Da un insieme di edifici contigui alla forma attuale. Il palazzo del vescovo di Crotone

Facciata palazzo vescovile di Crotone

Crotone, palazzo vescovile.

Il vescovo di Crotone era suffraganeo dell’arcivescovo di Reggio e divenne di presentazione regia dopo il concordato del 1529 tra Clemente VII e Carlo V.
Nel Medioevo godeva di molti beni e privilegi, per la maggior parte concessi o riconfermati al tempo dei re normanni.
Tra i più importanti ricordiamo quello di poter riscuotere le decime sugli animali che pascolavano sui territori della diocesi, compresi quelli della masseria regia del casale di Cromicto (1).
Ancora nel Quattrocento poteva giudicare le cause civili tra cristiani ed ebrei e tra ebrei ed ebrei e godeva dei diritti di dogana e ancoraggio.
Assistito dai suoi chierici il primo di settembre di ogni anno amministrava giustizia agli abitanti della città, siano essi ecclesiastici che laici (2).
Quest’ultima prerogativa era ancora esercitata alla fine del Seicento dal vicario del vescovo (ed in caso di sede vacante dal vicario capitolare) che nel giorno predetto prendeva in consegna dal regio governatore della città a verga del comando (3).
Ancora in età moderna esigeva la quarta parte dei legati fatti dai testatori alle chiese e monasteri della città e si faceva pagare la trentesima parte dei beni venduti sui quali la mensa vescovile poteva vantare qualche diritto (4).
Da ogni morto di età maggiore ai sette anni incassava venti carlini ed altrettanti per il “celaretto” e dai minori esigeva un carlino.
Aveva il diritto di prendersi tutte o parte delle candele portate nelle esequie a seconda che esse avvenissero in cattedrale o in altri luoghi della diocesi e faceva esercitare la mastrodattia da un suo cancelliere.
Approvava il predicatore nell’Avvento e nella Quaresima, che era presentato e pagato dall’università, e nominava quello di Papanice (5).
Dal sindaco di questa terra a Natale riceveva “in segno di ubbidienza” un porco (6).
Il vescovo poteva contare per il suo sostentamento sulla mensa vescovile che era affidata ad un economo.
Essa era costituita da territori, orti, botteghe e case che erano date in fitto per bando pubblico e da numerosi censi che gravavano magazzini, fondi, case botteghe, vigne, ecc.
Era compito del vescovo provvedere alle spese di restauro o di costruzione sia della cattedrale che del palazzo (7).
Il nuovo vescovo a cavallo, accompagnato dai magistrati della città, dai nobili e dalle truppe di guarnigione, che erano andati a riceverlo ai confini territoriali, tra lo sparo di mortaretti ed il suono di campane entrava in città dalla porta maggiore e si recava in cattedrale dove vestitosi di camice, stola e pluviale ed accompagnato da diacono, suddiacono, dignità, canonici, parroci, sacerdoti e clero presentava pubblicamente al notaio il Breve Apostolico ed il Regio Exequatur affinché fossero letti pubblicamente.
Poi, accompagnato dal diacono e suddiacono, prendeva posto nella sedia vescovile mentre veniva intonato l’inno Te Deum Laudamus, con accompagnamento dell’organo e di altri strumenti musicali.
La funzione era allietata dal suono delle campane in gloria di tutte le chiese della città.
Terminato l’inno, il presule era accompagnato davanti all’altare maggiore dove genuflesso cantava l’orazione Pro Gratiorum Actione.
Dopo esser salito all’altare ed averlo baciato nel mezzo, in cornu Evangeli ed in cornu Epistole egli ritornava al sedile vescovile dove riceveva dal maestro di cerimonie le chiavi della chiesa e del palazzo che erano poste in una sottocoppa di argento.
Quindi con tutto il capitolo ed il clero passeggiava per la chiesa chiudendo ed aprendo le porte e poi saliva nel palazzo vescovile similmente passeggiando e aprendo porte e finestre.
Finita la cerimonia, tutti se ne andavano facendo atti di congratulazione e di ringraziamento mentre le campane delle chiese, dei conventi e dei monasteri continuavano a suonare e la truppa sparava mortaretti (8).

Portale di ingresso palazzo vescovile crotone

Palazzo vescovile di Crotone, portone d’ingresso.

Al tempo della ribellione del marchese di Crotone Antonio Centelles nell’autunno del 1444 la città fu assediata e conquistata dalle truppe di re Alfonso d’Aragona.
A causa di quell’evento bellico la cattedrale ed il “palatium episcopale” furono arsi e andò distrutto anche l’archivio dove si conservavano gli antichi privilegi e le scritture della chiesa (9).
Lo stato di abbandono durò per tutta la seconda metà del Quattrocento come documenta una supplica inoltrata nel dicembre 1491 dall’università di Crotone al re Ferdinando che tra l’altro denucia l’assenteismo del vescovo Giovanni Ebu (1481-1496), il quale, trascurando completamente lo stato spirituale e materiale della sua chiesa, si faceva portare a Roma tutte le entrate della mensa.
L’università chiedeva un deciso intervento del sovrano anche perchè “li lignami dele coperte de dicta ecclesia, et case de quilla so roynati” (10).
La sede vescovile fu riparata e la parte vicina alla cattedrale ricostruita dalle fondamenta nei primi anni del Cinquecento dal vescovo Antonio Lucifero che a ricordo vi pose lo stemma gentilizio (11).

