Dalla casa palaziata dei Suriano Ralles al palazzo dei Manfredi che ospitò l’ospedale regio

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Crotone, in evidenza il palazzo Suriano Ralles – Manfredi.

Le case che erano state di Scipione Suriano Ralles passarono ai figli ed eredi Diego e Felice. Durante il periodo in cui essi furono sotto la tutela di Gio. Battista Suriano, situazione che si prolungò fino all’inizio del 1668, parte dei beni lasciati in eredità furono utilizzati per completare la costruzione delle case patrimoniali, che erano situate vicino la chiesa cattedrale. Ciò fu necessario e stimato “più espediente di qualsivoglia altro impiego per non perdersi li materiali che lasciò detto Scipione e perché altrimenti restando scoperte et senz’altre commodità o sarebbero ruinate o si sarebbero rese inabitabili” (1). La nuova costruzione, dei Suriano Ralles era situata in parrocchia di San Pietro, tra il palazzo in costruzione di Alessandro Albani e la cattedrale (2). Essa da Vittoria Suriano Ralles pervenne a Muzio Manfredi; già da allora sull’edificio l’arciprete della cattedrale di Crotone esigeva un annuo canone di carlini 12. Questo onere rimarrà infisso sul bene per tutto il Settecento (3).

La casata dei Manfredi
L’attaccamento alla causa popolare dei Manfredi è evidente per tutto il Seicento. Fabrizio Manfredi, dottore di entrambi i diritti e patrizio della città di Crotone, raccolse e mise in forma scritta dieci delle consuetudini crotonesi ancora osservate e valide. Nel 1647 il sindaco dei nobili di Crotone fu accusato di complicità nel suo omicidio (Spadaro C. M., Fonti per la storia della Calabria nell’Archivio di Stato di Napoli, in Calabria Sconosciuta n. 48, 1990, p. 80) Mutio Manfredi fu sindaco del popolo nel (1656)/1657 (ANC. 229, 1657, 47) e Lucantonio Manfredi canonico (229, 1657, 69). I Manfredi faranno parte delle famiglie del popolo (Famiglie nobili: Barricellis, Berlingieri, Catizone, Labrutis, Lucifero, Presterà, Pelusio, Syllano e Suriano. Famiglie del popolo: Basoino, De Vite, Galatio, Manfredi, Petrolillo, Scarnera, Varano e Ventura (Provv. Caut. vol. 258, 1685, ff. 138 – 146, ASN)
Alla fine del Seicento troviamo i canonici Lelio ed Antonio Manfredi, fratelli del Monte dell’Operarii Pii (312, 1664, 32), il chierico Fabrizio Manfredi (253, 1671, 185), sostituto vicesecreto (253, 1674, 33) ed eletto del popolo (334, 1675, 13, 44), nel 1647 abitava in parrocchia di S. Pietro presso le case di Gio. Dionisio Suriano 229, 1655, 143) era proprietario di un magazzino presso la chiesa di Sant’Antonio, vicino a quello di Gio. Petro Presterà. Fabrizio morì prima del 1701 (497, 1701, 54).

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Crotone, palazzo Suriano Ralles – Manfredi.

 

Il capitano Muzio Manfredi
All’inizio del Settecento il capitano delle regie artiglierie della città, Mutio Manfredi, possedeva le gabelle la Cattiva, il Brasimatello e la Marina del Comune, una vigna, una bottega in piazza Lorda e dei magazzini fuori mura dietro la chiesa di Sant’Antonio Abate. Egli abitava nelle sue case situate, vie pubbliche mediante, tra la cattedrale ed il palazzo di Annibale Albani (4). Sotto la sua abitazione si apriva un magazzino, dove esercitava il vinaro Vitaliano Zaneli (5). Mutio ricoprì la carica di sindaco del popolo nel 1705, sposò dapprima Rosa Anania che gli dette i figli Filippo, Carlo e Marco e, morta la moglie, si risposò con Anna di Paula dalla quale nacquero Giovanni e Giuseppe (6).
Le case ed i fondi passarono alla morte di Mutio, avvenuta nel 1732 (7), ai figli. Il sacerdote Filippo, essendo gli altri fratelli di minore età, divenne tutore e curatore. Dapprima il patrimonio rimase unito, poi fu ripartito. Il palazzo fu diviso tra i fratelli. A Marco andò una casa con bottega sotto, situata in piazza Lorda. A Filippo la gabella detta la Manca di Manfredi ed una casa, che si affacciava al palazzo del signor Dionisio Galasso, che era attaccato alla cattedrale . A Filippo e Giovanni la chiusa o giardino con terre ortalizie, terre vacue, vigne e torre di fabbrica (8). A Carlo alcuni vignali, una casa e delle botteghe.
Il sacerdote Filippo, per far fronte ai debiti ereditati, già nel 1732 era costretto a vendere ai coniugi Antonio Ferrazzo e Carmena Stricagnolo una casa (9). Egli nel 1741conservava ancora il giardino e le terre (10).

