Da Tacina a Turris Tacinae a Steccato di Cutro

Tacina, Cutro e Le Castella da A. Rizzi Zannone (1808).

Anticamente una vasta parte dell’odierno territorio di Cutro, compreso tra l’altopiano, il fiume Tacina ed il mare, era conosciuta come il “tenimento di Tacina” ed era parte della diocesi di Isola.
Ancora oggi in località San Luca, sul timpone dominante la foce del Tacina, avanzi di robuste muraglie e considerevoli resti di materiale vario testimoniano l’abitato scomparso di Tacina: una “terra” di antica fondazione, già indicata come “statio” presso il “Thargines” in età romana.

Nuove vie
Nella viabilità costiera del periodo romano come è indicata nell’”Itinerarium Antonini” e nella “Tabula Peutingeriana” (circa sec. V) troviamo nel primo la successione Meto – Tacina – Scylacio e nella seconda Crontona – Lacenium – Annibali – Scilatio. Entrambe le descrizioni sono sovrapponibili e complementari e ci indicano che almeno fino al quinto secolo dopo Cristo esisteva una via che collegava i centri costieri tra Crotone e Squillace.
Il “Libro del re Ruggero” del geografo arabo Edrisi della metà del secolo Dodicesimo (1154) documenta l’abbandono di questo itinerario e lo spostamento dell’asse viario a monte verso i nuovi abitati.
In questa nuova realtà maturata tra la dominazione bizantina e quella normanna si inserisce l’importanza delle nuove vie che collegano Isola, Le Castella e Tacina con Cropani, Belcastro e Mesoraca. Così anche se l’Edrisi ci indica l’esistenza di un percorso che “entro terra” collega i due centri costieri di Crotone e di Tacina; quest’ultima “città piccola popolata, posta su di una punta di terra che sporge nel mare” e situata presso la foce a sinistra del fiume, la via non va oltre, ma si interrompe senza oltrepassare il fiume.
Altri documenti medievali ci indicano questi nuovi collegamentii: “Vadit per viam que solent ire homines Mesorace ad terras Castellorum et ad Turris Tacine” (Pratesi A., Carte latine …, 337-338), “La via Traversa viene da Isola va alle Castella e va verso Cropani “ (AVC, Processo Grosso, f. 98), “Viam publicam quae venit de tacino et vadit ad turrim de Insula, et limitantur cum terris Sanctae Efemiae” (AVC, Processo Grosso, f. 420).

Tacina, Cutro e Le Castella in una carta di Piri Re’is agli inizi del Seicento.

 

Beni della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena di Tacina

Dai privilegi del vescovo di Isola, che si facevano risalire ai regnanti normanni, sappiamo che la sua diocesi era compresa tra la diocesi di Crotone, quella di Santa Severina e quella di Belcastro, con quest’ultima il confine era rappresentato dal fiume Tacina, dove presso la foce era situata la chiesa di Santa Maria Maddalena de Castro Prebetrum, con le sue case, vigne e possedimenti (“ecclesiam Sanctae Mariae Magdalenae de Castro Prebetrum, quod quidem est prope finem fluminis Tachinae de diocesi praeditti Episcopatus, cum omnibus domibus, vineis, terris et aliis pertinentiis suis”. Privilegio dello Sacro Episcopato della citta dell’Isula, in AVC, Processo Grosso, f. 429v; ASV, Reg. Avin. 303, ff. 557v-558).

Troviamo un riferimento alla chiesa di Tacina all’inizio del Trecento; nelle decime per la Santa Sede del 1308-1310 compare “In Episcopatu Insularum provincie Sancte Severine, … Jaconus Johannes de Tacina eo iure gr. X”. La stessa somma Iaconus Ioh.es Calochiri verserà nel 1325 (Siberene, 287, Russo F., Regesto, 5010).
Per quanto riguarda i beni posseduti dalla chiesa parrocchiale di Tacina, sappiamo che al tempo dell’abbandono dell’abitato, avvenuto poco dopo la metà del Cinquecento, il vescovo di Isola Annibale Caracciolo aveva unito al Capitolo della chiesa Isolana le rendite di alcuni benefici, tra i quali quello della chiesa della Maddalena di Tacina (“Questa chiesa non have havuto mai distributioni cotidiane, si bene detto Mons. Ill.mo Vesc. Da alcuni anni in qua ha unite aggregato perpetuamente alla comunità del Capitolo il beneficio di S.to Andrea e quello di S.to Nicola deli Castella e la Magdalena de Tacina”. Visita cit. 1594, 94v). All’atto dell’unione il beneficio della Magdalena consisteva in: “Un territorio de tumulate 20 confine la detta chiesa dela Magdalena nel territorio di Tacina, confine lo casale, lo magazeno et la via publica. Uno vignale di tt.a tre confine S.to Luca. Uno altro vignale di tt.a 4 confine il vignale dell’Annuntiata et le terre di Rinaldo de Diano. Un altro vignale nell’Arceri loco ditto la valle delo Piro di tt.1 e mezo”. Dai quali si ricava tt.27 di grano (Visita cit., f. 85, 1594).

