Cutro. Alcune considerazioni storiche

Cutro aerea

Cutro in un fotopiano dell’Istituto Geografico Militare di Firenze (1943).

Origine del nome e della città
Per Francois Lenormant (Parigi 1837-1883), studioso della lingua sumerica e delle antichità mesopotamiche e della Magna Grecia, Cutro è di antica origine ed è identificabile con KYTERION, città degli Enotri.
L’affermazione è contenuta nell’opera “La Grande Grece” (1881-83). Per lo storico francese non vi sono dubbi. A convalida dell’esistenza di questa città degli Enotri, egli porta la testimonianza del logografo greco del Quinto secolo a.C. Ellanico di Mitilene, importante raccoglitore di leggende e autore di trattazioni mitico storiche in prosa su varie popolazioni barbare e greche.
Stefano di Bisanzio, grammatico greco del Quinto secolo d. C., rifacendosi alla “Descrizione della terra” di Ecateo di Mileto, uno storico e geografo greco vissuto tra il Sesto ed il Quinto secolo a. C., pone anche Siberene, l’odierna Santa Severina, tra gli abitati fondati dagli Enotri.
Gli Enotri, secondo le fonti storiche classiche, erano una antica popolazione italica e conducevano un’esistenza pastorale. Essi diedero vita ad una civiltà florida ed evoluta. In età preistorica, assieme ai Choni, con i quali si erano fusi, avevano fondato dei piccoli villaggi fortificati, su alture di difficile accesso, alcuni dei quali sono stati individuati dal Lenormant sui terrazzi pliocenici, compresi tra le vallate del Neto e del Tacina. Gli Enotri scomparvero verso la metà del Quinto secolo a. C. sopraffatti dalla colonizzazione greca.
Per il filologo e studioso dei dialetti, il tedesco Gerhard Rohlfs, Cutro deriva da COTRU che in dialetto calabrese significa “specie di creta dura”. Il richiamo al paesaggio calanchivo che caratterizza il territorio cutrese è evidente e convincente. Il legame con l’argilla è sottolineato anche dall’ Alessio che lo fa derivare dal greco “CUTROS” (“CHYTROS” per il Barillaro), che significa pentola. Per questo autore Cutro sarebbe il paese dei pentolai.
Per completare riportiamo anche altre opinioni.
Per Giovan Battista di Nola Molise Cutro deriva da Croto mentre per il Fico ed il cappuccino Fiore viene da CHRITUM. Secondo questi storici, ai quali bisogna aggiungere anche Barrio, la città fu fondata dai Crotonesi in luogo dominante lungo l’itinerario che attraverso la penisola crotonese collega Crotone alla foce del Tacina. Concludendo, riportiamo il parere di Razano, che fa derivare Cutro da CHITRONE, che vuol dire freddo, in quanto città costruita sopra un monte aperto ai venti, e quello del Barillaro che lo identifica con Kudros, cioè alto, elevato.

Il territorio di Cutro dall’antichità ai nostri giorni
Cutro fu colonizzato dagli Achei Crotonesi. Crotone dapprima si estese tra i fiumi Neto e Tacina e poi, nel momento di massima espansione, ebbe per confini a nord il torrente Traente, l’odierno Trionto, ed a sud l’Ancinale (Kaikinos). Il territorio crotonese, che confinava con quelli di Locri e di Sibari, con la decadenza della città in epoca romana si restrinse. Durante la dominazione bizantina (I Bizantini avevano sconfitto i Goti e dominarono in Calabria dalla metà del Sesto secolo d.C. al 1060 quando furono sconfitti dai Normanni) risulta che Crotone fu dapprima una diocesi del Bruzio, di lingua latina e di rito romano, alla diretta dipendenza del papa e poi, di lingua greca e di rito bizantino, dipendente dal patriarca di Costantinopoli. Fece quindi parte della metropolia di Calabria e fu suffraganea di Reggio (sec.IX). Il suo territorio confinava con le diocesi di Squillace, Cosenza e Rossano.
Fu durante la dominazione bizantina che si verificarono alcuni eventi che condizioneranno la storia di Cutro.
Nella prima metà del secolo Ottavo sorsero dei conflitti fiscali e religiosi (confisca de patrimonio di S. Pietro, proibizione del culto delle immagini = iconoclastia) tra il papato romano, prima papa Gregorio II (669-731) e poi Gregorio III (731- ?), e l’imperatore bizantino Leone III, l’Isaurico (717-741). La lite determinò tra l’altro che le diocesi del Bruzio vennero sottomesse al patriarca di Costantinopoli adottando il rito greco (732/733).
Verso la metà del secolo successivo gli Arabi invadono il Crotonese, conquistano il presidio di Siberene e distruggono alcuni abitati prossimi alla costa (San Leone, Laureta, ecc).
Gli Arabi a Siberene posero un emirato ed elevarono una moschea e dominarono per una cinquantina d’anni.
Dopo che nell’ 883 lo stratega Massenzio aveva subito una sconfitta sotto le sue mura, l’esercito bizantino nell’885, condotto da Niceforo Foca, l’assediò e costrinse gli Arabi a cedere. La città venne allora chiamata Nicopoli, città della vittoria. Alcuni anni dopo, al tempo dell’imperatore d’oriente Leone VI, detto il Saggio o il Filosofo (886-912), Santa Severina veniva elevata a metropoli e le erano aggregate le nuove diocesi di Isola, Cerenzia, Umbriatico (Diatyposi del 901/902) Strongoli, Belcastro e San Leone, tutte città poste all’interno del territorio crotonese. Quest’ultimo si restrinse alla sola città di Crotone e ai villaggi circostanti (Papaniceforo, Apriliano, Favata e Strongolito).
Durante il Medioevo Cutro, sede di una chiesa arcipretale, fu un luogo della diocesi di Santa Severina assieme a San Giovanni Minagò, Roccabernarda, Policastro, Cotronei, Mesoraca, Rocca di Neto, Troiani, Riyetta, San Mauro e Scandale.
Il territorio di Cutro aveva una estensione e dei confini diversi da quelli attuali. La diocesi di Santa Severina dalla parte di Cutro non confinava con il mare ma con la diocesi di Isola che si estendeva fino al Tacina e comprendeva le terre o grangia di San Leonardo, poi villaggio di San Leonardo, e l’antico abitato o baronia di Tacina – Torre di Tacina, ora Steccato. Sempre vicino a Cutro sorgeva il casale di San Giovanni Minagò che per varie cause fu distrutto nel Seicento ed il cui territorio diventò parte integrante del territorio Cutrese. Lo stesso avverrà per il casale di Massanova, posto tra Isola, Cutro e Crotone.
Dal punto di vista dell’organizzazione ecclesiastica Cutro fece sempre parte della diocesi di Santa Severina finchè nel 1986 non avvenne l’unione delle diocesi di Crotone e di Santa Severina con la denominazione di arcidiocesi di Crotone- Santa Severina all’interno della quale nel II vicariato vi si trova Cutro, con le due parrocchie della SS.ma Annunziata e del SS.mo Crocifisso, S. Leonardo di Cutro, con la parrocchia di San Leonardo, e Steccato, con la parrocchia di Cristo Risorto.
Sotto l’aspetto amministrativo- fiscale Cutro durante il periodo romano appartenne al Bruttium, poi con i Bizantini fece parte dapprima del ducato di Calabria (nome dato al Bruzio dai Bizantini dopo che i Longobardi si erano impossessati alla metà del VII secolo della penisola salentina che allora si
chiamava Calabria) appartenente al tema di Sicilia e, dopo la conquista araba dell’isola, del tema di Calabria (sec. X). Fu per tutto il Medioevo un locus, tenimentum o casalis in “territorio” o “de pertinentia” (sec.XIII) o in “districto” (1525) di Santa Severina, seguendone quasi sempre il destino. Durante il periodo normanno – svevo fece parte del giustizierato di Terra Giordana e della “Duhana de Secretis”. Nel 1280 assieme a Santa Severina, Crotone, Catanzaro, San Giovanni Minagò ed altre terre fu aggregato al giustizierato di Calabria, denominato in seguito Trans flumen Nethum (1301), Calabria ultra flumen Nethum (1314) e quindi provincia di Calabria Ultra o Ulteriore.
Verso la metà del Cinquecento dal re di Spagna Filippo II (1543-1598) fu elevato a città. Divenne autonomo da Santa Severina e potè godere di privilegi e di propri statuti comunali. Cutro ottenne questo privilegio per merito e su richiesta di Giovanni Leonardo de Bona detto il Puttino, cutrese e celebre scacchista, che vinse a Madrid, alla corte di Spagna, il parroco Ruy Lopez, il maggior rappresentate della scuola spagnola di scacchi, che allora era la più importante.
Nel 1799 il generale Championnett divise la Calabria in due dipartimenti del Crati e della Sagra. Cutro fece allora parte del cantone di Cotrone nel dipartimento della Sagra. Durante il Decennio francese Cutro fu dapprima un’università del governo di Policastro nella Provincia di Calabria Ulteriore (1807) e poi fu un comune appartenente al circondario di Cotrone nel distretto di Catanzaro in provincia di Calabria Ultra (1811).
I Borboni con legge 1 maggio 1816, confermando la sua appartenenza al distretto di Cotrone, gli aggregarono i villaggi o frazioni di Steccato e di San Leonardo. I comuni di Cutro, Cotrone e Isola fecero parte del circondario di Cotrone nel distretto di Cotrone in Provincia di Calabria Ultra II che aveva come capoluogo Catanzaro. Con l’unità d’Italia e fino al primo dopoguerra i comuni di Cutro, Cotrone e Isola fanno parte del mandamento di Cotrone nel circondario di Cotrone e nella provincia di Catanzaro o Calabria Ulteriore II. Con il venir meno dei circondari e dei mandamenti durante il fascismo il comune di Cutro è in provincia di Catanzaro. Una delle tre province della regione Calabria (1970).
Dal 1991 fa parte della nuova provincia di Crotone.

