La “reggione seu contrada” di Mesoraca detta S. Margherita e la chiesa di S. Jacobo

Panorama di Mesoraca (KR). In evidenza la contrada detta Santa Margherita.

L’esistenza della chiesa di S. Margherita risulta documentata già da un atto del 10 febbraio 1361, riguardante la concessione di un pezzo di terra boscosa sito in loco detto “Sanctus Margaritus” (sic) appartenente all’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo, caratterizzato dalla presenza di vigne del monastero detenute da alcuni particolari di Mesoraca.[i] Di una “vinea Margarita” (sic) fa menzione il Mannarino, a proposito del feudo “detto di Baldino, o di Lucifero della famiglia Aquila”,[ii] citando la reintegra dei feudi di Policastro fatta dal giudice Francisco Jasio nel 1520.[iii]

Ritroviamo menzione di questa chiesa alla metà del Cinquecento, quando “sancta margarita” risulta tra i benefici che pagavano la quarta all’arcivescovo di Santa Severina[iv] e la decima alla Santa Sede.[v]

Anche se essa non compare negli atti della visita alle chiese di Mesoraca, compiuta dal vicario arcivescovile di Santa Severina nel giugno del 1559, “la vigna et terre de S.ta Marg.ta”, sono menzionate successivamente, in una platea delle entrate della chiesa arcipretale di S. Pietro, estratta dal suo “propio orig(ina)li” nel 1578,[vi] che ci restituisce anche un elenco di 19 capifamiglia identificati in qualità di “parrochiani de S.ta Marg.ta”: Tadeo Paterno, Ber.no Paterno, Marino Paterno, Carlo Paterno, Colella Cosentino, Silvio Cosentino, Paulo Domanico, Oratio Tassitano, Cesare Montisano, Nicolao Poglise, Joseppe Fimeo, Gio. Pet.o Maccarrone, Cesare Marzano, Ber.no Piscitello, Jacovo Rafaele, Joannello Lombardo, Fran.co Mangone, Minico Lice e Joseppe Zugo.[vii]

Tali circostanze ci permettono di porre in relazione, il mancato esercizio del diritto di visita da parte del vicario arcivescovile, con la natura abbaziale di questa antica chiesa, che in seguito, comunque, fu assoggettata al potere vescovile.

Santa Margherita, Pinacoteca provinciale di Bari (da mondimedievali.net).

 

S. Jacobo

Le prime testimonianze che documentano l’esistenza della chiesa di S. Jacobo Apostolo di Mesoraca emergono alla metà del Cinquecento, quando il beneficio di “s.to jacobo” risulta tra quelli che pagavano il cattedratico all’arcivescovo nel giorno del sinodo di Santa Anastasia,[viii] e la decima alla Santa Sede.[ix]

Risale a questo periodo anche una descrizione di questa chiesa. Nel pomeriggio dell’11 giugno 1559, dopo aver visitato la chiesa di S. Caterina, e quelle di Santa Maria “de rito” e di S. Cataldo, il vicario arcivescovile pervenne alla chiesa sotto l’invocazione di “S.ti Jacobi”, della quale erano rettori e cappellani i presbiteri “Joannes curcius (?) et antonio della burza”. Qui fu trovato un altare di fabbrica non consacrato, con tre tovaglie, una “Inmaginem” della gloriosissima Vergine Maria, un calice di peltro, un messale, due cuscini, un vestimento, una casula “rubea” e altre cose. Una campana si trovava “in campanile”.[x]

Qualche anno dopo, un elenco denominato “Scripturae Diversae pro Mensa Archiepiscopali”, testimonia del presbitero Horatio Pizzichini in qualità di possessore del semplice beneficio di “s.ti Jacobi” (1572),[xi] che risulta ricordato anche in occasione del sinodo diocesano del 1590 quando, essendo degente in Napoli, comparve in suo nome il R.s D. Joannes Thoma Spano.[xii]

Più tardi risulta che, dopo essere appartenuta a Io. Petro Modio, nel settembre del 1619 la metà del beneficio di “S. Iacobi” di Mesoraca passò ad essere detenuto dal clerico recanatense Santo Boschetto, assieme ad un altro beneficio esistente nella terra di Saracena diocesi di Cassano.[xiii]

 

Dentro le mura

Agli inizi del Seicento, nel luogo detto “S.ta Margarita”, ovvero “il piano di S. Margarita”, sito entro le mura della terra di Mesoraca, si trovava la casa di Masi Morello, che confinava con quella di Antonello Cortise e con le case di Nicola Francesco Benincasa,[xiv]  ricordate anche in seguito,[xv] mentre, nelle vicinanze, sempre in “loco detto S. Margarita”, c’erano le case del chierico Giulio Cesare Benencasa, e il casaleno che questi donò a Gio. Vincenzo e Col’Ant.o Cropanese,[xvi] nonché il casaleno che lo stesso vendette a Jo. Dom.co Miglioli,[xvii] suo vicino di casa.[xviii]

Sempre “intus t(er)ram p(raedi)ttam ubi nuncupatur S.ta Margarita”, si trovava la casa che Francesco Misiano vendette a Portia Avarello, confinante con un’altra casa del detto Francesco e con quella di Paride Misiano,[xix] mentre “sotto S. Margarita”, si trovava la casa confinante con quella di Scipione Maiorana che, per metà, apparteneva a Peregrina Venneri e per l’altra metà, a sua sorella Minica che sposò Francesco Vitali di Cropani.[xx]

 

La Timpa e la località S. Trifone

Nelle vicinanze del luogo detto Santa Margherita esisteva il luogo detto “la timpa”, che risulta documentato già nella seconda metà del Cinquecento,[xxi] quando nelle sue prossimità si trovavano la casa di Matteo Guerreri e il catoio di sua figlia, assieme a quelle di Yanne Cavallo e di Fronso Greco.[xxii]

Sotto la “timpa” invece, in loco detto S. Trifone (“sancto trifono”), si trovava la vigna della chiesa di S. Pietro detenuta dagli eredi di Thomaso Buccuto che, da una parte, confinava con le rupi (“la ripa”) della timpa, e dall’altra con la vigna di Conforto De Roberto, la vigna di Lisi Iannici, la vigna di Francesco De La Bursa e la via pubblica.[xxiii]