Beni del vescovo di Isola
Un parziale elenco delle vaste proprietà vescovili in territorio di Tacina sono elencate in un contratto della fine del Cinquecento.
Il 6 settembre 1590 il vescovo di Isola Annibale Caracciolo concedeva in enfiteusi perpetua all’abazia di S. Leonardo dei Gesuiti di Catanzaro le seguenti gabelle situate nel territorio di Turris Tacinae: Gabella Colascinto “campesem et seminatoriam iuxta bona dicta la Caputa, Le Lenze quae fuerunt de Crescente et vallonem de Dragone”, La gabella L’Acqua de lo Judio “campensem et seminatoriam juxta bona S. Leonardi et le la Caputa”, La gabella Reitano “campensem et seminatoriam juxta bona S.ti Leonardi, terras de Cicco Sanasi et terras dell’Acqua della Petra et Scazzurro”, La gabella Santo Andrea “campensem et seminatoriam juxta bona Cisaudi Cersa muzza, Santi Leonardi et vallonem de Dragone”.

Beni del Priorato di Tacina
La gabella di Tacina detta anche Priorato di Tacina faceva parte della Seconda Commenda di Belcastro.
Essa era costituita da un “terreno seminatorio vicino al fiume Tacina, accanto la gabella della Valle appartenente alla Baronia detta di Tacina, e beni del vescovo di Isola, in qual corpo si pretende dal barone di Tacina averci il jus pascolandi, e quella camera baronale ne paga annui docati trenta”.
Tacina , o sia Priorato: “Questa gabella, che volgarmente si chiama Prelati, e di cui neppur si fa menzione nell’antico Cabreo, è sita nel territorio di Cutro, e da quella Uni(versi)ta se ne corrisponde la Bonat(enenz)a.
Confina da tramontana colla gabella Vocisano, da levante colle valli di Tacina della camera baronale, come anche da mezzogiorno e con i beni del vescovo di Isola, e da ponente con i beni med.i. La sua estensione è di tumolate cinquanta in piano e semipiano atte a grano bianco, e soggette al corso, onde suole darsi in affitto alli stessi fittuari della terra della Camera, ed attualmente se ne ha la rendita di annui docati trenta”.
Così è descritta la gabella nel Catasto di Cutro: “La Commenda di Malta possiede . La Cabella d.a il Prelato sita entro il corso delle Valli dentro la Baronia di Tacina confinante a questa di Cutro di capacità di tt.e 60” (ASN, Catasto Cutro 1741, f. 175v).

