Il quartiere di Santa Severina detto “La Grecia”

Grecia Santa Severina

Santa Severina (KR). In primo piano il quartiere Grecia.

La città di Santa Severina nel Seicento era divisa in sei quartieri: Santa Maria la Magna, La Piazza, Piccileo, Grecia, Miseria, Porta Nova.

La Grecia
“La Grecia … era un quartiere della città dal lato orientale, occupante una stretta e lunga terrazza, racchiusa fra due rupi quasi a picco; una superiore di modica altezza la separava dalla città alta, un’altra di assai maggior sviluppo piombava in aperta campagna” (Orsi , p. 221). Alcuni fanno derivare il nome dal fatto che fu abita da Albanesi di rito greco, venuti in Santa Severina sul finire del Quattrocento ed utilizzati come manodopera dapprima per munire la città per difenderla dal pericolo turco e poi per la costruzione del castello e delle nuove fortificazioni carrafiane. Altri dalla posizione geografica in quanto luogo esposto a nord-est, cioè al vento che nel Mediterraneo centrale soffia da questa direzione e nominato dagli antichi navigatori greco o grecale. Si può affermare che per Grecia si intese un’area della città esposta ad oriente e situata al di fuori di una delle porte della città medievale. La porta era situata sul ciglio della timpa vicino al luogo detto “Monte Fumero” e metteva in comunicazione la città con la “Giudecca”, che era situata fuori mura lungo la via che conduceva alla campagna sottostante e alla marina . Con l’aumento della popolazione all’inizio del Cinquecento la Grecia si ripopolò ed assunse una sua struttura urbanistica particolare, espandendosi in modo parallelo alla via principale, che dalla città andava alla nuova porta cinquecentesca della Grecia, costruita più in basso nella parete della timpa. Questo nuovo quartiere, che inglobò la Giudecca, si distinse nettamente dall’antico tessuto urbano. Collocata fuori e sottostante, la Grecia solamente con la ristrutturazione al tempo dei Carrafa fu compresa all’interno della città. Nell’occasione alcune case, case terranee e casaleni che erano stati costruiti sui luoghi, che potevano essere utilizzati per rendere più sicuri la città ed il castello, furono confiscati e demoliti, “ad obviandum futuris insidiis et machinationibus contra statum p.ti Ill.mi D. Comitis et defensionem Civitatis P.tae” ( 1521, 64).
A causa della sua posizione marginale ed esposta, con lo spopolamento causato dalle pestilenze e dalla crisi economica, già durante la seconda metà del Cinquecento cominciò a declinare. L’abbandono proseguì per tutto il Seicento, quando subì alcuni danni a causa del terremoto del 1638.

La Grecia
Nell’inventario del feudo e la reintegra dei beni e diritti, compilato nel 1521 per ordine del conte Andrea Carrafa dal notaio Francesco Jasio, troviamo più volte richiamata la Grecia. Dai toponimi risulta che il luogo con numerose grotte, orti e piccoli abbeveratoi (“sequiglium”), era compreso tra la chiesa di Santa Anna, la timpa di Monte Fumero, le timpe e la Porta della Grecia, che era vicina ad un “calcinario”. Il quartiere si estendeva sotto le chiese di Santo Marco, Santo Blasio e Santo Panto e sopra i luoghi Favata, Boccaccio, Santo Oppido e la fonte o fontana della Grecia. L’abitato era distinto nei due ambiti parrocchiali di Santo Pietro e di Santo Stefano, che si estendevano in forma parallela. Quello di Santo Pietro era più vicino alla città e più esteso e popolato, mentre quello di Santo Stefano era più esterno e ristretto. Il quartiere era attraversato dalla via pubblica che, discendendo dalla città ed attraversata la “Giudecca”, raggiungeva la nuova porta della Grecia, che comunicava con l’esterno della città. La porta della città, che anticamente era situata vicino alla località “Monte Fumero”, all’inizio del Cinquecento sarà spostata e costruita molto più a valle sotto le timpe del castello. “… s’entra in essa per tre porte … la 3.a dalla parte di mezzo giorno chiamata la Porta della Grecia … da mezzo giorno è uno quartiero detto Grecia il quale si trova sotto d(ett)a Città che viene ad essere separato con la porta di S. Nicola … piano con strade piane …” ( Apprezzo 1653) “… si giunge alla chiesa parrocchiale detta di S. Maria Maggiore chiesa antichissima e poco più avanti si giunge in un largo detto Monte Pomerio, nel quale vi è la strada che si cala al borgo detto la Grecia, parte pendente verso levante, nel quale vi sono diverse strade piane però piccole, e si cammina verso la porta detta della Grecia …” ( Apprezzo, 1687).

