Descrizione e toponomastica della città antica di Cerenzia

Veduta aerea di Cerenzia Vecchia.

“Città antichissima detta Cerenthia anticamente chiamata Pumento fabricata sovra un sasso, e circondata da profondi precipitii”.[i]

“Gerentia … posita in quodam Monte, et saxo praecipiti undique ingentibus rupibus cincto, quae ob insalubrem aerem et fere pestilentem, quasi in solitudinem redacta est”.[ii]

“Sebbene molto antica sia questa Città è poco abitata sì per l’aria cattiva, che vi si respira, e come per la Pestilenza, che l’ingombrò nell’anno 1528”.[iii]

Cerenzia Vecchia. topografia della località di “ACERENTIA” (particolare del foglio N. 561 S. Giovanni in Fiore 1:50.000 dell’IGM).

La città di Cerenzia alla metà del Settecento si presentava spopolata ed in abbandono. Abitata solo in parte e con alcune abitazioni in rovina poteva essere suddivisa in tre rioni, tra loro separati da ampi spazi coperti di orti e giardini, con gelsi neri e alberi di fichi. In luogo dominante svettava l’antica cattedrale di San Teodoro, circondata dal suo ampio giardino. Dalla parte opposta l’area dell’antico castello feudale. Di esso rimaneva solo il ricordo nel toponimo, che copriva un’ampia estensione in parte incolta, e nei censi di “ius soli inefrancabbili” dovuti alla Camera baronale.

Di fronte ad essi verso la Sila l’ampio rione “Falarocca” o “Palarocca”, dove era situata la maggior parte dell’abitato e dove si apriva la porta principale della città. All’esterno ed intorno alle mura i numerosi orti e giardini alberati di gelsi neri e di alberi da frutto rendevano meno aspro il paesaggio primaverile.

 

Le mura

È del 12 ottobre 1491 una supplica dell’Università di Cerenzia al Re Ferdinando per ottenere i mezzi per poter riparare le mura della città: “… dicta Città et districto de mura … Concederli che li prati et defese in quillo modo essi citatini se le gaudeno senza contradictione alcune lo possano vendere, et la utilita et lucro perveniente da quilli ponerle a la reparatione dele mura de dicta Cita, et ad fare una cisterna per comodo de dicta universita …”.[iv]

Le mura della città sono anche richiamate in un atto del notaio Marcello Santoro di Santa Severina. Il 17 aprile 1577 in Santa Severina. Ligorius Gamuti e la sorella Armenia di Cerenzia donano al Reverendo Vincenzo Strati di Caccuri, abitante in Cerenzia, alcuni loro beni: “duas arbores sicomorum sitas ante portam magnam Civitatis Cerentiae jux.a ortale Laurentii Faguente viam publicam et muros dictae Civitatis ac alios fines nec non  aliam alborem sicomorum situm in eodem loco” (gli alberi sono gravati di un censo di grana uno e mezzo dovuti alla curia baronale). La donazione è per “amore Dei et per remissione suorum peccatorum et ad hoc ut p.tus R. Vinc. Possit comodius vivere et rogare Deus”.[v]

Il documento evidenzia che, vicino alle mura ed appena fuori la Porta Magna della città, vi erano alcuni piccoli orti, alberati di gelsi neri e di alberi fruttiferi.

 

Le porte della città

Si entrava nella città attraverso le porte. Dall’analisi dell’aerofotografia e delle carte topografiche si può ipotizzare che vi erano almeno tre porte. Esse erano situate una dalla parte della chiesa cattedrale, un’altra verso la marina dalla parte del castello e la terza verso la Sila, dove era situata la maggior parte dell’abitato.

Una di esse è richiamata in una visita pastorale della metà del Cinquecento. Dopo aver invocato il nome della Santissima ed Indivisibile Trinità, il 13 gennaio 1560, accompagnato da D. Nicola Gulli, pubblico notaio per apostolica autorità e giudice ordinario ed anche mastro d’atti ordinario della Curia arcivescovile di Santa Severina e della sua diocesi e provincia, il Reverendo Joanne Thomasio Cerasia, cantore della chiesa di Mileto e vicario generale metropolitano per parte dell’Ill.mo e R.mo D. Joanne Baptista Ursini, arcivescovo di Santa Severina, dopo aver visitato nei mesi passati la chiesa metropolita di Santa Severina e la sua diocesi, volendo continuare e completare la visita per tutta la provincia, lasciò la chiesa metropolitana di Santa Severina e si recò nella città di Cerenzia e nel vescovato di detta città, suffraganeo di detto arcivescovato di Santa Severina.

Come arrivò presso la porta di detta città (“pervenisse prope portam dictae Civitatis”), gli andò incontro il Reverendo D. Angelo Macri, vicario generale di detto vescovato, assieme, come al solito, a molti altri preti di detta città di Cerenzia, al capitolo ed al clero. Il 15 gennaio 1560 lasciata la città di Cerenzia giunse nella terra di Caccuri.

