Imperiali a Crotone (1707-1734) La città di Crotone nella prima metà del Settecento

Crotone pianta Cristiani

La “Pianta della Città e Castello di Cotrone” di Michele Cristiani (1778) conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli S. M. 21a/12.

La città muta. Possidenti vi si accasano 1*, attratti dagli affari e dai privilegi commerciali 2*. Si consolida il ceto della “mastranza” 3*. Con i nuovi magazzini e casini fuori mura si espandono i giardini e le chiusure “vitate et alborate”; le botteghe artigiane ed i palazzi segnano la crescita urbana 4*.
Annibale Berlingieri, di Cesare Ottaviano e Luccia Suriano 5*, costruisce il palazzo di famiglia presso la chiesa di Santa Veneranda.
Acquista gli edifici vicini alla vecchia casa 6* e al magazzino o “horreo” di fronte alla porta grande delle clarisse 7*. Abbatte alcune case per fare piazza e cortile 8*, altre demolisce per alzare la nuova fabbrica 9* e ” per dar lume” alle camere 10*.
Case diventano stalle e magazzini, vicoli sono murati. La parrocchiale perde l’autonomia spaziale e religiosa divenendo un oratorio privato. Separata da un vicolo, è mutata di forma e accorpata al nuovo palazzo.
Concluso un accordo col parroco e col vescovo, il nobile si impegna a diroccare i vecchi mura di creta ed a ricostruirla 11* “con nuovi muri di calce, nuovo suffitto e nuova coperta”, fornendola anche di un “quadro con una cappella condecente”.
Egli si obbliga ad appoggiarla lateralmente al muro del suo palazzo”, dirimpetto alla vecchia porta maggiore di d.a chiesa, dove secondo il nuovo disegno dovrà far costruire il nuovo altare 12*. In cambio utilizza il muro laterale comune, aprendovi “una fenestella colle sue gelosie” sì da poter assistere alle funzioni sacre dall’interno del palazzo e ottiene di mutare il titolo, aggiungendovi quello di Santa Anastasia Romana, in onore del fratello consanguineo Carlo 13*, arcivescovo di S. Severina (1678 – 1719), che in occasione della riedificazione del palazzo di famiglia aveva fondato nel 1704 la cappellania laicale di S.Veneranda e Anastasia col peso di una messa al giorno 14*.
La chiesa, completata nel 1711 e fornita di nuovi arredi, di paramenti e di un calice d’argento con patena 15*, è soggetta ad Annibale Berlingieri, patrono della cappellania 16*.

Sfruttando la connivenza e la paura dei parroci, i Berlingieri in poco ne divengono di fatto i possessori 17*.
Ai primi di gennaio 1719 Annibale muore. La proprietà del palazzo, assieme ad un fidecommisso di 50.000 ducati, perviene, con i “ius presentandi a tutti li beneficii” e ai “iuspatronati di casa” 18*, al primogenito Nicolò, sposato con Anna Suriano 19*. All’altro figlio Francesco Cesare, studente a Napoli, e alle figlie resta il diritto ad una “commoda abitatione”.
Nicolò muore; subentra Francesco Cesare 20* che costringe la sorella Caterina, educanda in S. Chiara, a rinunciare all’eredità per soli 2200 ducati e le impedisce di sposarsi 21*.
Nel dicembre dello stesso anno compra da Nicola Gerace un palazzo con due casette attaccato, dalla parte rivolta alla chiesa di S. Chiara, al vaglio scoperto del cellaro del suo palazzo.
Il maggio dopo lo rivende a Natale La Piccola, parroco di Santa Margarita e prestanome del cognato Domenico Mirielli 22*, trattenendosi le due camere ed i bassi, che si affacciano alle case di Ciriaco Tesoriero, ed il basso sotto la cucina del palazzo che ha l’uscita davanti a Santa Chiara, con la condizione di poter chiudere due finestre del quarto superiore, dirimpetto alle sue camere, e con la possibilità di poter fabbricare una loggia o solana scoperta 22*.
Tutta l’operazione viene a costargli solo 110 ducati. Casalini “diruti”24* a giardinello diventano case, bassi botteghe, stalle magazzini 25*. Accanto o al posto dei casalini, delle case picciole, nasse, matte e terrane, consistenti in una sola “camara”, vicino alle abitazioni con basso e “camara” soprastante 26*, sorgono case palaziate 27* con appartamenti sottani, medi e soprani e palazzi, strutture formate dal pianterreno, con bassi, catoyi, botteghe e magazzini 28*, dal piano nobile, con più camere, abitate dal possidente, dal parentado e da altri, e dalle soffitte.
Completa un cortile, la cisterna, la stalla e la piazza. Aprono nuove botteghe: diminuiscono i barbieri e aumentano i calzolai o scarpari, i sartori e i ferrari 29*.
Iniziano nuove attività 30* e cresce l’affitto 31*. Davanti alla porta, accanto alle mura e lungo la strada, che dalla città per il convento dei cappuccini va al “ponte dell’acqua d’esari” 32*, ci sono gli orti “con sena, puzzo e pila” 33*, dei magazzini e alcuni “vignali” a orto e giardino 34*.
Al posto degli orti e dei vignali nelle località Spataro, Beviere, Fosso, chiesa dell’Annunciata, Pignatari, Convento dei Cappuccini, Campitella, Chiesa di S’Antonio Abbate e Vallone delli Mattoni sono fabbricati numerosi nuovi magazzini 35*.
Più in là verso il fiume iniziano le chiusure con giardino, vigne, ortalizii, alberi fruttiferi, caselle e pozzi 36*. La superficie a “giardino” 37*, che si era ristretta, lasciando spazio alle terre aratorie e a pascolo 38*, si allarga alla Campitella, a Fiorino, nelli Cudi, a Maccuditi, a Pignera e vicino al vallone e ponte di Esaro 39*.
Alcuni dei numerosi “vignali”, ridotti da più tempo a terra aratoria 40*, sono trasformati a vigna a Gazzaniti, Lampusa, Li Cudi, Palazzo, Gesù Maria, Campitella e Rotonda 41*. La riconversione interessa soprattutto l’area compresa tra i vignali Mortilletto e Maccuditi e le località Lampusa e Vallone di Esari.
Sulla pianura a sinistra e presso l’Esaro e l’affluente Lampuso 42* dove la terra, buona e facilmente irrigabile, è proprietà burgensatica molto frazionata, si estendono le “chiusure vitate et alborate” con caselle, torri e magazzini 43*.
Lontano dalla città, verso i confini territoriali, sono situate le terre aratorie e a pascolo, i vasti possedimenti feudali 44* ed ecclesiastici 45*, i terreni corsi 46* e boscosi 47* con rade caselle 48*.
Grano, fave, lino ed orzo si alternano a greggi e mandrie 49*. Il coltivato avanza sul selvatico. Terre gestite parte in proprio 50*, parte affittate a coloni e mandriani 51*. In espansione è l’allevamento del bestiame: le grandi mandrie di ovini e bovini 52*, custodite da mandriani silani, lasciano a giugno la marina per tornarvi ad ottobre 53*.
Il favorevole mercato degli armenti (carne 54*, lana 55*, formaggi 56*, pelli 57*) aumenta il fitto a pascolo e, in certe annate, l’abbandono della rotazione triennale a favore dell’erbaggio, per “ogni sorta d’animali fuorchè porci e solo per uso di mandria o vaccarizzo” 58*.

Le università vigilano a salvaguardia dei diritti civici, soprattutto sui terreni corsi e boscosi, insidiati dagli ecclesiastici e dai feudatari 59*, che disboscano, non pagano la “bonatenenza” 60* e negano il diritto di acquare, far legna e pascolare 61*.
Ammassati nei magazzini 62*, i cereali del Marchesato, spesso mediocri e di pessima qualità, sono imbarcati o contrabbandati 63* dalle numerose tartane che approdano al porto o marina, nei cui pressi, nel luogo detto “li magazeni del molo”, sorge il casino dei Berlingieri 65*, accanto all’orto di Milino.
All’accumulazione corrisponde la formazione di blocchi urbani. L’espulsione dall’area degli abitanti per la costruzione del palazzo, ridisegna la città 66*. Si rinforzano le mura vecchie, si sostituiscono quelle comuni di creta con nuove di fabbrica e si elevano 67*.
Le nuove costruzioni, balconate e con le loggette affaccianti a mare, chiudono stretti e vicoli 68* e impediscono quelle più basse 69*. La forte e generalizzata crescita demografica 70* e la favorevole congiuntura economica rivitalizzano i paesi 71* e le campagne.
Nascono nuovi villaggi 72*, ampie zone sono risanate 73* altre disboscate e messe a coltura 74*, si estende l’oliveto 75*. Sui luoghi più salubri e belli i padroni costruiscono i loro casini 76*, altri sorgono nei pressi della città 77* e lungo le strade principali, ritornate sicure e percorribili 78* dalle “galisse” 79*.
Il clero 80* controlla la proprietà immobiliare con 56 case, 3 casalini, 33 botteghe, 20 magazzini, 5 calcinari e 4 case palaziate. Grava con uno o più censi gli edifici ed i terreni. Ben 207 censi sono infissi su case, 15 su casalini, magazzini e botteghe, altri 190 canoni su gabelle, vigne e “robbe”81*.
Gli abitanti sono oppressi da censi, canoni e fitti; debiti che per l’insolvenza si accrescono, determinando la crisi del creditore. Pochissimi pagano e censi e canoni aumentano, gravando, nel 1720, 213 case, 3 casalini, 11 magazzini, 9 botteghe, 7 palazzi, 3 forge e 5 calcinari 82*.
I vescovi, in lunghe liti con i feudatari sia sul modo che su
quali animali decimare, sono costretti a cedere il diritto in perpetua locazione o in transazione per un corrispettivo annuale in grano o in denaro 83*.
Vani sono i tentativi di rientrare in possesso o di rinnovare l’enfiteusi di ampie zone di Bucciafaro, concesse al tempo del vescovo Caraffa ai vassalli del feudatario di Isola per un pagamento annuo di tanto frumento quanto se ne semina. La clausola che, estinta la terza generazione, le terre ritornino in pieno dominio della mensa è avversata dal feudatario di Isola, il potente duca di Montesardo 84*.
Altre controversie oppongono vescovi e chierici ai cittadini e ai loro rappresentanti a difesa sia della giurisdizione 85* che del decoro 86*, dei beni e dell’immunità ecclesiastica 87* con iniziative inquisitorie che fanno “meravigliare tutto questo regno giacchè mai tali cose gli abitanti avevano sperimentato”88*.
Aspri scontri di interessi dividono l’aristocrazia ed i mercanti locali dai nobili e dagli speculatori forestieri. Ferimenti, faide, imboscate hanno per protagonisti i “creati” 89* delle opposte fazioni, coinvolgendo anche i mandriani, i massari ed i coloni 90*.
L’occupazione straniera e la presenza di una agguerrita guarnigione tedesca, acquartierata in città e nel castello, crea risse, degrado e violazione delle libertà cittadine 91*. L’estrazione massiccia di cereali, diretta a rifornire le truppe, facilita il monopolio, le frodi e lo scadimento del prodotto. Questa “piccola città vive senz’altra industria di seminare et altre vettovaglie e nella raccolta li poveri massari vendono il grano raccolto a mercanti 92* per Napoli et altri luoghi per esimersi dalli debiti contratti nell’inverno per vivere e coltura del loro seminato e quando li riesce fruttuosa la raccolta si ritengono parte del grano per la nuova semenza e per il loro vitto et alla maggior parte anche li manca questo, si che si vede chiaramente che nel mese di agosto il grano passa tutto in potere de mercanti e pochi ritengono il loro bisognevole” 93*.
Nella primavera del 1701 Antonio dell’Olivadi pianta le croci lungo la strada “de capuccini”. Nella chiesa, “tra diluvi di lacrime”, tiene affollatissime prediche quaresimali serali 94*.
Eretta una nuova cappella con quattro statue, “una di un crocifisso sperante, l’altra della madre SS.ma de’ sette dolori, un’altra di S. Francesco e l’altra di S. Antonio di Padova”95*, e costruiti tra prodigi e miracoli chiese e calvari in ogni poggio e pianura 96*, trascina una gran croce di legno con dipinto il crocifisso all’eremo di Capo delle Colonne 97*. Partecipano ebrei, schiavi e calvinisti di recente “convertiti”.
Alla sterile annata 99* segue “l’està tanto calorosa”100*, poi le copiose piogge autunnali. Per l’arida e fredda primavera l’olio rincara 101*. La raccolta del 1703 è disastrosa; il grano di pessima qualità è trattato a solo 6 carlini il tomolo. L’anno dopo a marzo una tempesta fa naufragare una barca veneziana 102* a capo delle Colonne. Molti terreni sono rimasti sfitti, i pochi affittati sono “ad ogni uso” o a erbaggio 103*.
Un’epidemia dall’estate 1706 si prolunga in autunno 104*. Rialza il prezzo della maiorca: ai primi di maggio 1707 è a carlini 11 il tomolo 105*.
Il nove giugno (1707) “si vide spuntare al far dell’alba in alto mare sul capo di Nieto diece bastimenti”. Sbarcati di notte tra torre Nuova e capo Alice, i Turchi il giorno dopo saccheggiano Cirò. Ammazzati vecchi e invalidi, riprendono il mare con più di duecento prigionieri 106*. Li rimpiazzano i banditi che con false voci tengono lontano gli abitanti e fanno “più danno alle cose che non haveano fatto i turchi poichè essendo stata la terra ormai tre giorni e tre notti spopolata si approfittarono per spogliar le case di quanto v’era di sostanze”107*.
Il mare è solcato dalla feluca lunga S.ta Maria del Pileri del capitano Domenico Guariglia che, con patente di corso fatta dal principe di Montesarchio su ordine del vicerè, preda le navi contrabbandiere 108* e i nemici del nuovo sovrano Carlo VI 109*, al quale il 28 agosto la guarnigione del castello giura fedeltà 110*.
Profittano della nuova situazione gli abitanti di Papanice. A Tommaso Domenico Sculco 111* che strappato l’assenso, “non ostante la repugnanza d’alcuni in condescendere in ciò”, vuole comprare la terra, oppongono il barone di Montespinello, Francesco Sculco, riuscendo così a non infeudarsi.

“Per timore dell’armamento delli Messinesi e del Turco”, la vigilanza è rafforzata. Ai primi di aprile (1708) è arrestato in Catanzaro la spia Paolo Geronimo Gentile, nobile genovese, che, sbarcato da un brigantino, “non havea passaporto ma solo raccomandato dal vescovo di Cotrone”. Mentre “milizie e legni” catturano il brigantino sulle coste di Isola e l’equipaggio messinese è istradato per Catanzaro 112*, il Gentile viene scortato a Crotone per essere mandato dal governatore della città a Napoli. Il vescovo Marco Rama 113*, “fautore del medesimo”, con quantità d’ecclesiastici armati, incontratolo due miglia fuori città, se lo portò nel suo palazzo. Il preside dell’udienza di Catanzaro arriva con due squadre di campagna e circonda l’episcopio che gode l’immunità.
Un complotto in favore di Filippo V è ordito dai Suriano e dai congiunti Barricellis e Motta Villegas. Al segnale del Papa il popolo e gran parte dei nobili della città e dei paesi vicini insorgeranno contro i Tedeschi 114*.
Il vicerè ordina al generale Carrafa di Policastro di portarsi col suo reggimento di cavalleria dalle Puglie a Reggio, dove sono dirette numerose tartane, partite da Napoli, cariche di fanti tedeschi e di avventurieri con attrezzi militari e cannoni 115*.
Il vascello del cavaliere Pallavicino corseggia allo stretto i bastimenti che vanno a Messina con denaro, sete, panni e coralli 116*, e protegge le tartane granarie salpate da Crotone e dalle Puglie per Napoli 117*.
Percorrendo la via ionica, a metà maggio, il generale è a Crotone ed il vescovo consegna il genovese 118*. Lasciato un tenente colonnello di cavalleria 119* con 300 Tedeschi a presidio della fortezza, la “quale è la chiave di queste due provincie e sostegno di tutto il Regno”, e altri soldati in luoghi marittimi vicini, il generale prosegue 120*.
All’aspro fiscalismo fiscale per la guerra di successione spagnola si aggiunge l’annata scarsa (1708), aggravata da un’estate caldissima che danneggia il grano e l’olio 121*.
Con l’inizio del nuovo anno avanzò un freddo “così rigido che seccarono olivi, viti ed altri alberi fruttiferi” e per le continue piogge i seminati soffrirono talmente da produrre scarsamente 122*.
Ingenti quantità di cereali e olio sono estratte per Napoli 123* a fronteggiare la carestia. Il fallimento del raccolto (1709) 124* crea la fame. I coloni vivono nel timore che il poco frumento rimastoli per vitto e semina, sia sequestrato dal “provveditore
della soldatesca alemana che si trova in Reggio”.
In settembre, mancando il pane da giorni, i sindaci sequestrano ad Annibale Suriano cinquanta tomoli di grano; ne occorrono oltre 10.000 per assicurare il pane ai cittadini fino alla nuova raccolta e per poter seminare 125*.
Essendo approdati alcuni bastimenti con granaglia pugliese per Napoli, sono costretti a rifornire la città, “unica piazza giurata di queste due provincie dove risiede la guarnigione alemana”126*.
Nonostante la scarsità, su ordine del generale Carrafa, grano, orzo, formaggi e biscotti sono di continuo imbarcati per Reggio, per alimentare le “milizie alemane”127*, sulle tartane corsare, e per uso e grassa di Napoli 128*.
La crisi investe i coloni. Privi di mezzi evadono il fisco e sono perseguiti dai “soldati venturieri” della regia udienza che, contrastati, tentano di confiscarne i beni 129*.
Nel marzo seguente si comincia ad estrarre le 9.200 tomolate di grano da portare a Taranto, da dove salperanno per Barcellona 130*.
Mentre risse scoppiano in città 131*, preda di un’epidemia 132*, i corsari napoletani scortano chi va a caricare grano e assaltano e razziano mercantili, col pretesto che riforniscono la Sicilia 133*.
Frequenti burrasche autunnali e invernali spingono il naviglio sulle secche del porto 134*. Arrivano altri Tedeschi a presidiare le garitte e la porta 135*. La città è militarizzata 136*.
Il sindaco dei nobili è più volte inquisito per aver speculato sulla grassa del pane. Ha utilizzato per “panizare” merce bagnata di pessima qualità, proveniente dai vascelli naufragati 137*, e ha imposto e protetto il commercio di carne avariata e di vino guasto, taglieggiando i bottegai e attentando alla salute pubblica 138*.
Per “sentirsi novelle di corsari e legni nemici di mare, che vanno scorrendo da queste parti”, il comandante della compagnia di fanteria tedesca, acquartierata in città, sposta la fiera di Gesù Maria dentro le mura presso la chiesa di S. Francesco a “li rivellini”, non potendo rimanere aperta la porta nelle tre notti di fiera 139*.
Incendi dolosi devastano le campagne; nel 1711 è la volta di Bucciafaro della mensa vescovile di Crotone, al centro di contrasti
secolari col barone ed i coloni di Isola 140*.
I possidenti affittano i terreni annualmente ad erbaggio con pagamento in denaro, rifuggendo i contratti triennali di semina, in cui “il primo anno è franco per far maiese secondo l’uso di questa città” 141* e il pagamento nei due seguenti è in grano, spesso di cattiva qualità, che rimane a deteriorarsi nei magazzini 142*. I proprietari di grandi mandrie 143* ed i pecorai cosentini alimentano un fiorente commercio di formaggio 144* e di carne 145*.
Su ordine del governatore si rinforza la difesa. Undici cannoni di bronzo, portati da Rossano, sono posti “proprio avanti la porta principale, di rimpetto al corpo di guardia” 146*. Al porto dove sono ancorati i corsari, le guardie vigilano perchè non attracchino navi sospette “venute da levante e da parte sospetta di mal contagioso” 147*. Nottetempo i contrabbandieri, rifugiati nelle chiese, portano il grano dai magazzini di “Gesù Maria” e di “Spataro” all’imbarco.
La numerosa soldatesca genera aggravio, risse e degrado 149*, non sicurezza: i “Dulcignotti” predano la marina 150*, facendo numerosi schiavi 151*. L’università non riesce ad assicurare la sorveglianza costiera e si indebita sempre più con la regia corte 152*. Il mare è insidioso per navi sospette 153*.
Durante l’autunno e l’inverno numerose tartane si avvicendano per imbarcare grano, comprato da Domenico de Laurentis per conto di Ignatio Berretta, partitario della regia corte, e “con la franchigia di tutti e qualsiasi diritti” riforniscono le truppe stanziate a Gaeta e Napoli 154*.
La guarnigione aumenta 155* e iniziano al castello “nelli quartieri, magazzeni, garitte, corpo di guardia di notte e di giorno et in ogni altro luogo del medesimo” grandi lavori di riparazione e di ricostruzione 156*.
Nel 1714 pur “essendo accaduta in detta raccolta penuria e scarsezza di maiorca per tutto questo Marchesato” 157*, quasi tutto il prodotto è esportato, senza pagare alcun diritto 158*, per il vitto dei militari. Spesso è bagnato, vecchio, di pessima qualità, maleodorante e mescolato 159*.
Alla discreta annata del 1715 segue un inverno tempestoso con
naufragi sulle secche 161*, poi il buon raccolto del 1716 162*. In luglio i Turchi sbarcano presso Strongoli, facendo una trentina di schiavi; intervengono i Tedeschi e ne liberano alcuni, uccidendo cinque assalitori. Con l’aiuto di un rinnegato i Turchi ritornano ed incendiano la masseria del vescovo “il quale però con tutta la perdita ….riccattò cinque Cristiani, e vendette i schiavi Turchi a venti, e trenta Ducati l’uno”. Per tal disordine il vicerè ordina dapprima di munire quelle spiagge e di inviare un comandante tedesco a dirigere le milizie paesane 163*, poi invia i dragoni.
A fine mese attracca Giuseppe Ligorio, capitano della “galera patrona di questo regno di Napoli che in questo viaggio di levante va comandando quattro galere”, portando seco un pinco trapanese carico di grano e sale, arrestato in contrabbando 164*.
Per combattere le frodi, praticate apertamente dai possidenti con la complicità dei banditi 165*, interviene l’auditore di Calabria Citra con la sua squadra. Egli alloggia per alcuni mesi dagli osservanti e proprio alcuni frati del convento saranno denunciati per aver aiutato i banditi e di fare contrabbando 166*.
Nella notte del 5 gennaio 1717 si mosse “il vento nelle tramontane e maestri, forsato in maniera che fece rivoltura di mare” e rotte le gomene delle navi, ancorate nella fossa del porto, le spinge sulle secche 167*. La città è sotto il rigido controllo dei militari che usurpano ed ostacolano la giurisdizione del governatore e del sindaco 168*. A fine aprile arrivano i dragoni con duecento cavalli per sorvegliare quaranta giorni la marina 169*.
Continua l’estrazione di grandi quantità di cereali per “le militie Cesaree, acquartierate nelli Regii Presidii di Toscana” 170*, e di formaggio per Giulianova e Napoli 171*.
Mentre i Dulcignotti saccheggiano le vicine campagne 172°, si potenzia il castello con cannoni e soldati provenienti da Reggio 173*.
Numerose si levano le proteste dei patroni che devono imbarcare per conto dei partitari della regia corte. Col pretesto di fornire il “pane di monitione” alle milizie, essi esportano, franchi di ogni diritto, per uso privato, frodando l’università 174*. Il diritto di catapania, zecca e portolania o jus del tornese a tomolo sulle
vettovaglie che si estraggono, è al centro della controversia tra l’università ed i mercanti napoletani.