Gli abitanti
Nell’inventario del 1521 troviamo i nomi di alcuni proprietari di grotte e di case della Grecia e dei luoghi vicini. Essi sono: Johannes, Lancillus e Franciscus Bacharius, Valerius Zurlus, Domenicus Corcua, Orlandus e Petrus Puglianus, Henricus de Luca, Johannes Cosentinus, Nicolaus Sacchus, Ferrandus e Johannes Condopulus, Goffredus e Dainus de Sara, Loysius Marchisius, Carolus de Sancto Felice, Mattheus Guardata, Johannes Piczichinus, Antonius Scoro, Baptista Maniscalcus, Franciscus Bodinus, Stefanus de Lauria, Geraldus Basoinus, Magna de Pignano als de Fulco,Riccardus e Pascalis Caparra, Jordanus Benincasa. Come si può osservare dai nomi, ben pochi di essi possono vantare una origine albanese, segno che la presenza albanese era stata precaria e la gente di rito greco aveva già abbandonato il luogo. C’è inoltre da notare l’esistenza della chiesa parrocchiale di Santo Nicola de Grecis, situata dall’altra parte della città, vicino alla porta della Piazza pubblica.
“Joannes et Lancillus Bacharius f.res dixerunt cum juram.to possidere gruttam unam quae fuit Valorii Zurli positam alla Porta dela Grecia iux.a viam pu.cam timpa de Monte Fumero et gruttam heredis Fran.ci Bacharii”. “Dominicus Corcua .. gructam intus dictam Civ.tem in porta greciae sotto S.to Marco iux.a gructam Orlandi Pugliani viam pu.cam et gructam Petri Pugliani et iux.a Timpam Civitatem”. “Petrus Puglianus.. gructam unam in la porta dela Grecia iux.a gructam Henrici de Luca et viam pu.cam”. “Joannes Cosentinus .. duas gruttas in timpa dictae Civ.tis sup.a fontem de Grecia iux.a gruttam Nicolai Sachi”. “ Mag.s Ferrandus Condopulus… gruttam unam in loco ditto Monte Fomero subtus portam de Grecia iux.a viam pu.cam et timpam de Monte fumeri” “ Idem alia gructa in eodem loco posita sup.a Portam Greciae iux.a gruttam Fran.ci Bacharii et vias pu.cas de super et de subter . “ Goffredus de Sara.. gructam unam subtus portam de Grecia iux.a gructam Joannis Loysii Marchisii gructam Meniscalchi et viam pu.cam”. N. Carolus de S.to Felice.. gructam unam cum certo sequiglio subtus Portam greciae iux.a viam publicam in rupe Civ.tis”. “Domnus Joannes Condopulus .. gructam unam sotto la Favata iux.a timpam Civ.tis et viam publicam qua itur ad fontem de Grecia”. “ Orlandus Pulianus .. duas gructas in loco dicto la grecia iux.a gructam henrici de Luca gructam Petrelli et viam pu.cam”. “Mattheus Guardata .. quoddam sequiglium in timpis greciae ubi d(icitu)r sotto l’ecc(lesi)a di S.to Panto ab oriente et borea iux.a bona Joannis Piczichini ab occidente iux.a timpam p.tam a meridie iux.a viam pu.cam”. “Gructa una posita in timpa dela Grecia quam occupaverat Antonius Scoro subtus locum dittum de boccaccio”. “Gructae duae in timpa p.ta cum sequiglio .. itur ad locum qui d(icitu)r de Judea subtus timpam seu (lavinarium) qui descendit a S.to Blasio et viam pub.cam qua itur ad Portam Greciae”. “Gructae duae quas occupaverat Bap.ta Maniscalcus subtus portam dela Grecia iux.a gructas her.dum Daini de Sara viam pu.cam et timpam”. “Olivetum unum subtus timpa de Grecia ubi d.r Boccaccio quod occupaverat Franc.s Bodinus iux.a olivetum quod tenebat Joannes Pizzichinus et sequiglium heredum Stefani de Lauria”. “Hortale unum cum calcinario in timpa de S.to Blasio iux.a Portam Greciae et iux.a domum Geraldi Basoini quod occupaverat Gerarldus Basoinus”. “Hortale unum quod occupaverat donna Magna de Pignano als de Fulco in timpis dela Grecia iux.a domum joannis .. domum Riccardi Caparrae et domum ipsius Magnae”. “ “terrenum vacuum supra portam .. la grecia.. ecc.am S.tae Annae et viam publicam qua itur ad monte fumeri”. “Casalenum unum in timpis dela grecia quod tenebat her. Pascalis Caparrae et Gug.lmi Caparra iux.a domum quam tenet a Curia Jordanus Benincasa et viam pu.cam” (Reintegra 1521, 12 sgg).

Una visita alle chiese della Grecia
Dopo aver visitato la chiesa metropolitana, il 18 maggio 1559 il vicario Giovanni Tommaso Cerasia, cantore della chiesa cattedrale di Mileto al tempo dell’arcivescovo Ursini, cominciò la visita ai luoghi pii cittadini sotto la sua giurisdizione. Alla mattina visitò le chiese vicine alla cattedrale, cioè la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, la chiesa della confraternita di Santa Caterina e la chiesa di Santa Caterinella. Dopo pranzo si inoltrò per la città. Dal percorso del prelato possiamo individuare la posizione delle chiese all’interno dell’abitato di Santa Severina. Partito dal palazzo arcivescovile, il prelato percorse tutto il circuito all’interno delle mura. Le chiese che visitò furono nell’ordine: la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, la chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano, la nuova chiesa di Santa Maria della Pietà, la chiesa senza cura di Santo Marco, la chiesa di Santo Nicola vescovo di Mira, la chiesa di Santa Maria la Latta, la chiesa parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo, la chiesa parrocchiale di Santa Maria de Puccio, la chiesa parrocchiale di Santo Brancato, la chiesa parrocchiale di Santo Michele Arcangelo, la chiesa di Santo salvatore, la chiesa parrocchiale di Santo Nicola de Grecis, la chiesa di Santa Maria della Grazia, la chiesa parrocchiale di Santo Apostolo, la chiesa parrocchiale di Santo Giovanni Evangelista ed infine la chiesa di Santa Anna.
Dalla visita del vicario sappiamo che il prelato entrando nella Grecia incontrò dapprima la chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo poi la chiesa parrocchiale di Santo Stefano, la nuova chiesa di Santa Maria della Pietà, la chiesa senza cura di Santo Marco e la chiesa di Santo Nicola vescovo di Mira. Documenti successivi attestano che la Grecia era compresa all’interno dell’ambito territoriale delle due parrocchie di Santo Pietro Apostolo e di Santo Stefano. Le due chiese parrocchiali della Grecia di Santo Stefano e di Santo Pietro, con il venir meno della popolazione, saranno in seguito unite: “Nel quartiero della Grecia vi è la chiesa parrocchiale sotto il titolo di Santo Pietro la quale è unita alla parrocchiale di Santo Stefano Martire nella quale si celebra la festa” (Apprezzo, 1653).

