Le Castella tra il Seicento ed il Settecento

Dell’antico e fiorente abitato di Le Castella all’inizio del Seicento non rimanevano che i ruderi nei pressi dell’unica chiesa rimasta di Santa Maria della Visitazione. I pochissimi abitanti avevano lasciato già da tempo la vecchia città medievale, che aveva subito la devastazione e le fiamme dei turchi, ed avevano trovato rifugio nel vicino castello.

La decadenza
Le relazioni dei vescovi di Isola segnalano un piccolo ripopolamento all’inizio del Seicento, dai 26 abitanti nel 1618 (1) ai 50 del 1633 (2). Il luogo rimaneva comunque spopolato e pericoloso per la presenza dei turchi e dei banditi. Della antica città “diruta et inhabitata” rimanevano solo le rovine delle sue fortificazioni, degli edifici e delle case, un ricordo ed un monito che veniva dal passato. Il pericolo dei pirati infatti era ancora incombente ed aveva spinto i pochi abitanti a non fidarsi del luogo anche se fortificato, abbandonandolo nei momenti dell’anno in cui il pericolo era maggiore.
Non passerà infatti molto tempo che il lento ripopolamento, che aveva portato la popolazione dai 3 fuochi della fine del Cinquecento ai circa 20 del 1625 (3), subirà un arresto. Nel 1633 Le Castella subisce un’incursione; i Turchi arrivati con otto triremi da trasporto la devastano e portano via come preda circa cinquanta abitanti (4). Per tale motivo due anni dopo è abitata da pochissimi (5), quasi tutta gente avventizia, che scendeva dai paesi al tempo della semina e del raccolto. Contribuiva allo spopolamento anche il feudatario, il quale non curava le fortificazioni. L’11 giugno 1638, con una relazione inviata al vicerè, il vicario Giovan Tomaso Blanch faceva presente che la torre di Le Castella con il suo castello ed il porticciolo erano trascurati dalla feudataria Giovanna Ruffo, principessa di Scilla. Evidenziando il grande aiuto che essi potevano apportare per la difesa di quella marina, se fossero stati difesi da armati del re, il Blanch aggiungeva che mutando così le cose “non tan facilmente se podria perder como se ha perdido otras veles” (6). Il suggerimento evidentemente non veniva recepito, perché per il pericolo di una nuova invasione (7), nel 1644, non essendo gli abitanti in grado di difendersi, un ordine del re Filippo IV comandava di abbandonarla definitivamente (8). Fatto che comunque non avvenne, come testimonia una relazione del vescovo di Isola Gio. Battista Morra, in data 9 febbraio 1648, che così si esprime: “ Castrum Anibalis, che volgarmente si chiama Li Castelli, presso il mare; una volta era popoloso ma per le frequenti devastazioni turche fu dagli abitanti abbandonato. Ora in verità ci sono alcuni abitanti e marinai, che ascendono al numero di trenta anime (9).
Così Le Castella, una volta città insigne, a causa delle ripetute incursioni turche è alla metà del Seicento misera e spopolata. Alle poche persone, provenienti da diversi luoghi, che abitano dentro la fortezza, circa una cinquantina, si aggiungono saltuariamente solo i marinai, sospinti dalle tempeste, e quelli che vengono a caricare il grano del feudatario. D’estate poi quasi sempre la fortezza è deserta (10), nonostante la robustezza delle sue fortificazioni, che si ergono nell’isola circondata dal mare e sovrastano le due insenature, dove spesso si rifugiano le navi (11). La situazione rimarrà per molto tempo inalterata. Bisognerà attendere gli ultimi anni del Seicento per registrare un lieve aumento della popolazione. “Appena cento uomini vi abitano tutti dentro il castello, circondato da ogni parte dal mare e privilegiato dalla mirabile salubrità dell’aria. Qui si sono rifugiate le piccole reliquie di un popolo, una volta tanto fiorente, per proteggersi dal pericolo di una nuova invasione nemica (12). Sul finire del Seicento infatti dell’antico castrum di Castellorum Maris rimanevano ancora i ruderi; triste ricordo di una città che la furia turca aveva ridotto in poco tempo da fiorentissima a miserrima.