Formazione e sviluppo della città
Ci siamo soffermati sui motivi che possono essere stati alla base dell’origine di Cutro e che sono riassumibili nella posizione geografica dominante la marina sopra un terrazzo argilloso di difficile accesso e attraversato da importanti vie. Non abbiamo fonti storiche nè di età classica né bizantina, che riguardino la vita della città, tuttavia possiamo dire che seguì l’evoluzione e le vicende degli abitati vicini. La decadenza degli insediamenti costieri, iniziata in epoca romana e proseguita nel primo Medioevo, causata anche dalle devastazioni dei pirati, dei Vandali e dei Longobardi, porterà al venir meno della via che costeggiava la penisola crotonese e al rafforzamento degli itinerari interni. Ne è prova la nascita degli abitati bizantini di Papaniciforo, odierna Papanice, e di Sanctus Joahannes de Monacho, il distrutto casale i cui resti sono ancora visibili in località San Ianni. Entrambi erano situati sulla via che da Crotone per Cutro arrivava a Tacina e proseguiva costeggiando il golfo di Squillace. La decadenza continuò con le incursioni arabe durante l’ultimo
periodo bizantino e per le distruzioni operate dai conquistatori normanni. Alla fine dell’Undicesimo secolo si avvertono i segni di un risveglio economico e sociale con il rifiorire dei vecchi abitati e il sorgere di nuovi insediamenti. La ripresa avviene attorno alle città vescovili, ai monasteri greci e latini e alle strutture economiche e religiose: masserie, grance, chiese, casali ecc.
Predominano i piccoli insediamenti sparsi in un territorio per la maggior parte coperto da selve e boschi. La presenza di numerosi toponomi agiografici di origine greco- bizantina quali S. Fantino, S. Leonardo, S. Luca, S. Nicola, S. Elia, S. Sosto ecc. ci indica quanto fossero numerose le masserie e consistenti le proprietà dei monasteri greci. Il territorio, situato presso il mare e la foce del Tacina, era particolarmente ricercato per il pascolo delle greggi. Lungo le vallate del Tacina e del Neto passava la transumanza tra i pascoli silani e la marina. Sullo stesso terreno, pascolo e semina si alternavano solitamente ogni tre anni. Sul suolo concimato poteva crescere il grano. Luoghi di grande importanza, quindi, per l’economia delle abbazie greche e latine, in continua lite tra loro più per il possesso di buoni pascoli che per il rito, e per i grandi proprietari e mercanti dell’epoca gli abbati, i magnati, i vescovi, i milites, i domini, i presbiteri, i protopapi ecc. A ricordo di questi centri economici e religiosi rimangono alcune “carte” di età normanno – sveva che documentano
le vaste proprietà terriere ed i diritti che godevano l’abbazia benedettina di Santa Maria Requisita, poi cistercense Sambucina e dalla quale dipenderà il monastero di San Angelo de Frigili (che sorgeva presso Mesoraca), l’abbazia benedettina e poi cistercense di Santa Maria di Corazzo, quella greca e poi benedettina di San Giuliano di Rocca Fallucca, le abbazie greche di San Nicola di Miglioli, San Nicola di Buxitano o Buccisano, l’abbazia di San Leonardo e l’abbazia di San Nicola di Iaciano o di Flaciano; a queste si aggiungerà l’abbazia florense. Così sappiamo che la chiesa di Santa Maria a Rosito apparteneva all’abbazia cistercense della Sambucina, la chiesa di Sant’Angelo
de Cheramida con casale a Ceramidà era dei benedettini di San Giuliano di Rocca Fallucca, la chiesa di Santa Maria di Feroluso dei cistercensi di Sant’angelo de Frigillis, Santa Maria de Archelao dell’abbazia di Santa Maria Requisita, Jaciano era dell’abbazia greca di San Nicola di Jaciano, S. Leonardo era una grancia dell’abbazia greca di S. Leonardo, la “Patia” (Abbazia) apparteneva all’abbazia di S. Nicola di Miglioli ecc. A Tacina c’era la chiesa di Santa Maria Maddalena de Castro Prebetro, a Massanova il monastero di San Giovanni e la chiesa di San Nicola, a San Giovanni Minagò la chiesa di San Giovanni … Possiamo pensare che la rinascita di Cutro, sulla scorta disituazioni vicine e analoghe (vedi i privilegi concessi alla fine del sec. XII° alla
chiesa vescovile isolana e a al monastero di Altilia dal duca Ruggero; luoghi che dopo una fase di abbandono vengono riedificati e ridotati), avvenne attorno al piccolo monastero- masseria o chiesa di San Giuliano nella “grancia” di Cutro che nel Duecento apparteneva all’abbazia cistercense di Sant’Angelo de Frigillo ma prima dovette appartenere ai benedettini o agli ospedalieri. Questi monaci controllavano le “stationes” (mansi), i “cursus mandrarum”, le trazze e le vie strategiche come erano quelle “de Cutro” (1201) e “de Rusito” che attraverso l’abitato collegavano la marina con la Sila e con Crotone. La presenza dei toponomi (“terrae Sancti Juliani” (a.1145), “terrae Sancti
Salvatoris” “Battijato” ecc.) ci informano che già alla metà del sec. XII essi sono presenti e a loro si deve il patrono; quel San Giuliano detto l’Ospitaliere, che, per espiare la colpa di aver ucciso i genitori, si dedicò alla costruzione di ospizi per pellegrini. Il casale di Cutro si formerà sulle gabelle “Chianette, Chianette di Santa Maria e Tavolaro loco La Banda” di proprietà della abbazia di Sant’Angelo de Frigillis. All’abbazia molti abitanti, per poter costruire le loro case, si impegneranno a pagare ogni anno il “ius soli”.
I primi documenti che fanno esplicito riferimento alla città risalgono al periodo svevo. Da essi si ricava che “CUTRUM” è un casale florido di Santa Severina, abitato da circa 1300 abitanti, soggetto a un dominus o signore feudale, Sarlo Angirino (1215), fautore del conte di Crotone Stefano Marchisortus. Il casale è amministrato dai “senes et probi viri”, cioè dai proprietari terrieri del luogo. Gli abitanti partecipano ai privilegi di cui gode la “civitas” di Santa Severina e concorrono alle tasse e alle spese di fortificazione di quel “castrum imperiale”. La maggior parte degli abitanti usa la lingua greca e ne segue il rito anche se è presente quello latino come confermano le firme di “papa” Robertus e del “presbiter” Leo Cloruchuchi che compaiono con altri
abitanti del casale in un documento dei primi anni del Duecento. Anche se fortemente contrastato dai feudatari e dalle abbazie latine, il rito greco permarrà ancora fino all’inizio del Trecento come testimonia “Nicolaus, prothopapa de Cutro, che paga nel 1326 le decime alla Santa Sede. Esistenza quindi di due chiese, una latina ed una greca, i cui nomi compariranno solamente in documenti più tardi: la chiesa matrice, parrocchiale, arcipretale intitolata a San Giuliano (1468), e la chiesa parrocchiale di San Nicola della Banda o “in loco la Banda” (1538).
La posizione strategica di Cutro, tra Crotone e Catanzaro, è evidenziata dalla battaglia avvenuta durante la guerra del Vespro. Nel 1289 Roberto di Artois, maresciallo di Carlo II d’Angiò, sconfisse presso il casale l’ammiraglio Ruggero di Lauria che, partito con una armata di 50 galere dalla Sicilia e sbarcato a Crotone, tentava con un esercito di 500 cavalieri catalani di soccorrere Catanzaro che si era ribellata agli Angioini in favore di Giacomo d’Aragona. Il Lauria fu sconfitto e costretto a reimbarcarsi, lasciando sul terreno duecento cavalieri.
Durante il periodo angioino (1265-1442) mentre la città di Santa Severina godette quasi sempre lo stato demaniale (nel 1346 Santa Severina, S. Giovanni Minagò e Crotone fanno parte delle poche città demaniali calabresi), Cutro fu più volte data in feudo. Infatti, nonostante che i re Carlo I e Carlo II D’Angiò si fossero impegnati a garantire la demanialità alla città di Santa Severina ed ai suoi casali, sappiamo che questo in parte avvenne per la città non per i suoi casali. Cutro “de pertinentia S. Severinae” fu concesso alla famiglia Aversa; prima nel 1294 a Francesco de Aversa e poi al figlio Tommaso, che era familiare, domestico e maestro della cucina reale. Nel 1332 il casale era ancora nelle loro mani. In seguito assieme ad altre terre vicine andrà a far parte dei possessi del marchese di Crotone, Nicola Ruffo. Compare in questi anni il termine “Motta Cutri”, che sarà usato fino al Cinquecento e ci informa che Cutro fu un luogo fortificato, con mura e castello. “Motta” infatti significa castello in posizione elevata.
Cutro fu quindi una delle terre del Marchesato e seguì i destini dei marchesi di Crotone. Alla morte di Nicolò passò alla figlia Giovannella, moglie di Antonio Colonna, nipote del papa Martino V, e alla sua morte, avvenuta senza lasciare figli, pervenne nel 1436 ad Enrichetta Ruffo, figlia di Nicolò e della seconda moglie Margherita de Poitiers. Nei primi anni della dominazione aragonese (1442-1503) Enrichetta portò in dote i feudi ed il titolo ad Antonio Centelles che divenne così marchese di Crotone. Ribelle al re, fu assediato e sconfitto. Alla fine del 1444 Alfonso D’Aragona gli confiscò i feudi, tra i quali vi era anche la terra di Cutro, che, a causa degli eventi bellici, risultava distrutta e disabitata; poco dopo verrà tassata per soli 123 fuochi, circa 500 abitanti. Morto
re Alfonso, il Centelles tentò nel 1459 di rientrare in possesso del Marchesato, ma fu nuovamente sconfitto dall’esercito di Ferdinando D’Aragona. Tuttavia poco dopo riebbe parte dei feudi e nel 1464 anche Santa Severina con il titolo di principe. Due anni dopo il marchese di Crotone fu preso a tradimento e ucciso. La città di Santa Severina ed i suoi casali ritornarono liberi. Ma mentre la città di Santa Severina mantenne la sua libertà e fu amministrata da governatori o capitani regi, la maggior parte dei suoi casali furono ben presto infeudati. Tommaso Ferrari e poi il figlio Giovanni, detto anche Tommaso di Cutro, furono signori del feudo di San Giovanni Minagò. Il casale rimase ai Ferrari finchè Giovanni non ne fu spogliato per essersi schierato con i Francesi.