Beni della chiesa di Santa Maria de Castellis
La chiesa era situata nell’abitato di Le Castella nel luogo detto “Lo Castello vecchio”, essa possedeva numerosi terreni in tenimento di Tacina, come risulta dalla “Reintegra” di Andrea Carrafa del 1518. I possedimenti erano situati in località “Buccisano seu la Valle”, a “L’Acqua delo Judeo”, a “Terrastro”, a “Valle de Paladino”, a “Pucio Fetido”, a “Lo Piano de S.to Luca” ed a “Elissa”.
“Terrae quas tenet d.ta ecc.ia in tenimento Tachinae sunt.
In p.s Petiumculum t.rar. salmatar. Unius vel circa situm et positum in tenimento Turris Tacinae in loco dicto Buccisano seu La Valle jux.a terras Prioratus jux.a t.ras dotales Nobilis Petri Argisii de S.ta Sev.na et vallonum dictum de Dragone et alios fines.
Item continentia alia t.rar. salmatarum quinque vel circa sitam et positam in ditto tenimento tacinae in loco ditto lacqua delo judeo jux.a t.ras Alberici Inprove viam publicam t.ras Sancti Lionardi viam veteram usq. Ad t.ram planitiei et iux.a t.ras Stephani Sarago.
Petium aliud t.rar. salmatarum decem vel circa situm et positum in tenimento p.to Tacinae in loco ditto terrastro jux.a vallonum Dragonis iux.a littus maris jux.a vallonum dictum terrastrum jux.a termines et viam qua itur mensuracam et jux.a passum ubi dicitur lo Pirillo et jux.a airas veteras. Intus quas t.ras est queddam via nova qua itur ad casale ditto Turris Tacinae.
Item Petium unum terrar. Salmatar. Duarum vel circa situm et positum in tenimento p.to Tacine in loco ubi dicitur La Valle de Paladino jux.a terras heredum Lamberti de Marsico terras Curiae dittae turris Tacinae et alios fines.
Item aliud petium terrae salmatar. Duar. In seminae situm et positum in tenimento Tacinae in loco ditto Pucio Fetido juux.a t.ras Cur. Dittae Tacinae via pub.ca mediante et jux.a terras heredis q.o mag.ri marchetti blondi de mensuraca mediante vallono ditto de terrastro.
Item territorio p.to Tacina in loco ditto lo piano de S.to Luca est quodam petium terrae capacitatis salmatae unius vel circa jux.a terras Curie Tacinae jux.a t.ras Sancti Nicolai et t.ras Russi Cusentini t.ras D.ni Bartholomei de Archieriis et alios fines.
Item aliud petium terrar. In tenimento predicto Tacine in loco dicto Elissa tumulator. Duodecim vel circa jux.a t.ras q,o Andreae Maniardi et t.ras q.o D.ni Bertutii de Arceriis et t.ras Cur. P.tae Tacinae”.

Altre presenze
Attorno vi erano i ricercati terreni dove d’inverno pascolavano le copiose greggi delle potenti abbazie greche e latine che con i loro toponimi agiografici segnano ancora questa contrada. Esse vantano diritti e privilegi concessi durante il periodo normanno –svevo, che conserveranno ancora nel Settecento.
Ricordiamo tra le greche quelle di S. Nicola di Bucisano (gabella Vocisano), di S. Nicola di Jaciano (Il Franzojero e Pianodel re) e di S. Leonardo (il Vallone delle Lenze, Rumbolò, Piscione, Criscente, Ganguzza, e Marrella) e tra le benedettine e cistercensi quelle di Sant‘Eufemia, di S. Maria di Corazzo, di S. Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo (tenimento di Sancta Rosalia).

Beni Feudali
Il feudo di Tacina dai Ruffo era passato al marchese di Crotone Antonio Centelles, confiscato dapprima dal re Alfonso era poi stato riconsegnato al Centelles. In seguito nuovamente sequestrato dal re Ferdinando fu poi riconsegnato al marchese. Risale a quest’ultima riconsegna una lista dei beni feudali di Tacina.

Lista eseguita il 20 ottobre 1465 da Marino Marincola, magistro razionale del principe di S. Severina, marchese di Crotone e conte di Catanzaro (Antonio Centelles) (AVC, Processo Grosso, ff. 64v -65).
“In terra Tacina sunt infr.a Jura modo infrascripto-
In primis est in terra ipsa baiulatio que ordinatur per quatuor baiulos qui exigunt jus dohane jus passagii jus Palagii jus jornalis jus carnagior. Jus juvaticor. Et modica censualia qua omnia suprad.ta jura ascendunt in summa untiarum quatuor quando plus et quando minus que jura nunc tenet mag.cus Antonius de Caivano miles sunt unc. IIII.
Item in eadem terra est quoddam tenimentum nominatum de frailuso quod vendit solet anno quolibet de fertili ad infertilem in untiis decem sunt unc. X.
Item in eadem terra est tenimentum unum nominatum le valle quod vendit solet anno quolibet de fertili ad infertilem in untiis sex sunt unc. VI.
Item in eadem terra sunt duo tenimentella unam nominatam Lo Steccato et alium Lo Pantano qua comuniter venduntur anno quolibet in untiis duabus sunt unc. II.
Item in eadem terra est medietas tenimenti de rosito quod vendi solet totum tenimentum in untiis sex et tarenis viginti de quibus competunt eidem mag.co domino Antonello unc. Tres et tar. Decem sunt unc. III tar. X.
Item in eadem terra sunt certa terragia que declarari non possunt propter depopulationem ipsius terrae et guerras”.

