La fondazione dei due casali di Cuturella e Cerva in territorio di Belcastro

Cuturella, Cerva ed i luoghi vicini. Particolare della tavola n. 29 (1789) dell’Atlante Geografico di Rizzi Zannoni.

Dopo la fondazione del casale di Andali, avvenuta nella seconda metà del Cinquecento, seguì dapprima quello di Cuturella, nei primi decenni del Seicento, ed un secolo dopo quello di Cerva. Tutti e tre i casali furono fondati per opera dei feudatari di Belcastro. Il primo fu popolato con gente albanese, gli altri due con popolazione proveniente da terre e luoghi vicini. I casali appartenevano al feudatario, che ne era stato il fondatore ed aveva concesso a censo ai nuovi abitanti parte delle sue tenute per coltivare, pascolare e costruire le abitazioni.

Per quanto riguardava lo spirituale essi erano situati in diocesi di Belcastro e quindi sotto la giurisdizione di quel vescovo.[i] Tutti e tre i casali erano situati lungo la riva sinistra della vallata del Crocchio; sulla trazza della transumanza tra i pascoli della marina e quelli della Sila che incrociava la via che unisce Belcastro con Sersale. La loro origine anche se avvenuta in tempi diversi, fu determinata dalla necessità da parte del feudatario, di popolare il suo feudo con braccianti e pastori, per aprire parte delle sue estese difese alla semina ed al pascolo.

Processione con la statua di San Michele Arcangelo a Cuturella frazione di Cropani (CZ) da www.belcastroweb.

La formazione del nuovo casale di Santo Angelo detto Cuturella

Il casale di Sant’Angelo sorse in località “Coturella”, un luogo in territorio di Belcastro dove già esistevano delle masserie, come evidenzia una platea dei primi anni del Seicento della confraternita della SS.ma Annunziata di Belcastro. In essa si legge che nel 1607, al tempo del raccolto, i confrati pagarono un uomo per andare alla “Coturella” e Marcedusa per fare la cerca del grano.[ii] Allora era un villaggio rurale o casale composto da pochi pagliai, abitato da famiglie di braccianti poveri, sempre pronte a disfare le loro abitazioni ed ad abbandonare il luogo quando lo sfruttamento del feudatario diveniva non più sopportabile e soprattutto per sfuggire al fisco regio. Gli abitanti pertanto divenivano invisibili al tempo della numerazione dei fuochi e della tassazione, in quanto si allontanavano per altre città e terre vicine, facendo perdere le loro tracce e poi passato il pericolo a volte ritornavano.

I confrati dell’Annunziata di Belcastro annotano che l’annata del 1618/1619 fu scarsa ed il grano raccolto con la cerca per le aie fu solo di tomoli 23 e fu venduto a carlini 12 il tomolo. I conti dell’amministrazione della confraternita si chiusero con tanti debitori. Il vescovo di Belcastro Girolamo Ricciulli (1616-1626) nel 1619 scriveva che il casale che era stato abitato da circa 150 abitanti, a causa delle vessazioni degli ufficiali del feudatario e per sfuggire al fisco regio, nel mese di settembre di quell’anno era stato abbandonato. Evidentemente gli abitanti, nullatenenti, indebitati e oppressi dalla povertà, trovando troppo esosi i canoni di affitto delle terre del feudatario ed insopportabile il peso fiscale, prima della semina avevano deciso di disfare i loro pagliai e di abbandonare il casale per coltivare in altri luoghi vicini. “Incolae … Casalis Cuturellae”, “quia maxima parte paupertate praemebantur promptaque eis erat migratio, ob nonnullas vexationes officialium laicorum et ob gravia onera fiscalia ipsorum posse exsuperantia, ad alias civitates, terra set oppida proximo praeterito mense septembris migrarunt, ita ut ad praesens nullus in praedicto Casali habitat. Casale ipsum quindecim focularia et 150 circiter animas continebat, ex quibus 90 sacram communionem percipebant”.[iii]

