terrestri, il baiulo esigeva lo “jus catapanie” da tutti i forestieri (“hesteris”), anche da quelli abitanti a Le Castella (“advenia”), dividendo a metà l’introito della tassa con il sindaco. In forza di questo diritto da ogni “mercatore seu oneratore navigii” si faceva pagare un carlino per l’uso del mezzo tumulo bollato (“medi tumuli seu mediarole”) con il quale avveniva la misurazione dei cereali durante il caricamento.

 

L’estrazione del grano

Un’idea sufficientemente dettagliata sullo svolgimento delle operazioni di carico dei cereali nel porto di Le Castella, c’è fornita dalla documentazione relativa alla contabilità dei diritti pagati e delle spese sostenute da domno Franco Regio che, per conto di Galeazzo Caracciolo, nei giorni 24 e 25 ottobre 1516, imbarcò grano ed orzo per Napoli nel porto di Le Castella[41].

Qui Paulo Benincasa “et compagni” trasferirono dal “magazzeno” alla “marina” salme 203 e tomola 6 di grano e salme 14 di orzo “mesurate, coffiate et impunute in le carra”, da dove la “barcha” di Iohane Gangucia li traghettò sul “galione” genovese del “patrone” Baptista de Bartholo ancorato alla fonda.

A donno Bernardo Conticello, arciprete di Le Castella, furono pagati ducati 2 e grana 18 per “carricatura con li carra”, relativamente alle salme 217 e tomola 6 complessivamente imbarcate, alla ragione di grana uno per salma. Dallo stesso furono presi in affitto i 65 sacchi necessari per effettuare il caricamento sulla nave, alla ragione di un tornese al giorno per sacco.

Il cereale, infatti, sia nei magazzini che a bordo della nave, era stivato alla rinfusa ed i sacchi servivano solo per la misurazione e le operazioni di carico. Per quanto riguarda il pagamento dei diritti, a Bartholomeo de Tibaldo di Tacina, mastro portolano e “locotenente” di Annibale Pignatelli portolano di Calabria Ultra residente a Monteleone, che per due giorni “stecte a vedere mesurare dicti grani et tenere cunto”, fu corrisposto un tari. Allo stesso fu corrisposto lo “iura salmarum”, relativo al trasporto delle merci all’interno del regno, alla ragione di 3 tornesi la soma.

Oltre a questi diritti, furono pagati al mastro portolano tari 3 per due mandati (uno per ogni giorno di caricamento) emessi in favore d’Antonio de Perrone di Le Castella “sostituto del dicto Bartholomeo” sul luogo, al quale fu esibito il permesso della Regia Camera (“pregiaria”) per effettuare l’estrazione ed al quale furono corrisposti grana 10.

Al “baglivo” di Le Castella “per tenere cunto et vedere la mesura de dicti grani”, furono corrisposti ducati 5 per le 217 salme e tomala 6 complessivamente imbarcate, alla ragione di 4 tornesi per salma, mentre al “sindico” di Le Castella furono pagati tari 1 e grana 10 per l’uso del “mezzo tumulo et sigillo dele Castelle”. Al termine di queste operazioni la merce accompagnata da una persona di fiducia (“supracarico”), fu posta alla vela ed avviata a destinazione.

 

Commercio ed artigianato

Accanto all’attività mercantile che si svolgeva nel suo importante porto, il commercio a Le Castella si sviluppava anche attraverso le sue vie di comunicazione terrestri, alimentando sia la vendita al minuto che quella all’ingrosso.

Oltre ai generi provenienti dalle campagne, risultano commercializzati diversi prodotti dell’artigianato locale, i “pannis lane nobilis” ed i “pannis de albaso” misurati in “brazaroli seu medie canne”, ed i piatti e i vasi di creta (“scutellarum et vasorum de cretam”) per la cui realizzazione, probabilmente, si sfruttavano le ampie disponibilità di argilla offerte dal luogo.

Particolarmente folta era la presenza commerciale “in maritima” dove, in prossimità del porto piccolo, esistevano diversi magazzini per le merci. Quello del notaro Henricus de Rasis, con la sua contigua “domuncula seu capanna”, quello che deteneva il magnifico Ascanio Crescente assieme a suo fratello, quello degli eredi di Luca Crescente, e quelli di Berardo Bartuccio, Joannis de Epitropo e Joannello Cordari.