Il sindaco dei nobili, Ferdinando Pelusio, sconfitti i soci dei partitari 174*, riesce a recuperare il diritto. Con l’intervento del caporota di Calabria Ultra, delegato della regia camera della sommaria 176*, l’università ne gode pienamente 177* e investe i proventi nella costruzione di un ponte di fabbrica sull’Esaro e di un ponticello “nel vallone dove scorre la lava di detto fiume” 178*; opere che ben presto si interrompono sia per l’elezione del nuovo sindaco 179*, amico dei frodatori, sia a causa della carestia e delle spese per il continuo passaggio ed alloggio di soldati 180*.
I patroni non possono salpare se non sono state pagate le tasse al sindaco dei nobili, al guardiano del porto, al detentore del “jus barrae” e al regio secreto e mastro portolano 181*.
Nel 1718, dopo un inverno freddo e piovoso, arriva la primavera e “per l’orridezza delli tempi” i massari non riescono a maggesare. Rotto il ciclo agrario e inselvatichiti i terreni, prevedendo di non arare nè seminare in autunno, essi non prendono in fitto 182* e vendono nel mese di aprile i buoi aratori alla fiera di S. Marco e, per evitare il fallimento, si accordano con i proprietari per sciogliere i contratti triennali 183*.
Il raccolto si presentava discreto 184* ma non cessava una epidemia che dalla primavera falcidierà fino a inverno inoltrato 185*. Per lo scoppio della guerra in Sicilia cominciano a partire sotto scorta dal porto grandi quantità di grano e di orzo per le truppe che hanno attraversato lo stretto 186*.
Fiorisce il contrabbando: navi battenti bandiera francese scambiano sale di Augusta con grano calabrese 187*. Le barche che attraccano sono perquisite e alcune sequestrate dai Tedeschi 188*. Mentre le regie galere al comando di Francesco Secada, dirette in Sicilia, si approvvigionano di biscotto e lardo 189*, arriva il conte di Savigni, maggiore del reggimento Tige, con la sua cavalleria a svernare a spese dei cittadini 190*.
Il commercio del grano è detenuto da pochi speculatori, legati tra loro e corrispondenti dei grandi mercanti, che impediscono di accedere al mercato. Gio. Berardino Bisceglie e Domenico de
Laurentis, procuratori dei potenti partitari della regia corte, addetti in questi anni ad assicurare il vettovagliamento militare e ad alimentare la grande speculazione, boicottano i compratori locali. Prima alla semina e poi alla mietitura obbligano i coloni ed i massari del Marchesato a consegnar tutto il raccolto “alla voce di questa città, nel dì della Madalena 22 di luglio” 191*.
L’otto aprile 1719 per la “contrarietà dei tempi” numerose navi ormeggiano al porto; la notte del 13 seguente, “mossasi una terribile traversia e tempesta di mare con fortissimi venti di scirocco e mezzo giorno”, un pinco francese finisce sulle secche 193*
Il mare è infido a causa dei Turcheschi 194*. La carestia avanza e gli speculatori imboscano 195*. Le tartane giunte per caricare il grano della passata raccolta devono attendere che a poco a poco venga dall’aie il nuovo. Esse salpano senza la quantità contrattata “perchè è già comparso in questi convicini mari il convoglio venuto da Reggio per convogliare le tartane di questo porto” 196*.
Inasprisce la lotta tra speculatori forestieri e locali per l’accaparramento del grano, tra terrieri ed i coloni per gli usi civici, tra i privilegiati ed i fuori seggio per il predominio nelle cariche pubbliche e nell’aggregazione di nuove famiglie 197*. I nobili in combutta con i canonici dilapidano le rendite universali e dei luoghi pii 198*. I braccianti sono sfruttati e affamati 199*.
A settembre la città è sprovvista di grano sia “per la mala raccolta che per la quantità de’ concorrenti che ne richiedono oltre dell’appaldi fatti da mercanti et altri pubblici negotianti” che estraggono per rifornire altre città. Gravati i benestanti, che “tengono grani così per conto di altri come per loro uso”, non si raccolse che 2000 tomolate a fronte di un fabbisogno di tt.a 10.000 per l’annona ed altri 15.000 per la semina.
Si decide allora di costringere i “negotianti pubblici”, corrispondenti dei grandi mercanti, e fra questi Gio. Beltrano Bisceglie, nei magazzini del quale v’erano almeno 10.000 tomolate di grano e più di centomila ne aveva incettato. Tassato per tt.a 1500, “perchè tiene maggior quantità degli altri”, non “fu possibile persuadersi onde spaventandosi tuttavia a tal penuria convenne
prendersi tt. 480 di majiorca in tempo che il medesimo caricava” 200*
Mentre il governo cittadino invia una supplica al re presentando la precaria situazione, si verifica i cereali custoditi nei magazzini per iniziarne il sequestro 201*. Per l’urgente bisogno delle truppe, i Tedeschi portano via con la forza il grano, che già vale 14 carlini il tomolo 202*, dai casali, torri, caselle, e pagliara 203*, pagandolo con ricevute e ad un prezzo 204* che i mercanti rifiutano 205*.
Continua la guerra in Sicilia 206*. I corsari francesi sono in agguato 207*. Cereali e paglia sono condotti dai paesi ai magazzini e caricati sulle barche che, sfidando le avversità 208*, si dirigono su Messina ed altri luoghi dell’isola a rifornire le milizie tedesche e la cavalleria del re di Sardegna 209*.
Il consiglio collaterale ordina al governatore della città di obbligare i mercanti a contribuire, ognuno per la parte che gli spetta, e di impedire qualsiasi estrazione se prima non saranno provveduti i cittadini.
Rimasto inevaso l’ordine per molti impedimenti, interviene nuovamente incaricando la regia udienza provinciale e la corte di Crotone di eseguire le disposizioni 210*. Tra le proteste dei mercanti e dei patroni viene bloccato qualsiasi imbarco che spesso col pretesto di servire per Napoli, per le truppe o per le milizie savoiarde, finiva con scopo speculativo in altri luoghi.
L’intento è quello di rifornire la città e “fare le portioni alli quattrocento ussari e sessanta che in d.a città sono stati per più giorni et alla compagnia di cavalli del regimento Roma che si trova acquartierata da più tempo 211*”.
La fame spinge il popolo a minacciare gli evasori 212* ma le università di Crotone, Isola e Papanice oltre ad assicurare pane, orzo, paglia e legna alla compagnia del reggimento del marchese Roma, con l’inizio dell’anno devono anticipare cinque grana al giorno per la paga di ogni tedesco 213*.
“Per la sterilità della passata raccolta et per la numerosa contributione di più e più migliaia di tumula di grano estratte dalla medesma per servitio della militia di S.C.M. ha sofferto e sta
presentemente soffrendo una tal carestia di viveri che non vi è cittadino, che per campare miserabilmente con la sua famiglia, non sia stato costretto vendersi a baratto tutto il suo avere per comprare a caro prezzo il grano per proprio sustentamento, e a chi non è bastato il vendersi li beni di fortuna, hanno pignorato le proprie persone a creditori e li rustici astretti dalla necessità per non restare dell’intutto inseminati li campi, non si sono curati soggiagere a qualsivoglia patto vantaggioso verso li creditori e perchè la maggior parte non solo de cittadini ma del marchesato tutto, che circa il negotiare dei grani siegue le norme di d.a citta si sono accreditati il grano con patto doverlo pagare a quel prezzo che si vende nel corrente mese di maggio nel qual tempo si suole ordinariamente alterare più del dovere, sincome con effetto presentemente si vende a carlini 26 e 28 il tumulo; quando per l’addietro se bene ne fusse stata scarsezza nulla però di meno si è venduto alcuni mesi a carlini 14, alcuni a 16 e alcuni a 20 di modo che dovendo un povero huomo pagare dieci tumula di grano, se lo volesse ricomprare in tanto grano nuovo quanto capita di prezzo che corre in maggio, non li basterà tutta la sua massaria per pagarli e dovendoli pagare in denaro, dovrà stare per più anni schiavo con li suoi creditori per estinguere con le sue proprie fatiche il debito 214”.
Per assicurare il pane ai cittadini, alla cavalleria tedesca del reggimento Visconte e Portogallo, parte stanziata in città parte a Isola, Cutro, Mesoraca e Policastro, e alle milizie sia acquartierate in città che di passaggio, a maggio (1720) il provveditore delle milizie costringe il patrone di una tartana, carica di grano per le truppe di Reggio, a vendergli il carico al prezzo di carlini 23 il tomolo 215*.
Finita la guerra, il mare rimane insicuro per una “fiera borasca di tramontana” 216*. Per la presenza di corsari e Turcheschi 217* numerosi bastimenti napoletani e genovesi, carichi di grano pugliese, sono fermi al porto in attesa del “convoglio”. A mezzo miglio dalla città si accampano i reggimenti di passaggio assaliti dalle epidemie 218*.
Con il nuovo raccolto riprende massiccio l’esodo dei cereali,
mescolati e di pessima qualità 219*, per le truppe regie; i partitari tentano nuovamente di evadere le tasse 220*.
“Per la malasorte degli anni calamitosi successi, per il passaggio di molte truppe et altri patimenti patiti per la guerra della Sicilia” per le spese fatte sia nella “rifattione dell’artiglieria” e “nelle guardie del cordone dopo la disgratia della peste in francia”, l’università è molto indebitata con la regia tesoreria di Monteleone.
Un dispaccio inviato al governatore della città nel maggio 1721, prendendo atto di un memoriale con cui alcuni cittadini manifestavano “las oppressiones, agravios j tirannia que esprimentano por la potentia d’algunos nobles”, gli ordinava di vigilare sulle elezioni, dove si perpetravano frodi e si compravano le cariche, e sulle tassazioni per il donativo, affinchè tutto proceda con giustizia ed equità. Ma ben presto con l’accusa di faziosità il governatore è estromesso dal controllo delle elezioni cittadine 221*.
Il 15 agosto una fazione elegge e controlla a proprio piacimento il sindaco e si impegna a sanare il debito con proprio denaro 222*.
All’annata di “mala qualità 223*” (1721) segue la primavera fredda e burrascosa 224* del 1722 con un “pessimo raccolto…che appena si è raccolto tanto grano quanto se ne siminò” e con una grave epidemia che distrugge il bestiame 225*.
Molti coloni indebitati perdono i pochi averi, altri sono carcerati, altri fuggono nelle chiese 226*. Il monte di Pietà, da poco ridotato dal vescovo La Pena è di nuovo al fallimento perchè non riesce ad esigere il prestato 227*.
L’annate scarse e la cattiva amministrazione aumentano il debito dell’università con la regia corte e gli speculatori. Pagate le tasse di agosto e di dicembre 1721 con soldi presi a credito da Gregorio Ayerbis Aragona, essa non riesce nè a saldare il creditore, nè a pagare le successive imposizioni ordinarie e straordinarie 228*.
A marzo (1722) un esattore delle tasse è incaricato di riscuotere e sequestrare le rendite universali. Non bastando, il nuovo governo cittadino è minacciato dal tesoriere della provincia. Un commissario con un buon numero di Tedeschi è pronto a calare in
città per costringere i governanti vecchi e nuovi ed i benestanti a pagare 229*.
Ottenuto un rinvio, il problema si riaffaccia a fine gennaio 1723. Su istanza dell’Aragona 230* arriva Antonio Marzano, commissario della tesoreria di Monteleone, con due soldati. Dato invano ai governanti quattro giorni per saldare, sequestra oltre 200 bovini e tenta di portarli via.
“Per ovviare ai disturbi et ai pregiudicii” che potrebbero succedere, su pressione dei proprietari intervengono il regio giudice ed il governatore che chiedono al comandante tedesco di ordinare ai soldati di guardia alla porta di non farli uscire 231*.
Violenti nubifragi dall’autunno 232* si estendono fino a primavera avanzata. In Cirò “A’ 3 giugno a 3 ore di notte un uragano schiantò, e distrusse possessioni alberate, e fu tale lo spavento di quella notte che dal giorno vegnente fino a’ 10 si durò in penitenza nelle chiese, e monsignore Loyerio in detto giorno unse coll’olio santo e consacrò otto campane delle nostre chiese per sedare col loro suono le tempeste”233*.
Seguono un’estate ed un autunno secco 234* ma dai primi di dicembre (1724) temporali si accavallano sino a fine gennaio (1725) 235*. Inverni burrascosi 236*, primavere fredde con gelate improvvise, “l’inclemenza dell’aria…le epidemie e le mortali infermità del tempo autunnale 237*” tornano a prevalere.
Dall’agosto 1725 al gennaio 1726 vi è alta mortalità infantile 238*. “Ai 3 di aprile 1727 una gelata seccò giardini d’agrumi, oliveti, fichi, viti, ed altri alberi fruttiferi 239*”. L’anno dopo spaventosi nubifragi causano molti affondamenti 240*.
Ma nonostante le avversità gli abitanti dediti al commercio e all’agricoltura avrebbero di che vivere se non fossero gravati da gabelle, pedaggi e sempre nuove tasse 241*.
Insidiata dalle iniziative popolari, la nobiltà, formata parte da antiche famiglie locali e parte da forestiere, si compatta. I tentativi, di riappropriarsi dei diritti civici usurpati e di arginare la pesante tassazione e l’uso esclusivo delle entrate e delle prerogative cittadine, sono vanificati dalla corruzione alla quale sono soggetti i rappresentanti della seconda piazza 242*.

Nel “pessimo et semipestifero aere crotonensi” signoreggiano le letali epidemie 243*. Dal novembre 1728 al settembre 1731 la moria ricorda quella del Seicento 244*. Per la sterilità (1728) i coloni si indebitano per potersi alimentare e seminare, impegnando i pochi averi 245*; gli speculatori lucrano rifornendo Napoli con grandi quantità di grano e formaggio 246*.
Dopo un inverno freddo e piovoso 247*, ad aprile la penuria costringe il sindaco ed il rifornitore delle truppe tedesche a requisire parte dei cereali che si imbarcano. Mancano circa 1000 tomolate per assicurare il pane ai cittadini fino al nuovo raccolto 248* che si presenta magro.
Non riuscendo saldare, i pegni sono apprezzati e venduti 249*, i debitori incarcerati. “Le penuriose annate che corrono e la deterioratione de fondi ove sta infisso il capitale e l’esser cresciuti l’attrassi in maniera che uguagliano al capitale” costringono il monte de Morti dell’Operarii Pii ad abbassare il tasso sui capitali al cinque per cento 250* per sfuggire al fallimento causato dall’insolvenza dei coloni che sono gravati da molti debiti 251*.
La rendita da capitale dall’8/9 per cento di fine Seicento, dopo la lieve flessione nel secondo decennio del Settecento, diminuì così che nel 1730 i capitali “appena si potriano applicare alla ragione del cinque per cento 252*.
L’affrancazione di capitali, vincolati da molti anni 253*, mette in crisi le rendite degli ecclesiastici e favorisce liti e ferimenti 254*.
In autunno (1729) il grano aumenta e sparisce 255*. Numerose barche sono alla marina in attesa di rifornire paesi e città colpiti dalla carestia 256*. Dopo la fredda primavera (1731) 257* e una brutta invernata 258*, arriva la raccolta “penuriosa” del 1732 259*.
La pesante tassazione per il soccorso della guerra in Lombardia accresce la miseria 260* e la conflittualità sociale 261*.
La crisi dell’aristocrazia, che dopo le mutue uccisioni aveva tramutato le spade in penne e con calunnie anonime ed inesauribili liti riempiva i tribunali 262*, è accelerata dal comportamento del vescovo.

Il portoghese Gaetano Costa (1723 – 1753), col pretesto di colpire l’immoralità e l’usura, con ripetute scomuniche favorisce gli aderenti, specie i Suriano, discriminando gli avversari 263*.
Bernardino Suriano 264* esercita con prepotenza la carica di sindaco e come portolano pratica il contrabbando. Il fratello Filippo, canonico e commissario del nunzio di Napoli, scorazza armato e bastona chi si oppone ai suoi disegni 265*. Geronimo, vicario contro il prescritto dell’ultimo concilio, assicura con la complicità vescovile l’immunità ai parenti e perseguita, sia con censure ecclesiastiche che col braccio secolare, chi si ribella.
La reazione a questo stato di cose non si fa attendere e nella Pentecoste del 1729 una turba tumultuante assale la cattedrale dove si sta celebrando il sinodo.
Mentre il vescovo è salvato dalle spade sguainate dei nobili, la guarnigione tedesca disperde la folla a bastonate 266*. Ciò che sembrava un fatto grave ma conchiuso si amplifica per il fallimento del matrimonio tra Domenico Barricellis, “costretto malis artibus e per timore della violenza”, e Giuseppa Suriano.
Al tentativo di impedirne la nullità da parte del vescovo e del vicario generale, Geronimo Suriano, parente della sposa, i Barricellis rispondono chiamando in aiuto i Montalcini ed i Berlingieri 267*
La lite diventa faida e coinvolge la città, divisa in due, con i protagonisti che con atti pubblici, istanze e denuncie si danneggiano 268* e con il clero, i militari, il governatore e la popolazione che parteggiano 269*.
Nel marzo 1733 un terremoto scuote il Crotonese, distruggendo Casabona 270*. Essendo la “nazione francese bandita e dichiarata nemica”, in dicembre è sequestrato al porto il pinco di S. Giannott. Colgono l’occasione i marinai genovesi e, derubato il patrone, si rifugiano nel convento degli osservanti 271*.
Continua in maniera massiccia l’estrazione di grano per Napoli e le truppe 272*.
Il 6 giugno 1734 arriva la notizia che ovunque si acclama il nuovo re. Scoppia la lotta armata tra le fazioni e dal castello la milizia tedesca e ungherese 273* con le artiglierie bombarda la città.
“Mulieres una cum conceptis fetibus intempestive in luce editis, mortem oppetiere; senes infirmi, integrae familiae per agros dispersae, ut periculum evaderent, vagabantur”.
Dopo due mesi di violenza, il castellano con i suoi si imbarca per la Sicilia, lasciando libera la città dal nemico ma non dalle lotte intestine.
Il vescovo, accusato di collusione col nemico, è di continuo oltraggiato. Ai primi di febbraio dell’anno dopo, mentre egli sta
aspettando Carlo III di Borbone per ospitarlo, gli avversari a Crucoli, feudo degli Amalfitani, corrompono i ministri regi e, con la scusa che l’episcopio è cadente, spostano l’alloggio del re nel palazzo del “terribile” Francesco Cesare Berlingieri.
Carlo arriva il due febbraio verso sera e senza ricevere l’omaggio del vescovo riparte il giorno dopo per Cutro sotto un violentissimo temporale che blocca la comitiva in mezzo alla campagna 274*
“Le due famiglie Lucifero e Suriano godono in questo nostro sedile serrato, e distinto dal popolo d’assai più degl’anni duecento, e sono delle più cospicue, ed antiche famiglie d’essa, non solo per li continui Parentati con Famiglie Nobilissime, ma pure per li Feudi con Dominio de’ vassalli posseduti, e che presentemente possiedono, ed hanno più volte provata la di loro Nobiltà nell’Eminentissima Sacra Religione di Malta”, e “per esser Nobili della Piazza della detta città di Cotrone hanno havuta, ed alla giornata hanno tutti gl’Uffizi, Magistrati, Onori, Dignità, e Gradi di Magioranza soliti a darsi a Patrizij di detta città, come sono di Sindaci, Mastrogiurati, Eletti, e altri Uffizij e Prerogative” 275*.
Fabritio Lucifero, “descendente dall’antichi Baroni delle terre di Belvedere, Malpezza, e Zingha”, nacque il 24 febbraio 1662 276* da Giuseppe e Livia Suriano 277*. Alla morte del padre, luogotenente del regio secreto e mastro portolano, e del primogenito Oratio, Fabritio, “figlio legittimo e naturale et herede del qm. Gioseppe Lucifero”, subentra nell’ufficio 278*.
Nel luglio 1687 ne è già in possesso 279* e si interessa di navi naufragate dalle quali recupera il carico che inventariato è rinchiuso nel magazzino presso il molo in attesa dei proprietari 280*.
Egli stringe legami di affari con gli Sculco, possessori dell’ufficio di guardiano del porto della paranza di Crotone 281*. Con la congiuntura economica favorevole di fine secolo e la complicità accumula denaro e potere.
Un memoriale anonimo degli osservanti nel denunciare lo stato di omertà che regna nell’aristocrazia cittadina, così lo descrive: “D. Fabritio Lucifaro si ritrova luogotenente del Portolano fa mille estrutione alli poveri patrone che arrischiano la loro vita sopra li vascelli a solcare il mare e vengono a questo porto e sono forzati
tanto dal portolano a fargli comprare quella roba che detto tiene e farli fare bandi di grano favi lino e salumi e tutto questo lo fa per vendercili più di quanto valeno e li poveri patrone per non esser travagliati conoscendo la sua potenza e che non teme la giustitia sono forzati a far detto contrabando” 282*.
Durante la sede vescovile vacante, morto l’economo della mensa, il cantore Gaetano Gerace 283*, egli come mastro portolano subentra al governo dell’ufficio, prolungando poi l’incarico come procuratore del reverendo Domenico Caputio, economo destinato dal re.
Egli resse questa carica dal febbraio 1688 al giugno 1690. Sorti dubbi sulla sua gestione, essi ebbero termine quando Fabritio sborsò 110 ducati d’oro al nuovo vescovo Marco Rama 284*.
Il 7 marzo 1691 è davanti alle grate di ferro nella chiesa di Santa Chiara dove la sorella diciottenne Anna dà la professione. Anna con atto del 30 dicembre 1689 aveva rinunciato ad ogni suo diritto ereditario in favore del fratello, il quale si era obbligato a versarle ducati 20 per gli alimenti per l’anno di noviziato, ducati 200 come dote spirituale e un vitalizio di ducati 6, quattro lasciatole dal padre e due dal fu Oratio, comune fratello 285*.
Il 15 agosto seguente partecipa all’elezione del nuovo governo cittadino. Le due fazioni nobiliari si fronteggiano nell’elezione del sindaco dei nobili. Mentre una parte diserta, egli nomina il mastrogiurato 286*.
L’anno dopo conclude matrimonio “per verba de futuro” con la parente Theresa Barricellis 287*, figlia del fu Diego 288* e di Petrucza Sculco. La dote concordata ascende a 2000 ducati, dei quali parte sono in terreni e parte in denaro contante 289*.
Subaffitta da F. Berelli, per quattro anni a ducati 600 l’anno, la tenenza dell’ufficio di regio secreto e mastro portolano della paranza di Crotone, ma sorte liti, il contratto l’anno dopo è annullato. Gli rimane però l’amministrazione della tenenza con “quelli gagii, emolumenti, deritti et esattioni” soliti dei luogotenenti della paranza di Crotone, come già li godeva il padre 290*.
Oltre a reggere questo ufficio, è proprietario di mandrie e di
alcuni terreni; altre terre affitta a buon prezzo dagli enti ecclesiastici 291*, altre ne compra 292*, mettendole a coltura con massari e giornatieri o facendovi pascolare i suoi buoi 293*.
Specula sul commercio del grano che in gran quantità ammassa nei suoi magazzini appena fuori porta e che, forte della sua posizione, riesce agevolmente a collocare e contrabbandare 294*.
Il 25 luglio 1693 nasce il primogenito. Joseph Antonius Jacobus è battezzato sei giorni dopo dallo stesso vescovo Marco Rama, presenzia come padrino Annibale Berlingieri in rappresentanza del fratello Carlo, arcivescovo di Santa Severina 295*.