Lo stesso vescovo nelle relazioni successive del primo giugno 1620 e del 7 aprile 1625 affermava che nella sua diocesi era rimasto un solo casale ed era abitato da Greci (Andali).[iv]

In seguito tra il 1625 ed il 1627 in diocesi di Belcastro compare il casale di Sant’Angelo, come evidenziano le relazioni dei vescovi. Il consolidarsi del nuovo casale è strettamente legato a condizioni economiche migliori offerte dal nuovo feudatario di Belcastro e forse anche ad un evento disastroso, che interessò i paesi vicini. Nei primi giorni di aprile del 1626 un gravissimo terremoto scosse il territorio catanzarese così come si legge in una relazione del nunzio di Napoli: “S’ha avviso da Catanzaro d’un grandissimo danno fatto dal terremoto nelli castelli convicini, alcuni de’ quali siano in gran parte stati inghiottiti dalle voragini della terra con sterminio degl’habitatori”.[v]

Due anni dopo il nuovo vescovo Antonio Ricciullo ci informa che ad Andali si è aggiunto il nuovo casale di Sant’Angelo, abitato da circa 50 famiglie di rito latino.[vi] Da quanto detto l’origine del casale è da situarsi tra il 1625 ed il 1627 per opera del barone Orazio Sersale (1624-1653), fondatore anche della vicina Sersale. Il casale all’inizio prese il nome di Sant’Angelo in onore della chiesa preesistente intitolata a Santo Michele arcangelo, attorno alla quale furono edificate le abitazioni. Negli anni seguenti fu a volte chiamato casale di Cuturella o Sant’Angelo di Cuturella, poi assunse definitivamente il nome della difesa feudale.

La popolazione, che andò ad abitarvi, proveniva dai luoghi vicini, specie dalla terra di Cropani, che pochi anni prima nel 1615 il barone Antonino Sersale aveva venduto ad Ettore Ravaschieri. É evidente quindi la relazione che lega il passaggio della terra di Cropani al nuovo feudatario e la nascita del nuovo casale nelle terre del feudatario di Belcastro.

Sigillo dell’università di Cuturella.

Un atto notarile del notaio di Belcastro Francesco Mazzaccaro rogato pochi anni dopo la formazione del casale, oltre a fornirci i nomi dei primi abitanti, ci informa della lite che oppose da subito la nuova università con quella di Cropani per la questione del pagamento dei fiscali. L’università di Cropani esigeva il pagamento delle tasse da coloro che se ne erano andati nel nuovo casale, in quanto il fisco regio le esigeva dalla terra di Cropani.

Il 15 giugno 1631, “il sindaco Francesco Conido del casale di Santo Angelo, pertinenza della città di Belcastro, in presenza del notaio Francesco Mazzaccaro e a nome e parte dell’università di Santo Angelo e dei suoi cittadini, asserisce di avere liti in Regia Udienza di questa provincia con l’università della terra di Cropani per il pagamento delle funzioni fiscali, che l’università di Cropani pretende come da atti.

Poiché dall’università della terra di Cropani nei giorni passati furono citati sia i cittadini che l’università del casale, i cittadini si congregarono in pubblico regimento. Essi ora presentano al notaio il seguente documento.