Nell’ottobre 1496 re Federico d’Aragona vende ad Andrea Carrafa, la città di Santa Severina, con il titolo di conte e con i suoi casali di Cutro e San Giovanni Minagò, le terre di Castellorum Maris, Policastro, Rocca Bernarda e Ipsigro, il feudo di Crepacore e ducati 300 annui sui diritti fiscali ordinari per 9000 ducati.
Il Carrafa tuttavia non riuscì ad entrarne in possesso, a causa dell’opposizione degli abitanti, i quali rivendicavano il privilegio della demanialità. Solamente con l’arrivo degli Spagnoli, nel 1503, Consalvo Ferdinando di Cordova, il Gran Capitano, consegnerà al Carrafa i feudi; feudi che gli verranno confermati con privilegio del re Cattolico da Salamanca il 18 gennaio 1506. Credendo morto il conte in battaglia, gli abitanti di Santa Severina e dei suoi casali nel 1512/1514 si ribellarono ma subirono la feroce repressione condotta da Bernardo Villamarino, conte di Capaccio, luogotenente del Cardona e le rappresaglie del conte. I casali furono distrutti, molti diritti civici aboliti e parecchie famiglie perseguitate dovettero fuggire. Le case, le terre e le proprietà degli esuli furono parte date dal conte ai suoi seguaci e parte svendute dall’università di Santa Severina per pagare il fisco. Solamente nel marzo 1525 il conte approvava le costituzioni di Santa Severina, valide anche per i suoi due casali di Cutro e San Giovanni Minagò. Morto Andrea Carrafa, la contea nel 1526 passò al nipote Galeotto. Due anni dopo, con l’avanzata dell’esercito francese del Lautrec, Cutro assieme ad altre città calabresi si ribellava agli Spagnoli ma nello stesso anno veniva domata.
Galeotto Carrafa sarà ricordato come persona generosa e lungimirante; per facilitare ed incrementare il commercio tra gli abitanti dei suoi feudi egli concesse la franchigia di dogana e perciò si ebbe “reciproca cittadinanza tra Santa Severina, Cutro, Policastro, Cotronei, Rocca di Tacina, Scandale, San Mauro e Cirò”. Tra Cutro e queste terre il commercio fu libero ed esente da ogni reciproco dazio, ma questa condizione durò poco.
Nel 1551 il conte, pieno di debiti, vende a Ferrante Carrafa, duca di Nocera, “la motta seu casale di Cutro”, il casale di S. to Giovanni Minagò, la terra di Le Castella ed i feudi rustici di Fota e Crepacore.
Ha così inizio il cosidetto “Stato di Cutro”. Cutro, non più soggetta a Santa Severina, diviene città nobile, cioè i suoi abitanti godono di privilegi e di alcune esenzioni fiscali. Ha un suo territorio e distinti organi amministrativi e politici e vi risiede un governatore della corte (o un capitano) e/o un giudice di nomina regia che amministra la giustizia. Anche se saranno ancora forti i vincoli e le prerogative del feudatario e per una libera amministrazione bisognerà ancora attendere (infatti nel 1558 è capitano di Cutro Pietro Valenzola che fa anche da vice – duca e si interessa a raccogliere i fitti dei beni feudali come procuratore del duca); l’università con i suoi due sindaci, uno dei nobili e uno del popolo, col mastrogiurato e gli eletti assume più importanza e potere. A Ferrante seguirono nel 1558 il figlio Alfonso, poi nel 1583 Ferrante e da ultimo nel 1593 Maria Francesco. I duchi di Nocera fecero della città il centro amministrativo e commerciale dei loro vasti possedimenti che oltre alle terre di Cutro, San Giovanni Minagò e Le Castella ed alcuni feudi rustici (Fota e Crepacore) comprese dal 1577 anche la terra di Rocca Bernarda e si estese anche a molte proprietà della chiesa isolana e dell’abbazia di Corazzo, che i duchi riuscirono ad avere in enfiteusi dietro un pagamento annuo in grano.
L’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisani (1586-1624) così la descrive nel 1589: “è la maggiore di tutte le terre della diocesi, come quella che rinchiude in sè da sette in otto milia anime. Vi sono molte chiese e confraternite con l’indolgenze della SS.ma Trinità, SS.mo Sacramento, e Concettione curati ve ne sono due: vi è un arciprete con venticinque preti, vi è un hospedale et un convento di frati predicatori, e già si sta pigliando il luogo per li Padri Riformati dell’Osservanza. Questa è la terra del S. Duca di Nocera.” La popolazione di Cutro durante il Cinquecento infatti era cresciuta di continuo e dai 231 fuochi del 1521 (circa 1000 abitanti) era passata (ai 315 del 1532 poi ai 549 del 1545, ai 644 del 1565) ai 679 del 1595 (circa 3500 abitanti). Più che per la mancanza di gravi epidemie, la crescita era dovuta al fatto che nella città si rifugiavano coloro che fuggivano dalle tasse, godendo gli abitanti di alcuni privilegi fiscali, e dagli abitati costieri, saccheggiati dai Turchi o smantellati per ordine della Regia corte, perchè sospetti di complicità con i Turcheschi, o distrutti dai feudatari, per scopi speculativi. E’ il caso di Le Castella, i cui cittadini, dopo aver subito alcune incursioni turche, devono abbandonarla perchè per ordine della Regia Corte, nell’aprile 1557, la terra è smantellata. Facilitano la distruzione il feudatario, il duca di Nocera, ed il vescovo di Isola, Annibale Caracciolo, che così possono impadronirsi dei beni e dei diritti dei Castellesi e non essere più soggetti al rispetto dei diritti universali. La scomparsa dei casali, dei monasteri e delle grange, iniziata alla fine del Duecento, causata dalle distruzioni belliche (guerra del Vespro, rivolta del Centelles, Congiura dei Baroni ecc.), dai commendatari (cardinali e vescovi, che si impossessano dei beni e rendono deserte le abbazie), dalla peste e dalla malaria, segna nel “Marchesato” il passaggio dal medioevo all’età moderna. I piccoli villaggi rurali oltre ad essere più esposti alle incursioni turche, perchè privi di difese adeguate, non hanno la forza di opporsi alla violenza dei feudatari che colgono l’occasione, col pretesto turco, di impossessarsi dei beni e dei diritti della popolazione. E’ il caso del confinante casale di S. Pietro in Tripani, che, come scriverà il vescovo di Isola Antonio Celli, fu parte distrutto dai Turchi e parte dai baroni di Isola, che così se ne appropriarono, o della Torre di Tacina i cui abitanti furono prima perseguitati dai feudatari, i conti di Ayello, e dopo dovettero subire le ripetute incursioni turchesche; così nel 1565 la terra è data per “dishabitata”. Lo stesso avverrà per il casale di San Giovanni Minagò che, sopravvisssuto per tutto il Cinquecento, “circa il 1630 accrebbe co’ i suoi avanzi la poco distante terra di Cutro”. Turchi e feudatari agiscono all’unisono, saccheggio e spopolamento delle campagne e distruzione degli abitati per togliere ogni diritto alla popolazione sul territorio e quindi possibilità completa ed assoluta per il feudatario di poterlo sfruttare e di poterne immagazzinare ed esportare i prodotti, specie il grano, verso Napoli e i paesi del nord.
A conferma che i feudatari furono i protagonisti della distruzione dei casali, c’è il caso del villaggio o atrio di San Leonardo, fondato dai gesuiti per coltivare le loro proprietà. Il nuovo abitato fu costruito all’inizio del Seicento su una collina presso la marina e quindi molto esposto alla minaccia turca. Ma questo non dovette rappresentare un grave inconveniente: il villaggio continuerà ad esistere mentre altre terre ben più popolose e in posizione più sicura scompariranno.
Cutro, “popolosa e nobile, molto abbondante ne’ pascoli e frumenti” al centro di un territorio privo di abitati rurali e casali, assieme a Crotone diventa il centro granario più importante della Calabria. Le uniche città che possono esportare grano anche nei momenti di grave carestia. Sulla piazza di Cutro presso la chiesa di Santa Caterina vengono banditi dal percettore del duca i fitti dei beni feudali e assegnati al miglior offerente per un corrispettivo annuo in grano che alla raccolta dovrà ammassare nei magazzini del duca, il quale tramite i suoi erari e procuratori lo venderà ai mercanti napoletani che verranno ad imbarcarlo a Le Castella o a Crotone. Cutro è anche una importante piazza d’armi dove d’estate vi è un capitano con fanteria e cavalleria pronto a sostenere possibili sbarchi turchi.
La città è attraversata dalle vie pubbliche che dalle Castella e da Catanzaro si dirigono verso Crotone o verso i mulini della Canosa al Tacina o alle “Serre”.
La sicurezza (il feudatario Francesco Maria Carrafa, duca di Nocera è anche luogotenente generale di guerra nelle province di Calabria) e l’importanza economica favorirono lo sviluppo della città. Così accanto alla matrice di San Giuliano e alla parrocchiale di San Nicola fu fondato da fra Dionigi di Cutro nel 1543 un convento domenicano con chiesa intitolata a Santa Maria della Grazia, e sulla spinta anche della Controriforma funzionarono numerose piccole chiese, spesso sedi di confraternite: chiesa della Annunciazione, chiesa di Santa Caterina, chiesa di San Giovanni Battista,
chiesa di Santa Maria ad Nives o de Martiribus (nel 1573 per volontà testamentaria di Pietro Foresta vi fu fondato il pio monte di maritaggi della sua famiglia), chiesa di San Vito, chiesa di Santa Maria della Pietà, chiesa di Santa Maria del Carmelo, chiesa di San Michele Arcangelo e chiesa di San Matteo.
