La chiesa parrocchiale di S. Giovanni di Pallagorio

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Panorama di Pallagorio (da www.pallagorio.com).

Il vescovo di Umbriatico Pietro Bastone (1611-1621) nella sua relazione in data 2 dicembre 1618 per la prima volta riferisce la formazione del nuovo casale di San Giovanni de Palagorio: Nel territorio di questa città di Umbriatico nel luogo che si chiama San Gioanne de Palagorio ci sono alcuni uomini, che si sono riuniti di recente, sia latini che Albanesi; qui hanno costruito venti tuguri e vi abitano con tutta la loro famiglia. Situato in diocesi di Umbriatico e soggetto “in spiritualibus” al suo vescovo, al quale l’arciprete del luogo ancora nel Settecento dovrà versare annualmente per quarta parrocchiale quindici tomoli di grano, il casale tuttavia mantenne sempre una certa autonomia religiosa, in quanto spetterà all’università presentare il candidato a parroco arciprete, il quale una volta ottenuta l’approvazione del vescovo di Umbriatico, sarà poi mantenuto a spese dei Pallagoresi. Per tale motivo il parroco sarà quasi sempre del paese o comunque facente parte della comunità albanese.

Il rito greco
Fin dall’inizio gli abitanti, la cui residenza era particolarmente mutabile, in quanto di continuo si spostavano da uno all’altro luogo, ed oltre alle poche cose di uso quotidiano che riuscivano a possedere, lavorando nelle terre degli altri, niente altro avevano, nemmeno il luogo dove abitare ma solo trovavano riparo in case fatte di paglia, si ribellarono all’imposizione del rito latino e reclamarono un parroco greco: “… la parte maggiore degli Albanesi, che pur nati da genitori seguenti ed osservanti il rito greco, per più anni ha seguito il latino, ugualmente giornalmente e di frequente ci disturba e, minacciando spargimento di sangue, reclama un prete greco e vuole ritornare al rito greco. Per tale motivo abbiamo curato di erigere di nuovo e fabbricare a nostre spese un diruto sacello, che si trovava sul luogo”. Il vescovo concludeva chiedendo ai suoi superiori, come doveva comportarsi con questi predetti figli di Albanesi, che vogliono ritornare al rito greco e che chiedono un sacerdote greco (1).
Allora Umbriatico era feudo del principe di Cariati e duca di Seminara Scipione Spinelli (1615 – 1659), feudatario di molte altre terre e casali. E’ da attribuire ad una decisione dello Spinelli la nascita del nuovo villaggio rurale (2), come conferma una relazione del vescovo di Umbriatico Benedetto Vaez (1622 – 1631). “Da ultimo (Palagorio), il quale nuovamente fu fondato in territorio di Umbriatico dal Principe di Cariati e dal mio predecessore fu lì eretta una chiesa sotto il titolo di S. Giovanni de Palagorio e per qualche tempo gli abitanti vissero secondo il costume latino ed i vicini preti della città di Umbriatico si recavano per amministrare ad essi i sacramenti; ora in verità vi si trova un prete greco e sposato e si pratica il rito greco” (3).
L’introduzione e la permanenza del rito greco nel casale non potevano non suscitare una continua ostilità e contrasto da parte della gerarchia ecclesiastica cattolica. Lo stesso Vaez evidenziava ciò che particolarmente differenziava i parroci greci dai latini; i primi “Parochi antequam perveniant ad ordines sacros ducunt uxorem unicam et virginem et effecti sacerdotes illam detinent. Conficiunt SS. Eucharestiae Sacramentum in pane fermentatu et peragunt alia sacramentalia et cerimonias iuxta ecc.ae orientalis ritum et institutionem” (4).

