Per una storia urbana e rurale di Strongoli: il caso Pianette

strongoli Contrada Pianette

In evidenza la contrada Pianette di Strongoli.

Durante il Viceregno il governo cittadino di Strongoli era composto dal sindaco e da quattro eletti, tutti appartenenti al ceto nobiliare. L’elezione avveniva il 15 agosto di ogni anno ed i nuovi eletti esercitavano la carica dal primo settembre alla fine di agosto dell’anno successivo. Essendo il seggio nobiliare composto da poche famiglie, tutte legate da vincoli familiari, si succedevano nelle cariche sempre gli stessi. Così le famiglie Caparra, Giunti, De Cicco, Beltrani, Caputi e Milelli si spartivano gli uffici pubblici, nonostante che l’elezione del sindaco e degli eletti fosse soggetta al volere del feudatario.

Il feudatario infatti prima sceglieva il sindaco tra “i soggetti più atti e probbi a tal carica”, poi comunicava il nome del prescelto e degli eletti con lettera  al suo erario. Dopo di che il nuovo sindaco era confermato in parlamento pubblico dal popolo, convocato per bandi e suono di campana in luogo pubblico, ed erano stati nominati i nuovi eletti, prima di poter esercitare la carica, ci doveva essere di nuovo il consenso del feudatario. Nonostante questa presenza del feudatario nell’elezione del sindaco, tuttavia il governo cittadino era completamente in mano al volere dei nobili, come denuncia la stessa principessa di Strongoli Lucrezia Pignatelli in un suo esposto del settembre 1736.

La principessa  dichiarava di aver ricevuto “vari, e frequenti ricorsi da quelli poveri vassalli, esclamando per le continue, e gravissime oppressioni, che se le faceano quotidianamente dalle poche persone potenti, le quali unite fra di essa loro, dovendo per necessità cadere fra essi la nomina di sindaco, ed avendo la facilità di non far penetrare la supplicante le querele de’ vassalli debboli e, poveri, operavano à lor capriccio in danno di quelli, non solamente col non far veder mai regolarmente e colla dovuta attenzione gli di loro conti, ma con assentare le di loro maggiori robbe sotto vari pretesti dalle tasse universali, e caricare il maggiore e grave peso sopra le debboli spalle de’ poveri cittadini.”.

L’università della città di Strongoli

Negli ultimi anni del Viceregno austriaco, e precisamente dall’elezione del 15 agosto 1733, il feudatario, nonostante la resistenza dei nobili, era riuscito ad imporre alcuni cambiamenti nella composizione del governo cittadino con l’immissione come quarto eletto di un rappresentante del popolo, “acciò Lui n’assuma le Parti, e difenda il medesimo dall’aggravi, anche per abuso introdotti nel Catasto”.

Il 15 agosto 1733, infatti, il principe di Strongoli Ferdinando Pignatelli inviava una lettera al suo agente generale di Strongoli Niccolò de Bartolis riguardante la nuova elezione dei ministri e del reggimento dell’università. Egli sceglieva per sindaco il nobile Cesare Giunti, per primo eletto il mag.co Paolo Antonio Beltrani, per secondo eletto il mag.co Nicolò Milelli, per  terzo eletto il mag.co Diego Caparra e per quarto e ultimo il mag.co Francesco Artese, come eletto del popolo. Indicava anche erario Antonino Caputi e mastro giurato Antonio Amato. Il tentativo di imporre un eletto del popolo tra i quattro eletti trovò subito l’opposizione dei nobili.

Testimoniano questo conflitto alcune lettere, inviate nell’autunno di quell’anno, dal  principe al suo agente generale, dove afferma che “incipiando da questo anno voglio che prosegua per il futuro”. Il 5 settembre 1733 il principe ribadiva che Francesco Artese, del secondo ceto, restava eletto per il popolo ed il 24 ottobre successivo contro il tentativo del sindaco Giuseppe Cesare Giunti, il quale “a suo capriccio” aveva eletto Giuseppe Caparra per quarto eletto al posto dell’Artese e l’Artese per quinto eletto , il principe dichiarava che l’Artese doveva essere uno dei quattro eletti dell’università, cioè il quarto ed ultimo eletto e godere di tutti i privilegi dei nobili anche se “in ultimo luogo in tribunale, in carozza, in cappella ed in ogni funzione della città publica e privata”. Quindi minacciava i nobili della città “e se mai pretendesse l’odierno Reggimento d’oppugnare, ricorra pure dove vuole, perché difenderò io questa giustizia e non so’ se i suoi vantati Privilegi averanno sostegno ne Tribunali per escludere onninamente il Popolo dal Governo dell’Università”.