Le case e gli orti con i loro gelsi poste in questa parte estrema dell’abitato di Mesoraca, sono menzionati anche agli inizi del Seicento, quando tra i censi che l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo deteneva nella terra di Mesoraca, troviamo quello che pagava Gio: Leonardo Castanò per una casa appartenuta a Minico Catanzaro,[xxiv] mentre “proprio alla timpa” si trovava l’orto che Spolvera Saporito donò a Joannes Bernardino di Capua.[xxv]

Statua di S. Trifone conservata nella chiesa di Adelfia (da www.adelfiacomitatosantrifone.it)

 

Il “Monte fomeri” o “fomeria”

Nella seconda metà del Cinquecento, il luogo dove sorgeva la chiesa di S. Jacobo, posto dentro la terra di Mesoraca, “dove sedice a Monte fomeri o, vero alla fomeria”, si trovava in prossimità della via pubblica e di alcuni orti: quello di Paulo Pollizi, quello di Fioruto Rotella e quello di Perri Falcone.[xxvi]

Questo toponimo che si riscontra anche nell’abitato di altri centri vicini (Santa Severina, Policastro), e che risulta riferibile ad un luogo destinato all’effettuazione di segnali di pericolo mediante l’uso del fumo e del fuoco, com’è documentato già nel Medioevo in altre località del regno,[xxvii] a differenza degli altri centri ricordati, a Mesoraca si perde e non si ritrova più in seguito nella documentazione.

A cominciare da circa la metà del Seicento, invece, in un’area della “grecia” vicina alla chiesa di S. Caterina e alle case poste in località detta “S.ta Margarita”, caratterizzata dalla presenza di diversi orti e dal passaggio della via pubblica, compare il toponimo “colla” che identifica la sommità di questo luogo.

Qui esisteva in questo periodo, l’orticello di gelsi appartenente alla dote di Matteo La Mantia e Vittoria Misiano, che confinava con l’orto di Gio. Battista Arena, “la via si và alla chiesa di S. Caterina”, e i gelsi di Francesco Misiano,[xxviii] mentre nel “convicino di S. Caterina”, si trovava la casa con orto contiguo, che Prudentia Greco di Mesoraca, vedova del quondam Francisco Prosperi, assieme al figlio Jo: Leonardo Prospero, vendettero al chierico Joannes Thoma Jannici. Beni che confinavano con la casa di Andrea Greco, la casa di Nicolai Benincasa e la casa di Francisco Misiani,[xxix] quest’ultima posta in loco detto “S.ta Margarita” e confinante con la casa di Paride Misiano.[xxx]

Gli abitati di Mesoraca, Policastro e Santa Severina ed i centri vicini (particolare del foglio Sez-12-Col-IX della Carta Austriaca del regno di Napoli 1821-1824).

 

Santa Maria di Loreto

L’esistenza di questa chiesa emerge già durante la visita alle chiese di Mesoraca, compiuta dal vicario arcivescovile di Santa Severina nel giugno del 1559. In questa occasione, dopo aver visitato la chiesa di S. Caterina, il vicario arcivescovile giunse alla chiesa sotto l’invocazione di Santa Maria “de rito” che era vacante.[xxxi]

Un atto del 27 febbraio 1612 testimonia che il “notaro apostolico” D. Cola Antonio Campanaro risultava procuratore della venerabile chiesa di “s.ta Maria dello rito” di Mesoraca[xxxii] mentre, in una relazione in cui si elencano le persone ecclesiastiche di Mesoraca (1662), risulta che tra i 19 “Diaconi Servaggi” “che servino alle infrascritte chiese”, Gio. Pietro Grano serviva quella di “S.ta Maria lo Reto”.[xxxiii]

A quel tempo, il beneficio di “Santa Margarita” risultava ancora tra quelli che pagavano la Quarta all’arcivescovo di Santa Severina[xxxiv] anche se, analogamente a quella di S. Jacobo Apostolo, l’antica chiesa doveva essere ormai in abbandono, forse in relazione ai danni subiti durante il terremoto dell’8 e 9 giugno 1638 quando, “nella parte detta la Grecia”, Mesoraca fu distrutta “dalle fondamenta”.[xxxv] Come infatti, sia la chiesa di S. Margherita che quella di S. Jacobo non risultano più menzionate in seguito.

Nelle vicinanze della prima però, sempre in località detta “S. Margarita”, ma fuori le mura, continuò a rimanere la chiesa di Santa Maria di Loreto. Il 28 agosto 1660, durante la sua visita alle chiese di Mesoraca, l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella, entrò nella “Ecc.m S. Mariae Lauretanae positam prope et extra Moenia dicti Oppidi in reggione, seu contrada dicta S. Margarita”, e visitò l’unico altare esistente al suo interno posto nella parte orientale, che rinvenne ornato con un pallio vetusto “auripellis”, tre tovaglie, due candelabri lignei, croce e una “Carta Secretorum” corrosa posta al muro, che ordinò di rifare entro il termine di un mese.

L’arcivescovo vi trovò anche alcuni paramenti ed arredi sacri, in parte vecchi ed inutili: una casula bianca di seta consunta, che ordinò di risarcire e riattare, un calice vetusto senza oro con una patena simile, che proibì di usare per le celebrazioni, una “Albam” e un messale. Considerato che il “solum” dell’edificio si presentava “effossum” in diversi parti, l’arcivescovo ordinò di riattarlo con “cimento”. Una “Campanula” era posta sopra la “Portam maiorem”.