Arme del vescovo Antonio Lucifero

Arme del vescovo Antonio Lucifero murata all’esterno del palazzo vescovile di Crotone.

Alla fine dell’agosto 1542, durante la costruzione delle nuove fortificazioni della città, le case del vescovo Jo. Matteo Lucifero furono riparate a spese della regia corte in quanto dovevano ospitare il vicerè di Calabria Garsia Marriquez Dilara con tutta la sua casata, che doveva venire in città per visitare l’opera. Tra i lavori che in quella occasione furono affrontati vi fu di “far la cochina, scali de ligno, acconzare li cammari et altri servitii”. Fu inoltre fabbricata “la dispensa cioè la casa dentro lo curtiglo de antonino prothospataro” (12).
A metà Cinquecento l’episcopio era posto tra la cattedrale, la piazza, le mura della città ed il monastero di San Francesco d’Assisi dei conventuali; quest’ultimo era stato da poco edificato su alcune case donate da Gio. Battista Campitelli, barone di Melissa (13).
Esso era costituito da un insieme di case contigue ed apriva al piano terreno undici botteghe affittate a sartori, ferrari e speziali.
Il “palazzo” comprendeva inoltre due magazzini usati per mettervi il grano, due catoyi terrani, uno situato sotto la cucina ed uno che serviva per “cellaro grande” con dentro un “centimulo” cioè un mulino a trazione animale per utilità del vescovo.
Completavano la struttura due casette terrane usate dal vescovo come carcere civile e criminale e due cortili con pozzo (14).
Contando sul fatto che vi si godeva il diritto d’asilo, era spesso usato come luogo di rifugio dai nobili, specie quando erano perseguitati dal fisco (15).
Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento alcune sue parti furono cedute.
Al tempo del vescovo Marcello Maiorano (1578-1581) furono date a censo enfiteutico all’università di Crotone due botteghe terrane.
Esse erano poste tra il cortile del palazzo vescovile, il sedile di San Dionisio, la casa o palazzo della stessa università, la piazza ed il “rivellino pubblico” e la concessione fu fatta con patto che potessero essere alzate fino all’altezza delle case della Corte ma di non poterci mai aprire finestre o “lustrera” verso il cortile del vescovo (16).
Durante il vescovato di Thomas de Montibus, nel febbraio 1608, venne ceduto ai conventuali un magazzino situato tra il loro monastero ed il palazzo “magazeno del quale non se ne ha la mensa vescovile utilità alcuna per essere quasi tutto rovinato”.
I conventuali lo ottennero “per poterlo fabbricare et accomodare per bisogno del convento” (17).
L’episcopio nei primi decenni del Seicento si presentava particolarmente malridotto (18).
Infatti se la cattedrale, a dire del vescovo Niceforo Melisseno Comneno (1628-1632), aveva bisogno di non pochi lavori di restauro a causa della vetustà della sua costruzione, più malconcio ancora appariva il palazzo vescovile che sorgeva lì vicino con i suoi edifici attaccati uno all’altro (19).

Piazza duomo dall'Arco del Vescovo

Crotone, la piazza Duomo vista da sotto l’Arco del Vescovo.

Situazione che peggiorò durante i sei anni di sede vacante per la morte del vescovo quando servì come ricovero per i forestieri, “scena di comedianti et loco di baratteria”.
Allora fu mezzo stavolato e bruciato e le porte e le finestre furono asportate.
Il vescovo Giovanni Pastor (1638-1662),appena giunto in città, condannò l’economo al pagamento dei danni ed a risarcire il denaro di sei anni di mancato affitto (20).
L’edificio, scosso dal terremoto del 1638, si trovava in condizione precaria sia perchè vecchio sia per la prolungata incuria ed il vescovo con il proprio denaro e con quello delle “poenas maleficiorum”, concesso da Urbano VIII, lo incominciò a risanare (21) ma il degrado non si fermò anche per la partenza del vescovo da Crotone a causa di un aspro litigio con l’università (22).
Quasi in procinto di cadere, fu ripreso e ricostruito in parte dal vescovo Geronimo Carafa (1664-1683), il quale lo trovò “tutto sfatto”, tanto che alcune stanze erano inabitabili e perciò per poterci dimorare dovette subito spendere cinquecento ducati (23).

Arme del vescovo Geronimo Caraffa

Arme del vescovo Geronimo Carafa murata all’interno del palazzo vescovile di Crotone.