I fratelli Manfredi
Nel 1736 Filippo, Carlo, Marco “ed altri fratelli di Manfreda”, figli ed eredi di Muzio, poiché l’eredità paterna risultava molto gravata di debiti, dovuti ad alcune persone di Cutro per il prestito di grossi capitali, dai quali erano nate somme di annualità non soddisfatte, anche a causa di alcune annate sterili e dalla diminuzione degli affitti dei terreni, e poiché Marco aveva deciso di intraprendere la carriera militare e doveva perciò recarsi a Napoli e non aveva “vestito decorato né tampoco danaro contante per il mantenimento di sua persona”, decidevano di vendere ad Antonio Micilotto una vigna in località Lamposa con torre di fabrica, cisterna, parmento murato ed altri commodità di pezze sei di viti fruttiferi, alberi fruttiferi, terreno libero e chiusura (11). Nonostante queste vendite i Manfreda nel 1743, al tempo della compilazione del Catasto Onciario, conservavano ancora buona parte dei beni ereditati.
Il nobile vivente Marco Manfreda di 25 anni, descritto come “uomo probo di buona vita e fama indole e costume, ricco e facoltoso” (12), è sposato con Teresa Messina di 22 anni. Ha due figlie, Rosa di 3 anni e Isabella di due. Egli vive assieme al fratello consanguineo Giovanni di 19 anni di età. Non abita nel palazzo paterno ma nella casa dotale in parrocchia di Santa Veneranda e possiede i due territori Li Virdogni e La Conicella. Affitta due quarti del palazzo paterno, la parte che gli spetta per eredità e l’altra donatagli dal fratello Giovanni, cioè “la porzione al medesimo spettante sopra il palazzo ereditario del loro comune padre il quarto di mezzo di d.o palazzo e le due camere che hanno l’uscita, una dentro il cortile e l’altra alla strada, e più un magazzino sotto l’istesso palazzo coll’uscita avanti la porta piccola della chiesa cattedrale, quali membri tiene affittati a diverse persone per la somma di annui ducati 42”. Egli paga ancora ogni anno all’arciprete i 12 carlini sul palazzo ed al sacerdote Gio. Gregorio di Majda di Cutro ducati 6, per la sua rata, mentre altre quote devono pagarle i fratelli (13). Il sacerdote Filippo Manfreda, di anni 33, abita nel palazzo paterno e possiede una chiusura con giardino, vigne, terre seminate di tomolate 16 ed il territorio la Manca di Manfredi di tomolate 28. Egli paga annui ducati 6 di una rata per il censo dovuto a D. Gregorio Majda di Cutro ed altri duc. 12 annui per un capitale di ducati 200 che deve al convento dell’ospedale (14). Infine il nobile vivente Carlo Manfredi, clerico e celibe di 25 anni, abita nel quarto superiore del palazzo assieme alla schiava Catarina Manfreda di 70 anni e alla serva Catarina Faragò di 35 anni. Possiede due botteghe in piazza Lorda, una casa ed una camera attaccate al palazzo dove abita, una chiusa con vigna e tre vignali. Affitta alcune camere, del quarto che gli spetta, ricavandone ducati 8 all’anno. Paga un vitalizio di ducati 10 annui ad Alessandro Manfredi, religioso dei minimi, ed annui ducati 12 a Gio. Gregorio di Majda di Cutro (15).
Da quanto si ricava dal catasto Filippo e Carlo abitavano nel palazzo paterno, mentre la parte spettante ai fratelli Marco e Giovanni era data in fitto.
L’anno dopo Filippo, Marco e Giovanni Manfreda “per le loro urgenze” devono prendere in prestito dal capitolo della cattedrale un capitale di ducati 450 al 5 e mezzo per cento, impegnandosi a pagare annualmente ducati 24 e grana 75 ed ipotecando tutti i loro beni (16). Il prestito fu utilizzato parte da Filippo (ducati 200) e parte da tutti e tre i fratelli (duc. 250). Sei anni dopo, nel 1750, volendo togliere l’ipoteca dai loro beni i Manfreda decisero di ritornare il denaro. Non avendo liquido a disposizione, il canonico Filippo ottenne un prestito di ducati 283, con annuo censo di ducati 14 e grana 15, dal Monte dei Morti dell’Anime del Purgatorio; Marco e Giovanni si rivolsero invece al seminario ottenendo un prestito di ducati 200 (17). Allora il palazzo dei Manfreda era situato vicino alla chiesa cattedrale e confinava stretto mediante col palazzo dei Signori Albani ed era attaccato ad altre casette ed ad un’altra casa locanda appartenente a Filippo Manfredi che affacciava al palazzo del signor Dionisio Galasso, che era attaccato alla cattedrale (18). Nella seconda metà del Settecento le fortune dei Manfredi declinarono.
Il canonico Filippo continuò ad ipotecare i suoi beni. Così nel 1759 e nel 1761 si fece imprestare somme per il valore complessivo di ducati 300 al 5% dal decano Felice Messina (19).