La chiesa era fondata su un semplice beneficio di cui era rettore l’arciprete D. Giulio Antonio Giglio, al quale l’arcivescovo ordinò di esibire la bulla della sua “collationis” entro il termine di dieci giorni, assieme con la platea di tutte le rendite della chiesa e gli adempimenti relativi agli oneri delle messe.[xxxvi]

L’ultimo giorno di agosto quando, al termine della sua visita, l’arcivescovo Falabella riunì e interrogò tutto il clero cittadino, l’arciprete D. Giulio Antonio Giglio di anni 68, affermò che, oltre a trovarsi in possesso del beneficio curato arcipresbiterato sotto l’invocazione di “S. Petri Ap(osto)li”, possedeva anche due semplici benefici, uno sotto l’invocazione di “S. Jacobi”, e l’altro sotto l’invocazione di “S. Mariae Lauretanae”. E quando gli fu chiesto di mostrare le relative bolle, esibì i documenti, tra cui le “Bullas collat.nis Beneficii sub titolo S. Mariae Lauretanae”, date il 20 settembre 1623 in Santa Severina, nonché le “Bullas Benefici S. Jacobi” sotto la stessa data.

Nell’occasione, comunque, fu appurato che egli non possedeva alcuna platea né alcuna altra tenuta delle rendite relative ai detti tre benefici, così gli fu ordinato di provvedere entro dieci giorni pena la sospensione “ipso facto”.[xxxvii]

 

Notizie settecentesche

La “Chiesa di S. Maria Lauretana” risulta una delle 12 chiese di Mesoraca che furono oggetto di visita il 9 giugno 1723 da parte dell’arcivescovo di Santa Severina.[xxxviii]

Come c’informano le rivele contenute nel catasto oncario del 1746, la venerabile cappella di “S: Maria dello Reto” possedeva un vignale detto “di Sprovera”, un pezzo di terra detta “il Piraijnetto”, un vignale “ignobile d:o Manicalonga”, un vignale “seminatorio d.o la serra della mendola”, un pezzo di terra seminatorio detto “la Colla di Vissota”, ed esigeva da Tomaso Barletta sopra le sue olive loco detto “la Pirajna”, annue litre 3 di olio pari a carlini 6. Come unico peso aveva il pagamento di 5 carlini all’ordinario del luogo per lo jus visitae, mentre con il rimanente se ne celebravano tante messe “iuxta reditus”.[xxxix]

Il 17 novembre 1755 il semplice beneficio di “S. Iacobi” esistente nella “ecclesia S. Mariae Lauretanae” di Mesoraca che era vacante per la morte di Antonio Capozza, fu provvisto a Gio. Andrea Fico.[xl]

Anche se quest’ultimo non la menziona nella sua opera “Notizie Storiche della Patria di S. Zosimo” (1760),[xli] la chiesa di S. Maria Lauretana risulta sempre elencata tra quelle visitate durante la seconda metà del secolo, come testimoniano le notizie contenute nella relazione arcivescovile del 1765 e negli atti superstiti delle visite di questo periodo, conservati presso l’Archivio Arcivescovile di Santa Severina (1762, e 1771-1779).

Sappiamo così che la chiesa di “S. Mariae Lauretanae” di cui era rettore D. Gio. Andrea Fico, possedeva sempre un unico altare sotto lo stesso titolo competentemente ornato, dove si celebrava la messa la domenica e nei singoli giorni festivi, e vi si amministrava la cura del parrocchiani di “S. Nicolai”.[xlii] Alla chiesa in cui era custodita una “parva icona S. Nicolai Pontificis”, si trovava “adnexum” il beneficio di S. Jacobo Apostolo,[xliii] privo di un proprio altare, così il detto D. Gio. Andrea, rettore di entrambi i benefici, vi celebrava la messa anche per quest’ultimo.[xliv]

Le relazioni successive ripetono queste notizie,[xlv] evidenziando alcune disposizioni arcivescovili tendenti a migliorare le sue precarie condizioni: sistemarvi una nuova croce “cum Christo pendente”, mettere le tavole mancanti al soffitto, riattare le pareti fatiscenti,[xlvi] e realizzare un nuovo “Campanile” dove mettere una “campanulam” per la convocazione del popolo.[xlvii]

Per quanto riguarda invece il “Semplice Eccl(esiasti)co Beneficio di S. Giacomo Apostolo” esistente in questa chiesa, esso compare nella “Platea di tutti i Benefici Semplici, tanto Eccl(esiasti)ci quanto di Jus patronato laicali fondati in questa Città, e Diocesi di S.a Sev.a” (1788),[xlviii] mentre qualche anno dopo (1794) troviamo elencati i suoi possedimenti, in buona parte già elecati nel catasto del 1746 tra quelli di Santa Maria Lauretana: “Una gebelluccia d.a di S. Giacomo di tt.e 20 di terra corsa col jus arandi, che Rende ogni Anno d. 02:33.1/3. Un’altra d.a la Colla di Vissota di tt.e 4 di terre corse che rende d. 01:57: 2/3. Un’altra nel luogo d.o l’Ammendola di tt.e 12 che rende d. 01:40:. Un’altra di terre corse nel luogo d.o Manica unita col Vignale di Carpitella di tt.e 10; Rende d. 06:77:2/3. Un Vignale alborato d’olive d.o Sproviere in Ciceraro Rende d. 01:70. Sopra l’oliveto d.o le Pirajina litre tre d’Oglio dall’Eredi di Tomaso Vennere.” I pesi del beneficio erano costituiti da “Messe, Cattedratico, e Mantenimento della Chiesa.”[xlix]

 

La “contrada” alla metà del Settecento

Scorrendo le rivele del catasto onciario di Mesoraca del 1746, apprendiamo che il luogo detto “S. Margarita”, dove giungevano i limiti parrocchiali della chiesa Matrice, era caratterizzato da poche abitazioni e da alcuni orti.