Pascolo e semina
Il territorio, situato presso la marina e sulla sponda sinistra del fiume Tacina, era ricco di torrenti e pantani tra i quali l’ “Umbro de Dragoni”, l’ “Umbro de Terrastro”, la “vurga de Groya”, “Puzzofetido”, lo “Pantano” e “ li Pantanelli”. Questa sua posizione lo rendevano particolarmente adatto sia al pascolo che alla semina. Il “Cunto dele intrate dela citta delisola le castelle et di tacina loro pertinentie et districto administrate per me jacobo de florentia (dip. Som. Fs.552, I Serie, Flo 1, ASN) ci informa sulle entrate e le uscite della Baronia di Tacina durante la IV e V Indizione (1/9/1485 – 31/8/1487), e precisamente dal 29 dicembre 1486 al 31 agosto 1487. I feudi erano appartenuti allo spagnolo Giovanni Pou, ma poiché il feudatario era stato implicato nella “Congiura dei baroni” contro re Ferdinando, essi erano stati confiscati . Il Pou infatti nell’agosto 1486 era stato catturato e rinchiuso in Castelnuovo, dove rimase per molti anni. I feudi, che erano appartenuti al Pou, erano allora amministrati dal De Florentia, il quale era stato nominato dal principe di Taranto esattore delle entrate del Pou di Isola e Tacina con lettera del 2 ottobre 1486 del notaio Micho Cimpano, “regio commissario et factore de messer pou”. Nel 1487 re Ferdinando emanava delle istruzioni per coloro che dovevano amministrare i beni sequestrati ai ribelli e passati in potere della regia corte. Al regio percettore e commissario nelle province di Calabria Domenico Lettere fu affidato il compito di amministrare i feudi di Isola e di Le Castella, confiscati al Pou, mentre la terra di Torre di Tacina fu venduta a Paolo Siscar.
Tra le entrate segnalate dal De Florentia troviamo la bagliva de Tacina, che dava un introito annuo di un ducato ed era riscossa dal baglivo Loyse Salvo de Stilo.
La fida del bestiame del tenimento di Rosito, che riscuoteva dai proprietari delle vacche, dei buoi e dei giumenti per ogni animale grana 15 o 10, dai cittadini di Le Castella solo grana 5.
Tra i possessori di vacche sono ricordati Carlo e Johanni Piricto, Richardo Xuxa, Bellino e Adusso Cocza, donno Petro de Ruglano ed i Castellesi Carlo Michese, Petro Paulo de Nastase, Johanni de Yofali, Nuntiato Gangucza, Fran.co Spagnolo e Jacono Joanne.
Nel periodo estivo (fida de stati) il prezzo della fida calava a 3 o 4 grana per animale per la minore quantità di erba e a grana uno per porco.
Maggiori entrate apportavano i contratti di erbaggio e di terraggio. Essi erano di solito della durata di una o più indizioni e con pagamento solitamente ogni anno alla fine dell’indizione (31 agosto).
Allora erano state affittate a pascolo (erbaggio) a società di mandriani del luogo (Cola dele Castella, Juliano, Thomaso , Antonio, Petro e Joanni Greco, Fran.co Lo Spagnolo, Chorneo de Costa, Petro de Renczo e Macteo de Marco), di Petra Fitta (Primasso Greco) , di Donnici (Johanni de Piro), di Aprigliano(Johanni Andrea de Simoni) e di Taverna (Marczucco Stefano e Jacono Piperi), con pagamento in denaro e con aggiunta di “jornale”, “montone”, “taurello”, “pecze de caso” e ricotte per ragione di finaita e jornali, il tenimento deli Valli, il tenimento de Ferulusello, il Tertio de Feruluso grande, lo Rumburo, il tenimento di Rosito, li Pantanelli, la volta de Palmeri, il tenimento di Santa Chyara, lo Spitale, lo Steccato, lo masoniczo e lo Pantano (alcune di queste gabelle appartenevano al monastero di Santa Chiara di Catanzaro).
Risultavano a semina affittate a coloni del luogo (Nardo de Fiore, Garecto de Simmeri, Johanni Gangucza, Salvo Godano, Petro Yoculano, Galasso de Longara e Ant.o de Maczeo) con pagamento in grano e orzo le “terri di madamma panti” nel tenimento di Santo Leonardo, la “cabella dela petra irta”, la “cabella de vurga de groya” nel tenimento di Ferulusello e le gabelle di Feruluso grande (“cabella della serra chiana”, “deli casalini”, “valli dela mortilla”).
Il grano riscosso era portato con carri nei magazzini di Isola, di Le Castella e di Crotone dove era venduto e da dove prendeva la via del mare per Napoli.
Altre entrate riguardavano il diritto di passaggio del fiume Tacina (scafa e la chiusa de Tacina, affittate a Salvo de Stilo per ducati cinque), lo piscare dela fiumara de Tacina (affittato a Donno Troylo de Cropani per ducati quattro), la spica de Feruluso grande affittata a Fran.co Foresta per ducati quattro, “bagliva de li palagii” del tenimento di Ferulusello (Nardo de Fiore), la finaita di Tacina, che consisteva nella finaita deli Valli e di Campolongo (ducati tre da Grabio deli Pira) e de Santo Leonardo (ducati 2 e tari 2 da Crisaudo de Jorno e Johanni de Piro).
Parte del denaro riscosso era utilizzato per il pagamento degli stipendi al castellano ed ai soldati di guardia del castello di Le Castella, al suo vettovagliamento ed ai ripari. Altre spese riguardavano l‘amministrazione, il pagamento di homini e famigli, il fitto di magazzini per conservare il grano, il suo trasporto, ecc.