La nuova città
Nei primi anni del Settecento si avvertono i primi segni di rinascita. Dai cento abitanti dell’inizio secolo si passa in pochi anni a cento e cinquanta, sempre quasi tutti forestieri ed residenti dentro il castello (13). Durante il Viceregno austriaco (1707 –1734) la popolazione da avventizia comincia a stabilizzarsi e pur dimorando la maggior parte dentro il castello, sempre di più sono coloro che si accasano sulla terraferma (14), vicino alla superstite vecchia matrice dedicata a Santa Maria della Visitazione, che proprio in questi anni il vescovo di Isola Francesco Marino sta ricostruendo ed ampliando. Il luogo risulta particolarmente sorvegliato e vi trovano riparo le navi (15). Segno di questa nuova crescita è una petizione del 1717 con la quale l’università e i cittadini della terra delle Castella chiedono di reintegrare nei beni la chiesa locale, portando a sostegno il fatto di “essersi augmentato il Populo di detta terra sopra il numero di 600 anime”. L’aumento è confermato sul finire del Viceregno dalla accurata rilevazione del 1732, che documenta ben 92 fuochi (16). Così negli ultimi anni del Viceregno e durante il periodo borbonico lentamente sulle rovine dell’antica città, che nel 1536 Ariadeno Barbarossa da ampio ed insigne castrum aveva ridotto a piccolo e misero villaggio, rinasce, utilizzando le vecchie pietre, il nuovo borgo.
Con l’arrivo dei Borboni il forte delle Castelle riassume importanza militare, soprattutto come protezione per il traffico marittimo. Essendo minacciato dai Turchi, nell’aprile 1736 le sue artiglierie sono infatti rifornite di munizioni (17).
Pochi anni dopo, scorrendo il catasto onciario del 1742, possiamo farci un’idea della terra delle Castella alla metà del Settecento. Era sindaco in quell’anno il massaro Pietro Michetti e contava 43 fuochi. La popolazione era dedita ai lavori agricoli; risultando composta quasi completamente da braccianti e massari (circa 90%). Facevano eccezione solamente un fabbro, due sarti, un “volano” e cinque ecclesiastici (l’arciprete Arcangelo Affittante, tre sacerdoti ed un diacono). Essendo le terre molte estese , rispetto alla forza lavoro locale, la loro coltivazione aveva richiamato una trentina di forestieri, quasi tutti braccianti dei paesi vicini e dei casali presilani. Erano presenti anche un pescatore ed un marinaio di Taranto, attirati dall’esistenza del piccolo porto.
La proprietà fondiaria, a suo tempo fonte di innumerevoli liti, rimaneva in mano al feudatario, il principe della Rocca, Giovanbattista Filomarino, agli ecclesiastici di Isola (Vescovo, capitolo, dignità e canonici) ed agli abati ( S. Nicola de Miglioli e di Sant’Eufemia). Se le terre erano spartite tra pochi grandi proprietari, al feudatario appartenevano tutti gli animali (4700 pecore, 56 buoi e 10 vacche).
L’abitato era costituito dalla fortezza circondata dal mare e dal borgo sul promontorio. Quest’ultimo comprendeva, oltre alla chiesa arcipretale, alcuni magazzini, per conservare il grano del feudatario, e delle casette, abitate da braccianti e gravate di canoni e censi.
Nella fortezza, la cui torre è oggetto in questi anni di alcuni restauri (18), abitavano qualche massaro ed alcuni ecclesiastici. Completava il piccolo porto, usato per imbarcare il grano (19) o come riparo per le navi dalle tempeste e dagli assalti dei pirati (20).
Alcuni anni ancora e le abitazioni dentro il castello, che per tutto il Seicento avevano costituito il piccolo e precario abitato di Le Castella, saranno abbandonate per il nuovo borgo sulla terraferma.
Il francese Giovanni Richard abate di Saint Non, che nell’estate del 1778 visitò la città secentesca, che era situata dentro il castello, così la descriverà: “La città è costruita su una piccola isola unita al promontorio da una striscia di terra, sulla quale avevano edificato un molo … Entrammo sospinti dalla curiosità nella città, e fummo molto meravigliati di vederla deserta e completamente in rovina … Ci mostrarono alcuni resti di vecchie muraglie sul mare …” Allora la popolazione, costituita da “gente tutta campagnola, miserabile e meschina, che miseramente vive colle sole fatiche delle braccia”, si era già trasferita nel borgo cresciuto davanti al castello (21).