All’arrivo dei Borboni nel Regno di Napoli l’università di Strongoli risultava fortemente indebitata sia verso il feudatario che verso la Regia Corte. Continuava la lite tra i nobili ed il feudatario, il quale li accusava di aver “abbusato, senza poterne alcuno accorgere di riparar la giustizia con novità tumultuose e pregiudizievoli”.

Il 24 luglio 1734, la principessa di Strongoli da Sorrento aveva inviato al suo agente generale Niccolò de Bartolis una lettera con i nominativi per la nuova elezione, prescrivendogli per sindaco Domenico Caparra e per eletti Giulio Cesare Giunti e Nicola di Cicco. Tuttavia una successiva lettera della principessa, in data 14 agosto, accogliendo le perplessità del suo agente generale, la principessa affermava che “In quanto all’elezzione del sindaco di costì fò buon uso delle sue ponderazioni per il Caparra una volta che Lei non lo considera proprio nella corrente annata … Frattanto ho determinato detta elezzione in persona del mag.co Niccolò Milelli … e per eletti assegno Antonino Caputi, Niccolo de Cicco ed il Dott. Giuseppe Maria Giunti e per il popolo Agostino Cristofaro”. La principessa inoltre ordinava al suo agente che “per l’emergenza dell’annata.. vigili a non fare estraere grani fuori da codesta Città da qualsivoglia cittadino sotto qualsivoglia pretesto, o colore”.

Il 15 agosto 1734, senza aspettare il nominativo del nuovo sindaco, il sindaco in scadenza Giulio Cesare Giunti, convocato gli eletti ed il popolo secondo il modo consueto, procedeva alla nomina del nuovo governo cittadino, nominando sindaco il nobile Domenico Caparra. Pochi giorni dopo, il 22 agosto, il Giunti doveva però riconvocare gli eletti ed il popolo, in quanto la principessa aveva ordinato al suo agente generale e questo al sindaco, che si doveva eleggere di nuovo il sindaco escludendo Domenico Caparra, “che fu creato per sostenere tal carica alli quindici del corrente per raggione d’essere acciaccato ed impotente à sostenere detto officio”. Ubbidendo all’ordine della principessa, il sindaco in scadenza Giulio Cesare Giunti nominò allora come sindaco suo successore il nobile Nicolò Milelli e allo stesso tempo rimasero eletti dei nobili Antonio Caputi, Nicolò di Cicco, Giuseppe Giunti e l’eletto del popolo Agostino Cristofero.

Il 15 agosto 1735 il sindaco Nicolò Milelli con gli eletti e la maggior parte dei cittadini , si convocarono nella pubblica piazza per eleggere il nuovo sindaco della città, che dovrà governarla dal primo settembre 1735 per tutto agosto 1736. Il sindaco, senza aspettare le indicazioni del feudatario, dichiarò che spettava a lui nominare il nuovo sindaco e nominò suo successore Antonino Caputi. Quindi creò anche per primo eletto Giuseppe Maria Giunti, per secondo Antonio Caparra e per terzo Nicolò de Cicco e per eletto del popolo Agostino Cristofero.

Lo stesso successe nell’elezione del 15 agosto 1736. Anche in questo caso non si tenne in alcun conto le indicazioni del feudatario, anzi si cercò di escludere l’eletto del popolo e di ritornare ai quattro eletti dei nobili. Infatti il sindaco in scadenza Antonino Caputi nell’occasione dichiarò che spettava a lui nominare il suo successore e nominò sindaco Nicolò Milelli, che ottenne anche la conferma da parte dei vecchi eletti. Venendo poi all’elezione dei nuovi eletti, i vecchi eletti elessero i nuovi. Così Antonio Caparra nominò Antonio Caputi, Nicolò de Cicco elesse Diego Antonio Caparra. Essendo poi assente Giuseppe Maria Giunti il sindaco nominò gli altri due eletti: Giuseppe Maria Giunti e Nicolò de Cicco.