Dal rito greco al latino
Si inserisce in tale ambito il fatto che, venuto il nuovo vescovo di Umbriatico Antonio Ricciulli (1632 – 1638), la chiesa parrocchiale di Pallagorio risulta aver assunto un nuovo titolo, risultando dedicata al SS.mo Salvatore. Essa aveva la fonte battesimale, un parroco, due chierici e due diaconi serventi. La popolazione ascendeva a 387 abitanti, che seguivano tutti il rito greco. Il vescovo trovò che erravano in diverse cose, soprattutto per quanto riguardava il SS.mo sacramento dell’eucarestia, poiché al popolo veniva amministrato in maniera diversa (5). I tentativi della transizione dal rito greco al latino diverranno evidenti durante il vescovato di Bartolomeo Criscono (1639 –1647), il quale poco dopo la sua nomina così si esprimeva: “Ci sono nella mia diocesi tre casali albanesi, che vivono secondo il rito greco, tuttavia i loro sacerdoti sono a tal punto ignoranti che non sanno né il loro rito né le funzioni nell’amministrazione dei sacramenti. Vi trovai anche alcuni latini che vivevano promiscuamente; affidai a sacerdoti secolari che ai detti latini si amministrasse secondo il rito della chiesa latina. In futuro curerò che i preti greci apprendano il loro rito ed anche che gli Albanesi seguano il rito latino” (6). Risultato evidente di questa politica di costante pressione e repressione sarà la nomina a parroco di Pallagorio di Antonello Sisca, prete di rito greco della diocesi di Umbriatico. Il Sisca, superato il concorso per accedere alla chiesa parrocchiale del SS.mo Salvatore di Pallagorio, lascerà la sua unica moglie e nel novembre 1644 otterrà da Innocenzo X il permesso di passare al rito latino (7).
La situazione alla metà del Seicento è così descritta dal vescovo Tommaso Tomassoni (1652-1654): “Ci sono tre casali abitati da gente albanese, parte di rito latino parte di rito greco, ed in ognuno di essi ci sono due sacerdoti, uno latino e uno greco, che hanno cura delle anime secondo il proprio rito e ovunque preparano detti Albanesi ad abbracciare non per forza ma spontaneamente il rito latino” (8).