Un documento successivo documenta l’esistenza della “Porta Magna”. Il 17 aprile 1577 in Santa Severina. Ligorius Gamuti e la sorella Armenia di Cerenzia donano al Reverendo Vincenzo Strati di Caccuri, abitante in Cerenzia, alcuni loro beni: “duas arbores sicomorum sitas ante portam magnam Civitatis Cerentiae jux.a ortale Laurentii Faguente viam publicam et muros dictae Civitatis ac alios fines nec non aliam alborem sicomorum situm in eodem loco” (gli alberi sono gravati di un censo di grana uno e mezzo dovuti alla curia baronale).[vi]

“Cerenzia Vecchia”. In evidenza le porte, il castello, la cattedrale ed il luogo detto Palarocca.

La “Porta Grande” è presente anche nei documenti settecenteschi. Appena dentro e vicino ad essa vi erano degli “orticelli” e delle case palaziate e terrane. Sappiamo che il custode di porci Carlo Mauro, originario della terra di Savelli, possedeva “un orticello nel luogo detto La Porta Grande alberato di celzi negri, confinante con i beni di Tomaso Oliverio”[vii] ed il Rev.do Can(oni)co Don Donato Quattromani, prete secolare, vi aveva “una casa palaziata ed un’altra terrana al piede di essa nel luogo dove si dice la Porta Grande”.[viii]

Il rione Porta Grande” è citato anche in seguito negli atti del notaio di Cerenzia Massimino Caligiuri (1810-1818).

Sigillo del notaio Massimino Caligiuri di Cerenzia.

La cattedrale dedicata a San Teodoro (Vescovado) (dentro le mura)

Nel gennaio 1560 la cattedrale manca di campanile. Il visitatore ordinò che entro due anni fosse costruito. Nella relazione del vescovo Propertio Resta del novembre 1589, così è descritta la Chiesa Cattedrale “è fuora della habitatione in loco eminente et mal seguro per i banditi et ladri … Le campane sono dentro la chiesa da sessanta anni cascò il campanile senza esser mai refabricato”.[ix]

Il napoletano Carlo Ronchi (1732-1764) trovò che nella cattedrale erano erette le due confraternite del SS.mo Rosario e dei Sette Dolori di Maria Vergine. Situata in un promontorio, fuori e dominante l’abitato, che contava circa 400 abitanti, ad essa era unito il piccolo palazzo vescovile.[x]

Alla metà del Settecento vi erano le cappelle di San Francesco di Paola,[xi] di San Giacinto[xii] e del SS.mo Sacramento.[xiii]

Il rione Vescovado Vecchio è citato anche negli atti del notaio di Cerenzia Massimino Caligiuri (1810-1818).

 

Palazzo Vescovile (dentro le mura)

Il “Palatio episcopale” era vicino alla Cattedrale (1560). Era formato da una “habitatione pess(im)a con due stantiole in terreno fabricate di creta, recetto di sorci et formiche senza comodità di acqua ne di cosa alc(un)a”.[xiv]

 

Il giardino della Mensa Vescovile (dentro le mura)

Il Giardino della Mensa Vescovile si estendeva verso il luogo Palarocca. In una donazione fatta a titolo di patrimonio sacro al nipote dal canonico Candido Caligiuri, tra i vari beni vi è “un palazzo di più stanze tutte con loro rispettivi bassi, camere e tavolati, sito e posto nel luogo detto Palarocca tutto isolato vicino il luogo detto il Giardino della Mensa Vescovile, franco e libero di ogni peso, censo e servitù, ne ad altri donato, ipotecato, né soggetto a fedecommesso, dentro del quale vi è una stanza grande detta l’ultima camera con un camerino attaccato ad essa, l’una e l’altro palaziati come sopra, la quale camera, e camerino tali quali avendoli fatti estimare, ed apprezzare dal mastro muratore ed esperto aprezzattore delle fabbriche Bernardo Oliverio di questa Città di Cerenzia …”.[xv]

Il “Giardino” apparteneva alla Mensa vescovile ed era un comprensorio di terre di dodici tomolate alberate di gelsi neri. Confinava con i beni della chiesa cattedrale, con l’orto alberato di gelsi neri e con le mura della chiesa di Santa Maria delle Grazie e con un orticello appartenente al Capitolo della Cattedrale. Alla metà del Settecento è descritto come “detoriorato”.[xvi]

Ruderi della cattedrale di Cerenzia Vecchia.

Il castello (dentro le mura)

Dell’antico castello medievale alla metà del Settecento rimaneva solo il ricordo nella toponomastica, che indicava una vasta area, in parte disabitata, all’interno della città, dove il principe di Cerenzia, Vincenzo Rota, conservava tra i beni feudali “la vigna del Castello”[xvii] ed alcuni censi su case ed orti.