Le chiese
Due chiese particolari della Grecia: la chiesa di S.Pietro e la chiesa di S. Stefano. Entrambe erano situate fuori le mura medievali e all’origine non dovettero avere cura delle anime. Nella visita del vicario entrambe sono definite come chiese parrocchiali “mensali”, cioè benefici di collazione papale. Della prima era rettore il canonico Fabrizio Infantino, della seconda il tesoriere Gio. Domenico de Gerardis. La chiesa parrocchiale di Santo Pietro aveva due grancie: le due chiese di Santa Barbara e di Santo Nicola, entrambe erano senza cura e situate alla Grecia.(“ dicta ecc(lesi)a h(ab)et duas alias ecc(lesi)as intus dictam Civ(ita)tem una sub vocabulo S.ti Nic(ol)ai et alia S.tae Barbarae, quae sunt granciae eiusdem capp(e)llae” (Visita, 1559).
Questa particolarità ed il fatto, che la chiesa era anticamente situata fuori le mura, ci induce a pensare che essa godesse nel Medioevo di una autonomia territoriale, economica ed ecclesiastica propria delle abbazie. Autonomia che, per gli stessi motivi, dovette godere anche la chiesa di Santo Stefano. Con il popolamento della zona e con l’inglobamento alla città, le chiese assunsero il titolo parrocchiale. Che si tratti di un ripopolamento recente, avvenuto tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, è confermato dal fatto che i censi che la mensa arcivescovile esigeva alla metà del Cinquecento nelle due parrocchie di Santo Pietro e Santo Stefano, dovevano essere pagati quasi sempre dall’erede di colui che aveva contratto il debito.

La parrocchia di Santo Pietro
Nel “Libro de Censi di S. Anastasia” dell’anno 1555 troviamo i nomi di alcuni proprietari di case della parrocchia di Santo Pietro: l’erede di Ambrosi Angiriano, l’erede di Alfonso de Sara, l’erede di Vittorino Visanti, l’erede di Battista de Luca, l’erede di Cichuni dele Pira, l’erede del notaio Gioseppe Puglise, Cristofalo deli Galluzi, Currado Visanti, Mascino Infantino, l’erede di Francisco Puglise, l’erede di Andria Fazalaro, l’erede di Dino de Girardo. La mensa arcivescovile conserverà anche in seguito i numerosi censi: sulle case di donna Antonina di Colaianni, di Cola Mannara, di Paracleto e Cola di Luca, sulla casa terrana di Virello di Luca, sulla casa grande di donna Sicilia di Luca, sui casalini di Portia Visanti, del notaio Joseffo Puglisio, di donna Sicilia de Luca, sul palazzo o casa palaziata di Polissena Infantino, il palazzetto di Iacono Puglisio, sulla casa palaziata di Marta Cirigiorgio (1576).
Tra i proprietari in parrocchia di S. Pietro vi era la cappella del S.mo Sacramento, che possedeva: la casa che fu di “Joanna de Pugliano jux.a la casa de Delfino de Garrecto et la casa del not.o Laurenzo Papasodaro et la timpa” ( La casa nel 1545 fu concessa al R.do Jo. Domenico de Girardo, 1545); per lascito di Scipione de Sara una casa confine la casa di Paulo de Sara (1563); due case ( una donata da Paulo Vaccaro “confine l’orto del S.r Carlo Susanna et la via publica quali abita al presente il trisaurero donno Gio. D.nico de Girardo” e l’altra nel luogo detto alla timpa di buccaczo e confinante con la casa di Paulo Lamanno), due censi ( uno sopra la casa fo de Lucretia delo Regaccio “confine la casa di mastro Vincello et Vittorino Bisanti” e l’altro sulla casa fu di m.o fran.co figlio di muntella “confine la casa di mag.ca de Caputo la quale si habita al presente Gio. D.nico de lo Petrone”) ed una grotta con un orto per lascito nel 1570 di mastro Georgio delabate . Anche il Capitolo aveva delle proprietà: una casa “quale vaca di Indino Geraldo iux.a la casa di d.to herede et la casa del S.mo Sacramento sotto la timpa delle case del m.co Carlo Susanna” ed esigeva censi da “Donno Jacono Puglise per una casa confine alle case sue e la via pub.ca”e da Donna Franceschina de Sara “per una meza casa confine la casa e casalini di Gio. Tomaso vecchio e di Marco Antonio Mare”. ( Platea Capitolo, 1580). Altri proprietari di case erano: Francisco Yuele ( una casa palaziata che poi vendeva a Tomaso de Agrimaldo, Santoro, 1571, 20v), Cicco Zurlo (una casa che era stata di Nicola de Girardo confinante con la casa di Hier.mo Angeriari vinella mediante confine la casa di Giovanni de Nicastro, Santoro, 1572, 71), Indino de Amino ( casa confinante con quella di Jacobo Puglisi ed il casaleno di Portia de Bisante, Santoro, 1574, 69),Margarita de Bisantis ( casa terranea confinante con la casa di Gio. Maria de Gerardo e la casa di Joannes de Nicastro ( 1575, 20); I coniugi Gregorio Caparra e Milierna Caparra, vedova di Indino Vaccaro ( casa palaziata supra gisternam, 1575, 115); Marcantonio Mare ( casa palaziata confinante con la via pubblica e la vinella di Scaramuzza, Santoro, 1575, 45), Giovanni de Castro( casa confinante con la casa di Geronimo Angeriano e la casa casa di Cicco Zurlo, Santoro, 1578, 81).Benedetto Principato (“una casa terrana col hortale iux.a l’hortale di Marco Salamone et via pu.ca”, Santoro, 1589, 61),