In alcuni di questi magazzini si teneva negozio (“apotecam”), come nelle botteghe terranee (“apotega terranea”) di Antonio Gravalla, di Franciscus Puglisio e di suo fratello Matteo, nella “spetieria” con casaleno contiguo di Alfonsio de Rasis, e nelle due che Joannes de Perrono deteneva, una da solo e l’altra assieme al fratello Antonio.

Nel “magazenum” di Joannello Cordari “dittum la bucciaria” e nel limitrofo “casaleno fabricato dela buccieria” avveniva la macellazione delle carni[42] mentre, sempre nelle sue vicinanze, era il “casaleno ubi in est calcinarium” di Dionisio Gangutia, dove avveniva la lavorazione del pellame. In quest’area marittima e commerciale, dove sorgeva la chiesa di S. Nicola, annualmente si svolgeva una fiera (“nundine S.ti Nicolai”) che durava quindici giorni a cavallo della festa del santo (9 maggio).

Questo mercato annuale, riguardante principalmente la compravendita degli animali e dei prodotti della pastorizia, offriva ai pastori che avevano soggiornato durante l’inverno nel piano, la possibilità di vendere le proprie merci prima della partenza per il pascolo montano previsto dalla transumanza e nel contempo, di rifornirsi adeguatamente del necessario per affrontare il lungo soggiorno estivo tra i monti.

In questo modo essi si liberavano di ciò che avevano prodotto e che non gli sarebbe servito (il formaggio, la lana e gli agnelli), ricevendo in cambio quanto gli era necessario e non avrebbero potuto trovare nei luoghi a cui erano destinati (grano, vestiti, scarpe, armi, attrezzi).

Le origini di tale scambio, evidentemente remoti, giustificava la pertinenza della fiera ad un ambito direttamente sottoposto al sovrano, il cui vessillo sventolava sul luogo durante tutto il periodo del suo svolgimento. In tale occasione, i forestieri – come succedeva anche tutti i lunedì – erano esentati dal pagamento dello “jus dohane” ed il mastrogiurato esercitava tutta la giurisdizione civile, criminale e mista.

Per il restante, l’attività commerciale era sottoposta all’autorità feudale del baiulo che, al pari delle merci che si muovevano via mare, esigeva lo “jus catapanie” anche per quelle che percorrevano le vie di comunicazione terrestri. In relazione a questo diritto, il baiulo esigeva una “libram” di olio per ogni “suma” ed un carlino per ogni “mezanella” di vino.

Per la vendita all’ingrosso riguardante “linum” e “bambacem” (cotone),  esigeva un carlino. Per ciò che era venduto a “rotoli” come il sale e la frutta, ad esempio le ciliegie (“cerasam”), esigeva un rotolo. Per ciò che era venduto in “mondelli seu quarti”, come “castaneas seu nuces”, esigeva mezzo tumulo per ogni carrata. Per ogni “suma cum bestia condutta et portata” esigeva un “mondelius”. Per ogni salma di “deda”, costituita da pezzi della ceppaia resinosa del pino con la quale si fabbricavano le torce per l’illuminazione e si accendeva il fuoco, esigeva un mazzo (“fasciculum”) del valore di un tornese.

 

Gli ebrei

Quest’importante attività mercantile, che poteva sfruttare le potenzialità naturali di Le Castella e la favorevole congiuntura economica del periodo, permette di evidenziare altri aspetti della struttura della società cittadina castellese. In primo luogo, la presenza di una forte e radicata comunità ebraica che si segnala nei primi anni del Cinquecento[43] ma che, analogamente al caso dei vicini porti di Tacina e Crotone e della città di Isola, doveva essere stata molto più florida ed antica.

Per quanto riguarda, invece, la prima metà del Cinquecento, la forte crisi che caratterizzava i rapporti tra gli ebrei e la corona spagnola e che culminerà, nel 1540, con l’ordine di Carlo V di esulare definitivamente, aveva determinato la partenza di numerose famiglie ebraiche dai porti calabresi. Tale riduzione aveva dovuto interessare anche la “judeca” di Le Castella, come ci segnala, in questo periodo, al pari di molti altre università calabresi, il ricorso dell’università di Le Castella presso la Camera della Sommaria di Napoli, al fine di ottenere la riduzione del carico fiscale e la cancellazione dei fuochi perduti[44].