Nel luogo detto il Castello vi erano alcune case palaziate e terrane con accanto orti ed orticelli alberati di gelsi neri, fichi ed alberi da frutto. Tra queste quella di Domenico Venneri della città di Cariati, che aveva un orto alberato di gelsi neri e fichi “d’estensione un tom.o”, il quale confinava con la Principal Camera e via publica[xviii] e quella di Rosalbo Benincasa, nobile vivente di S. Giovanni in Fiore, il quale possedeva nel luogo detto il Castello “una casa palaziata chiusa in più membri con un orticello adiacente alla d(ett)a casa alberato con piedi celzi neri inaffittata per mancanza d’habitanti, al presente abitata gratis dalla vidua Innocenzia Marulli”.[xix]

Il luogo, situato dal lato opposto alla cattedrale di San Teodoro, era presso la porta della città rivolta verso la marina ed è richiamato più volte negli atti dei primi anni dell’Ottocento del notaio di Cerenzia Massimino Caligiuri.

Da questi documenti sappiamo che nel rione “il Castello” vi era l’abitazione di Vincenzo Bisciglia,[xx] quella promessa alla futura sposa Maria Talarico dalla zia Portia Curto, la quale “per affetto e benevolenza che dice aver portato”, promette che alla sua morte possa ereditare “la sua casa ove al presente abita, sita in questa città luogo detto il Castello, confine quella di Carlo Mauro e via pubblica. Franca e libera d’ogni peso, quale casa dovrà intendersi il solo membro superiore”.[xxi]

Vi era poi il “continente di case” che il nobile Fortunato de Lucro vende nel 1808 ad Andrea Marrajeni. Questo insieme di abitazioni, gravato da un censo per “jus soli” dovuto al barone, era “sito in questa sudetta Città, luogo detto il Castello, confine la casa di Vitaliano Ursia, e quella degli eredi del quondam D. Domenico Bonavia, consistente in tre camere a piede piano, ed una grotta propriamente sotto le sudette case per franche e libere, ma solamente soggette ad un’annualità censuale di carlini due per cadauna camera, dovuta alla Camera Baronale di questa sudetta Città, per il di loro capitale di docati diciotto censo ineffrancabile per il jus soli. Come pure un magazzino confine alla stalla di Giovanni Fabiano.”[xxii]

Da ultimo ricordiamo che Francesco Laratta possedeva “una casa a piede piano confine la casa del canonico D. Giuseppe Spina, e l’orto dello stesso, strada publica, per franca e libera, pervenutala dall’eredità paterna, e sita e posta la sudetta casa entro questa sudetta Città, luogo detto il Castello”. La casa, valutata dal mastro muratore Bernardo Lignanetti di San Giovanni in Fiore per ducati 18 e grana 50, è venduta a Giuseppe Frontera.[xxiii]

 

La piazza (dentro le mura)

Nel luogo detto “la Piazza” vi sono alcuni piccoli orti alberati di gelsi neri. Tra questi quello del bracciale Francesco Macri che possiede un piccolo orto di capacità un quarto di moggio,[xxiv] del massaro Francesco di Domenico, che ha un orto “nel luogo d.o la Piazza, seu Grotta”,[xxv] del sarto Salvadore Mangone, che vi possiede un piede di celzo nero[xxvi] e di Domenico Venneri della Città di Cariati, che oltre a “due piedi di celzi neri” vi ha anche “un trappeto”.[xxvii]

Nella piazza c’erano alcune case palaziate, delle botteghe e dei trappeti. La vedova Costanza Spina, vedova di Francesco Papaleo, porta in dote a D. Leonardo Aragona della città di Cariati “la presente camera, ove al presente abita col suo rispettivo basso, e propriamente quella con vignano, e finestra, confine quella di Agnesa Scarpino, via publica … Una bottega sita nella Piazza, e proprio sotto la casa dell’eredi del fu Francesco Basile.[xxviii]

Anche Elisabetta Grande promette alla figlia Anna Maria Greco, che sposa Antonio Fabiano, “una casa col suo basso ove attualmente abita e proprio quella di mezzo col focone e la terza parte della terza parte del trappido, che possiede entro questa Città, e proprio nella Piazza”.[xxix]

 

Falarocca – Palarocca (dentro le mura)

Il rione Falarocca o Palarocca era situato vicino ed appena dentro la Porta principale della città. Alla metà del Settecento comprendeva la maggior parte delle abitazioni.

Oltre alle numerose “casette a piede piano” dei braccianti, che costituivano la parte dominante, vi erano anche le case palaziate di alcuni nobili e di massari, come quella del mag.co Francesco Scafoglio, nobile vivente di anni 43, che abita nel luogo detto “Falarocca” in “una casa palaziata consistente in due membri con orto contiguo, che serve per proprio uso”. Accanto ha un basso, che serve per uso di stalla e adiacente un orto di piccola estensione alberato di celzi neri. Il nobile inoltre possiede un altro orto dentro la Città alberato di celzi neri ed un altro orticello alberato di celzi neri confinante con la casa di Domenico Matino.[xxx]

Nei primi anni dell’Ottocento nel luogo “Palarocca” c’è l’abitazione di Agostino de Fazio con accanto una sua casetta “quasi diruta” per uso di stalla colla sua rispettiva pagliera, confinante con la casa di Rosa Cavallo.[xxxi] Sempre nella stessa località vi sono le casette “a piede piano” di Serafina Noce, vedova di Giuseppe Mauro, e di Maria Mangone. Le due proprietarie decidono nel dicembre del 1805 di permutare le loro abitazioni. La Noce ha una “casa a piede piano”, confinante con la casa di Agostino di Fazio e la Mangone pure una “casa a piede piano”, confinante con la casa del Reverendo sacerdote D. Domenico Quattromani.[xxxii]