La chiesa di Santo Pietro
La chiesa di San Pietro, ancora visibile all’inizio del Novecento, era situata al centro del quartiere della Grecia ( Orsi, p. 224). “Chi visita oggi le rovine del rione detto la Grecia, e le percorre tutte dall’antica porta, che ancora conservasi, sino alla parte vicina al monte Pomerio, all’estremo, quasi , verso nord est, s’imbatte alle mura crollanti di una vecchia chiesa greca, che ha in fondo tre absidi – grande quella di mezzo, piccolissime le altre due: – una chiesa ancor popolarissima in mezzo a noi. Lì, un giorno, era la Parrocchia principale della Grecia; e la costruzione delle mura e la forma delle alte e strettissime finestre ci dicono che essa rimonta all’XI o XII secolo”. ( Siberene 241)
A causa dello spopolamento e della diminuzione delle rendite, dapprima assorbì l’altra chiesa parrocchiale della Grecia dedicata a Santo Stefano Protomartire, quindi fu amministrata da un viceparroco fino al 1692, poi ora da un sacerdote ora da un altro. Andata completamente in abbandono, l’arcivescovo Nicolò Pisanelli ( 1719 – 1731) la interdisse. Nel 1738 l’arcivescovo Luigi D’Alessandro ( 1732 – 1743) la assegnò al sacerdote Serafino Jona, il quale la riparò e la riaprì al culto. Divenuta la Grecia desolata “che non vi restò casa in piedi” e “luogo affatto abbandonato, e presentemente serve per ortalizi”, il 17 febbraio 1744, essendo arcivescovo Nicola Carmine Falcone ( 1743 – 1759), fu deciso la soppressione del titolo parrocchiale e la chiesa fu eretta in beneficio semplice, perché “in questa maniera chi sarà il beneficiato, averà la cura di farvi tutto il bisognevole, e mantenerla colla dovuta decenza per il S. sacrificio, e la chiesa non averà più il pericolo d’andar in deteriorazione”. Così la chiesa è descritta poco prima della soppressione del titolo parrocchiale, il 24 gennaio 1744, dal canonico Serafino Jona: la chiesa di Santo Pietro Apostolo “ è situata in un luogo molto remoto dall’abitato, e propriamente dove si dice la Grecia. Detta chiesa un tempo fu parrocchia di quella contrada e manteneva il parroco curato bullato, poi per la diminuzione della gente si ridusse a chiesa curata si, ma il rettore ve lo poneva l’arcivescovo senza bolle, col titolo di viceparroco, perché nessuno faceva la spesa delle bolle, per esser le di lei rendite tenuissime, con tutto che vi fussero annesse quelle della chiesa di San Stefano anche un tempo parrocchia di detta Grecia, e fu governata più e diversi anni detta chiesa di S. Pietro da un vice parroco. Destrutta poi totalmente, ed affatto abbandonata la Grecia da cittadini, la cura della medesima fu commendata or da uno, or da un altro sacerdote, e questo si esiggeva quelle poche rendite, e la chiesa fratanto andava in perdizione, come in effetto si ridusse a tal termine che fu interdetta più anni, ed era divenuta ridotto di animali, l’anno 1738 in circa mons.r d’Alessandro arcivescovo di questa città volendo riparar detta chiesa ne diede a me la cura, e da quelle poche rendite la riparai in qualche maniera..”. Ridotta a semplice beneficio, la sua rendita è così descritta alla seconda metà del Settecento: “Io qui sotto rettore della chiesa di S. Pietro della Grecia di questa città di Santa Severina rivelo qualmente l’entrade, ed effetti di detto Beneficio tra fertile ed infertile non ascendono se non alla somma di docati nove annui, da quali scemantine carlini dieceotto e mezzo di pesi annuali, cioè carlini due per cattedratico alla R.ma Mensa Arciv.le, altri tre di contributione al venerabile seminario ed altre tredici e mezzo per la celebrazione di nove messe, vengono a rimanere netti docati sette e grana 15.. Santa Severina 12 marzo 1778 Giuseppe Archidiacono Carozza”.

La chiesa di Santo Nicola
La chiesa di S. Nicola era situata alla Grecia ed era “posta sull’orlo della balza a piombo” sul lato orientale della città (Orsi, p. 224-225). La chiesa era grangia della chiesa parrocchiale di S. Pietro. Nelle sue vicinanze all’inizio del Cinquecento vi erano numerose grotte, casaleni e orti. “N. Jo. Bap.ta Stricagnolus p. uno loco gructae in timpa portae S.ti Nicolai qua descendit ad Greciam iux.a gructam Mag.ci Fer.di Condopoli et viam pu.cam” ( 20). “Hortale unum in timpa dicta de S.to Nicola prope eccl.am S. Nicolai et iux.a viam publicam quod occupaverat Hisius Carusius” (62v). “Casalenum unum prope timpam et ecclesiam S. Nicolai quod occupaverat Hisius Carusius”(65v). “Casalenum quod tenebat Nob. Jo. Bap.ta Stricagnolus in timpa S.ti Nicolai iux.a domos ipsius Jo. Bap.tae et hortum quem occupaverat Hisius Carusius” (66). Dalla visita effettuata dall’arcivescovo Carlo Berlingieri ricaviamo che secondo le testimonianze di alcuni abitanti era stata costruita in quel luogo per ordine del conte Andrea Carrafa.: ”S. Nicolaus – Visitavit ecclesiam S. Nicolai ante portam Graeciae dictam et astantes dixerunt hanc ecclesiam fabricatam fuisse per comitem Andream Carrafam primum ex traslatione altarii Ecc.lae S.Nicolai, ubi iam adest Castrum Civit., et ex traditione senium audivisse, p.tam ecclesiam, quae in castro d.to erat, habuisse et possedisse terras, quae dicunt La Solleria. R.mus mandavit, q.d claudat. janua d.tae eccl.ae clavi” (Copia decret. S. Visit. majoris Eccl.ae S. Sev.nae de anno 1696, 4Dfasc.3). Alla fine del Seicento esisteva ancora il beneficio. Esso è così descritto dal beneficiato: “Il beneficio di S. Nicola posto alla Grecia della Città di Santa Severina iuspatronato delli Puglianiti è posseduto da me D. Antonio Giannoccari, si percipe da esso ducati dieci all’anno col peso di due eddomade; sei ducati e mezo sono pagati per un censo, ch’esigge sopra i stabili degli eredi del q.m Antonio Barbaro e tre ducati e mezzo per un altro censo che si paga dagli eredi di Alfonso de Stilo hoggi sopra il molino che fu del q.m arcid(iaco)no del Sindico di questa Città. Vi è l’oliveto di Grottari. La casa ed orto di Dea Padula e il giardino e molino del Sindico oggi posseduto da Carlo Infusino” (Chiese luoghi pii canonicati, 1651 – 1826, A. 45).