Opera un ospedale ed è costruito il convento del SS.mo Salvatore. Secondo il Fiore il convento dei frati minori osservanti riformati fu edificato da fra Giacomo da Cutro l’anno 1597. Da una relazione della metà del Seicento si apprende che il convento fu dapprima posseduto dagli osservanti ma il custode dei riformati, il siciliano Gerolamo di Pollizzi, con l’autorità derivantegli da un breve di Clemente VIII (1592-1605), e col consenso dell’università di Cutro alla fine del Cinquecento si impossessò del convento che passò così dagli osservanti ai riformati. Nei primi anni del Seicento la costruzione non era ancora terminata.
Da una stima dei lavori da farsi, compilata dai due mastri fabbricatori cutresi, Joannes Battista Fico e Hieronimo la Macchia, apprendiamo che nell’ottobre 1604 la chiesa era appena iniziata e si dovevano terminare due dormitori.
Sempre in questi ultimi anni, tra il 1597 ed il 1600, inizia la costruzione del convento di San Francesco dei Cappuccini con chiesa dedicata all’Assunta; dapprima in località “Tavolaro” nelle terre dell’arciprete, Troilo Foresta, ma poi, abbandonato il luogo, se ne incominciò un’altro in località Pianette su un fondo dell’abbazia di Sant’Angelo in Frigillo. benedisse la prima pietra il vescovo coadiutore di Isola, Scipione di Monteallegro.
Accanto al palazzo baronale sorgono i palazzi e le case palaziate degli ecclesiastici, dei suffeudatari e degli enfiteuti dei vasti beni delle chiese e dei monasteri (il palazzo di Petrus Villirillus, di Jo. Dominicus Carnelevare ecc).
La città si espande e si rinnova. Operano i mastri Giovan Battista Fico, che ha in appalto anche la costruzione della torre regia di Posteriore, Geronimo La Macchia e Laurentio Foresta. In località Pianette, proprietà dell’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo, si elevano la casa palatiata con casaleno e torre nuova del notaio Ferrante Callieri, la casa palatiata o palatio del sacerdote Luca Johannes Ganguzza, le domus novae di Fabritio Oliverio e alcune case terranee.Vicino si estendono gli orti con gli alberi da frutto e le chiuse con i vigneti.
Numerosi Cutresi ricoprono uffici importanti. Antonio Ganguzza è il 20.10.1560 eletto vescovo di Viesti e ricopre la carica per 14 anni fino alla morte (8.3.1574). Giovan Battista Oliverio, è luogotenente del tesoriere di Calabria Ultra nel marchesato di Crotone e quindi addetto al pagamento dei numerosi partitari che all’inizio del Seicento sono addetti alla costruzione delle torri regie lungo la costa tra i fiumi Tacina e Neto (Torri di Tacina, Posteriore, Jacopio, Porcello, Civiti, Zirigotti, Pellegrino, Marrello e Neto); sempre l’Oliverio è anche percettore del Duca di Nocera. Erari del duca furono anche Fabio de Bona (1580) e Scipione Oliverio (1594).
Troilo Foresta è arciprete di Cutro e Julius de Bona castellano di Le Castella, prima era Gio. Gerolamo Le Rose. Tutti legati alle attività economiche ed al fitto dei terreni del duca e degli altri grandi proprietari: i commendatari delle abbazie e l’arcivescovo di Santa Severina. Coloni, braccianti, guardiani, erari, scritturali, salariati, cuochi, camerieri, magazzinieri, procuratori, capi bordonari, bordonari, guardie del barricello, palliatori, cernitori del grano, fattori, servitori, servi, cappellani, notai, castellani ecc.. La vita di tutti è condizionata dalla raccolta del grano e dai prezzi del cereale sul mercato di Napoli. La crisi economica e demografica seicentesca farà regredire la città. Il ripetersi di cattivi raccolti, l’esosità del fisco (Cutro nel 1620 passa dai Carrafa ai Ruffo, marchesi di Scilla e nel 1659 da questi ai Filomarino, principi di Rocca dell’Aspro), le spese che gravavano la popolazione e l’università per gli alloggiamenti dei soldati di guardia alle coste (Cutro fu sede di paranza) e le epidemie porteranno in breve alla decadenza della città e all’abbandono di molte terre seminatorie.
Il continuo indebitamento dell’università oltre a gravare sempre più gli abitanti, costringendo molti ad emigrare verso luoghi più ospitali, favorirà la vendita al feudatario di alcuni demani comunali da parte di governanti compiacenti, con l’effetto di dimiuire ancor più le entrate universali.
La crisi economica e l’imposizione di nuove gabelle, che sempre più colpiscono i coloni ed i braccianti, porteranno anche il popolo cutrese ad aderire alla rivolta del 1647/1648. La ribellione sarà soffocata crudamente dalle truppe comandate dal mastrodatti Gioseppe Arcuri che perseguiterà il popolo “seditioso” di Cutro.
Nel 1648 Cutro è ancora tassata per 679 fuochi ma dopo la peste del 1656 nel 1669 conta solo 395 fuochi (circa 2000 abitanti) per ridursi, dopo alcune annate sterili e la pestilenza del 1672, a 1710 abitanti nel 1675. Cinque anni dopo “Cutro e Cotrone, celebri granai di frumenti, vennero in necessità di provvedersi del necessario al vivere… La scarsezza delle acque, e il flagello de’ bruchi trassero in tanta abbondanza le lacrime e il sangue… (che) sarebbono stati bastanti all’inaffiar della terra”. In questi anni, in cui sembrava che la città potesse estinguersi, il sacerdote di Cutro Jo. Leonardo Quercia istituisce nel 1660 per testamento erede di tutti i suoi beni, ascendenti ad 8000 ducati, la chiesa di Santa Caterina con l’onere di costruire presso la chiesa un monastero di monache. Si incarica di rendere esecutive le disposizioni l’arcivescovo di Santa Severina, Francesco Falabella, che nomina due procuratori e stabilisce l’ambito e le dimensioni dell’edificio. Comperate alcune case esse sono abbattute e si comincia a costruire. Arriva in città Marco Antonio Filomarino,
nipote del feudatario Francesco, il quale obbliga i procuratori ad acquistare e demolire anche altri edifici vicini per una spesa di 2000 ducati. Lo scopo non era quello di ingrandire il monastero ma di fare la via più diritta, ampliare la piazza e rendere più bella la città. Per questo ed altro il feudatario fu scomunicato. La costruzione del monastero dovette interrompersi per alcuni anni e poi riprese. Nel 1675 alla chiesa di Santa Caterina “è congiunta una fabbrica magnificamente costruita dalle fondamenta e ampia per il convento di monache”. Il monastero, attivo fin dal 1685, verrà all’inizio del Settecento ampliato per renderlo più confortevole e per assicurare la clausura.
Con il venir meno delle epidemie e la ripresa mercantile rinasce la città anche se non mancheranno alcune “sterilissime annate” come quelle del biennio 1696-1697, del 1709 e del 1719. L’aumento della popolazione è sensibile. In pochi anni cresce da 1710 abitanti nel 1675 a 2586 del 1725 fino a
2794 nel 1741. Tra la fine del viceregno spagnolo, durante il viceregno austriaco (1707-1734) e nei primi anni del Regno di Napoli (1734-1806) aumentano i terreni a semina ed a pascolo. Ampie zone sono disboscate. Sul florido commercio del grano, conservato nelle fosse, e del formaggio, trasportati attraverso l’ importante strada regia, la carrara che congiunge Cutro con Catanzaro e con i magazzini ed il porto di Crotone, fa fortuna un ceto locale di piccoli proprietari e mercanti. “Vi fiorisce un clero, e numeroso, e di buone lettere, e costumi. Un giusto numero di medici, e professori d’amendue le leggi d’ottima fama; una quantità di famiglie nobili cittadine originarie e
forestieri… Un’ampia piazza di Gentil’Uomini, e d’altra gente civile; ed in tutti, si ne’ maschi, si nelle femine un ricchissimo sforgio nel vestire così, che non la cede ad altra città della Provincia”. “Nè minor splendore accrebbero a Cutro il dottissimo P. Michele Fiore della Compagnia di Gesù, ed Innocenzo Pagano, ed Andrea Ganguzza, scelti amendue a sostener l’onorevol carica di regj
consiglieri nella real città di Napoli, furono, e al presente sono di Cutro alcuni celebri giureconsulti Giacinto, Domenico, e Niccolò Olivieri (Oliverio), Sigismondo, Gio. Pietro, Antonio, e Niccolò de Bona, Giacinto, Domenico, e Raimondo Raimondi, Gio. Leonardo, e Gio. Domenico Guarani, Gio. Andrea Papasodero, Gregorio e Niccolò Morelli, Gio. Battista, e Gregorio Piterà”.
In questi anni ben sette Cutresi raggiungono il vescovato: Alfonso Petrucci, Bartolomeo Oliverio, Tommaso Oliverio, Marc’Antonio Raimondi, Camillo Oliverio, Pietro Antonio Raimondi e Domenico Morelli. Nell’ultima domenica di luglio si svolge la nobile fiera detta di San Vittorio, sulla pianura presso la chiesa omonima. E’ questo il giorno in cui i coloni, che hanno preso in prestito il grano per seminare, devono saldare i mercanti.
Segno di questo avanzamento economico e sociale è la ricostruzione nel 1730 da parte di Gio. Gregorio de Mayda della chiesa di Santa Maria della Pietà ma soprattutto è la fondazione nel 1732/1733 della Collegiata nella chiesa della congregazione dell’Annunziata, riconoscimento ottenuto dalla città anche per interessamento dell’abbate Fabio de Bona presso il papa Clemente XII. La Collegiata è per qualità subito dopo la cattedrale e la basilica ed il suo capitolo collegiale è organizzato similmente ai capitoli cattedrali solo che non costituisce il senato di un vescovo. Essa divenne in breve il centro del potere cittadino, svolgendo una intensa attività finanziaria e politica.