Vi sono anche alcune case palaziate composte da un alto ed un basso come quella descritta nei capitoli matrimoniali di Vito d’Urso e Teresa Talarico. Tra i beni dotali vi è “una casa dove al presente abita la Talarico ad esclusione del suo basso. La casa confina con quella di Francesco Marino e la via pubblica”.[xxxiii]

Oltre alle numerose casette terranee ed a quelle palaziate vi sono anche alcuni palazzi. Nella donazione fatta a titolo di patrimonio sacro dal canonico Don. Candido Caligiuri al suo nipote Don Luigi, vi è “un palazzo di più stanze tutte con loro rispettivi bassi, camere e tavolati, sito e posto nel luogo detto Palarocca, tutto isolato vicino il luogo detto il Giardino della Mensa Vescovile. Nel palazzo “c’è una stanza grande detta l’ultima camera con un camerino attaccato ad essa, l’una e l’altro palaziati”.[xxxiv]

 

Chiesa e convento domenicano di Santa Maria delle Grazie (dentro le mura)

Il convento domenicano di Santa Maria delle Grazie di Cerenzia era situato dentro le mura della città, “in strada publica che delle case dell’habitanti è distante dal d(ett)o monasterio passi nove in circa”. Alla metà del Seicento la famiglia del convento era composta dal sacerdote e vicario Francesco Asturino di Verzino, dal sacerdote Marco Imbriaco di Caccuri e dal frate “serviente” Francesco Gallo di Caccuri; tutti i frati quindi provenivano da luoghi vicini.

Gli edifici che costituivano il piccolo convento, si riducevano ad una piccola casa accanto alla chiesa. Quest’ultima copriva un’area lunga palmi 72 e larga 32. Aveva sacrestia ed alcune cappelle e altari. Sono ricordate le cappelle delle famiglie Gugliemo e Russo, e l’altare dello SS.mo Rosario.

L’abitazione dei frati, detta “il dormitorio”, era lunga 94 palmi e larga 27, ed era formata da sei camere con quattro officine sottostanti. Circondava il piccolo complesso religioso un orto dell’estensione di circa una tomolata di terra, chiuso e coltivato a giardino per uso degli stessi frati. In esso crescevano numerosi alberi da frutto, tra cui alcuni fichi, e dei gelsi. Soppresso alla metà del Seicento, rimase la chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie.[xxxv] Alla metà del Settecento la “Cappella di Santa Maria delle Grazie sotto titolo di Rettoria”[xxxvi] possedeva “un orto alberato di celzi neri nel luogo d.o il Giardino confinante con le mura di d(ett)a Cappella”.[xxxvii]

 

La cisterna (dentro le mura)

Sempre nella supplica a re Ferdinando del 12 ottobre 1491 l’università chiede oltre di per poter riparare le mura della città di costruire una cisterna in quanto “… dicta Città et districto de mura, la estate multo pate de acqua …”.[xxxviii]

 

La Noce (dentro le mura)

Paolo Corroccio, massaro di anni 42, ha “un orto dentro la Città alborato di celzi neri” nel luogo detto “la Noce”. L’orto confinava da ogni parte con la via pubblica.[xxxix]

 

Palazzo (dentro le mura)

La Cappella del SS.mo Sacramento possiede “due piedi di celzi neri siti e posti dentro d(ett)a Città nel luogo d(ett)o innanzi al Palazzo”.[xl]

 

Grotte (dentro le mura)

Il luogo detto “la Grotta” o “le Grotte” era situato presso la piazza e vi erano alcuni piccoli orti alberati di gelsi neri; tra questi quello del massaro Francesco di Domenico[xli] e quello del Capitolo della cattedrale.[xlii]

 

Jocaturo (dentro le mura)

Alla metà del Settecento nel luogo detto “Jocaturo” vi era l’orticello del massaro Giuseppe Grande.[xliii] Nello stesso luogo il nobile di San Giovanni in Fiore Rosalbo Benincasa vi aveva una casetta, due casaleni ed un piccolo orto, alberato di gelsi neri e fichi. La casetta, che confinava con la casa del canonico Arietta, era affittata come “bottega di Pignatajo” al mastro Andrea Greco di Cariati.[xliv]

 

Le chiese Parrocchiali

Secondo le testimonianze dei suoi vescovi, all’inizio del Cinquecento, la città di Cerenzia era popolosa e florida, ma fu distrutta al tempo della peste nel 1528. In quel frangente molte scritture della chiesa furono bruciate ed altre, furtivamente sottratte, andarono perdute. I superstiti fuggirono dalla città, numerose case rovinarono e cadde anche il campanile della cattedrale.

La città allora era divisa nelle cinque parrocchie di S. Martino, S. Maria de Plateis, S. Marina, S. Dominica e S. Nicolò. A causa dello spopolamento e della povertà si cercò dapprima di unirne le rendite, poi le chiese vennero abbandonate e decaddero.

