La parrocchia di Santo Giovanni Battista di Santa Severina nel Cinquecento

S. severina battistero

Santa Severina (KR). Interno del Battistero.

La chiesa era situata sulla parte più antica, più elevata e salubre della città. Essa era vicina ai luoghi importanti e rappresentativi della città, cioè alla cattedrale, al palazzo arcivescovile, alle case della Corte ed al Campo. Nella seconda metà del Cinquecento nel suo ambito parrocchiale ci sono le case palaziate della classe dominante, composta dai nobili e dagli ecclesiastici, ed i nuovi istituti del potere religioso posttridentino.

La chiesa parrocchiale alla metà del Cinquecento
Al tempo della visita del vicario Giovanni Tommaso Cerasia la chiesa parrocchiale è già congiunta e dipende per la cura dalla mensa arcivescovile. Il 15 maggio 1559, iniziando la visita alla metropolitana, il vicario, dopo aver visitato la cappella di Santa Anastasia e la cappella Magna, entrò dall’interno della cattedrale nella chiesa di Santo Giovanni Battista, “quae est prope et coniunctim cum metropolitana ecc.a”. Trovò il fonte battesimale ben chiuso con un coperchio di legno. Apertolo, vide che era fabbricato con pietre di diversi colori e ben conservato. Dentro vi era una grande quantità di acqua. Come i sacri canoni ordinavano, egli impose che entro sei mesi fosse fatto un altro fonte di sasso. Alcuni giorni dopo, il 18 maggio 1559, il vicario iniziò la visita ai luoghi religiosi sotto la sua giurisdizione esterni alla cattedrale ed entrò nella chiesa parrocchiale, che era presso e congiunta alla cattedrale. La chiesa era “mensale” ed era servita dall’arciprete della cattedrale donno Petro Gallo ed aveva come rettore il Reverendo D. Nicola Carrafa. (Il Carrafa era anche cappellano della cappella di Santo Andrea di jus patronato dei conti di Santa Severina situata nella cattedrale). Vi era l’altare maggiore consacrato e sopra una cona decente con l’immagine della Vergine Maria e dei Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. La chiesa possedeva un panno nero per coprimento/ un calice d’argento con patena/ un altro calice di peltro con la sua patena/ corporali/ due vestimenti con le loro casule, una nera e una rossa/ due candelabri di ottone/ un tintinnabolo grande/ quattro cuscini/ trentuno tra tovaglie e mandili/ sei coprimenti/ una lampada davanti all’altare/ dieci amitti/ una vecchia croce di ottone/ alcune casule per corporali di cipresso/ una arca/ due orcioli di creta.
Le rendite provenivano da due gabelle, una in località Corazzo e l’altra a Lo Piro Citrino. Aveva anche altre terre, una casa nella stessa parrocchia, due vigne nella Valle delo Giardino ed esigeva censi annui per ducati quattro e le decime dei parrocchiani.
Descrivendo l’edificio il vicario affermò che la chiesa era “ad lamiam” con alcune colonne di marmo e vi era la fonte battesimale che aveva già visitato. Vi erano anche un certo vaso grande di marmo “concavalum” presso la fonte ed alcune sepolture. Al campanile pendevano due campane e c’era un crocifisso di legno.
Il vicario ordinò, sotto pena di scomunica, di indorare entro due mesi il calice e di comperare un messale.
Proseguendo la visita alla chiesa, egli giunse all’altare dedicato alla Santa Croce. Lo trovò fabbricato e coperto da un telame vetusto. L’altare era di iuspatronato della famiglia Protopapa ed aveva alcuni vestimenti tra i quali tre tovaglie, un vestimento completo, un campanello grande ed un calice di peltro. Era rettore il R.do Nicola Carrafa e nel passato possedeva due case, che prima erano di Antonello Protopapa. Esse erano situate in parrocchia di Santa Maria La Grande e confinavano con le case di Salvatore Yaseo e la via pubblica. Il vicario ordinò di riprendere le case e di meglio conservare i beni. Quindi ai Protospatari, titolari dell’altare, ordinò di presentare entro sei giorni il titolo di concessione altrimenti l’altare diveniva mensale.
Si diresse quindi all’altare dedicato a Santa Maria della Concezione. Qui trovò un altare non consacrato con l’immagine della Beatissima Vergine del quale era rettore il già detto Nicola Carrafa e vi serviva l’arciprete donno Petro Gallo.
L’altare era dotato di una casa alla Grecia nella cappella di Santo Stefano. Il vicario affermò che l’altare era mensale ma se qualcuno vi aveva qualche diritto, doveva dimostrarlo entro otto giorni. In quanto alla casa, essa era stata lasciata con la condizione di celebrare una messa alla settimana. Perciò ammonì l’arciprete a notificare al suo principale, sotto pena di scomunica, di far celebrare la messa. A riguardo degli indumenti dell’altare, essi erano in comune con quelli della parrocchiale.
Seguì la visita all’altare dedicato a Santa Maria de Nive. Trovò un altare non consacrato/ un altare portatile/ tre tovaglie/ un indumento completo/ un coprimento di cotone/ un messale. Il rettore Jo. Antonio Tilesi disse che l’altare possedeva quattro tomolate di terra a Ferrato e venti tomolate a Santo Mauro. Intervenne Don Battista Tramonte, il quale affermò che Delfino Tilesi prima di morire lo aveva incaricato di dire una messa alla settimana in detto altare.
Il vicario ordinò di rifare entro un mese, pena la scomunica, le sepolture e la porta. Rivolgendosi poi ad Jo. Antonio Tilesi disse che se aveva da far valere qualche diritto contro qualcuno, lo doveva dimostrare entro il termine. Il Tilesi allora mostrò una certa concessione dell’altare, che però non fu ammessa in quanto apparve fatta in forma non legittima. Il vicario gli ribadì di dimostrare il titolo e la concessione dell’altare entro il termine prefissato, altrimenti esso diveniva della camera arcivescovile.