Tutto questo non poteva passare inosservato e, venuta a conoscenza dei fatti, la principessa Lucrezia Pignatelli pochi giorni dopo inoltrò un memoriale al re nel quale faceva presente il miserabile stato in cui si trovava l’università di Strongoli a causa della cattiva amministrazione di alcuni prepotenti ed il grave attentato che gli stessi avevano perpetrato per aver proceduto alla nuova elezione del sindaco e degli eletti di autorità propria, prima del tempo e prima di aver ricevuto la nomina e l’approvazione della principessa.

Seguiva il 17 settembre 1736 una dichiarazione del notaio Giuseppe Migliaccio di Terranova, casato da più anni nella città di Strongoli, il quale faceva presente che, dopo aver visionato otto catasti, o apprezzi originali della città, aveva rilevato che “alcune famiglie del ceto civile e prepotenti di d.a Città, come sono le famiglie Giunti, Caputo, Milelli e Cicco, non hanno catastate le loro robbe respettivamente per intiero e tantomeno i loro bestiami, che hanno posseduto e possedono, siccome al contrario le partite di poveri di d.a Città  sono per intiero notate in detti Catasti, senza menomo rilascio, anche, che da loro non si possedesse altro, che una semplice somara, con riverenza. Per la qual cosa à mio giudizio detti poveri vengono ad essere gravati, ed oppressi da detti prepotenti, defraudandoli ne i catasti universali”. In effetti per sfuggire alla tassazione, gli evasori dichiaravano che il loro bestiame ed la maggior parte delle loro proprietà appartenevano ad parenti ecclesiastici (Reg. Ud. Prov. Mazzo 35, fasc. 308, ASCS).

Strongoli 1789 - Rizzi Zannone

Strongoli nella carta di A. Rizzi Zannone (1789).

La Difesa delle Pianette

La Difesa delle Pianette era un demanio in pieno dominio della università di Strongoli. Era composta da terre parte fertili e parte infruttuose ed inutili. Si estendeva fuori le mura e davanti alla porta principale, sul luogo dove erano situati i ruderi del la città romana, come testimoniano i numerosi ritrovamenti. La presenza di acqua è testimoniata dai numerosi pozzi e cisterne, che attingono l’acqua a non molta profondità. Sul luogo saranno costruiti i due conventi dei Minori conventuali di San Francesco d’Assisi e dei Cappuccini.

E’ certa l’esistenza già in età medievale di una chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie de Planetis. Sappiamo, infatti, che all’inizio del Cinquecento per munificenza di Lucia Gatona fu fondato in contrada “Planeta” un eremitorio per i religiosi claustrali del terzo ordine di S. Francesco d’Assisi. Il convento prese il titolo dalla preesistente chiesa di S. Maria delle Grazie de Planetis e dopo pochi anni, nel 1511, fu concesso ai frati minori conventuali di S. Francesco. Verso la metà del Settecento il convento fu abbandonato ed i frati si trasferirono più vicino alle mura in località “la Motta”. Sempre in località Pianette sarà costruito all’inizio del Seicento il convento dei cappuccini.

Il vescovo di Sebastiano Ghislieri (1601-1626) nella sua relazione del 1625 così ne descrive la fondazione: Otto anni fa a mie spese, per la maggior parte, edificai il convento dell’ordine dei cappuccini di S. Francesco. In una relazione gli stessi frati fissano il loro arrivo a Strongoli nell’anno 1614. La costruzione del convento fu particolarmente voluta oltre che dal vescovo, dall’università di Strongoli e dallo stesso feudatario Annibale Campitelli, conte di Melissa e signore di Strongoli.

Se il feudatario si adoperò per la chiesa, il vescovo Sebastiano Ghislieri, l’università ed i cittadini costruirono a loro spese il convento, che fu edificato con 18 celle secondo la povera forma dei cappuccini. Il convento, circondato da mura, era situato all’esterno della cinta della città alla distanza di un tiro di moschetto. Il luogo era abbastanza isolato anche se attraversato dalla via pubblica (Pesavento A., Notizie su alcuni luoghi religiosi di Strongoli, in La Provincia KR, 2002).