La repressione
Con l’arrivo sul seggio vescovile di Umbriatico del catanzarese Vitaliano Marescano (1661-1667) il rito greco non sarà ufficialmente più tollerato. Il Marescano infatti celebrò un sinodo diocesano nel quale tra l’altro stabilì l’abolizione del rito greco praticato dagli Albanesi. Furono espulse definitivamente dalla chiesa parrocchiale le cerimonie e le funzioni greche, le quali tuttavia continueranno ad essere praticate dalla popolazione, anche se in maniera semiclandestina. Il rito e le feste greche troveranno modo di esprimersi pubblicamente soprattutto nella chiesa rurale di Santa Maria de Gradia, chiesa poco fuori dell’abitato, sulla strada tra Pallagorio e Zinga, oggi conosciuta col titolo di S. Antonio. S. Giovanni in Palagorio….in territorio di Umbriatico, situato in luogo ameno e con aria salubre, costruito e popolato sia da greci albanesi che da italiani vaganti, è dominato da un feudatario che vanta il titolo di principe ed è sotto un parroco latino di rito latino, ha seicento abitanti di cui quattrocento quaranta possono essere ammessi al sacramento. Nel suo territorio vi è una chiesa rurale meta di grande devozione popolare, dove lo stesso vescovo trovò che persisteva il rito greco (9).
Durante questo periodo la chiesa di Pallagorio può annoverare un parroco arciprete, un altro sacerdote semplice, un diacono e due chierici (10) e tra il 1666 ed il 1669 verrà costruita con pie elemosine una nuova chiesa sotto il titolo di Santa Maria de Monte Carmelo (11).
Durante il vescovato di Agostino De Angelis (1667–1681) anche se in apparenza il rito greco non è più praticato, in realtà esso sopravvive nelle molte espressioni della vita quotidiana, tanto che il vescovo spesso deve intervenire comminando pene severissime. Lo stesso presule tentò nuovamente di mutare il titolo della chiesa matrice dapprima da San Giovanni Battista in quello del SS.mo Salvatore, ma ben presto fu costretto a ritornare sui suoi passi ed a dedicarla all’Ascensione del Signore ed a S. Giovanni Battista. Tuttavia riuscì, tra il 1675 ed 1678, ad introdurre in un proprio altare la recita in tre giorni alla settimana del SS.mo Rosario da parte degli Albanesi, che osservavano il rito latino (12). Il casale favorito dalla speranza di esenzioni e di benefici, promessi dall’arrivo di un nuovo feudatario, in pochi anni quasi raddoppiò la sua popolazione. Ma venute meno le condizioni favorevoli ritornò nella condizione primitiva. Infatti, ridotto dalla peste a soli 600 abitanti nel 1662, passò a 700 nel 1666. Nel 1682, Carlo Antonio Spinelli vendeva il feudo di S. Giovanni di Pallagorio a Giovanni Giuseppe Rovegno, il quale nel 1696 assumerà il titolo di principe di Pallagorio (13). Due anni dopo, nel 1684, la popolazione è salita a circa 1000 abitanti (con sei sacerdoti e quattro chierici); per poco, nel 1688 ritorna a 700 abitanti e ne conterà circa 800 alla fine del Seicento (14).
All’inizio del Settecento Pallagorio è un luogo abitato da greco-latini, volgarmente detti Albanesi, che da circa ottanta anni praticano il rito latino. Gli abitanti continuano ad essere malvisti dai vescovi di Umbriatico, che li descrivono come “gens haec genus hominum subdolum, et infidum universim” (15), gli uomini sono di temperamento “agreste et vindex” e le donne “mulierculae.. variis infectae sunt superstitionibus”. Quest’ultime quando vedono il vescovo credono che San Pietro camminasse vestito con le stesse vesti e subito cadono in ginocchio per baciarne i piedi (16). La chiesa parrocchiale ha la fonte battesimale ed il sacrario. Alle due piccole chiese già esistenti, di Santa Maria di Monte Carmelo e di Santa Maria di Gradia, si aggiunge la nuova chiesetta rurale dedicata a S. Cristoforo (17), costruita fuori l’abitato sulla via che conduce ad Umbriatico. La popolazione è in gran parte costituita da poveri braccianti e coloni, proprietari nei casi più fortunati di una vigna, che prendono in fitto le terre ed in prestito il grano per coltivarle, obbligandosi con i proprietari terrieri. Tra questi ultimi sono ricordati Gio. Battista e Domenico Cosimo di Pallagorio, proprietari di alcune terre in località Gradia e fornitori di grano ai mercanti crotonesi (18), il reverendo Leonardo Antonio Macrì ed il fratello Filippo, il magnifico Domenico Andropoli ecc.
Alla fine del Settecento Pallagorio, terra in diocesi di Umbriatico e d’aria mediocre, ha circa cinquecento abitanti (19). Situato tra il paesello di Zinga, da cui dista sei miglia, ed Umbriatico, da cui lo separano quattro miglia, l’abitato, caduto in grande miseria, è costruito sul pianoro di un monte ed i suoi abitanti conservano ancora la lingua ed i costumi Albanesi. Essi custodiscono gelosamente i diritti e le tradizioni. Vani sono ancora i tentativi dei vescovi di Umbriatico di imporre arcipreti non locali ed estranei alla loro cultura. Così lo descrive il vescovo Zaccaria Coccopalmeri (1779–1784), il quale aveva tentato di imporre arcipreti a lui graditi: Fin dall’inizio del mio presulato questo luogo fu per me oggetto di continua vigilanza ed occasione di grande dispiacere. Quanto alla mia prima visita fui contento di vedere la sua parrocchiale, sotto invocazione di S. Giovanni Battista, così ben formata dai tre membri posti in maniera simmetrica ed all’interno abbellita da discrete immagini di santi poste sopra gli altari ed abbondante di ogni prezioso suppellettile, tanto fui afflitto per quanto riguardava le cose spirituali. Trovai un solo economo, non di questa diocesi, un prete del paese, oppresso dalla tarda età e dalla imbecillità, ed un suddiacono. Ad essi erano affidate tutta la cura delle anime e l’amministrazione della chiesa. Vidi gli altari invasi dalle ragnatele, i sacri vasi dati in custodia a laici, le sacre suppellettili piene di polvere ed in ogni parte il segno dell’abbandono. Poiché il diritto di nominare l’arciprete spettava alla comunità del luogo, ed i cittadini sia singoli che insieme erano completamente mancanti di mezzi, mi adoprai con accortezza per assegnare una conveniente congrua all’economo in modo da convincerlo a diventare arciprete. Così feci e, previo esame secondo la forma canonica tridentina, questi divenne arciprete ma, appena ebbe preso possesso della carica, morì. Rimasta la chiesa senza il suo pastore, comandai la cura delle anime al prete del paese e come aiuto gli assegnai il suddiacono, già quasi consacrato prete. Dopo poco che avevo risolto così le cose anche il prete, oppresso dagli anni e dalla fatica, morì. Invano ho cercato di richiamare nel paese preti da questa o da altre diocesi; ciò non è stato possibile sia per la piccola congrua ammontante a circa settanta ducati, sia per la mancanza di preti. Trovai infine un prete probo ed esperto della città di Umbriatico, il quale si impegnò ad assolvere a questo onere ma, dopo pochi mesi che era stato presentato come arciprete, cessò ogni onere e beneficio da parte dell’università e così fu costretto a ritornare ad Umbriatico. Per risolvere momentaneamente la situazione imposi allora all’unico prete del luogo la cura delle anime e fissai un termine entro il quale gli amministratori di Pallagorio, a cui spetta di diritto, devono presentarmi un idoneo arciprete (20).