La città, con i suoi quartieri di San Giuliano, Timpone, Casazza e Banda, è circondata dai giardini (di Fera di Panarello, del Franzese di Nicola Pagano), dagli orti e orticelli (dei Domenicani, di San Stefano, di Cosmo Passarello, di Fabiano, di Carcè, di Pietro Lorenzano). L’abitato è caratterizzato dalle numerose case basse e matte a schiera dei braccianti. I nobili e gli ecclesiastici dimorano nelle case palaziate e nei palazzotti che per la loro importanza e visibilità danno il nome al luogo e alla strada (Strada di Francesco Lazzo, di Domenico Pittò, di Diego Fattizza, di Morelli, di Cocola, di Surracca, di Giuseppe Faraco, di Nicola Pagano, di Gregorio Piterà; Palazzi di Vito Catanzaro, del barone Moschetta, della Corte, di Severino d’Orazio, di Ruggero Monteleone, di Gio. Vincenzo Raimondi, di Iuliano Oliverio). Sparse nella città vi sono sette chiese: La collegiata della SS.ma Annunziata, San Nicola, vescovo di Mira, San Giovanni Battista, San Giuliano, vescovo cenomaniano e patrono principale, chiesa una volta matrice, santa Barbara, Santa Maria regina dei Martiri e Santa Maria della Pietà della famiglia De Mayda. A ricordo delle antiche grange abbaziali rimangono ancora le chiese rurali, di S. Blasio e San Stefano protomartire, che sono “dirute e profanate” e quelle di Santa Maria de Umbro e di San Vittorio.
Sul largo della piazza aprono alcune botteghe (bottega della spezieria) e qua e là sorgono case con pozzo, casaleno e orticello. Vi sono inoltre i quattro conventi delle clarisse, dei domenicani, dei cappuccini e dei riformati.
L’importanza del potere religioso e la conflittualità sociale sono rappresentate dalle undici confraternite (SS. Sacramento dentro la Collegiata, S. Giovanni Battista nella chiesa omonima, Immacolata Concezione nella chiesa di S. Caterina, Santa Maria della Pietà nella chiesa omonima, SS.mo Rosario nella chiesa di S. Maria delle Grazie dei Domenicani, San Michele Arcangelo in un
oratorio pubblico annesso alla Collegiata, in fase di costruzione nel 1765) e dai quattro monti pii (Monte di Maritaggio della famiglia Foresta nella chiesa di Santa Maria dei Martiti, monte di maritaggi della famiglia De Mayda eretto in Santa Maria della Pietà, monte frumentario per aiutare i coloni poveri e un monte per aiutare un giovane cutrese a mantenersi agli studi a Roma).
La fase positiva ben presto vien meno. Nel biennio 1743/1744 al blocco di ogni attività commerciale a causa della peste, che si è propagata a Messina, si unisce il sequestro del grano per fronteggiare la carestia che ha colpito la capitale e per alimentare i soldati a guardia del contagio. Il terremoto del 21 marzo 1744 scuote la città causandovi gravi danni (distrugge fra l’altro il palazzo di Giuseppe Locanto composto in due membri superiori e due inferiori).
Segue una micidiale e persistente epidemia di vaiolo che decima i bambini. La modernizzazione delle campagne e lo sviluppo del commercio fanno sempre più emergere l’importanza della città di Crotone dove in pochi anni vengono costruiti numerosissimi magazzini, che raccolgono tutto il grano del marchesato, incettato dagli usurai e dai mercanti. Sempre in questi anni (nel 1753) iniziano i lavori del nuovo porto. Molti Cutresi emigrano e si accasano a Crotone per meglio seguire il commercio del grano (Didaco De Bona, Gio. Vittorio Terranova, Giuseppe Oliverio ecc), altri si spostano a Napoli . Dopo la metà del Settecento la decadenza diviene evidente. Gli abitanti diminuiscono: dai 2794 del 1744 ai 2200 del 1765 ai 1894 nel 1783. Le cause principali sono la forte mortalità per il vaiolo e la malaria, la depressione del commercio granario, sempre più vincolato e controllato dal potere centrale che, temendo carestie e sommosse, dopo la carestia del 1764 ne impedisce l’esportazione, e il venir meno dei “coloni cosentini” i quali trovano sempre più conveniente estendere nell’altopiano silano la coltura del grano germano (segale) e del lino.
“In detto stato di Cutro vi è quantità di terre aratorie tanto di questa principal Camera quanto di altri particolari ed all’incontro poco numero di coloni e massari, i quali non bastano a poter coltivare intieramente le terre”. Molte gabelle non sono più date a masseria ma lasciate a pascolo o incolte per mancanza di coloni e dopo un pò di anni che non sono state arate diventano spinose e selvatiche. Il disboscamento silano a monte, frutto dell’usurpazione delle terre demaniali, della “depignazione” e dell’incisione dei pini per ricavarne la pece nera e dell’incendio per creare spazi a nuove colture ed al pascolo, e l’abbandono di molte terre al piano causano inondamenti e allagamenti. Il territorio presso la marina e al Tacina diviene così pantanoso e malarico da far sì che la stessa strada che unisce Crotone con Catanzaro attraverso Cutro venga progettata sulla destra del fiume. La decadenza è accelerata dalle annate sterili del 1761-1765. Il ripetersi di magri raccolti, specie quello del 1763, affama la popolazione e crea tumulti in molte città ma nello stesso tempo offre agli usurai ed ai mercanti una occasione irripetibile per la speculazione. Nel dicembre di quell’anno, essendo il grano introvabile, arriva a Cutro l’uditore di Catanzaro e con i soldati gira per la città, costringendo coloro che hanno grano a venderglielo al prezzo prefissato, pena il carcere e la confisca. Il cereale è subito inviato con carri a Catanzaro mentre la popolazione è in tumulto per paura di morire di fame. La grande crisi del 1761- 1765, quando il grano raggiunse i cinque ducati al tomolo e moltissimi morirono di fame, se arricchì i pochi fece fallire i molti. Non potendo far fronte agli impegni i coloni non poterono seminare, lasciando i campi inarati e, per non finire carcerati, tanti se ne fuggirono. Il divieto di esportare ed il venir meno dei coloni silani in pochi anni ridusse a quasi un quarto la produzione del grano, che fu coltivato solo per il necessario e favorirono l’affitto di molti terreni a pastorizia che era divenuta più vantaggiosa.
Molta terra abbandonata (quindi), dove si estendono sempre più le piante grasse e l’incolto; terra che dà poco da mangiare perchè c’è poca mano d’opera e forti tasse. Le argille non più arate trattengono l’acqua stagnante delle piogge invernali e primaverili così d’estate le marine diventano deserte per l’aria mortifera. Il terremoto del 1783, pur non facendo vittime, lesionò la maggior parte degli edifici, rendendoli inabitabili. I beni dei monasteri e dei luoghi pii furono amministrati dalla Cassa Sacra. Le congregazioni furono abolite ed il marchese di Fuscaldo impose che fossero “proibite per l’avvenire sotto rigorose pene, perchè invece di essere radunanze per l’esercizio della Pietà cristiana, sono state, e sarebbero perniciose combriccole, e la fucina di ogni sorta di
scelleratezza, ed impostura”.
La vendita di parte dei beni eccelsiastici da parte della Cassa Sacra e dopo la sua soppressione, avvenuta nel 1796, il riordino degli enti ecclesiastici, attuato nel 1797 dal “piano” del marchese di Fuscaldo (Don Tommaso Barile Spinelli), favorirono alcuni a danno dei molti. Venne potenziato il potere della collegiata che acquisì l’arcipretura curata, ch’era nella vecchia chiesa di San Giuliano, assorbì i beni della parrocchia di San Nicola, parrocchia che era passata nella chiesa di San Giovanni Battista e fu abolita per real ordine, e le proprietà di tutti gli altri luoghi pii di Cutro, compresi anche quelli delle congregazioni dell’Annunziata e di San Giovanni Battista. Questo accumulo di proprietà e prerogative accentuerà la spaccatura all’interno del potere cittadino.
Da una parte coloro che avevano tratto beneficio dalla Cassa Sacra e dal “piano” del Fuscaldo, vedevano nella conservazione la tutela delle recenti e facili acquisizioni, dall’altra i discriminati anelavano al cambiamento. Sullo sfondo la massa dei braccianti di continuo in preda alla fame ed alle epidemie e, uniti allo stesso destino e confusi con loro, i coloni, proprietari di un piccolo vignale, di una camera e di un asino; tutti oppressi da censi e fitti che devono agli ecclesiastici ed ai feudatari.
La rivoluzione ed i successi dell’armata francese cominciavano a scuotere le coscienze e gli stati. Nel gennaio 1799 i giacobini proclamavano a Napoli la Repubblica partenopea e all’inizio di febbraio anche a Cutro sull’esempio di Crotone i repubblicani assumevano il potere e un’assemblea
popolare eleggeva presidente della nuova municipalità Marcantonio Raimondi, uomo probo e prodigo. Alla cerimonia dell’albero della Libertà, innalzato al largo della chiesa collegiata, parteciparono le principali famiglie, tranne i Piterà, con tutto il popolo.
Non era passato un mese che arrivava la notizia che i Sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo avanzavano e presto da Catanzaro per Cutro si sarebbero diretti alla conquista di Crotone. Il 3 marzo 1799 la folla, sobillata dai realisti, abbatte l’albero e assedia e saccheggia la casa dei Raimondi dove sono riuniti i repubblicani. Marcantonio Raimondi è ucciso da una fucilata, il decano Gaetano Guaranj è pugnalato e altri, tra i quali l’abate massone Gregorio Aracri da Stalettì, sono arrestati. (Quest’ultimo riuscì poi a fuggire e a nascondersi). Il cardinale Ruffo giunse a Cutro il 24 marzo e fu ospite del barone Gregorio Piterà e concluse la repressione facendo arrestare Diodato Foresta e Luigi Ascoli, con l’accusa di agitatori e repubblicani , e li fece tradurre a Crotone. I due saranno il 13 aprile 1799 condannati a cinque anni di prigione da scontare nell’isola di Pantelleria. Altri Cutresi , Francesco Martino e Vincenzo Ruffa, furono inviati nelle prigioni di Lipari dove vi rimasero fino al giugno 1801.
La conquista di Napoli alla metà di febbraio 1806 da parte dell’esercito francese e l’ascesa al trono di Giuseppe Bonaparte, che dapprima assunse il titolo di Luogotenente e poi di re di Napoli (30 marzo 1806), segna per Cutro, come per altre città calabresi, l’inizio di un’epoca tragica.