La concessione in enfiteusi

Pochi giorni prima della scadenza del mandato, essendo sindaco Nicolò Milelli e eletti Antonio Caputi, Nicolò de Cicco, Giuseppe Giunti e Agostino Cristofaro, si decise di concedere in enfiteusi delle porzioni della difesa delle Pianette, appartenente all’università. La decisione fu presa per sanare l’indebitamento dell’università verso il fisco regio. Con questa decisione il governo cittadino, dominato dai nobili, diede avvio alla privatizzazione di un suo demanio. Da aperta al pascolo ed agli usi civici di tutti i cittadini, la difesa delle Pianette in pochi anni divenne delle porzioni di terre chiuse con muri e fossi con vigne e vignali in possesso di particolari cittadini.

Il 28 agosto 1735 furono stipulati presso il notaio Giuseppe Migliaccio dei contratti tra alcuni cittadini di Strongoli ed il sindaco in rappresentanza dell’Università. Gli atti riguardavano la concessione in enfiteusi di alcune porzioni di terre della Difesa delle Pianette appartenente all’università. In essi era prescritto che l’enfiteuta “sia obligato conforme con giuramento ha promesso da oggi in avanti, e in perpetuum dette terre tenere in emphitheusym e sotto annuo censo infiteutico di docati … e le medesime migliorare, che più tosto venghino in meglioramento, che in detrimento, e riconoscere detta mag.ca Università, e suoi successori Sindaci che pro tempore saranno per veri, e diretti  Sig.ri e Padroni, ancora sia obligato lo sudetto annuo canone … Integrè e dare, e pagare alla sudetta mag.ca Università e suoi successori Sindaci pro tempore ed incominciare, e fare il primo pagamento nella metà di Agosto dell’entrante anno … , e così seguire e continuare ogn’anno in ogni metà d’Agosto, e mai mancare.

Con patto, che lo sopradetto rendito, e censo come sopra essa mag.ca Università, e per essa dalli mag.ci sucessori Sindaci possa ogn’anno, nella predetta  metà di ciascheduno mese d’Agosto tanto da esso Sig … nel sopradetto nome, quanto da qualsivogliano affittuarii, seu conduttori che pro tempore saranno delle sudette terre, etiam Dio secondo la forma della Gran Corte della Vicaria, ed obliganza liquide della medesima … .

Con altro patto, che dove forse detto … e suoi successori cesseranno, ò mancheranno dal pagamento di detto annuo canone di detto pagamento per tre anni continui, e le cose sudette non adimpleranno, aut meliorationes, utilem dominum ipse Universitatis concessae ipsa non requisita et espectata per duos menses juxta dispositionem et naturam emphiteuticam nelli casi predetti ed in ciascuno di quelli, lo predetto … subito ed incontinenti ad eorum via carent et pervertantur à concessione per dictarum terrarum, cum omnibus meliorationibus et aumentis in eis factis ipseque Universitate liceat authoritate propria, absque judicis decreto, solum p.ntis juramenti et pacti vigore capere, et apphendere dictas terras, cum omnibus aumentis, et meliorationibus in eis factis, et de eis facere et disponere tamquam de re propria … Di modo che dà oggi avanti, et in perpetuum dette terre come sopra concesse, una con tutti suoi jussi ed intiero stato, e con lo sudetto npeso d’annuo canone.

Con altro patto, che quatemus fusse necessario l’impetrazione del Regio assenso, sia obligato esso Regim.to, ò chi pro tempore sarà di Regim.to di detta Università farlo ottenere à spese della medesima, sicome stà obligata con tutti gl’altri particolari cittadini, che hanno preso terre delle Pianette, avendosi ragione in tutto, e per tutto ad ogni patto, e condizione spiegato nell’istrumento stipulato fra detti particolari cittadini e detta Università à venti otto Agosto millesette cento trentacinque per l’atti di N.r Giuseppe Migliaccio, allo q.le in tutto s’abbia relazione”.

strongoli sigillo notaio Giuseppe Migliaccio

Sigillo del notaio Giuseppe Migliaccio.