tacina timpone s. luca

Timpone S. Luca in territorio di Cutro, dove sorgeva l’abitato di Tacina.

 

Vicende storiche
Con gli Svevi cominciò a rafforzarsi la presenza dei conti di Catanzaro, dominio che si incrementò con gli Angioini per l’ascesa della casata dei Ruffo.
“Tacyna” ed il suo legame con la contea di Catanzaro sono evidenziati da alcuni documenti dell’epoca.
Nelle tavole nuziali del 1214 tra Nicola Balduino e Clemenza de Carmada, Roberto, padre di Clemenza, dà al genero il feudo che possiede in Catanzaro e nei territori di Roccae Phallucae, Terioli, Badulati et Tacyna, una cum cunctis hominibus dicti feudi, liberis et villanis, praediis cultis et incultis, arboribus fructiferis et infructuosis et pascuo mandriae de Lumbulo” (Trinchera, 366). Nel 1222 Anselmo de Iustigen, marescalco imperiale e conte di Catanzaro, concede al monastero di S. Angelo de Frigillo il territorio di Roseto, esente da ogni imposta come lo ebbe ai tempi di Guglielmo II Goffredo di Carbonara, signore di Rocca Bernarda, nipote di Goffredo Loritello, conte di Catanzaro. (Pratesi, 309).
La terra di Tachina all’inizio del periodo angioino appartiene al Giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana e conta nel 1276 quasi cinquecento abitanti; quattro anni dopo essa è aggregata al Giustizierato di Calabria ed è tassata per onze 9, tari 8 e grana 2.
La terra di Tacina fu soggetta dapprima a Pietro Ruffo e poi al figlio Giovanni.
Il conte di Catanzaro Giovanni Ruffo ottenne il permesso di poter alienare alcuni possedimenti, che non facevano parte integrante della contea, comprendente Mesoraca, Policastro, Rocca Bernarda, Li Castelli e Tacina.
I Ruffo donarono le terre di “Marina grande” e “Marinella” alle clarisse di Catanzaro, che le amministrarono fino ad epoca recente.
Seguì le vicende dei Ruffo. Fu terra tra le molte del marchese di Crotone e conte di Catanzaro, Nicolò Ruffo, poi delle figlie Giovannella ed Errichetta.
Quest’ultima la portò in dote ad Antonio Centelles.
Con la sconfitta del marchese di Crotone, ribelle al re Alfonso, fu confiscata e posta in regio demanio. (“La torri de Tacina co li tenimenti teni gratulecto, vale l’anno D. CCCLX”. Pontieri, 281).
In un privilegio di re Alfonso d’Aragona del 15 luglio 1445, concesso all’università di Catanzaro, si legge “ che non paghino i Catanzaresi al marchese d’Arena ius di passaggio, né al governatore di Cropani, delle Castella e della Motta di Tacina (D’Amato).
A metà Quattrocento col nome di Torre di Tacina (evidentemente per la costruzione di una torre nell’abitato) risulta abitata da alcuni Ebrei (Reg. Arag. II, 53) e conserva una fiorente economia agro-pastorale.
Nel 1452 re Alfonso ordinava al Siscar di restituire al monastero di S. Angelo de Frigillo alcune terre usurpate in Santa Severina ed a Torre di Tacina (Sposato P., Attività cit., in Calabria Nobilissima, 23, 1954).
Accanto alle terre delle abbazie, ormai in mano ai commendatari, ci sono quelle feudali, confiscate ed amministrate dalla regia corte, quelle delle chiese di Santa Maria Maddalena e di Santa Maria de Castellis, alcune terre del feudo di Ypato, ancora posseduto da Margherita di Poitiers, madre di Errichetta, ed altre di pochi piccoli proprietari. Ritornata per breve tempo in potere del Centelles, con la definitiva caduta del marchese di Crotone fu di nuovo confiscata da re Ferdinando che la rimise in demanio e la fece amministrare da capitani regi, finché nel 1483 la vendette allo spagnolo Giovanni Pou, al quale pochi anni dopo la confiscò per fellonia avendo costui partecipato alla “Congiura dei baroni”.
Nel novembre 1487 il re per pagare la gente in arme e provvedere alla sicurezza e difesa del regno rivendette “turrim Tacinae et casale cum castro seu fortellitio” ed altre terre vicine a Paolo Siscar, conte di Ayello.
All’inizio del Cinquecento nel “tenimento di Tacina”, dove c’è il casale Turris Tacine e domina la grande proprietà feudale ed ecclesiastica, troviamo alcuni piccoli appezzamenti di proprietari locali: il nobile Petro Argisio di S. Severina, Alberico Improve, Stefano Saragò, Lamberto de Marsico, il massaro Marchetto Blondo di Mesoraca, Russo Cosentino, bartolomeo de Archieris, Andrea Maniardi, Arturo de Arterio, … Il tenimento è attraversato dalla “via publica per terras S.ti Leonardi”, dalla” via vetera”, e dalla” via nova quae itur ad casalem turris tacinae”.