Ultime tracce
Dopo la soppressione nel 1818 del vescovato di Umbriatico, Pallagorio andò a far parte della diocesi di Cariati (21) ed in questa situazione rimase fino al 1979, quando fu aggregato alla diocesi di Crotone.
Alla metà dell’Ottocento Pallagorio fa un migliaio di abitanti (22) e conserva la chiesa arcipretale curata di S. Giovanni Battista, quella del Carmine con eremitorio e la nuova semplice dedicata a S. Filomena (23). Dopo le riparazioni compiute negli anni precedenti e poi sospese, nel 1858 la chiesa matrice è di nuovo in costruzione. Il progetto d’arte è già stato approvato ed i lavori sono in corso per la cifra di ducati 2129, 39 (24). La popolazione conserva ancora la lingua , i culti e le sue feste. Il vescovo di Crotone Luigi Maria Lembo (1860–1883) il 26 luglio 1882 trovò che vagavano per la città di Crotone numerosi uomini e donne albanesi, provenienti dai paesi vicini. Egli interrogò uno di questi, il quale rispose: “Illustrissimo Signore, dai nostri anziani è stato conosciuto che l’immagine di Santa Anna, che oggi si osserva nella chiesa rurale di Isola sotto la vostra giurisdizione, fu venerata nell’antica sacra edicola posta nel fondo Gradia in territorio di Pallagorio, di proprietà del barone Giuranda della città di Umbriatico. In quel luogo erano soliti convenire da molti anni per assolvere i voti e per santificare il giorno 26 luglio, dedicato alla madre della madre di Dio, tutti gli albanesi abitanti a San Nicola di Alto, Carfizzi, Pallagorio, Santa Sofia, Marcedusa, Andali ecc. In seguito, violata ogni cosa, la sacra immagine della antica edicola di Pallagorio fu sottratta da mano sacrilega e riferiscono che fu ritrovata nel luogo nel quale ora si vede la chiesa rurale di Sant’Anna del Bosco. Conosciute queste cose, la devozione degli Albanesi non diminuì ma essi diressero il loro cammino alla vigilia della festività, in modo da santificare e con rito albanese e con canti elevare inni alla loro santa patrona. Anzi tutti quelli che non possono andarvi, salgono sulle colline dalle quali si può vedere la chiesa isolana di Sant’Anna e qui contenti trascorrono il giorno da festeggiare tra suoni e canti, in cori, in invocazioni e lodi recitati graziosamente in dialetto (25).
Dalla visita del vescovo di Crotone Giuseppe Cavaliere (1883–1899) del 1885 sappiamo che sul finire dell’Ottocento continuava ancora la venerazione degli abitanti dei paesi albanesi. Molti di loro infatti nel giorno dedicato alla santa ogni anno continuavano a riunirsi presso la chiesa di S. Anna per festeggiare (26).