Qui troviamo la casa del magnifico Antonino Pittarella composta da sei membri, e il suo giardino alberato di gelsi e altri frutti, che confinavano entrambi con i beni del sacerdote D. Nicola Marzano:[l] una casa consistente di sei membri posta in parrocchia di S. Nicola, e un ortale alberato con olivi e gelsi neri.[li]

Confinavano con i beni del magnifico Antonino Pittarella, anche la casa del bracciale Michel’Angelo Grimaldi posta in parrocchia di S. Nicola,[lii] come anche l’orto del mastro muratore Gennaro Frandina,[liii] e il pezzo di terra alberato di gelsi rossi del bracciale Nicola Cappa, posti entrambi in loco detto “S. Margherita”, che pagavano un censo enfiteutico ai PP. Domenicani di Mesoraca,[liv] mentre “nella grecia d: la Colla”, c’era l’orticello del bracciale Domenico Macrì, che confinava con i beni della cappella del SS. Sacramento.[lv]

In loco detto “S. Margarita” c’era anche il casaleno con un piede di gelso rosso di Domenico e Salvatore Pollizzi,[lvi] confinante con la casa posta in parrocchia di S. Nicola dove abitava il nobile Antonino Fortino,[lvii] e il pezzo di terra con un piede di gelso nero del bracciale Gio. Berardino Marinaro, che confinava anche con il nobile Fran.co Fortino.[lviii] I beni di quest’ultimo confinavano anche con un orto alberato di gelsi neri del nobile D. Saverio Del Sindico posto in loco detto “la Timpa”, presso il fiume Virgari,[lix] mentre sempre il loco detto “la Timpa”, si trovava il vignale alberato di querce dell’arciprete D. Fran.co Puglise, che confinava con i beni del quondam Andrea Fiorini e quelli del mag.co Bartolo Capocchiano.[lx]

Proprio all’estremità dell’abitato di Mesoraca, invece, si trovava la casa terranea o “casa matta” dei fratelli D. Santo e Dom.co Le Chiare, sita in parrocchia di S. Nicolò Pontefice, “nel luogo d.o Santa Margherita”, “ristretto di d.a Parocchia”, che confinava con la casa di Ignazio Dragone e l’orticello della chiesa di S. Pietro Apostolo, risultando valutata ducati 42 “per essere nel fine del Paese”.[lxi] All’attualità, qui permangono ancora i toponimi riferiti all’esistenza di questa antica chiesa: “Fontana di S. Margherita”,[lxii] e via S. Margherita.

 

Note

[i] Brasacchio G., Storia Economica della Calabria II, pp. 344-346. Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958 p. 456.

[ii] “Oltre che l’altro Reggio feudo Policastrese detto di Baldino, o di Lucifero della famiglia Aquila à tanta giurdizione in Mesuraca, sino à dominar l’istesse Case di quella Terra, ch’eran molte à tempo del Re Alfonzo, quando possedeansi dalla Patrizia Casa Rodia, e passo per eredità alla Campana; indi non so perche alla Callea, come dalle sue Platee particolari ben si conosce; ed anco dà quella di Policastro citato dal 1520 à tempo di Carlo Quinto, (a margine: “Inventario del Conte Andrea Caraffa”) ove io leggo del detto feudo le Reliquie ista sunt sua Censualia in Terra Mesuracae, et eius tenimento: Loisius Campanarius de Terra Mesuracae pro vinea Stefanus Mauritius de dicta Terra, et vinea Margarita Nicolai Campanaro pro Casaleno, D. Cesar Benencasa pro domo, Dominicus Campanaro pro domo, Sergius de Crivaro pro Palatio uno Terrae, ed altri.” Mannarino F. A., Cronica della Celebre, ed Antica Petilia detta oggi Policastro, manoscritto 1721-1723, ff. 99v-100.

[iii] “Reintegratio seu platea bonorum demanialium, et feudi terrae Policastri fatta per Franciscum de Jasio sub anno 1520.” AASS, 2 A, f. 87v.

[iv] 1545: “De donno jo: paulo camp.ro per santa margarita d. 0.3.0” (1545). (AASS, 3A, f. 32). 1546 “Da lo vic.rio per santa margarita d. 0.3.0”. (AASS, 3A, f. 38v). 1547: “Da donno fra.co bene incasa per sancta margarita d. 0.3.0” (AASS, 3A f. 48). 1548 “Dalo vic.rio de misoraca per la quarta de s.ta margarita d. 0.3.0” a margine : “senza intrata” (AASS, 3A f. 76). 1566: “La ec.a de S(an)cta Margarita pagha l’anno per quarta d. 0.3.0” (AASS, 3A f. 12).

[v] In una copia compilata nel 1601, di un elenco riferibile a verso la metà del Cinquecento, relativo al pagamento della decima dovuta alla Santa Sede, da parte dei membri del clero della diocesi di Santa Severina, troviamo: “R.to Da D. fran.co venincasa per s(an)ta Margarita della t(er)ra de Alexandria per decima d. 0.0.9.” AASS, 2 A, f. 105v.

[vi] “Item Ant.no perrecta tiene una vigna Arborata de pira, et vignale, posta a S.to Marco seu S.ta Vennera, confine la via pup.ca le vigne et terreni de nardo Costantino quale allo presente so de dicta Ecc.a et la vigna et terre de S.ta Marg.ta quale tiene detto bartholo, rende grana diece dico 0.0.10. Item Cola petrora tiene due vignali quale foro de nardo Costantino confine la via pup.ca la vigna de antonio grimaldo mediante la funtana de la vigna della decta Ecc.a et la vigna de s.ta Marg.ta et le terre p.te che tiene detto guerreri et Alfonso, quale rendino grana diece 0.0.10.” AASS, 17B, f. s.n..

[vii] AASS, 17B, f. s.n..