La chiesa di Santa Barbara
La chiesa di Santa Barbara, grancia ed in parrocchia di S. Pietro, era situata nelle vicinanze del luogo detto “La Sala Verde” (“Hortalem unum cum arbore sicomi et tribus gructis in la Sala Verde quod occupaverat Jac.o de Fico iux.a ecc.am S.tae Barbarae et viam pubblicam”, Reintegra 1521, f. 62).
Nel “Li bro deli Censi di S.ta Anastasia de lo anno 1564” troviamo: “Mascino Infantino per una casa innate Santa Barbara paga lo anno 0 – 0 – 10; Donna Damma de Sara per una casa fo di Stefano Roczo innante Santa Barbara paga lo anno 0 – 0 – 10; Lo R.do Capitolo di S.ta Sev.na per una casa alla grecia ad S.ta Barbara 0 – 0 – 5”. Nella Platea del 1576 della Mensa Arcivescovile: “Item una casa palatiata posta a detta cappella ( S. Pietro) iuxta la casa di Virello di Serra , iuxta la casa del venerabile monastero del Salvatore fu di Ciancia, iuxta la chiesa di Santa Barbara, via publica mediante rende uno carlino l’anno la possede Polisena Infantino”.

La parrocchia di Santo Stefano
In parrocchia di Santo Stefano vi era il “planum et plateam delo morillo de la Grecia”, detto anche “Lo largo della cisterna di donna Morana Olivo” (Santoro, 1578, 61).
Il 10 aprile 1533 il papa Clemente VII consentiva ad Alfonso del Tufo, chierico di Aversa, di cedere il primiceriato della chiesa di Santa Severina e la chiesa parrocchiale di Santo Stefano in favore del chierico di Santa Severina Antonio de Luca, con la condizione di conservare metà delle rendite (Russo F., 17190). Fu dapprima parrocchia autonoma, poi dopo il terremoto del 1638, essendo arcivescovo Fausto Caffarelli (1624 – 1651), fu aggregata a quella di San Pietro.
Nel “Libro de Censi di S. Anastasia” dell’anno 1555 troviamo i nomi di alcuni abitanti in parrocchia di Santo Stefano: L’erede di Guliermo da Aprigliano, Gori Curcio, Matteo Mandato, l’erede di Joangrida de Vono, Marco de Angilella, l’erede di Ligori de Vono, l’erede di Cimbaro Mauro, Marta de Virgilelle, l’erede di Andria de Arrichetta, Joanfrancesco Vaccaro, Joan Petro Vaccaro, l’erede di Jacopo de Arrichetta, l’erede di Felice Granco, l’erede di Jacopo dela Fico, Marcantonio dela Piciula, Cola Pavia, Joantomasi l’Olivo, Matteo Sfalanga, l’erede di Damiano Pugliano, l’erede di Cola Carraduccio, l’erede di Giacopo Pugliano, Ioanpetro delo Moyo, l’erede di Joannes Ammirato, Cola Guardata, Petruzo Foresta, Orlando de Orlando, Virardino Vutturanisi, l’erede di Battista Visanti, Giorgio L’Abate, Stefano Fiasco, l’erede de Nise Napulitano, Ioannes de la Padula, l’erede di Pascale de la Grutteria, Ercolo Pizolo, Cristaudo Mauro. Censi che la mensa arcivescovile conserverà anche in seguito (Nel 1576 esigeva i censi sulle case di Gio. Tomaso Vaccaro, di Cola di Luca, di Marco d’Anguilla, di Massentia Buttoranco, di Gio Antonio d’Arrichetta, di Crucetta di Policastro, di Vincenza d’Arrichetta, di Nardo Benincasa, di Giulia Bustoranisi, dell’eredi di Andrea lo Pitropo, di Laura Fico, di Giorgio Papa, di minico Pancalli, di Pietro Foresta; le grotte di Gio. Tomaso Vaccaro e di Massentia Buttoranco, la casa grande di Giulia Bustoranisi; i casalini di Cola Francesco Vasoino e di Nardo Benincasa, la casa palaziata di Petruzzo Foresta e lo largo e casa con cisterna di donna Morana Olivo).
Anche la Cappella del S.mo Sacramento di Santa Severina esigeva dei censi “per una casa alla grecia lassata per crucetta de pulicastro intro la parrochia di S. Stefano”, “sopra la casa de la piotta carl.cinq. lim paga anno quolibet m.o Cola de Luca et ditta casa e confine Stefano Fiasco et la casa de Matteo sfalanga alla parrochia di S.to Stefano”, “Donna Chiantia de Pizzichino .. ha lassato la sua casa intro la città di S. Sev.na in la parrochia di S.to Stefano, confine la via pu.ca di sotto et di sopra quale casa e palaziata et l’ha lassata alla cap.a del S.mo Sacramento “, “Minico Strati deve cinque carlini annui (alla cap.a del S.mo Sacramento) per due case foreno della q.m Lucretia de Strati sua zia le quali case sono nella cappella di S.to Stefano”, “Donna Laura de Miglio v.a del q. Mattheo germano ha dato alla cappella del SS.mo Sacramento.. una sua casa grande et una terrana, muro congiunto site intro la città di S.ta Sev.na in la parrocchia di S.to Stefano confine la casa di minico Strati” (Platea S.mo Sacramento, 1566).
Altri proprietari erano: Placido Carnilevare di S. Mauro (“unam domum palatiatam jux.a domum Ant.no de Arrichetta domum Marci Ant.ni de Arrichetta, Santoro, 1574, 4); Donna Morana de Olivo, vedova di Marco Antonio de Piccola, (una casa palaziata “confine et muro coniuncto alla casa dell’herede di Matteo Gructeria et confine la casa di Giorgio L’Abbate”, Santoro,1574, 56); Petrucza de Rose, vedova di Agatio Pascale ( una casa “in la grecia iux.a domos Nicolai Marrayeni et vinella de S.to Stefano ac viam pu.cam a parte superiori et inferiori”, Santoro, 1574, 68); Cola Francesco Piluso (una meza casa confine la casa di Gio. Maria Cosentino”); donna Morana de Olivo, vedova di Marco Antonio de la Piccola,( “domum palatiatam cum nonnullis membris inferioribus et superioribus cortilio, gisterna ad esso contigua sitam et positam in par. S.ti Stefani jux.a domum Laurae dela Fico et planum et plateam delo morillo de la Grecia” ; Il luogo era anche detto “Lo largo della cisterna di donna Morana Olivo”, Santoro, 1578, 61); Donna Discola dela Fico vedova di Luca Cantarino (domum palatiatam jux.a domum her. Donati dela Fico, domum s.ti Marci viam pu.cam”, Santoro, 1578, 59); Giovanni Cantarino e la madre Discola dela Fico ( un casaleno confinante con la casa di Giovanni Antonio Crispino e la casa che fu di Annibale Infantino, Santoro, 1579, 44v); Autilia Cosentino (“A giorni 19 de 7bre 1584 morse Autilia Cosentino et si fe testamento à D. Gio. Petro Ferraro cappellano di S.to Stefano et lasciò alla cappella del S.Mo Sacramento la casa dove habitava tunc temporis in la grecia in la parrocchia di S.to Stefano confine la casa de Cola Fran.co Peluso).