Di antica fondazione mostrava tutti i segni del tempo e non era possibile viverci per il freddo e la pioggia che da ogni parte vi penetravano (24).
Per renderlo una comoda magione nei primi anni di presulato il Carafa vi spese in poco tempo oltre mille e cinquecento ducati (25) ma tutte le opere fatte non furono sufficienti così fu costretto ad intervenire di nuovo: dapprima nel 1678 per rifare dalle fondamenta una stanza che era andata completamente distrutta (26) ed in seguito per riedificare un’ala costruendo quattro stanze, due per utilità del vescovo e due per la sua famiglia (27).
Durante il presulato del Caraffa il palazzo fu utilizzato anche per altri scopi.
Nell’estate del 1667 era iniziata la nuova guerra franco-spagnola con grave pericolo per la navigazione ed i commerci nel Mediterraneo e una lunga carestia era iniziata nella primavera del 1668.
In quell’anno su richiesta del sindaco dei nobili della città, il capitano Domenico Barricellis, e del sindaco del popolo, Lelio De Vite, la Regia Udienza per sfamare la popolazione emanava un bando che vietava l’esportazione dei cereali dalla città e obbligava i mercanti a consegnare parte del grano che avevano nei magazzini a prezzi prefissati da pagarsi dal catapano con i soldi provenienti dalla vendita del pane in pubblica piazza.
Poichè i mercanti continuano a praticare il contrabbando e rifiutano di consegnare il grano perchè vogliono essere pagati subito ed in contanti al prezzo corrente in veloce ascesa, arriva in città per servizio del regio fisco nel mese di aprile il preside di Calabria Ultra, D. Martin d’ez Pimienta, conte de Legarde, accompagnato dalla sua famiglia e con la scorta di un capitano ed alcuni soldati di campagna.
Catturati alcuni nobili e mercanti tra i quali Gio. Pietro Presterà, Giuseppe Gerace, Giuseppe Gallucci, Antonio Suriano, figlio di Jo. Petro e di Vittoria Lucifero, e Giacinto Suriano, figlio di Annibale e di Luccia De Nobili, che, non ottemperando al bando pubblicato dalla Regia Udienza, non volevano essere pagati al prezzo prefissato e rifiutavano il denaro, riscosso dal catapano dalla vendita del pane, egli li trascina nel palazzo vescovile, vuoto per l’assenza del vescovo Carrafa, e, rinchiusili per una decina di giorni, con la violenza costringe i loro familiari a sborsare grandi somme di denaro per farli rilasciare. Quindi li denuncia alla Regia Udienza di Catanzaro perché siano processati.
Ma nonostante la dura repressione fatta dal preside, appena allontanato il pericolo, i mercanti riprendono il contrabbando e con vari pretesti rifiutano di tenere a disposizione dei catapani e dei sindaci della città parte del grano immagazzinato e di fornirlo per il pubblico pane al prezzo prefissato di carlini 13 il tomolo (28).
Morto il Carafa, dopo quasi sette anni di sede vacante si insediò il vescovo Marco de Rama (1690-1709) che subito fece fare una struttura in legno decorata ed elevata ed una nuova stanza in modo da unire l’episcopio alla cattedrale, rendendo possibile il transito senza passare per la piazza.
In tal modo il vescovo, anche se infermo, poteva essere presente alle funzioni religiose e venerare la sua chiesa.
Scosso dal terremoto del 1691 e rovinato nel tetto e nelle pareti e particolarmente in una camera, fu rifatto non solo nelle parti lese ma fu anche intonacato e restaurato il luogo dove abitava scomodamente la famiglia del vescovo in modo da rendere il tutto una degna dimora vescovile (29).
Alla fine del Seicento esso si presentava ingrandito con nuove camere, riparato ed unito con un passaggio alla cattedrale.
Sebbene avesse subito un grave ed improvviso crollo, che aveva causato non pochi danni alle cose, il presule lo aveva subito riparato e gli aveva anche dato una nuova disposizione, sistemando le stanze in maniera più razionale e rendendole più belle.
Inoltre egli trasformò uno spiazzo attaccato al palazzo, dove l’aria era maleodorante e pericolosa alla salute, in un giardino, piccolo ma raro da vedersi in questi luoghi, riempendolo di fiori profumati e di deliziosi cespugli.
Sebbene esso avesse per siepi i muri, il vescovo li fece decorare con belle pitture e similmente fece dipingere con piacevoli figure le pareti esterne del palazzo (30).
Nei primi anni del Settecento il palazzo apriva dalla parte della piazza nove botteghe tra le quali una era usata come rimessa, un’altra come sede dell’archivio della città e due erano usate come spezierie.
Dalla parte che affacciava verso il palazzo dei Montalcini si aprivano tre botteghe, una delle quali usata come magazzino per lo stesso palazzo, altre due botteghe si trovavano nella facciata verso la porta della città.
Si entrava nel palazzo dal portone che dava sulla pubblica piazza, portone che era sorvegliato dai “diaconi selvaggi” (31).
All’interno vi erano tre quadri che raffiguravano la Madonna di Capo delle Colonne, la Madonna della Purità e S. Domenico in Soriano.

sigillo di S. Dionigi

Sigillo di Crotone, raffigurante S. Dionigi che regge in mano un simulacro della città di Crotone (Ughelli F., Italia Sacra, VIII).