[viii] 17 maggio 1545: “Da s.to jacobo libre tre de cera” (AASS, 3A, f. 25). 1546: “Da s.to jacobo libre tre de cera” (Ibidem, f. 37). 1547: “Da s.to Jacobo libre tre de cera” (Ibidem, f. 45). 1564: “Rector santi Jacobi cum censu cere librarum trium non” (AASS, 6A, f. 4). 1579: “Rector et Capp.s s.ti Jacobi de mesoraca cum censu cere lib. Trium”, comparve D. Min.co Paparog.ro e presentato un mandato di procura pagò le tre libre di cera (Ibidem, f. 13v). 1581: “Rector et Capp.nus S. Jacobi de Mesoraca cum censu cerae librarum trium”, comparve D. Dom.co Paparog.o che fu ammesso e pagò (Ibidem, f. 26). 1582: “Rector s.ti Jacobi Cum Censu lib. Cere trium”, non comparve (Ibidem, f. 30). 1584: “Rector sancti Jacobi cum Censu lib. Cerae trium”, comparve il not.o Hier.o Palmeri “pro.r” e pagò. (Ibidem, f. 41). 1587: “Rector et Capp.s sancti Jacobi de Mesuraca cum Censu cere librarum trium”, non comparve né altri lo fecero per lui, quindi fu condannato alla pena debita (Ibidem, f. 47). 1588: “Rector et Cappellanus sancti Jacobi de Mesuraca”, non comparve né altri lo fecero per lui, quindi fu condannato al pagamento della terza parte dei frutti di detta chiesa (Ibidem, f. 53). 1590: “Rector et capp.s Sancti Jacobi Terrae Mesuracae cum Censu lib. cerae trium”, comparve il R.s D. Joannes Thoma Spano in nome di D. Horatio Pizzichini cappellano degente in Napoli (Ibidem, f. 58v). 1591: “Rector s.ti Jacobi cum censu librarum cerae Trium”, comparve il procuratore e pagò (Ibidem, f. 66v). 1593: “Il Cappellano di S.to Jacovo di Mesoraca con tre libre di cera”, comparve il not.o Joannes Hier.o Palmeri (Ibidem, f. 72v). 1594: “Il Capp.no di S. Jacovo di Mesoraca con tre libre di cera”, comparve e pagò (Ibidem, f. 79). 1595: “Il Capp.no di S. giacovo di mesoraca con lib(re) tre di Cera” comparve il R.do Joannes Thoma de Guglielmo senza mandato e pagò (Ibidem, f. 75). 1595: “Il capp.no di S. Giacovo di detta terra con lib(re) tre di Cera”, pagò (Ibidem, f. 92). 1596: “Il capp.no di S. Giacovo di detta t(er)ra con tre lib(re) di Cera”, fu condannato (6A, parte prima, f. 100v). 1597: “Capp.nus sancti Jacobi t(er)rae Mesoracae cum Cathedratico cerae librarum trium”, fu condannato al pagamento della terza parte dei frutti (Ibidem, f. 108v). 1598: “Capp.nus S. Jacobi t(er)rae Mesoracae cum cathedratico Cerae librarum trium” (Ibidem, f. 110v). 1600: “Capp.nus S. Jacobi t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cerae librarum trium”, comparve (Ibidem, f. 128v). 1601: “Cappellanus S.ti Jacobi t(er)rae Mesoracae cum Cathedratico cerae librarum trium”, comparve il procuratore con la solita cera (Ibidem, f. 137). 1602: “Cappellanus S(anc)ti Jacobi t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cere librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 145). 1603: “Cappellanus s(anc)ti Jacobi t(er)rae Mesuracae cum cathedratico cere librarum trium”, comparve (Ibidem, f. 149v). 1604: “Cappellanus S. Jacobi t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cerae librarum trium”, comparve e pagò  (Ibidem, f. 155v). 1605: “Cappellanus s(anc)ti Jacobi terrae Mesuracae cum cathedratico cere librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 166v). 1605: “Cappellanus s(anc)ti Jacobi terrae Mesuracae cum cathedratico cere librarum trium” comparve (Ibidem, f. 170v). 1606: “Cappellanus S. Jacobi t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cerae librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 175v). 1606: “Cappellanus S.ti Jacobi terrae Mesoracae cum Cathedratico cerae librarum trium”, pagò (Ibidem, f. 187v). 1607: “Cappellanus Sancti Jacobi terrae Mesuracae cum cathedratico cerae librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 198). 1608: “Cappellanus S.ti Jacobi T(er)rae Mesoracae cum Cathedratico cerae librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 207v). 1609: “Cappellanus Sancti Jacobi terrae Mesuracae Cum Cathedratico cerae librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 219v). 1610: “Cappellanus Sancti Jacobi terrae Mesuracae Cum Cathedratico cerae librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 227v). 1611: “Cappellanus Sancti Jacobi terrae Mesuracae Cum Cathedratico Cerae librarum Trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 237v). 1612: “Cappellanus Sancti Jacobi terrae Mesuracae Cum Cathedratico cerae librarum trium”, comparve e pagò “in partem” (Ibidem, f. 246). 1613: “Cappellanus Sancti Jacobi terrae Mesuracae Cum Cathedratico Cerae librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 255v). 1614: “Cappellanus Sancti Jacobi Terrae Mesuracae Cum Cathedratico Cerae librarum Trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 263v). 1615: “Cappellanus Sancti Jacobi terrae Mesuracae Cum Catredatico Cerae librarum trium”, comparve e pagò le tre libre (Ibidem, f. 278v). 1616: “Cappellanus Sancti Jacobi Mesuracae Cum Catredatico Cerae librarum Trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 287v). 1617: “Cappellanus Sancti Jacobi Terrae Mesuracae cum catredatico Cerae librarum trium”, comparve e pagò (Ibidem, f. 301v). 1618: “Cappellanus Sancti Jacobi Terrae Mesuracae Cum catredatico cerae librarum Trium” comparve con la cera predetta (Ibidem, f. 310). 1619: “Cappellanus sancti Jacobi Terrae Mesuracae cum catredatico cerae librarum trium”, ottenne la grazia (Ibidem, f. 315v). 1634: “Ex Misuraca. Rector S. Jacobi cum tribus libris – Non comparvit” (Siberene, p. 24 e sgg.). 1635: “Rector S. Jacobi cum tribus libris”, offrì (AASS, 26A, f. 3). 1636: “Rector S. Jacobi cum tribus libris Idem R.s Archipresbyter Rector obtulit” (26A, parte prima, f. 9). 1637: “Rector S. Jacobi cum tribus libris pro Archipresbytero infirmo obtulit idem Com.s tres libris cerae” (Ibidem, f. 15v). 1638: “Rector S. Jacobi cum tribus libris cerae”, lo stesso Archipresbitero offrì (Ibidem, f. 23v). 1639: “Rector S. Jacobi cum tribus libris cerae”, lo stesso Archipresbitero offrì per esso (Ibidem, f. 34). 1640: “Rector Sancti Jacobi cum tribus libris cerae”, per sé stesso offrì lo stesso Archipresbitero “modernus Rector” (Ibidem, f. 43). 1642: “Rector Sancti Jacobi cum Tribus libris Cerae”, per sé stesso offrì detto Archipresbitero “modernus Rector” (Ibidem, f. 53). 1643: “Rector Sancti Jacobi cum Tribus libris Cerae”, l’Archipresbitero “Gilius Rector”, comparve ed offrì (Ibidem, f. 64v). 1644: “Rector Sancti Jacobi cum tribus libris cerae”, offrì per sé l’Archipresbitero (Ibidem, f. 80v). 1645: “Rector Sancti Jacobi cum tribus libris cerae”, comparve per sé stesso ed offrì (Ibidem, f. 91). 1646: “Rector Sancti Jacobi cum tribus libris cerae”, comparve per sé stesso ed offrì (Ibidem, f. 101). 1647: “Rector Sancti Jacobi cum tribus libris cerae”, per sé offrì detto Archipresbitero (Ibidem, f. 111). 1648: “Rector S.ti Jacobi cum tribus libris Cerae”, comparve per sé ed offrì il R.s Archipresbitero (Ibidem, foto 120v). 1649: “Rector S.ti Jacobi cum tribus libris Cerae”, per esso offrì il R.s Joannes Dom.co Pancari (Ibidem, f. 130v). 1651: “Rector S.ti Jacobi cum tribus libris Cerae”, lo stesso Archipresbitero offrì. Al margine “0.3.0” (Ibidem, f. 140v). 1653: “Rector Sancti Jacobi cum tribus libris cerae”, il Rev.s Archipresbitero Giglio offrì per esso (Ibidem, f. 150). 1655: “Rector Sancti Jacobi cum tribus libris cerae”, comparve il Rev.s Archipresbitero ed offrì (Ibidem, f. 160). 1656: “Rector S.ti Jacobi cum tribus libris cerae”, comparve il Rev.s Archipresbitero ed offrì (Ibidem, f. 169v). 1658: “Rector S.ti Jacobi cum tribus libris cerae”, comparve l’ Archipresbitero “tamquam Rector” ed offrì la cera (Ibidem, f. 178). 1661: “Rector S. Jacobi cum tribus lib. cerae”, l’Archipresbitero comparve e pagò d. 0.3.0. (Ibidem, f. 187). 1662: “Rector S. Jacobi cum tribus lib. Cerae”, comparve ed offrì sei carlini (Ibidem, f. 200). 1663: “Rector S. Jacobi cum tribus libris Cerae”, comparve e pagò d. 0.3.0 (Ibidem, f. 212). 1664: “Rector S. Jacobi cum tribus libris cerae”, comparve e pagò d. 0.3.0. (Ibidem, f. 223v).