Il 7 novembre dello stesso anno , “nelle case del sign. Fabritio Lucifero, palazzo con cortile posto in parrocchia del SS.Salvatore, confinante via mediante le case di Valerio Montalcini e accanto alle case degli eredi di Mutio de Vite 296*”, convengono i novelli sposi Tommaso Domenico Sculco 297* e Vittoria Lucifero 298*, la vedova Livia Suriano e Fabritio, quest’ultimi madre e fratello della sposa, per rendere esecutivi i capitoli matrimoniali stipulati l’undici luglio. La dote di Vittoria, promessa dalla madre e dal fratello, ascende a ducati 2000 e cioè “Ducati mille quattrocento, e cinquanta in denari contanti, ducati trecento cinquanta di mobili, che dovessero piacere al detto Sig. D. Tomaso, ed un anno di casa, e tavola franca da scomputarsi ducati duecento e detti ducati mille quattrocento cinquanta di denari contanti, e li nominati ducati trecento cinquanta di mobili, si dovessero consegnare nel dì dell’affidare” 299*.
A maggio (1693) un’altra sorella, Lucretia, aveva deciso di monacarsi 300*. Come Anna essa rinuncia a tutti i suoi diritti in favore del fratello, che si impegna a darle quanto promesso alla sorella 301*.
L’anno dopo, presente anche Anna 302*, Lucretia dà la professione e col nome di Cecilia inizia la sua lunga vita da clarissa 303*. Assumendo importanti incarichi nel monastero 304*, facilita il fratello 305*.
I vincoli parentali con i Suriano, i Barricellis, gli Sculco e poi con gli Ayerbis Aragona, tutte famiglie residenti e con grandi interessi nella città, ed il legame con il potere religioso, tramite
anche il monastero di S. Chiara, costituiranno la base sociale, economica e politica di Fabritio che prosegue sul tracciato già sperimentato dai Suriano nel Seicento.
Primeggia il legame con Tommaso Sculco, tanto da esser difficile distinguere l’attività condotta da ognuno dei due possidenti se non analizzandola come il frutto di un’unica e concordata volontà. Fabritio manterrà col cognato “più e varii conti di portolania et interessi fra di loro et altro per detti negotii” per tutta la vita tanto che poco prima di morire essi scambievolmente “se ne quietano ed assolvono, citra preiudicium delle scritture a favore dell’uno e dell’altro”306*.
Il legame con i Suriano e con lo Sculco, curatore degli interessi dei feudatari di Apriglianello 307*, gli apriranno la via del feudo.
La scalata alla baronia di Apriglianello parte da lontano. Già il padre Giuseppe vantava dal barone Diego Suriano un credito sul feudo di duc.200 all’otto per cento, più alcune terze non pagate 308*.
I nuovi detentori, in difficoltà economiche e residenti a Cosenza, mancano della certezza del possesso una volta morta la titolare Antonia, figlia di Diego 309*; da questo la necessità di cessione: il feudo deve però rimanere all’interno di famiglie legate da molteplici vincoli parentali ed economici.
Il 23 ottobre 1694 Fabritio è a Cosenza dove stipula un primo accordo per l’acquisto dai coniugi Antonio Sanbiase e Innocenza de Filippis e dalla madre di lei, Antonia Suriano 310*. L’atto prevede l’obbligo per i contraenti di stipulare l’istrumento di vendita, con tutti i documenti e gli assensi richiesti, entro il maggio 1695; l’acquirente si impegna a versare ducati 11560 dei quali subito un acconto di ducati 360 ed il resto, tolte le somme dovute ai creditori del feudo, entro il mese di novembre 1695, con l’aggiunta dell’interesse del 5 per cento a decorrere dal giorno della stipula.
Arriva maggio senza che l’atto sia perfezionato. Su istanza di Antonio Suriano, che vanta dei diritti sul feudo, è infatti intervenuto il sacro regio consiglio che ha bloccato la vendita.
Mentre il tempo si dilata, viene steso a Crotone un nuovo accordo tra venditori e compratore. I primi rinnovano l’impegno a stipulare l’atto di vendita appena sarà possibile e nel frattempo concedono
all’altra parte l’affitto del feudo con la potestà “di servirsene ad ogni uso di massaria seu semina e pascolo” e di “potere subaffittare e associare a suo arbitrio”. Il Lucifero dovrà pagare per l’affitto ducati 440 ogni anno e un altro acconto di ducati 640 sul prezzo del feudo 311*.
Passato un anno, le parti si ritrovano a Cosenza presso il notaio Giacinto Crocco per rinnovare la promessa e convenzione di vendita e compra del feudo, confermando i vecchi accordi e stabilendone nuovi.
Poichè “a causa che il D. Antonio Soriano di detta citta di Cotroni havendo nel S.R.C. intentato il giuditio di relassatione sopra detto feudo per un supposto fide commisso fece far ordine dal detto S.C. e dal Consigliero Comissario che non si vendesse il detto feudo sotto la pena di docati mille e della nullità et invalidità del atto”, viene ribadito dai possessori l’impegno alla vendita, appena sarà tolto l’impedimento.
A causa delle spese della lite il prezzo del feudo è però elevato a ducati 11850. Il Lucifero si impegna a versare subito i ducati 640 in acconto e in aggiunta ai 360 già versati in passato. Il rimanente di ducati 10850 verrà pagato dall’acquirente dopo che sarà stipulato l’istrumento di vendita e, saldati coloro che vantano crediti sopra il feudo, il resto sarà depositato a Cosenza presso Pietro Vincenzo Sanbiasi.
Rimane confermato il fitto al Lucifero per ducati 440 annui 312*. Due anni dopo, nel 1698, è ottenuto il “regio beneplacito et assenso” sul contratto 313* e nel maggio dello stesso anno a Napoli è steso l’atto di vendita del feudo che concede e trasferisce al compratore anche il diritto e la facoltà di nominare ed eleggere, per sè ed i suoi eredi e successori, il cappellano del legato istituito da Gio. Dionisio Suriano nella cappella di S. Giovanni della baronia di Apriglianello ,con tutti gli onori e le preminenze che già competevano a Gio. Dionisio, Diego e Antonia Suriano 314*.
Passa ancora un anno e, tacitato Antonio Suriano, che riceve 1200 ducati dal Lucifero per recedere dalla lite 315*, finalmente il 22 dicembre arriva il regio assenso 316*. Proprio in questo periodo Fabritio ricopre la carica di sindaco dei nobili 317*.

Patrizio crotonese ed ora anche grande proprietario terriero 318* ripopola nel 1700 Apriglianello 319*, che già da molti anni era in rovina 320*.
Nell’aprile 1702 affitta per sei anni, assieme a Pietro Suriano, l’ufficio di assistente e sopraintendente generale dei caricamenti di Calabria Ultra da Anna Arrieta y Campana, impegnandosi a pagare in solidum 300 ducati a semestre anticipati 321*.
Ricostruisce la torre o palazzo di Apriglianello, che fu dei Suriano, ottiene nel 1703 da Filippo V il titolo di marchese 322* e l’anno dopo, con la moglie Theresia, la concessione dalla Santa Sede di costruire un oratorio privato nel suo rinnovato palazzo in città 323*.
Nel maggio 1704, assieme a Tommaso Sculco, fitta da Tommasio Atanasio l’ufficio di regio secreto e mastro portolano della provincia di Calabria Ulteriore 324*.
Sempre in quell’anno prende in prestito dall’abate Pompilio Berlingieri quattromila ducati al sei per cento,impegnando le sue proprietà cioè il feudo “cum eius turri seu palatio, et aliis parvis aedificiis, terrisque cultis et incultis” ed i suoi beni burgensatici: le gabelle Carbonara e Misola 325*.
Col nuovo capitale, ottenuto ad un tasso favorevole, sana i debiti ed intraprende nuove attività.
Nell’agosto dell’anno dopo è presente in un atto di compra del figlio cadetto Francesco 326* che egli ha già avviato ai primi gradi ecclesiastici 327*, per fargli godere le esenzioni fiscali ed i privilegi. Il figlio compare infatti come suo prestanome 328*.
Il 26 luglio 1707 il marchese è dentro il convento dell’Osservanza dove, come discendente di Leonardo Lucifero,fondatore o rifondatore 329* di quel convento nel 1520, “come si riconosce chiaramente dalla cronologia del padre Francesco Conzaga…come anche dalli scuti posti sopra l’arco maggiore di d.a chiesa e parimenti sopra il frontespitio della medesma”, ottiene di entrare in possesso di una cappella 330*.
In qualità di mastro portolano l’11 agosto 1707 è in casa del governatore della città, Antonio Macedonia, qui è convenuto anche il capitano Domenico Guariglia con l’equipaggio della feluca lunga
Santa Maria del Pileri del principe di Montesarchio che, come da ordini ricevuti, ha predato navi nemiche, recando duri colpi anche al contrabbando, praticato dai nobili della città. Il capitano presenta la patente di corso, rilasciatagli dal principe con l’autorità del vicerè, a Fabritio Lucifero ma interviene “smaniosamente” il governatore e, strappata di mano al marchese, la straccia 331*. Ligio al nuovo potere ne è ripagato.
Prende in fitto a prezzo vantaggioso terre ecclesiastiche 332*, impedisce ai cittadini di esercitare gli antichi diritti “d’acquare allignare et pascere” e non paga le tasse all’università.
Egli unisce al profitto dell’esercizio degli uffici affittati 333* una vasto credito usuraio verso i coloni ed i massari, che alle prime avversità sono costretti a cedergli i pochi averi 334*, ed un’intensa attività mercantile 335*.
Contando su esenzioni e privilegi, che gode sia come aristocratico e cittadino crotonese sia come feudatario 336*, colloca il prodotto dei suoi territori, eccedenti i seimila tomoli, a lucroso prezzo sul mercato napoletano, specie nei momenti di carestia 337*. Con altri trafficanti spesso commercializza merce vecchia e avariata 338*.
Procede alla privatizzazione del feudo. Compiendo lavori di valorizzazione, egli impedisce gli usi civici. Si impossessa delle sorgenti, disbosca ed impianta estesi oliveti, vigneti e piante da frutto, costruisce caselle, magazzini, giardini, un trappeto ed un parmento 339*.
Trasformando il feudo in proprietà burgensatica, impedisce l’attività dei coloni che sono costretti a divenire suoi docili vassalli.
Per reperire il capitale per la trasformazione, vende nell’agosto 1710 per 6000 ducati, dei quali 2000 in contanti alla stipula e gli altri 4000 entro due anni con l’interesse del 6 %, “sotto speciale ipoteca e riserba di dominio”, il territorio di Carbonara di salmate 140 “con dentro una casella a due membri, puzzo, parte aratorio e parte boscoso con piedi di quercie”, a Gio. Aloisio Soda 340*.
Il mese successivo, il figlio Francesco, suo prestanome, tacita Felice Suriano che per 130 ducati rinuncia ad ogni pretesa sulla
metà del territorio di “Palazzello” 341*.
Ad aprile 1712 si stipulano i capitoli matrimoniali tra il primogenito Giuseppe Antonio e Fulvia Barricellis, figlia di Antonio. La dote concordata è di ducati 3000, di cui 1500 in contanti e 1500 per la cessione del feudo della Bagliva di Crotone e Papanice 342* che, per avere un’entrata annuale di 112 ducati, da solo ne vale 3000 343*.
L’anno dopo assieme al figlio Giuseppe 344*, vicegovernatore della città, interviene nella formazione del nuovo governo cittadino e avendo “molti liti con questa povera università non permise che i votanti votassero ed eligessero persona abile di difenderci”; egli coarta i voti a viva forza, incarcera chi gli si oppone, occulta le prove delle sue malefatte. A causa di “simili baldansosi attentati poco a mancato derivarne un grave disordine in questa città 345*”.
Ai primi di marzo 1714 presta 700 ducati a Giuseppe Ramires di Piombino, che compra un palazzo da Sigismonda Pipino, obbligandolo a consegnargli entro luglio 1000 tomolate di maiorca al prezzo della voce. Essendo stata la raccoolta scarsa e non potendo il Ramires sciogliere l’impegno, il barone richiede il ritorno del denaro entro ottobre, col patto che passata la scadenza, il debitore dovrà consegnare 1000 tomolate di maiorca, alle stesse condizioni, al nuovo raccolto 346*.
Frattempo anticipa denaro ai Suriano 347* ottenendo in fitto, a favorevoli condizioni, il feudo della Garrubba 348*. L’anno dopo affranca la metà del debito che aveva contratto nel 1704 con Pompilio Berlingieri e poco dopo lo estingue completamente 349*.
Nel maggio 1716 la figlia Maddalena 350* convola a nozze solennemente e nobilmente con Gregorio Aragona, figlio di Giacinto e di Agnese Berlingieri, portando l’usuale dote di 2000 ducati 351*.
Una serie di liti lo impegna. All’inizio del 1717 interviene nella disputa sulla confinazione di Carbonara tra Aloisio Soda, le clarisse di Cutro e Caterina Raimondi, proprietari di parte del comprensorio di “li miccisi”.
Contro il Soda fa testimoniare gente non credibile sia per età che per condizione. Si tratta infatti di suoi debitori e di abitanti di Papanice, vassalli del cognato Tommaso Sculco, al quale pagano il jus pagliaratico 352*.
Entra poi in contrasto con Gaetano e Domenico Capocchiano che stanno elevando sopra un loro magazzino delle nuove stanze, togliendo al suo palazzo, composto di quarti soprani e sottani 353*, alla casetta palaziata del figlio Francesco, studente a Napoli, e al palazzo del mastro di campo Valerio Antonio Montalcino, “l’aria e il prospetto de’ monti e mare” 354*.
Come parente e amico, pone fine con un accordo giusto e ragionevole alla lunga lite tra il cognato Tommaso Sculco ed il barone di Cerenzia, Tommaso Rota, per l’eredità ed il pagamento dei debiti lasciati dal barone di Montespinello, Francesco Sculco 355*.
La feroce disputa aveva ormai indebitato i contendenti. Per porvi fine e rendere esecutivi i patti concordati, si impegnarono per il Rota, il fratello Scipione ed il nipote Emilio Giannuzzi, e per lo Sculco, il marchese che obbligò il feudo di Apriglianello 356*.
Rimasto vedovo, nell’ottobre 1717 sposa la parente Ippolita Suriano 357*, figlia di Pietro 358* e di Maria Castiglia, che gli porta una dote di 2000 ducati, che a 50 ducati la salma equivalgono a 40 salmate di terra nelle località Maccuditi e Majorano, Olivella e Passo Vecchio.
Il matrimonio è reso spattacolare dalle vesti e dalle gioie che per l’occasione il Lucifero consegna alla futura sposa non “per primo dono” ma per sfoggio 359*.
“Acciaccato dal morbo abituale di cachesia…fu assalito da febre terzana doppia, e continua, che per molti giorni lo tenne in gran pericolo di sua vita, doppodiche guaritosi, non andò molto, e recidivò con altra terzana, doppo la quale, non molto tempo framezato ha fatto la seconda recidiva di terzana” 360*.
L’infermità tuttavia non lo tiene lontano dalle occasioni favorevoli offertegli dalle difficoltà dei parenti.
All’inizio del nuovo anno trae vantaggio, con il figlio Francesco, da una lite tra gli eredi di Pietro Suriano, dove sono immischiati i fratelli della moglie, i quali, abbisognando denaro, cedono al barone due salme di terra a Passo Vecchio Piccolo (Fabrizio ne aveva già avute 10 per dote e 3 per le spese della dispensa pontificia) e sei salme di terra a Catizzone al figlio per 50 ducati la salma 361*.
Chiaramente in tutte queste compere di stabili, case e gabelle Francesco mette solo il puro e nudo nome perchè il denaro e la proprietà sono del padre che utilizza come prestanome il figlio che, per essere chierico, sfugge le tasse 362*.
Nel giugno 1720 il barone vende 500 ducati al sei % ai coniugi Antonio del Castillo e Anna Barricellis che impegnano i loro beni. Anna, coerede con la sorella Francesca dei beni del padre Gio. Batt.a e proprietaria come primogenita del feudo rustico di Sacchetta, è in difficoltà per le spese occorrenti a svincolare e liberare il feudo dalle significatorie emanate dalla regia camera e dalle pretese del fisco 363*.
Un mese dopo, assieme ad altri “uomini di buona vita, e fama chiara”364*, è parte interessata alla divisione dell’eredità tra le due sorelle. Non passa molto tempo che per togliere l’ipoteca sopra i beni suoi e della moglie, Antonio del castillo venderà al barone per ducati 1120, dei quali 500 ne deve per debito, venti salmate di terra a Maccuditi e Majorana 365*.
Sempre in quell’anno fa parte dei deputati designati dall’università per gestire le entrate, destinate a proseguire nella fabbrica del nuovo ponte sull’Esaro e del ponticello sul vallone 366*.
Aumenta il suo potere nel governo cittadino. Su incarico dei “Patrizi del Pubblico Regimento del Nobilissimo Sedile di S. Dionigi Areopagita” attesta la nobiltà del genero Gregorio 367* e del padre Giacinto Aragona, dà inoltre parere favorevole alla loro integrazione nel sedile di S. Dionisio 368*.
Durante la gravissima carestia che dal 1719 si prolunga fino al 1722, specula con il cognato Tommaso Sculco sulla crisi che colpisce i coloni ed i piccoli proprietari e conquista nuove posizioni economiche e finanziarie 369*.
Nell’ottobre 1721 il barone è a Napoli. Come procuratore del figlio Giuseppe Antonio e della moglie di costui, Fulvia, sigla un accordo con Antonio e Francesco Barricellis, padre e fratello di Fulvia, ponendo così fine ad una lunga controversia con gravissimi odii e rancori che era scoppiata per il tentativo dei Barricellis di riprendersi la bagliva di Crotone e Papanice 370*.
Sempre a favore del primogenito e, alla di lui morte, dei figli maschi primogeniti, discendenti dal medesimo, istituisce un maggiorasco di 40.000 ducati sui suoi beni burgensatici e feudali.
L’intento è di perpetuare nel tempo l’integrità patrimoniale poichè “il lustro, e lo splendore delle famiglie si conservano con li beni di fortuna, e con l’aumento di quelli” 371*.
Ottiene il juspatronato della cappella con altare della Madonna del Rosario in cattedrale. La cappella, prima mantenuta dalla devozione dei fedeli, è abbellita dal marchese con una statua lignea “meravigliosamente lavorata con colori e oro” portata da Napoli 372*.
Tuttavia la lite che più lo impegna è quella che verte nel sacro regio consiglio con l’università di Crotone per l’usurpazione dei diritti di “pascoli, bivieri et altri jussi” della baronia di Apriglianello. L’usurpazione avvallata da un decreto della regia corte del 20 maggio 1722 e da uno seguente della regia camera del 5 giugno, trova in città forte opposizione.
Per superarla egli il 15 agosto 1722 nel rinnovo delle cariche pubbliche si fa nominare sindaco.
A causa delle gravissime pendenze con l’università la parte avversa gli fa opposizione. Escluso, corrompe, si rifà nominare e riesce eletto sindaco. Interviene la regia vicaria per proibirgli di esercitare la carica e dare le dimissioni 373* ma il marchese, forte del consenso del governatore e degli eletti e col pretesto che la città e l’università sono talmente indebitate che solo con la sua potenza può essere garantita l’amministrazione, rimane sindaco dei nobili 374*.
Ottiene così la sospensione della lite con l’università senza pregiudicare l’usurpato 375*. Frattanto il figlio Francesco si trova a Napoli, come avvocato designato dall’università, per sostenere una lunga lite con Fabio Caracciolo, duca di Montesardo, il quale, comprato da G. B. Gerace il territorio di Nao all’inizio del Settecento, lo ha intestato al figlio abate e rifiuta di pagare la buonatenenza 376*.
Tramite il figlio, residente a Napoli, entra in società con i grandi speculatori napoletani. Egli mette a disposizione ingenti quantità di grano che i mercanti si incaricano di vendere al miglior prezzo possibile e nel momento più opportuno, di solito poco prima del nuovo raccolto 377*.
Per finanziare l’attività, nel settembre 1722, assieme al cognato Tommaso Sculco, ottiene dal duca di Verzino, Nicolò Cortese, 2000 ducati al sei per cento, impegnandosi a versare ducati 120 annui dalle prime entrate dei suoi terreni che allora consistevano, oltre che nel feudo di Apriglianello, nelle gabelle di Maccoditi e Majorano, Misola, Passo Vecchio Piccolo, una parte di Catizzone e la chiusa di Pompilio 378*.
Passato l’anno di sindacato, il 15 agosto 1723 si fa rieleggere sindaco ma per la violentissima contestazione e per “li danni che ne potrebbero nascere con detto contrasto tanto per la Regia Corte, quanto de’ cittadini” è costretto a rinunciare 379*.
Designato dall’università con il figlio Francesco a condurre una lite per evasione fiscale in regia camera a Napoli contro Annibale Albano, protesta perchè dopo aver anticipato denaro ed ottenuto alcuni risultati, il nuovo sindaco dei nobili, parente della parte avversa, aveva nominato due arbitri amici dell’Albano ponendo così fine alla lite 380*
Negli ultimi anni di vita prosegue a commercializzare grano in società con i trafficanti napoletani 381* e nella lunga lite con l’università per l’usurpazione dei diritti civici di Apriglianello 382*.
Per parare le iniziative popolari si premunisce legalmente e si accorda con altri nobili. Attuando la corruzione, tacita i rappresentanti del secondo ceto 383*.
Allarga la proprietà attorno al suo palazzo comprando prima a buon prezzo una casa attaccata al suo vaglio 384*, poi due casaleni senza tetto 385*.
Come padre e procuratore di Francesco, rettore del semplice beneficio della SS. Trinità della famiglia Barricellis, eretto in cattedrale, usa il capitale della cappella per usi propri 386*, ritardandone l’impiego.
Nel luglio 1729, “indisposto di corpo, benchè non in gran pericolo di vita”, Fabritio fa testamento e nomina erede universale e particolare sopra tutti i suoi beni feudali e burgensatici il primogenito Giuseppe Antonio, con la condizione che tutta l’eredità sia sottoposta al maggiorasco e fedecommesso di ducati 40.000, che egli ha istituito fin dal 1721.
Al secondogenito Francesco lascia solo una legittima di 180 ducati annui aggiungendo che “è bene che si sappia così lui come ogni altro che questa scrittura leggerà, che tutto questo io l’ho disposto con matura consideratione perchè ho considerato quel che ho speso per il suo mantenimento in Napoli, che si trovano mancanti in detta heredità e però come padre affettuoso niente ho voluto gravarlo per simili spese” 387*.
Chiaramente Francesco che oziava a Napoli, prevedendo il peggio, ritornò velocemente a Crotone per tentare di cambiare le disposizioni paterne.
Ben presto i rapporti all’interno della famiglia Lucifero si deteriorarono. Un dissidio col primogenito portò il marchese a privilegiare Francesco, “dottore dell’una e l’altra legge”, facilitandolo nel 1730 con un testamento “chiuso” in cui vi era la clausola che gravava il primogenito di duc. 18.000 a favore del secondogenito al momento dell’entrata in possesso del feudo di Apriglianello 388*.
L’improvvisa morte di Giuseppe, avvenuta il 13 novembre 1730 389*, lasciava il suo unico figlio Dionisio, orfano 390* e in età puerile, titolare della bagliva di Crotone e Papanice 391* e futuro erede della baronia di Apriglianello.
Rimanevano Francesco, la figlia Livia, educanda in Santa Chiara, ed i giovani Carmine e Maria, avuti dal secondo matrimonio.