Il giorno 13 giugno nella terra di Santo Angelo in presenza di me D. Giacomo Gerobasio Cappellano presenti i seguenti abitanti dell’università di detta terra che si facessi parlamento e farsi procura al notaio Francesco Mandile che si possa costituire nella Regia Udienza di Calabria Ultra che possa allegare li ragioni pertinenti et spettanti per qualsivoglia lite contraria di essi sottoscritti e per l’infrascritti cittadini si dona potestà al sindaco di detta terra che possa constituire procuratore del modo infrascritto dandoli con questa potestà al sindaco che facci procura et ognialtra cosa necessaria: Cap.no Thomasi di Pace, Francesco Mandile, Francesco Gagriele, Gio. Battista Leto eletto, Pietro Russo mastro giurato, Scipio Petrozza, Mutio Pallucci, Fabritio Pallucci, Gioanni Pagano, Francesco Imperaci, Francesco Altomare, Pietro Gambino, Mariano Caruso, Francesco Pagano, Minico Pagano, Bartolo Crifea, Thomasi Puglise, Cola Gabriele, Gio. Battista Lia, Giuseppe Garraffa, Gioanni Lia, Fabio Lia, Gio. Dom.co Lia, Fran.co Russo, Fran.co Cassano, Alfonso Bonfiglio, Gioanni Russo, Sancto Russo, Horatio Castantino, Francesco Caruso, Minico Chirico. Tutti costituiscono procuratore dell’università Francesco Mandile. Ego D. Jacobus Girobasius Capp.s scripsi et subscripsi manu prop.a”.[vii]

Dopo il terremoto del 1638 il casale fu popolato da gente proveniente da Serrastretta, Girifalco, Carpanzano, ecc. Le condizioni degli abitanti non mutarono nel tempo. Alla metà del Seicento il casale è abitato da circa 250 abitanti e tassato per 49 fuochi. Il vescovo Francesco de Napoli nella sua relazione del primo dicembre 1645, descrive gli abitanti talmente poveri da non poter sopportare alcuna controversia riguardante questioni economiche. Non avendo alcuna proprietà da difendere, se non il loro lavoro di braccianti, essi pertanto erano pronti, come nel passato, ad abbandonare il casale per altri luoghi.

“Est et insuper Terrula seu Villa, videlicet communiter nuncupata Coturella, seu Santo Angelo ducentorum quinquag.ta animarum incirca, cuius Jncolae maxima paupertate praestuntur ita ut nulla in viribus patrimonialibus controversia suboriri possit. Protaque est uniquique eorum migratio. Habet Ecclesia fructuum paucorum tumulorum frumenti, vix ad victus Cappellani substentatione sufficientium; Quorum omnium ratio adhuc in Parochialem perpetuam erigi nullo pacto patitur. Eam tamen in perpetuam parochiam erigam quamprimum ratio upportunitatis expostulaverit. Consistit in parietibus praeter eius dimidiam partem quae aperta est ad opportuniorem conservationem Sanct.mi Eucharestiae sacram.ti quod asservatur in quadam parvula Custodia pro loci ratione; Adestque ibidem fontis baptismalis. titulus eiusdem Ecclesiae est Sancti Michaelis Archangeli. Fuit erectum in ea Jus quodam patronatus sub invocatione Sanctae Mariae cum erectione Cappellae doteque sufficienti ac onus unius missae in qualibet hebdomada et ornamentum superlectilium altaris de meo consensu, est illud de familia Cambiatorum.”[viii]

Cuturella, Cerva ed i luoghi vicini in una carta del Rizzi Zannoni (1788).

Il casale di Santa Croce detto La Cerva

Il casale “della Cerva seu Santa Croce” fu il terzo casale fondato in età moderna in territorio di Belcastro. Esso è situato all’incrocio della via, che dalla marina per i casali di Cuturella ed Andali si dirige lungo la vallata del fiume Crocchio verso la Sila, e quella che dalla città di Belcastro va a Sersale. Il nuovo casale fu fondato in una tenuta feudale del barone Alfonso Poerio “à Civitate Tabernarum”, il quale nel 1715 aveva comprato il feudo dal duca di Belcastro Carlo Caracciolo.

Secondo le relazioni dei vescovi di Belcastro ebbe origine negli ultimi anni del vescovato di Giovanni Emblaviti tra la fine del 1718 ed il 1719, anni segnati da una gravissima carestia. Da quanto scrive nella sua ultima relazione il vescovo di Belcastro Emblaviti in data Belcastro “Calendis Agusti” 1718, sotto la sua giurisdizione vi erano ancora solo tre luoghi: la città di Belcastro ed i due casali di Sant’Angelo di Cuturella e di Andali.