Nel 1783 Le Castella, che conta 337 abitanti, è danneggiata dal terremoto: “ Nelle Castella poi, paese alla riva del Jonio presso alla famosa Torre di Annibale, si vede mezzo diroccato il castello, e il resto delle abitazioni notabilmente lesionato” (22). Alla fine del Settecento ormai il processo di abbandono dell’abitato seicentesco dentro il castello per il nuovo borgo, costruito sulle rovine della antica città medievale, è concluso.
“Castella terra, collocata su d’un promontorio, che forma una penisola, in cui s’entra per una strada manufatta chiamata lo zoccolo, per cui ingrossandosi il mare ne impedisce il passaggio. Questa terra è rimasta quasi inabitata, perché li naturali della medesima sono passati a soggiornare nel borgo vicino, dalli stessi poco fa edificato. Vi è in essa un castello di magnifica struttura, che per l’antichità, e salso delle acque marittime va rovinando, ed è reso inabitabile, come sono anche le mura e le case di detta terra” (23).

La chiesa di Santa Maria della Visitazione
La chiesa o piccola edicola di Santa Maria de Castellis o della Visitazione, dopo l’abbandono e la distruzione della città, continuò ad esistere fuori dal castello feudale. Unico edificio rimasto della medievale Castellorum Maris, mancante di tutti gli arredi sacri ed in parte distrutta, fu ripristinata dall’arciprete Geronimo Zurlo (24). Così nel 1648 essa si presentava in ordine e con l’altare maggiore decentemente ornato (25).
A ricordo dell’antico “Castello vecchio” e delle vecchie mura della città abbandonata così annotarono i vescovi di Isola che la visitarono: “Eccl.a sub invocat. Sanctissime Visitationis est extra fortilium sub fornice quodam antiquor. muror. castri” (26).
Essa sorgeva ormai “in aperto” “sub fornice antiquor. muror. oppidi extra arcem constructa rudis et angustae formae” (27). Il vescovo di Isola Francesco Megale nel 1680 così si esprime: La chiesa è fuori del castello spero tuttavia di erigere una edicola dentro il castello, se mi asseconderà il principe di Cutro, che ne ha il dominio (28). L’intento del presule non si realizzò e così il nuovo vescovo, Francesco Marino, alla fine del Seicento, poiché la terra cominciava a ripopolarsi (29), cominciò a ricostruirla ampliandola (30).
Contribuì alle spese l’arciprete di Le Castelle, Gio. Domenico Crocco, che per testamento, nel giugno 1697, lasciò 50 ducati “per complire l’intempiata ed altre cose necessarie che bisogneranno” (31). La chiesa matrice, che prima era una piccola edicola, ingrandita e finita, fu benedetta dal nuovo vescovo Domenico Botta (1717-1722) (32). Si verificavano così le condizioni a suo tempo poste per la reintegra. L’università delle Castella, richiamandosi alla convenzione stipulata nel 1578 tra il vescovo Caracciolo ed il Duca di Nocera per le terre di Santa Maria delle Castella, si rivolse all’arcivescovo di Santa Severina, perché intervenisse a favore della matrice, ordinando al vicario capitolare e al clero della città di Isola “che rilascino d.ta annua entrata a favore della chiesa matrice delle Castella non potendone essi litigare avanti a giudici ordinarii per la povertà”, restituendo le tomola sessanta di grano, che ogni anno il barone dava alla mensa vescovile ed al clero di Isola “perché oggidì s’è fatto il caso d’essersi rimessa, e ritornata in pristino stato la chiesa matrice sud.a con essersi augumentato il populo in d.a t.ra sopra il numero di 600 anime, che si danarebbero” (33). Verso la metà del Settecento “fuori del castello c’è la parrocchiale della B.V.M. che prima era una semplice edicola ora in verità è una nuova chiesa con tre altari” (34); essa è decentemente ornata e provvista di paramenti sacri (35).
Il vescovo Giuseppe Lancellotti (1749- 1766) riesce finalmente a porre fine bonariamente alla lunga controversia che oppone il clero di Le Castella al capitolo di Isola ed il 24 febbraio 1757 fa stilare una convenzione che definisce le condizioni per l’assegnazione delle sessanta tomola di grano, che annualmente versa il feudatario (36).
Nel 1771 Le Castella conta 28 fuochi, quasi tutti braccianti e qualche massaro. La chiesa arcipretale è nell’eminente pericolo di rovinare, “situata sopra uno scoglio, che viene continuamente battuta dal mare, con un pontone, o sia pilastro a mano sinistra dalla porta che minaccia imminente rovina, giachè oltre di trovarsi il pedamento del tutto lesionato, perché sta situata sopra un picciolo scoglio il quale comparisce fragolo, o sia aperto in guisa tale nel solo rimirarsi fa conoscere non solo il pericolo imminente della rovina ma anche quello de cittadini. Per tal causa le mura della chiesa sono lesionate ed aperte”.