Il vescovo percepiva ancora due censi annui per le parti concesse a suo tempo all’università ed ai conventuali.
La prima utilizzava le due camere che confinavano con le carceri vescovili come “casa dell’università” dove abitava anche il regio governatore, i secondi come magazzino (32).
Le carceri della corte vescovile erano situate sulla piazza e confinavano muro mediante col basso delle case universali o palazzo dove abitava il regio governatore (33).
La porta del basso dava sulla strada pubblica di fronte alla cappella di San Giovanni Battista che si trovava a man sinistra nell’entrare la porta maggiore della città (34).
Spesso esso è al centro di litigi tra il vescovo e le autorità sia per l’ordine di uscita e di entrata dal portone che si doveva rispettare nel cerimoniale delle feste (35) sia sul diritto di carcerare (36), con scambio di accuse di sconfinare dalle rispettive giurisdizioni (37), sia infine per l’immunità (38) che vi si godeva e che spesso si tramutava in complicità ed in attentati alla sicurezza dello stato.
Un chiaro esempio di tali liti è ciò che avvenne nella primavera del 1708 quando il palazzo subì un lungo assedio da parte delle guardie dell’udienza di Catanzaro.
Ai primi di aprile del 1708 mentre le coste calabresi erano insicure per il pericolo dei Turchi e dei Francesi e gli Imperiali si preparavano ad assediare Messina ed invadere la Sicilia, fu arrestato a Catanzaro Paolo Geronimo Gentile, un nobile genovese che cercava di procurarsi un passaporto per recarsi a Messina.
Sospettato di spionaggio, egli fu subito perquisito ed interrogato.
Messo alle strette dal preside, si accertò che era sbarcato nelle marine di Isola da un brigantino che il prigioniero asserì di nazionalità genovese.
Il Gentile inoltre non era in possesso di alcun documento valido ma portava solamente una lettera di raccomandazione del vescovo di Crotone Marco de Rama.
Poichè un dispaccio del vicerè vietava di fare uscire dal regno i forestieri se non con un passaporto rilasciato da ministri austriaci, il sospetto aumentò.
Frattanto le “milizie e legni” che sorvegliavano il mare Jonio erano riusciti a catturare il brigantino sospetto il cui equipaggio risultò composto da Messinesi, quattro dei quali nobili.
Posti in catena, subito da Catanzaro partì il mastrodatti col capitano di campagna e armati per prenderli in consegna.
Frattanto il Gentile chiedeva ripetutamente di essere mandato a Crotone affinché il governatore di quella città lo facesse condurre subito via mare a Napoli dove voleva discolparsi.
Contemporaneamente in segreto avvisava il vescovo Rama di tenersi pronto con uomini armati per liberarlo.
Costantino De Cumis, gentiluomo di Catanzaro, dopo essersi impegnato sotto pena di 10.000 ducati a consegnare il Gentile nelle mani del governatore di Crotone, partì con il prigioniero e la scorta di una squadra di campagna ma arrivato appena in vista della città fu circondato dal vescovo e da numerosi ecclesiastici armati.
Tolto con la violenza il prigioniero, il presule se lo portò al sicuro nel suo palazzo. Saputo il fatto, il preside in persona con due squadre di campagna galoppò alla volta di Crotone e giuntovi, intimò ripetutamente di riavere il fuggiasco.
Poiché egli non poteva con la forza entrare nel palazzo, altrimenti sarebbe stato subito scomunicato, fece circondare l’episcopio che godeva l’immunità.
Mentre da Catanzaro partivano per Napoli i quattro nobili Messinesi fatti prigionieri, presso la corte napoletana tra il nunzio ed il viceré si discuteva animatamente il caso del vescovo di Crotone.
Il nunzio per togliere ogni occasione ai ministri regi di attaccare l’immunità ecclesiastica invitò il vescovo ad un comportamento più moderato ed a riconsegnare il prigioniero.
Il vescovo fece dapprima orecchie da mercante ma venuto a conoscenza che il generale Caraffa col suo reggimento si stava trasferendo dalle Puglie a Reggio per prepararsi ad invadere la Sicilia, mutò avviso e quando alla metà maggio il generale arrivò a Crotone, fu costretto a consegnare il genovese che il generale mandò subito a Napoli.
Morto Marco de Rama, dopo quasi sei anni di sede vacante vi prese dimora Michele Guardia (1715-1718) che non vi appese nemmeno le chiavi (39).
Infatti ammalatosi, il vescovo con la sua famiglia lo lasciò quasi subito per il più salubre convento dell’Osservanza, dove “per la perfettione dell’area, che in detto convento si gode”, trasferì gran parte dei suoi averi e trascorse gli ultimi giorni della sua vita.
Dall’inventario compilato alla sua morte veniamo a conoscenza che la dimora vescovile era costituita da “antecamera, oratorio, camera dove dormiva Monsignore, camera dove dormivano D. Biase e D. Gennaro, camera vicino l’oratorio, antecamera d’inverno, camera dove dormiva Monsignore, camera dove dormiva D. Biase, camera dove abitavano i creati, cucina e cellaro”.
Le stanze erano arredate con sedie, “boffette”, specchi, “stipi”, scanni, “lettiere” e banconi e alle pareti erano appesi numerosi quadri: alcuni di natura religiosa, altri con i ritratti del Papa, dei regnanti, di alcuni cardinali e del vescovo.
Nell’oratorio vi era un altare in legno e nel cellaro alcune botti di vino (40).
Trascurato completamente dal vescovo Anselmo dela Pena (1719-1723) che non vi spese nemmeno un ducato e lo affittò ai militari, il vescovo Gaetano Costa dell’ordine dei minori riformati (1723-1753) lo trovò così in rovina che inorridiva andarci ad abitare.

Sigillo del vescovo di crotone Gaetano Costa

Sigillo del vescovo di Crotone Gaetano Costa.