Fabritio allora favorisce apertamente Francesco e, avvicinandosi la morte, nel luglio 1731 gli dona, in considerazione del matrimonio che dovrà contrarre e non prima e dei figli maschi che nasceranno, la somma di ducati 18.000 sul feudo di Apriglianello 392*, somma che dovrà versargli Dionisio una volta adulto, con la condizione che finchè ciò non avverrà, il possesso del feudo rimanga a Francesco che ne incamererà le entrate come interesse sulla somma che gli spetta.
A Francesco è anche trasferito il titolo di marchese 393*. Il figlio, che il marchese aveva descritto nel testamento del 1729 come spendaccione e dedito alla bella vita, subentrerà alla sua morte nel possesso di Apriglianello “non solo (per) la capacità nel governo di d.o feudo seu baronia ma ancora l’ubedienza profonda, rassegnationi di voleri portati e che tuttavia porta esso S. Donatario al pred.o Sign. Donante, oltre l’affabilità nel governare, dico contrattare, moriggerati costumi esemplarità di vita et altre cause “394*.
Un mese dopo, il 28 agosto 395*, Fabrizio stende il suo ultimo testamento e, annullando tutti i precedenti, nomina erede universale Francesco, confermandogli la donazione precedente.
Francesco diviene anche tutore e curatore di Dionisio, legittimo erede di Apriglianello, ed entrerà alla morte del padre nel possesso del feudo amministrandolo finchè Dionisio, fattosi adulto, non gli verserà i 18.000 ducati.
Nel frattempo quest’ultimo riceverà solo 120 ducati all’anno come interesse sui 9.000 ducati, il rimanente del valore del feudo, valutato 27.000 ducati.
Sopravalutando il valore di Apriglianello col pretesto dei miglioramenti, Fabritio poneva al nipote condizioni economiche svantaggiose per un probabile tentativo di futuro accesso al feudo mentre lo esortava per un “grandissimo suo consuolo che si facesse cavaliere, mettendosi l’abito della religione di Malta, e con tal motivo si farebbe una sola casa e la spesa che bisognerà debba farsi dall’istesso Sig. D. Francesco qual spesa sarà poco a causa che in detta religione di Malta have più volte provato tutti li quattro quarti” 396*.
Annullando le precedenti disposizioni testamentarie, stabilisce che l’erede Francesco sia solo usufruttuario dei ducati 18.000, dei beni burgensatici e di tutta l’eredità e che alla sua morte succeda nell’usufrutto il figlio primogenito legittimo e naturale per legittimo matrimonio e discendenti maschi del medesimo di primogenito in primogenito, escludendo sempre le donne.
Istituisce così il maggiorasco e fedecommesso con un fondo di 40.000 ducati. Agli altri congiunti lascia quello che è previsto dagli usi e dalla legge. Alle figlie Livia e Maria la possibilità di una dote di 2000 ducati o una dote spirituale oppure l’abitazione e gli alimenti ed una somma di ducati 300.
Alla sorella Cecilia aumenta il vitalizio a 10 ducati annui e alla moglie Ippolita, finchè vivrà lo stato vedovale, la tutela dei figli Carmine e Maria, un vitalizio di 36 ducati annui e l’abitazione nel palazzo.
Al nipote Dionisio ed al terzogenito Carmine rimase solo la legittima di duc. 120 annui, un magazzino ciascuno, l’uso di un giardino e di una vigna, la possibilità di abitare nel palazzo da celibi e qualche capo di bestiame.
Raccomandando moglie e figli al cognato Tommaso e alla sorella Vittoria, morì dopo lunga infermità ed il 16 dicembre 1731 397*, vestito da francescano, fu deposto nella bara coperta dal velluto nero del monte del Purgatorio,.
Accompagnato da quattro frati, uno per ogni convento della città, il suo feretro entrò in cattedrale al suono della campana grande del Capitolo. Seguì la messa con quei lumi e pompe funerarie dovuti al suo stato e con la partecipazione al completo dell’aristocrazia e del clero, quindi la sepoltura nella sua cappella del Rosario dove vi era la statua del SS.mo Rosario “da lui fatta” 398*.
Lasciava il feudo di Apriglianello con dominio dei vassalli, banca di giustizia, mastrodattia e potestate gladii, notevolmente apprezzato ed abitato da un centinaio di anime con palazzo baronale rifatto, taverna, chiesa, case e magazzini.
Abolendo i diritti civici si era impossessato della copiosa fontana di Paradiso, incanalandone l’acqua per i suoi buoi; aveva tolto ai cittadini la possibilità di pascolo, impadronendosi di altre tre sorgenti ed impiantando alberi da frutto, estesi oliveti, vigneti, giardini con verdure di varie qualità ed un canneto.
Aveva costruito caselle, un parmento ed un trappeto per ammassare e lavorare i prodotti agricoli e caseari.
Lasciava il palazzo di più quarti e cappella in parrocchia dei SS. Pietro e Paolo, “strada mediante col palazzo del Sign. Gregorio Montalcini, attaccato alla casa de’ signori de Vite, strada pubblica col giardinello murato di m.ro Giuseppe Schipano”, circa 80 salmate di terra (le gabelle Casazzone, Bruca Sacrata, Passo Vecchio Grande e Piccolo, Destra di Gallipoli, Misola e chiusa di Pompilio, i vignali Caraccioli ed il territorio Palazzello), bestiame “di ogni pelo e sorte” del valore di circa 5000 ducati, quattro magazzini fuori mura e la preghiera per i suoi eredi di “ricordarsi di quanto io ho fatto e fatigato per loro per lasciarli commodi” e per accrescere “il lustro e lo splendore della casa”, “che per la consolatione delle sue ceneri stessero uniti e concordi che in tal maniera goderanno la pace e avanzeranno i beni di fortuna, in contrario poi fra breve tempo saranno dissipati”.
Una mattina, alla fine di gennaio del nuovo anno, partivano in comitiva da Crotone il notaio Pelio Tirioli, il giudice Domenico Asturi e testimoni. Accompagnavano Matteo Casole, cappellano di palazzo di Francesco, che, a nome del padrone indisposto, prendeva possesso della baronia di Apriglianello.
Arrivati sul luogo, il cappellano fece i soliti atti che dimostrano la proprietà. Si portò al palazzo o torre e “salì e scendè la scala, aperse e chiuse l’antiportico di detta scala, la porta della sala, porta del balcone di ferro grande della sala, porte e finestre di tutte le camere, e saliti alla loggetta grande di fabrica franse più imbrici seu ceramidi e discese poi al quarto di basso, aperse e chiuse la porta e fenestre, passeggiò buon pezzo per le camere e dimorò sedendo”. Alle carceri del palazzo liberò Paulo Cara che “fece un viva a Francesco Lucifero novello marchese” e alla fontana di Paradiso impedì un po’ il corso dell’acqua.
Tra spari ed evviva si era fatto pranzo. Nel pomeriggio testimoni e giudice accompagnarono il cappellano nelle gabelle del feudo. Qui egli strappò erba, ruppe rami, gettò sassi ecc.
Il giorno dopo visitò la taverna e gli edifici 399*.

Note
1. Casati con “domo e familia” a Crotone: Gio.Luise Soda di Isola, Didaco de Bona di Cutro, Gio.Galluzzo di S.Severina, Domenico de Laurentis e Carlo Magno di Verzino, Tommaso Sculco di Papanice. ANC. 612, 1716, 70; 612, 1716, 20; 612, 1717, 142; 612, 1717, 6.
2. D. Suriano come privilegiato crotonese fa imbarcare per Napoli formaggio, frutto delle sue greggi, franco dei diritti di “fundaco, doana, nova gabella , peso e ponderatura”, ANC. 612, 1716, 137 – 138.
3. “Huomini del ceto dell’honorata mastranza: “Antonio Gerace, mastro fabricatore, Ignatio Siciliano, mastro sartore, Domenico Lo Santo, pizzicarolo, Diego Messina, mastro muratore, Onofrio Simina, mastro calzolaio, Giuseppe Zanfino, mastro barbiero, Saverio Severino, mastro calzolaio, Ignatio Faranna, mastro sartore, Gregorio Perez, mastro muratore, Felice Russo, mastro tintore, Leonardo Romano, mastro calzolaio, Bonaventura Braccio, mastro sartore, Gregorio Rocciolillo, mastro muratore. ANC. 764, 1733, 28v; 635, 1719, 68; 612, 1716, 131v; 612, 1718, 27.
4. ANC. 611, 1712, 141; 611, 1714, 117 – 119, 192.
5. Berlingieri Cesare Ottaviano aveva sposato Faustina Modio da cui nacque Carlo, poi arcivescovo di S. Severina. Rimasto vedovo si risposò nel 1656 con Luccia o Isabella Suriano dalla quale ebbe i figli Pompilio, Diego, Annibale e Guglielmo. Morì il 1.4.1684, ANC. 335, 1685, 49 – 51; Processus Dataria, 83, ASV. Nel 1704 morto l’abbate Diego, i fratelli Annibale e Pompilio, quest’ultimo residente da molti anni a Roma, divisero i beni ereditati dal fratello, ANC. 496, 1704, 20 – 22. La sorella Laura aveva sposato nel 1672 Carlo Blasco di Rossano, ANC. 334, 1672, 7 – 8.
6. ANC. 336, 1692, 39.
7. ANC. 470, 1697, 26; ANC. 470, 1697, 31.
8. Il casalino di Lucreatia Mazza, la casa di Gio.Vincenzo Monteleone e quella del tesorerato, Acta 70v, 136v.
9. La casa di Prospero Venturi, quella del beneficio della Trinità, posta davanti alla porta del parlatorio di Santa Chiara e le case di Mendicino, Acta 112, 145, 151.
10. ANC. 497, 1706 , 67v.
11. Epigrafe sul portale della chiesa di S.Veneranda: “SS.VV. VENERANDAE & ANASTASIAE Senium
Dicatam Eccl.am vetustate pene collapsam
ANNIBAL BERLINGIERIUS OCTAVIANI CESARIS FILIUS
Fulgentius a fundamentis Restituit
A. D. MDCCVII ”
12. ANC. 611, 17.12.1711
13. La famiglia Berlingieri aveva un beneficio senza altare e cappella intitolato a S.Maria Maddalena, Acta 32, 149 ; L’arcivescovo Carlo Berlingieri è ricordato in una epigrafe della cattedrale di Crotone : ” XPO A MAGIS ADORATO AC S.M
MAGDAL.AE FAM.AE SUAE PATRONAE
CAROL.S BERLINGERI.S ARCHIEP.
S.SEVERINAE D. T A. 1696 ”
14. Anselmus 8v; Rel. Lim. Crotonen. 1733; La nuova cappellania viene dotata dall’arcivescovo con un capitale di 1000 ducati che nel 1720 erano parte infissi sulla gabella “Racchio” di D. Pipino e parte sui beni degli eredi Barricellis. La rendita annua parte serviva al pagamento della messa quotidiana ed il resto all’acquisto di paramenti sacri, cera, ostie, vino e per abbellire e riparare l’edificio.
15. Annibale Berlingieri è seppellito nella sua cappella dell’Epifania in cattedrale coll’abito di S. Francesco di Paola, ANC. 660, 1719, 17; 611, 17.12.1711.
16. Nel 1704 l’arcivescovo di S.Severina impresta ai coniugi Pipino un capitale di duc. 400 al 5 % con la condizione che l’esazione dell’annuo censo vada a favore del cappellano della cappella di S.Veneranda e Anastasia mentre in caso di affrancazione il capitale si debba consegnare al patrono per essere reinvestito a beneficio della cappellania, ANC. 659, 1716, 88 – 89.
17. Relaz. Lim. Crotonen. 1733.
18. Annibale morì l’otto gennaio, tre giorni prima era morto il fratello Carlo, arcivescovo di Santa Severina. Egli lasciò eredi il fratello Pompilio, vescovo di Bisignano, ed i figli Nicolò e Cesare. A ciascuna figlia, (Faustina , Poluccia e Caterina) lasciò duc. 2000 di dote o una dote monacale con un vitalizio di duc. 15, più altri duc. 50 e dieci pesi di lino (a Faustina 20 pesi), ANC. 660, 1719, 14 – 19; Libro de’ Morti cit.
19. ANC. 659, 1716, 82 – 85; Figlia di Annibale Suriano, ANC. 659, 1716, 39.
20. Nicola Oratio Berlingieri, figlio di Annibale, morì il 28.1.1719 lasciando alla moglie Anna la possibilità che “usando letto vedovale e facendo domicilio nella sua casa sia sempre Signora e Padrona tanto delle gioie , vesti et altro”, ANC. 660, 1719, 23; ANC. 661, 1721, 181, Libro de’ Morti cit.
21. Caterina invia un memoriale al vicerè accusando il fratello d’impedirle di sposarsi con P. Senatore ma è costretta a dichiarare che non “va cercando da sè matrimoni senza il consenso della di lei parentela… nè lo farebbe giammai essendo il medesimo, huomo di lunga inferiore alla conditione d’essa costituita”, ANC. 660, 1719, 52v – 56; 613, 1722, 160.
22. ANC. 660, 1720, 174.
23. “Possa Francesco Cesare e i suoi heredi fabricare sopra la camera della cocina, che va annessa e connessa con detto palazzo, una loggia o vero solana scoperta a spese proprie di calce e legname tirandola da sopra il vaglio della cantina per tutta detta cucina, ma con l’uscita piana dalle camere di d.o S. onde possa abbassarla o alzarla secondo richiederà il bisogno, e l’uguaglianza di detta loggia a spese proprie di calce e legname, e seguendo la loggia sud.a il camino di detta cucina debba passarsi alla camera scoverta a spese di detto Rev. Natale con l’uso a d.o palazzo del pozzo che trovasi tra il vignano del quarto di basso di d.o palazzo venduto e le due camere riservatesi per esso D. Francesco Cesare “, ANC. 660, 1720, 69 – 74.
24. Acta 72, 81v, 113v, 115, 132v.
25. Acta 70, 71, 72.
26. Per i casalini e le case terrane il fitto variava dai 2 ai 4 ducati annui; per un basso e camera soprastante dai 6 agli 8 duc., Acta cit.
27. Acta 116, 127, 135v, 144, 162; Anselmus 26, 44, 51, 60, 76; Casa palatiata consistente ” in due quarti, quali hanno l’entrata colle rispettive gradinate da dentro il cortile della medesima. L’uno quarto ha tre appartamenti: soprano, medio e sottano. Il soprano costa di tre stanze una delle quali è divisa da divisorio di tavole. Il medio ha sei stanze e il sottano due. L’altro quarto costa di due appartamenti: soprano e sottano. Il soprano consiste in due stanze dimezzate da divisori di tavole ed il sottano d’altre due stanze, Spogli degli apprezzi de’ fondi de luoghi pii di Cotrone s.d.
28. ” Primo quarto habitato da Pietro Greco, consistente in più membri, cioè metà della sala con due bassamenti, ante camera con due bassamenti, il camerino sopra il portone, casa di Rosa hoggi per cucina del medesimo, con due bassamenti, casa dove habita hoggi Rosa con uno bassamento, casa del Cutetto con uno bassamento, casa d’Ant.o Cella con uno bassamento…Altro quarto da d.o S.r Carvello consistente in più membri, cioè metà della sala con due bassamenti, uno habitato da Flaminia, l’altro da S. Francesco d’Assise, la cucina con due bassamenti, camera con gisterna, con due bassamenti, dispensa hoggi habitata da Giovanne Coronella, con uno bassamento, camerino con uno bassamento, casa di Cropalati, con uno bassamento”, ANC. 611, 1711, 42 – 43.
29. La confraternita dei SS. Crispino e Crispiniano era composta da “magistris artis calciariae o scarpari”, Acta 46, 57.
30. Nel gennaio 1702 F. Pipino affitta ai mastri pignatari A. Lucifero e N. e D. Siciliano dei magazzini che possiede vicino ai Cappuccini presso il vallone dei Mattoni, rispettivamente per duc. 8 e 12 da pagarsi ogni 8 giugno, col patto che la manutenzione sia a carico dei locatari e che il contratto sia valido finchè durerà “la vita d’essi o di loro successori nell’arte di pignataro”, ANC. 496, 1702, 1 – 6; Botteghe de’ Pignatari esistevano già alla fine del Seicento, Acta f. 131v; Attiva è anche la concia delle pelli, Acta 86v.
31. Tra il 1700 ed il 1730 l’affitto aumenta di uno/due ducati: le case da duc. 6 a 7, le botteghe da duc. 9 a 10, le case palaziate da duc. 7 a 10, Acta cit., Anselmus cit.
32. Luogo detto Giesù Maria vicino al ponte dell’acqua d’Esari, Acta 130 v.
33. Orti con sena e puzzo loco il Biviero, la Sena, di Piscitello all’incontro la porta della città, alla marina de’ Capuccini, loco Favaro o Favarato, al vallone delli Mattoni con sena , pozzo e pila grande, di Pipino a Acqua Bona, de’ Capuccini, Acta 68v, 69, 103v, 117v, 132, 144, 148, 151v; Anselmus 17v, 25, 47, 55, 56, 62, 78, 82, 113. La mensa vescovile possiede una chiusura di terre ortalizzate con pozzo e sena di tt.a 2 loco li Surelli e Timponi della porta, Catasto Onciario, Cotrone 1743.
34. Il contratto di fitto di questi vignali come per gli orti è annuo e in denaro: vignale loco Milino sotto le muraglie del cavaliero, vignale avanti la porta della città detto la Spina Santa, vignale di S. Catarina vicino la chiesa omonima sotto le muraglie confine il vignale con pozzo loco Bellamena, Anselmus 53, 90.
35 . Vicino al convento dei cappuccini ci sono i nuovi magazzini di Nicola Gerace, Cesare Berlingieri, Antonio Grutther, Valerio Montalcino e Girolamo Longobucco, Acta 139 ; Magazzini di G.Rizzuto “dirimpetto la porta della città”, di I. Messina “dietro il convento de’ capuccini”, “nel luogo detto spataro, confine l’orto de’ capuccini”, Anselmus 76, 78, 87, 99. I mastri fabricatori G. Mazzeo e G. Gerace costruiscono due magazzini per P. Albani, incaricato da A. Albani. I magazzini “di fabrica di calce e rena, nel modo et forma a la parità di quello di G. B. Barricellis” sono costruiti vicino alla chiesa della Annunciata. Ognuno avrà una porta e due finestre di cantoni e alle finestre ci saranno “le ferrate”. P. Albani fornirà il disegno e “li travi, tavoli, chiodi, ciaramidi et m.ro carpentero per inchiodare et aggiustar la legname”. Il costo dei magazzini sarà di duc. 266, dei quali 186 consegnati ai mastri da A. Albani al contratto e 80 all’inizio del lavoro, ANC. 337, 1696, ff. 11, 59 – 60. L’università concede a G. Camposano di edificare due magazzini di palmi 100 X 100 fuori mura, Prov. Caut. 369, f. 13 (1728); e ad A. Albano di costruirne uno vicino la chiesa dell’Annunciata Prov. Caut. 349, ff. 7 – 8 (1718); D. e G. di Vennira ottengono il regio assenso alla costruzione di due magazzini, ANC. 614, 1729, 26v.
36. P. Moccia, duca di Carfizzi, possiede uno stabile, posto nel luogo “la valle del ponte e piano dell’acquabona”, dapprima chiamato “li capuccini vecchi”, consistente in un vaglio , “seu cortile grande murato di fabrica, nel quale vi sono tre magazzeni di differenti capacità per conservare e riponere biade, sopra due de quali magazzeni vi sono fabricate tre camere con li loro inferiori, o suppigni, et altri membri, commodità et edificiis di fabrica”, ANC. 660, 1719, 180 – 182; M. Barricellis vende per duc. 750 a D. Junta “un comprensorio di terre con alberi, viti, pozzo, torre, magazeni, vaglio di fabrica e portone in loco la Pignera”, ANC. 659, 1717, 32 – 33; N. La Piccola vende a S. Messina una vigna e due vignali presso “il ponte dell’acqua”, “con più e diversi alberi fruttiferi, viti, caselle, vaglio di fabrica, pozzo, chiusura e “fosse seu conserve da metter biade”, ANC. 659, 1715, 43.
37. Giardino dei Suriano in loc. Palazzo, di A. Castiglia a la Potighella, di G. D. Trimboli a Lampusa, di G. Aragona a li Ponticelli, dei Pipino a Gesù, di D. de Labrutis a “lo ponte d’esari con sua torre e vignali sementati a orzo, lino e fave”, dei Barricellis alla Pigniera “con torre, vaglio e magazeni e vi sono dieci migliaia di vigne e quattro cento pedi d’alberi”, ANC. 336, 1689, 60; 496, 1702, 56 – 59, Acta 92, 111, 121, 127v, 132v, 133, 148, 161v; ANC. 497, 1703, 20
38. “Il fu giardino d’Ottavio Piterà hoggi terra aratoria detta la torre di piterà” dei De Nobili di Catanzaro; “Giardino dei Petrolillo che al presente sono terre aratorie la maggior parte”; Giardino di Maccuditi e gabella la Conicella “hoggi l’uno e l’altra giardino e vigna con terreno vacante e torre del tesoriero Duarte”, Acta 132v, 138v, 162.
39. Anselmus 25, 37, 44, sgg.
40. Acta 147.
41. Vigna di V. Foggia fu vignale; Vigna “pastina” del beneficio di S. Tommaso a Lampusa; Vignale oggi vigna di A. Albani; “Vignale della rotonda oggi vigna di A. Berlingieri”; “Vignale dove al presente B. Venturi ha piantato vigne”; “Vignale a il palazzello oggi vigna di D.Laurentis”; “Territorio la volta del ponte oggi orto e vigna dei Rocca”; Vigne sono piantate a Buciafaro dal vescovo, Acta 70, 107, 133, sgg.
42. Anselmus 25, 29, 44, 59, 83.
43. Cesare e Gregorio Presterà, eredi e figli di Gio.Pietro, possiedono “un giardino con vigne, et alberi fruttiferi con torre et altri edificii d.o la torre tonda”, ANC. 611, 1714, 1v; I fratelli Tiriolo comprano una chiusa con “vigne e terre vacue” che riconvertono “con più piante di viti et alberi” e vi erigono una torre, ANC. 660, 1720, 269; G. Messina compera da N. La Piccola una vigna vicino al ponte d’Esari. La migliora con “avanzi di piante di vigne e alberi” e vi costruisce una torre, ANC. 666, 1721, 37 – 3; A. Suriano acquista una vigna con un vignale, con torre, alberi fruttiferi, consistente “in otto pezze di vigne al n. di dodecimila viti incirca, con chiusura, e cinque fossi per uso di grano”, ANC. 661, 1721, 70 – 71.
44. Il feudo di Apriglianello è di Fabrizio Lucifero, Acta 53; Valle Perrotta venduto da J.B. Passalacqua a Tiberio Pallone nel 1567, è ceduto per debiti da Cristoforo Pallone a Nicolò Berlingieri per duc.3300 nel 1703, poi passa a Cesare Berlingieri, ANC. 497, 1703, 31 – 33, 44 – 45; 496, 1701, 30 – 31, Anselmus 38; Cromito o La Sala è degli Amalfitani con Francesco Saverio, marchese di Crucoli, Acta 68v, ANC. 612, 1716, 40 – 51; Garruba è dei Suriano, Crepacore dei Filomarino, principi di Cutro, Acta 68, Anselmus 20v; nel 1729 passa a Giuseppe Antonio Oliverio; Carbonara o Sacchetta è di Anna Barricellis, ANC. 635, 1710, 63; La Cersa seu Giordano passa da F.Pelusio a Gregorio Montalcini, ANC. 661, 1722, 64.