Il vescovo Michele Gentile (1722-1729),[ix] successore dell’Emblaviti, morto il 2 aprile 1722,[x] nella relazione del 1726 nomina per la prima volta il casale detto Santa Croce, che era il terzo per età di fondazione della sua diocesi, contava 243 abitanti, vi era un semplice cappellano ed una piccola chiesa “quasi cappella”.[xi] Anche in questo caso il vescovo diede il nome Santa Croce dal titolo della chiesa al nuovo casale.

L’anno dopo il vescovo ci fornisce ulteriori informazione sulla formazione del casale. Questo fu popolato di braccianti e pastori, cioè di “hominum rusticorum” profughi da vari luoghi montani (Magisano, Taverna, Marzi, ecc.) ai quali il barone Alfonso Poerio concesse una sua tenuta feudale detta volgarmente “la Cerva”, dalla quale il casale prese poi il nome. Il vescovo Emblaviti nei suoi ultimi anni di vita assegnò un sacerdote, il quale doveva celebrare la messa nella domenica e nei giorni festivi ed il feudatario promise al vescovo di mantenerlo.[xii]

Dieci anni dopo il casale, governato da quattro deputati per essere parte della università di Belcastro, non era ancora consolidato, in quanto la popolazione non era stabile e spesso migrava. Gli abitanti abitavano in pagliai, tuguri e piccole case e l’unica chiesa di Santa Croce era rurale e non ancora parrocchiale; essa non aveva una dotazione adeguata. Vi era solamente un cappellano non stabile per amministrare i sacramenti, per il cui sostentamento il vescovo di Belcastro aveva assegnato le rendite di alcune messe, in quanto il barone, che all’atto della erezione aveva promesso uno stipendio, non l’aveva poi mantenuto. Per venire incontro alle necessità della chiesa il vescovo Giovan Battista Capuano aggiunse le decime personali degli abitanti, che essi dovevano alla sua mensa.[xiii]

La situazione di precarietà alla metà del Settecento non era mutata. Secondo il vescovo Tommaso Fabiani, il casale era stato fondato da pochi rustici provenienti da luoghi vicini. Gli abitanti abitavano in poche piccole case e in pagliai e la chiesa non era ancora stata eretta in parrocchia in quanto non aveva una rendita decente né per mantenere il parroco né per la chiesa.[xiv]

Il catasto onciario di Belcastro del 1743 documenta la povertà degli abitanti. Dal censimento di 170 abitanti risulta che la maggior parte della popolazione è di età inferiore ai 40 anni (80%). I minori di venti anni, cioè i nati dopo la fondazione del casale, rappresentano oltre la metà di tutta la popolazione (55%). Vi sono 22 gruppi familiari e ogni gruppo è composto da una o più famiglie e ha in media 8 persone. Predomina la presenza dei D’Elia con sei capifamiglia su 22 famiglie; i D’Elia sono poi imparentati con i Moraca; altra famiglia importante con 4 capifamiglia. I D’Elia ed i Moraca rappresentano quasi la metà delle famiglie del casale. Altre famiglie che hanno una certa rilevanza sono i Gentile ed i Giuliano con tre capifamiglia. Su 22 capifamiglia censiti la metà dichiara di essere “bracciale”, 7 massaro e 4 custode d’armenti. La maggior parte di coloro che possiedono terreni pagano sopra le terre o sopra tutte le loro “robbe” un annuo censo alla corte baronale di Belcastro, che di solito è di carlini 34 e grana 4 (3 – 44). La popolazione attiva si dedica principalmente al lavoro nei campi ed è composta quasi totalmente da bracciali (80%) e da pochi massari (13%). E’ presente ed è particolarmente importante la pastorizia; questa attività è condotta oltre che dai custodi di pecore e capre, anche dai figli dei bracciali. Su 22 gruppi familiari ben 14 (64%) praticano la pastorizia. Quattro capifamiglia sono custodi di armenti (Domenico Marchio, Diego Giuliano, Filippo Moraca e Gerolamo d’Elia) e hanno in affitto o hanno a mezzo frutto, le pecore e le capre di possidenti. Gli altri capifamiglia fanno custodire le pecore e le capre dai figli. Complessivamente vi sono 1231 ovini in custodia (dei quali 1000 appartengono a Giuseppe Poerio di Catanzaro) e 506 in proprietà. Ogni famiglia che possiede pecore e capre ne ha in media 50. Undici famiglie possiedono i 30 buoi aratori, la maggior parte ne possiede un paio, solo 3 ne hanno 5. Le famiglie D’Elia e Gentile risultano tra le più povere; i loro componenti sono per lo più bracciali e pastori.