La costruzione della nuova chiesa
Essendo morto nel febbraio di quell’anno l’arciprete Arcangelo Affittante (1724 – 1771), i Castellesi, non essendo in grado di riparare la vecchia parrocchiale, poiché sarebbe stata necessaria una “esorbitante somma di danaro, colla quale s’edificarebbero più e più chiese”, supplicarono la Santa Sede di non nominare per alcuni anni l’arciprete ma di usare le rendite dell’arcipretura vacante per costruire un nuovo edificio in un luogo più sicuro. La supplica fu accompagnata dall’assenso del vescovo di Isola Monticelli che pose la condizione che terminata la nuova chiesa, i cittadini di Le Castella avrebbero dovuto edificarne un’altra fuori dell’abitato a Ritani nelle sue terre per favorire i suoi lavoranti ed affittuari. Il progetto era di completare l’opera entro sette anni. Così per sette anni i Castellesi corrisposero alla mensa vescovile di Isola le decime in grano e dopo la Real Determinazione la congrua in denaro. A sua volta il vescovo di Isola per tutto il tempo mantenne a Le Castella un economo curato e si interessò al mantenimento della vecchia e alla costruzione della nuova chiesa. Passati i sette anni, nel giugno 1778, venne nominato il nuovo arciprete, Domenico Antonio Alessio e la nuova chiesa rimase incompleta. Il vescovo disse ai cittadini di Le Castella che se volevano completarla dovevano farlo a loro spese. Nel 1780 la nuova piccola chiesa era “edificata di rustico con piccoli cornicetti” e ancora senza pavimento; dovevano essere terminati gli altari, la sacristia ed il campanile e bisognava stuccarla interamente. Si calcolava che per poter officiare occorreva ancora spendere circa duecento ottanta ducati. I Castellesi, “giache passano più li giorni digiuni, che sazi per la gran miseria”, si rivolsero al re. Essi fecero presente che la mensa vescovile di Isola, oltre a possedere vasti territori nel loro territorio, si era a suo tempo impadronita delle entrate delle chiese di Le Castella e non le aveva mai più restituite, chiesero perciò che il vescovo completasse a sue spese la chiesa e restituisse i beni o almeno si impegnasse a pagare la congrua al parroco e mantenesse la nuova chiesa di tutto il bisognevole (37).
Durante l’arcipretura di Domenico Antonio Alessio (38) la nuova chiesa fu completata e riprese vita. L’università di Le Castella continuò a rivendicare le rendite delle chiese a suo tempo incamerate dal vescovo di Isola e l’arciprete, dopo il terremoto del 1783, le rendite dell’arcipretura delle Castelle, che erano state date in gestione alla Cassa Sacra.
Nel 1789 la chiesa parrocchiale di Santa Maria della Visitazione risulta ben fornita di arredi sacri e vi sono, oltre all’altare maggiore, altri quattro altari dedicati a S. Antonio, S. Giuseppe, all’Assunta e del Rosario ( gli ultimi due “diruti”) e la sacrestia (39) e tra le entrate, che la chiesa parrocchiale ed il clero delle Castella godono, vi è quella delle tumula trenta di grano annue che fornisce la Camera Principale; “qual prestatione si divide dal clero della cennata chiesa” che è composto da due sacerdoti e l’arciprete (40). La chiesa arcipretale di Le Castella era ritornata in possesso di parte delle rendite di cui godeva (41) ma passeranno diversi anni prima di essere completata. In una supplica del 21 agosto 1810 gli abitanti delle Castelle facevano presente lo stato della chiesa, affermando di essere senza chiesa ,“ la quale è principiata e non è perfezionata per la pizzenteria dell’abbitanti. Non vi sono campane. Non vi sono cappa seu pluviali e ne abbiamo bisogno bianchi e neri. Camice vi ne sono due logore …” (42). Pur in uno stato incompleto ed andando soggetta negli anni a saltuari restauri e rifacimenti (43), continuò ad esistere nel luogo dove è attualmente.