Il Catasto Onciario di Strongoli

Il catasto onciario di Strongoli del 1743 ci offre la possibilità di avere un riscontro sull’entità dei terreni dati a censo. Terre che dopo circa sei anni dalle concessioni erano state già per la maggior parte “serrate e vitate”. Dal Catasto risulta che 42 cittadini pagavano un annuo censo all’università, in quanto possessori di una porzione della Difesa di Pianette. L’estensione delle terre date a censo enfiteutico era di 76 tomolate. I possessori di una porzione di una tomolata erano 16, di una tomolata e mezzo (6), di tom. 2 (14), di  tom. 3 (3), di tom. 4 (2) e di tom. 6 (1). Pur essendo un bene comune, dall’operazione ne aveva tratto profitto soprattutto il ceto medio cittadino a scapito di quello bracciantile.

Delle 76 tomolate divise in 42 quote solo il 25 % era in possesso dei braccianti, anche se essi rappresentavano la metà dei quotisti (inoltre i capi fuoco “Bracciali” censiti nel Catasto rappresentavano il 60 per cento , cioè 229 sui 380 censiti.), sei quotisti da soli detenevano il 30% delle terre ripartite. (Avevano quote da 3 tomolate il forgiaro e carcerato in Catanzaro Antonio Conte, il canonico D. Giovanni Capozza ed il sacerdote D. Giacinto Mauro, avevano 4 tomolate il cavalcatore Francesco Cinquegrana ed il massaro Giacomo Fullone e da ultimo lo speziale Giuseppe Campitelli aveva una quota da sei tomolate). Altre quote erano in mano a massari (4) a Calzolai (4), sartore (2), fabricatore, vaticaro, barbero, civile, mulattiero, merciero, galant’uomo. La metà dei quotisti dichiarava di percepire una rendita annua meno di quanto doveva di censo all’università. Il censo annuo dovuto all’università per una tomolata era di circa 72 grana (72 ¼). Dall’annui canoni sopra le vigne della Difesa delle Pianette  l’Università dichiarava di riscuotere ducati 63:49:0 (p. 332).

Il feudatario allarga le sue proprietà

Da un atto del notaio Giacomo Minardi della terra di S. Giovanni in Fiore, rogato in Strongoli il sei marzo 1751, apprendiamo che non tutta Pianette era stata concessa in enfiteusi. Esistevano ancora in pieno dominio dell’università molte porzioni di terre soprattutto nel luogo “ove si dice il Molino del Vento e Santo Leonardo”, tanto che in quell’anno il feudatario di Strongoli Ferdinando Pignatelli ne aveva richiesto una parte per “far fare la pastina di più pezze di vigne”, ottenendone  in enfiteusi per ducati 4 grana tre e cavalli 6 annui dall’università di Strongoli, sindaco D. Diego Antonio Caparra ed eletti D. Giulio Cesare Giunti e D. Bonaventura Cicco, una porzione di tomolate sette di terreno, delle quali cinque fertili e due “infruttuose ed inutili”.

In tal maniera anche il feudatario riusciva a prendersi una parte della demanio della città. Il feudatario, tramite il suo erario Tomaso Astore, due anni dopo allargherà questa sua proprietà, facendo acquistare il 6 maggio 1753 dal nobile Domenico Beltrani “un pezzo di terra camera chiusa con vigna ed alcuni pedi di fichi con una grotta dentro sito e posto dentro il tenimento di Strongoli nel loco detto sopra Zigari, confine con la vigna di detta Ecc.ma Casa nel loco detto Santo Leonardo” (f. 42, 1753). Il fondo detto “S. Leonardo, o sia Pianette, vigneto e seminatorio di tomolate otto” rimarrà per molti anni di proprietà del feudatario. Dalle vigne delle Pianette ricavava ogni anno più di una settantina di barili di vino (1800 a 31 agosto, dalle vigne delle Pianette barili n. 75 di diverso calibro che ridotte alla giusta misura di carafa 45 l’uno sono Bar. 73:6). Dall’atto di vendita delle sue proprietà, fatta nel 1831 dal principe di Strongoli Francesco Pignatelli ai fratelli Nicola e Leonardo Giunti, sappiamo che il principe pagava ancora un canone di ducati tre e grana ventotto al comune di Strongoli, “per censo su la vigna delle Pianette” (Fondo Pignatelli Ferrara fs. 75, inc. 83, ff. 15-22v, ASN).