Tranne pochissime case composte da alto e basso, quasi tutto il casale della Cerva è composto da case terranee e da pagliai. A volte le case sono composte da due membri o camere e sono gravate da un annuo censo di carlini tre (grana 30) dovuti alla cappella o chiesa del casale. Spesso contiguo alla casa c’è un orticello “per uso di casa”. In ogni casa abitano quasi sempre più nuclei della stessa famiglia. Esisteva ancora tra gli abitanti una controversia tra coloro che ritenevano che il casale si chiamasse Santa Croce dalla intitolazione della chiesa e coloro che invece facevano riferimento al nome della difesa sul quale era situato il casale. Nelle dichiarazioni delle rivele 13 capifuoco dichiaravano di abitare nel casale di Santa Croce, 6 in quello della Cerva, 1 nel casale di S. Croce nella Cerva e 2 nel casale della Cerva seu Santa Croce.

Paesaggio della Valle del Crocchio.

I custodi d’armenti

Quattro capofamiglia dichiarano di essere custodi di armenti. Essi prendono in affitto o a mezzo frutto pecore e capre di possidenti di Belcastro e di Catanzaro che le fanno gestire da pastori al loro servizio.

Un posto preminente ha Girolamo d’Elia di anni 55. Egli ha in affitto 1000 pecore del nobile Giuseppe Poerio di Catanzaro. Ai custodi degli animali egli dà “soldi e spese di cibarie” e per dette pecore procura il pascolo tanto nelle marine quanto nelle montagne. Sposato con Anna Moraca, abita in casa propria consistente in due membri assieme ai suoi cinque figli, uno dei quali sposato con figlio. Possiede una continenza di terre nobili di venti tomolate alberate con pochi piantoni di castagne, dentro la quale ha una vigna con alcuni alberi da frutto. Oltre alle terre, che sono gravate da un annuo censo dovuto alla camera baronale, ha cinque bovi aratori, due vacche stirpe, una giovenca, una mula “per comodo di casa”, una giomenta figliata campestre, una giomenta di D. Salvadore Talarico di Sersale in guadagno, tre troie e dieci porcelli.

Segue per importanza economica Diego Giuliano di anni 38. Egli custodisce “a mezzo frutto” numerose pecore e capre tra piccole e grandi: 114 appartengono al dottore fisico Francesco Galati, 44 al D. Bruno Nicoletta e 47 al sacerdote Leonardo Militi. Sposato con Caterina Gautieri, abita in una casa matta propria con orto, gravato di un annuo censo dovuto alla chiesa del casale. Fanno parte della famiglia due figli, un fratello sposato, la sorella e la madre. Possiede solo una somara. Filippo Moraca di anni 50, sposato con Anna D’Elia, possiede 20 pecore ed a mezzo frutto 80 pecore e capre di Antonio Lapoleo ed altre 69 tra capre e pecore del nobile di Belcastro Gio. Battista Gentile. Abita in casa propria matta ed ha una vigna e 7 figli. Domenico Marchio di anni 65 ha in affitto 50 capre che appartengono al m.co D. Domenico Anania e altre 80 tra pecore e capre piccole e grosse del nobile vivente Michele de Diano di Belcastro. Sposato con Cecilia Iuliano abita in una casa matta con i suoi 11 figli e possiede una continenza di terre di tomolate 12, un paio di buoi ed una troia.