45. Oltre alle proprietà degli enti ecclesiastici cittadini, vi erano quelli dell’abazia di S. Maria di Altilia, del Priorato di Malta, dei domenicani di S. Severina, dei gesuiti di Catanzaro, del monastero di S. Chiara di Cutro ecc.
46. Terreni corsi o promiscui, in cui era vietato seminare, si trovavano verso Isola (Domine Maria, S. Andrea e S. Andriella del Decanato di Crotone; Li Puzelli del Cantorato, Buciafaro della Mensa vescovile; Piani del Bosco, Le Comunelle e Forgiano) a Crepacore e ad Apriglianello.
47. I boschi erano presso il Neto (Bitetta, Pantano, Misula), ai confini con Isola (Salica, Carbonara, Valle Perrotta e Massanova) e con S. Severina (Corazzo).
48. G.L. Soda possiede in burgensatico le terre di Carbonara “con dentro una casella a due membri e puzzo, parte aratorio e parte boscoso con piedi di quercia confinante con il bosco di salica”, ANC. 612, 1716, 69v.
49. ANC. 663, 1730, 122; 707, 1718, 29.
50. Nobili cittadini: Aragona, Barricellis, Berlingieri, Lucifero, Montalcini, Pipino, Presterà, Suriano, (Albani, Gallucci, Sculco); Nobili dei paesi: Guarano, Oliverio, Raymondo, Fattizzi e Petrucci di Cutro, Milelli di Strongoli, Franco di Papanice, Faraldi e Modio di S. Severina, Nobile e Passarelli di Catanzaro, Rotella di Taverna.
51. G.L. Soda prende in fitto per 6 anni dall’agente di Cutro il Soverito “territorio del stato del Principe della Rocca Bernarda”, al prezzo di duc. 318 l’anno. Il Soda ne ricava ogni anno 600 tomolate di grano dal proprio seminato, altrettanti ne percepisce dai coloni ai quali ne ha subaffittato una parte e incassa inoltre 560 ducati per la fida dei buoi, ANC. 612, 1715, 124.
52. A. Barbiero di Pietrafitta ha avuto in governo per 35 anni la mandria di A. Barricellis così in Sila, in valle e alla marina, egli ha dato conto ogni anno al padrone, ANC. 664, 1733, 92. T.D. Sculco, proprietario di terreni e armenti, affitta il suo comprensorio di Cortina con le sue pecore prima a G. Le Pira di Aprigliano e poi a D. Foglia di S. Giovanni in Fiore per duc. 400 annui per il terreno e per l’affitto delle pecore “secondo il stile generale a ragione del sei per cento”. Per far pascolare i suoi animali vaccini prende in fitto i corsi, ANC. 614, 1729, 8 – 9.
53. Daniele I. Fran.co d’Aprigliano, capovaccaro di P.P. Albano, ha “sbarrato e pascolato” dal 7 maggio al 7 settembre nel territorio di Clima di I. Ferrrari, ANC. 611, 1712, 182; F. Le Pira di Aprigliano sale in Sila in giugno con la mandria di P. Suriano, composta da pecore grosse n. 1036 e anniglie n. 216, ANC. 497, 1708, 51v.
54. D. Suriano e A. Berlingieri vendono ai mercanti G. Criscito e G. Todesco, per uso e grassa della città di Napoli, 20 vacche con le loro annicchie e 44 giovenche grosse a duc. 50 il paio, 71 vacche filiate a duc. 40 il paio e 4 tori per duc. 80, ANC. 659, 1716, 82 – 85.
55. Il capomandra del gregge di T. Sculco fa tosare le pecore e, tolta la quinta parte “spettante a pecorari”, vende a carlini 4 l’una le 300 pise di lana “felina” e “nera” del peso di 10 libre ciascuna. In più vende 5 pise di lana agnellina e 70 pecore vecchie a carlini 5 l’una, ANC. 612, 1715, 74.
56. G.B. Mesuraca d’Aprigliano e G.D. Cimino, pubblici salatori e conservatori di formaggi, attestano che “in ciascheduna forma di formaggio di libre cinque e mezo a pezza vi vogliono di sale di monte cavalli quattro a pezza per uscire di sale, e questa cura dura quattro mesi incirca”, ANC. 663, 1729, 54v.
57. G. Stadio vende pelli di volpe n. 40, di martore n. 15 e di gatto n. 10, ANC. 661, 1721, 257 – 258. “Cinque calcinari overo luoghi dove s’acconciano pelli” erano vicino al baluardo di Brianda, Acta 86v; A S. Severina vi era la bottega di conciatore di mastro Tomaso Madia di Policastro, ANC. 663, 1730, 77.
58. Sui terreni ecclesiastici dove continua la rotazione triennale il rapporto di fitto, che all’inizio del secolo era di 1 salmata di terra (6 tomolate) = 1 salma di grano (uso semina) = 2 ducati (ad uso erbaggio), nel 1720 è 1 salmata di terra = 1 salma di grano = 3 ducati, Acta cit. , Anselmus cit.
59. I massari di Isola protestano perchè il barone aveva occupato molte terre delle “fratte” e se l’aveva aggregate, disboscandole, alle terre baronali del “saporito”. Le terre delle “fratte” erano dell’università di Isola, ANC. 660, 1718, 77 – 78.
60. Lite tra l’università e Diego Passarelli per il mancato pagamento della bonatenenza sulle terre dette le Bucche, Frasso e Fiumara, ANC. 661, 1721, 53 – 58. Il sindaco, poichè il chierico D. Andreatta non paga i fiscali per la bonatenenza, incarcera alcuni animali della sua mandria e vuole consegnarli al baglivo, il quale rifiuta perchè, non essendo carcerati nè per erbaggio nè per danno ed essendo di persona ecclesiastica, sarebbe scomunicato, ANC. 611, 1711, 48.
61. Una lunga lite impegna l’università con il feudatario di Apriglianello, il quale proibisce ai cittadini di esercitare gli usi civici, Prov. Caut. 359, f. 81 ASN. Per poter far legna e pascolare nel feudo di Poligroni i cittadini sono costretti a pagare la fida al baglivo di Rocca di Neto, ANC. 612, 1719, 1v; 660, 1719, 52.
62. L’affitto dei magazzini era annuale e iniziava dal primo giugno per il prezzo di carlini 20 a centenaro. I grani immagazzinati venivano voltati ogni settimana due volte d’estate ed una d’inverno e per ogni “voltatura” si pagavano tre tornesi a centenaro, ANC. 661, 1722, 292.
63. ANC. 612, 1719, 38 – 39.
64. ANC. 611, 1712, 177v.
65. “In forma di palazzo consistente in una sala, quattro camere, et una cucina con li loro bassi, vignano di fabrica e scala di pietra di fuori”, pervenuto in eredità dal padre Annibale, che l’aveva comprato all’incanto, è venduto da F. Cesare Berlingieri a G. Ayerbis Aragona per duc. 600, ANC. 614, 1729, 53 – 55.
66. Nel 1699 il vescovo Rama enumera 7 palazzi, nel 1720 La Pena 19 e nel 1743 il catasto onciario 21, Acta , Anselmus, Catasto Onciario, Cotrone 1743.
67. ANC. 497, 1704, 40; 611, 1712, 141; 611, 1714, 192.
68. Il decano G.B. Sisca ottiene dall’università di “terrar con muro l’introito delle sue case alla strada delle mura et anco un imboccatura d’uno stritto, che non ha esito, il quale è tra la camera nuova d’esso decano e le case di Leonardo Cirrello, tanto più che non apporta pregiuditio alcuno al p.co anzi ornamento”, ANC. 497, 1704, 41; Casa palaziata composta da camera del mare con la sala, tre camerelle, scala e vignano, ANC. 612, 1715, 222.
69. Tra S. La Nocita e I. Giaquinta sorge una fiera lite per una “ceminiera” che il Giaquinta sta costruendo e che impedisce la veduta ad una finestra del Nocita, ANC. 612, 1717, 16v – 17r; G.L. Soda impedisce a D. de Bona di alzare le sue case e fa abbassare quelle di F. Partale perchè impediscono la vista del mare alla loggetta del suo palazzo. Operano i mastri muratori N. Nicoletta, T. Altomare, A. Sicilia di Rogliano e O. Messina e F. Partale di Crotone, ANC. 659, 1714, 64.
70. Tranne poche città in cui la popolazione ristagna (Rocca Bernarda, S. Severina) nelle altre la crescita è notevole: Isola dai 1050 abitanti del 1692 passa a 2000 nel 1727, Cutro dai 1710 del 1675 ai 2586 del 1725, Strongoli dai 700 del 1675 ai 1800 del 1723, Petilia dai 1420 del 1675 ai 2820 del 1725 ecc. L’arcidiocesi di S. Severina con la diocesi di Crotone passa dai circa 30.000 abitanti della fine del Seicento a oltre 41.000 nella prima metà del Settecento, Rel. Lim. Umbriaticen., Bellicastren., Insulan., S.Severinae, Cariaten., Strongulen., Crotonen., 1650 -1750.
71. Belcastro che alla fine del Seicento era “desolata” ora si presenta “fere nova, territorium fertile, et redditum fructibus esuberans”, Rel. Lim. Bellicastren., 1718; La mensa vescovile di Umbriatico che alla fine del Seicento non raggiungeva i 1600 ducati ora ne ha 1800, Rel. Lim. Umbriaticen., 1724; A Strongoli “ager hic, optimi frumenti, et frugum omnium ferax est, armentorum, pecorumq. pabulis accomodatus”, Rel. Lim. Strongulen., 1723.
72. E’ ripopolato Apriglianello, Rel. Lim. Crotonen. 1703; E’ fondato il “vicus” di Petronà, Rel. Lim. S.Severinae, 1725; Il feudatario Alfonso Poerio nel 1719 concede la tenuta feudale La Cerva a contadini provenienti da vari luoghi dando origine al “pagus” detto La Cerva o S.Croce, Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
73. Il vescovo di Belcastro G. Emblaviti compie lavori per svuotare un grande stagno che infestava quella città, Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
74. G.L. Soda compra nel 1710 da F. Lucifero la gabella Carbonara per duc. 6000. Nel 1724 la gabella ne vale 10.000 “a causa che era buona parte boscosa et adesso tutta terra culta”, ANC. 662, 1724, 113v.
75. T. Sculco mette a oliveto 140 salme di terra a Jannello, Catasto Onciario Cotrone , 1743; Il vescovo di Cariati G. delle Franci pianta nel 1704 un oliveto nella pianura presso il mare, Rel. Lim. Cariaten et Geruntin., 1705; Il vescovo di Umbriatico D. Peronacci trasforma due fondi in territorio di Cirò “ch’erano ricovero d’animali selvaggi” in oliveto e agrumeto “con sue case pe’ coloni” e costruisce presso il mare a “Mandorleto” una residenza di campagna “per ristoro de’ vescovi”, spendendovi oltre 4000 ducati, Rel. Lim. Umbriaticen., 1753.
76. In località Jannello Tommaso Sculco costruisce un casino. Vi si leggeva: “Questi deliziosissimi luoghi venghiamo spesso a visitarli per la bellezza dell’arie, delle acque e della posizione topografica. Casino splendidamente da Sculco edificato per sè ed i suoi amici nel 1711; Sculco N., Ricordi sugli avanzi di Cotrone, Cotrone 1905, p.42.
77. Il chierico F. Suriano possiede la Campitella “con palazzo, magazeni, altre fabriche, giardini, vigne e terre rase aratorie”, ANC. 662, 1728, 133.
78. La famiglia Aragona possiede a Ponticelli un casino, con viti, giardino e alberi. Alcuni bassi sono affittati ad uso di “osteria seu taverna”; D. Lucifero ha a Maccuditi una chiusura di vigne con terre ortalizie, giardino, torre, fabbriche utili e altro, Catasto cit.
79. ANC. 611, 1714, 205.
80. All’inizio del Settecento oltre alla cattedrale e alle cinque chiese parrocchiali (S. M. de Prothospatariis, di regia presentazione, SS. Pietro e Paolo, SS. Salvatore, S. Veneranda e S. Margarita) ci sono tre chiese all’interno delle mura (L’Anime del Purgatorio, l’Immacolata Concezione e S. Giovanni Battista) con 64 benefici (59 in cattedrale e 5 fuori), sette confraternite laiche (SS. Sacramento, S. M. de Monte Cermelo, SS. Pietà, SS. Annunciazione, SS. Crispino e Crispiniano, SS. Rosario e dell’Immacolata Concezione e delle Anime del Purgatorio), venti legati pii, sei monti pii (due assistenziali: Opere Pie e S. Pietà, e quattro per maritare: Misciascio, Mazzulla, Suriano e Petrolillo), sette chiese fuori mura (S. M. del Mare e S. Leonardo, S. Catarina, SS. Annunciazione, S. Marco e S. Antonio Abbate, S. Maria della Pietà, S. M. de Monte Carmelo, chiesa rurale di Cromito e la chiesetta di S. M. di Capo delle Colonne), un seminario, cinque conventi di frati di cui tre fuori mura (Osservanti, Cappuccini e Paolotti) e due dentro (Conventuali e S. Giovanni di Dio) e un monastero di monache in città (S. Chiara). A Papanice, terra sotto regia giurisdizione, oltre alle due parrocchiali (SS. Pietro e Paolo e S. Nicola) ci sono gli oratori del SS. Salvatore, di S. Rocco, della Pietà e della SS. Concezione ed il monastero agostiniano, che è sotto giurisdizione vescovile. Nel feudo di Apriglianello c’è inoltre la chiesa rurale di S. Giovanni Battista, Acta cit., ff. 170 – 173; Rel. Lim. Crotonen., 1700.
81. I dati si riferiscono ai luoghi pii sotto giurisdizione vescovile, Acta, cit.
82. Il clero, soggetto alla dignità episcopale, costituito da 6 dignità, 18 canonici, 5 parroci, 14 cappellani, 15 chierici beneficiati, 60 chierici celibi e 9 coniugati, possiede una proprietà immobiliare composta nel 1720 da 69 case, 26 botteghe, 5 case palaziate, 8 magazzini ed un palazzo, Anselmus cit.
83. Il vescovo di Cariati M. Raimondi cede il diritto di decima su S.Maurello, feudo del convento di S. Teresa di Cosenza per legato del qm. C. Cusinelli, per 33 ducati all’anno, Rel. Lim. Cariaten et Cerentinen. 1731.
84. Rel. Lim. Crotonen., 1730; Il vescovo A. La Pena enumera numerosi terreni ecclesiastici di cui non si hanno notizie, altri sono stati alienati illecitamente, Anselmus, f. 22; In precedenza il vescovo Rama lamentava la diminuzione della mensa causata da usurpazioni, spostamenti di confini e mutamento di nomi delle gabelle e dei vignali, REl. Lim. Crotonen., 1700; Lite per le decime sui corsi tra il vescovo, i cittadini ed il feudatario di Strongoli, Rel. Lim. Strongulen., 1721.
85. Il governatore e il giudice, a difesa della real giurisdizione, chiedono al vicario di scarcerare D. Franco, laico e vassallo del re “che con ferri alli pedi, e legato cole mani dietro le spalle, e con un’altra fune per mezo la sua persona, e poi dato volte, e legata alle grati di ferro delle carceri di questa R.ma corte vescovile, che sta situata nella p.ca piazza”, ANC. 611, 1710, 24; Su istanza di P.A. Coco il tribunale di Catanzaro ordina al governatore di Policastro di sequestrare le vacche di A. Quercia il quale protesta perchè essendo chierico celibe non deve sottostare alle corti regie, ANC. 660, 1718, 76.
86. Durante la festa pontificale dei SS. Pietro e Paolo il vescovo Rama impone, sotto pena di scomunica, al sindaco dei nobili e al mastrogiurato di precederlo sia “nella calata dal palazzo vescovile nella cattedrale come nella ritirata al palazzo”. I magistrati protestano perchè è stato sempre solito che il magistrato associasse a latere il prelato, Cerimoniale tra il vescovo e li rappresentanti della città, Cotrone 29.6.1703, C.114, AVC.
87. F. Le Rose incarcerato nel castello fugge e si rifugia nella chiesa eremitica di S. Leonardo. Due soldati tedeschi lo riportano in prigione. Interviene il vescovo e per paura della scomunica il castellano riporta in chiesa il prigioniero, ANC. 661, 1722, 302 – 303.
88. Il benedettino Anselmo dela Pena (1719 – 1723) chiede l’intervento del braccio secolare contro i concubini. Su ordine del vicerè essi sono pubblicamente fustigati ed estradati dalla città per oltre trenta miglia. Dopo un po’ ritornano furtivamente ma su denuncia del vescovo il governatore di nuovo li fa fustigare ed espellere, Rel. Lim. Crotonen. 1722.
89. C. Mayte di Saragozza, proprietario della mastrodattia di Crotone, è assalito davanti al monastero di S. Chiara e ferito da due pugnalate da G. Spanò, creato di D. de Laurentis che è anche il mandante del delitto, ANC. 660, 1718, 79.
90. F. Gonnella di Limbadi fitta e semina la Cesina di Carbonara ma è aggredito dal vicario P.P. Albano. Minacciato è costretto a spogliarsi “restando in tela, e detto d’Albano si pigliò calzi, gippone, casacca, manto, cappello, zappone e due secchi, uno con grano e l’altro vacuo”. Il vicario manda le sue capre a pascolare dove pretende esser suo “et have fatto fare il termine divisorio con li zapponi e detto volerci fare due pilastri di fabrica”, ANC. 659, 1715, 106 – 107; Dopo una lite D. Mirielli spara a G. Cimino, che assieme al fratello e al padre è ritornato per assalirlo. Il Mirielli fugge rincorso dagli avversari. Raggiunto essi cercano di ammazzarlo con una stoccata nel cortile dei Berlingieri. Intervengono Francesco Cesare Berlingieri e Pietro Zurlo e mettono fine alla lite, ANC. 614, 1726, 3.
91. Protesta dell’università. Arrivato il nuovo giudice e mancando il governatore egli ne usurpa le funzioni che spettano invece al sindaco. Il giudice incarcera, esige la pena dell’oscuro e va rondando di notte, funzioni che spettano al mastrogiurato, Prov. Caut. 103, ff.7 – 8.
92. Alla raccolta i massari dai paesi vengono ai magazzini portando con sè la pronta del grano da vendere. Contrattato il prezzo coi fattori dei mercanti, quest’ultimi mandavano “la vatica con li vaticari per la condotta del grano”, ANC. 659, 1715, 94.
93. Prov. Caut. 328, f. 62, ASN.
94. Valente G., Diocesi e vescovi di Crotone, Pirozzi 1949, p. 32.
95. La cappella fu istituita dall’Olivadi per la devozione che la popolazione portava alla chiesa dei cappuccini col patto che se si dovesse togliere una delle statue e trasportarla dentro città non si potesse tenerla fuori dalla cappella più di 24 ore, ANC. 338, 1701, 112.
96. Per costruire a Capo Rizzuto la nuova chiesa eremitica della “cona greca nel lido di mare” fa “scaturir vena di acqua deliziosissima” da una calcara e comparire un giardino “nè prima nè più veduto”, La “Cona greca”, Istituzione della festa, AVC; ANC. 611, 1710, 84 – 85.
97. Cotrone 26.6.1839, Visita del canonico F. Zurlo alla chiesa di Capocolonna, AVC.
98. Il capitolo di Crotone per ordine della corte versa l’elemosine all’ebrei. Grana due per ogni ebreo fatto cristiano e cinque per famiglia. Lo stesso vale per alcuni calvinisti e schiavi, Platea Capitolo, 1704, f.17, AVC.
99. Indebitati per “l’annati calamitosi et pure per non poter fatigare”, molti coloni per non andar carcerati “si ritrovano d’entro un refuggio”, ANC. 497, 1701,62; 497, 1703, 13. Nel 1701 alla raccolta il grano è trattato a carlini 9 il tomolo, nel 1702 a 8 1/2, nel 1703 a 6 – 6 1/2, ANC. 497, 1701, 81; Platea di S.Chiara 1702 – 1704, ff. 5 – 6.
100. ANC. 497, 1701, 81.
101. L’olio passa dai carlini 5 e mezzo il militro (nov. 1702 – ott. 1703) a carlini 3 – 3 e mezzo (nov. 1703 – ott. 1704), Platea cit., ff.4 – 7.
102. ANC. 497, 1704, 11 – 14v.
103. Platea cit., ff. 4 – 7; Grano vecchio e nuovo sono venduti alla raccolta: le maiorce a carlini 9 e i grani a carlini 8, ANC. 496, 1704, 39 – 40. La maiorca è venduta a settembre a carlini 12, Platea Capitolo Cotrone 1704, f. 16, AVC.
104. Liber Mort. ab anno 1698 usque ad annum 1756, AVC.
105. Esito di spesa per robbe a beneficio del Ven. Mon. di S. Chiara dalli 9 8bre 1706, f. 4, AVC.
106. Il vescovo ha perduto “gl’argenti che havea mandati a salvare nel castello e questa terra le più belle giovani che v’erano contandosene sino a settanta le quali erano le migliori che v’erano in tutte queste marine”, Nunz. Nap. 137, ff. 300 – 301.
107. “Sono grandi i lamenti di coloro che vi han perduti i parenti e le strida dei figliuoli che si muoiono di fame nelle montagne e i pianti delle donne”, Nunz. Nap. 137, ff. 300 – 301.
108. ANC. 496, 1707, ff. 29 – 30, 34.
109. Il capitano preda la barca di G.B. Sorace di Scilla, proveniente da Venezia. Portatala al porto di Crotone, è affondata “a causa che portava bandiera del passato governo”, ANC. 497, 1707, 70 – 71.
110. ANC. 497, 1707, ff. 48 – 49.
111. ANC. 497, 1707, 85 – 86.
112. Nunz. Nap. 139, ff. 295, 296, 301.
113. Marco Rama (1691 – 1709) ripara il tetto ed il pavimento della cattedrale, lavori proseguiti da Michele Guardia (1709 – 1718) che costruisce l’altare maggiore, restaura il coro e consacra il 20.10.1715 la cattedrale, Rel. Lim. Crotonen. 1722; Durante il vescovato di quest’ultimo, nel 1715, Leonardo de Cola e Hieronimo Cariati fondano la chiesa di S. Vincenzo Ferreri con sette cappellanie laicali, Rel. Lim. Crotonen. 1775.
114. Nunz. Nap. 139, f. 278.
115. Nunz. Nap. 139, 325.
116. Nunz. Nap. 139, f. 325v.
117. Nunz. Nap. 139, ff. 325v, 425.
118. Nunz. Nap. 139, ff. 411, 425.
119. “Un tenente colonello di cavalleria….sta annidato in casa di Annibale Berlingieri, usando con superbia stranezze già mai intese a questi cittadini e terre convicine”, Fondo Albani 56, f. 65.
120. Pugliese G.F.,cit., I, 152.
121. Nunz. Nap. 140, f. 144, ASV.
122. Pugliewse G. F., cit., I, 113.
123. Il 26.2.1709 giungono a Napoli 13 tartane provenienti da Crotone delle quali 9 di grano, 2 d’orzo e 2 d’olio, Nunz. Nap. 141, ff. 136, 182.
124. Nel 1709 la città aveva 4625 abitanti, Rel. Lim. Crotonen. 1709.
125. Prov. Caut. 328, f.62, ASN.
126. Prov. Caut. 351, f.102, ASN.
127. F. Tirioli affittatore del jus di quattro cavalli a tomolo per ogni tomolo di grano e di un “pizzotto” a tomolo per ogni tomolo di orzo, fave e altro, diritto affittato dalla regia camera della sommaria, protesta contro G. Lombardo, sostituto provveditore delle “milizie alemane”, perchè come da ordini ricevuti estrae grano e orzo senza pagare il diritto, ANC. 611, 1709, 34.