I cappellani nel Cinquecento
All’inizio del Cinquecento la chiesa parrocchiale di Santo Giovanni Battista è già congiunta alla cattedrale. La nomina del parroco è dapprima di pertinenza papale, poi già al tempo di Giulio Sertorio dell’arcivescovo della città.
Il 20 luglio 1539 Dionisio, figlio del fu Bartolomeo de Molariis de Cento, rettore della cappella nella chiesa parrocchiale S. Giovanni Battista, situata e fondata nella chiesa “seu iuxta ecclesiam metropolitanam S. Severinae”, rassegna la cappella nelle mani del papa Paolo III per mezzo del suo procuratore, il clerico romano don Antonio Massa de galesio, in favore di don Leonardo Saccho, prete di Santa Severina, riservandosi una pensione di annui ducati 10 sulle rendite della chiesa parrocchiale di S. Nicola de plateis della terra di Mesuraca, che lo stesso Sacho ha ottenuto. (Russo, 18097).
Un altro breve papale in data 24 novembre 1539 conferma la consessione. Infatti Leonardo Sacco, prete di S. Severina, provvede la cappella nella chiesa di “S. Io. Baptistae sita et fundata in ecclesia iuxta metropolitanam ecclesiam S. Severinae”, vacante per libera cessione di Dionisio de Molariis de Cento, il quale si riserva un’annua pensione di 10 ducati sulle rendite della chiesa parrocchiale di S. Nicola de Platea, della quale è rettore Leonardo Sacco. (Russo, 18141).
Il 27 marzo 1557 il papa Paolo IV concede a Hectore Brancati la chiesa parrocchiale di Santo Giovanni Battista, vacante per remissione di Salvatore Fracsius (Russo , 20491). Il 5 ottobre seguente è convalidato il passaggio ( Russo, 20534). In seguito la chiesa parrocchiale diviene “mensale”, cioè il parroco è nominato dall’arcivescovo di Santa Severina.
Il 13 agosto 1572, per atto del notaio Marcello Santoro, il reverendo Donno Stefano Truscio, parroco e cappellano della cappella di Santo Giovanni Battista, poichè non ha potuto e non ha la possibilità “ob eius senectutem et invaliditatem suae personae” di avere cura diligente delle anime e servire la cappella, decide di rendere e cedere la cappella nelle mani ed in potere dell’ arcivescovo di Santa Severina, il cardinale Giulio Antonio Santoro, e propriamente al suo procuratore e vicario generale, il R.do Gio. Antonio Grignetta, affinché venga nominato un migliore cappellano, che serva la detta cappella. Sono presenti l’arciprete Petro Gallo, l’arcidiacono Francesco Modio, il cantore Vincenzo Padula, D. Jo. Bernardino Infosino ed altri (III, 118v – 119r).
Non passa molto tempo che la cappella è assegnata a Gio. Battista Tramonte. E’ dello stesso anno la “Professio fidei presbiteri Bapt.ae Tramontis parrocchialis Ecclesiae S.ti Joannis Bap.tae Civitatis Sanctae Severinae in anno 1572” (2A). Un Breve di Clemente VIII, che in data 8 agosto 1601 dava licenza all’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisani di conferire alcuni canonicati della sua chiesa, ci informa che il canonico Gio. Battista Tramonte per divenire nel 1572 parroco della chiesa di Santo Giovanni Battista aveva dovuto lasciare il canonicato di S. Nicola di Armirò. (Russo, 25721). Ancora nel 1586 “dietro la chiesa cathedrale vi è una parrochia nominata San Gio. batt.a, dela quale ne è curato D. Gio. batt.a gramonte” (Visitatio ap.lica Sanctae Severinae, 1586). Il 24 ottobre 1588 il cappellano Battista Tramonte è presente nei capitoli matrimoniali tra Marcello Barracco e Hieronima Modio ( XI, 48). Il Reverendo Gio. Battista Tramonte fa ancora parte del Capitolo nel 1592.

Parrocchiani
Come si può notare dai censi pagati alla mensa arcivescovile nel 1548, il luogo era abitato da nobili, da benestanti e da ecclesiastici. Tra questi figurano i Sacho (M.r Janmacteo Sacho, Lareda de m.r Joanfilippo Sacho, M.r Joanfrancisco Sacho), gli Infosino (Lo vene.le clerico Antonino Infosino, M.r Joanmartino Infosino, Lareda de Joanbactista Infosino, M.r Gandolfo Infosino), i Falanga (Lareda de Bartulo Falanga, Lareda de Jaimo Falanga, M.r Joancola Falanga, Bactista Falanga, Donna Gisocta Falanga), gli Iaquinta (lereda de notari dionise Jaquinta, Lareda de Joanello Jaquinta), gli Strati (Lereda de Fran.co Strati, Luca Strati), i Cerenzia (Donno Jacobo de Cerenzia, Rosa Cerenzia), i Milea ( Marino Milea) i Condopoli (Minico Condopoli), i Susanna (Lareda de m.r Vinzalao Susanna), i De Leo (Sina de Leo), i De Frangiolino (Joanna de Frangiolino), i De Luca (M.r Angilo de Luca), i De Modio (M.r Petruccio de lo Modio), i Cosentino (M.r Petro Consentino), i De Gaudio (Lareda de mastro Antonino de Gaudio), gli Scurò (Donno Anselmo Scuro) , i Bonaiuto (M.r Carlo Bonaiuto), i Francho (M.r Bellisario de Francho), i Vice Domino (M.r Rafaele Vice Domino) ed i Pagano (Filippo Pagano).
Vi erano numerose case palaziate spesso “cum gisterna”, cortile, stalla, casaleno e orto. Durante la seconda metà del Cinquecento alcune furono ampliate con nuove costruzioni o inglobando le case terranee ed i casalini vicini.
L’ambito parrocchiale era attraversato dalla strada pubblica detta di Santa Maria la Magna sulla quale si innestavano le vinelle ed era limitata da una parte dalle “ripas” che prendevano il nome dalle case palaziate e dagli edifici religiosi costruiti lungo il ciglio della timpa: la chiesa di Sancta Catarina, le Volte di Angelo de Luca, le case di Ioannes Petrus Bonaiutus, il seminario ecc.
Dall’altra parte vi era l’ambito parrocchiale di Santa Maria La Magna e dalla parte opposta “Il Campo”.