I parrocchiani “per familias” di ognuna delle chiese curate, furono assegnati alle quattro dignità della cattedrale (decanato, arcidiaconato, cantorato e tesorerato) ed ad un canonico. Così il decanato ebbe annessa la cura delle anime della chiesa parrocchiale di San Martino, il tesorerato quelle di San Nicola, il canonicato quelle di Santa Maria de Plateis e l’arcidiacono ed il cantore quelle di Santa Marina e Santa Dominica.

Ad essi furono anche assegnate le rispettive rendite. L’anno, in cui avvenne questa riorganizzazione, rimane sconosciuto, in quanto “non vi è archivio né scrittura alcuna”; nel 1560 esse esistevano ancora, ma certamente l’evento è collocabile pochi anni dopo.

 

Chiesa di Santa Maria della Piazza (dentro le mura)

La chiesa parrocchiale di Santa Maria de Plateis è già richiamata in un breve di papa Clemente VII del 10 novembre 1530. Col Breve il Papa nominava Pignerio Protopapa, rettore della chiesa, che era unita con la chiesa parrocchiale di Santa Domenica della stessa città di Cerenzia.[xlv]

Alla metà del Settecento la chiesa parrocchiale di Santa Maria della Piazza è sotto la cura del Rev.do D. Carlo La Macchia canonico curato della cattedrale.[xlvi] La chiesa è richiamata anche all’inizio dell’Ottocento nel testamento di Elisabetta Iaquinta, figlia del fu Bernardo, domiciliata in Cerenzia, che abita in una casa sita nel rione detto Palarocca. La Iaquinta vuole essere seppellita nella chiesa di Santa Maria della Piazza.[xlvii]

 

Chiesa di Santa Dominica (parrocchiale dentro le mura)

10 novembre 1530. (Clemente VII) “Ad futuram rei memoriam. Pro Pignerio Protopapa, rectore parochialis ecclesiae S. Mariae de Plateis, Gerentin. Civ., unio parochialis ecclesiae S. Dominicae, eiusdem civ., dictae parochiali ecclesiae S. Mariae, ad eius vitam seu in casu dimissionis”.[xlviii]

 

Chiesa di San Martino (parrocchiale dentro le mura)

Chiesa Parrocchiale (1560). Luglio 1662 (Alessandro VII) De Decanatu, qui inibi est dignitas post pontificalem maior, in ecclesia Geruntin., cui cura animarum parochialis ecclesiae S. Martini annexa est, cuius fructus X duc., vac. per dimissionem Petri Ant. (de) Paterno, in manibus Ordinarii de mense Iulii 1661 factam et admissam, providetur Caesari Benincasa, pbro dictae dioc., cum decreto dimittendi canonicatum, quem obtinet in eadem ecclesia.”[xlix] Cappella di San Martino sotto la cura del Decano D. Arcangelo Oliverio curato di essa.[l]

 

Chiesa di Santa Marina (parrocchiale dentro le mura)

Chiesa parrocchiale di Santa Marina (1560).[li]

 

Chiesa di Santo Nicola (parrocchiale dentro le mura)

Chiesa parrocchiale di Santo Nicolò (1560).[lii] Alla metà del Settecento erano ancora visibili i ruderi. Domenico Venneri della Città di Cariati possiede “una casa palaziata sita dentro d.a Città consistente in sei membri, tre di essa superiori e tre inferiori, confina con un giardino del med(esimo) Venneri, e la Chiesa diruta di S. Nicola e via publica, quale serve per propria quando suol portarsi in d.a Città.”[liii] Cappella di San Nicola  sotto la cura del Rev.do Tesoriero D. Giuseppe Cavallo.[liv]

 

Le abitazioni

Nel rione Palarocca abita la maggior parte della popolazione, che è composta da braccianti. Quasi tutte le abitazioni sono costituite da casette “a piede piano”, ma non mancano alti e bassi.

Nel catasto onciario, le casette “a piede piano” raramente sono descritte; il compilatore si limita a scrivere: “bracciale … possiede la casa ove abita”. Le casette “a piede piano” compaiono in alcuni atti notarili dei primi anni dell’Ottocento. Serafina Noce, vedova di Giuseppe Mauro, e Maria Mangone decidono nel dicembre del 1805 di permutare le loro case. La Noce ha una “casa a piede piano”, confinante con la casa di Agostino di Fazio e la Mangone pure una “casa a piede piano”, confinante con la casa del Reverendo sacerdote D. Domenico Quattromani.[lv]

Tra le case composte da un alto e basso c’è quella del massaro Paolo Corroccio (“due casette con un basso”),[lvi] quelle possedute dalla Cappella del SS. Sacramento (“una casetta col basso. La stanza soprana sta affittata ad Antonio Pantusano. Più una casa seu casaleno diruta”),[lvii] di Antonio Guarasci di S. Giovanni in Fiore (“una casa consistente due stanze superiori ed un basso”),[lviii] di Bernardo Iaquinto di S. Giovanni in Fiore (“una casetta bassa”),[lix] della mag.ca Costanza Spina, vedova del fu Francesco Papaleo di Cerenzia (“la presente camera, ove al presente abita col suo rispettivo basso, e propriamente quella con vignano, e finestra,  confine quella di Agnesa Scarpino, via publica … . Una bottega sita nella Piazza, e proprio sotto la casa dell’eredi del fu Francesco Basile),[lx] di Maria Spina (“Una casa con logetta escluso però il basso solo di detta casa perché legitimamente vien posseduto da altri per franca e libera”).[lxi]