I Francesi il 5 aprile entrarono in Catanzaro e da qui cinque giorni dopo partirono 200 soldati con l’ordine di occupare il castello di Crotone. Il loro passaggio per Cutro fu il primo contatto con i nuovi dominatori.
Conquistata la Calabria il nuovo re visitò i sudditi ed il 25 aprile, proveniente da Catanzaro, passò per Cutro dove ricevette l’omaggio dell’arcivescovo di Santa Severina, Pietro Grisolia, delle autorità civili e religiose e della popolazione di Cutro e dei paesi vicini. Il re partecipò al “Te Deum” nella
chiesa dell’Annunziata e poi si diresse a Crotone. I Borboni frattanto tentavano la riconquista del regno. Con l’appoggio inglese ai primi di luglio 1806 fecero uno sbarco di truppe a S. Eufemia ed il 5 luglio l’esercito francese di Reynier fu sconfitto presso Maida dal generale inglese Stuart.
I Francesi si ritirarono verso Crotone. Reynier mandò avanti una compagnia svizzera col compito di procurare munizioni nel castello di Crotone.
Gli Svizzeri trovarono Cutro insorto, e subirono sulla salita del Vattiato un’aggressione ma riuscirono comunque a passare e, rifornitisi, la notte seguente ripassarono. Uccisa la sentinella, attraversarono il paese immerso nel sonno ma scoperti furono inseguiti fino al Tacina. Avvisato della aggressione, Reynier in ritirata arrivò a Cutro, che trovò spopolato per paura della punizione.
Vi erano ad attenderlo i soli Luigi Ascoli, agente del feudatario Filomarino, e Giuseppe Berardi, suo genero, i quali ottennero che la città non fosse incendiata ma non riuscirono a salvarla dal saccheggio. Reynier lasciava Cutro deserta e spogliata e si dirigeva a Crotone. Alle sue spalle la retroguardia con feriti ed infermi era di continuo assalita e soffriva molte perdite.
A Cutro maturavano le vendette dei borboniani contro i filofrancesi.
L’Ascoli ed il Berardi vennero accusati di aver favorito il saccheggio delle case degli avversari e così il primo fu pugnalato a morte e l’altro fu scannato. Le case degli Ascoli e dei Franco furono date alle fiamme ed il canonico Giovan Battista Franco, nascosto nel campanile della chiesa, scoperto fu ucciso.
L’arciprete Ascoli riuscì a salvarsi perchè i familiari lo introdussero nel monastero delle clarisse nascosto dentro un cassone.
Mentre avvenivano questi fatti, comparvero le “truppe a massa”: bande di briganti dedite ai rapimenti ed ai furti al servizio dei Borboni. Una di queste, capeggiata da Rocco Petrone Perte da Apriliano, prima saccheggiò Cutro, sequestrando varie persone per averne il riscatto, poi assaltò il casino Vercillo, quindi portò a Cutro il fattore Gaetano Ponte e lo fucilò. Verso la fine di agosto, dopo aver compiuto scorrerie nei paesi vicini, ritornò. I Cutresi stanchi di subire, uccisero il brigante e la maggior parte della sua banda. Un altro brigante che sotto le spoglie di capitano dell’esercito borbonico recò in questi mesi rovine e lutti a Cutro e ai paesi vicini fu Giuseppe Cavallo.
Giuseppe Napoleone frattanto mandava il maresciallo Massena con nuove forze per riprendere le città perdute. Durante la riconquista, nel settembre 1806, un reggimento francese mise nuovamente a sacco la città. Un soldato così descrisse l’evento: “Gli abitanti sono fuggiti e noi non trovammo che donne e bambini il cui aspetto esprimeva il terrore che noi incutevamo. La mancanza della maggior parte della popolazione ed il bisogno di ogni sorta di conforto al quale vanno soggetti i militari causarono dei disordini che gli ufficiali a stento riuscirono a contenere”.
Mentre i Francesi avanzavano, continuavano le uccisioni. Gregorio Piterà, governatore di Cutro, Le Castella e Isola, filoborbonico, catturato alle Castella mentre tentava di imbarcarsi, fu condotto a Monteleone. Giudicato da una commissione militare reo di alto tradimento, fu fucilato il 6 dicembre 1806.
Prima di lui a Napoli per congiura di morte ordita contro i Francesi la stessa sorte era toccata al frate Antonio Zoccolante da Cutro. Nel novembre dell’anno dopo furono condannati dalla Commissione militare francese e afforcati i cutresi Giuseppe Spagnolo e Domenico Pisano.
Durante il Decennio (1806-1815) non mancarono tentativi per una più equa ripartizione della proprietà terriera. I Francesi procedettero all’abolizione della feudalità e di tutti i privilegi e le differenze. Dichiararono tutti i comuni sotto la dipendenza della monarchia e sciolti dall’influenza dei baroni che divennero dei semplici proprietari. Le proprietà e le rendite furono accertate e tassate. Si verificò la natura delle terre, si ridimensionò e si controllò la proprietà ecclesiastica e si tentò di dare a tutti gli abitanti gli stessi diritti e un pezzo di terra da coltivare. Si procedette alla quotizzazione dei demani, di parte delle terre ecclesiastiche (un quarto) e di altri fondi il cui possesso non risultava provato o su cui gravavano diritti da parte della popolazione e le quote furono ripartite tra tutti gli abitanti. Furono soppressi i conventi dei domenicani (7.8.1809), delle clarisse (30.11.1808), dei riformati (10.1.1811) e dei cappuccini. Fu sciolto il diritto di corso sulle terre dell’ex barone di Tacina e Massanova, Giuseppe Maria Doria, e gli si vietò di pascere i suoi animali, o di vendere l’erba, nei fondi dei privati. Il barone fu anche condannato a pagare
una somma ingente al comune di Cutro per bonatenenza arretrata. La Restaurazione e il ritorno dei Borboni nel Regno delle Due Sicilie (1815-1860) non farà venire meno lo spirito di libertà di molti Cutresi. A Cutro fu attiva già nei primi anni una vendita carbonara, denominata Oriente di Cutro. I principali rappresentanti furono Pietro Raymondi, Francesco di Fiore, Raffaele Ascoli, Gaetano Guarany, Diodato Foresta e Giuseppe Guarany (Quest’ultimo nel 1799 partecipò attivamente a Napoli ai moti repubblicani e nel maggio 1823 fu arrestato e carcerato per dieci mesi a Cosenza per cospirazione contro il governo borbonico). Con il ritorno dei Borboni furono ripristinati i conventi dei Riformati (1822) e dei Cappuccini (1828). Il declino della città proseguì : “le strade sono abbastanza larghe, ma non ci sono belle case e la chiesa principale non è molto grande. Ogni cosa denota abbandono e povertà, anche se vi si svolge un discreto commercio di bestiame, grano, legumi e un po’ di vino”. Frattanto la mancanza di qualsiasi intervento per dare scolo alle acque che in tempo di piena continuano a traboccare dal Tacina, fa si che si allarghino i terreni adiacenti al fiume che col tempo diventano palustri. Nel 1824 si diede inizio alla costruzione della strada regia del “Vattiato”. Il tratto di strada che verrà prolungato per “Acqua della Quercia”, farà parte della nuova Cotrone Catanzaro; strada che, benchè al 1858 si fossero già versati nella cassa provinciale oltre 100.000 ducati, non era ancora terminata a causa degli sperperi, degli imbrogli e della “indomabile, eterna, e lacrimevole catena di frane del famoso Vattiato”.
L’otto marzo 1832 un violentissimo terremoto colpì la città ed i paesi vicini.
A Cutro vi furono una sessantina di morti e con le molte case caddero anche il palazzo della Corte, la torre dell’orologio e la maggior parte delle chiese e dei palazzi. Lo stesso re e la sua famiglia promossero una sottoscrizione che raccolse ingenti fondi, che dovevano permettere la ricostruzione. I fini prefissati non furono raggiunti che in minima parte a causa delle ruberie e della corruzione. Accanto, ma nettamente distinto dall’antico nucleo abitativo, costituito da “il Casale”, sviluppatosi nei secoli sul timpone a cavallo della vecchia strada ormai franata e abbandonata, tra il luogo dove sarebbe stata ricostruita la chiesa dell’Annunziata e la nuova strada regia, si dava inizio alla costruzione del “Paese Nuovo”. La nuova struttura urbana sarà edificata a tracciato rigidamente ortogonale, rispetto alla strada regia che la attraverserà e la dividerà. Veniva ripristinata la chiesa della Pietà (1839) e l’arcivescovo di Santa Severina, Ludovico Del Gallo, iniziava nel 1841 la ricostruzione della Collegiata, spendendovi del proprio oltre 8000 ducati (Rimasta incompleta per
la morte di Del Gallo avvenuta nel 1848, la costruzione fu ripresa dal nuovo arcivescovo Annibale Raffaele Montalcini ed inaugurata il 2 giugno 1859). Fu ripristinata la fontana e nel 1835 fu impiantata la prima piantagione di ulivi, facendo degli innesti sull’ulivo selvatico. I moti del 1848 ebbero eco anche a Cutro. In quell’anno furono scassinati alcuni magazzini e si distribuirono tra la
popolazione il grano e gli animali sequestrati.
Il fallimento della Cassa Sacra e delle quotizzazioni francesi avevano facilitato l’ascesa dei grandi latifondisti. Tra questi primeggiavano Alfonso Barracco ed il figlio Luigi che ben presto fanno incetta delle terre delle abbazie di San Leonardo, di San Nicola de Miglioli, di San Giovanni in Fiore e di sant’Angelo di Frigillo e delle ex terre feudali dei Filomarino e dei Doria.