La popolazione
Nella tassazione del febbraio 1277 troviamo: Tachina unc. 9 tar. 3 gr. 12, Castellum ad Mare unc. 18 tar. 13 gr. 16, Cutrum unc. 27 , Genitocastrum unc. 120 tar. 4 gr. 4 (Reg. Ang. XLVI, 203 -205). A causa degli eventi bellici e della peste alla fine del Quattrocento la terra risulta quasi spopolata. Nella tassazione focatica del 1490: Turris Tacine è tassata per ducati 17, Castelle per ducati 190, Cutrum per duc. 130 e Belcastrum per duc. 400. (Fonti Arag. XIII, 232).
Se alla fine del Duecento la sua popolazione era circa la metà di quella di Le Castella ed un terzo di quella di Cutro, alla fine del Quattrocento la sua popolazione si era ridotta a circa un decimo di quelle di Le Castella e di Cutro. Situazione che peggiorò col passare degli anni. Nel foculario del 1521: Torre di Tacina è tassata per 5 fuochi, Castelle per 202, Cutro per 231 e Belcastro per 293 (Pedio T., Un foculario in Studi St. Mer. 3/1991).
Ancora pochi anni ed alla metà del Cinquecento Torre di Tacina è data per “dishabitata”. (Tesorieri e Percettori, Vol. 4087, a. 1564/1565, f. 236, ASN).
Contribuirono all’abbandono dell’abitato la rapacità e la violenza del barone ed i saccheggi dei Turchi.
Proprio mentre l’antica terra si spegneva i cavalieri di San Giovanni, avendo perso Rodi, progettavano di costruire nelle sue vicinanze una grande città ed i Gesuiti, impossessatosi delle terre dell’antica abbazia di San Leonardo, vi edificarono su una vicina collina un villaggio o atrio con chiesa e torre per coltivare le loro terre.