Seppure assottigliata, comunque, la comunità ebraica castellese dovette continuare ad essere attiva, mimetizzandosi all’interno della cittadinanza per sfuggire all’espulsione, anche se le autorità rimanevano sempre vigili contro le conversioni di facciata[45]. Questi nuovi convertiti detti comunemente neofiti o “christiani novelli”, godendo dell’esenzione fiscale, risultano annotati nella numerazione dei fuochi del 1532, dove si segnalano anche come “marrani”, appellativo genericamente riservato agli ebrei convertiti, costretti a lasciare la Spagna dopo il bando del 1492 o, più diffusamente ed in relazione a quella che doveva essere la loro principale attività, come “mercatante” che, nello specifico, ha lo stesso valore di “neophitus[46]. Altri ebrei, invece, si segnalano per la loro particolare onomastica (Zaracaya, Sabatinus, Zuchali, Ossim, Yazimus, etc.) che, in altri casi, è comune a famiglie ebraiche di altri centri vicini (de Malta, de Medico, Russa, etc.).

 

Spopolamento e abbandono

Come principale via di comunicazione, il mare rappresentava per Le Castella la sua principale ragione d’esistenza, anche se rimaneva la via d’accesso per pericolose insidie che, da questo mondo esterno, potevano provenire.

Una realtà che Le Castella aveva più volte sperimentato, come quando dal mare erano giunte le navi del sovrano aragonese per bombardarla e sedare la sua rivolta. Tali episodi, comunque, non erano mai risultati del tutto tragici, ed essa aveva saputo riprendersi dalle razzie e dai danneggiamenti, attingendo alla nuova linfa che il mare le portava ogni volta che il ritorno della pace, consentiva di riallacciare i contatti e di ristabilire il flusso dei commerci.

Dopo la presa d’Otranto da parte delle truppe di Maometto II (11 agosto 1480), la situazione andò però costantemente peggiorando, imponendo ai centri rivieraschi di pagare un continuo tributo in termini d’uccisioni, rapine e distruzioni, alle incursioni dei barbareschi e dei pirati.

Dalle annotazioni riportate a margine della numerazione della popolazione del 1532[47], si rileva che Le Castella fu attaccata e razziata dai Turchi già nel 1523/24. La gravità di tale assalto, pur in presenza delle ricorrenti frodi messe in atto per sfuggire i pagamenti, ci è testimoniata dalla parte della numerazione ricostruita a tavolino dai funzionari fiscali, attraverso il confronto (“comprobationem”) con quella del 1521, dove risultano numerosi quelli che furono uccisi o catturati dai Turchi, confermando le notizie riportate da altre fonti[48].

Rispetto a questo, comunque, molto più devastante risultò l’attacco avvenuto nel 1536, a cui si riferiscono le numerosissime annotazioni che compaiono lungo il margine sinistro dello stesso documento. Tali note, apposte in occasione della tassazione focatica relativa al 1545, riguardano quasi la metà dei fuochi censiti nel 1532 ed, in particolare, testimoniano che la Le Castella fu attaccata dal Barbarossa anche nel mese di novembre di quello stesso anno[49].

Tra coloro che subirono questa sorte compare anche un certo Joannes Dionisius di anni 16 che, assieme alla madre “Pippa” di anni 40, vedova di “ber.di al(ia)s Birni”, morto da due anni ed alla sorella Jacobella di anni 11, risulta censito al fuoco n. 355. Informazioni onomastiche che trovano riscontro con quelle che la moderna storiografia attribuisce al famoso personaggio castellese Ucci Alì.[50]

Ucci Alì

ASN, R. C. Somm. Numerazione dei Fuochi n. 133.

Ucci Alì 2

Ucci Alì ritratto in una stampa e nel monumento erettogli a Le Castella.

Durante il viceregno del duca d’Alba (1556-1558), dopo l’incursione turca su Cariati (27 luglio 1557), per paura e col pretesto che i turchi potessero farne base per le loro scorrerie, si decise di smantellare le mura di Le Castella: “Questa deshabitatione fu procurata dal Ill. Duca di Nocera loro padrone per farsi padrone delle loro terre et vigne, come chiaramente si vede esserli reuscito[51].