Note

1. Rel. Lim. Insulan., 1618.
2. Rel. Lim. Insulan., 1633.
3. Rel. Lim. Insulan., 1625.
4. Il primo giugno 1634 Giuseppe Longo della terra delle Castelle, poiché intende farsi cappuccino, dichiara che sua madre Laura di Biasio “si trova in mano di turchi fatta schiava l’anno passato insieme con altri nella presa della terra delle Castella”. Poiché per avvisi avuti da Tunisi è possibile riscattarla, incarica il fratello Antonio di raccogliere tutte le rendite delle proprietà, in modo da liberarla, ANC. 71, 1634, 119v- 120r, ASCZ.
5. Rel. Lim. Insulan., 1635.
6. Valente G., Difesa costiera e reclutamento di soldati in Calabria Ultra al tempo del vicario Giovan Tomaso Blanch, in Atti del III congresso storico calabrese (19-26 maggio 1963) Napoli 1964, pp. 620-621.
7. Nell’anno 1644 “comparsero in q.e nostre marine trentatre galere di turchi et da d.e galere descese m.ta quantita di turchi per venire a danneggiare a noi qui nella citta (Isola)”, Visita del vescovo di Isola Gio. Batt.a Morra, 1648, f. 16v, AVC.
8. “Castra Annibalis, qui hoc anno iussu Serenissimi Catholici Regis cum habitatores non se possent a frequentibus piratarum molestiis defendi, est derelictus”, Rel. Lim. Insulan. 1644, ASV.
9. Rel. Lim. Insulan., 1648.
10. Rel. Lim. Insulan., 1651.
11. Rel. Lim. Insulan., 1673.
12. Rel. Lim. Insulan. 1692.
13. Rel. Lim. Insulan.,1704.
14. Rel. Lim. Insulan., 1727.
15. Il 16 maggio 1713 il castellano Gregorio Pagliaro ed il caporale Domenico Cerruto, entrambi delle Castelle dichiarano che il 3 marzo si rifugiarono a causa del brutto tempo a Le Castelle due barche di Reggio, che avevano caricato grano della Regia Corte a Crotone. Poiché a causa delle continue piogge il grano si rovinava, essi invitarono più volte i patroni delle navi a scaricare il grano e riporlo nei magazzini, ma quest’ultimi risposero che a loro poco importava , essendo grano della Regia Corte, ANC. 611, 1713, 54r-55r.
16. Barbagallo de Divitiis M. R. ( a cura), Una fonte per lo studio della popolazione del Regno di Napoli: La numerazione dei fuochi del 1732, Roma 1977, p. 56.
17. Il 21 aprile 1736, poiché è urgente potenziare le difese del forte di Le Castelle, il Regio Tribunale Provinciale ordina al sindaco di Crotone di imprestare un cantaro e mezzo di polvere, mezzo cantaro di Palle ed un mazzo di micce al Principe della Rocca, feudatario di Le Castelle, il quale si impegna a restituirli entro due mesi, perché nel frattempo le riceverà da Napoli. Le munizioni servono per le artiglierie del forte e sono prese dalle munizioni della città di Crotone e consegnate ad Antonio Galati, sindaco del forte delle Castelle, ANC. 665, 1736, 58-61.
18. Il 20 ottobre 1754 veniva emanato un bando per la costruzione della nuova torre di Capo Rizzuto e per i ripari delle regie torri di Miriello, Scifo, Capo Rizzuto e Castelle, secondo il piano elaborato dall’ingegnere Adamo Romeo, ANC. 1125, 1755, 61r.
19. All’inizio di Marzo del 1737 nella marina delle Castelle si caricano 3900 tomoli di grano sopra la tartana del patrone Giuseppe Paturzo per uso e grassa della città di Napoli, ANC. 665, 1737, 27-28.
20. Nel febbraio 1751 una tartana carica di fave, ceci e lenticchie partita da Taranto e diretta a Napoli, sorpresa da una tempesta, tenta di rifugiarsi nel porto delle Castelle ma non riuscendovi getta l’ancora sulle secche. A causa della furia del mare essa naufraga ed i marinai a stento si salvano, ANC. 1069, 1751, 3-4.
21. Regia Ud. Cart. U, 479 –10, fasc. I (1780), ASCZ.
22. Vivenzio G., Istoria e teoria de’ tremuoti, Napoli 1783, p. 337.
23. Alfano G. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1795, p. 96.
24. All’arciprete Guarino Pantisano (1579 – 1595) seguì Domenico Conte (1603 – 1606) poi Fabrizio Melione (1612 – 1630) e quindi nel 1630 Hieronimo Zurlo, Russo F. , Regesto, IV, 374, 419; V, 251.