 

Le case palaziate

I bracciali, che compongono la maggior parte della popolazione attiva, abitano in casette basse; gli ecclesiastici, i nobili ed i massari in case palaziate, composte da uno o più alti con i rispettivi bassi, con stalla, orto, trappeto, forno, ecc.

Il canonico Domenico Arietta ha “una casa palaziata, un basso seu trappeto per macinar olive confinante con un suo basso per comodo di stalla, un orto adiacente alla casa”;[lxii] Antonio Oliverio della Terra di San Giovanni in Fiore, “una casa palaziata consistente in due membri superiori ed un basso”;[lxiii] il reverendo  Giuseppe Aloe “una stalla confinante con un orticello” e “una casa palaziata confinante la casa del Rev. Arcidiacono Mascari ed un orticello confinante la stalla alborato di fichi ed altri alberi fruttiferi”;[lxiv] Domenico Venneri della Città di Cariati “una casa palaziata sita dentro d(ett)a Città consistente in sei membri, tre di essa superiori e tre inferiori, confina con un giardino del med(esimo) Venneri, e la Chiesa diruta di S. Nicola e via publica, quale serve per propria abitazione quando suol portarsi in d.a Città”;[lxv] l’ arcidiacono Francesco Mascari “una casa per sua abitazione consistente in tre camere e tre bassi”;[lxvi] il sacerdote Donato Calogiuri “una casa dove abita consistente in quattro membri”;[lxvii] ecc.

 

I magazzini

All’interno della città ci sono dei magazzini, alcuni sotto le abitazioni, tra i quali quello del nobile vivente Gennaro Vencia,[lxviii] della vedova Isabella Gentile (“un magazeno sotto la sua casa”),[lxix] di Gio. Battista Marra, mastro di casa dell’Ill.re Principe di Cerenzia, (un magazzino affittato a Tomaso Oliverio),[lxx] del nobile vivente Matteo Grande di Savelli,[lxxi] i due dotali di Francesca Spina, figlia del fu Tomaso Spina e di Felice Bufona, che va sposa a Donato Caligiuri,[lxxii] ecc.

 

Le stalle

Per uso di stalla si usa il basso della casa o una costruzione accanto ad essa. Tra i proprietari di stalle ricordiamo il massaro Domenico Susanna (“una stalla, seu basso”),[lxxiii] la vedova Porzia Pugliese,[lxxiv] il reverendo  Giuseppe Aloe (“una stalla confinante con un orticello” e “una casa palaziata confinante la casa del Rev. Arcidiacono Mascari ed un orticello confinante la stalla alborato di fichi ed altri alberi fruttiferi”),[lxxv] il canonico Domenico Arietta (“una casa palaziata, un basso seu trappeto per macinar olive confinante con un suo basso per comodo di stalla, un orto adiacente alla casa”),[lxxvi] ecc.

 

Gli orti

All’interno della città esistevano numerosi orti e orticelli accanto alle abitazioni. Gasparo Caligiuri bracciale, possiede “un orto dentro il ristretto, seu abitazione un moggio alberato con celzi neri circondato da vie publiche”.[lxxvii] Giuseppe Pugliese bracciale, un orticello.[lxxviii] Tomaso Oliverio nobile vivente, “un orto alberato di celzi neri e fichi d’estenzione un’ottava di terra”.[lxxix] Giulio Marulli nobile vivente, un orticello vicino la casa di sua abitazione con un piede di fichi.[lxxx] I coniugi Giovanni d’Urzo e Dorotea Caligiuri, “una casetta bassa con furno diruto al di fuori” attaccata alla casa di Giovanni Spina, e “quella di detti costit(ut)i D’Urzo e Caligiuri” poiché minaccia rovina e per altri motivi ,è venduta per ducati otto a Vincenzo Pugliese.[lxxxi]

 

I trappeti

Elisabetta Grande promette alla figlia Anna Maria Greco, che sposa Antonio Fabiano, “una casa col suo basso ove attualmente abita e proprio quella di mezzo col focone e la terza parte della terza parte del trappido, che possiede entro questa Città, e proprio nella Piazza”.[lxxxii] Il canonico Domenico Arietta possiede “una casa palaziata, un basso seu trappeto per macinar olive confinante con un suo basso per comodo di stalla, un orto adiacente alla casa”).[lxxxiii] Domenico Venneri della Città di Cariati, oltre a “due piedi di celzi neri”, ha anche “un trappeto”.[lxxxiv] Il massaro Paolo Corroccio possiede un trappeto da macinar olive.[lxxxv]

 