I Barracco in breve diventano padroni di oltre la metà del territorio cutrese. Sul latifondo del “nuovo barone” sempre meno spazio è lasciato ai coloni per la coltivazione del grano, dell’orzo, dell’avena, della cicerchia e del lino (quest’ultimo veniva macerato e poi candeggiato dalle donne presso la foce
malarica del Tacina). Il nuovo tipo di economia latifondista renderà in pochi anni quasi un terzo del territorio non coltivabile perchè sterile, paludoso o lasciato incolto per i numerosi armenti del grande proprietario. Si può così comprendere il dramma della carestia del 1854 quando signoreggiò la fame o lo stupore dei Sammauresi quando nel 1866, annata rovinata dalla siccità e dalle locuste, videro arrivare numerosi Cutresi per comprare il loro grano, evento impensabile nel passato.
L’Unificazione fu confermata dal plebiscito del 21 ottobre 1860. I 734 votanti si espressero tutti per il sì. I latifondisti di Cutro e di Crotone si erano già tutelati, avendo versato, al tempo della conquista, nelle casse del prodittatore Garibaldi quasi 50.000 ducati, dei quali ben 10.000 il solo Barracco; il popolo attendeva. Le misere condizioni ed il venir meno delle promesse favorirono moti popolari che l’esercito piemontese represse. Il 27 novembre 1861 erano processati a Catanzaro i Cutresi Luigi Salerno, Giovanni Rocca e Biagio Morena, rei di avversione al nuovo governo. Il brigantaggio divampava e anche a Cutro, che già durante il periodo borbonico aveva subito le scorrerie delle bande di Vito Caligiuri e di Giosafatte Tallarico, ci furono uccisioni e saccheggi.
Tra gli episodi ricordiamo quello che si svolse nel gennaio 1862 in località Massanova, base della banda di Carbone da Pedace. Durante il conflitto a fuoco i sei briganti furono tutti uccisi. Operò il distaccamento delle guardie nazionali di Cutro, comandato dal tenente Antonio Galasso, e si distinse il soldato Gaetano Barillari; entrambi furono insigniti della medaglia al valore.
L’inserimento di Cutro nel nuovo sistema di comunicazione, realizzato allo stato unitario, porterà benefici alla città che dai 2891 abitanti del 1861 salirà a 4933 nel 1901. Il passaggio della ferrovia Metaponto – Reggio, approvato nell’ottobre 1872, diveniva realtà con l’apertura della stazione ferroviaria nel 1874. Il 27 settembre 1872 era stato inaugurato l’ufficio telegrafico e prima l’ufficio postale (Già nei primi anni dell’Ottocento in Cutro aveva sede un ufficio detto Tenenza del corso pubblico che si interessava del servizio postale). La strada rotabile Crotone – Catanzaro era stata completata e su di essa proprio a Cutro si innestava la nuova “Strada della Sila” che da Cosenza per San Giovanni in Fiore raggiungeva il litorale ionico. (La strada utilizzerà una vecchia “trazza”. In costruzione nel 1873, sarà completata nel 1881).
I lavori pubblici, un mezzo per dare occupazione, continuarono all’inizio del nuovo secolo con l’avvio delle opere di bonifica dei terreni compresi fra il fiume Alli e la punta delle Castella: tra il 1900 ed il 1906 tra sommersi e paludosi erano stati bonificati 150 ettari.
Le terre rimanevano in mano a pochi. Principalmente alla famiglia Barracco; a Francesco quelle di San Leonardo e a Stanislao quelle di Cutro. Ai due si affiancò dagli anni Settanta il barone Luigi Berlingieri che comprò a poco prezzo i numerosi fondi della mensa arcivescovile di Santa Severina, della Collegiata di Cutro e di altri enti religiosi, messi in liquidazione dall’Asse ecclesiastico. Sempre un Barracco, il moderato Giovanni, dal 1861 fino agli anni Ottanta, tranne brevi periodi in cui ebbe la meglio il democratico Gaetano Cosentino, protesse nel parlamento italiano gli interessi degli agrari crotonesi.
Interessi che furono poi rappresentati da un altro latifondista il marchese Alfonso Lucifero, che siederà in parlamento per otto legislature.
Sui vastissimi terreni dei due latifondisti, i quali hanno usurpato molte terre che nessuno osa contestare, crescono il lino, il frumento, la biada, le fave e le favette e vi pascolano le greggi, le mandrie e i pregiati cavalli.
Il 29 agosto 1910 i contadini si ribellano; scesi in piazza rivendicano le terre detenute illegalmente dal barone Roberto Barracco e accusano di complicità gli amministratori. Intervengono i carabinieri ed arrestano 11persone, tra le quali due donne, accusate di violenza e minacce. (Gli arrestati e poi processati furono Gualtieri Salvatore, Muto Giuseppe, Camposano Filippo, Virelli Magno, Gaetano Gennaro, Galasso Antonio, Pupa, Paolo, Fabiani Giuseppe, Aracri Chiara, Oliverio Giuseppe e Gualtieri Teresa).
Le lotte per la terra riprenderanno nel primo dopoguerra, organizzate soprattutto dai socialisti massimalisti che ebbero in Enrico Mastracchi, deputato dal 1921 al 1924, il rappresentante locale più autorevole. Sulla spinta del decreto Visocchi (2.9.1919), che dava al prefetto la possibilità di concedere temporaneamente terreni incolti o mal coltivati, le lega socialista fece subito le prime occupazioni. Tentarono di ostacolarla un gruppetto di “pochi ferventi nazionalisti” che denunciarono i contadini più coraggiosi ed il presidente della Cassa rurale cattolica, l’arciprete Eugenio Fiumanò che, costituita la cooperativa Cassa rurale, tentava di ottenere il favore del prefetto per togliere l’appoggio della popolazione ai socialisti ed influenzare così le vicine elezioni politiche dove era candidato il congiunto barone Casolini. Il successivo decreto Falcioni (aprile 1920) restringeva le possibilità offerte dal decreto Visocchi così la Società Combattenti di Cutro che nel settembre 1920 aveva avanzato richiesta si vide esclusa. La forte spinta contadina costrinse i proprietari a cedere dei terreni dietro il pagamento di un annuo estaglio, ponendo però ricatti e vincoli. Arrivato il tempo del raccolto, nell’agosto 1921 i nodi venivano al pettine, prima per l’esiguo prezzo che i latifondisti volevano pagare il grano, poi perchè non volevano riconoscere l’estaglio concordato anche a quei contadini che, costretti, avevano dovuto accettare condizioni gravose pur di avere un pezzo di terra da coltivare. Nell’occasione la camera del lavoro di Cutro, di cui era segretario Lamanna, promosse una manifestazione. I tentativi di occupazione continuarono anche l’anno dopo ma vennero subito repressi. La situazione politica era mutata; lo stesso arciprete Fiumanò, che si era dimostrato il maggior avversario dei socialisti ora veniva diffidato come fomentatore di disordini perchè minacciava di occupare alcune terre negate alla cooperativa che dirigeva. Il partito fascista, smesso l’abito populista, mostrava la sua natura antidemocratica e conservatrice. Esso militarizzava il proprio movimento e con la violenza fascistizzava le istituzioni. Nel novembre 1924 avvenivano alcune concessioni di terre ai contadini da parte dei proprietari. A Cutro e a San Leonardo furono ripartite 2983 tomolate a 724 famiglie (3 tomolate a famiglia). Le concessioni duravano tre anni con un corrispettivo in natura e riguardava terreni marginali e lontani dall’abitato e ben presto, domato il partito socialista, quasi tutte ritorneranno ai padroni. Nell’agosto 1925 il partito socialista massimalista era ancora forte a Crotone, Cutro e a San Mauro Marchesato, ma ai suoi componenti era impedita ogni attività politica e sociale.
In questi anni del primo dopoguerra il territorio di Cutro fu interessato dai lavori di costruzione della ferrovia Calabro- Lucana. La ferrovia che doveva congiungere Crotone con Cosenza attraverso la Sila fu parzialmente completata. Nel 1930 veniva aperta all’esercizio la linea Crotone città – Petilia Policastro che comprendeva le stazioni di Crotone Città – Crotone Scalo -Apriglianello Papanice – Cacchiavia – Cutro Scandale – Roccabernarda Niffi – San Mauro Marchesato – Mesoraca – Petilia Policastro.
Durante il periodo fascista non furono minimamente intaccati nè l’assetto proprietario nè la qualità delle colture. L’economia latifondistica ed il disboscamento silano avevano ridotto il territorio di Cutro ad una plaga malarica, dove vicino all’ abitato si notavano ristretti possedimenti coltivati, a vigneto e ad orto, ma dappertutto dominava, tranne qualche raro oliveto, il pascolo ed il seminativo.
La distruzione del bosco di lentischi, la mancanza completa di opere di consolidamento e l’uso estensivo del suolo avevano facilitato l’opera delle acque piovane che, asportando lo strato di terreno vegetale, avevano messo a nudo le argille, ampliando i calanchi ed i valloni (Puzzofieto, Dragone, Purgatorio ecc.).
Anche se le zone acquitrinose, anticamente molte estese, si erano ristrette, da giugno ad ottobre la malaria, il caldo, la mancanza di acqua ed il venir meno di ogni vegetazione erbacea rendevano il colle- piano inospitale agli uomini e al bestiame.
Per lenire il fenomeno della disoccupazione, all’inizio degli anni Trenta vennero compiute alcune opere di bonifica dal consorzio Alli- Punta delle Castella.
Il consorzio, costituito con D. R. 25 marzo 1926, con l’intento di attuare delle importanti opere di bonifica idraulica e di trasformazione agraria, ben presto ridimensionò i suoi fini. Solamente nei primi anni Trenta furono iniziati alcuni lavori, come le strade di bonifica traversale e longitudinale del Tacina, con ponte a cinque luci in cemento armato sul fiume, che facilitarono la comunicazione tra Cutro, Botricello, Mesoraca e Petilia Policastro.
Il consorzio portò a termine piccoli lavori di bonifica idraulica come la sistemazione di alcuni valloni, per impedire gli impaludamenti, mentre tutta la parte relativa alla trasformazione agraria venne subito tralasciata e dimenticata perchè avrebbe intaccato gli interessi dei grandi latifondisti.