La cattedrale
Nella seconda metà del Cinquecento la cattedrale si allarga ed aumentano anche le proprietà delle dignità e dei canonici. I casalini lasciano il posto ai nuovi edifici che si ampliano racchiudendo le nuove proprietà.
Se durante i primi decenni del Cinquecento non si nota un particolare interessamento per lo stato della cattedrale, le cose mutarono dopo il Concilio di Trento. Ne sono primi segni le tre nuove cappelle, edificate nell’ala sinistra. La prima dedicata al SS.mo Sacramento fu edificata dalla confraternita omonima tra il 1558 ed il 1564 (Il primo giugno 1564 i confrati si riuniscono dentro la metropolitana “p.prie in cappella nova constructa per Sanctissimo Sacramento”, 1D). Le altre due al tempo del presulato di Giulio Antonio Santoro, detto “il Cardinale di Santa Severina” (1566 – 1573): una della famiglia Infosino, dedicata al SS.mo Salvatore, e fondata e dotata nel 1568 e l’altra di San Leone Confessore, dotata ed istituita dallo stesso arcivescovo, a ricordo del vescovato soppresso di S. Leone (1571). Egli fece custodire tutte le reliquie in un reliquario, che fu posto in una sacrestia o tesoro, che fece costruire a sue spese per mettere al sicuro le numerose cose preziose della chiesa. Per salvaguardare i beni ed i diritti ecclesiastici, istituì l’archivio, contiguo alla chiesa e al palazzo vescovile.
All’inizio dell’arcivescovato di Alfonso Pisani (1587 -1623) la cattedrale ha campanile con quattro campane “bellissime”, due grandi e due piccole, il coro, un grande organo, un alto crocifisso in mezzo alla chiesa, un pulpito per predicare e nella parte sinistra c’è la nuova fonte battesimale in marmo con una conca di rame. Essa è fornita di moltissimi arredi, suppellettili ed oggetti sacri : tra questi il braccio tutto d’argento di Santa Anastasia, due bacoli, due d’argento ed uno d’avorio, un tabernacolo con croce ed un incensiere con navetta d’argento, numerose croci e crocette d’argento, due calici d’argento, di cui uno indorato, cinque anelli, di cui uno d’oro con uno smeraldo, una collana di velluto nero guarnita di perle, un pettorale e poi mitre, sandali, corporali, dalmatiche, piviali, baldacchini, pianete, cuscini, candelieri, messali ecc. (La principale reliquia era il braccio di Santa Anastasia “con la carne, nerve, pelle, et piccoli peli”. Vi erano anche “quattro mitre pretiose, et una di tela d’oro, et dui di tela bianca sempia.. dui bacoli pastorali, uno d’avorio, et uno d’argento inorato.. sei croci, quattro d’argento et una d’avorio et uno di cristallo con crocifisso d’oro”, Rel. Lim. S. Severina., 1603. Poiché nella metropolitana non c’era altra reliquia che il braccio di S. Anastasia Romana il pap Paolo V nel 1613 concede al vescovo di poter estrarre sacre reliquie da Roma per portarle nella sua diocesi, Secr. Brev. 490, ff. 23- 24, ASV.)
In essa vi sono numerose cappelle, tra le quali quelle di San Leone, della Beata Vergine e del SS.mo Sacramento.
Ma l’edificio è di “mezzana grandezza, di forma antiqua et assai impedito d’ale, et cappelle”. L’arcivescovo cerca dapprima di “sgombrarli” e di rendere l’edificio sacro in forma migliore e più moderna, “ma perché s’è conosciuto che la detta chiesa non può ricevere riparatione per esser le mura piccole, vecchie et fabricate di creta, sta tuttavia con animo di riedificarla dalli fondamenti”.
Per un miglior decoro il Pisani la fornisce di due sacrestie. In una vi sono custoditi un reliquiario munito “d’inferriate et catenacci”, posto sopra un altare, e vari oggetti sacri, tra i quali molte vecchie piccole mitre di tela, a testimonianza che anticamente i canonici erano mitrati. Nell’altra, fatta decorare da un valente pittore, “con una bellissima intempiatura lavorata delicatamente e dipinta con tutti i misteri della passione e con l’immagine dell’Ultima Cena, sono conservati i paramenti di uso quotidiano degli ecclesiastici.
Durante il suo lungo arcivescovato la cattedrale fu quasi completamente rifatta, con nuove fabbriche e più ampia. Con scrupolosità ed ingente spesa e “con pensiero e diligenza grande” egli vi attese fino agli ultimi anni della sua vita, quando fu costruita la cupola maggiore.
Risale a questi anni la supplica del mastro Nardo Cozza, il quale così il 20 ottobre 1619 così rivolgeva al Pisani: “M.ro Nardo Cozza humil.te servo di V.s Ill.ma et R.ma supp.do le fa intendere, come ha perso molti ferri et instrum.ti necessarissimi al compimento della chiesa di V. S. Ill.ma. Però la supplica resti ser.ta ord.re che si faccino le solite monitioni di scomunica contro chiunque gli havesse rubato, ò ritenuti l’infra.tti instrumenti cioè una mazza di valore di 32 car.ni, uno prisaro di 17 car.ni, quattro manipoli di quattro car.ni l’una, et quattro scalpelli di un tarì l’uno et oltre à questo un paro di calzette di saietta negra et altri stigli, e robbe che non recorda..” (3D,fasc.1)
Fu sepolto nella cappella di Santa Maria degli Angeli, da lui stesso, assieme al fratello Giulio Cesare, costruita e dotata nel 1611 (Epigrafe nella cappella di S. Maria degli Angeli: “SACELLUM HOC DEIPARAE VIRGINI DICATUM ALPHONSUS PISANUS ARCHIEPISCOPUS S. SEVERINAE, ET IULIUS CAESAR FRATRES PRO SE, SUISQUE HAEREDIBUS CONSTRUCTIONE, ET DOTATIONE IN JUS PATRONATUS EREXERUNT ANNO DOMINI MDCXI”, Ughelli F., cit., IX, 489).
Una bozza di relazione scritta alla fine del suo presulato così descrive la cattedrale: “La chiesa arcivescovile metropolitana sotto l’invocatione di Santa Anastasia Romana Vergine e Martire de mezzana grandezza, la quale perche era di forma antiqua, et assai impedita d’ale e cappelle è stata da Mons. Ill.mo Alfonso Pisani Arciv.o d’essa ridotta a miglior forma moderna con dieci archi lavorati di pietra di Policastro, e delle Castella, con due ale intempiate con quattro fenestre lavorate di pietre bianche di Policastro per ciascheduna ala, et con una cupola che si sta facendo in forma….e con tre cappelle di pietre de Cimigliano di diversi colori, et con pietre di grade antico, brecciatella di Spagna, e marmori di Carrara et altre pietre mischie. L’una a man sinistra per suo Juspatronato sotto il titolo di Santa Maria delli Angeli con un quadro di prezzo, quale d.o Mons. Alfonso e Giulio Cesare Pisani suo fratello hanno dotata et ornata di proprio.l’altra a man destra di S. Leone … e l’altra à man sinistra di S. Anastasia Romana Vergine e Martire con quadro dell’istessa Santa Anastasia di prezzo.”.