Esso era in uno stato miserevole oltre che per la vetustà della costruzione anche per la sporcizia e l’abbandono in quanto era servito di quartiere per i soldati tedeschi che lo avevano utilizzato per il presidio e vi avevano stazionato con il capitano e l’alfiere.
Dopo poco che egli ne aveva preso dimora fu assalito da febbri maligne e rimase per parecchi mesi tra la vita e la morte.
Sopravvissuto ma pieno di dolori, nell’estate seguente dovette abbandonarlo e rifugiarsi per quattro mesi sui monti Mesoraca dove nel solitario convento della Santa Spina si riprese.
Ritornato in città nel mese di novembre, dovette subire trovare il denaro per ripararlo.
Nei primi tre anni di presulato fece rifare quasi dalle fondamenta le stanze e costruire una nuova ed ampia scala con gradini in pietra che collegava l’episcopio e la cattedrale; era infatti scomodo e pericoloso per la salute dover passare per la piazza ogni volta che doveva recarsi in chiesa nelle feste o quando la necessità lo richiedeva (41).
Nei tre anni seguenti egli non smise di accomodarlo: rifece la parte vicina alla cattedrale.
Costruita circa duecento anni prima dal predecessore Antonio Lucifero, come mostrava lo scudo gentilizio, essa non senza meraviglia stava ancora in piedi ma le travi erano tutte corrose sia quelle del soffitto a cassettoni che del pavimento perciò si dovette abbattere e rifare (42).
Tuttavia la situazione non doveva essere ancora delle migliori se nel febbraio 1735 il re Carlo III di Borbone, in visita alla città e atteso ospite del vescovo, prendendo a pretesto che l’episcopio era cadente e malsano, spostò il suo alloggio nel palazzo di Francesco Cesare Berlingieri (43).
Il vescovo Costa continuò nelle opere di miglioria ma d’estate preferiva lasciare la pianura malarica per soggiornare fino ad autunno inoltrato nel più salutare convento della Santa Spina.
Il suo successore Domenico Zicari (1753-1757) lo trovò per la maggior parte restaurato e fornito di ogni suppellettile e di utensili in modo tale da potervi comodamente dimorare (44).
Unito alla cattedrale e decentemente ed adeguatamente disposto fu abbellito dal vescovo Bartolomeo Amoroso (1766-1771) (45).
Ma pochi anni dopo, all’inizio del presulato di Giuseppe Capocchiani (1774-1788), risultava più malridotto della cattedrale e aveva bisogno di essere riparato nel tetto, nelle pareti ed in ogni altra parte (46).
Fu perciò subito rifatto il tetto, facendolo sorreggere da travature in ferro, e fu costruito l’archivio, affinché fossero conservati diligentemente e disposti in ordine i contratti e le scritture riguardanti la chiesa ed i beni ecclesiastici.
I pochissimi documenti erano infatti sparsi in disordine e sistemati in un luogo angusto (47).

Sigillo Procura bS. Dionigi

Sigillo della Procura di S. Dionigi di Crotone.

Al tempo del vescovo Capocchiani vi erano al pianterreno 11 botteghe, la maggior parte delle quali nella facciata del palazzo accanto al portone che dava sulla piazza pubblica (48).
Se il vescovo Ludovico Ludovici (1792-1797) durante la sua breve permanenza a Crotone l’aveva lasciato preferendo andarsene ad abitare per alcuni mesi a Capocolonna dove l’aria era più salubre (49), il vescovo Rocco Coiro (1797-1812) trovatolo privo di ogni comodità lo rifece con maestria.
Per compiere i lavori egli si indebitò ma esso divenne il migliore della provincia.
Egli voleva decorarne l’ingresso con le quattro statue delle virtù cardinali, tolte ai conventuali, ma queste servirono per ornare l’Albero della Libertà, elevato in piazza sul distrutto Sedile dei Nobili, durante il breve periodo repubblicano del 1799.
Sarà proprio alla metà del marzo di quell’anno che la città ed il palazzo vescovile saranno saccheggiati dalle bande realiste del cardinale Ruffo (50).
Si deve anche al vescovo Coiro la trasformazione del vicino piccolo convento soppresso dei conventuali in seminario.
Poichè esso era separato dall’episcopio egli lo unì con un passaggio in modo tale da poterci facilmente fare visita (51).
Riparato assieme alla cattedrale dal vescovo Domenico Feudale (1818-1828) (52), fu pochi anni dopo rovinato dal terremoto dell’otto marzo 1832 e ripristinato per opera del vescovo Leonardo Todisco Grande.

Arme del vescovo Domenico Feudale

Arme del vescovo Domenico Feudale murata all’interno del palazzo vescovile di Crotone.

Fu nuovamente danneggiato da un incendio che nella notte del 24 gennaio 1856 si sviluppò in una bottega sottostante e si propagò dalla galleria alle stanze vicine fino a raggiungere la dispensa. Per tale accidente “non poche carte e documenti curiali soffrirono naufragio”.
La parte devastata fu ripristinata a spese del vescovo Luigi La Terza (1853-1860) (53) e la ricostruzione in mattoni del portone e del vaglio avvenne secondo il progetto elaborato dall’architetto Tommaso Pirozzi.
Nell’ottobre 1858 i lavori erano ancora in corso e si erano già spesi più di 1500 ducati (54).
Ultimamente i vescovi Pietro Raimondi (1946-1971) e Giuseppe Agostino vi fecero numerosi lavori.
Il primo, ottenuti sostanziosi contributi statali, ricostruì ed ampliò il palazzo, facendone un plesso unico con la cattedrale ed il seminario.

Arme del vescovo Pietro Raimondi

Arme del vescovo Pietro Raimondi.

Il palazzo, composto dal piano terra e dal primo piano, fu elevato con l’aggiunta di un secondo piano e parte dei vasti e numerosi locali furono utilizzati per qualche tempo come sede per due istituti scolastici superiori (Istituti tecnici amministrativi per ragionieri e per geometri) (55).
Il secondo diede una migliore distribuzione ed incrementò gli uffici della Curia (Cancelleria, Ufficio catechistico, ufficio tecnico, ufficio missionario, sala conferenze, archivio, biblioteca, ecc.).