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Crotone, palazzo Suriano Ralles – Manfredi.

 

L’ospedale regio
Pochi anni dopo con l’inizio dei lavori di costruzione del nuovo porto veniva istituito un ospedale regio, esso 1764 è già esistente. Infatti il 13 dicembre di quell’anno, Pietro Bova originario di Aversa ma da più tempo abitante a Crotone con l’impiego di assentista del regio ospedale dei militari, faceva testamento nella casa palaziata dove abitava in affitto, che apparteneva al canonico Filippo Manfreda e confinava col palazzo dei Manfreda (20). Morto il Bova, nel mese di febbraio 1765 veniva compilato un inventario dell’ospedale. Esso era commissionato da Antonio Maria di Lauro, assentista generale dei regi ospedali del regno, all’incaricato Giuseppe Grasso ed al controllore del regio ospedale di Crotone Gregorio Cannoniere. Da esso possiamo farci un’idea della consistenza di questa struttura: “Lenzuoli usati n. 71. Più altri lenzuoli nel n. 88, sistenti sopra li letti dell’infermi, ed infermieri, in tutto n. 159.- Matarazzi di lana usati n. 14. Più altri quaranta esistenti nelli letti dell’infermi. Più altri sei tutti usati. In tutto d.i matarazzi di lana sono n. 60 tutt’usati. Capezzali seu cuscini di lana usati n. 69. Voltame di coscini usate n. 83. Schiavoni, seu coperte di lana usate, incluse quelle, che esistono sopra li letti dell’infermi n.21. Mante di lana bianche, incluse quelle esistenti sopra li letti dell’infermi e dell’infermieri n. 44. Cappotti vecchi n.6. Pagliacci tra vecchi , ed usati esistenti nelli letti dell’infermi n. 76. Lettiere di due e tre tavole per ciascheduna d’esse n. 57 tra sciolte ed esistenti sotto l’infermi. Cammiscie usate e vecchie n. 73. Selvietti esistenti in guarda robba ed in potere dell’ammalati, tra vecchi ed usati n. 59. Coppole di tela vecchie ed usate n. 56.Quali mobili esistono tanto del d.o guardarobba che nelle camere d’esso spedale.
Cucina*: Marmitte di rame colli coperchi n. 2, cioè una grande e l’altra piccola. Pignata di rame n. 1. Coppi di rame, uno grande e l’altro piccolo n. 2. Un stagnato di rame usato. Una cocchiara di ferro. Un caccia carne. Una paletta di ferro. Una forcina grande di ferro. Due graticole di ferro. Due trepie di ferro, uno grande e l’0altro piccolo, a triangolo un altro piccolo. Un bilancione piccolo con coppo di ferro. Una bilancetta per uso di cucina, col marchio d’incie nove e mezo. Un mortaro piccolo di marmo. Un marrazzo. Un coltello di cucina. Una frissura di ferro per il fuoco. Una giarra grande per uso d’acqua. Piattini piccoli di creta n. 218. Una siringa di stagno usata.Tavoletti per metterci i bocali n. 19. Bocali di creta n. 53. Scope n. 50. Lampade di vetro n. 13. Un lampione piccolo per la scala. Sale in pietra rot. 25. Fiaschi di vetro di caraffe 12 l’uno n. 2. Grattacascio di landa una. E finalmente in un basso di d.o ospedale some di zopponi di somarro n. 15” (21). L’ospedale regio si dedicherà alla cura dei militari e dei forzati, addetti alla costruzione del porto. Esso era situato vicino alla cattedrale nel quarto inferiore del palazzo del signor Manfredi (22). Era governato dal castellano e prestava assistenza spirituale un cappellano regio scelto dal cappellano maggiore (23).