I Palazzi dell’Arcivescovo
Si sa che il Cardinale di Santa Severina, l’arcivescovo Giulio Antonio Santoro (1566-1572), costruì contiguo al palazzo l’archivio della chiesa, dove egli fece conservare non solo i documenti riguardanti la mensa arcivescovile ma anche quelli delle chiese e luoghi pii sotto la sua giurisdizione, che aveva recuperato “con gran fatica, e dispendio”. Il palazzo al tempo del suo successore, l’arcivescovo Francesco Antonio Santoro (1573-1586), minacciava rovina ed il predetto arcivescovo tentò di munirlo “di speroni e ripari”. Sappiamo che i lavori procedevano ancora prima del suo trasferimento alla diocesi di Matera, avvenuta nel luglio 1586. Nel maggio 1586 il chierico coniugato Joannes Vutturaniti era impegnato nella costruzione del vescovato, infatti affermava: “… questa matina carriyando io petra con lo mio somaro da Giulio Crocco della miseria alle fabriche dell’ arciv(scova)to come fui alla Gisterna del campo …”.
Da testimonianze rilasciate in Napoli da alcuni abitanti di Santa Severina nel giugno 1586, essendo la sede arcivescovile vacante, per trasferimento dell’arcivescovo Francesco Antonio Santoro alla chiesa di Acerenza, veniamo informati sullo stato della costruzione. I testimoni sono concordi nell’affermare che “L’ habitatione di detta cathedrale di S. Severina è antiqua, però è comoda e Mons. Arcivesc(ov)o il S.r Francisco Antonio Santoro l’ha molto ampliata et accomodata, di modo che è beniss(im)a habitatione per l’arcivesc.o” ed ancora che pur essendo antica “è competente per quelli paesi, e per l’arcivescovo che per tempo ci habita”. Da una relazione dell’arcivescovo Alfonso Pisano di pochi anni dopo sappiamo che Francesco Antonio Santoro, dopo aver iniziato l’opera di restauro dell’antico palazzo arcivescovile, si rese conto che nonostante gli interventi di miglioramento l’opera non risultava soddisfacente ed adeguata. Perciò decise di iniziare un nuovo palazzo accanto al vecchio. Quando il Santoro lascerà la città la costruzione non era stata ancora completata. Essa sarà proseguita dall’arcivescovo successore Alfonso Pisano (1587 -1623), il quale nel 1589 affermava, che ormai l’opera era giunta quasi a buon fine e che egli vi aveva già impiegato una grande somma di denaro. Il Pisani che al suo arrivo aveva trovato “l’habitatione dell’arcivescovo se bene antiqua non di meno comoda”, nei primi anni di presulato porta a compimento vicino alla chiesa il nuovo palazzo.
All’inizio del Seicento il nuovo palazzo era stato completato ed abbellito e per far ciò l’arcivescovo aveva dovuto sborsare di suo “molta spesa”, non solo per la costruzione, ma “massime all’intempieture, et in far depingere alcune camere di esso di alcune historie del testamento nuovo et vecchio” (Rel. Lim. S. Severina, 1603). Il Pisani infatti aveva dovuto riparare il palazzo vecchio e completare quello nuovo progettato dal suo predecessore: “Il Palazzo vecchio che minacciava roina è stato riparato da Mons.r R.mo Alfonso Pisani, dal quale n’è stato fatto un altro novo al canto al vecchio designato p.a dalla b.m. di Mons. Fran.co Ant.o Santoro et da d.o Mons. Pisani finito con aggionta di due altre camere et una loggetta con bellisss.a prospettiva.” Il palazzo arcivescovile attorniava la chiesa con i suoi cortili e le sue sale molto ampie e decorose. Esso conteneva l’archivio dove erano conservati i contratti e le scritture riguardanti la chiesa e la mensa arcivescovile e gli atti riguardanti i luoghi religiosi della diocesi.

