Dalle case grandi al palazzo de’ Labrutis presso “Santa Naina”

Crotone arme Labrutis

Arme della famiglia Labrutis: “D’azzurro al castello d’argento, turricellato di tre pezzi, cimato da un leone passante d’oro, col sole radioso d’oro nel canton destro del capo e col crescente dello stesso nel canton sinistro” (Nola Molise G.B., Cronica …, 1649).

La casata dei Labrutis
La casata dei Labrutis è presente a Crotone fin dalla seconda metà del Cinquecento. Leonardo fu arciprete della chiesa di Crotone e morì nel luglio 1577. Hortentio fu nobile del seggio di San Dionigi Areopagita, eletto dei nobili (1591/1592), proprietario di terre (“Li Miccisi”) e padre di Geronima, che vedova con figli sposò Gio. Battista de Nola Molise. I Labrutis abitavano in parrocchia di Santa “Narghina” al confine con quella di San Nicola de Cropis e possedevano una cappella con altare in cattedrale sotto il titolo di Santa Maria de Angelis. Nella platea della mensa vescovile di Crotone del 1570/1571 troviamo che la casa di Colantonio Labruto confinava con la casa di Francesco de Falco (1). Tredici anni dopo sempre nella stessa parrocchia la casa palaziata di Scipione de Adamo era vicina alla casa dei Labruto (2). Nel 1594 Isabella Iannice e Giovanni Perretta possiedono delle case palaziate in parrocchia di San Nicola de Cropis confinanti con la casa di Hortentio Labruto (3). Dopo la riorganizzazione ecclesiastica, voluta dal vescovo Giovanni Lopez (1595 –1598), l’abitazione dei Labruto appartenne alla parrocchia di San Pietro.

Le case grandi di Gio. Paulo Labruto
Rimasto vedovo con figli, Gio. Paolo Lambrutis divenne canonico (4). Tra le varie proprietà che il nobile e reverendo Gio. Paulo Labruto seniore possedeva in parrocchia di San Pietro all’inizio del Seicento vi era “Una continentia di case grandi… con più e diversi membri superiori et inferiori con cortiglio, stalla, magazeno, horto e gisterna dentro”. Le case grandi confinavano da una parte con le case del dottor fisico Gio. Andrea Canale e dall’altra col palazzotto del nobile Gio. Battista Mangione. Il Labruto possedeva anche altre case vicine: dalla parte del cortile vi erano due case terrane e davanti altri tre palazzotti, uno dei quali aveva una scala esterna di pietra; essi erano “l’uno contiguo all’altro” e confinavano con le case di Jacono Vitetta, Antonino Truncè e la via pubblica.
Essendo in età avanzata e per altre ragioni, nel settembre 1613 Gio. Paulo Labruto decise di donare queste sue proprietà ai figli Gio. Francesco e Gio. Domenico e, per non creare tra loro alcun litigio, fece fare una descrizione dettagliata delle due parti. In tal modo possiamo farci un’idea di come era organizzata la dimora, conoscere gli inquilini e quali problemi creava la coabitazione. A Gio. Francesco lasciò “l’appartamento dello studio consistente in doi membri l’uno dentro l’altro con una stalla et pagliarola di sotto nello quale appartamento v’è una scala di petra con porta fora di la strada… unaltra camera contigua, et a pianura della camera dello studio, che è sopra il cortiglio dove è una porta corrispondente alla sala insieme con l’airo di sopra corrispondente a d.a camera dove anco è unaltra porta corrispondente all’altra sala di alto, con patto che tutte le due