Arme del vescovo Giuseppe Agostino

Arme del vescovo Giuseppe Agostino.

 

 

Note

1. Reg. Ang. II, 97,98.
2. Zangari D., cit., pp. 3 sgg.
3. Acta cit., f. 80.
4. Conto del m.co julio cesaro de leone delle intrate esatte per esso delo episcopato de citrone del presente anno 1572 et 1573, Dip. Som. 315/10, ASN.
5. Acta cit., ff. 65 sgg.
6. Istanza dell’economo della mensa vescovile al vescovo Geronimo Carafa, Cotrone 26.1.1682, AVC.
7. Nel medioevo il vescovo e gli altri feudatari del luogo concorrevano alle spese di fortificazione del castrum di Crotone, Reg. Ang. VI, 109,110.
8. ANC.1267, 1758, 28; 916, 1766, 63; 1344, 1744, 26 – 30.
9. Il 15 gennaio 1446 il vescovo Cruchetto ottiene la conferma dal re di alcuni diritti essendo i privilegi andati persi nell’incendio, Zangari D., Capitoli e grazie concessi dagli Aragonesi al vescovo e alla università e uomini della città di Cotrone durante il sec. XV, Napoli 1923, p.4.
10. Zangari D., capitoli cit. pp.20-21.
11. Rel. Lim. Crotonen. 1730.
12. Dip. Som. Fs.196, n.4 a 6, ff. 126, 134, ASN.
13. A causa del pericolo turco i conventuali abbandonarono il loro convento fuori mura e cominciarono a costruirne uno nuovo tra il palazzo vescovile e la torre Pignalosa. Essi tuttavia trovarono la forte opposizione del vescovo Matteo Lucifero (1524- 1551)e poterono prendere possesso del convento nel 1540 dopo che un breve di Paolo III aveva posto fine alla controversia, Russo F., Regesto, IV, 56- 57; Fiore G., II, 400.
14. “Uno palazzo dove sole residere la persona del R.mo vescovo iux.a lo detto vescovato et in la piazza pp.ca di detta citta con pi— et diversi membri dove sono alla pianezza della piazza dieci poteghe delle quali l’una sta per questo presente anno allogata a m. pompeo galatio speciale per doc. 6/un’altra locata a baldassarro de solmona per doc. 9/ un’altra locata a matteo curcio sartore per doc. 6/ un’altra locata ad andrea russo sartore per doc. 6/ un’altra locata a jacono basoyno sartore per doc. 6/ un’altra locata a masi romeo sartore per doc. 6/ un’altra locata a nardo nigro sartore per doc.6/ un’altra locata a vincentio d’anguillo per doc. 6/ un’altra poteca resta vacua che non se ha trovato dallogare/ un’altra locata a fran.co manfreda sartore per doc. 6/ Di retro la quale ci e unaltra potega affacciante la muraglia sta allogata a gio. fran.co borgise ferraro per doc. 3/ Un magazenetto correspondente a detta muraglia sta allogato a fran.co bardaro doc. 1-4-0. Un altro magazeno grande nel med.mo loco dove sono reposti et se reponeno per conservarli grani di detto vescovato dove e un altro magazenetto a detto contiguo dove ancora se conservano detti grani. Un catoyo terrano sotto la cocina sta allogato a bernardo riganda per doc. 2/ un altro catoyo terrano che sole servire per cellaro et al presente ci è uno centimulo di detto vescovato et contigue a detto magazeno sono due casette terrane che serveno per carcere civile et criminale del vescovo/ un’altra potega locata a masi pandari per doc. 6 ex.a detto palazzo grande”, Conto del m.co Giulio Cesaro De Leone deputato sopra le entrate del vescovato di Cutrone. 1570 et 1571, Dip. Som. 315/9, ASN.
15. “Tra l’altri guai che tenemo vi si aggionse questo che il S.r Scipione Rotella ci travaglia per lo restante del tesoro et in ogni modo vuol pagato sencza usarci un puoco di equità et noi non possedemo complire piu, parte n’have carcerati e parte vi stanno retirati dentro il vescovato”, Cotrone adi 3 di giugno 1590,Tesorieri e percettori di Calabria Ultra, aa.1589- 1590, fs.4141/538, f.138 ASN.
16. 11.5.1579- La chiesa vescovile di Crotone possiede come cosa della mensa “duas apothecas terraneas iuxta cortile Palatii Episcopalis, iuxta sedile, et domum, sive Palatium ipsius universitatis, forum, et ribellinum pubblicum”. Il Maiorana le dà in censo alla università con patto che essa possa alzarle alla uguaglianza delle altre case della giustizia o Corte, ed di non farci però nè finestre nè lustrera, nè adesso nè per appresso per entro il sud. cortile del vescovo e di pagare ogni 15 del mese di agosto di ciascun anno alla R.da mensa duc. 11, Arch. Vesc. Crotone. Ancora alla fine del Settecento l’università di Crotone pagava sopra le case contigue al sedile duc. 11, come per istr. di Gio. Galasso degli 11.5.1579, di cui v’è copia legale estratta dai SS. Fran.co Antonio Tirioli sotto il di 12 genn. 1701, Platea mensa vescovile 1780 et 1781, AVC.
17. Fra Giuseppe di Cotrone, procuratore del monastero di S. Francesco d’Assisi, ottiene di poter aver il magazzino di proprietà della mensa vescovile previo il pagamento dell’annuo censo di ducati 4, Atto del notaio Gio. Galasso del 8.5.1608, AVC.96.