Il Seminario
Come si legge in una relazione dell’arcivescovo Alfonso Pisani (Rel. Lim., 1589), il seminario fu eretto al tempo del Cardinale di Santa Severina Giulio Antonio Santoro (1566-1572) “qual vi comprò un palazzo vicino alla chiesa arcivescovale e l’accrebbe di fabrica” e lo dotò con una rendita annua di circa 140 ducati, provenienti da alcuni benefici.
Nel luglio 1571 il seminario è già costituito e si comprano delle costruzioni vicine per ingrandirlo. Il 28 luglio 1571 erano procuratori del seminario Donno Battista de Adamo e Donno Gio. Infosino i quali acquistarono per il prezzo di ducati 50 dal nobile Mario Infosino alcune case terranee “cum gisterna et casalenum” in parrocchia di S. Giovanni Battista vicino alle case del seminario (II, 106-107). Pochi anni dopo l’edificio, contiguo alla cattedrale, risulta “claustrato” ed amministrato da un rettore ed in esso possono starci “da quattordici a sedici scolari”, i quali sono istruiti da maestri nelle lettere greche e latine e nella musica e canto (Rel. Lim. 1589).
All’insediamento dell’arcivescovo Alfonso Pisano (1587-1623) l’edificio accoglie 28 chierici, provenienti dalla città e dai paesi della diocesi; ognuno con un proprio letto.

Le botteghe dell’arcivescovo
Da un atto notarile apprendiamo che prima della metà del Cinquecento in Santa Severina vi erano alcune botteghe situate in località La Piazza ed altre vicino alla cattedrale. Queste ultime appartenenvano all’arcivescovo, erano situate in parrocchia di Santo Giovanni Battista ed erano state costruite sul suolo di proprietà della chiesa.
Il 29 settembre 1544, presso il notaio di Santa Severina Matteo Cirigiorgio, il Reverendo D. Jacobo Rippa per parte ed agente a nome dell’arcivescovo di Santa Severina Julio Sertorio affermava che la chiesa arcivescovile possedeva “multas suas apotecas fabricatas et aedificatas sumptibus et denariis ipsius archiep.lis ecc.ae sitas et pos.tas intus dictam Civitatem in parrochia S.ti Jo.is bap.tae iux.a vias publicas ex duobus lateribus et jux.a dictam archiep.lem ecc.am et alios fines”. Tra queste una era (“jux.a domum parvam terranam dictae archiep.lis ecc.ae quae habet januam suam p(ro)p(ri)am versus magnum cortilem dictae archiep.lis ecc.ae et jux.a domum ipsius Jo.is Phi.o … via pu.ca mediante) nel grande cortile della chiesa arcivescovile, confinante con la casa del nobile Philippo Sacco. La bottega sarà concessa in enfiteusi al Sacco con un contratto “de viginti novem annis in viginti novem annos ad renovandum” dietro il pagamento di annui carlini 12 di argento da pagarsi nel mese di agosto. Quest’ultima come le altre erano state costruite sul suolo che apparteneva alla chiesa arcivescovile. (2A) Di questa bottega troviamo traccia nelle entrate della mensa arcivescovile degli anni seguenti. Nei censi del 1548 si trova che “Lareda de m.s Joanfilippo sacho per la potiga nova” paga un ducato ed un tari (3A, 65v); nel 1555/1558 paga il censo Jo. Ber.o Sacco. In seguito la bottega è trasformata in casa e nel 1564/1565 Jo. Bernardino Sacco paga un censo per la casa dove abita vicino alle case di Nicola Sacco.