[ix] “R.to da D. Gio Cincio (sic, ma Curcio) et Diacono Antonio della Borsa per [S.to] Giacomo de Misuraca per x.a d. 0.1….” AASS, 2A, f. 104v.

[x] AASS, 16B, f. 67.

[xi] “Professio Fidei praesb. Horatii pizzichini pro simplici Benef.o sub vocabulo s.ti Jacobi in Terra Mesoracae in anno 1572”. AASS, 2A, f. 14.

[xii] “Rector et capp.s Sancti Jacobi Terrae Mesuracae cum Censu lib. cerae trium”, comparve il R.s D. Joannes Thoma Spano in nome di D. Horatio Pizzichini cappellano degente in Napoli. AASS. 6A, f. 58v.

[xiii] Settembre 1619. “De altera ex duabus portionibus s.c. ecclesiae sive cappellae S. Iacobi loci de Mesuraca, S. Severinae dioc., vac. per ob. Io. Petrii Modii, et de beneficio simplici, ad altare seu sub invocatione S. Mariae, in parochiali ecclesia S. Mariae de Gabbio (leggi: Gamio), terrae Saracenae, Cassanen. dioc., vac. per ob. Petri Antonii Scornavacca, quorum fructum insimul X duc., providetur Sancto Boschetto, clerico Recanaten. civ. vel dioc.” Russo F., Regesto VI, 28211.

[xiv] 13 dicembre 1617. Il notaro si porta nella domus di Masi Morello sita “in d.a t(er)ra ubi d.r S.ta Margarita”, confine la domus di Antonello Cortise, la domus di Nicola Fran.co Benincasa e altri fini, per stipulare il suo testamento. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1616-1617, protocollo 433, f. 19.

[xv] 14 maggio 1632. Joannes Battista Cortese vende a Nicolao Fran.co Benen.sa, la domus terranea “cum Camera” sita dentro al terra di Mesoraca “loco ditto il piano di S. Margarita”, confine le domos di detto Nicolao Fran.co, la domus di Anastasia Morello, la via pubblica e altri fini. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1632, Busta 652, ff. 19v-20v.

[xvi] 3 gennaio 1639. Il C. Giulio Cesare Benencasa dona a Gio. Vincenzo e Col’Ant.o Cropanese, un casaleno posto dentro la terra di Mesoraca “loco detto S. Margarita”, confine le case di detto C. Julio e altri fini. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1639, Busta 654, f. 9v.

[xvii] 15 settembre 1646. Julio Benencasa vende a Jo. Dom.co Miglioli un casaleno sito “intus t(er)ram p(redi)ttam” che fu del q.m Jo. Fran.co Pollizzi, confine il casaleno di esso de Miglioli “ex parte subterioris”, la domus di detto Julio “stritto mediante”, la via pubblica ed altri fini. A margine del documento risulta annotato che nel 1706, il casaleno fu venduto da Gio. Dom.co di Miglioli al D.r fis.o Ignazio Salamone. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1646, protocollo 434, f. 42.

[xviii] 26 settembre 1646. Le case di Gio. Dominico Miglioli poste “dentro la t(er)ra p(redi)tta consistente in più membri inferiori e superiori, confine le case di Giulio Venencasa e altri fini. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1646, protocollo 434, f. 43.