La forgia

Il Tesoriere della Cattedrale Don. Giuseppe Gallo possiede una casa per uso e comodo di sua abitazione nella quale vi è una forgia per lavorar ferro.[lxxxvi]

 

La Rupicella (fuori le mura)

Sotto le timpe della città vi è il luogo detto “la Rupicella” attraversato dalla via pubblica. Ci sono l’orticello del bracciante Filippo Greco, che confina con le “due ottave di terra arbustata di fiche selvatiche” del nobile Giulio  Marulli, e la proprietà di Filippo Greco.[lxxxvii]

 

Le Pesche (fuori mura)

Gennaro Fazio bracciante di anni 60 possedeva un orticello nel luogo detto Le Pesche d’estensione un quarto di tomolata confinante coll’orto di Cesare Dramis.[lxxxviii]

 

Milio (fuori le mura)

Antonio Talarico Apprezzatore di anni 50, possedeva un orticello sotto la timpa di Milio.[lxxxix]

 

Sant’Angelo (fuori le mura)

Orti con alberi fruttiferi e querce erano situati anche in località Sant’Angelo. Il massaro Giuseppe Marulli vi possedeva un orticello,[xc] il Capitolo “un ortale d’estensione due ottave di moggio alberato di quercie”,[xci] la Cappella di San Giovanni Battista “un ortale di estensione due ottave di terra alberato di pochi alberi fruttiferi”, confinante con i beni di Onofrio Longo.[xcii]

 

Racimuci-Rasimuti (fuori le mura)

Alla metà del Settecento la più vasta area ortiva della città di Cerenzia era situata in località “Racimuci”. In questo luogo erano situati molti orti ed orticelli, alberati di gelsi neri e fichi, e piccole vigne. Vi era, o vi era stata, una cisterna.

Il massaro Francesco di Domenico aveva una vigna di poca estensione,[xciii] il massaro Giuseppe Grande un orto”di minima capacità”,[xciv] il sarto “un piede di celzo nero”,[xcv] il canonico D. Pietro Domenico Pergulo un orticello,[xcvi] il Capitolo “un ortale d’estensione mezzo moggio nomato La Cisterna o sia Racimuci” ed un orto di “picciola estensione alberato di celzi neri”,[xcvii] Domenico Venneri della città di Cariati “un orticello alborato con pochi piedi di celzi neri e fichi”,[xcviii] il Cantorato un orticello,[xcix] la Cappella di San Giovanni Battista “un ortale alberato di celzi neri”,[c]( la Cappella di Sant’Agostino “un ortale alborato con pochi pedi di celzi neri”.[ci]

 

Marcorizzo (fuori le mura)

Tomaso Oliverio nobile vivente di anni 30 possedeva un orto detto di Marcorizzo alberato di celzi negri d’estensione mezzo tomolo confinante da ogni parte con la via publica.[cii]

 

Annunziata

Gennaro Vencia, nobile vivente di anni 18, possedeva un orticello nel luogo detto “avanti l’Annunciata”, confine la via pubblica.[ciii]

 

San Biase (fuori le mura)

Onofrio Longo bracciale di a. 48 possiede un orto nel luogo detto S. Biase, alberato di celzi neri confinante con i beni del Rev. Capitolo di questa Città, e Giuseppe La Portella.[civ] Il Capitolo della città di Cerenzia possiede un ortale d’estensione mezzo moggio alberato di celzi neri nel luogo detto S. Biase confinante con i beni della Principale Camera e D. Onofrio Longo.[cv]

 

La Cotria (fuori le mura)

Il Capitolo della città di Cerenzia possiede un ortale d’estensione ottave sei di moggio nel luogo detto la Cotria alberato con piedi di celzi neri confinante con i beni della Principale Camera e via publica.[cvi]

 

Chiese, cappelle e luoghi pii della Città di Cerenzia (1753)

Capitolo della Chiesa sotto il titolo di S. Teodoro. Mensa Vescovile. Cappella di S. Rocco. Cappella di S. Martino. Cappella di S. Nicola. Cappella di S. Giacinto (dentro la Cattedrale). Cappella del SS.mo Sacramento (dentro la Cattedrale). Cappella di San Francesco di Paola (dentro la Cattedrale). Cappella di Santa Maria della Piazza. Cappella di Santa Maria delle Grazie. Cappella di S. Lorenzo. Arcidiacono della Cattedrale. Cantorato. Cappella di S. Andrea. Cappella di S. Antonio Abate. Cappella di S. Giovanni Battista. Congregazione della S. Croce. Cappella di S. Agostino.[cvii]

 

Note

[i] Marafioti G., 203v.

[ii] ASV, SCC, Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1725.

[iii] Alfano G. M., Istorica, 80.

[iv] Trinchera F., Codice aragonese, Vol. III, pp. 222-223.

[v] AASS, prot. Santoro, VI, 226.

[vi] AASS, prot. Santoro, VI, 226.

[vii] ASN, R.C.S. Catasti Onciari, B. 6964, Cerenzia 1753, f. 41.

[viii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 58r.

[ix] ASV, SCC. Relatio status ecclesiae Geruntin. et Cariaten., facta a Propertio Resta episcopo, 1589.