La scomparsa del casale
Il 5 dicembre 1594 il decano di Catanzaro Nicolaus Tirolus, vicario del vescovo di Isola Annibale Caracciolo, lasciò la distrutta terra di Castrorum Maris e proseguì la visita ai luoghi della diocesi, spingendosi fino al territorio di Tacina. Egli incontrò numerose chiese rurali abbandonate a causa delle incursioni dei Turchi e sostò per un po’ di tempo dove sorgeva l’antico abitato di Tacina, per affermare la giurisdizione del vescovo di Isola sul luogo: “Deinde proseguendo dittam visitationem, discendendo à pp.a t.ra invenit in itinere plures ecclesias rurales in distrittu ipsius, quae pp.r continuam turcor. invasionem reparari non possunt, et pp.ea fuerunt relictae in eodem statu quo reperte fuerunt. Successive accessit ad ocularem inspectionem territorii Targinae et pro manutenda Iurisditionem moram aliquantulum ibidem cum sup.tis faticando, ex quo territorium ipsum non habet ecc.am quae visitari possit, cum sit iam penitus destructu, discendit inde et reddit ad Civitatem”. (f. 37v).
Il nome di Tacina ritorna all’inizio del Seicento quando l’ingegnere Vincenzo de Rosa, per difendere il litorale del Marchesato dalle incursioni turche, progetta la costruzione di alcune torri regie di guardia, tra le quali appunto una a Tacina ed una sul vicino promontorio di Posteriore, oggi detto Torrazzo. Le torri furono iniziate ma non completate.
I ruderi del casale, detto anche di Santa Maddalena di Tacina, con la sua chiesa, esistevano ancora alla metà del Seicento. Al tempo del vescovo di Isola Io. Battista Morra (1647–1649), “Prope flumen Tacinae adest quodam aliud casalem dictum Sanctae Mariae Magdalenae sed nunc dirutum… in istis locis non adsunt aliqua aedificia, nisi quaedam Turris Baronis in qua nequidem ab aliquo habitatur” (Rel. Lim. Insulan., 1648).
Il vescovo di Isola Io. Francesco Ferrari (1650–1657) pochi anni dopo riferisce che a Tacina erano rimasti solamente due o tre soldati in una torre, per segnalare col fuoco l’avvicinarsi delle fuste turchesche: “aderant tria rura, seu casalia, appellata de Massanova, S. Petri de Tripano et S. Mariae Magdalenae de Tacina, cura propriorum parochum, quae ad presens non existunt” (Rel. Lim. Insulan. 1651).
Come “baronia di Tacina” il feudo spopolato nel 1583 era passato dai Siscar al duca di Nocera. Nel 1595 fu rivenduta ai Doria che ebbero il titolo di baroni di Tacina e Massanova (un altro casale scomparso ai confini di Cutro con Crotone ed Isola). La baronia di Tacina nel 1745 era detenuta dal barone Gio. Francesco Doria e comprendeva le gabelle di Carnovale, Puzzofetido, Arcieri, Pantanella, Palmieri, Lo Steccato, S. Luca, S. Nicola, La Mortilla, Le Comuni, Catinazzello, Scino dell’Azzone, Patirta, Piano del re, Le valli, Roseti ed il corso di Feroluso per un totale di circa 9500 tomolate (Catasto di Cutro).

da sopra Tacina

La marina di Steccato vista dal timpone S. Luca.

 

L’abitato di Steccato
Bisognerà attendere la metà del Settecento per trovare il villaggio “de lo Steccato” o “Torre dello Steccato” con la sua chiesa e la torre dove abitava il governatore della baronia. L’undici aprile 1762, domenica di Pasqua, il vescovo di Isola Giuseppe Lancellotti si recò in visita a Le Castella ed a San Leonardo, dove visitò la chiesa in costruzione, ma poi per urgenti necessità ritornò in sede, incaricando l’arciprete di Le Castella, il reverendo D. Arcangelo Affittante, a proseguire la visita a “Turris Steccati”. L’arciprete visitò la chiesa, l’altare ed ogni altra cosa ad essa necessaria. Nel 1808 Steccato ha 37 abitanti e nel 1818 ne conta 34. Nel riordino amministrativo operato dai Francesi nel 1807 Torre dello Steccato è un luogo nel governo di Scandale e diviene nel 1811comune del circondario di Cotrone. Con il ritorno dei Borboni nel 1816 è retrocesso a frazione di Cutro. Nel censimento del 1951 Steccato ha 203 abitanti dei quali 118 a Steccato e 85 nelle case sparse. Dieci anni dopo Steccato ha 682 abitanti dei quali 20 a Steccato, 58 a Marinella, 108 a Votapozzo e 496 nelle case sparse.

marina di Steccato

La costa della marina di Steccato (Cutro).

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