25. ” .. eccl.am illam esse sub titulo Visitationis B.tae Mariae Virginis cuius immagine ipse Archip. suis sumptibus fieri curavit cum annis retroelapsis fuisse invas. a turcis a quibus expoliatam omnibus apparatis et vestibus sacerdotalibus..”, Visita del vescovo di Isola Gio. Batt.a Morra , 1648, cit.
26. Rel. Lim. Insulan. 1673, ASV.
27. Rel. Lim. Insulan. 1667, 1670, ASV.
28. Rel. Lim. Insulan. 1680, ASV.
29. Popolazione di Le Castella come si ricava dalle relazioni dei vescovi e dalle tassazioni: 202 fuochi (1521) ; 275 fuochi (1532); 183 fuochi (1545); 11 fuochi (1561); 20 abitanti (1594); 3 fuochi (1595); 26 abitanti (1618); 20 fuochi (1625); 50 abitanti (1633-1651); 6 fuochi (1669); 100 abitanti (1673-1701), 150 abitanti (1704-1714); 92 (1732), 43 fuochi (1742); 337 (1783), 270 abitanti (1808); 307 abitanti (1816); 268 abitanti (1858).
30. Rel. Lim. Insulan., 1694, ASV.
31. Testamento di Gio. Dom. Crocco, arciprete di le Castelle, del 20.6.1697, Cart. 114, AVC.
32. “Extra castrum ecclesiam habet Parochialem, Archipresbiteratus nuncupatam, sub invocatione B.M.V. qua potius Aedicula erat. Nunc vero novam detinet ecclesiam in ampliorem formam redactam, quam inceptam reperi, eamque iam absolui, et benedixi, et in ea tria extant altaria”, Rel. Lim. Insulan., 1721, ASV.
33. Esposto dell’università della terra delle Castella a Mons. Arcivescovo di S. Severina Carlo Berlingieri, 11. 6. 1717, AVC.
34. Rel. Lim. Insulan. 1741, ASV.
35. Il vescovo Giuseppe Lancellotti che visitò la matrice nella Pasqua del 1762 trovò l’altare maggiore e la fonte battesimale decentemente ornati e la sacristia abbastanza provvista, Visitatio Giuseppe Lancellotti, 1762, AVC.
36. Il vescovo decise di assegnarne metà al capitolo di Isola e metà al clero di Le Castella con le condizioni che qualora il clero di Le Castella avesse raggiunto il numero di cinque sacerdoti, tutti nativi di quelle terra, essi avrebbero avuto il diritto ad usufruire di tutti i 60 tomoli di grano mentre se il clero di Le Castella si fosse nuovamente estinto tutti i 60 tomoli sarebbero ritornati al capitolo di Isola, Vertenza tra il sacerdote D. Natale Minasi della chiesa di Le Castella ed il capitolo di Isola, Isola 25 luglio 1795, AVC. C. 140.
37. Regia Udienza, 479, fasc. I (1780), ASCZ.
38. Dat. Aplca. Per obitum F. 200, f. 142v. Russo F., Regesto ,XII, 367.
39. Cassa Sacra, Segreteria Ecclesiastica, Atti di revisione, e nuova liquidazione delle rendite dell’arcipretura delle Castelle, Vol. 52, 948 (1789), ASCZ.
40. C.140,AVC.
41. “La chiesa delle Castella dona per distribuzione all’arciprete e preti per un biennio tt.a 30 di grano ed il terzo anno Duc. 15 e tt.a 15 di grano che si contribuisce dalla Cam.a della sud.a terra. Arcipretura delle Castella: Tiene di rendita annui Duc. 40 per una gabella e Duc. 100 le si corrispondono dal R.do Capitolo di questa città (Isola) sopra i beni dei luoghi pii della med.a allo stesso capitolo aggregati”, Stato delle chiese di Isola, 1808, AVC.
42. Robbe che mancano nella chiesa arcipretale della comu.tà delle Castelle, Le Castelle 21 agosto 1810, AVC.139
43. Dopo averla visitata, il vescovo di Crotone Cavaliere nel giugno 1886 chiedeva al Regio Economo Generale de Benefici Vacanti di Napoli seicento lire in quanto la chiesa arcipretale aveva bisogno di “riatti nella tettoia, nei muri e nel pavimento ed era sfornita di sacri arredi”, Cotrone 6 giugno 1886, C. 81, AVC.

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