porti di detta camera di basso et alto corrispondente alle d.e sale ut s.a si habiano da fabricarsi a spese comuni di essi fratelli, et le porti di legname, che vi sonno al presente l’una sia dell’uno, et l’altra dell’altro fratello… lo magazeno sotto la sala allo lato del cortiglio insieme con la gisterna posta dentro detto cortiglio, et non si habia da fare di fumo alli canali che vanno alla gisterna.. la casa confine lo studio dove al presente habita Ambrosino Pisiri … le sopradette due case terrane innanti lo d.o cortiglio delle dette case grandi”. A Gio. Domenico donò “Il resto delle dette case grandi consistentino cioè la sala al piano di d.o vignano con l’altra sala sopra con tutti li altri membri, come sonno cellaro, et granaro… la camera al piano di d.a sala corrispondente alli casaloni dove al presente è il giardinello et horto … unaltra camera confine le case del dottor Gio. Andrea Canale dove è una porta che corrisponde dentro la sud.a camera del’horto detta lo furno … la camera esistente all’altra parte che corrisponde al sud.o giardinello confine la casa che fu di quelli di Caputo …”. Il genitore poneva alcune condizioni per facilitare la convivenza tra i due fratelli: “che il cortiglio di dette case grandi, scala et vignano siano comuni, et che volendo esso Gio. Francesco far una porta che affacci sopra il vignano dalla quale possa salire, et scender dalla scala et cortiglio ce la possa fare senza che sia impedito dall’altro fratello, et che allo cortiglio non senci habbino di tenere cose mobili da essi fratelli et loro heredi, et tenendocene, et perdendosi l’un non sia tenuto dar conto all’altro, patto expresso che alla porta del med.o cortiglio sinci habbia de fare una fermatura, nella quale vi habbiano da essere due chiave una la tenghi detto gio. Fran.co et l’altra lo detto gio. Dom.co acciò che ad ogni hora che l’uno vorrà uscire da d.a casa possa farlo liberamente a sua voluntà tanto di giorno come di notte senza che l’uno possa essere impedito dall’altro, et lo cortiglio s’habbia d’annettare da quello che ci butterà le lorditie; et perché a d.e case grandi vi resta anco unaltra camera che è sopra la scala del detto cortiglio dove al presente habita Caternella Labruta sua figlia con uno magazeno vi possa habitare la d.a Caternella sua vita durante tantum, et dopo la sua morte resti detta camera et magazeno in comune et indiviso ad essi Gio. Fran.co et Gio. Dom.co et contentandosi tanto l’uno come l’altro, che resti ad uno solo, si facci apprezzari da doi comuni amici eligendi, et quello che piglierà l’uno paghi all’altro, come meglio li parerà”. La divisione procedette con la spartizione dei tre palazzotti, situati di fronte alle case grandi. A Gio. Francesco venne dato quello più grande con la scala di pietra, gli altri due andarono a Gio. Domenico, con alcune condizioni, tra le quali che la scala rimanesse in comune (5).
Dalla lettura del documento si ricava che la proprietà era gravata da due annui censi, che dovevano essere pagati alla metà di agosto, uno di ducati sei al tesorerato della cattedrale di Crotone e l’altro di carlini 12 al monastero dei minimi di Gesù Maria e che per divisione il primo doveva essere soddisfatto da Gio. Francesco, l’altro da Gio. Domenico.