[xix] 24 agosto 1646. Francesco Misiano vende a Portia Avarello la domus sita e posita “intus t(er)ram p(raedi)ttam ubi nuncupatur S.ta Margarita”, confine la domus di detto Fran.co, la domus di Paride Misiano la via pubblica e altri fini. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1646, protocollo 434, ff. 35v-36.

[xx] 19 gennaio 1629. In relazione al matrimonio tra Minica Venneri e Fran.co Vitali di Cropani, appartiene alla dote una casa sita nella terra di Mesoraca loco detto “sotto S. Margarita”, confine la via pubblica, la casa di Scipione Maiorana e altri confini, la cui metà rimaneva a Peregrina Venneri sorella della sposa. ASCZ, Notaio Rotella A., 1629, protocollo 621, ff. 4-4v.

[xxi] AASS, 17B, f. s.n..

[xxii] “Item detta Ecc.a tiene uno Cortiglio quale tiene Matteo de guerreri innanze sua Casa dela banda de yanne Cavallo propio innanze la porta delo Catoyo quale e dela figlia de Macteo guerreri et confine la via va alla timpa et la casa de Fronso greco et rende grano uno Dico 0.0.1.” AASS, 17B, ff. s. n.

[xxiii] “Item la her.o de thomaso buccuto tiene una vigna posta a sancto trifono confine la vigna de conforto de roberto et la vigna de lisi yannici la via pup.ca et la timpa delalt.a banda quale rende  alla decta Ecc.a gr(ana) otto dico 0.0.VIII. Iacovo poglise”. “Item Conforto di roberto tiene una vigna dela decta Ecc.a posta à s.to trifano confine la via pup.ca la vigna de Franc.co dela bursa la vigna dela detta Ecc.a quale tine la her.a de tho: buccuto et la ripa, quale rende grana quact.o dico 0.0.4” AASS, 17B, ff. s. n.

[xxiv] “Gio: Leonardo Castanò per una Casa palatiata fù di Minico Catanzaro in loco d.o la Grecia, iuxta le ripe della Terra, paga grana Cinque.” AASS, 124B, f. 6v.

[xxv] 27 febbraio 1612, Policastro. Spolvera Saporito di Mesoraca conferma a Joannes Bernardino di Capua di Mesoraca, la donazione dell’orto con un piede di gelso “et proprio alla timpa”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 288, ff. 14v-16.

[xxvi] “Item paulo Pollizi tiene uno orto dentro la t(er)ra de mesoraca dove sedice a Monte fomeri o, vero alla fomeria, a S.to Jacovo confine lorto de fioruto rotella la via pup.ca mediante la intrata et lorto de perri falcone et rende gr(ana) cinquo 0.0.5”. AASS, 17B, f. s.n.

[xxvii] Il 2 maggio 1284 viene imposto a tutti i giustizieri del regno di “custodire con somma diligenza le torri de litorale destinate pe’ fari, e che gli uomini messivi a custodia siano attenti di sollecitamente avvertire lo avvicinarsi al lido delle navi nemiche e de’ ribelli col segno del fumo nel giorno e col fuoco nella notte” (C. Minieri Riccio, Memorie .., cit., p. 505). Riguardo ai segnali di allarme, un decreto del 27 ottobre 1272 aveva disposto che il pericolo dovesse essere comunicato “nella proporzione di un fuoco o fumata fino a 4 galee, due fino a 8, tre fino a 12, quattro fino a 16 e cinque per maggior numero” (Reg. Ang. Vol. XI, p. 5 n. 13). Notizie riportate in Savaglio A., Il Regio Castello di Amantea, 2002, p. 61 e nota 303.

[xxviii] 20 agosto 1639. Alla dote di Matteo La Mantia e Vittoria Misiano, appartiene un orticello di gelsi posto dentro la terra di Mesoraca “loco detto la Colla”, confine l’orto di Gio. Battista Arena, “la via si và alla chiesa di S. Caterina”, i gelsi di Fran.co Misiano di Sibio, e altri confini, ricevuto da Caterina Misiano madre di detta Vittoria. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1639, Busta 654, ff. 46v-47v.

[xxix] 17 aprile 1643. Prudentia Greco, vedova del quondam Francisco Prosperi, insieme al figlio Jo: Leonardo Prospero, vendono al chierico Joannes Thoma Jannici, la domus con orto “conticuo” posta dentro la terra di Mesoraca nel “convicino di S.ta Caterina”, confine la domus di Francisco Misiani, la domus di Andrea Greco, la domus di Nicolai Benincasa via mediante ed altri fini.  ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 802, ff. 56v-57v.

[xxx] 24 agosto 1646. Francesco Misiano vende a Portia Avarello la domus sita e posita “intus t(er)ram p(redi)ttam ubi nuncupatur S.ta Margarita”, confine la domus di detto Fran.co, la domus di Paride Misiano la via pubblica e altri fini. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1646, protocollo 434, ff. 35v-36.

[xxxi] AASS, 16B, f. 67.

[xxxii] 27 febbraio 1612, Policastro. Spolvera Saporito di Mesoraca, dietro l’insistenza del “notaro apostolico” donno Cola Antonio Campanaro, procuratore della venerabile chiesa di “s.ta Maria dello rito” di Mesoraca e dei suoi “scolari”, aveva verbalmente promesso di donare alla detta chiesa in cambio di una ebdommada, la “chiusa” o “ortale dell’olive” posto nel territorio di Mesoraca loco detto “Santo Paulo”, con il peso di far celebrare una ebdommada nella detta chiesa ma, all’attualità, ritratta le condizioni accettate precedentemente. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 288, ff. 14v-16.

[xxxiii] AASS, 16A, f. 80.

[xxxiv] 1630: “Il Cappellano di Santa Margarita d. 0.3.0” (AASS, 35A f. 177v). 1654: “Capell.o di S. Marg.a d. 0.3.” (AASS, 35A f. 223v).