128. Il capitano D. Palma, come ordinatogli dal generale Carrafa, con violenza fa imbarcare sulle tartane corsare di L. di Cesare e N. Maresca molti carri di grano, cascio e biscotto non pagando i diritti alla dogana e al regio arrendamento. Il capitano inoltre estrae a suo piacimento per rivendere ai patroni di tartane napoletane che si trovano al porto, ANC. 611, 1709, 16v – 17.
129. Due soldati sequestrano in casa di A. Costantino alias Nutiato due “sprovieri” ma interviene Marianna Bertuccia che tenta di riprenderseli. I soldati la percuotono e alle sue grida arrivano lo zio e due chierici selvaggi che tolti gli sprovieri, bastonano e mettono in fuga i soldati, ANC. 611, 1710, 14 – 15.
130. ANC. 497, 1710, 20, 27 – 28.
131. Il 9 luglio alle 3 di notte gruppi rivali si scontrano nella sala della casa della regia corte. Ben presto si passa ai fatti e I. Mauro ferisce col suo archibugio F. Marzano, ANC. 611, 1710, 79.
132. Liber Mort. cit.
133. Un pinco noleggiato da alcuni mercanti veneziani il 13.5.1710, mentre veleggiava nel luogo detto “giardinora”, è assaltato dai corsari Gaetano Palumbo e Domenico di Palma. G. Palumbo, detto Ticchi Ricchi, costringe i marinai a confessare che andavano in Sicilia e porta il pinco al porto di Crotone, dove parte del carico è sequestrata, parte è venduta dal patrone nel fondaco per tacitare con i soldi il corsaro, ANC. 611, 1710, 57 – 60; 635, 1710, 26; Una londra maltese il 27 giugno è arrembata sopra capo Ricciuto dai corsari napoletani Leone di Cesare e Bartolomeo Cafiero che con sciabole e pezzi di funi costringono i marinai a confessare che andavano in Sicilia. Portata la londra sotto la torre di Scifo, i corsari la depredano e poi la portano a Crotone dove continua il saccheggio da parte delle autorità e dei loro amici, ANC. 611, 1710, 68 – 70, 97 – 100.
134. Il 26.10.1710 naufraga al porto la tartana “la Natività”, ANC. 497, 9.7.1712; Il primo settembre il maltempo con “borasche di mari, acque e grandi” spinge le navi sulle secche, ANC. 611, 1710, 97 – 100; A dicembre naufraga al porto un fregadone veneziano e il 18.2.1711 una polacca veneziana, ANC. 497, 14.7.1711; ANC. 497, 26.7.1711.
135. La guardia notturna alla porta e nelle garitte della città era di solito fatta da cittadini e solamente d’estate, ANC. 611, 1711, 97v – 98r.
136. Il comandante Elmstorf si fa consegnare con la forza le tre chiavi della “monitione di guerra della città”, che per privilegi cittadini erano in consegna al sindaco, al mastrogiurato e al capitano dell’artiglieria. Inoltre egli carcera e scarcera a suo arbitrio gli artiglieri e usa come vuole la munizione, ANC. 612, 1715, 225v – 226r.
137. ANC. 611, 1711, 97r – 98r.
138. Il sindaco del popolo F. Galasso proibisce la vendita di vino guasto. Interviene il sindaco dei nobili C. Suriano che d’accordo con i frodatori fa assaggiare pubblicamente vino buono, nascosto in precedenza, e rimette in commercio così il guasto, ANC. 611, 1711, 77 – 79.
139. La fiera iniziava la prima domenica di maggio e durava tre giorni, ANC. 611, 1711, 37 – 38; Altre fiere importanti erano quelle di S. Giovanni dell’Agli a S. Severina la terza domenica di maggio, ANC. 611, 1711, 55; e quella di Mulerà presso Roccabernarda l’otto settembre, ANC. 635, 13.10.1713.
140. Dip. Som. 315, f.13, ASN; Buciafaro all’inizio del Settecento è territorio corso e boscoso e ci sono le vigne. Vi è una torre e due magazzini che servono per uso di porci. Pochi anni dopo la torre e i due magazzini sono distrutti, Acta 67v, 74v; Anselmus 119.
141. Dip. Som. 315, f.3v, ASN; Platea di S. Chiara cit., f.5, AVC.
142. Nel 1711 il regio economo della mensa vescovile faceva presente le numerose tomolate di grano che si trovavano nei magazzini per “non esservi ritrovate a vendere”, Dip. Som. 315, f.6v, ASN.
143. Le eredi del tesoriere G. Valente vendono al sacerdote L. Terrioti 54 animali vaccini per duc. 708 in monete d’oro, ANC. 338, 1700, 60 – 63; L. Berlingieri eredita dall’abate D. Berlingieri 160 vacche e 75 vitelli, ANC. 496, 1704, 20 – 22; Il canonico C. Scarnera fa svernare la sua mandria in località Martorano, ANC. 336, 1690, 44.
144. G. Stezzi di Pietrafitta si obbliga a consegnare a Michel Giovanni, entro i primi di giugno, 1300 pezze di formaggio pecorino di libbre 5 1/2 la pezza, iniziando la consegna il 22 aprile. Michel Giovanni salderà secondo il prezzo corrente il giorno di “S. Giovanni del Agli”, ANC. 337, 1696, 88; G. Cirrelli vende al mercante napoletano A. Montagna cantara 200 di “formaggi di Cotrone della presente staggione del corrente anno, non gonfio, ne tarlato, ne sbocconato, ne serchiato”, ANC. 611, 1712, 11.
145. M. Piscitello, mercantiario per la grassa di Napoli per conto di P. Le Piani, compra dal principe di Strongoli, dal marchese di Crucoli e da altri numerose vacche che imbarca a Crotone per la grassa di Napoli, ANC. 496, 1704, 32 – 33.
146. ANC. 497, 25.4.1712; L’università pagava ogni anno duc. 60 al capitano dell’artiglieria della città: 40 servivano per “accomodare le carrette dell’artiglieria” e 20 per pagargli l’affitto di casa, ANC. 611, 1713, 4.
147. ANC. 611, 1712, 178; Una tartana inglese proveniente da Smirne e diretta a Reggio, si ferma al porto. Dopo essere rimasta in quarantena sei giorni, cerca di andarsene ma è inseguita, assaltata e saccheggiata dal corsaro G. B. Belgrano d’Oneglia, che si trovava al porto, col pretesto che il carico era diretto ai Messinesi. Il corsaro, dopo aver riportato la nave inglese al porto, fa mettere dai deputati della salute tre guardie tanto di giorno che di notte e la rimette in quarantena. Un mese dopo pagate le guardie e i deputati della salute, la tartana cerca di andarsene ma il corsaro interviene nuovamente e fa scaricare la merce e la fa mettere nei magazzini del molo, ANC. 611, 1713, 57v – 58; ANC. 635, 20.4.1713.
148. ANC. 611, 1712, 179v – 180.
149. L. Clara, A. Golia e V. Ierardi, forestiere, “hanno vissuto carnalmente con chi l’è capitato et hanno vissuto e vivono da meretrici e donne libere esposte ad ogni richiesta di chi ha voluto con esse havere commercio carnale”, ANC. 611, 1712, 10v.
150. Il 3.6.1712 è fatto schiavo dai “Dulcignoti” A. Manica. Per poterlo riscattare il cognato deposita in potere di G. B. Barricellis duc. 200. A. Manica ritornerà in città senza paganento di riscatto dopo alcuni anni “per gratia del Prencipe del Regno”, ANC. 661, 1722, 52v – 54.
151. Il 25.5.1712 i Dulcignotti sbarcano nella marina di Cirò facendo 32 schiavi; i turcheschi il 25 e 26 luglio dello stesso anno depredano il litorale di Strongoli e quello di Cirò, Pugliese G. F., cit. I, 152.
152. A luglio (1712) “per pagare li cavallari la ragione di ducati sei il mese, utensili al regio governatore, et altre spese occorrentino a questa università et un romasto debito alla Regia Corte”, il sindaco dei nobili incarica l’esattore di tassare alcuni cittadini. Incarcerate più persone per costringerle, esse ricorrono e il governatore le scarcera. Non avendo più denaro per pagare i cavallari, l’esattore è imprigionato per sei giorni nel castello e poi è perseguito dal sostituto del regio tesoriere per i versamenti che deve fare alla regia corte, ANC. 611, 1713, 66 – 67
153. Alcune tartane genovesi che stavano veleggiando sopra capo Alice a causa di due navi sospette si rifugiano a Gallipoli, ANC. 611, 1713, 63 – 64.
154. ANC. 611, 1713, 76 – 78; 611, 1714, 6, 40 – 44.
155. Nunz. Nap. 147, f. 530.
156. Lavori eseguiti: “22 canne e mezzo di fabrica tra nova e ripezzi, et altri ripezzi necessarii ne med.mi quartieri, astraco nella cantina, astraco nel primo magazzino, ripezzi da mastri e toniche nelli magazzini, e di scoprire e coprire di quartieri, corpo di guardia di notte, magazzini, monitione di guerra case delli S.ri castellano e tenente, impennata nella chiesa e ponervi diece mila ceramidi di fare due scalette di fabrica, di fare tre ammattonate e ponerci diecemila mattoni di taglio et ogni altra cosa necessaria”, “legname di porte e finestre, suoli e tetti di tavole di rosso, ponte e rastelli di farna, ponte a levatore, suo coscinetto di farna della porta del soccorso, antenna per il stendardo reale, corde per d.a antenna e stendardo con tutto il materiale necessario per d.a opera”, ANC. 611, 1714, 77 – 87; 99 – 106.
157. ANC. 659, 1714, 97 – 99.
158. D. Capocchiano sostituto guardiano del porto, fa sequestrare tt.a 10 di grano di quello che si sta imbarcando sulla nave di D. Amodeo per ripagarsi il “jus di quattro cavalli a tumulo per ogni caricamento che si fa in questo porto”. Il patrone fa intervenire due soldati tedeschi che riprendono il grano sequestrato e lo imbarcano, ANC. 612, 1715, 19v – 20r.
159. Alcuni bordonari dichiarano di essere andati negli anni 1716 e 1717 per conto del Laurentis a Cutro dove D. Oliverio ha fatto caricare nelle loro condotte grano, proveniente da una fossa, costituito da “due parti di veccia nera et una di grano”. Nei magazzini di Crotone è stato poi mescolato con altro migliore, ANC. 612, 1719, 38 – 39.
160. Al raccolto il grano è venduto a carlini 7 il tomolo, ANC. 659, 1715, 94 – 96.
161. Alla fine di dicembre 1715 la tartana del francese G. Bouttin, carica di grano e formaggio e rifugiata al porto per il maltempo e qui trattenuta per “aver pratticato di notte con una tartana genovese proveniente da luoghi sospetti”, affonda a causa di “una fiera borasca di grechi e levanti”, ANC. 659, 1715, 108 – 109; Alla metà del gennaio successivo una burrasca fa naufragare sulle secche “vicino al molo circa cento passi”, la tartana del francese B. Augier, ANC. 659, 1716, 6 – 7; Il 6 marzo 1716 “una borasca di mare e unitamente con acqua di celo…dorò hore ventiquatro con fare strepite grandissime e danno” alle tartane presenti al porto e marina della città, ANC. 672, 1716, 3.
162. F. Cirillo, che ha in fitto la catapania, per assicurare il pane ai cittadini, compra nel maggio 1716 da G. Capocchiano tt.a 300 di grano a carlini 10 il tomolo, ANC. 612, 1717, 43v.
163. Nunz. Nap. 153, f. 116; 154, f. 166v.
164. ANC. 612, 1716, 96, 97, 130.
165. M. Conaveli, incarcerato nel castello per aver rubato grano nei magazzini di C. Suriano, fugge e si rifugia nella chiesa del Carmine dove è aiutato di nascosto dallo stesso Suriano, ANC. 611, 1714, 194.
166. I frati Lorenzo di Cropani e Michele da Crotone ed il secolare P. Duarte sono accusati di aver aiutato il bandito m.ro Aurelio per il compenso di duc. 400 e di aver caricato grano di contrabbando su due tartane francesi, ANC. 659, 1716, 113 – 115.
167. ANC. 612, 1717, 3.
168. Il governatore protesta perchè il castellano ha mandato artiglieri armati a presidiare una casa di persone soggette alla sua giurisdizione, ANC. 612, 1717, 72 – 75.
169. ANC. 612, 1717, 86v, 88v.
170. ANC. 612, 1717, 31; 612, 1718, 64 – 68.
171. Oltre a grano e formaggio si esportano legname, vino, sapone, frutta e pelli di volpe , di martore e di gatto, ANC. 661, 1721, 257 – 258; G. Niceforo si impegna con F. M. Nozzoli a fornirgli 300 cantara di pasta di “regolitia”. Se la liquirizia sarà consegnata nella marina di Crotone il Nozzoli la pagherà a ducati 11 e grana 12 il cantaro, se nella marina di Gerace a ducati 11, ANC. 614, 1724, 100 – 103.
172. Il 22 giugno 1717 i Dulcignotti sbarcano presso Cirò e si scontrano con i Tedeschi, Pugliese G. F. cit., I, 152. I Dulcignotti fanno schiavi 40 persone nelle campagne di Isola e Cutro, Nunz. Nap. 155, f. 13v; Nell’aprile 1718 tartane turche predano “due legni consimili nel capo di Neto”, Prov. Caut. 350, f. 37, ASN.
173. Nunz. Nap. 155, f. 436.
174. I padroni non vogliono pagare le tasse di estrazione perchè il carico serve per il pane dei militari. Il sindaco risponde che le tartane sono state “caricate di maiorche segno chiaro della frode di chi vuol dimostrare far caricamenti per la Regia Corte e poi se ne serve per altri suoi negotii dovendo esser il pane di monitione di grani forti e non di maiorche”, ANC. 612, 1719, 30 – 31.
175. D. Suriano cerca di costringere alcuni cittadini a firmare un attestato di “mala amministrazione” contro il sindaco F. Pelusio, ma questi rifiutano, ANC. 612, 1718, 133 – 134.
176. Prov. Caut. 350, f. 37, ASN.
177. L’università litiga con il castellano ed i militari tedeschi perchè importano nella città il vino senza pagare al catapano il dazio di quattro carlini e mezzo per ogni carratella, ANC. 612, 1718, 70.
178. Il ponte sull’Esaro “unico e più frequente passaggio di tutto il territorio senza del quale essa città ne viene a sentire scomodo e danno notabilissimo giacchè non si possono introdurre carri con vettovaglie con grano, legna ed altro non potendosi guadare detto fiume da cavalcature bovi ed altro” e “per dove in tempo d’inverno si perdono molti bovi che per necessità devono per ivi passare con carri”. Inoltre sono “sommerse alle bocche di d.o fiume diverse persone e di vantaggio non potendo tragittare li carri conviene passare per la marina, l’arena della quale è la destrutione de bovi”, Prov. Caut. 350, f. 37; 354, f. 255, ASN.
179. Cesare Presterà, sindaco dei nobili, Dionisio Pipino, mastrogiurato, … “revocano tutti, et qualsivogliano Procuratori dalli passati sindaci fatti, e constituti, et tutti, et qualsivogliano altri sustituti delli medesimi procuratori seu aggenti in nome di questa università, revocando ogni potestà a loro attribuita, et concessa dalli passati sindaci” e nominano loro procuratore generale Emilio Giannuzzi in Napoli, ANC. 707, 1718, 50 – 51.
180. L’università rimasta senza denaro per continuare i lavori deve aumentare la tassa di un grano per rotolo di carne di maiale che si dovrà macellare nel prossimo carnevale, Prov. Caut. 354, f. 255 (1720), ASN.
181. Tra i vari corpi che possedeva la città c’era quello di catapania, zecca e portolania per il quale, essendo di natura feudale, pagava ogni anno 450 ducati di adoha alla regia corte, acquisendo il diritto di esigere il dazio su “grano, orzo, favi che da forestieri si immettono a vemndere in d.a città, e da indi posciano l’estraono, o pure ivi li consumano”. Anticamente esigeva due tornesi a tomolo da tutti i mercanti che compravano e vendevano nel mercato della città. Per porre fine a molte controversie e alle frodi concordate tra mercanti compratori e venditori a danno dell’università, fu deciso che i mercanti e la regia corte pagassero un tornese a tomolo “nell’imbarcatione et estrazione di qualsiasi sorta di vettovaglie”. Sulle vettovaglie estratte il guardiano del porto per il suo servizio esigeva da tutte le imbarcazioni il diritto di quattro cavalli a tomolo ed il detentore del “jus barrae” un tornese a tomolo. Inoltre al regio secreto e mastro portolano si dovevano pagare i diritti della “plegieria” e del “jus salmarum”, ANC. 612, 1718, 64 – 68; 612, 1719, 30 – 31; 612, 1719, 27; 613, 1720, 97.
182. I coloni prendevano “a credito” in marzo/aprile i buoi e pagavano alla raccolta dell’anno successivo, ANC. 659, 1716, 39/2.
183. D. Passarelli fitta a G. B. Caivano “li bucchi” per tre anni, ad iniziare dalla metà di agosto 1717, il primo anno franco con obbligo di maggesare e gli altri due con pagamento di tt.a 750 di grano all’anno. Non potendo a causa delle avversità maggesare, il terreno è perso per la prossima annata “per non esser stata rotta la terra d’aratro nella annata che li toccava”. Il Caivano per non fallire, scioglie il contratto e vende 10 para di buoi per tacitare il proprietario, ANC. 612, 1718, 80 – 83.
184. Nel maggio 1718 il grano è a carlini 9 e grana 2 il tomolo, ANC. 613, 1720, 53.
185. Liber Mort. cit.
186. F. Vallone carica sulla sua tartana tt.a 2400 di orzo per conto di M. de Sarno, provveditore generale delle truppe, ANC. 707, 1718, 29.
187. La tartana di F. Vallone di ritorno da Reggio cattura una nave copntrabbandiera, battente bandiera francese, che aveva dato fondo nella costa di Spartivento e scambiava sale siciliano con grano, ANC. 707, 1718, 20.
188. Un pinco genovese proveniente da Messina è sequestrato e perquisito ed i marinai incarcerati nel castello. La denuncia di un marinaio asserisce che a bordo c’era un francese chiamato “monseur Campo”, latore di importanti dispacci diretti a Venezia, ANC. 659, 1718, 157 – 158; 707, 1718, 74 – 75.
189. ANC. 660, 1719, 22v.
190. Il maggiore e gli ufficiali alloggiano nel palazzo del sindaco dei nobili “facendoli mille insolenze” e occupando tutte le camere, costringendolo a versare 80 ducati e 15 tomola di orzo al mese. Il sindaco specula e grava il popolo con nuove tasse, ANC. 707, 1719, 32 – 34.
191. D. Laurentis, corrispondente di I. Berretta, deve consegnare grandi quantità di grano per rifornire le truppe. D’inverno obbliga i massari con una caparra a consegnargli al raccolto stabilite quantità di grano da saldare secondo la voce il 22 luglio nel dì della Maddalena. Per la carestia i massari “fanno li sordi” e non consegnano il grano. Le numerose tartane sono ferme al porto mentre ci sono due vascelli inglesi pronti per la scorta, ANC. 612, 1719, 84v – 85r; A fine giugno il Laurentis anticipa il denaro, per pagare i mietitori e per altre spese della masseria, ai coloni che poi gli consegneranno tutto il grano, ANC. 613, 1720, 36, 97; Gio. B. Bisceglie, arciprete di S. Nicola dell’Alto e procuratore di P. Moccia, duca di Carfizzi, ANC. 660, 1719, 180.
192. I mastri d’ascia, ottenuto dal governo cittadino un suolo sotto il Cavaliero ed il primo maggio l’autorizzazione del vicario, iniziano la costruzione di una chiesa con altare dedicato al protettore S. Giuseppe e con più sepolture per loro, i discendenti e i benefattori. Con l’aiuto di altre persone ai primi di giugno la fabbrica è già alta quattro palmi, ANC. 660, 1719, 101 – 102.
193. Il pinco francese di G. B. Morando, proveniente da levante per Genova, ormeggiato al porto, a causa della tempesta sbatte contro una nave napoletana. I marinai di quest’ultima tagliano le gomene del pinco che così finisce sulle secche del porto “in manera che si è sfondato e rotto di sotto”, ANC. 612, 1719, 58 – 60; 707, 1719, 19.
194. Una tartana genovese carica di grano, ancorata a causa del vento di scirocco, sotto la torre Vecchia a capo dell’Alice, il 12 maggio è assaltata dai Turcheschi. I marinai si rifugiano nella torre mentre la nave è portata via, ANC. 612, 1719, 40v – 41.
195. I magazzinieri di D. Suriano dichiarano che dal mese di aprile al 14 maggio hanno immagazzinato 4000 tt.a di grano, comprato a Cutro, ANC. 707, 1719, 31.
196. ANC. 612, 1719, 79v – 80r.
197. D. Suriano e altri nobili del sedile aggregano nel 1718 la famiglia Arcano o Arcadi ma l’aggregazione e l’elezione di D. Arcano a secondo eletto è contrastata , ANC. 612, 1719, 28v.
198. Il vicario capitolare sequestra il bestiame del canonico D. Suriano, che aveva speculato sulle entrate del monte di Pietà, e lo rinchiude nei fossi sotto le mura. Interviene F. C. Berlingieri che d’accordo col canonico chiede aiuto al comadante tedesco, ANC. 660, 1719, 157 – 162.
199. Sessanta uomini di Grimaldo vengono nelle marine di Crotone a cavare radica di liquirizia per conto di G.A. Mauro che deve fornirla a I. Monaco di Cosenza. Per la siccità non la trovano e maltrattati ed affamati protestano perchè non vengono pagati, ANC. 662, 1724, 230 – 233.
200. “Il detto Bisceglie con altri mercadanti de grani in detta città giache oltre di far negotio con particolari mercanti quali provedono di grani e poi si schermiscono con lo specioso pretesto che servono li grani per uso di questa città (Napoli) di più si uniscono non pagare il grano per quel prezzo che si da alla voce dalli sindaci di detta città ma a prezzo inferiore come ha fatto inhora giache, essendo state portate in Cotrone innumerevoli quantità di grani per vendersi, detti mercanti si sono uniti ad offerirli bassissimo prezzo ed a tener alienati altri che avrebbero voluto comprarli alla voce (La voce del grano era stata fissata a carlini 12 il tt.o), Prov. Caut. 351, ff. 102, 115 (1719), ASN; Il capitano M. Manfredi compra con denaro del barone di Lieto, appaltatore delle truppe in Reggio, e di altri oltre 12.000 tt.a di grano, che conserva nei magazzini di Crotone e di Strongoli, ANC. 707, 1719, 54.
201. Il sindaco dei nobili ed il governatore su ordine del duca di Giungano, vicario generale delle Calabrie, si porta nei magazzini del capitano M. Manfredi e richiede “le chiavi e i libri della compra dei grani e maiorche per esimersi di farli mesurare, vedendo la quantità di quelle per farne l’ordinato sequestro”. Il capitano rifiuta perchè prende ordini solo dal castellano. Scassate le porte del magazzino e fatta la stima del grano, interviene il castellano che mette dei soldati tedeschi a guardia del magazzino, ANC. 612, 1719, 99.