Dalle case al palazzo de’ Labrutis
Alcuni anni dopo, nel 1620 la continenza di case era del solo Gio. Domenico Labruto, il quale aveva anche un territorio detto la Rotunda Grande (6). Le case consistevano in più membri inferiori e superiori con cisterna ed era posta in parrocchia anticamente di “Santa Nargina” ora di San Pietro (7). In un successivo documento, stilato nel settembre 1629, le case erano già passate agli eredi di Gio. Domenico e confinavano con l’abitazione di Gio. Bernardo Casanova (8). Pochi anni dopo troviamo gli eredi di casa Labruti: i fratelli Stefano, Gio. Paulo juniore e Domenico, figli di Gio. Domenico e di Mosessa Pagano, che tra l’altro possiedono il territorio La Rotonda, così detto “per essere un monte rotondo” (9). Con atto del notaio Geronimo Felice Protentino del 22 agosto 1657 Stefano de Labrutis faceva una finta donazione della sua parte di eredità paterna in favore del fratello Gio. Paulo juniore, che in quanto primicerio della cattedrale poteva evadere i creditori e le tasse (10). La continenza di case in seguito dapprima risulta di proprietà di Stefano e Domenico Labruto, proprietari anche delle gabelle La Ritunda e Ritundella e del giardino e vigne del Ponte (11), poi del solo Stefano. Stefano, come anche il fratello Gio. Paulo, fu confrate della confraternita del Rosario. Partecipò alla vita politica cittadina; alleato dei Lucifero e dei Suriano, fu più volte eletto dei nobili (1674) (12). Sposò Laura Berlingieri, che gli portò una dote di 1500 ducati e gli diede due figli: Niccolò ed Aurelio. Abitò nelle case dei Labrutis, che trasformò in palazzo, parte del quale dava in fitto. Esso allora confinava con le case di Diego Casanova (13). Dopo la sua morte avvenuta il 6 luglio 1694 (14), il tutto rimase al chierico Domenico che alla fine del Seicento ne risultava in possesso e come tale aveva l’onere di pagare i vecchi censi, cioè carlini 12 dovuti al monastero di San Francesco di Paola, ducati due al canonicato di San Paolo della cattedrale e i carlini 2 alla mensa vescovile. Il palazzo del chierico era situato in parrocchia dei SS. Pietro e Paulo e confinava, via mediante, con le case che da Giuseppe Squillace erano passate a Tommaso Sculco e con le case del fisico Antonino Magliari. Sempre in tale periodo per giustificare la perdita di una rendita il tesoriere della cattedrale di Crotone Francesco Duarte dichiarava che nelle vecchie platee del tesorerato si trovava annotato un annuo censo di ducati sei sopra la casa degli eredi di Gio. Paulo Labruto seniore, casa che ora apparteneva al chierico ed erede Domenico de Labrutis. Tuttavia nel tempo l’annuo censo era stato diviso: ducati due erano andati al canonicato di San Paolo della cattedrale e ducati quattro, per un capitale di ducati cinquanta, al tesorerato. Questi ultimi secondo il Duarte non erano più esigibili su quelle case, in quanto poco dopo la metà del Seicento gli eredi Stefano e Domenico di Labrutis avevano ritornato al tesoriere Gio. Giacomo Sillano il capitale. Questa dichiarazione tuttavia non convinse il vescovo Marco Rama ed i possessori della casa dei Labrutis furono costretti a pagare nuovamente il vecchio censo di ducati 4 al tesorerato (15).

Dai Benincasa agli Schipano
Il chierico Domenico de Labrutis abitò nel suo palazzo consistente in nove stanze con i suoi bassi e possedette alcune case vicine: “una casa consistente in tre membri confine le case del S.r Magliari, Marturani ed altro, un’altra casetta a muro del predetto palazzo confine il S.r D. Tomaso Sculco via publica mediante e un’altra casa a muro del palazzo del S.r D. Tomaso Sculco a fronte di questo presente palazzo ed altri fini”. Fu rettore del beneficio con altare e cappella in cattedrale di Santa Maria di Monte Carmelo e San Bernardino da Siena della famiglia de Nola Molise e del beneficio di iuspatronato della famiglia Labrutis senza altare e cappella intitolata a S. Maria de Angelis e proprietario delle gabelle “la Rotonda” e “La Rotondella”, di un giardino nel luogo detto “lo Ponte d’Isari con sua torre”, di alcuni vignali, di armenti e arnie (16). Durante gli ultimi anni della sua vita si era particolarmente indebitato, trattenendosi anche per suo uso privato del denaro del beneficio dei Nola Molise