Note

1. Rel. Lim. Umbriaticen., 1618.
2. Gli Spinelli fonderanno anche un altro casale in diocesi di Umbriatico che dal nome del fondatore Carlo Antonio Spinelli (1659 – 1682) prenderà il nome di Carlopoli. Il casale avrà vita breve ed è così descritto dal vescovo Agostino De Angelis: “..oppidum nuperrime erectum; Carlopoli, dicitur; unam habet ecclesiam à me consecratam sub invocatione S. Mariae de Monte Carmelo; cui inservuit unus sacerdos, et unus clericus. Patet in temporalibus Principi Cariaten de familia Spinellorum”, Rel. Lim. Umbriaticen., 1669.
3. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
4. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
5. Rel. Lim. Umbriaticen., 1634.
6. Rel. Lim. Umbriaticen., 1640.
7. Nel luglio 1655, dopo sei anni dalla morte del Sisca, divenne parroco della chiesa di S. Giovanni del casale di Pallagorio il suddiacono di Umbriatico Giuseppe Turiano, Russo F., Regesto, (34552), (37580).
8. Rel. Lim. Umbriaticen., 1653.
9. “Unus in greco ritu persistere repertus à moderno Ep.o latinium amplecti monitus admonitioni locum dedit”, Rel. Lim. Umbriaticen., 1662.
10. Rel. Lim. Umbriaticen., 1666.
11. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669.
12. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
13. Furono feudatari di Pallagorio: Scipione Spinelli (1614-1659),Carlo Antonio Spinelli ( 1659 –1682), Giovanni Giuseppe Rovegno ( 1682 –1685), Giovan Francesco Rovegno ( 1685 –1704), Giuseppe Antonio Rovegno, Giovan Francesco Rovegno, Giuseppe Francesco Saverio Rovegno (1782 –1820), Maone P., Precisazione sulla storia feudale di Umbriatico e Briatico, Historica n. 1, 1968, p.14.
14. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684, 1688, 1700; S. Giovanni di Pallagorio fu tassato per 44 fuochi nel 1669 e per 75 nel 1732.
15. Rel. Lim. Umbriaticen., 1735.
16. Una superstizione aveva particolarmente attratto l’attenzione del vescovo Agostino de Angelis: Se si ammala qualcuno e se la malattia progredisce, a tal punto che dai medici si dispera della sua vita, le femminucce, per prorogare la vita all’infermo, tolgono dalle pareti della camera, nella quale l’infermo è coricato, tutte le immagini di Cristo, della Santissima Croce, della Beatissima Vergine e degli altri santi e le portano via. Quindi apparecchiano la tavola, la riempiono di portate di cibi, affinché di notte ad essa convengano gli spiriti fatali, per mangiare le pietanze preparate. Se apparirà qualche segno anche lieve, che è stata fatto un assaggio, si persuadono che l’infermo riacquisterà la salute, altrimenti sta per morire, Rel. Lim. Umbriaticen., 1675.
17. Rel. Lim. Umbriaticen., 1724, 1735.
18. Nell’ottobre 1753 Domenico Cosimo di Pallagorio si impegna a vendere all’aristocratico crotonese Raffaele Suriano 2650 tomoli di grano, parte sono nei magazzini di Caraconisa e parte ad Umbriatico, ANC. 1266, 1754, 8- 9.
19. Alfano G.M. Istorica descrizione cit., p.85.
20. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
21. Al sinodo convocato nel 1823 dal vescovo di Cariati Gelasio Serao (1819- 1838) partecipò D. Matteo Amoroso, arciprete di Pallagorio, Liguori F. e R., Cariati nella Storia, Cirò M., 1981, p. 225.
22. Popolazione di Pallagorio: nel 1849 (1093), nel 1852 (1139), nel 1861 (1014), nel 1871 (1054), nel 1881 (1139).
23. La chiesa di S. Filomena fu fondata a spese dei coniugi Bruno Vitetta ed Anna Mauro. La sua costruzione iniziò nel marzo 1837, Russano Cotrone A., Alto Crotonese, Gangemi 2001, p. 232.
24. Riola L., Per le sessioni cit., 1858, p. 17.
25. Visita del vescovo Luigi Maria Lembo, 1882,AVC.
26. Visita del vescovo Giuseppe Cavaliere, 1885, AVC.

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  1. Antonio Gentile

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