Si tratta dell’episodio che avrebbe decretato la fine di Le Castella. Gli abitanti superstiti se ne andarono nelle terre vicine, mentre rimasero solamente una quindicina di famiglie all’interno del castello feudale.  Il loro territorio restò così nelle mani del feudatario e del vescovo di Isola che, dopo una lunga lite davanti al Sacro Consiglio, alla fine trovarono un accordo e se lo spartirono.

Nel 1594, Guarino Pantisano di circa 80 anni, affermava: “Sono arciprete delle Castella con cura d’anime, si bene son pochissime anime perchè dopo che li turchi pigliaro detta terra e fo anco smantellata, tutti li cittadini sene partiro[52].

 

Note

Fonti principali consultate: Archivio Vescovile di Crotone, Reintegrazione dei feudi e dei beni del conte di Santa Severina Andrea Carrafa fatta dal giustiziere Francesco Jasio (1518), s.c.. Archivio di Stato di Napoli, Dipendenze della Sommaria, Fs. 552 I^ Serie, Cunto di Antonio de Jacobo (1486-87). Archivio di Stato di Napoli, Regia Camera Sommaria, Numerazione dei fuochi n.133 (1532).

[1] Ancora nel Cinquecento la toponomastica faceva riferimento a particolari piante per individuare i luoghi: “a loco ditto la chianta grande”, “via qua itur ad salicem”, “la gabella dela valle delulmo”, etc.

[2] Naturalis historia, III, 95.

[3] Pinder M. et Parthey G., Ravvennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, 1860, pp. 455-456.

[4] La Tabula Peutingeriana (segm. VII), riporta: “Turis . XXXVIII . Petelia . Crontona . XL . Lacenium . XXXVI . Annibali . XXX . Scilatio . XXV .”, mentre la Cosmografia dell’Anonimo di Ravenna e la Geografia di Guidone, rispettivamente, menzionano in successione: “Turris”, “Pelia”, “Crotona”, “Facenio”, “Aniaba” la prima, e “Turris”, “Pellia”, “Crotona”, “Facenium”, “Hannibal” la seconda (Pinder M. et Parthey G., cit., pp. 262-263 e pp. 470-471).

[5] Reg. Ang. XXXVI, p. 81.

[6] Reg. Ang. XVII, pp. 57-58.

[7] Amari M. e Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro di Re Ruggero” compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei anno CCLXXIV, 1876-77, serie II – volume VIII, Roma 1883 pp.111-112.

[8] Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans, CPL GE B-1118 (RES).

[9] Debanne A., Lo Compasso de navegare, 2011 pp. 48-49.

[10] Kretschmer K., Die italienischen Portolane des Mittelalters, 1909 p. 491.

[11] Filangieri G., Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca Nazionale di Parigi, in Documenti per la Storia, le Arti e le Industrie delle Provincie Napoletane raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano, Volume I, Napoli 1883, pp. 205-206.

[12] Nell’aprile del 1491, l’Università di Castellorum Maris chiedeva a re Ferdinando di poter riparare le mura continuamente rovinate dalle mareggiate, utilizzando il denaro proveniente dall’esenzione del pagamento di un carlino a fuoco per le fabbriche del regno e da altre entrate. Trinchera F., Codice Aragonese, Napoli 1874, Vol. III, pp. 48-50

[13] Richard de Saint-Non, Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicilie, Paris 1781-86, tomo III, p. 107-108.

[14] ASCZ, 117, 1602, 304; 49, 1591, 56.

[15] ASCZ, 117, 1602, 304; 4, 1591, 56.

[16] ASCZ, 117, 1602, 304.

[17] ASCZ, 117, 1602, 304.

[18] ASCZ, 113, 1614, 68-70.

[19] ASCZ, …, 1594, 132.

[20] Ammettendo un rapporto del 75 % tra fuochi fiscali e quelli censiti, e considerato che, rispetto alla tassazione del 1532, almeno 114 dei vecchi fuochi rilevati nel 1521 non risultano più richiamati, questi ultimi, sottratti ai 383 del 1532, corrispondono ai 269 ipotizzati.

[21] Letteralmente: dottore d’entrambi i diritti, con riferimento alla titolarità a poter intervenire sia in materia di diritto civile che ecclesiastico.