di cui era rettore (17). Gravato da più censi e debiti (18), Domenico morì il 21 dicembre 1701 e con lui si estingueva la casata dei Labrutis, essendo i figli del fratello Stefano già morti in età giovanile (19). Prima di morire, per testamento fatto presso il notaio Silvestro Cirrelli il giorno 29 novembre 1701, aveva istituito suo erede, non avendo alcun parente, il reverendo Marco Antonio Benincasa. Sempre per testamento il patrimonio immobiliare fu in parte smembrato. Il palazzo andava al suo erede, anche se alcune camere rimanevano vita durante alla vedova Laura Berlingieri, ma la “continenza di case consistenti in tre camere col vignanello, site proprio dietro Santa Naina in parrocchia di S. Pietro e Paolo e affaccianti alla casa del signor Antonino Magliari”, furono assegnate a Tota Fota, con l’obbligo di darle in dote alla figlia, Isabella Letteri, e con la condizione che qualora il confinante Antonino Magliari “volesse fabricare al suo vignano col fare camera possi appoggiare sopra le mura della presente casa senza veruno impedimento”, e le due casette terranee, situate in frontespizio alla predetta continenza, furono promesse alla cappella della B. V. del Capo delle Colonne (20). Il palazzo con i fondi rustici e i suoi debiti, che assommavano ad oltre 2000 ducati, (21) passarono così al sacerdote Marco Antonio Benincasa, originario di Mesoraca (22). A causa dei debiti anche patrimonio fondiario, che era stato dei Labruto, cominciò ben presto a sfaldarsi. Nell’aprile 1707 la gabella “La Rotonda” era venduta ad Annibale Berlingieri e nel 1711 le vigne ed i vignali chiamate comunemente “La Vigna di Labruto” vennero sequestrate, messe all’asta e vendute dalla Corte vescovile (23). Il Benincasa fu sottocantore della cattedrale di Crotone e agì come procuratore del reverendo Gio. Tomaso Greco di Mesoraca, “subaffittatore dei membri e corsi della badia di Corazzo esistenti nel distretto di S. Severina e Crotone” (24). Rettore per molti anni del beneficio di Santa Maria del Mare e San Leonardo Abbate con altare e chiesa propria fuori mura, che era di collazione della mensa vescovile di Crotone (25), si indebitò con quest’ultima (26) e con il capitolo della cattedrale (27), gravando ancor di più il palazzo, che era stato dei Labrutis sul quale erano infissi ancora i vecchi censi, cioè i ducati 2 del canonicato di San Paolo, i ducati 4 al tesorerato della cattedrale e i carlini 2 della mensa vescovile (28). Con i vecchi ed i nuovi censi il palazzo col suo giardinello murato pervenne alla morte del Benincasa, avvenuta prima del 1730, al mastro Giuseppe Schipano da Mesoraca, il quale ne entrò in possesso ed andò ad abitarci in quanto nipote ed erede di Marco Antonio Benincasa, erede di Domenico de Labrutis. Il nuovo proprietario nel febbraio 1731 vendette per ducati 80 al marchese Fabrizio Lucifero due casaleni “con li soli mura alti, non coperti attaccati alle sue case” e ad una casetta appartenente al marchese, dando all’acquirente la possibilità “di poter appoggiare al muro del giardinello in caso volesse alzare dalla sua parte” ma gli proibendogli di aprire finestre dalla parte del giardinello (29). Fu in questi anni che il palazzo da Giuseppe Schipano passò ai figli (30). Giuseppe Schipano costituì il patrimonio sacro del figlio Gio. Battista sopra il palazzo, palazzo nel quale il sacerdote abitò assieme alle sorelle nubili Catarina e Rosa, alle quali doveva prestare ogni “aiuto di vitto e vestito secondo il loro grado e condizione” (31). Dal catasto onciario di Cotrone del 1743 risulta che il sacerdote trentatreenne Gio. Battista Schipano abita in casa propria in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo e possiede sotto la sua casa un molino centimolo, azionato da una mula. Il palazzo è gravato da alcuni annui censi, tra i quali uno dovuto al capitolo per un capitale di ducati 400 ed uno di carlini 12 al convento di S. Francesco di Paola (32) e confina con il palazzo degli Sculco (33) e con le case palaziate, o palazzo, che da Antonino Magliari erano passate per eredità ai Giaquinta (34). Sempre nello stesso palazzo abita il fratello Francesco Antonio Schipani di 28 anni, “senza applicazione”, con la moglie Isabella Dardano e le sorelle Rosa e Caterina (35).