Alla fine della seconda guerra mondiale i fondi di oltre 500 ettari rappresentavano ben l’83 % delle terre ed erano in mano a pochissime famiglie (2%) quasi tutte legate da vincoli parentali. Vigneti, oliveti ed aranceti erano assenti (1%); quasi tutto il territorio era lasciato al seminativo e al pascolo
brado (92%) parte era boscoso ed incolto. Gli abitanti di Cutro possedevano in realtà solo il 2% del loro territorio.
Con l’arrivo delle truppe alleate riprendevano le occupazioni di terre da parte dei contadini.
Il successo dei braccianti di Casabona che nel settembre 1944, sfidando le truppe marocchine, erano riusciti ad avere in concessione le terre occupate e il decreto Gullo (DLL. 19.10.1944 n.279) che prevedeva la concessione di terre incolte e malcoltivate a contadini riuniti in cooperative o in enti, previo l’accoglimento delle domande da parte di una commissione provinciale, ridiedero forza al movimento contadino.
I proprietari agivano sulle commissioni per ritardarne o impedirne il funzionamento e, nel tentativo di arginare le occupazioni, si accordavano tra loro, intimorendo e rifiutando il lavoro ai “contadini ribelli”.
Ogni tentativo di ostacolare la spinta contadina verso la liberazione delle terre risultò inutile. Nell’autunno 1945 il movimento si allargava a tutti i comuni del Crotonese.
A Cutro il referendum dava ai repubblicani una vittoria schiacciante (65,6%) e nelle elezioni dell’Assemblea Costituente il Partito Comunista da solo raccoglieva quasi la metà dei consensi (47,6%), distanziando di molto gli agrari raccolti nel Blocco Nazionale della Libertà (23,6%).
Sulla spinta del successo elettorale nel settembre dello stesso anno (1946), ritardando le concessioni di terre alle cooperative, il partito comunista e la Federterra organizzarono l’occupazione di ben 4500 ettari che la popolazione preparò per la semina. Sempre per sollecitare la consegna delle terre alla cooperativa “La Fratellanza”, che raccoglieva tutti i contadini, a San Leonardo di Cutro alla fine di marzo (1947) la popolazione invadeva alcuni fondi.
La crisi del governo di unità nazionale (maggio 1947) e la vittoria della Democrazia Cristiana sul Fronte Democratico Popolare nelle elezioni del 18 aprile 1948 non posero fine al movimento di liberazione delle terre ma lo inasprirono.
Nei comuni del Crotonese la sinistra manteneva intatta la sua forza. A Cutro il Fronte Democratico Popolare aveva ottenuto ben 2294 voti (61%) contro i 1271 voti (33,8%) andati alla Democrazia Cristiana.
Le occupazioni continuavano, duramente ostacolate dall’apparato repressivo statale. Nell’ottobre 1949 erano arrestati undici contadini; ancora pochi giorni e avveniva l’eccidio di Melissa.
L’anno dopo diveniva operante la legge “Sila” (12 maggio 1950) ed era affidato all’ente Opera Valorizzazione Sila il compito di procedere alla trasformazione della proprietà terriera per attuare la riforma che prevedeva tra l’altro l’esproprio e la ridistribuzione ai contadini assegnatari delle proprietà superiori ai 300 ettari.
Furono espropriati quasi 10.000 ettari. I proprietari dei terreni erano: Barracco (Eredi, Giovanni, Maria, Roberto), Berlingieri (Anselmo, Giulio, Irene), Eredi Ciliberto, Arturi Raffaele, Giannuzzi Savelli Fabrizio, Ricciulli Carolina, Soc. SCIOVIE, Eredi Verga, Zinzi Giovanna e Zurlo Gaetano e Antonio .
Molti fondi furono decespugliati, spietrati e sistemati idraulicamente. Le terre espropriate furono divise in oltre 1500 quote. Sui poderi assegnati furono costruire quasi mille case coloniche. Sorgevano i nuovi rioni UNRRA Casa e INA Casa (In località Ortonovo veniva edificata la “casa dei bambini” la cui gestione veniva affidata nel 1957 dall’Unrra casas e dagli Aiuti Internazionali
all’ANIMI). Agricoltura, lavori pubblici ed edilizia rappresentarono occasioni di lavoro per molti Cutresi. La riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, sorta nel 1950, tra il 1951 ed il 1955 diedero l’avvio a numerose opere di miglioramento fondiario. Furono costruite numerose strade interpoderali e di bonifica (strada Cutro- Rosito- Campolongo, Sant’Anna- Rosito, Cineracchio – Ritani, del Dragone ecc), fu attivato l’acquedotto del Tacina con serbatoio e fontana pubblica, furono sistemati i torrenti Puzzofieto e Dragone, scavati canali, pozzi ecc.
Ma oltre al manifestarsi di riflessi negativi per quanto riguarda l’allevamento del bestiame per il venir meno dei terreni destinati al pascolo o alla coltura delle foraggere, “le terre che avrebbero dovuto mutar volto, per merito delle cooperative, hanno invece segnato un sensibile regresso”. La mancanza di capitali, i bassi prezzi dei prodotti agricoli e gli alti costi dei fertilizzanti, dell’aratura, della trebbiatura, la mancanza dell’irrigazione per cui era possibile coltivare solo grano e fave che per i pochi ettari non potevano sfamare famiglie numerose, ben presto spinsero parte dei contadini ad emigrare verso Crotone, città in forte espansione, dove i latifondisti avevano tramutato parte dei capitali dell’esproprio in speculazione fondiaria e
immobiliare. Molti se ne andarono al nord e in Germania e ritornarono nelle campagne solamente per seminare e raccogliere.
La crisi maturata già alla metà degli anni cinquanta, divenne più acuta nei primi anni sessanta. Vi concorsero diversi fattori nazionali e locali.
La rottura del fronte delle forze di sinistra ed il prevalere della corrente autonomistica nella federazione socialista crotonese (il partito socialista a Cutro vantava una forte organizzazione e percentualmente era il più forte del Marchesato) portava alla nascita di una giunta di centro – sinistra (1964- 1971) a Crotone, caposaldo storico della sinistra. A Cutro il P.C.I, per paura di perdere il controllo amministrativo, formò una giunta anomala alleandosi con alcuni consiglieri dissidenti della D.C. (marzo 1965). La giunta alla fine dello stesso anno entrò in crisi e ne subentrò una di centro – sinistra che ben presto diventò monca per le dimissioni del sindaco, il socialista Ercole Foresta, che passò nelle file dell’opposizione.
Nonostante il forte predominio locale le forze comuniste e di sinistra non riuscivano a dare uno sbocco positivo alla crisi che colpiva la città.
L’agricoltura sempre più marginalizzata nel nuovo assetto capitalistico, non assicurava alle famiglie contadine un reddito sufficiente. Lo stato indirizzava i contributi verso i grandi proprietari per sviluppare delle moderne aziende agricole capitalistiche, ai contadini assicurava la sopravvivenza
attraverso sussidi assistenziali che il potere politico erogava e distribuiva a proprio piacimento e convenienza.
All’inizio dell’autunno 1967, all’instabilità politica e all’immobilismo amministrativo si aggiunse il ritardo del pagamento dell’integrazione sul prezzo del grano duro, che doveva avvenire prima della semina, in modo da permettere ai contadini di non indebitarsi ulteriormente.
Alla fine di ottobre i contadini di Isola avevano invaso il fondo demaniale delle Fratte, in parte usurpato, per renderlo libero, e avevano rivendicato anche parte delle terre possedute dal sindaco democristiano, il conte Gaetani.
Sempre a Isola la sera del 6 novembre la popolazione era scesa in piazza, aveva costretto il sindaco alle dimissioni e aveva inchiodato il portone del comune. Il giorno dopo a Cutro i contadini cercarono di occupare il palazzo comunale. La protesta si estese e divampò. Il palazzo comunale andò in fiamme e vi furono degli scontri con la forza pubblica. Numerosi contadini furono arrestati, processati e condannati con l’accusa di incendio doloso e di manifestazione sediziosa.
Le lotte per l’irrigazione e la meccanizzazione dell’agricoltura continuarono anche negli anni Settanta. Esse cercarono di avviare quel processo di trasformazione moderna dell’agricoltura in modo da poterla legare all’industria di trasformazione. Il risultato sarebbe stato l’introduzione di nuove coltivazioni, capaci di offrire buone occasioni ad una piccola impresa locale di nuova formazione che, gestita in forma cooperativistica ma con spirito manageriale, avrebbe dovuto trasformare e commercializzare i prodotti agricoli inserendoli nei mercati del nord, creando all’origine nuova occupazione.
Arrivò la grande crisi degli anni Ottanta e la disoccupazione, specie giovanile, crebbe oltre ogni misura.
Trovarono sempre più spazio illegalità, delinquenza, abusivismo e decadenza.
L’agricoltura, nonostante i nuovi impianti di irrigazione, dette sempre meno lavoro, l’edilizia visse sulle rimesse degli emigranti, troppo lentamente aumentavano i posti nella pubblica amministrazione e nel terziario. La popolazione, che dai 6731 abitanti del 1936 era arrivata a 15507 nel 1981, cominciò a diminuire. Le nascite non compensavano più il vuoto creato da coloro che se ne andavano. Mentre in città la popolazione diminuiva, aumentava nelle frazioni presso la marina. San Leonardo di Cutro e Steccato in pochi anni diventavano due popolosi agglomerati. Il turismo cominciava ad influenzare l’economia locale e la vita degli abitanti.

Bibliografia

Per una completa bibliografia rimandiamo agli articoli che trattano della
storia di Cutro scritti da Rosario Anastasi, Luigi Camposano e Andrea
Pesavento, pubblicati sul periodico cutrese “Il Paese”.
Riportiamo qui un elenco di testi utili per coloro che vogliono meglio
inquadrare la storia della città nel contesto regionale.
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Brasacchio G., Nuovi orizzonti dell’agricoltura crotonese, Catanzaro 1950.
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Per la stesura del testo sono stati utilizzati numerosi documenti provenienti da
archivi pubblici e privati: Archivio di Stato di Catanzaro, Archivio di Stato di
Napoli, Archivio Vescovile di Crotone, Archivio Segreto Vaticano e Archivio
della famiglia Piterà.

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