Gli Ebrei a Santa Severina
Gli Ebrei di Santa Severina “abitavano ne’ pressi del quartiere della “Grecia”, e quel luogo è ricordato in antiche scritture col nome di “Timpa de Iudeo”, detto volgarmente “Timpone delli Iudei”. Ivi dovea esistere pure la Sinagoga, della quale qualche rudere rimase fino a qualche tempo fa. Forse, per tal ragione, il luogo era pure detto Sala Verde, essendo la Sinagoga quarnita di panno verde secondo l’usanza ebraica” (Dito , 169).
Presenti fin dall’età angioina (Nel 1308 la gabella della tintoria fu data in affitto a Mataluso Giudeo di Santa Severina, Dito, 169), la comunità ebraica viveva separata dal resto della popolazione, con una sua organizzazione sociale e religiosa distinta, dove dovevano essere presenti e gestiti da membri della comunità, perché rigidamente regolati da norme rituali che evitavano la contaminazione, oltre alla sinagoga anche un bagno rituale, un forno, un macello ed un cimitero.
Dopo la resa della città il 20 settembre 1444 re Alfonso accoglieva le richieste dell’università di Santa Severina, concedendo alla città di rimanere in regio demanio. Nell’occasione l’università, facendosi portavoce di una richiesta della comunità ebraica, supplicava il sovrano che gli Ebrei fossero trattati fiscalmente al pari dei Cristiani, godessero di tutti i privilegi e le immunità concesse alla città e di non essere vessati dagli inquisitori. Il re concedeva che gli Ebrei di Santa Severina fossero tassati come gli altri Ebrei delle città demaniali: “Item supplica et pete la dicta uni(versi)tate che li Iudei de dicta t(er)ra siano et gaudeno tucte le immunitate et p(ri)vilegii che gaudeno li cristiani et che non siano (con)stripti per inquisituri, placet R(eg)ie magestati graventur prout ceteri Iudei aliarum terrarum demanalium”. Nomi di Ebrei sono presenti in un documento fiscale del 22 marzo 1491. Sono annotati: Strael Rabi, Moises de Regina, Salamon Cali, Ganna de Ipichigro, Elias de Notrica, Isaya Ferrarius, Daniel Cali, Sabeday filius, Hyaus Russus, Daniel Czaffaranna, Bagosaia, Rafael Conquillano, Samuel Cali, Braga Russus, Sabedia de Scavo, Nando de Mordogay, Davit de Scavo, Iacop de Scaulucti, Germellus de Hyago, Grabiel de Cariato, Manaelis Filosofus, Sabatellus Philosophus, Iaco Scua, Naluni Russus (Colafemmina C., Studi Stor.Mer. n. 3, 1989). Con la conquista spagnola (1502) del Regno di Napoli iniziò la persecuzione, che si concretizzò con l’emanazione degli editti di espulsione del 1510 del 1514 e del 1540. Tuttavia molti Ebrei non lasciarono la città; alcuni di loro, sia perché convertiti da più tempo o perché fecero finta di convertirsi al Cristianesimo, evitarono l’espulsione, come nel caso dei neofiti di Santa Severina Giovan Battista Siciliano, Angelo Pistoia ed Agatio Mitterno. (Colafemmina C., cit.) La loro presenza è segnalata in documenti posteriori. (Nel giugno 1571 Marcantonio Zaffarana era sindaco del popolo della città. Lo Zaffarana aveva un figlio Jo. Matteo ed una figlia Isabella, che andò sposa ad Andrea de Ragona. Era proprietario di una “potica” di scarparo. Nel settembre 1571 era in prigione nel castello perché come sindaco aveva evaso i pagamenti fiscali che l’università doveva pagare, Santoro II, 9; III, 7v, 107-108); Il 16 marzo 1574 Petro Pistoia acquista da Jo. Vinc.o Infosino il diritto di riscattare una vigna, Sant. 1574, 68; Antonino Califate, 1576; il 7 aprile 1578 Il diacono Marco Salamone dota la sorella Laudonia che va sposa a Jac.o Zurlo ”, Santoro, 1578, 55; 1589, 61 ecc.).