Il palazzo dagli Schipano ai Camposano
Poco dopo la metà del Settecento il palazzo appartiene al canonico Gio. Battista Schipano, il quale ne è in possesso in quanto erede del padre Giuseppe e del fratello Francesco Antonio. Esso confina da un lato con il palazzo che fu dei Magliari ed ora appartiene a Prospero Giaquinta e dall’altro con alcune casette locate dagli Sculco e da Alfonso de Aragona. In questi anni gli Sculco, proprietari ed abitanti nel palazzo di fronte, separato da quello degli Schipani dalla strada pubblica, decisero di allargare la loro dimora. Possedendo delle case basse ed uno spiazzo vuoto accanto al loro palazzo, essi avevano intenzione di costruire nello spiazzo e di elevare e unire le case. Poiché così facendo avrebbero recato pregiudizio al vicino e soprastante palazzo degli Schipani, impedendogli la veduta del mare e dei monti, raggiunsero un accordo con Gio. Battista Schipani. Quest’ultimo nel maggio 1767 in cambio di 100 ducati permise agli Sculco di poter fabbricare ed alzare a loro piacimento la nuova costruzione e “formarci fenestre e balconi” (36). Nell’aprile 1772 il palazzo confinante da una parte con quello dei figli ed eredi di Prospero Giaquinta e dall’altra con la casa locanda del cavaliere Sculco con “due camere superiori ed altre due inferiori che sono la sala e quella sopra il cortile, due altre appresso del medesimo quarto inferiore con quelle due rovinate e giardinello e diversi bassi con portone, cortile, scala e vignano di cantoni” è ceduto a Sebastiano Camposano, figlio del fu Paolino (37). In seguito il palazzo, che fu dei Labrutis, risulterà ancora di proprietà dei Camposano (38) anche se, essendo sorti contrasti tra i numerosi eredi di Gio. Battista Schipano, nel catasto onciario di Cotrone del 1793 i vecchi censi graveranno genericamente “le case del q.m D. Gio. Battista Schipani” (39). Attualmente il palazzo che fu dei Labrutis è situato in via Francesco Antonio Lucifero, poco prima dell’incrocio con via Giuseppe Ducarne.

 

Note

1. Conto … del vescovato de Cutrone, 1570 et 1571, Dip. Som. 315/9, ASN.
2. ANC. 15, 1583, 125.
3. Giovanni Perretta possiede una casa palaziata in parrocchia di S. Nicola de Cropis, confinante con la casa di Iacobo Ursi, la casa di Hortentio Labruto, la casa di Gio. Battista Pisanelli e quella di Isabella Iannice, ANC. 49, 1594, 22.
4. Il 12 novembre 1596 il canonico Gio. Paulo Labruto chiede al vescovo Lopez che, possedendo la cappella di S. Maria de Angelis il cui altare dava impedimento alla chiesa, fosse possibile trasferirlo al posto della antica cappella chiamata della Visitazione , AVC. 113.
5. ANC. 108, 1613, 101-103.
6. Nel 1620 Jo. Domenico de Labrutis vende a Josepho Maria Syllano la metà del territorio detto la Rotunda grande, ANC. 117, 1620, 3-4.
7. ANC. 49, 1620, 43.
8. Le case di Gio. Bernardo Casanova erano situate in parrocchia di S. Pietro e confinavano con le case degli eredi di Gio. Domenico Labrutis, ANC. 118, 1629, 47.