[22] La concessione di un fondo in perpetuo da parte del signore ad un cittadino avveniva attraverso l’impegno di questi a risiedere nel feudo ed a migliorare le terre avute, da qui il nome di enfiteusi che significa coltura.

[23] ASCZ, 912, 1748, 87.

[24] Tra il 1471 e il 1477 Ferdinando de Almeda ebbe in concessione S. Severina, Policastro e Le Castella, Falanga M., Il manoscritto di Como fonte sconosciuta per la storia della Calabria dal 1437 al 1710, in Rivista Storica Calabrese n.1-2 1993, p. 252. Nel 1489 risulta capitano di Le Castella Joanbattista Calamita mentre, nel 1532 lo era Franciscus de Comite Joanne di Satriano.

[25] La decima di “omnium animalium ab extera venientum ad ibidem pascua sumendum” era stata concessa al vescovo di Isola Luca da re Ruggero nel 1145.

[26] Vigne e vignali si segnalano a Fungardo, Sanai/Sanasi, S. Elena, Volandrino, al passo di Dominico, etc.

[27] Sul totale delle vigne menzionate nel feudo di Fungardo, oltre l’80 % risulta composto da appezzamenti di 500 (48 %) e 1000 viti (33 %).

[28] Castellorum Maris faceva parte delle terre del marchese di Crotone Nicolò Ruffo (1390). Alla sua morte passò alla figlia Giovannella e, morta anche costei, pervenne alla sorella Enrichetta che la portò in dote ad Antonio Centelles. A seguito della ribellione di costui a re Alfonso d’Aragona, nel dicembre 1444 fu assediata, confiscata e posta in demanio regio. Alla morte di Alfonso Le Castella si ribellò nuovamente e nell’autunno 1459, si arrese a re Ferdinando. Rimase di demanio finché, il 24 giugno 1642 il re, accogliendo la richiesta di perdono di Antonio Centelles, lo reintegrava nei feudi confiscati. All’inizio del 1466, dopo la cattura e l’uccisione del marchese, ritornò al re. La terra fu amministrata dalla regia corte attraverso capitani e governatori, finché il sovrano la concesse a Giovanni Pou, feudatario anche di Isola e Tacina (1483), che la tenne fino alla Congiura dei Baroni quando, a causa della sua ribellione, la terra nell’agosto del 1486, ritornò in demanio regio. In questo stato permase fino all’ottobre del 1496, quando re Federico d’Aragona, assieme ad altre terre, la vendette al conte di Santa Severina Andrea Carrafa.

[29] Durante il medioevo, l’ottenimento di un feudo impegnava il vassallo a seguire il proprio sovrano in guerra all’interno del territorio del regno. Il feudatario aveva l’obbligo di intervenire con un certo numero di unità combattenti, costituite da un certo numero di uomini e di cavalcature. In seguito questo servizio militare, fu sostituito da un pagamento in denaro detto adhoa.

[30] In relazione alla necessità di assicurare un’istruzione a quanti si formavano per poter appartenere a questo gruppo, nel 1532 si segnala a Le Castella la presenza dell’insegnate (“magister scolarium”) Antonio Carpensanus di Taverna.

[31] Partite le mandrie per l’alpeggio, durante il periodo estivo le gabelle potevano essere fidate a forestieri fino all’autunno, quando avveniva il rientro delle mandrie alla marina (“fida de astati”).

[32] AVC, Reintegra di Andrea Carrafa, s.c., f. 19v.

[33] G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, 1891, vol. I.

[34] Il 30 gennaio 1495 il conte di Alife comunica al tesoriere di Calabria che dal primo di febbraio, si devono licenziare i compagni il cui numero superi il previsto nei castelli di Strongoli …. Crotone … Torre delle Castelle. Mazzoleni J., Gli apprestamenti difensivi dei castelli di Calabria Ultra alla fine del regno Aragonse (1494-1495), in ASPN, a. XXX (1944-46), p.142.

[35] “L’ingegnere Gian Giacomo dell’Achiaje, volendo far passare l’acqua del mare nel fosso della città, in modo da congiungere la spiaggia delle forche con la marina, fece fare le fondamenta di tutte le mura della fortezza 12 palmi sotto il livello del mare”. Pesavento A., Guida alle fortificazioni della città di Crotone, datt. 1985.