18. Rel. Lim. Crotonen. 1610.
19. Rel. Lim. Crotonen. 1631.
20. 29.2.1639 – Si condanna Marco Antonio Barricellis che ha esercitato l’ufficio di economo della mensa vescovile durante la sede vacante per la morte del vescovo Melisseno s pagare ducati 90 “per lo guasto del palazzo vescovile per esser andato in rovina in detta sedia vacante et non costodito cossi come recercava il suo officio et fatto albergo di forastieri scena di commedianti et loco di baratteria et perciò per esser stato stavolato bruggiato le porte et fenestre et tutto rovinato s’è causata detta spesa. Item deve essere condennato allo alloghiero del d.o Palazzo per il spatio di sei anni per non haverlo allogato ne metterci cosa alcuna a soi cunti essendo stato allogato a quest’anno il magazeno channo habitato li soldati del battaglione”, Arch. Vesc. Crotone Cart.114.
21. Rel. Lim. Crotonen. 1640.
22. Nel 1653 la nobiltà ed il popolo di Crotone si rivolgono al viceré protestando che il vescovo “gli inquieti e gli strapazza, trattandoli generalmente da inquieti, sediziosi, macchinari ed oltreggiando la città con altre simili ingiurie”.Il papa chiama a Roma il vescovo e nomina vicario della chiesa crotonese Petro Matteo de Rubeis, con una provvigione di ducati 200, oltre alle ricompense e agli emolumenti soliti e la commoda abitazione nel palazzo vescovile, Nunz. Nap. 49, f.196; Russo F., Regesto, VII, 313.
23. Rel. Lim. Crotonen. 1667.
24. Rel. Lim. Crotonen. 1670.
25. Rel. Lim. Crotonen. 1673.
26. Rel. Lim. Crotonen. 1678.
27. Rel. Lim. Crotonen. 1681.
28. ANC. 334, 1675, 10-15.
29. Rel. Lim. Crotonen. 1692.
30. Rel. Lim. Crotonen. 1696.
31. Il sacerdote G. Collura è convocato dal vescovo per essere interrogato sulla controversia tra i Suriano ed i Barricellis. Entrato nel palazzo i diaconi selvaggi chiudono il portone alle sue spalle. Congedatosi il Collura trova il portone chiuso ed i diaconi selvaggi alla porta della sala che tentano di carcerarlo, ma interviene il vescovo, ANC. 664, 1733, 99.
32. Acta cit. ff.70, 72;Conto del Rev. D. Giuseppe Gaudioso regio economo della mensa vescovale dell’anni 1711 et 1712, Dip. Som. F.315, f.3, ASN.; Anselmus cit. f.117.
33. Di notte due prigionieri fuggono dalle carceri vescovili. Liberatisi dei ferri, fanno un buco sul muro che confina col basso delle case uniuversali o palazzo dove abita il regio governatore e da l, scassata la porta escono sulla strada pubblica di fronte alla porta della città, ANC. 764, 1733, 29 – 30.
34. ANC. 611, 1710, 24; 1326, 1773, 192- 193.
35. Durante la festa pontificale dei SS. Pietro e Paolo il vescovo impone, sotto pena di scomunica, al sindaco dei nobili ed al mastrogiurato di precederlo sia “nella calata dal palazzo vescovile nella cattedrale come nella ritirata al palazzo”. I magistrati protestano perché è stato sempre solito che il magistrato associasse a latere il prelato, Cerimoniale tra il vescovo e li rappresentanti della città, Cotrone 29.6.1703, AVC.114.
36. Alle sei di notte di sabato 26 gennaio 1692 il chierico Gio. Francesco Rocca, vestito di lana alla “pecoraresca”, con casacca, calzoni, calzettoni e con corvatta al collo e montiera in capo, se ne va cantando e suonando in luoghi scandalosi della Piscaria. Disturbato dal frastuono accorre il governatore della città, il barone Giuseppe Maiuli, che scambiandolo per un pecoraro lo fa arrestare dai suoi famigli. Il prigioniero protesta il suo stato religioso e fa presente che non veste l’abito perché da alcuni giorni custodisce i buoi e lavora alla giornata in campagna. Il governatore non gli dà ascolto ed il gruppetto si incammina verso la piazza. Passando per un vicolo vicino alla cattedrale, il Rocca approfittando della strettoia tra la spezieria di Salvatore Arrighi e l’atrio della chiesa, nel tentativo di toccare la scalinata, dà uno strattone e cade assieme al famiglio che lo teneva. I due rotolano e dopo una breve rissa il carcerato pesto e sanguinante è di nuovo messo alle strette ma improvvisamente grida: “Chiesa mi chiamo!”