[xxxv] Così è descritto l’effetto del terremoto dell’8 giugno 1638 da Utius de Urso: “la notte seguente, verso le cinque in sei ore, da più orribile terremoto furono abbatute alcune Città, Terre e Castelli” (…) “Di Mesoraca la metà fu dalle fondamenta abbattuta e nel rimanente intraperta;” (…) “Mesoraca di fuochi 700 nella parte detta la Grecia fu distrutta dalle fondamenta e la restante terra si è intraperta in modo tale che, senza evidente pericolo, e senza gagliarda riparazione, nessun palagio può essere abitato.” Boca G., Luoghi sismici di Calabria, 1981, p. 222.

[xxxvi] AASS, 37 A, ff. 23v-24.

[xxxvii] AASS, 37 A, ff. 27-29.

[xxxviii] AASS, 49A, f. 12v.

[xxxix] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, ff. 240-240v.

[xl] 17 novembre 1755. “De beneficio simplici S. Iacobi, in parochiali seu alia ecclesia S. Mariae Lauretanae, oppidi Mesuraca, S. Severinae dioc., cuius fructus 3 duc., vac. per ob. Antonii Capozza, providetur Io. Andreae Fico.” Russo F., Regesto XII, 63705.

[xli] Fico G. A., Notizie Storiche della Patria di S. Zosimo, 1760, pp. 108-109.

[xlii] 12 febbraio 1762. AASS, 77A, f. 2.

[xliii] 16 gennaio 1771. AASS, 77A, f. 26v.

[xliv] “Ecclesia Sanctae Mariae Lauretanae unicum habet Altare, quod manutenetur per R(everen)dum D. Joannem Andream Fico, qui messas in ea celebrari curat prò Beneficio S. Jacobi absque proprio Altari in loco suprad.o”. ASV, Rel. Lim. Santa Severina 1765, f. 7. Oltre a questi Gio. Andrea Fico deteneva anche il beneficio di S. Maria ad Nives: “Beneficia S(an)cti Jacobi, et S(an)ctae Mariae ad Nives reguntur per D. Joannem Andream Fico, ut supra.” Ibidem.

[xlv] 18 agosto 1772 (AASS, 77A, f. 40). 6 luglio 1773 (Ibidem, f. 54). 13 aprile 1774 (Ibidem, ff. 62-62v).

[xlvi] 24 gennaio 1775. AASS, 77A, f. 81v.

[xlvii] 22 giugno 1776 (AASS 077A, f. 97). 10 marzo 1777 (Ibidem, f. 111). 8 febbraio 1778 (Ibidem, f. 123v). 6 febbraio 1779 (Ibidem, f. 141).

[xlviii] AASS, 72A, f. 296v.

[xlix] AASS, 72A, f. 310/311.

[l] Il mag.co Antonino Pittarella nobile vivente, possiede una casa dove abita di 6 membri, 3 superiori e 3 inferiori, nel loco detto “S. Margarita”, confine i beni del mag.co Gio. Paulo Salamone e la strada pubblica. Più possiede un giardino nel loco detto “S. Margarita” di capacità un tt.o e mezzo, alberato di gelsi e altri frutti, confine il R.do D. Nicolò Marzano e la strada pubblica, sopra il quale paga carlini 5 al SS.mo Sacramento e carlini 2 alla chiesa della SS.ma Purificazione per censi enfiteutici. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, ff. 23 e 23v.

[li] D. Nicola Marzano sacerdote, possiede una casa in parrocchia di S. Nicola, consistente in 6 membri, 3 inferiori e 3 superiori, confine il mag.co Ant.o Pittarella e la strada pubblica, che affittandola percepirebbe ducati 4. Più possiede un pezzo di terra ortale con olive e gelsi neri, loco detto “S. Margarita”, di capacità tt.a 4, confine il mag.co Antonino Pittarella e la strada pubblica. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, ff. 189-189v.

[lii] Michel’Angelo Grimaldi bracciale, possiede una casa dove abita in parrocchia di S. Nicolò, confine l’orto del mag.co Antonino Pittarella e il casaleno del mag.co Giuseppe Andali. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 345.

[liii] Gennaro Frandina mastro muratore, possiede la quarta parte di un orto loco detto “S. Margherita”, confine il mag.co Antonino Pittarella e la via pubblica, pagando annui carlini 6 di censo enfiteutico ai PP. Domenicani. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 247.

[liv] Nicola Cappa bracciale, possiede un pezzo di terra con gelsi rossi nel loco detto “S. Margherita”, di capacità ½ quarto, confine il mag.co Antonino Pittarella e la via pubblica, sopra il quale paga di censo enfiteutico ai PP. Domenicani annui carlini 4 e ½.  ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, f. 29.

[lv] Dom.co Macri bracciale, possiede un orticello “nella grecia d: la Colla” con pochi piedi di gelsi neri, di capacità ½ tt.o, confine il SS.mo Sacramento e la strada pubblica. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 154.

[lvi] Domenico Pollizzi massaro, possiede un casaleno dentro il quale è un piede di gelso rosso, nel loco detto “S. Margarita”, comune e indiviso con Salvatore Pollizzi, confine il nobile Ant.o Fortino e la strada pubblica. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 115v.

[lvii] Il nobile Antonino Fortino, possiede una casa dove abita consistente il 4 membri, 2 inferiori e 2 superiori, nella parrocchia di S. Nicolò, con orticello per proprio uso con pochi gelsi rossi. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 51.

[lviii] Gio. Berardino Marinaro bracciale, possiede un pezzo di terra in loco detto “S. Margarita” di capacità ½ quarto con un gelso nero, confine il mag.co nobile Fran.co Fortino e la strada pubblica. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 365.

[lix] Il mag.co D. Saverio Del Sindico nobile vivente, possiede un orto con gelsi neri nel loco detto “La Timpa” di capacità 3 quarti, confine il mag.co Fran.co Fortino e il fiume Virgari. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, ff. 94-94v.

[lx] D. Fran.co Puglise arciprete, possiede un vignale di capacità ½ tt.o, nel loco detto “la Timpa” alberato con querce, confine i beni del q.m Andrea Fiorini e il mag.co Bartolo Capocchiano. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, f. 143v.

[lxi] 21 novembre 1761. AASS, 49A, ff. 79-81.

[lxii] Cristaro S., Mesoraca, p. 85.

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