Le case di Gio. Pietro Bonaiuto
Nei censi di Santa Anastasia dal 1550 al 1558 è annotato che messer Gio Cola Sfalanga, abitante in S.to Giovanni Battista, possedeva un ortale situato davanti alla chiesa di S.to Nicola.
In seguito l’ortale passò di proprietà e nei censi del 1564 esso appartiene al messere Gio Pietro Bonaiuto, che abita in parrocchia di S.to Giovanni Battista vicino alla timpa. Nei censi del 1576 l’ortale confina con le case dello stesso Bonaiuto, la chiesa di S.to Nicola e la casa di donno Pietro de Gaudio; quest’ultimo aveva acquisito la casa per una permuta fatta l’anno prima con i coniugi Francesco Guarino e Faustina de Marrayeno (V, 87v-88). Dagli stessi documenti si ricava che il Bonaiuto possedeva sempre nella stessa parrocchia oltre all’ortale anche due case terranee, che erano appartenute allo stesso Gio. Cola Sfalanga. Il 2 dicembre 1574 per atto del notaio Marcello Santoro il magnifico Ioannes Petro Bonaiuto affitta al mag.co Victorio de Orangia de Abrigliano tutte le sue case “cum stalla” situate in parrocchia di Santo Giovanni Battista “jux.a domos m.ci Joannis Bap.tae Scorò jux.a ecc.am S.ti Nic(ola)i viam publicam et ripas dictarum domorum”, eccetto solamente due camere dalla parte destra del cortile con l’orto che conserva per suo uso.L’affitto ha la durata di due anni ed inizia dal giorno di Natale a ragione di ducati 30 annui ( V, 30). Ritroviamo l’abitazione e l’orto del Bonaiuto in parrocchia di Santo Giovanni Battista e vicino alla chiesa di Santo Nicola nella platea della mensa arcivescovile del 1576: “Jo Petro Bonaiuto possiede una casa terranea jux.a la casa di Micheli Jaquinto stritto mediante la via pu.ca convicinale e la casa di donno Jo. Petro de Gaudio fo de lo barberi….l’ortale jux.a le case di esso m.co jo. Petro la ecc.a di s.to Nicola et la casa di detto donno Jo. Petro de Gaudio.
Un atto notarile successivo ci informa che anni prima il Bonaiuto aveva affittato parte delle sue case al conte di Santa Severina Andrea Carrafa (1556 – 1564) e si era interessato al loro restauro.
Il 12 maggio 1582 il nobile Gio. Pietro Bonaiuto dichiarava in presenza di Vespasiano Marsano, procuratore del conte di Santa Severina Vespasiano Carrafa, che in passato il fu conte di Santa Severina Andrea Carrafa (1556 – 1564), figlio ed erede di Galeotto e padre di Vespasiano, “posset et valeat habitare” alcune sue case dentro la città di Santa Severina situate “jux.a domos m.ci J.nis Vincentii Scorò et alias domos ipsius m.ci Joannis Petri (Bonaiuti) et viam publicam”e per poterle migliorare per uso di abitazione le due parti avevano convenuto che lo stesso Gio. Petro Bonaiuto si interesasse al restauro e avesse avuto dalle mani di Vespasiano Carrafa, attuale conte, ducati 100 ed altri ducati 100 sopra dette case dagli eredi del fu Victorio de Orangia, che lo stesso conte promise pagare. Volendole migliorare per uso ed abitazione del conte, il Bonaiuto spese la somma di trecentoventiquattro ducati e grana quindici così ripartiti: “In p.s per compra delle legname et chiodi docati sessanta doi. Per giornate delli mastri docati septanta quattro et carlini quattro e mezo. Per giornate de manipoli docati octanta tari uno et grana dece. Pagato alli victorali per portatura de acqua calce rena docati cinquanta doi et uno tari. Per calce comperata docati trenta et uno tari. Per acqua docati octo et uno tari. Per rena docati nove. Per petra docati sette et tari tre” . Il Bonaiuto dichiara che di questa somma ducati 24 e grana 15 lo stesso Marsano li rilasciò al Bonaiuto forse per i suoi servizi o forse per errore nel calcolo della spesa per aggiustare le case contro la volontà dello stesso Bonaiuto. Dichiara inoltre che le case furono migliorate con denaro del conte Vespasiano ( IX, ff. 103 – 104).
Sempre in questi anni Vincenzo Migale costruisce a sue spese una casa ed un casalino sul suolo del Bonaiuto ed accanto alle sue case.
Il 17 gennaio 1589. Gio. Petro Bonaiuto fa testamento. Tra i capitoli vi è: “Item dico dovere donare a m.s domenico de orangia patre del q.o victorio de orangia docati cento … li quali ha promesso pagharli l’Ill.mo S.r Vesp.o Carrafa conte di S. S.na, et voglio che li her.di mei si faccino conto con detto Ill.mo S.r conte delle spese fatte non necessarie alle case che hanno fabricato et quello che detto S.r ha speso legname her. mei li voglino paghare o si accomodino detto S.r conte per le case come meglio potranno fare … Lascio ad vinc.o mighale la casa et casalino dove habita al presente vicino le case mie et le case di michele Iaq.ta le quali case si l’ha fatto esso a sue spese voglio che non li sia dato fastidio. Lascio ad Rosa Panevino per servizi receputi da lei da trenta anni incirca la presente camera con la camera seguente intro Santa Severina et p.pe intro l’hortale iux.a la via pu.ca et l’altre camere mie” ( XI,68).
Morto Gio. Pietro Boniuto ereditò le case Celio Longo. Il 16 marzo1589 Celio Longo, figlio della fu Elisabetta Bonaiuto ed erede del nonno Gio. Pietro Bonaiuto, possiede “una cam(a)ra dove stava detto Jo. Petro vicino la timpa. Unaltra camara contigua. Una continenza di case grande vicino la p.ta cam(a)ra con cortiglio gisterna grande, loggie et altri appartamenti li quali li tene l’Ill.mo S.r Conte di S(an)ta S(everi)na” (XI, 82 – 84).