[36] La presenza di queste opere si evidenzia durante la costruzione delle fortificazioni di Crotone. In particolare, nel caso della realizzazione del baluardo Marchese, dove la preesistente torre Pignalosa fu conservata rimanendo “a cavaliere” delle nuove fortificazioni. Pesavento A., La costruzione delle fortificazioni di Crotone, una Cronaca del Cinquecento, 1984.

[37] Il Duca aveva fatto fare “la fabbrica nello castello delle Castella” con la pietra di Posteriore. ASCZ. 61,1601,17-25.

[38] ASCZ, 69, 1598, 56.

[39] Testimonianze nel merito sono quelle di Dionisio Greco “mortuus in trireme” e di Baptista dela Guardia che risultava “submersi”.

[40] Relativamente alle dichiarazioni rilasciate ai contatori nel 1532, sul totale degli individui che risultavano trasferiti in altre terre, la cui maggioranza risultava tutta sistemata in centri vicini (Isola, Crotone, Cutro, Cropani, Catanzaro, Squillace e Soverato), circa il 25 % si era accasato in importanti centri portuali (Napoli, Palermo, Lipari, Otranto e Bari). In relazione alla vocazione marinara della di Le Castella, nell’onomastica cittadina non mancano i riferimenti ai contatti con le realtà poste oltre mare (Grecus, Sclavonis, de Malta) tra cui prevalgono, scontatamente, quelli che indicano una provenienza dalla penisola iberica (Yspani, Spagnolo, Spano, Catalani).

[41] Brasacchio G., L’argentera di Longobucco l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo e il porticciolo di Castella in un manoscritto del Cinquecento. Luigi Pellegrini Editore, 1972.

[42] Un altro luogo dove si macellavano gli animali si trovava nei pressi del “vallonum dittum la chianca di bentivegna”.

[43] Nel 1508 in relazione ad un donativo di 450 ducati imposto ai giudei della Calabria la judeca di Castellorum Maris versò ducati 1 e grana 1. Colafemmina C., Presenza ebraica nel Marchesato di Crotone, in Studi Storici Meridionali n. 3 1989, p. 294.

[44] ibidem.

[45] La presenza degli ebrei nel Crotonese, anche se occultata, è ancora consistente alla fine del Seicento e nei primi decenni del Settecento. Pesavento A., La giudecca di Crotone in la Provincia KR n. 16-17/2000.

[46] Milano A., Storia degli Ebrei in Italia p. 609-610, 1992.

[47] Si tratta dei fuochi n. 86, 150 e 189.

[48] “La terra dele Castella e stata due volte presa da turchi et l’ultima fu l’anno 1536, fu saccheggiata et brusciata tutta”. Processo grosso di fogli 572 della lite che Mons. Ill.mo Caracciolo ha fatto con il Duca di Nocera per il detto vescovato di Isola nell’anno 1564, A.V.C. ff. 400 e sgg.

[49] Si tratta delle note del documento a margine dei fuochi n. 98, 225 e 273.

[50] Valente G., Vita di Occhiali, Milano Ceschina 1960.

[51] Galasso G., Economia e Società nella Calabria del Cinquecento, Napoli 1967, p. 387.

[52] AVC, Visita di Annibale Caracciolo 1594, f. 88v.

 

-Appendice-

Soldati della guarnigione del castello di Le Castella

(dicembre 1485-aprile 1486)

Aduardo de Ximmeri, Alfonso Lavarello, Aluyse Barberi, Angelo Pugliese, Ant.o Darbo, Antonuczo Manchino, Bartolo Sarvato, Bello Baxuino, Berardo de Con…iliati, Cola Sacco, Cola Signorello, Colangelo Pugliese, Franc.o Ferraro, Franc.o Rutundo, Galasso Pugliese, Genuise … , Guillelmo Schectino, Johannello Legname, Johanni Marchisano, Johanni Barbero, Johanni Capocza, Johanni T.oxano, Johanni Treyorno, Juliano Palmeri, Luchiano Fera, mast.o Graciano, mast.o Silivest.o, Misserocto, Nardo Furmicola, Nicolo de Rodes bombarderi et compagno, Paulo Maurello, Rimedio Coza, Santo Pugliese, Sibio Tabernise, Silivest.o Millesimo, Thomase Miniaci, Thomase Miullari, Troylo Puglise, Troyno de Brindisina, Virardo de Ximmeri.

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