Le Pianette a metà Settecento

Una volta smembrata gran parte della Difesa delle Pianette, le singole porzioni coltivate a vigna, chiuse da fossi e muretti, seguirono il destino di tutti i terreni burgensatici circostanti; rimanendo tuttavia a ricordo della loro antica natura demaniale il pagamento del censo annuale dovuto all’università. Esse furono date in dote, vendute, lasciate in eredità, divise tra gli eredi, ipotecate ecc.

Gli atti del notaio Nicola Rotella e del notaio Giacomo Minardi ci offrono una descrizione del luogo alla metà del Settecento. Da essi ricaviamo che il luogo era ricco di vigne, di grotte e di pozzi ed era attraversato dalla via pubblica, che passava per il convento dei Cappuccini e per quello dei minori conventuali. Situato vicino, ma fuori le mura, il luogo era particolarmente pericoloso per la presenza di banditi.

strongoli 1882

Strongoli nel particolare della carta 1:250.000 del 1882.

Documenti

11.11.1750. Carlo Campitello della terra di Casabona sposa la Mag.ca Cristina Amato, vedova di Giacomo Fullone. Tra le doti vi è “una vigna con casella e palmento sita e posta nel ristretto di questa città nel luogo detto le Pianette di questa Mag.ca Università confine le vigne di mastro Angelo Dardani e con le vigne di Luciano Caparra col peso in detta vigna d’annuo rendito di carlini venti nove a questa mag.ca Università (1750, ff. 22v-23r).

Mastro Antonio Costa possiede una vigna nel luogo detto Le Pianette (1751,f. 48).

Giulio Zito ipoteca la sua vigna che tiene nella difesa di questa università detta delle Pianette, confine con la vigna di Salvatore Mannarino, ed altri fini (1751, f. 84v).

24.2.1754. Vincenzo Bulcano col consenso del padre mastro Giuseppe Bulcano, sposa Elisabetta d’Angelo, figlia di Antonina Grano, e del fu Domenico d’Angelo. Fra le doti vi è “una metà della vigna del q.m suo padre (Domenico D’Angelo) che possiede alle Pianetta, una colla metà dell’annuo canone à questa Mag.ca Università, e l’altra metà se la debba usufruttuare sino a tanto si collocherà in matrimonio Teresa, altra sorella di essa Elisabetta, però debba pagare similmente l’altra metà di detto annuo canone, con coltivarla, tenerla serrata, facendoci ancora in detta vigna nel terreno vacuo che la possa fare e vada per suo conto (1754, f. 21).

17.3.1754. Il mastro Gaetano Calabresca, procuratore della chiesa del Purgatorio, afferma che la chiesa possiede una vigna in località detta le Pianetta sopra la Scala confine colla vigna di Salvatore Mannarino e con la vigna dell’eredi del qm Domenico Bevilacqua, proprio quella che detto mastro Gaetano Calabresca vendè al qm Francesco Russo, che per non averla pagata detto Procuratore se l’ave ripigliata da Nunziato e Lucrezia Russo, figli ed eredi di detto qm Francesco Russo. Poiché la vigna non dà verun frutto a questa chiesa il Calabresca la vende a Francesco Canterna per ducati cinque. La vigna è soggetta ad un annuo canone di grana trenta sei e cavalli otto, che si pagano à questa Mag.ca Università (1754, f. 25).

4.11.1754. Luca Caparra compra una vigna da Nicola Marino. La vigna è situata in “loco detto Le Pianetta, confina con la vigna di m.ro Matteo Durante, con la vigna del diacono D. Domenico Russo, col vignale dell’Eredi del qm Antonio Conte e con la Conicella di S. Maria”. La vigna è sottoposta ad un annuo censo di carlini 14 dovuti al convento di S. Domenico per il capitale di ducati 20 affrancabili ed un altro annuo censo di carlini dieci e grana otto che si devono pagare alla Università. La vigna con alcuni alberi e con pietre e fossi è venduta per ducati 40 (1754, ff. 68-69).