[x] “Ecclesia Cathedralis sub titulo S. Theodori Martiris aedificata in promontorio extra Civitatem, est coniuncta Palatio Episcopali”. ASV, SCC, Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1733.

[xi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 64v.

[xii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 65v.

[xiii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 66r.

[xiv] ASV, SCC. Relatio cit. 1589.

[xv] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1805, f. 52.

[xvi] ASN, Catasto cit. 1753, ff. 60v, 62r, 69r.

[xvii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 92r.

[xviii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 75v.

[xix] ASN, Catasto cit. 1753, f. 78v.

[xx] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1804, f. 14.

[xxi] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1805, f. 23.

[xxii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1808, f. 15.

[xxiii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1809, f. 26.

[xxiv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 6v.

[xxv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 7v

[xxvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 20r.

[xxvii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 75v

[xxviii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1804, ff. 12-14.

[xxix] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1806, f. 48.

[xxx] ASN, Catasto cit. 1753, f. 3v-4r.

[xxxi] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1803, f. 10.

[xxxii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1805, ff. 15-17.

[xxxiii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1808, f. 9.

[xxxiv] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1805, f. 52

[xxxv] Pesavento A., Il convento domenicano di Santa Maria delle Grazie di Cerenzia, www.archiviostoricocrotone.it

[xxxvi] ASN, Catasto cit. 1753, 68r.

[xxxvii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 69r.

[xxxviii] Trinchera F., Codice cit.

[xxxix] ASN, Catasto cit. 1753, f. 53.

[xl] ASN, Catasto cit. 1753, f. 66r.

[xli] ASN, Catasto cit. 1753, f. 7v.

[xlii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 60v.

[xliii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 9r.

[xliv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 78v.

[xlv] “Ad futuram rei memoriam. Pro Pignerio Protopapa, rectore parochialis ecclesiae S. Mariae de Plateis, Gerentin. Civ., unio parochialis ecclesiae S. Dominicae, eiusdem civ., dictae parochiali ecclesiae S. Mariae, ad eius vitam seu in casu dimissionis”, Russo F., Regesto, 16924.

[xlvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 67r.

[xlvii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1813, f. 10.

[xlviii] Russo F., Regesto, 16924.

[xlix] Russo F., Regesto, 39620.

[l] ASN, Catasto cit. 1753, f. 64v.

[li] AASS, 16B. Pesavento A., La cattedrale e le chiese di Cerenzia in una visita del 1560, www.archiviostoricocrotone.it

[lii] AASS, 16B. Pesavento A., La cattedrale e le chiese di Cerenzia in una visita del 1560, www.archiviostoricocrotone.it

[liii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 75r.

[liv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 65r.

[lv] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1805, ff. 15-17.

[lvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 53r.

[lvii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 66r.

[lviii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 72v.

[lix] ASN, Catasto cit. 1753, f. 73v.

[lx] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1804, ff. 12-14.

[lxi] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1805, f. 37.

[lxii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 57r.

[lxiii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 72r.

[lxiv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 54v.

[lxv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 75r.

[lxvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 56r.

[lxvii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 58v.

[lxviii] ASN, Catasto cit. 1753, 15v.

[lxix] ASN, Catasto cit. 1753, f. 24r.

[lxx] ASN, Catasto cit. 1753, f. 34v.

[lxxi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 37r.

[lxxii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1807, f. 10.

[lxxiii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 1v.

[lxxiv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 26r.

[lxxv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 54v.

[lxxvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 57r.

[lxxvii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 12r.

[lxxviii] ASN, Catasto cit. 1753, f.13v.

[lxxix] ASN, Catasto cit. 1753, f. 21r.

[lxxx] ASN, Catasto cit. 1753, f. 50v.

[lxxxi] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1803, ff. 1-2.

[lxxxii] ASCZ, Notaio Caligiuri M., 1806, f. 48.

[lxxxiii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 57r.

[lxxxiv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 75v.

[lxxxv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 53r.

[lxxxvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 54r.

[lxxxvii] ASN, Catasto cit. 1753, ff. 42r, 51.

[lxxxviii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 51v.

[lxxxix] ASN, Catasto cit. 1753, f. 49r.

[xc] ASN, Catasto cit. 1753, f. 49v.

[xci] ASN, Catasto cit. 1753, f. 60.

[xcii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 84v.

[xciii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 7v.

[xciv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 9r.

[xcv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 20r.

[xcvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 55r.

[xcvii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 60.

[xcviii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 75v.

[xcix] ASN, Catasto cit. 1753, f. 83v.

[c] ASN, Catasto cit. 1753, f. 84v.

[ci] ASN, Catasto cit. 1753, f. 86r.

[cii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 21.

[ciii] ASN, Catasto cit. 1753, f. 15v.

[civ] ASN, Catasto cit. 1753, f. 18v.

[cv] ASN, Catasto cit. 1753, f. 60.

[cvi] ASN, Catasto cit. 1753, f. 60.

[cvii] ASN, R.C.S. Catasti Onciari, B. 6964, Cerenzia 1753.

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