. Egli rivendica il diritto di rifugio, affermando di aver toccato col piede l’ultimo gradino del luogo sacro. Il governatore che precedeva si ferma e si rivolge agli sbirri chiedendo se corrisponde al vero; questi negano. Attirato da tutto quel rumore, giunge in piazza il vicegiurato Thomaso Scarriglio che con l’aiutante Domenico Mezacroce sta facendo la ronda notturna. Il governatore, messo al corrente il vicegiurato dell’accaduto, per togliersi ogni scrupolo, gli ordina di bussare al vicino portone del vescovo, per informarsi se il Rocca Š veramente un chierico e se toccando il gradino può godere il diritto d’asilo. Poichè dal vescovato nessuno si fa vivo ed essendo diventato ormai tardissimo, sono le sette di sera, indeciso sul da farsi e consigliatosi con i presenti, il governatore decide di recarsi da Annibale Berlingieri, fratello dell’arcivescovo di Santa Severina, nel cui palazzo abita anche il sacerdote Marcantonio Benincasa di Mesoraca. La comitiva dopo un po’ è al palazzo del signorotto. Riconosciuta la voce del vicegiurato apre il portone il Benincasa che fa salire gli arrivati nelle camere dove il Berlingieri sta riposando. Conosciuti i fatti il Berlingieri affermò che il Rocca era stato un chierico perseguitato dal vescovo ma tutti ormai lo reputavano un laico perché da un bel po’ di tempo non indossava più l’abito da chierico ma quelli da pecoraro e lavorava alla giornata con lo “zappollo” o custodiva i buoi. Quanto al fatto accaduto presso la chiesa bisognava negare completamente l’accaduto. Ma poiché il Rocca non si dà pace e insiste nel far presente le sue ragioni, il governatore ordina al vicegiurato ed al suo compagno di riportarlo in presenza di testimoni presso la chiesa e quindi di lasciarlo. Il vicegiurato poiché a “quell’ora non camminava nessuno huom buon per far testimonianza” va in casa di Crispino Brunaccio, rondiere che doveva ormai dargli il cambio, e svegliatolo con Domenico Liotta ed altri si reca in piazza dove nei gradini della cattedrale lascia libero il Rocca. Nei giorni seguenti il vicario generale Paolo Trimboli ed il mastrodatti della corte vescovile Geronimo Facente venuti a conoscenza dell’accaduto aprono un’inchiesta per individuare i colpevoli del sacrilegio e raccolgono le deposizioni dei protagonisti. Il vescovo Marco Rama, che era stato temporaneamente assente dalla città, ritornato in sede e venuto a conoscenza dell’accaduto, vista l’inchiesta fatta dalla corte vescovile subito scomunica il governatore della città, ANC. 336, 1692, 13-16, 38-39, 101-103.
37. Il governatore ed il giudice della città vedendo che nelle carceri vescovili era imprigionato un laico, “con li ferri alli piedi e legato con le mani dietro le spalle e con un’altra fune per mezzo la sua persona e poi dato volta e legata alle grati di ferro delle carceri”, protestano a difesa della real giurisdizione, ANC. 611, 1710,24.
38. Nunz. Nap. 139, ff.278,295,296, 325.
39. Al tempo del vescovo La Pena sotto il palazzo verso la piazza vi erano 9 botteghe, dalla parte verso il palazzo dei Montalcini 3 magazzini e dalla parte verso le mura della città 2 botteghe, Anselmus cit., f.117.
40. Il vescovo Michele Guardia dispose per testamento che l’oro, l’argento ed i mobili, di cui era proprietario e che si trovavano nel convento dell’Osservanza e nel palazzo vescovile, fossero venduti ed il ricavato, assieme ad altro denaro lasciato, fosse speso, dopo aver soddisfatto alcuni legati, “alla fattura e perfettione della tempiata della chiesa vescovile” e nell’acquisto di oggetti necessari al culto, ANC. 707, 1718, 31 – 32; 39v – 47.
41. Rel. Lim. Crotonen. 1727.
42. Rel. Lim. Crotonen. 1730.
43. Rel. Lim. Crotonen. 1735.
44. Rel. Lim. Crotonen. 1754.
45. Rel. Lim. Crotonen. 1769.
46. Rel. Lim. Crotonen. 1775.
47. Rel. Lim. Crotonen. 1778.
48. I. Bottega nella facciata del palazzo a canto il portone in due membri affitt. a Romualdo Punzo per duc. 18./ II. Bottega affittata ad Antonio Talamo per duc. 12./ III. Bottega affittata a Francesco Galdi per duc. 17.06/ IV Bottega vedi VII / V. Affittata a Francesco Lopez per duc. 15/ VI. Bottega su la facciata del palazzo colla comunicazione alla bottega a parte dietro, che prima era carcere, affittata ad Alessio Fiodo per duc. 26/ Bottega IV e VII in due membri affittata a Tomaso Paturzo per duc. 45/ VIII. Bottega in due membri affittata a Gio. Pietro Messina per duc. 25/ IX. Bottega dentro il portone del palazzo composta di due membri,e camera superiore, cui si Š aggiunto il terzo membro su la piazza di S. Francesco, dove presentemente Š il bigliardo affittata a Onofrio Sersale per duc. 24/ X. Bottega a due porte dentro e fuori il portone del palazzo affittata al Sign. Nicola Partale per duc. 5/ XI. Bottega affacciante alla piazza di S. Francesco affittata a m.o Giuseppe Rizzo per duc. 10, Platea Mensa vescovile, 1780, AVC.
49. Rel. Lim. Crotonen., 1795.
50. Pieri P., Ancora di Cotrone nel 1799, Napoli 1924, p. 12.
51. Todisco Grande L., Synodales cit., p.65.
52. Rel. Lim. Crotonen., 1826.
53. Juzzolini P., Santuario cit. p.82.
54. AVC.118.
55. Vaccaro A., Kroton, Vol. II, p.242; Pontieri P., Un vescovo nel Crotonese: Mons. Pietro Raimondi (1946- 1971), Crotone 1989, p. 202.

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