9. Nola Molise G. B., Cronica cit., p. 52.
10. Stefano de Labrutis avendo ottenuto molti benefici dal fratello, il primicerio Gio. Paulo, gli dona la parte e la porzione che gli spetta dell’eredità paterna, con la condizione di ottenere, sua vita durante, vitto, vestito e tutto ciò che gli è necessario secondo il suo grado e condizione, ANC. 229, 1657, 111.
11. Il 5 settembre 1691 il chierico Domenico e Stefano Labrutis prendono a prestito dal capitolo ducati 90 all’8% impegnando le loro proprietà, Platea del Capitolo 1691, f. 12.
12. ANC. 334, 1675, 44.
13. Gaspare Scavelli abitava nelle case proprie di Stefano de Labrutis, site in parrocchia di S. Pietro e confinanti le case di Diego Casanova e via pubblica, ANC. 337, 1694, 111.
14. Platea del Capitolo 1692 /1693 e 1693/1694, f.13, AVC.
15. Il tesoriere Sillano avuti i 50 ducati li aveva investiti sopra le sue case, Acta cit., f. 136.
16. Acta cit., ff.29, 31v, 69 sgg.; ANC. 496, 1702, 56-59.
17. Nel settembre 1691 prende a censo duc. 90 dal Capitolo, nel febbraio 1692 altri duc. 50 dal beneficio di iuspatronato dei Nola Molise e s i era trattenuto dallo stesso beneficio altri duc. 50 che dovevano essere impiegati. Platea Capitolo, 1692/1693, f. 9v; Anselmus cit., f.37v.
18. All’arciprete Gennaro Pelusio doveva 400 ducati, al capitolo 90 ducati, al beneficio di Nola 100 ducati, a Giuseppe Massaro 60 ducati, ai Venturi 100 ducati, a Giannocari 300 ducati, ai Ralles 300 ducati ecc., ANC. 496, 1702, 56-59.
19. Atti del beneficio di Santa Maria degli Angeli, AVC.
20. ANC. 497, 1701, 77v.
21. ANC. 496, 1702. 56-59.
22. Marco Antonio Benincasa deve pagare al capitolo l’annuo censo per il capitale di ducati 90 che gravavano le proprietà del fu Domenico de Labrutis, Platea del Capitolo 1704- 1705, f. 8.
23. Il 16 aprile 1711 il parroco Natale La Piccola acquistava all’asta per ducati 600 la “vigna con due vignali uniti, con più e diversi alberi fruttiferi, viti, casella, vaglio di fabrica, pozzo, chiusura e fosse, seu conserve da metter biade, in loco detto Il Ponte comunemente chiamata la Vigna di Labruto”, ANC. 659, 1715, 43.
24. ANC. 470, 1697, 32-33.
25. Acta cit., f. 40; Anselmus cit., f. 90.
26. La mensa vescovile nel 1711 esige un annuo censo di ducati uno da D. Marcantonio Benincasa sopra le case furono di Labrutis, Conto della mensa vescovile, 1711-1712, f. 4v.
27. Marco Antonio Benincasa doveva ducati 400 al capitolo, Platea del Capitolo 1730-1731, f. 10v.
28. Anselmus, cit., ff. 23v, 27.
29. ANC. 663, 1731, 46.
30. Gli eredi del qm D. Marco Antonio Benincasa e per esso M.ro Giuseppe Schipano sopra tutti li loro beni per capitale di Ducati 400 devono annui ducati 24 al capitolo, Platea del Capitolo 1730- 1731, f.10v.
31. ANC. 911, 1742, 40.
32. Catasto onciario Cotrone, 1743, ff. 200, 218, 241.
33. Nel 1754 il palazzo Sculco confina con il palazzo degli eredi di Marco Antonio Benincasa ora dei figli del qm Giuseppe Schipano, ANC. 857, 1754, 443.