202. ANC. 660, 1720, 7.
203. D. de Laurentis manda i suoi uomini alla torre di Crocchia dove viene ammassato il grano che i soldati tedeschi con la forza portano via nelle campagne vicine, ANC. 662, 1727, 126v.
204. Su ordine del vicario generale delle Calabrie, il governatore estrae con la forza grano dai magazzini di M. Manfredi per inviarlo in Sicilia. Il grano è pagato a carlini 11 e mezzo il tomolo che il Manfredi rifiuta di accettare, ANC. 613, 1720, 22v – 23.
205. G. B. Bisceglia rifiuta di consegnare il grano se prima non veniva pagato; il tenente fa scassare il magazzino e lo estrae con la forza, ANC. 660, 1720, 7; Ai primi di ottobre quattro tartane sono ferme al porto. D. de Laurentis non consegna le tt.a 4000 di grano che I. Barretta ha venduto al barone di Lieto per rifornire l’armata che si trova a Reggio, ANC. 660, 1719, 158v – 162.
206. Il pinco di C. Romito, diretto da Napoli a Cirò per imbarcare grano, è requisito dal generale, conte di Merci, e mandato carico di “genti e soldati tedeschi” a Trapani, ANC. 613, 1720, 44.
207. Il primo ottobre 1719 una tartana carica di grano naufraga tra i capi Mannà e Ricciuto nel tentativo di sfuggire ad un corsaro “angioino”, che in precedenza al porto si era fatto passare per inglese, ANC. 613, 1720, 79; 612, 1719, 114 – 115.
208. ANC. 612, 1719, 127 – 128; Il 4.12.1719 “una fiera tempesta di mare, e venti fortissimi di grechi e levante con acqua di cielo” fa naufragare una navetta sulle secche del porto, ANC. 613, 1720, 32 – 33.
209. ANC. 613, 1720, 29 – 30; F. C. Berlingieri e G. Aragona si impegnano a fornire 100 cantara di paglia e di grano per la cavalleria del re di Sardegna che si trova a Siracusa, ANC. 660, 1719, 91 – 92.
210. ANC. 612, 1719, 151 – 152.
211. ANC. 612, 1719, 150.
212. C. Romito arriva in gennaio con il pinco alla marina di Cirò per imbarcare il grano che deve fornirgli F. M. Filippello, corrispondente di A. Crisullo. Non lo riceve “perchè il grano che deve lui caricare lo vogliono i cittadini e vassalli del Principe del Cirò e Tarsia e non vogliono che s’imbarcasse”, ANC. 613, 1720, 44 – 46; Sempre a Cirò alla fine di marzo (1720) si recano alcuni bordonari di Crotone per estrarre grano per conto del Laurentis. Il governatore ed il sindaco con “strepiti e fracassi” impediscono la consegna perchè il grano serve ai cittadini. Dopo molte insistenze ottengono poco grano di pessima qualità, ANC. 613, 1720, 57 – 58.
213. Il denaro che doveva essere restituito o dalle paghe dovute ai soldati o dalla cassa imperiale non ritorna. Alla metà di marzo Crotone aveva anticipato duc. 100 e grana 33, Isola duc. 31 e grana 86 e Papanice duc. 5 e grana 68, ANC. 613, 1720, 46v – 48.
214. Prov. Caut. 103, ff. 15 – 16v (1720), ASN.
215. D. Laurentis compera e fa scaricare tt.a 1700 di grano, imbarcato a Termoli e diretto alle truppe di Reggio, da D. de Lorenzo presente con la sua tartana al porto. Al sindaco per il pane della città ne dà tt.a 500 ed con il rimanente approvvigiona le milizie presenti in zona nei mesi di maggio, giugno e luglio, ANC. 613, 1720, 84v, 137; 731, 1721, 17v – 19.
216. La marsegliana del capitano B. A. Ravenna, proveniente da Giovinazzo, subisce nella notte del 9.6.1720 una burrasca con forti venti di tramontana che causa danni alla carena. Imbarcando acqua deve fermarsi al porto, ANC. 660, 1720, 116.
217. Il 3.6.1720 due tartane giungono a Capo dell’Alici. Qui sono assalite da una nave turchesca la quale, dopo averne catturata una, dà la caccia all’altra. Per non cadere schiavi i marinai abbandonano la nave e si rifugiano presso la torre di Cirò; ANC. 613, 1720, 85 – 86.
218. In agosto (1720) è acquartierato il reggimento Visconti, comandato dal tenente colonnello, il conte Albani, ANC. 613, 1721, 27, 171.
219. I massari G. La Piccola e D. Curcio asseriscono che i padroni “non ricevono l’affitti in grano di d.i loro territorii nel quale vi sia orgio, verga e zoglio in quantità ma si crivella e si riduce robba mercantile e recettibile buona poichè detti orzi, verga e zoglio non li produce naturalmente la terra ma causano dalla semente, non bene nettata, e pure detto orgi, verga e zoglio in quantità, non sono stati nettati , e levati dal lavoro in tempo si zappoliavano e scorrevano li lavori, e però li grani vengono con tanta quantità di orgio, verga e zoglio, ANC. 660, 1720, 175v – 176r.
220. D. Laurentis carica grano per le milizie che sono a Reggio senza pagare il jus del tornese. Interviene il sindaco “con li suoi famigli armata mano” e sequestra 25 carri di grano che sono tt. 250 e li fa portare nei suoi magazzini, ANC. 613, 1720, 95v.
221. ANC. 661, 1721, 273.
222. M. Barricellis, A. Barricellis, F. C. Berlingieri, C. Presterà, G. Montalcini e G. Ayerbis d’Aragona decidono di eleggere sindaco dei nobili D. Pipino assicurandogli l’appoggio politico e finanziario e ricevendone in cambio, oltre alla sicurezza di rientrare in possesso del prestito promesso più gli interessi, anche l’elezione di due di loro, per vigilare sulle tassazioni, e la possibilità di tre di loro di controlare “ogni deliberatione ed espediente che il sindaco dovrà prendere da se ove non è necessario il consiglio e voto degli altri officiali compagni dell’amministrazione”, ANC. 613, 1721, 79 – 84.
223. ANC. 661, 1721, 366.
224. La notte del 6 maggio 1722 naufraga per il mal tempo nella marina delle Castelle un londro carico di catrame, proveniente da Santa Maura per Messina, ANC. 613, 1722, 57.
225. ANC. 661, 1722, 162v.
226. M. Pugliese ed il fratello prendono in prestito denari ” per il mantenimento della masseria” da L. di Cola. A causa della cattiva raccolta non riescono a saldare: uno è carcerato, l’altro si rifugia in chiesa, ANC. 613, 1722, 155 – 156; Per l’annata calamitosa F. Ruggiero ,temendo i creditori, si rifugia in chiesa, ANC. 661, 1722, 141 – 144. Nel 1722 la città è ridotta a solo 3754 abitanti, Rel. Lim. Crotonen. 1722.
227. Il vescovo aveva ridotato nel giugno 1720 il fallito monte di Pietà con 500 ducati a condizione che, se i soldi non gli fossero stati restituiti, egli avrebbe avuto il diritto al nome di nuovo fondatore e di benefattore dei poveri. Nel 1721 il mopnte distribuì ai coloni tt.a 544 di grano e ne avrebbe dovuto incassare nella raccolta del 1722, per ragione del quarto a salma, tt.a 566 e tre quarti. Per la scarsa raccolta ne potè esigere solo tt.a 156 e un quarto, ANC. 661, 1722, 264 – 266; 661, 1723, 101.
228. ANC. 661, 1723, 21 – 22.
229. ANC. 661, 1722, 163 – 166.
230. Gregorio Ayerbis Aragona avanzava dall’università 1389 ducati e 40 grana, ANC. 661, 1723, 21 – 22.
231. ANC. 614, 1723, 13.
232. Una tartana francese ai primi di ottobre si rifugia al porto per una tempesta ma è costretta a riprendere il largo sotto la minaccia del cannone. Il patrone protesta perchè con la “traversia, e borasca da greco e levante, non si puole uscire da questo porto senza evidente pericolo del naufragio”, ANC. 661, 1722, 199.
233. Pugliese G. F., cit., pp.109 – 110.
234. Gli uomini venuti nella marina di Crotone nel mese di ottobre trovano poca “quantità di radica di requilitia, e li terreni duri per la siccità dell’acqua”, ANC. 662, 1724,230.
235. La nave di I. Locaro, partita da Napoli il 7.12.1724, “dopo molto travaglio sofferto di venti contrari e mari tempestosi”, arriva al porto il 9.1.1725. Caricato il grano, al 23 è ancora ferma “perchè li tempi sono stati come presentemente sono tempestosi di greco e levante e scirocco e levante con acque continue di cielo, non solo non l’hanno permesso di partire, ma l’hanno fatto correre periculo di perdersi in questo porto, non ostante di esser stata armegiata la nave con sette capi di mare, cinque d’essi con li cinque ancori che tiene, e due legati sopra la cappella sistente in d.o porto fra li quali due capi vi era la gumena d.a speranza di cantara quattordici e mezzo, dove vi erano legati 14 zuculi et ergiture per impedirli qualche danno non perciò li d.i tempi tempestosi sono stati tanti e tali che non ostantino d.i ripari li han fatto molto danno in più luoghi”, ANC. 614, 1725, 8.
236. Il 5.2.1726 naufraga nella marina presso la chiesa del Carmine la nave inglese Rambevel di G. Clarcke, carica di “sete et altre robbe di valore”, ANC. 614, 1726, 9 – 11.
237. “Ager hic, optimi frumenti, et frugum omnium ferax est, armentorum, pecorumque pabulis accomodatus. Aer tamen de mare, et nonnisi sereno palatoque tempore levis est, de reliquo semper gravis propter crebram ventorum molestiam, qui non solum pernicialem undequaque inudheunt affectionem, verum etiam nimio frigore rigent, si a septentrione, et caloris immanitate fervent si flaut ad Austro, ac prepterea cum de extremo ad aliud quovis anni tempore fiat transitus, hanc tantam subitamque mutationem humana ferre corpore nequeunt: hinc agritudines frequentes et febres plerumque pestifere, ac quoque hinc fit, quod ipsi et indigere, raro senescunt”, Rel. Lim. Strongulen., 1723.
238. Liber Mort. cit.
239. Pugliese G. F., cit., I, 110.
240. I patroni delle tartane francesi naufragate al porto e allo “scaro” di Crocchia con il viceconsole francese di Cotrone, Annibale Albano, protestano contro il regio mastro portolano, Berardino Suriano, ANC. 662, 1728, 6v – 8; Il 6.11.1728 un fiero temporale danneggia alcune tartane e affonda una barca napoletana proveniente da levante e carica di riso e altro, Nunz. Nap. 176, f.293; Il 26.11.1728 la tartana di T. Giordano, carica di grano per l’annona di Napoli, a causa di una burrasca deve buttare a mare parte del carico e rifugiarsi al porto, ANC. 662, 1728, 176 – 178; Il 14.12.1728 naufragano per maltempo nove tartane, cariche di grano, nei mari di Puglia e di Calabria, Nunz. Nap. 176, f. 347; ANC. 662, 1728, 62.
241. “Incolae mercibus, et opificiis, camporum agricoltura (fruges enim frumentorum fertilissimae, uberrima Pasqua pro bovinis animalibus, quae incolarum cardo, et industria sunt) occupantur”, Rel. Lim. Crotonen. 1730.
242. D. Galasso e A. Varano del ceto della seconda piazza accusano che F. Lucifero non può coprire alcun ufficio pubblico perchè è litigante con l’università, G. Montalcini non può votare perchè non ha presentato i conti della sua amministrazione e C. Berlingieri non può essere fatto sindaco perchè è debitore di grandi somme verso l’università. Poco dopo però ritirano le accuse anzi dichiarano che il sindaco “oltre le rare sue virtù e qualità della sua nascita si fa sperimentare tutto zelante del publico e delle prerogative della città”, ANC. 662, 1728, 29 – 31.
243. Il vecsovo Costa colpito da maligna febbre per tre mesi rimase “extra mentem, et vix extra mundum positus”. Dopo lunga e dolorosa convalescenza, l’estate successiva si rifugiò sui monti di Mesoraca dove in un romitorio rimase fino a dicembre, Rel. Lim. Crotonen. 1727, 1733
244. Nel 1729 le clarisse “soffrirono febbri talmente che appena una ne scappò e parecchie morirono”, Rel. Lim. Crotonen. 1730; Liber Mort. cit.
245. Il giorno della “Magdalena”, alla fine del raccolto, era un punto di riferimento per i contratti dei coloni perchè veniva stabilito dai deputati dell’università il prezzo o voce del grano, ANC. 119, 1646, 98.
246. Da luglio a dicembre 1728 M. Suriano esporta in più volte cantara 197 di “cascio pecorino della corrente stagione non rotto, non crepato, nè abboffato”, in conto di N. di Leo e B. Panza di Napoli, ANC. 663, 1730, 90 – 92.
247. All’inizio di gennaio una tempesta fa naufragare al porto la barca di M. di Feo di Vico Equense, ANC. 663, 1729, 5 – 6.
248. ANC. 663, 1729, 105 – 106.
249. Nel 1729 D. Arcuri e altri prendono a credito, a carlini 15 il tomolo, quattro tomoli di grano da P. Asturello, dandogli in pegno un corpetto e una gonnella, con l’impegno di saldare il dì della Maddalena. Non riuscendo a pagare, l’Asturello fa apprezzare e vendere le cose date in pegno, ANC. 614, 1729, 27; Alcuni negozianti affermano: “Come il prezzo del grano che si diede a credito nel caduto anno 1729 nella raccolta di d.o anno si esigge a carlini 13 il tt.lo e per li grani e majorche caparrate dall’inverno di d.o anno in detta raccolta poi si fece la voce dalli Sig.ri del regimento di questa città a carlini 10 e grana 6 il tt.lo la majorca e carlini 9 e grana 6 per ciasched.o tt.lo di grano, quantunque poi non tutti de Sig.ri negotianti pagarno le majorche a carlini 10 il tt.lo e li grani a carlini 9 il tt.lo”, ANC. 663, 1730, 34.
250. ANC. 663, 1729, 139 – 140. Il vescovo Costa riduce il tasso sul prestito dei capitali del monte dall’otto al cinque per cento, Rel. Lim. Crotonen., 1727, 1730.
251. I. Rogano, moglie di I. Messina, carcerato nel castello per un prestito non saldato al procuratore della chiesa dell’Immacolata Concezione, per estinguere il debito, liberare il marito e non far morire di fame gli otto figli, ipoteca la casa e la vigna che già sono gravate da un capitale imprestato dal pio monte dei Morti e da un’altro concesso dal capitolo, ANC. 614, 1726, 37.
252. Bolla del beneficio del Carmine di casa Gallucci, 1730, AVC.
253. I Presterà, che patiscono interessi alla ragione del sei/sette per cento per capitale avuto in prestito, fanno un nuovo debito al tasso del 5 per cento e con questo si affrancano dal vecchio, ANC. 661, 1721, 24 – 25.
254. B. Barone, priore dell’ospedale di S. Maria della Pietà, è fatto segno a colpi d’archibugio da A. Magliari, frate di S. Francesco d’Assisi, ANC. 661, 1721, 244.
255. G. Papasodaro, mandato da F. C. Berlingieri a Pallagorio per comprare maiorca dall’arciprete A. Casuli, offre invano carlini 11 e mezzo il tomolo ai primi di settembre 1729 e 12 carlini all’inizio di ottobre, ANC. 663, 1730, 126v.
256. In settembre numerose barche di Scilla sono ferme alla marina in attesa di caricare grano per uso dei cittadini di Scilla, ANC. 663, 1729, 267 – 268.
257. “A’ 28 marzo 1731 neve e grandine con danno notabile agli alberi, e precisamente alle viti: la neve durò per 3 giorni nell’abitato”, Pugliese G. F., cit., I, 110.
258. Alla metà dicembre 1731 la tartana di L. del Giudice, carica di grano, è sorpresa al largo di capo Ricciuto. Per salvarsi i marinai buttano a mare parte del carico, ANC. 664, 1732, 7v – 8; All’inizio del nuovo anno la tartana di A. Sposino è spinta da una tempesta sulle secche presso Le Castelle, ANC. 664, 1732, 68v – 69.
259. T. Leone perchè “non sortissero le miserie, che in tutta questa e l’altra Provincia risonano per la scarsezza delle biade”, nel settembre 1732 offre tt.a 2000 di grano, al prezzo conveniente di carlini 13 e grana 8 il tomolo, ai governanti di Isola affinchè lo smaltissero agli abitanti con l’obbligo che 12 persone benestanti del luogo si impegnassero per il pagamento. I governanti dapprima rifiutano, ANC. 664, 1732, 211 – 212.
260. Gli incaricati a fare secondo la regia prammatica la numerazione ostiaria degli abitanti di Isola riferiscono che per il ripetersi delle “annate penuriose la popolazione è astretta da una povertà sifatta che si vede una quantità di femine, tanto maritate, quanto nubili afatto nudi, senonchè a carapena coperte, et avvolte a stracci di coperte e bisunti cenci per non mostrare le parti pudende per la tanta povertà che trovasi tra gli abitatori di d.a città dell’Isola, la magior parte della quale gente sono tutti forestieri fuggiti da loro paesi con le loro moglie, figli e cong.ti per non potere portare i pesi universali delle loro patrie e fermatisi in detta città dell’Isola per potere buscare un tozzo di pane per miserabile sostentamento delle loro vite. E circa la corrisponsione e pagamento del jus incolatici nè meno possono pagarlo per intiero, campandono miseralmente alla giornata con grana quindeci il giorno colle quali devono comprar pane per loro, loro moglie e figli, pagar piggione di case e vestimenti e quando non trovano fatica, o per mancanza di chi avesse bisogno delle loro persone, o per causa di mal tempi si moreno di fame”, ANC. 664, 1732, 147 – 148.
261. Il vescovo Costa facilita i Suriano “a favore della quale casa mostra una passione molto grande”, ANC. 664, 1732, 155.
262. Rel. Lim. Crotonen. 1727.
263. Rel. Lim. Crotonen. 1730; G. Costa rifà la parte del palazzo vescovile attigua alla cattedrale, costruita al tempo del vescovo Antonio Lucifero, e collega i due edifici con una scala interna. Nel 1726 inizia la costruzione del campanile e l’anno dopo il sepolcro dei vescovi nella cappella della M. del Capo. Amplia a quattro l’ordine degli stalli, Rel. Lim. Crotonen. 1727.
264. Rel. Lim. Crotonen. 1730. Il sinodo fu celebrato dal 5 al 7 giugno 1729, Testamento di fra Gaetano Costa, Cotrone 28.12.1752, AVC.
265. ANC. 664, 1732, 154 – 155.
266. G. Ranieri, fattore di campagna dei Suriano, attesta una denuncia presentata dai Suriano al vicerè in cui si esponevano i vari contrabbandi fatti da M. Barricellis, G. Montalcini e C. Berlingieri, ANC. 664, 1733, 64v – 65.
267. Il vescovo Costa denuncia F. C. Berlingieri di essersi appropriato delle entrate della cappella di S. Veneranda e Anastasia e della chiesa, portando nel suo palazzo sia i paramenti che le chiavi. Il Berlingieri ricorre alla giurisdizione regia, Rel.lim.Crotonen., 1733; G.Collura, chiamato per la controversia tra i Barricellis e i Suriano è minacciato dal vescovo e dai diaconi selvaggi, ANC. 664, 1733, 97 – 99; Il comandante tedesco cerca di arrestare Domenico Barricellis ma il governatore lo porta in carrozza fuori città e lo aiuta a rifugiarsi nella chiesa dei cappuccini, ANC. 664, 1733, 173; Il governatore è accusato di aver favorito la fuga notturna di due ecclesiastici dalle carceri vescovili, ANC. 764, 1733, 28v – 30; La curia scomunica A. Letterio, “huomo ripieno di carità con li poveri nell’esercitio della sua professione medica”, per favorire A. Beltrano, di pessima fama ma “ben veduto dall’officiali militari e da mons. vescovo”, ad impadronirsi dell’incarico di medico dell’università, ANC. 614, 1732, 28 – 32.
268. Gli abitanti di Casabona costruiscono nuovi edifici poco distante dalla vecchia città, Rel.Lim. Umbriaticen., 1735.
269. ANC. 764, 1733, 27 – 28.
270. Su ordine di G. Avallone si estraggono tra il 18.8.1733 e il 2.1.1734 da Crotone per Napoli tt.a 21450 di grano, ANC. 664, 1734, 41 – 42.
271. Reggimenti di stazza a Crotone: 1723 Loren, 1728 Octobyr, 1730 Trun,AVC.
272. Rel. Lim. Crotonen. 1735.*
273. Malevitava cit. ff. 47 – 48, 65; Tra i privilegi concessi nel 1536 da Carlo V ai nobili crotonesi vi era quello che “in tucto lo Regno di Napoli essa cita et suoi citadini siano franchi de dohana, ancoragii, scafagii, passagii, guardia de portu, pesatura, fundaco, nova gabella, falangagio et ogni altro dericto pro lo quale se paga pecunia”, Vaccaro A., Kroton, Mit., 1966, II, 396 – 397.
274. Il 27.2.1662 il decano della cattedrale battezzava un infante nato il 24 dello stesso mese dai coniugi Josepho Lucifero e Livia Suriano al quale furono posti i nomi di Fabritius, Didacus, Matthias. Il padrino fu il fisicus Josepho Petro Gerace, Battezzati cit., C. 6, AVC.
275. Da Giuseppe e Livia Suriano nacquero Horatius Franciscus (1659), Marta Magdalena (1660), Fabritius Didacus Matthias (1662), Horatius Franciscus Antonius (1663), Vittoria (1665), Salvatore Domenico (1667), Lucretia Margarita (1669), Franciscus Felicianus (1670), Elisabetta Anna Maria (1673) e Angelus Felix (1680), Battezzati, par. S. Salvatore, 1612 – 1699, C. 6, AVC. Livia Suriano era figlia di Gio. Pietro e di Vittoria Lucifero, unitisi in matrimonio il 29.4.1626. La madre Vittoria era figlia di Fabritio e Adriana Berlingieri, Malevitava cit. ff. 47 – 48.
276. L’ufficio di luogotenente del regio secreto e mastro portolano prima di essere esercitato da Giuseppe Lucifero era stato di Antonio Suriano, ANC. 253, 1667, 2.
277. ANC. 335, 1687, 52 – 56; Al regio secreto e mastro potolano, senza il mandato del quale non si potevano estrarre le merci, si dovevano pagare i diritti della “plegieria” e del “jus salmarum”, ANC. 612, 1718, 64 – 68.
278. ANC. 336, 1691, 16; 336, 1692, 92.
279. L’ufficio di guardiano del porto di Crotone e sua paranza fu venduto nel 1634 a Francesco Sculco, passò poi a Carlo Sculco e alla sua morte al fratello Andrea, duca di Santa Severina, e quindi al figlio Domenico. Morto Domenico, l’ufficio ritornò alla regia corte che nel maggio 1687 lo mise all’asta. Dopo alcune finte vendite, fu acquistato da Pietro Sculco di Monte Spinello che il 25 agosto dello stesso anno è immesso nel reale possesso dell’ufficio da Fabritio Lucifero, delegato a ciò come luogotenente del regio secreto e mastro portolano di Calabria Ultra. All’inizio del Settecento l’uffficio è esercitato da Tomaso Domenico Sculco. Il guardiano del porto esigeva 4 cavalli per ogni tomolo di grano imbarcato e 5 per ogni tomolo di altre vettovaglie, ANC. 335, 1687, 55 – 60; 497, 1708, 38; Ref. Quint. 198, ff. 120 – 122, ASN.