La Iudea ( La Giudecca)
La Giudecca (“Iudea”) faceva parte della Grecia e ne costituiva la parte più esterna. Nominata una sola volta nella reintegra del 1521, era attraversata dalla via pubblica che conduceva alla nuova porta della città detta della Grecia. Essa era situata “alla Favata loco dicto le Bagnora” ed era sovrastata dalla chiesa di San Biase ( Santo Biagio) e dalla timpa del castello. Nei documenti successivi non compare più.
(“Gructae duae in timpa p.ta ( ditta dele Bagnora) cum sequiglio (jux.a viam qua ) itur in locum qui d.r de Iudea subtus timpam seu (lavinarium) … descendit à S.to Blasio et viam pu.cam qua itur ad portam de Grecia”, Reintegra, 1521, 61v).

La Sala Verde (La Sinagoga)
“La Sala Verde” era all’interno della Giudecca in parrocchia di Santo Pietro e vicino alla chiesa di Santa Barbara. Presso la Sala Verde vi erano: la casa palaziata di Petro Burgense, la casa di Caietano Bonacio, la casa dei Guardata, la casa terrana di Gio. Paolo Cerasario, la casa di Miralda de Lauria, alcuni orti e delle grotte.
(“Petrus Burgensis dixit cum jur.to habere domum unam palatiatam intus dictam Civ.te in loco d.to La Sala Verde iux.a viam pub.cam et domum Caietani Bonacii mediante via pub.ca .. cum uno hortale ibidem contiguo”; “Hortalem unum cum arbore sicomi et tribus gructis in la Sala Verde quod occupaverat Jac.o de Fico iux.a ecc.am S.tae Barbarae et viam pubblicam”; “Domus una terranea quam tenebat Jo. Paulus Cerasarius in … la Sala Verde iux.a domum Petri Burgensis et domum … Guardatae”, Reintegra 1521, ff. 14v, 62, 65). Diverse proprietà vi aveva anche la chiesa senza cura di San Marco, la quale percepiva rendite e censi provenienti da una casa alla Sala verde, da una grotta alla Sala Verde e da altre grotte di Paolo di Leo alla Sala Verde. (Visita 1559). La Sala Verde è richiamata anche in documenti successivi: Il 5 febbario 1575 Donna Miralda di Lauria, vedova di Galeotto Trayina, dota la figlia Alaria Trayina che va sposa a Jacobo Lombardo. Tra i beni dotali vi è “ Item una casa terrana posta intro S. Sev.na il la parrocchia di S.to Petro jux.a la casa di essa Miralda lo casalino di S. Marco in loco dicto la Sala Verde …” ( Santoro, V, ff. 88v-89).