34. Le case palaziate, o palazzo, che da Prospero Giaquinta passarono alla moglie Anna Todaro ed ai figli Giuseppe e Michele Giaquinta, erano formate da quattro camere superiori, una inferiore, o mezzanino, e tre bassi, uno dei quali serviva per casa matta, ed aveva un portone di cantoni. Esse confinavano col palazzo del qm Labrutis ora dei figli ed eredi del qm Giuseppe Schipano, ANC. 917, 1769, 181.
35. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 90.
36. ANC. 1129, 1767, 116 –118.
37. ANC. 917, 1772, 22.
38. Il Sig.r Sebastiano Camposano sopra le case, che furono de’ Labruti in par.a di S. Pietro paga -20. Deve per li 15 agosto 1779 -80, Platea della R.ma Mensa vescovile Cotrone per il 1780 e parte del 1781, f. 29, AVC.
39. Catasto Onciario Cotrone, 1793, ff. 141, 145, 176v.

-Appendice-

Il palazzo di Domenico de Labrutis

“Nelle camere e sala. Una trabacca di ferro alla Genovese con due capezzali e sue poma di legno. Un candiliere d’oglio grande d’ottone. Due baugli dentro de’ quali vi sono: Un paro di calzi di velluto usati, un gippone di tabì alla spagnuola usato, quattro pilucche usate, un montesino, due para di pugnetti ed una tocca usati, due collara d’urletta usati, uno specchio, tre quadri mezani ordinarii e quattro piccoli con cornice dorata, una cassa vecchia vuota, un piede di bacile, una boffetta. Più tre baugli usati dentro de‘ quali stanno due coperte nuove di bambace con sue francie semplici, uno sproviero nuovo di bambace con sue francie, un ferrajolo di sagovia usato, un gippone alla spagnuola di tabì usato, un altro di drappo di seta lavorato con bottoni d’argento filato. Quattro pianete di quattro colori, tre di damasco ed una di velluto usate, uno sopracalice nero, un fangottello con diversi astergituri. Un calice semplice, quattro borze usate, due missali grandi usati, un missaletto di morti usato, un portiero usato moscato di capricciola. Diverse scritture antiche. Due cascie dentro le quali vi sono: Una cortina di tela usata, uno sproviero di tela ordinario vecchio, undici quadri mezani con cornice ordinaria indorata, diecenove quadri piccoli con cornice parimente indorata, Un crocefisso di legno. Tredici quadri piccoli con cornice ordinaria colli misteri della passione di N. S.re. Otto quadri grandi con cornice ordinaria nera, due ferri di portiere. Una travacca con tre scanni di ferro colle colonne torte con una capizzera. Due boffette ordinarie, una cantinetta mezzana ed un’altra piccola vuote, un candiliere vecchio d’ottone. Di più uno stipo di tavola sana pittato vuoto. Una boffetta, un banchicello, due giarre, una cascia vuota, quattro sedie di paglia usate, quattro quadri vecchi, un caldarone di rame, un’accetta, due caldare di rame grandi, un ferro di portiere, un braciere vecchio di rame, una scopetta, una mezarola ferrata e due ordinarie, un mortaro di bronzo piccolo col suo pistone, tre spedi grandi, tre tripodi grandi, un paro di mollette, un cato di rame. Di più un imbuto grande di rame, un paro di fiscoli per il miele, nove sedie vecchie di cojro, due giarre, tre barili, due sportoni di grano vacui, diverse cose di creta usate, un pronzonetto di rame usato, quattro cascie vecchie vuote, un carratello, una briglia, due fermature vecchie, una carrarizza, due banchi di tavola per letto vecchi, due tavoloni di castagna, un tinello vecchio. Due statile, una grande e l’altra piccola. Di più cinque cassoni di tavola sana nuovi per adorno di sala, una carriola. Un cassione vecchio vuoto di tavola sana. Un baullo vecchio vuoto. Un cassone di noce dentro lo