Capre al pascolo (foto di Francesco Cosco).

I massari

Il ceto dei massari è formato da sette capofamiglia: Domenico Augello, Francesco d’Elia, Giovanbattista Muraca, Giacomo Scalzo, Giacinto d’Elia, Salvatore Muraca, Salvatore Cua. Primeggiano per possesso di terre e di animali i D’Elia ed il Muraca. I massari possiedono continenze di terre nella difesa, quasi sempre dell’estensione di dieci tomolate, delle vigne e degli orticelli, sui quali pagano un censo annuo alla camera baronale. Le terre, parte incolte e parte aratorie, sono alberate con piante di gelsi mori, castagni e fichi. Per svolgere la loro attività inoltre, possiedono quasi tutto il bestiame presente nel casale (20 buoi, 10 vacche, 15 giovenchi, 5 somari, 270 tra capre e pecore, 8 troie).

 

Bracciali e pastori

Il ceto dei bracciali è composto da undici capofamiglia: Angelo D’Elia, Domenico Fabbiano, Francesco Antonio Borrelli, Giacomo Scalzi, Giacomo D’Elia, Giuseppe Gentile, Giuseppe d’Elia, Giuseppe La Macchia, Marc’Antonio Moraca, Nicola Gentile, Santo Gentile e Vitaliano Sacco. Accomunate dalla stessa situazione sociale segnata dalla povertà, le famiglie dove spesso convivono bracciali, pastori e garzoni, possiedono quasi sempre dei piccoli appezzamenti di terra con vigna all’interno della difesa. Essi hanno delle pecore e delle capre che fanno pascolare dai figli, alcuni bovini, dei suini, un somaro ecc. A volte essi prendono in affitto dai massari e dai proprietari laici ed ecclesiastici a metà frutto le vacche per un anno dal primo di settembre all’ultimo di agosto ed i buoi con pagamento in grano. Tra questi c’è Salvatore Grastello “alias Sargente” del casale di Marzi ma abitante nel casale di Cerva, il quale ha in affitto per ducati trenta a Mulerà la mandria appartenente alla chiesa della Sanità di Belcastro composta da “bacche figliate numero diece, stirpe n. nove, giovenche stirpe n. sei, vitellacci n. tre, vitellazze n. due con un toro”(f. 471). Molti figli lavorano come “garzoni” alle dipendenze dei nobili di Belcastro.

Cascata del Campanaro presso Zagarise (CZ).

Il territorio

Il territorio della difesa della Cerva situato “nella montagna” è formato per la maggior parte da “terre scoscese, alpestri ed inseminabili” e “macchiose”, solcate da valloni e dal fiume Crocchia. La difesa confina con “la difisella” della mensa vescovile di Belcastro, con il territorio detto Vayna e con il castagneto detto Filara. Coperto per la maggior parte dal castagneto e dal bosco, sono presenti anche piccoli terreni con vigneto e alberi di gelso moro. Vi sono anche “nelle circonferenze di detto casale alcuni terreni ignobili, con un fornello di tegole, cioè nello quale si cuoceno le tegole, attenenti alla commenda di S. Giovanni Jerosolimitano”[xv] ed un mulino.

 

§§§§§

 

Capifuoco di Cerva nel Catasto Onciario di Belcastro del 1743.

Angelo d’Elia di anni 60 (bracciale) sposato con Laura Gabriele di anni 40.