Le case dell’arcidiacono Gio. Francesco Modio
Le case della casata dei Modio (o del Moyo) erano formate dall’insieme delle abitazioni dei diversi appartenenti alla famiglia. Esse erano situate in parrocchia di Santo Giovanni Battista ed erano vicino alle case della Corte. L’arcidiacono Gio. Francesco Modio aveva ereditato le sue case dal padre Petruczo. Esse confinavano via mediante con le case dei Caponsacca e si affacciavano sul Campo. Durante il periodo in cui furono abitate dall’arcidiacono esse furono ampliate.
La prima notizia sull’esistenza delle case di Petruczo Modio proviene da un lascito al Capitolo. Il 6 dicembre 1534 moriva “brigita de bruno” e lasciava una casa al capitolo; questa era situata nella parrocchia di S. Giovanni Battista e confinava con la casa del messere Petruccio del moyo e la casa di Paulo Cosentino e la “vinella dereto” (f. 10v). Sappiamo che nel 1563 l’arcidiacono aveva già avuto dal padre come dote spirituale una parte delle case paterne e le aveva ampliate, acquisendo dal Capitolo una casa confinante. Nella platea del Capitolo del 1580 troviamo che “Il R.do Gio. Francesco Modio arcidiacono tiene una casa terrana jux.a la casa di Margarita Defina, e le case di Mad.a Gesimina Caponsacca e li casalini di M.s Luca Antonio Modio rende al capitolo anno quolibet carlini quattro”. La casa era appartenuta a “Viatrice delo Priolo” che la aveva data al Capitolo. Il Capitolo in data 29 agosto 1563 la aveva poi concessa all’arcidiacono per il censo perpetuo di carlini quattro ( 1D, 92v). Sempre in questi anni il fratello dell’arcidiacono, il dottore nei due diritti Hettore Modio, acquista una casa confinante con quella dell’arcidiacono dalla nipote di Margarita de Leo.(Dalla platea del ss.mo Sacramento del 1566. “Have de censo sup.a la casa de margarita de leo (morta) quale casa et confine la casa de paulo cosentino et donno Gio. fran.co del moyo alla parrocchia di S.to Gio. Batt.a et rende anno colibet carlini sette (0 – 3 – 10) se possede per il S.or Hettorre Modio U.J. D. per vendita fattali dalla nepote de margarita”). In seguito l’arcidiacono, forte della sua posizione, acquisisce altri edifici tanto da formare un insieme composto da una casa palaziata, da una casa terrana e da due casalini.
Il 24 settembre 1584 con atto del notaio Marcello Santoro l’arcidiacono dona tutti i suoi beni ai fratelli Renaldo e Hectore Modio. Tra questi vi è “una casa palaziata con tre solari et una camara contigua et con cortiglio et membri inferiori dove al presente habita sita e posta intro detta città nella cappella di S(an)to Jo. b.b.a confine le case dela Corte via m(edian)te le case foro de la q. m.ca Aur.a Capisacca le case foro del q. m.co Petruzzo delo Moio suo P(at)re muro coniucto et altri confini, quale case forno donate ad esso S.r Arcid(iacon)o dal detto q.o suo P(at)re anticipatam(en)te per promoversi ad or(di)ne sac(acerdotal)e come appare per pu(bli)ci Instr(umen)ti.. Item uno casalino confine dette case et confine le dette case dela Corte vinella mediante con la casa di Cater(in)a Carnopoli. Item uno casalino posto intro detta parrochia confine la casa dove habita Marg(ari)ta de Leo ch’è del S.mo Sacramento, le case de l’heredi del q.o m.co Lucant(oni)o de Moio, la casa di D. Jo. Petro Gaudio et altri confini franche et libere sine onere. Item una casa terrana confine le case di detta mag.ca Aur.a ut s.a muro coniuncto a la casa detta Mag.ta ut s.a per rendita al R.do Cap.lo di S. S.na annui car.ni tre. Item uno casalino posto intro detta Parrochia muro coniuncto con la casa di Caterina Letteri confine la casa dove al presente habita lo R.do Arciprete Mer(curi)o Grutteria vinella med(ian)te et rende alla mensa arcivescovale uno car. no l’anno..”. ( X, 22). In seguito parte delle case dei Modio passarono in potere di Marcello Barracco.
Il 24 ottobre1588 Polisena Susanna, vedova di Lucantonio Modio, ed i figli Gio. Battista, Gio. Petro, e Giulio Cesare dotano la figlia e sorella Geronima, che va sposa a Marcello Barracco di Cosenza. Tra le doti vi è “una continentia di case palaciate dove al presente habitano essi S.ri dotanti consistentino in cinque membri dentro la Città p.ta de S.ta S.na a la parrocchia di S.to Jo. bap.ta iux.a le case dela q.o Aur.a Caposacca et lo campo pu.co”. Le case sono stimate ed apprezzate per 170 ducati ( XI,45).

Le case degli Infosino
Mario Infosino possedeva una casa palaziata e due case terranee “cum gisterna et casalenum”. Le case erano vicine alle case del seminario e alle case di Laura Infosino moglie di Gio. Vincenzo Infosino in località “sopra la scalilla”. Anche Alessandro Infosino e la madre Antonella Trombatore, vedova di Joanne Martino Infosino, possiedono delle case vicino alle case di Julia Infosino e del fratello Horatio vicino alle “ripas et ecclesiam Santae Mariae”.
26.9.1570. Mario Infosino possiede “domos duas terraneas sitas et positas intus Civitatem p.tam in parrocchia S.ti Jo.is Bap.tae loco dicto sop.a la scalilla iux.a domum palatiatam ipsius m.ci Marii, domum Jo.is Petri Carusii vinella med.te viam pu.cam et alios fines” ( II, 18).
28.7.1571.Il m.co Mario Infosino possiede alcune case terranee “cum gisterna et casalenum” in parrocchia di S. Giovanni Battista vicino alle case del seminario. Le vende ai procuratori del seminario Donno Battista de Adamo e Donno Gio. Infosino per ducati 50. (II, 106-107).
26.1.1577. Case del fu Mario Infosino in par. S. Gio. Batt.a “iux.a domos m.cae Laurae Infosinae” moglie di Gio. Vincenzo Infosino (VI, 142).
21.11.1576. La casa del m.co Alessandro Infosino in par. S. gio. batt.a “jux.a domum m.ci francisci rasis jux.a alias domos ipsius m.ci Alex.i” ( VI, 77).
15.4.1577. Già nel 1570 Alessandro Infosino e la madre Antonella Trombatore possedevano delle case in par. S. Gio. Batt.a “jux.a domos m.ce Julie Infosino et m.ci Horatii sui fratris jux.a ripas et ecc.am S.te M.e ac viam pu.cam” (VI, 216).