280. ANC. 336, 1690, 111 – 112.
281. Gaetano Gerace morì il 24.1.1688, Conti Comunali, Fs. 193, F. 1, f. 10, ASN.
282. ANC. 336, 1690, 112; 335, 20.3.1689; 336, 1692, 95.
283. ANC. 336, 1691, ff. 19 – 20; 336, 1689, 158 – 159.
284. Da una parte c’erano Domenico Barricellis, Fabritio Lucifero, Stefano de Labrutis, Gerolamo Syllani, Pietro Suriano e Domenico Presterà, dall’altra Gio. Paulo Pipino, Carlo Berlingieri, Fabio Antinoro e Ferrante Pelusio. Venne eletto sindaco dei nobili Pietro Suriano in contrapposizione a Gio. Paulo Pipino, Prov. Caut. 273, ff. 263 – 266v, 297 (1691) ASN.
285. Fabritio anticipò il denaro per togliere l’impedimento ed ottenere la dispensa pontificia col patto di ricevere dai Barricellis la metà della spesa nel dì dell’affidare, ANC. 336, 1692, 99.
286. Diego Barricellis era morto nel 1689 lasciando una notevole fortuna, ANC. 336, 1689, 60 – 67; 496, 1704, 9 – 12*.
287 .La dote di Teresa era costituita da ducati 1260 in terreni (28 salme di terre a “la bruca sacrata”, 16 salme il “vignale delli caraccioli” e 12 salme nella gabella il “passovecchio piccolo”), ducati 300 in denaro contante, duc. 300 in beni mobili, ducati 40 promessi dal fratello e ducati 100 dalla madre, ANC. 338, 1700, 12 – 13; 336, 1692, 96 – 99: Petrucza Sculco era zia paterna di Tommaso Sculco e sorella di Bernardo che nel 1667 aveva acquistato il feudo di Monte Spinello da Diego Barricellis, Malevitava, ff. 47 – 48.
288. ANC. 337, 1694, ff. 49 – 55.
289. “Gabella nom.ta SS. Quaranta confina li Vitusi si suole affittare in grano salme dieci e sette, e due d’orgio, in denari docati 50 – 0 – 0. Quest’anno si è affittata al D. Fabritio Lucifero per docati quaranta ad uso di mandra”, Platea del Capitolo, 1691, f.4.
290. In questi anni acquista il territorio di Carbonara da Benedetto Peta, ANC. 635, 1710, 63.
291. D. Miscianza, massaro di F. Lucifero, ANC. 662, 1728, 132v.
292. Il 27.2.1692 Fabritio si impegna a fornire al genovese G. A. Mascadi, abitante a Napoli, tt.a 2200 di grano, che conserva nei suoi magazzini, per duc. 1925, ANC. 336, 1692, ff. 20 – 21.
293. Da Fabritio Lucifero e Teresa Barricellis nasceranno: Joseph Antonius Jacobus (25.7.1693), Madalena Domenica (15.5.1695), Franciscus Ignatius (28.4.1697), Horatius Carolus Joachim Dionisius (19.3.1699) e Livia Antonia (13.1.1701), Libro battezzati, S. Salvatore, AVC.
294. Acta cit., ff. 55, 138v; ANC. 612, 1715, 222.
295. T. D. Sculco, discendente dai duchi di S.Severina e dai baroni di Monte Spinello, grande proprietario terriero possedeva tra l’altro la vasta gabella di Cortina, all’interno della quale era stata edificata la terra di Papanice, e la gabella di Mutrò, Acta cit. f. 67v.
296. Vittoria Lucifero era nata il 16 agosto 1665 e battezzata il 22 dello stesso mese. Morì l’ 11.9.1744 e fu sepolta vicino al marito nella chiesa di S. Giuseppe, Libro dei Battezzati, Libro dei Morti 1698 – 1756, AVC.
297. ANC. 337, 1693, f. 135; Malevitava cit. ff. 54 – 55.
298. Lucretia, Margarita Lucifero era nata il 20 luglio 1669 e battezzata il 24 dello stesso mese, padrino era stato J. B. Caivano, Battezzati cit.
299. ANC. 337, 1693, ff. 34 – 36.
300. La vita monastica di Anna sarà molto breve, già nel 1699 non risulta più presente nel monastero, Acta cit. ff. 15 – 16.
301. ANC. 337, 1694, f. 110.
302. Nel 1706 Cecilia è cassiera, dal 1715 al 1717 vicaria, nel 1720 discreta e sacrista, nel 1724 maestra delle novizie, Esito di spesa del ven. mon.o di S. Chiara dallo 9 8bre 1706; A ricordo di Cecilia rimane l’organo della chiesa di S. Chiara: “Propriis Sumptibus Reverendae Matris Sororis Ceciliae Lucifero”, “Thomas De Martino Neapolitanus Regiae Cappellae suae Maiestatis Organarius Fecit Anno Domini 1753”.
303. Nel 1704 Fabrizio ha in fitto numerosi fondi del monastero, Platea S. Chiara, 1702 – 1704.
304. ANC. 663, 1731, 199v – 200r.
305. Al battesimo della figlia Maddalena, avvenuto il 18.5.1695, interviene Tomaso Sculco, “procuratore di Antonio Sambiase mediante procura, Libro battezzati cit.
306. ANC. 229, 1661, 19v; Altro creditore dei Suriano era Scipione di Bona in duc. 1500 al 9 per cento più interessi non pagati. Al di Bona il credito era stato ceduto da Nicola Peta per la dote della figlia Dianora. Nicola Peta vantava ancora duc. 166 per interessi non pagati sul capitale di duc. 1500, interessi che erano maturati prima della cessione del capitale, Cons. Coll. Prov. 276, ff. 60 – 61, ASN.
307. Il feudo di Apriglianello sottoposto a fedecommesso da Gio. Dionisio Suriano era passato al figlio Diego e poi alla figlia di costui Antonia, che l’aveva portato in dote a Nicola de Filippis. Quindi era andato in dote alla figlia di costoro Innocenza che aveva sposato Antonio Sanbiasi. Rivendicando il fedecommesso, che prevedeva la trasmissione del feudo da maschio a maschio all’interno della stessa casata, aveva mosso lite Antonio Suriano, figlio di Domenico, a sua volta figlio di Annibale, primogenito di Gio. Dionisio Suriano,Pesavento A., Crotone marittima e mercantile, Bassano del Grappa 1987, pp. 2 – 4.
308. Il feudo di Aprigliano o Apriglianello era “posto et situato nel ristretto del territorio della città di Cotroni consistente in terre aratorie, boschi, pascoli, pianure, monti, acque correnti con torre, casette dirute et altri membri, con giourisditione in vassallos, habitantes et habitatores….compreso il territorio detto il Piano del Conte, membro d’esso feudo d’Apriglianello”, Notaio Giacinto Crocco , Cosenza, 23.8.1694, F. 1696, ff. 62 – 67. ASCS.
309. Notaio Antonio Varano, Cotrone 11.5.1695.
310. Notaio G. Crocco Cosenza, 6.5.1696, F. 1696, ff. 45 – 76, ASCS.
311. Cons. Coll. Prov. Vol. 295, f.66, ASN.
312. Antonio S.Biasi a nome proprio e di Innocenza de Filippis, sua moghlie, e di Antonia Suriano, sua suocera, vende a Fabrizio Lucifero il feudo di Apriglianello, Notaio Januario Pacifico, Napoli 16.5.1698, Acta 53v.
313. Vaccaro A. cit., I, 287.
314. Pellicano Castagna M. cit., pag. 96.
315. ANC. 338, 1698, 102.
316. F. Lucifero possedeva anche il territorio di Carbonara, il vignale della Rotonda e le terre di Ciurria, Acta, 81v, 113v, 136v.
317. Apriglianello “quo tribus ab hinc annis redivivus numerat animas viginti octo, quibus ego prefeci sacerdotem curatum pro missa, si quidem sacellum censetur adhuc rurale”, Rel. Lim. Crotonen. 1703, ASV; Nel 1709 conta 107 abitanti, Rel. Lim.Crotonen. 1709.
318. Rel. Lim. Crotonen. 1700.
319. ANC. 497, 1705, 28 – 42.
320. Il titolo di marchese fu concesso da Filippo V e confermato dal successore dominante, ANC. 663, 1731, 164.
321. Sec. Brev. 2136 (1704), ff. 173, 183, ASV.
322. ANC. 497, 1704, 15 – 18; T. D. Sculco aveva preso in fitto l’ufficio dal 1.5.1702 all’ultimo di aprile 1708 per 1800 ducati anticipati e tomolate 100 d’orzo ad agosto all’anno.
323. ANC. 497, 1704, 62 – 65.
324. Il chierico F. Lucifero coll’espresso consenso e presenza del padre, il marchese di Apriglianello, compra due casette in par. di S. Pietro da M. Sacco, ANC. 497, 1705, 50 – 52.
325. Francesco Lucifero nel 1720 è rettore del semplice beneficio di iuspatronato della famiglia Barricellis sotto il titolo della SS.ma Trinità con altare e cappella in cattedrale, Anselmus, 68; ANC. 661, 1721, 15 – 16.
326. Il canonico D. Francesco Lucifero paga un annuo censo alla mensa vescovile sopra la casa che fu di D. Papasodaro, Dip. Som. 315 (1711 – 1712), f. 5, ASN.
327. Fs. 532, 10, f.25, ASN.
328. Al fondatore era stato concesso la sepoltura per sè ed i suoi discendenti nella cappella di S. Francesco. La chiesa successivamente era stata ampliata togliendo l’antica disposizione delle lapidi sepolcrali e delle cappelle. Il marchese ottiene una cappella “a mano sinistra in cornu Epistole dell’altare maggiore. La seconda principiando da d.o altare maggiore e respettivamente la quarta principiando dalla porta maggiore della chiesa”. Il marchese promette di donare al convento duc. 4 annui in perpetuo nel mese di agosto per tutto quello che “potesse bisognare per mantenimento di d.a cappella tanto per il decoro ed ornamento conservato quanto per la festa”, ANC. 497, 1707, 43 – 45.
329. ANC. 496, 1707, 34.
330. Nel 1713 il barone affitta delle terre dall’economo di S. Maria de Protospatari per il pascolo delle pecore, Dip. Som. Fs. 315, f.lo 24, f.22 ASN. Nel 1730 affitta dal capitolo ad uso pascolo la gabella di Santo Quaranta, Platea Capitolo 1730 – 1731, f. 4, AVC.
331. Nel 1708 assieme a T. D. Sculco rinnova l’affitto per sei anni, da maggio 1708 ad aprile 1714, dell’ufficio di regio secreto e mastro portolano della paranza di Crotone da Donato Atanasio per il prezzo di duc. 600 e tt.a 100 d’orzo all’anno, ANC. 497, 1708, 11 – 15.
332. G. Miscianza deve a F. Lucifero duc.180 per “bovi ,grani e majorche a credito, come di terraggi, denari datili per soccorso di massaria, ed altri improntatili”, non potendolo saldare gli cede una casa dotale, ANC. 497, 1707, 78 – 80.
333 .Il marchese assieme al figlio Francesco compera due casette dalla vedova M. Sacco, indebitata per molti censi non pagati, ANC. 497, 1705, 50 – 52.
334. F. Lucifero gode il diritto di estrarre grano franco di ogni diritto di dogana e di altri diritti non solamente per essere patrizio crotonese ma anche perchè il grano proviene dai territori del suo feudo, ANC. 663, 1730, 55 – 56.
335. Il marchese protesta perchè per imbarcare per Napoli tt.a 1500 di grano deve pagare duc. 36 alla dogana, nonostante che il grano provenga dai suoi territori ed egli goda l’esenzione come patrizio e cittadino crotonese, ANC. 611, 1709, 15 – 16.
336. I patroni di un pinco venuto ad imarcare 500 cantara di liquirizia protestano contro A. Berlingieri e F. Lucifero perchè il magazziniere del Lucifero ha consegnato liquirizia “di mala qualità per esser stata lavorata et incassata da più di tre anni”, ANC. 611, 1712, 91 – 92.
337. Il barone si impossessa di una sorgente e ne convoglia l’acqua con una “canaletta di fabrica per sotto terra circa mezo miglio” ad uno schifo per i suoi buoi, ANC. 661, 1722, 91 – 92.
338. ANC. 635, 1710, 63 – 68; 612, 1716, 70; Carbonara diverrà pieno dominio del Soda solo nel gennaio 1714, infatti un’ipoteca per il capitale di 4000 ducati era stata ceduta dal Lucifero al vescovo di Bisignano ed il Soda si rifiutava di saldare se non dietro sua consegna, ANC. 659, 1713, 16 – 17; 659, 1714, 10 – 11.
339. Palazzello era stato donato a Francesco dalla zia Auria Suriano, il territorio era stato di Diego Suriano e poi degli eredi, ANC. 497, 1710, 113 – 114; 118 – 120.
340. I 3000 ducati della dote di Fulvia erano costituiti: 1500 per il feudo della bagliva di Crotone e Papanice, duc. 1000 con l’annualità di duc. 60 dai Presterà, duc. 300 in contanti il giorno dello sposalizio e duc. 200 alla conclusione di alcune liti, ANC. 661, 1721, 390 – 407.
341. ANC. 662, 1724, 161; Ottenuto il regio assenso il 30 gennaio 1713, Giuseppe Lucifero diviene intestatario della bagliva di Crotone e Papanice, Pellicano Castagna M., cit., p.96.
342. Dip. Som. Fs. 315, f.lo 24, f. 22, ASN.
343. Provv. Caut. 338, f. 65, ASN.
344. ANC. 659, 1714, 97 – 99; Nel 1714 muore il figlio Horatio che è sepolto il 23.10.1714, Libro dei morti cit.
345. Fabrizio per i diritti spettantigli per l’ufficio di assistente e sopraintendente generale dei caricamenti di Calabria Ultra avanzava duc. 182 e grana 34 da Annibale Suriano, ANC. 659, 1716, 39/11v.
346. L’affitto del feudo gli è concesso da Domenico Suriano di Domenico, zio carnale e amministratore di Anna Suriano, figlia ed erede del fu Annibale, per il pagamento annuo di duc. 110 a Molerà, ANC. 659, 1716, 39/3.
347. ANC. 659, 1717, 150/1-2.
348. Maddalena Lucifero, nata il 15.5.1695, fu battezzata il 18 dello stesso mese, padrino fu Tommaso D. Sculco in rappresentanza di Antonio Sanbiase, Libro cit.
349. F. Lucifero si impegna a consegnare duc.700 nel giorno dell’affido e 1300 in due anni. Solo nell’ottobre 1720 il pattuito verrà saldato dal barone, ANC. 660, 1720, 294 – 303.
350. ANC. 659, 1717, 26 – 28.
351 .Nel quarto di sotto abitava il reverendo Mercurio Guerriero di Rossano, ANC. 659, 6.5.1715.
352. Costretti a sospendere i lavori, i Capocchiano si impegnarono a non occupare la vista del mare del quarto superiore del palazzo dei Montalcini, a pagare al barone 50 ducati per dare un’altra vista al mare al suo palazzo e a permettergli di elevare la casa del figlio Francesco, ANC. 659, 1717, 100 – 101, 118 – 120.
353. ANC. 612, 1717, 143 – 157; Francesco Sculco, barone di Montespinello, aveva istituito erede universale Tommaso D. Sculco ma, poichè l’erede “in feudalibus” per legge d’investitura doveva essere la sorella Antonia, si accese una fierissima lite nel sacro regio consiglio finchè le parti non si accorsero che i debiti superavano il capitale, ANC. 664, 1733, 84 – 85.
354. Per rendere esecutivo l’obbligo c’era bisogno del regio assenso da impetrarsi entro 5 mesi, ma il termine slitterà di 5 mesi e poi di altri quattro, ANC. 660, 1718, 50.
355. Per la dispensa pontificia il barone anticipa 300 ducati che, divisi tra le parti, gli porta altre tre salmate di terra a Passo Vecchio, ANC. 659, 1717, 193 – 196.
356. Pietro Suriano morì nell’agosto 1708, ereditarono i figli Francesco Antonio e Giuseppe, fratelli di Ippolita, ANC. 497, 1708, 49 – 51.
357. Vesti e gioie consegnate: “Un abito di stoppa di francia guarnito di punto di spagna d’argento guarnitione forastiera, consistente manto e sottanino con suo bustino di cannavaccio d’argento al petto, il di più di damasco cremisi; una scufia all’uso merletti forastieri con il di più necessario per mutarsi detta S.a cioè guanti, ventaglio, scarpe doi tela d’argento et altro; una gioia di diamanti, smeraldi e rubbini incrastati in acciaro indorato; una crocetta di smeraldi e diamanti con suoi oricchini dell’istesse pietre; tre fila di perle oncia una di valore di docati cento; cinque anelli con pietre smeraldi, rubbini e diamanti”, ANC. 659, 1717, 228.
358. ANC. 660, 1719, 22.
359. I fratelli di Ippolita prendono inoltre in prestito da Francesco Lucifero altri duc.200 con l’impegno di consegnarli entro quattro anni senza interesse e passato il termine con un interesse del 5 per cento. Il prestito ritornerà a Francesco nel 1732 assieme a duc.100 e grana 34 di interessi, ANC. 660, 1718, 8 – 20.
360. ANC. 663, 1729, 216v.
361. ANC. 660, 1720, 96 – 103.
362. Sono presenti Fabrizio Lucifero, Tommaso Domenico Sculco, Antonio Suriano, Annibale Albano e Cesare Presterà, ANC. 660, 1720, 157.
363. Il territorio di Maccoditi e Majorana era posseduto in comune dal Castillo e dal barone, per dote portata a quest’ultimo da Ippolita Suriano, ANC. 660, 1720, 255 – 260.
364. Prov. Caut. Vol. 354, f.255, ASN.; I deputati erano Fabrizio Lucifero e Pietro Suriano per i nobili e Carlo Scarnera e Bernardo Venturi per il popolo. Il cassiere era Pietro Gereccio.
365. Gregorio Aragona nel gennaio 1723 erige una cappella nella chiesa di S. Giuseppe “nuovamente eretta con aprire il muro di d.a chiesa vicino l’arco mag.re di d.a chiesa in cornu evangelii” con un suo altare e con “l’effiggie e natura di S. Gregorio Tornaturgo”, dotandola di duc. 15 annui, ANC. 614, 1723, 6 – 10. La statua lignea di S. Gregorio, opera di Nicola Fumo, è datata 1721.
366. L’attestazione è datata 18.8.1720e reca le firme dei deputati Francesco Suriano e Fabritio Lucifero, Carte Piterà.
367. L’erario della terra di Scandale deve consegnare tt.a 1500 di grano entro settembre a T. D. Sculco, che l’ha pagato anticipatamente con denaro e per conto di F. Lucifero e deve imbarcarlo, ANC. 661, 1721, 366 – 367; All’inizio di giugno 1722 O. Pugliese già debitore di duc. 70, per potere mietere e raccogliere per la sua masseria, chiede al barone altri duc. 50 e tt.a 10 di grano, dando in cambio 16 buoi, ANC. 661, 1722, 129 – 130.
368. In quell’occasione vennero apportate alcune modifiche ai capitoli matrimoniali del 1712. Giuseppe Antonio e la moglie entrarono in possesso della bagliva assumendosi tutte le spese per il trasferimento e l’intestazione, ANC. 661, 1721, 390 – 407.
369. ANC. 663, 1731, 180 – 201.
370. Nel 1722 in cattedrale vi erano quattro statue lignee: S. Maria del Rosario, S. Dionisio, S. Michele e S. Gennaro, Rel. Lim. Crotonen. 1722.
371. Prov. Caut. 359, f.81, ASN.
372. Il 20.8.1722 Fabrizio in qualità di sindaco dei nobili rilascia un attestato a Carlo Sculco, figlio di Tommaso Domenico e della sorella Vittoria, in cui viene dimostrata la nobiltà della famiglia Sculco, Malevitava cit., ff. 47 – 48.
373. ANC. 661, 1722, 193v – 194.
374. Prov. caut. 362, f. 74, ASN.
375. Fabrizio Lucifero possiede tt. 5000 di maiorche nei suoi magazzini di Crotone. Stipula una convenzione di vendita e di società con il mercante napoletano, privilegiato, Anello Pastina, associandolo per la metà delle maiorche, vendendogli tt.a 2500 al prezzo di grana 83 e mezzo il tomolo. Il mercante si impegna a commercializzare tutto il prodotto al miglior prezzo e, tolte le spese come convenuto, a fare la metà del ricavo, ANC. 614, 1724, 25 – 30.
376. T. D. Sculco impegna le entrate delle terre di Cortina e Jannello, ANC. 613, 1722, 131v – 132.
377. ANC. 661, 1723, 104v – 105r.
378. Annibale Suriano doveva circa 1000 ducati per tasse arretrate. Il sindaco Francesco Suriano elegge arbitri G. Duarte e G. A. Oliverio di Cutro che riducono il debito a soli 50 ducati, ANC. 662, 1725,104v – 105.
379. ANC. 662, 1726, 1; 663, 1730, 55.
380. E’ del marzo 1727 una supplica dell’università sul diritto di “acquare, pascere ed abbeverare” negati dal marchese Lucifero e da Tommaso Domenico Sculco, Prov. Caut. 367, 41.
381. Nell’elezione del 7.2.1728 esce a sorte al marchese la palla per nominare il sindaco. Egli indica Francesco Cesare Berlingieri. All’opposizione del secondo ceto, che fa presente che il marchese è litigante con l’università, oppone una provvisione del regio collaterale consiglio che lo abilita tanto alla voce attiva che passiva, ANC. 662, 1728, 29 – 31.
382. N. Cristiano compra dai francescani una casa stimata duc. 90, per un censo enfiteutico annuo di carlini 30, con l’impegno a migliorarla; interviene il marchese e se la fa retrocedere alle stesse condizioni, facendo valere il “ius congruo”, ANC. 662, 1727, 125 – 126.
383. G. Schipano vende per duc. 80 al marchese due casaleni in par S. Pietro, attaccati alla sua casa e a quella del marchese e strada mediante i palazzi del marchese e dei Montalcini, ANC.663, 1731, 46 – 47.
384. Il marchese nel luglio 1729 concede un prestito di duc. 275 al 5% ad Anna Barricellis. Il capitale era da molto tempo in suo possesso per ricompra fatta da M. Barricellis di un annuo censo della cappella della Trinità, ANC. 731, 1729, 28 – 36.
385. ANC. 663, 1729, 213 – 218.
386. ANC. 663, 1731, 180 – 200.
387. Libro de morti cit.
388. La madre Fulvia Barricellis era morta il 19.4.1726, Libro cit.
389. La bagliva di Crotone e Papanice era stata portata in dote da Fulvia Barricellis, figlia di Antonio , a Giuseppe Lucifero con regio assenso del 30.1.1713, Pellicano Castagna M., cit., p.96.
390. Il feudo o baronia di Apriglianello comprendeva il dominio dei vassali, banca di giustizia, mastrodattia, potestate gladii ed era composto da territori, orti, giardini, mulini, vigne, oliveti, trappeti, palazzo o torre, case, magazzini ecc., ANC. 663, 1731, 163.
391. ANC. 663, 1731, 161v – 169r.
392. ANC. 663, 1731, 163.
393. ANC. 663, 1731, 180 – 200.
394. ANC. 663, 1731, 183.
395. Fabrizio Lucifero della par. del SS.mo Salvatore morì il 16.12.1731 e fu sepolto in cattedrale, Libro cit.
396. ANC. 663, 1731, 180 – 201.
397. ANC. 664, 1732, 38 – 43.

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