quale vi sta un paro di cuscini di tela con guarnimento di seta rossa, otto sedie di coiro vecchie, quattro quadri vecchi semplici colli miracoli della B. V. del Capo Colonne, un quadro grande semplice col ritratto d’un tale delli SS.ri Labrutis. Più in altre camere dentro il med.mo palazzo. Una trabacca di ferro colle capizzere a capo e piedi con due matarazzi di lana e due cortine di filato una bianca e l’altra tinta, un baullo con un vestito usato di strafino, cioè calsi e gippone. Una giarra d’acqua, due casse usate dentro de quali vi sono uno buto ed una misura di rame per l’oglio, una mola, due casciette, un stipo fabricato al muro con diversi ferramenti ed altre cose per servitio di casa, un molino con due pietre nuove e due vecchie e due mule vecchie, quattro botti mezane e tre carratelli, una delle quali botti sta piena di vino. Più due fiscini, diversi barili, un mazzo di scupe, un crino d’aria, un caccavo di rame vecchio, ferro e bulla delle vacche, sei pignate di creta, dudici piatti di creta, una ferriata di fenestra di magazino, una pala di ferro, un orenale di vedro, un catinazzo per il cortile, una paricchiara, un paro di ritoni, sei piatti di stagno grandi e piccoli, due rote di carro, quattro cerchi di ferro per le med.me. Un studio con diversi libri, un breviario nuovo, due semestri vecchi, un diurno usato, quattro tremestri usati.
Robbe esistenti nelle camere dove habita la S.ra Laura Berlingieri: Una guarnaccia di rascia, quattro pezze di tela d’Olanda, un vestito nuovo di lamia d’oro a specchio, un altro vestito d’armosino nuovo con guarnitioni d’argento, un vestito nuovo di raso nero lavorato con sue guarnitioni, un vestito nuovo di raso moscato lavorato, tre faldiglie di di saja scarlatina per sotto con sue guarnitioni d’argento, un panno d’asprolino per figliuoli con sua guarnitione d’argento, un altro simile in tocco, due fascie di drappo d’oro torchine, diverse fascie di coralli grossi con spartituri d’oro, diversi vestiti di seta e saja, sottane e tocchi di diverse tele, che si conservano nel cassone di tavola di castagna inchiodato, che si tenevano per memoria della q.m S.ra Mosessa Pagano madre di d.o q.m Dom.co . Di più una trabacca di ferro nuova con sue colonne e due capizzere, una cortina di bambace a maruchella nuova di d.a trabacca, due matarazza di lana usati, quattro altre matarazza di lana grandi esistenti nel letto dove dorme d.a Sig.ra, due sprovieri di tela l’uno tinto e l’altro bianco, due ferzate di lana usate, una cultra nuova, una coperta di letto di seta di color verde, e giallo listiata, un portiere di seta e capricciola, uno sproviero bianco di tela a tre mezine con maroccoli, un altro sproviero di tela d’Olanda nuovo guarnito con fascie di seta rossa, un altro sproviero tinto nuovo lavorato a pietra d’anello, una cortina in tocco, uno sproviero bianco di tela alli vinti usato coll’intagli, otto casse di tavola usate, una boffetta di noce, diversi tocchi di tela fina, tant’altri tocchi di tovaglie di faccia e selviette, otto para di lenzuoli fini, due quadri vecchi con diverse immagini, ed uno nuovo coll’imag.ne di S.a Anna, un capo fuoco di ferro, una frissura di rame grande, ed un’altra piccola parim.te di rame, una conchiglia di rame usata ad uso di bacile, un scaldaletto nuovo, due giarre, quattro sedie di paglia, una spada nuova con suo pugnale coll’impugnature d’argento, una boccaglia di seta incarnata con rizziglia d’argento larga pal. uno scarzo, oltre diverso altro mobile usuale di casa.”.

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