Domenico Aucello di a. 40 (massaro) e Diana Taverna di a. 35.

Domenico Marchio di a. 65 (custode di armenti) e Cecilia Iuliano di a. 41.

Diego Giuliano di a. 38 (custode di armenti) e Caterina Gantieri di a. 20.

Domenico Fabbiano di a. 37 (bracciale) e Giovanna Parrotta di a. 27.

Filippo Moraca di a. 50 (custode di armenti) e Anna d’Elia di a. 40.

Francesco Antonio Borrelli di a. 40 (bracciale) e Caterina Giuliano di a. 40.

Francesco d’Elia di a. 27 (massaro) e Caterina Moniaci di a. 20.

Gio. Battista Moraca di a. 63 (massaro) vedovo

Giacomo Scalzi di a. 35 (bracciale) e Girolama Parrotta di a. 25.

Giacomo d’Elia di a. 30 (bracciale) e Caterina Sacco di a. 28.

Giuseppe Gentile di a. 70 (bracciale) e Maria Gentile di a. 68.

Giuseppe d’Elia di a. 45 (bracciale) e Giulia Fabbiano di a. 35.

Giacinto d’Elia di a. 50 (massaro) e Anna Leone di a. 40.

Girolamo d’Elia di a. 55 (custode di armenti) e Anna Moraca di a. 50.

Giuseppe la Macchia di a. 32 (bracciale) e Maria Elia di a. 30.

Marc’Antonio Moraca di a. 50 (bracciale) e Elisabetta Gantieri di a. 40.

Nicola Gentile di a. 30 (bracciale) e Serafina Colosima di a. 25.

Santo Gentile di a. 25 (bracciale) e Caterina Parrotta di a. 16.

Salvadore Moraca di a. 70 (massaro) e Cecilia Talarico di a. 67.

Salvatore Cua di a. 40 (massaro) e Anastasia Moraca di a. 30.

Vitaliano Sacco di a. 60 (bracciale) e Giovanna Talarico di a. 40.

 

Note

[i] Il vescovo di Belcastro aveva il jus di esigere nella terra di Andali per decima una gallina per casa, nel casale di Cuturella da ogni defunto dodici carlini e nel casale di Santa Croce un tomolo di grano “per ciascheduno paricchio prediale per decima ogn’anno”, ASN, RCS Catasto onciario Belcastro B. 6328, ff. 441v-442r.

[ii] “Per andare alla Coturella et marcidusa per fare la cerca del grano con uno homo per spese de magnare 0 – 1 – 0”. Esito fatto per lo sudetto Gio. Batt.a pisano proc.re nel p.tto anno (1607 e 1608), f. 108.

[iii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1619.

[iv] “Diocesis tota sola Civitate, et altero vili pago 40 foculorium vel circa”, (Hieronymus, 1 giugno 1620); “Diocesis sola Civitate eaq. fere diruta, et aeris inclementia laborante ( uniq….) quodam pago grecorum concluditur, qui greci latino ritu vivunt, ac a Presbitero Latino reguntur” (Hieronymus, 7 aprile 1625).

[v] ASV, Nunz. Nap. 25, f. 118.

[vi] “Diocesis in sola Civitate et vili quodam Graecorum pago ante tertium annum concludebatur; nunc vero alter similis adiectus est pagus, sub vocabulo S.ti Angeli quinquaginta focularia non accedens … In pago vero S.ti Angeli per parrochum similiter perpetuum Latino ritu servientem” (Antonius 3/12/1627).

[vii] ASCz, Not. Francesco Mazzaccaro C. 161, a. 1631, ff. 4v- 6r.

[viii] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1645.

[ix] ASV, Rel. Lim. Bellicastren. 1718.

[x] Russo F., Regesto, 54533.