Timpone de li Giudei (Il cimitero)
La località prese il nome dal fatto di essere il luogo dove era situato il cimitero degli Ebrei, i quali dovevano essere seppelliti fuori le mura della città. “..Si giunge in un luogo detto la fiera, da dove si prende una salita malagevole per salire a detta città, indi si giunge sotto la porta dove vi è una conetta sopra un montetto, volgarmente detto il timpone delli Giudei, poco più avanti vi si trova una strada inselicata di pietra viva per la quale si giunge alla porta di detta città detta della Piazza …” (Apprezzo, 1687).
“E in giù, a piede di Galluzzo, su la piccola altura, scavando un po’, trovansi delle ossa umane, che ci fan credere essere stato lì il luogo ove gli Ebrei seppellivano i loro defunti” (Siberene , p. 59).
Il “Timpone delli Giudei” sottostava le timpe della Grecia. La località esterna alla città era coltivata all’inizio del Cinquecento a oliveto e vigna. Tra i proprietari sono ricordati: Antonio de Galluczo, Francesco Iaquinta, Giovanni Novellisi ecc … I luoghi vicini erano “Fiuremendole”, “la via vecchia delli carri” detta anche “la via pubblica delli carri vecchi” o anche “Carra”, la chiesa di Santo Dionisio di Portanova, la “fontana della Grecia”, “la carcara “ ecc. La località è ricordata in molti documenti: (N. Antonius de Galluczo possiede “quoddam olivetum positum in loco dicto Lo Timpone deli Iudei ijux.a olivetum Fran.ci Iaquinta jux.a olivetum Joannis Novellisi “, “Franc.cus Jaquinta dixit cum jur.to h.re et possidere in loco ditto Fiuremendole olivetum unum et quaendam vinealia arborata arboribus amigdolorum ficuum et olivarum capacitatis thumulatarum duarum ab oriente jux.a olivetum Antonii de Galluczo et Joannis Iaquintae a borea jux.a bona dicti Joannis Iaquintae et bona eiusdem Franc.ci qui fuerunt Richardi et Nardi Cirigeorgii ab occidente iux.a bona Alex.dri Gisolfi a meridie iux.a viam pu.cam ; Item Fran.cus per terreno ibidem et vinealibus arboratis arboribus olivarum capacitatis thumulatarum unius in semine ab oriente et borea iux.a bona Jo. Iaquintae et viam pu.cam dicta de le carri vecchi ab occidente iux.a bona d.ti Alex.i Gisolfi a meridie iux.a bona ipsius Fran.ci”; Alexander Gisolfus pro terreno in loco dicto Fiore mendole subtus portam novam arborato arboribus olivarum pirorum ficuum et amigdolarum capacitatis unius thumulatae ab oriente et borea iux.a vineas et olivetum Franc. Iaquintae ab occidente iux. a viam pu.cam a meridie iux.a terrenum Joannis Valenti et dicti Fran.ci Jaquintae”; N. Joannis Novellisius cum jur.to dixit tenere et possidere olivetum unum et vinealia ibidem a flore mendole arborata arboribus olivarum ficuum et sicomorum et parte nemorosa ab oriente iux.a bona illorum de Leo et bona dicti Jo. Antonii Morroni a borea iux.a bona N. Cesaris Zurli et dicta Beatrìx de Planis ab occidente iux.a bona Joannis Iaquinta et N. Antonii Galluciis a meridie iux.a bona q . fuerunt q. Scipionis Infosini posita allo timpone deli Judei”, Reintegra 1521, 16v – 17). Altri proprietari: La chiesa di Santa Maria della Grazia di iuspatronato di Vincenzo Infosino( “unus petius t.rae allo timpone deli giudei”, 1559); Antonella Trombatore (compera da Francesco Caraffa “ quasdam possessionem arboratam olivis amendulis et nonnullis aliis arboribus domitis et indomitis cum quibusdam vineis sitam et positam in dicto territorio S.tae Severinae in loco ubi dicitur sotto porta nova jux.a olivetum D.ni Gregoriis deli Pira olivetum m.ci Jo.is Ber.ni Sacchi jux.a terras Malchiori Muti dictas lo timpone de li giudei eccl. am S.ti Dionisii via pu.cam, Santoro, 1570);
Antonella Trombatore ( una possessione “arboratam olivis q.nus petiis vinearum amendulis ficubus et aliis arboribus domitis et indomitis sitam in districtu S. S.nae jux.a ecc.am S.ti Dionisii di portanova jux.a olivetum Melchionni Muti et per cristas descendit ad cerarmacum jux.a l’ogliastritto jux.a locus de cocina jux.a terras m.ci Jo. Bartoli Sacchi viam publicam et olivetum m.ci petri Antoni delo Sindico, Santoro, 1574,. 40); Antonella Trombatore ( “quamdam poss.nem arboratam olivis vineis et aliis arboribus domitis et indomitis sitam suptus ripas p.tae Civitatis in loco dicto sotto porta nova jux.a ecc.am S.ti Dionisii jux.a olivetum Malcioni Muti jux.a terras mag.ci Joannis Ber.ni Sacchi jux.a olivetum m.ci petri antoni de Sindico via med.te et viam pub.cam” la vende ai fratelli Horatio e Jacobo de Rasis per ducati 270, Santoro 1575, 90-91); Antonella Trombatore ( possessionem vitatam et arboratam vineis olivis ac aliis arboribus domitis et indomitis sitam et positam in districtu p.tae Civ.tis loco dicto Santi Dionisio di porta nova jux.a ecc.am p.ti S.ti Dionisii jux.a olivetum q.d fuit Malchioni Muti jux.a olivetum m.ci joannis ber.ni Sacchi jux.a olivetum m.ci petri antoni del sindico viam m.e viam pu.cam la vende a Antonio Zurlo per ducati 310, Santoro, 1577, 126); La cappella di S. Francesco di Paola di juspatronato della famiglia Caruso ( “li celsi posti sotto Portanova confine lo Biviero e conicella sopra S. Dionisio la via publica..” ,1589); L’oratorio di S. Lorenzo dell’Infusini d’Alto fondato nella chiesa di Santa Maria della Grazia ( “Nel timpone delli Giudei tiene un pezzo di terre tutto pieno di scini con tre o quattro pedi d’olive dentro il giardino di Marc’Ant.o Zurlo confine la carcara di S.to Cosmo e Damiano e la via publica “; 1630); “Nel timpone delli Giudei un pezzo di terra con alg(un)i piedi d’olive à canto dello giardino di Marc’antonio Zurlo confine la carcara di SS. Cosca e Damiano et via mediante” ,1689; Domenico Galluccio ed i suoi fratelli Prospero ed Antonio ( un oliveto “cum terris vacuis circum circa situm et positum in loco ubi proprie dicitur delli Galluzzi iuxta terras mag.ci Lupi Guglielmi Infosino ex una parte et vinella q.m Joannis Telese et fontem dictam vulgariter la fontana della Grecia”, 1691, 53v-54).

Macello
Il macello era situato dentro la città in parrocchia di Santo Angelo vicino alla piazza pubblica e alla strada che conduceva alla chiesa del SS. Salvatore. Esso confinava con la bottega di Nicola Maria Fellapane e la bottega che era stata di Victoria de Miglio.
Il 27 luglio 1574 donna Victoria de Miglio, vedova di Andrea de Crusia vende una casa terranea sita in parrocchia di Sant’Angelo “jux.a domum de la buceria stritto mediante plateam pub.cam et viam q. itur ad S.mum Salvatorem” (1574, 112).
Il 3 febbraio 1575 Gio. Battista Lepira conferma la vendita fatta anni prima a Nicolò Maria Fellapane di una casa terranea “ubi fuit macellum”. ( 1575, 86-87)

La sorgente della Grecia
La sorgente della Grecia era situata sotto la timpa della città. “Joannes Cosentinus … duas gruttas in timpa dictae Civ.tis sup.a fontem de Grecia iux.a gruttam Nicolai Sachi”… “Domnus Joannes Condopulus … gructam unam sotto la Favata iux.a timpam Civ.tis et viam publicam qua itur ad fontem de Grecia” ( 1521, 12v,14v). 15 ottobre 1575, Julio Papa vende a Cornelia Infosina una vigna “ubi d.r Sopra la fontana jux.a olivetum Antonii Vaccari et her. Teodisii Liveri, 1575, 24.
15 ottobre 1577. Antonino Calefati possiede una vigna sotto la Città sopra la fontana e confinante con l’oliveto di Antonino Vaccaro e le vigne degli eredi di Teodisio Liveri,. La vende a Julio Papa ( 1577, 21). 26 agosto 1691. Domenico Galluccio ed i suoi fratelli Prospero ed Antonio possiedono un oliveto “cum terris vacuis circum circa situm et positum in loco ubi proprie dicitur delli Galluzzi iuxta terras mag.ci Lupi Guglielmi Infosino ex una parte et vinella q.m Joannis Telese et fontem dictam vulgariter la fontana della Grecia” ( 1691, 53v-54). 21 giugno 1692 La chiesa delle Cinque Piaghe possiede, per eredità di Domenico La Piccola, nel luogo detto sotto la fontana della Grecia cinque tomolate di terra incirca confine la manca di Grandonio da una parte e dall’altra li communi di detta città, (1692, 281).

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