Dai Manfreda ai Cavaliere
Le figlie di Marco Manfredi, Rosa ed Isabella, ereditarono i beni paterni e quelli dello zio Filippo, con gli oneri annessi (24). Isabella, figlia di Marco Manfredi e di Teresa Messina si unì con Francesco Antonio Cavaliere, il quale nel 1793 risulta vedovo e vivente con i figli Marco di 29 anni e Filippo sacerdote di 26 anni. Egli possiede, come marito e legittimo amministratore della deceduta moglie, la gabella La Conicella, una camera con sotto una bottega per taverna e, la metà del quarto di sopra del palazzo, che era stato del fu Giovanni Manfreda, solito ad affittare. E proprietario della gabella “La Manca di Manfreda”, dei due vignali “Li Miniglieri” e “Li Borlogni”, della chiusa detta di Manfreda, di una vigna unita alla chiusa. Inoltre affitta una bottega situata nel cantone del palazzo, detto di Manfreda. Paga ancora all’arciprete un terzo dei pesi che gravano sul palazzo (grana 40) (25). All’inizio dell’Ottocento l’ospedale regio venne meno. Un dispaccio reale, datato 15 febbraio 1800, aboliva l’ospedale militare e stabiliva le norme che si dovevano osservare per la ricezione dei militari infermi negli ospedali civici (26).
Gran parte del palazzo durante l’Ottocento rimase di proprietà della famiglia Cavaliere.

Note

1. ANC. 253, 1671, 8-9.
2. ANC. 253, 1672, 30.
1. Acta cit., f. 137v.
2. Anselmus cit., ff. 38, 40,52 sgg.
3. ANC. 665, 1736, 8v-10.
4. ANC. 1063, 1750, 24.
5. ANC. 611, 1711, 77-79.
6. La casa venduta per duc. 92 era situata in parrocchia di S. Veneranda e confinava con le case di Carlo Bertuccia e di Gio. Domenico Tramonte, ANC. 665, 1738, 135.
7. Il 5 gennaio 1732 Mutio Manfredi vende ad Ignazio Coccari un magazzino fuori le mura della città dietro la chiesa di Sant’Antonio Abbate, ANC. 664, 1732, 7v-9.
8. Nel 1741 Filippo Manfredi fa una finta donazione in favore del notaio Pelio Tirioli del giardino detto di Manfredi consistente in torre, giardinello murato, terre libere ad uso di semina, terre per uso di orto, puzzo, pila e tre pezze di vigna , confinante con le terre e giardino del Signor Aragona, la manca di detto Filippo, la vigna di Carlo Manfredi e dalla parte di sotto le terre dette le cerze, ANC. 981, 1741, 5-9.
9. La vigna viene venduta per duc. 310, duc. 120 vengono dati a Marco e col rimanente vengono pagati parte dei debiti, ANC. 665, 1736, 9-10.
10. ANC. 1063, 1743, 35.
11. Catasto Onciario Cotrone, 1743, ff. 157, 209.
12. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f.198.
13. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f.41.
14. I ducati 450 era pervenuti al Capitolo dall’affrancazione fatta da Domenico Aniello Farina e si trovavano nella Cassa dei depositi, conservata dentro il monastero di Santa Chiara, ANC. 912, 1744, 67.
15. Nel 1752 Marco libera il fratello Giovanni da ogni responsabilità nei confronti del seminario, ANC. 855, 1752, 141. Giovanni Manfreda fu sindaco del popolo nel 1770/1771, ANC. 1325, 1771, 118.
16. ANC. 1063, 1750, 23 – 24.
17. ANC. 917, 1770, 57 –58.
18. ANC. 916, 1764, 161v.
19. ANC. 1128, 1765, 36 –38
20. ANC. 1328, 1779, 52V.
21. Nel 1777 era castellano Giuseppe Fiozzi e cappellano Vincenzo Smerz, Nota delle chiese cit.
22. Il decano Messina vendette nel 1770 al seminario i ducati 300 al 5%, i cui annui canoni erano allora pagati ora le eredi di canonico Filippo, cioè le nipoti Isabella e Rosa Manfredi, ANC. 917, 1770, 57 –58.
23. Catasto Onciario Cotrone, 1793, ff 67v- 68.
24. Lucifero A., Cotrone dal 1800 al 1808, Cotrone 1922-24, pp.13 –14.

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