[xi] “Tertium tandem Sanctae Crucis dictum, Animarum tantum 243, cum simplici cappellano sacerdote confessario, alterius dioecesis, sive parocho, sine parochia, et cum sola parva eccl.a, quasi cappella, et cura animarum per dictum cappellanum exercetur”. ASV, Rel.- Lim. Bellicastren., MichelAngelo Gentile 1726.

[xii] “A’ septem circiter annis aedificari coepit quidam alter Pagus intus Territorium Bellicastri, parumque ab Andali distans, ex nova recollectione Hominum rusticorum è variis regionibus profugorum quibus Baro Bellicastri quamdam feudalem Tenutam concessit, dictam vulgariter La Cerva a qua praedictus Pagus nomen accepit, et meus Praedecessor eis de Sacerdote providit, qui missas celebraret diebus Dominicis, et festivis, prout de praesenti celebrat cum facultate etiam sibi à me tributa administrandi eisdem Sacramenta quamvis pro fonte Baptismali incolae praedicti, qui modo ad numerum 240 circiter ascendunt, subiiciantur Parocho Andalis, donec Ecclesia inibi sita in Parochialem, prout speratur, servatis servandis erigatur tamque Civitas, quam praefati tres Pagi subsunt in temporalibus D. Alphonso Poerio sub titulo Baronis, Civitatis Tabernae, Dioecesis Cathacensis. “ ASV, Rel. Lim. Bellicastren. Michelangelo Gentile 1727.

[xiii] “Tertius vero tribus stadiis dissitus a praefata Civitate, sexdecim ab hinc annis constructus, ex domunculis, et thuguriis, adhuc tam imperfectus, et ex ducentis et quadraginta animabus est compositum”… Pagus S. Crucis, sive Cervae de novo constructum in territorio Belicastris, et compositus ex quadam coacervatione hominum rusticorum ex variis regionibus montanis collectorum, sed adhuc imperfectum et in statu migrandi, in aliquibus thuguriis, et domunculis consistens, eccl.am habet ruralem, non dum in parochialem erectam, cum non fueris adhuc constituta competens dos, nec pro eccl.a, nec pro paroco, et in ea deputatur item cappellanum adnutum amovibilis pro sacramentis administrandis, pro cuius substentatione aliquas missas assignarunt, cum baro bellicastrensis recusasset praestaree stipendium, tempore erectionis promissum, et usque ad annum proxime elapsum solutum, nec non per modum provisionis, et ad beneplacitum meum ego assignavi decimas personales illorum incolarum, mensae ep.ali debitas, et eccl.a haec ruralis pauperem habet suppellectilem”. ASV, Rel.- Lim. Bellicastren., Giovan Battista Capuano 1735.

[xiv] “Tertius, cuius fundationis Aera ab anno 16. Currentis salutis reparatae saeculi ortum duxit, vulgari modo nuncupatur La Cerva, cuius cives, qui 340 sunt, paucis domunculis, atque tuguriis ex cespitibus congestis semper inhabitarunt…. In Pago S. Crucis vulgo La Cerva, novissimè à paucis rusticis è locis propinguis in hac Bellicastrensi Dioecesi, condito, adest Ecclesia ruralis, non adhuc in Parochiam erecta, quum dotem decentem, tam pro Ecclesia, quam pro Parocho, non sit qui sufficiat: idoneum tamen cappellanum ad nutum amovibilem, ut mei praedecessores consuevere, pro sacramentorum administratione, eligo. Habet cappellanus hic ad sui sustentationem nonnullas missarum eleemosynas, huic ecclesiae addictarum, et decimas personales illorum incolarum quas ad modum pensionis, antecessores mei illi assignarunt, quum revera huic episcopali mensae pertinere, certum fuerit; Baro enim Bellicastri, ut in huiusce ecclesiae fundatione conventum fuit, cappellano stipendium praestare non vult”. ASV, Rel.- Lim. Bellicastren., Tommaso Fabiani, 1758.

[xv] ASCz, Cassa Sacra, Belcastro, Zagarise ecc., f. 39.

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