Le case della famiglia Jaquinta
La casa del mastro Giovanni Jaquinta confinava con la casa di Giovanni Millesimo. Raymo, figlio ed erede di Giovanni Millesimo, lascia la casa al Capitolo, il quale scambia la casa con una casa dei Jaquinta che si trova alla Piazza. Giovanni Jaquinta amplia così la sua abitazione che è situata “supra lo palazo de lo archiepiscopato”.
Il 3 maggio 1504 Giovanni Millesimo fa testamento e designa eredi i figli Francesco e Raymo. Lascia alla moglie Palma la casa terranea “iuxta domum Iohannis Iaquintae, Francisci Iaquintae, viam publicam et alios fines” dove il Millesimo attualmente abita situata in parrocchia di S.to Giovanni Battista.
In mense junii XIIII (1541) Ind. Passo de questa p.nte vita donno raimo M(illesim)o et lasso una sua casa franca allo Cap.o quale casa e in la parrochia de S.to Joanni bb. Confine la casa di mastro Joanni Jaquinta quale casa e supra lo palazo de lo archiep.to. La sup.ta casa fo scambiata per lo Reverendo Cap.lo con mastro joanni iaquinta per uno palazio alla piaza …

Altre case
*La casa palaziata portata in dote da Crucetta de Scigliano al marito Salvatore Grandello che confina con la casa di Andrea de Ragona è venduta al Ragona che amplia così la sua abitazione. (12.11.1570. Crucetta de Scigliano sposa Salvatore Grandello di Cutro e gli porta in dote una casa palaziata in parrocchia di S. Giovanni Battista “jux.a la casa di cola strati et andrea de raghona e la via pu.ca” ( II,24). 14.1.1572. I coniugi Salvatore Grandello e Crucetta Scigliano possiedono una casa palaziata in parrocchia di San Giovanni Battista che cedono per ducati 13 ad Andrea de Ragona. La casa palaziata è posta “iux.a domos ipsius Andreae domum her. Stasi et viam pu.cam” (III,55).
*Le case di Anselmo Scorò (11.3. 1571. Donno Anselmo Scorò possiede “domum sitam in parrocchia S.ti Jo. bap.tae jux.a domum aliam ipsius Io. Anselmi jux.a domum Jo.bap.tae de piris viam mediantem” (II, 60).
*Le case di Angelo de Luca (10.10.1573. Il Reverendo Anibale Infantino possiede una casa palaziata in parrocchia di S. Giovanni Battista “jux.a domum quae fuit q.o Angeli de Luca jux.a casalenum heredi delo Genuse vinellam pu.cam et al.s fines”. La vende per ducati 36 al magistro Mario Caivano ( IV, 20). Nello stesso giorno il Caivano dona la casa al figlio Gaspare in modo che possa più facilmente accedere ai gradi ed agli ordini sacerdotali e possa vivere più comodamente ( IV, 21) 3.2.1575. I coniugi Francesco Guarino e Faustina de Marrayeno possiedono una casa terranea dentro la città in parrocchia di S. Giovanni Battista “iux.a hortale m.ci Joannis Petri Bonaiuti rupes dele Volte di Angelo de Luca et ipsius domus ac alios fines et viam pu.cam ”. La permutano con un terreno che appartiene a donno Petro de Gaudio (V, 87v-88).
* La casa palaziata dei Dormiglioso (10.11.1573. I fratelli Antonio e Francesco Dormigliuso possiedono una casa palaziata “intus dictam Civitatem in parrocchia S. Joannis Bap.tae iux.a domum ipsius Julio ( Strati) ripas S.tae Caterinae”. La vendono a Julio Trati per ducati 20. ( IV, 31). I due fratelli, figli ed eredi di Gio. Dormigliuso, poiché possiedono in comune una casa palaziata in parrocchia di S. Giovanni Battista “jux.a domum m.ci Her. fran.ci Vici D.ni viam pu.cam”. Nello stesso giorno Francesco Domigliuso vende al fratello per ducati 23 la sua metà della casa.(IV,32).
* La casa dei Falanga (25.2.1575. Donna Hieronima Falanga possiede un casalino in parrocchia di S. Giovanni Battista che vende per ducati 6 ad Altilia Macri. Il casalino è “jux.a domum ipsius Altiliae et domum Trinitatis S.mae et viam pu.cam” ( V, 89). 27.6.1582. Donna Silva de Sfalanga dota la figlia Galerana Archimanno che va sposa a Hyppolito Poeri. Tra le doti vi è “una casa palaciata consistente in una sala et una camara posta alla cappella di S.to J.ni Batt.a intro S.ta Sev.na jux.a la casa dell’her. di Jo. dom.co jaquinta la via pu.ca e li casilini di essa Silva et via pu.ca” (IX, 122)

La Scalilla
1548, 1550, 1555-58, 1564 Sotto la Scalilla si trova la casa di messer Girolamo de Sindico (S.to Angelo). Sempre sotto la Scalilla nel 1564-54 si trova la casa di messer Gio Vincenzo del Sindico.
26.9.1570. Mario Infosino possiede “domos duas terraneas sitas et positas intus Civitatem p.tam in parrocchia S.ti Jo.is Bap.tae loco dicto sop(r)a la scalilla iux.a domum palatiatam ipsius m.ci Marii, domum Jo.is Petri Carusii vinella med.te viam pu.cam et alios fines” ( II, 18).

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