19.3.1755. Per testamento Antonio Valente lascia ai figli anche “metà della vigna, ch’esso testatore ha nella Pianetta, confine con la vigna di mastro Giuseppe Durante e Timpa del Pino nella quale vigna vi à l’annuo rendito di carlini quattordici e grana sette a questa Mag.ca Università” (1755, f. 9).

19.10.1755. Scipione Trovato vende una vigna a Nicola Latorre. La “vigna alborata di viti sita e posta entro questo territorio nel loco detto le pianette, e proprio sotto le mura dell’orto di questi Padri Cappuccini, confina colla vigna d’Antonio Arusa, e dalla parte di sotto colla via publica che conduce al V.le Convento de PP.i Conventuali e colla vigna di Mastro Carmine Mauro sottoposta detta vigna ad un annuo canone di carlini diece e grana otto e cavalli sei che si pagano à questa mag.ca università”. La vendita è motivata dal Trovato perché “detta vigna và in perdizione e quanto ne paga d’annuo canone a questa sudetta Mag.ca Università non li frutta”. La vende per ducati 12 (1755, f. 44).

5.11.1755. D. Nicola Milelli possiede “un stabile con oliveto, chiusura, con quattro pezze di vigna, ed altri albori fruttiferi con pozzo d’acqua sorgiva dentro, e quattro magazeni li quali però hanno bisogno di molto riparo per esser quasi sfatti con una scala di fabrica, e volte di sotto dirute sito nel loco detto sotto la Scala, confine coll’olive delli Signori Giunti, coll’olive dell’Eredi del qm Domenico Scerra di Verzino, coll’olive dette di Stilla di questa Cappella del SS. Sacramento, e colle Pianette dà una parte, colla Palumbara, e con la via Regia, colle vallette del Sig.r Cantore Rev.do D. Antonio Caputi, ed altri fini dall’altra parte; come ancora possiede in detto loco un altro picciol vignale di terre aratorie libere, ò sia camera aperta di circa tumulate diece contigua collo stesso oliveto sotto la Scala, che unitamente fanno un solo comprensorio (1755, f. 54).

Il 15 giugno 1761 Francesco di Simone della città di Corigliano dichiara al notaio Rotella che, la notte del 29 aprile 1761 “verso l’ore, ritrovandosi ritirato in una grotta propria del sig.r D. Nicola Milelli di detta città di Strongoli, sita fuori la porta della medema e propriamente sotto le timpe dette di S. Nicola, per ivi dormire, intese più sgridi e conobbe alla voce esser il Mag.co Antonio Bonavoglia, Reg.o Giudice a contratto della città sudetta suo conoscente, che dicea Anime del Purgatorio aggiutatemi, cristiani che mi ammazzano, e nominava il magnifico Vincenzo Palazzo, Agostino Cinquegrana, Giovanne Graziano e Vincenzo Mangone della mentovata città, onde detto Francesco, mosso in pietà di detto Mag.o Antonio, uomo di abbene e stima, uscì fuora da detta grotte e salì sopra una timpa, seu rupe, detta il Pozzo de PP.ri Capuccini, distante all’eccesso pochi passi. Quindi accortisi dette quattro persone, di esser state viste e scoperte dal medemo Francesco e perché li PP.ri Capuccini alli sgridi s’affacciarono dalli fenestroni, lasciarono di battere detto Magnifico Antonio. De quali quattro persone esso Francesco ne conobbe due, dette Vincenzo Mangone ed Agostino Cinquegrana, che fuggirono per vicino il medemo attestante, stante l’aere, benché senza lume di luna, era molto lucida, chiara e serena. Esso offeso di Bonavoglia, così ferito e quasi semivivo, s’intromese dentro il convento di detti Padri Capuccini; tre de quali, doppo pochi momenti, lo trasportorno dentro la città in sua casa. E perché vicino detto convento si ritrovavano coricate tre Persone forastiere, avvicinatosi alle medeme, queste li dissero: che le cennate quattro persone si aveano dalle stesse preso un bastone e l’ordinarono, che sentendo bastonate o altro, non s’avessero mosse, per non riceverne loro la pena (Not. N. Rotella cart. 1127, ff.110-111, ASCZ).

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